di Sandro Moiso
[In occasione della pubblicazione del romanzo La seconda morte di Ramón Mercader di Jorge Semprún per i tipi delle Edizioni Medhelan, si pubblica qui una versione rielaborata della Prefazione allo stesso]
Tutto quello che c’è nei libri è vero perché l’autore l’ha inventato… (Jorge Semprún)
Già in passato si è parlato su Carmillaonline dell’esperienza politico-letteraria di Jorge Semprún, ricordando come gran parte di questa fosse ricollegabile sia all’esperienza dello stesso nelle fila del Partito comunista, prima francese e poi spagnolo, che nei servizi segreti dell’Europa Orientale che proprio attraverso il partito spagnolo avevano operato in Europa durante la Guerra fredda. Ora si torna a parlarne per dimostrare come la letteratura “di parte” sia spesso impregnata di concezioni ideologiche romantiche, troppo spesso destinate a falsificare la cruda realtà dei fatti.
Un’esperienza quella di Semprún, che dopo la morte di Franco e il ritorno della democrazia in Spagna era diventato Ministro della Cultura nel governo socialista dal 1988 al 1991, ammantata, nei romanzi scritti dopo la fine della stessa, di amarezza e disillusione oltre che di critica dei meccanismi di (non)collaborazione e reciproco tradimento tra gli agenti dello stesso campo e nei confronti dei possibili avversari politici all’interno delle agenzie di intelligence sovietiche, dei partiti satelliti e dei paesi associati al Patto di Varsavia.
Un’esperienza narrata, si potrebbe dire, post-mortem, o quasi, dei suddetti servizi e sulla quale lo scrittore spagnolo, ma di lingua francese per quanto riguarda quasi tutte le sue opere, ha costruito gran parte del suo percorso artistico e umano. Una sorta di autobiografismo letterario che però, pur prendendo spunto dal ricordo di fatti autentici come la guerra civile spagnola, l’arresto da parte della polizia di Vichy e della Gestapo, la detenzione nei campi di concentramento, la successiva liberazione e la collaborazione con i servizi filo-sovietici, risulta ad una più attenta e analitica lettura più di finzione che reale.
Una lunga impresa di ricostruzione di un’identità simile, e per questo motivo ancor più autobiografica, a quella del protagonista “immaginario” di una delle sue opere, uscita in Spagna nel 1977: Autobiografia di Federico Sánchez1. In cui l’”eroe” porta lo stesso nome utilizzato da Semprún per costruire la sua identità di agente del Partito Comunista Spagnolo, sia per le missioni condotte all’estero che in Spagna per conto dello stesso PCE nel corso degli anni Cinquanta.
Così, come ci narra l’autore di se stesso, veniamo anche a sapere che il futuro scrittore spagnolo era entrato nella resistenza francese contro i tedeschi ed era finito prigioniero a Buchenwald, dopo che la Gestapo lo aveva arrestato in un rastrellamento di provincia, sorpreso nel sonno in uno dei tanti rifugi clandestini della Resistenza.
Esperienza che avrebbe in seguito così ricordato: «I fantasmi fanno sempre paura. Io non ero veramente sopravvissuto alla morte, non l’avevo evitata. Non le ero sfuggito. Piuttosto, l’avevo percorsa da un capo all’altro. Ne avevo percorso i sentieri, mi ero perduto e ritrovato, immenso territorio dove scorre l’assenza. Un fantasma, appunto». Una sensazione che Semprún avrebbe avvertito in maniera sempre più forte nei diciotto giorni che passarono dalla liberazione dal campo di prigionia al suo ritorno a Parigi, in un convoglio di rimpatriati organizzato da una associazione cattolica, quella dell’abate Rodhain2.
Ma, aggiunge ancora, dopo esser ritornato in Francia: «Ero convinto di essere immortale. Fuori pericolo, in ogni caso. Mi era successo tutto, niente poteva più accadermi. Nient’altro che la vita, da mordere con denti voraci. È con questa sicurezza che ho attraversato, più tardi, dieci anni di clandestinità in Spagna». Il tono dello scrittore, come si vede anche da queste poche righe, è sempre molto romanzesco, a tratti foscoliano se si pensa all’Ugo Foscolo che in una lettera a una delle sue tante amanti aveva scritto: «Chiamami romanzo». Tanto che lo stesso Semprún avrebbe in seguito affermato che tutti i suoi romanzi costituivano di fatto «un libro interminabile»3.
Nell’opera pubblicata invece nel 1969, La seconda morte di Ramón Mercader, si affaccia in continuazione la storia collettiva e personale della Guerra Civile spagnola. Anch’essa caratterizzata da tradimenti, violenze, soprusi che non ne hanno certo lasciata immacolata l’immagine. Anche sul fronte repubblicano, a causa delle repressione della sua componente anarchica e di sinistra messa in atto dagli agenti di Stalin, come l’italiano Vittorio Vidali alias “comandante Carlos”, operanti nelle Brigate internazionali. Più attenti a sconfiggere e sopprimere gli avversari dello stalinismo che non il nemico franchista4.
L’”eroe” in questo caso porta lo stesso, pesantissimo nome di un personaggio simbolicamente importante del tortuoso percorso della rivoluzione dall’Ottobre allo stalinismo e al Gulag: Ramón Mercader, l’assassino di Leone Trotzkji in Messico, il 21 agosto 1940. Condannato a vent’anni di carcere in Messico come esecutore dell’assassinio, Mercader scontò tutto il periodo della condanna, senza mai parlare o confessare, in attesa di tornare in Russia a ritirare la medaglia d’oro che Stalin gli aveva assegnato per il compito svolto e gli onori che avrebbero dovuto essergli tributati. Ma Stalin era morto nel 1953 e quando Mercader era ritornato in URSS erano già passati quattro anni da quel congresso, voluto da Nikita Kruscev (segretario generale del Partito dal 1954 al 1964), che ne aveva rivelato i crimini. E per questo motivo, dopo aver vissuto nelle vicinanze di Mosca per un decennio, si sarebbe successivamente trasferito a Cuba nel 1970, dove morì, dimenticato da tutti, nel 1978 a 65 anni. Rivelando involontariamente l’autentico destino degli ”eroi” della burocrazia socialista.
Nell’evolvere della sua autobiografia politica, Semprún, senza aver mai davvero precisato la data dell’arresto e del suo trasferimento Buchenwald (autunno del ‘43 o primavera del ‘44, a seconda delle testimonianze fornite dallo stesso), nell’aprile del 1945, secondo una delle tante narrazioni che lo riguardano, afferma che la sua figura si stagliò come quella di un fantasma davanti agli occhi di tre ufficiali britannici in forza alle truppe americane del generale Patton. Fantasma eroico con bandoliera a tracolla e arma automatica in pugno, presa a chi non si sa, proprio sulla porta di ingresso del campo di concentramento.
Narrando poi ancora in seguito come per i suoi dubbi e le sue critiche fosse stato espulso dal partito spagnolo nel 1965. Motivo per cui, pur continuando a dichiararsi comunista per anni, avrebbe poi deciso di non più tacere e trasformare in letteratura ciò che apparentemente avrebbe dovuto appartenere soltanto alla Storia e non solo alla sua personale autobiografia.
Ma, si sa, la strada o le strade per l’Inferno sono lastricate più da inganni e tradimenti che da buone intenzioni. Motivo per cui lo stesso Semprún è stato spesso accusato di aver assolto fattivamente e in maniera consenziente parecchi “lavori sporchi” di censura letteraria e politica, proprio nel corso di quegli anni che egli ha sempre voluto rimuovere attraverso le “confessioni”, reali e inventate contenute nei due romanzi di cui si è fino ad ora principalmente parlato.
Anche lui bravo soldato di un concetto di rivoluzione che non avrebbe risparmiato gli avversari politici sia nel campo di Buchenwald, di cui rimangono tragiche testimonianze della collaborazione dei militanti comunisti con i guardiani del campo, sia nel campo della cultura quando, durante il franchismo, le durissime critiche condotte nei confronti dei letterati spagnoli in esilio resero ancor più dure le loro condizioni di vita rendendo spesso impubblicabili le loro opere5.
Una contraddizione drammatica che ne contiene ancora un’altra, che vide per anni Jorge contrapposto al fratello Carlos. Entrambi comunisti, entrambi scrittori, entrambi pieni di risentimento. Jorge, fuori dai radar della polizia franchista, nell’autorappresentazione era diventato, come si è già detto, Federico Sánchez, l’agente segreto che attraversava il confine guidando una decappottabile, bello e con i modi di un Kim Philby 6, o che almeno così si era raccontato, poiché quasi tutto ciò che ha scritto sull’argomento e su di sé sembra spesso volgere verso una personale interpretazione di un personaggio alla Humphrey Bogart, eludendo spesso, però, altri aspetti della sua militanza comunista. Mentre Carlos Semprún si poneva esattamente all’opposto.
In un libro apparso anni or sono e curato da una nipote dei due fratelli, Soledad Fox Maura, intitolato Ida y vuelta (Andata e ritorno), rivolto soprattutto a recuperare l’immagine “eroica” di Jorge, Carlos si dimostrò trasparente, senza nascondere il suo risentimento nei confronti del fratello.
Uno degli aspetti che Carlos gli rimproverava di più può essere così riassunto: essere rimasto nel PCE dopo il 1956, quando già si sapeva che l’URSS era uno stato criminale. Carlos, che era anche lui nel partito, passò al Frente de Liberación Popular (FLP) e da lì ad Azione Comunista, prendendo in questo modo definitivamente le distanze dall’URSS e dai partiti di obbedienza sovietica7.
Ma anche se sulla personalità di Jorge, sono state scritte centinaia di pagine, rimane pur sempre una cartella vuota nel suo archivio personale. Quella riguardante la risposta alla domanda: «che effetto aveva avuto su di lui Buchenwald?» Non lo sappiamo: quasi tutto ciò che ha scritto sull’argomento è freddamente intellettualizzato, perché Jorge ha sempre scritto sempre di sé come se fosse Bogart che interpreta Bogart.
Così quando Jorge raccontò la sua uscita dal PCE come il dramma di un uomo giusto della sinistra spagnola, Carlos gli ricordò i suoi anni di complicità e, insieme a ciò, il suo falso eroismo a Buchenwald. Dichiarando di aver scoperto che a Buchenwald Jorge Semprún era stato un kapò (Kameradschafts Polizei), un collaborazionista nazista, un fatto che anche Stéphane Hessel8 sosteneva.
Uno spiacevole dramma famigliare di rivalità irrisolte, ma accompagnato da un’accusa sicuramente grave, che avrebbe, però, potuto essere attenuata rivelando come il PC francese nel 1940, dopo l’occupazione tedesca, ma molto probabilmente anche a causa del trattato di non aggressione russo-tedesco Ribbentropp-Molotov firmato nell’agosto dell’anno precedente, avesse ordinato ai suoi militanti di collaborare9.
Un affare da tragedia greca in famiglia, che pone però un altro interrogativo: perché Jorge non l’ha raccontata così? Sarebbe stato un gesto nobile. Ma Jorge voleva essere una reincarnazione di Bogart e i Bogart nonostante tutto coltivano il mistero. Spesso anche in nome del (l’ex-)Partito.
J. Semprún, Autobiografia di Federico Sánchez, Sellerio Editore, Palermo 1979. ↩
Si veda: J. Semprún, Ritorno al Lutetia in J. Semprún, Esercizi di sopravvivenza, Ugo Guanda Editore, Parma 2014, p. 100. ↩
Si veda la Nota editoriale a p.132 di J. Semprún, Esercizi di sopravvivenza, op. cit. ↩
Si veda, tra le tante testimonianze, G. Orwell, Omaggio alla Catalogna (Homage to Catalonia – 1938), Il Saggiatore, Milano 1964. ↩
Si veda in proposito il blog «Una temporada en el infierno» (Una stagione all’inferno) sul quale Juan Pedro Quiñonero Martínez, un giornalista e scrittore spagnolo. figlio di Juan Quiñonero Gálvez e Luz Martínez Pérez, insegnanti, fondatori della scuola razionalista Francisco Ferrer Guardia, e soci della cooperativa Democracia y cultura, di Totana (Murcia) durante la Repubblica e la guerra civile (cui, nelle rappresaglie successive alla fine della stessa, fu proibito di esercitare la professione di insegnanti e il padre condannato a morte, pena commutata in una pena di vent’anni di carcere e successivamente graziato), conduce da anni una personale battaglia per il disvelamento di ciò che gli definisce la Caina dei tradimenti avvenuti all’epoca e in seguito in ambito comunista. ↩
Kim Philby, vero nome Harold Adrian Russell Philby (1912-1988), è stato un agente segreto e militare inglese, che acuisì la cittadinanza sovietica nel 1963. Da sempre comunista fu al servizio dell’NKVD e del KGB dall’interno del Military Intelligence (MI) e del corpo diplomatico del Regno Unito. Nonostante l’erronea convinzione che Kim Philby fosse stato prima un agente al servizio del Regno Unito e che soltanto a un certo punto della sua carriera avesse tradito, fu da sempre al servizio dell’URSS, per la quale lavorò ben prima di ricoprire cariche nell’establishment britannico. Dal 1936 al 1963 fu un agente che lavorò per l’URSS tramite i vari incarichi affidatigli dagli apparati diplomatici e spionistici britannici. Per ulteriori informazioni si veda qui ↩
Di Carlos Semprún Maura è stato pubblicato in Italia: Rivoluzione e controrivoluzione in Catalogna. Anarchici contro stalinisti, proletariato contro burocrazia, autogestione contro stato. Dal luglio 1936 al maggio 1937: l’anno cruciale della rivoluzione spagnola, Edizioni AntiStato, Milano 1976. ↩
Stéphane Hessel (1917 –2013) è stato un politico e scrittore tedesco combattente nella Resistenza francese, deportato nel lager di Buchenwald. Dopo la liberazione collaborò con Henri Laugier alla stesura della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. ↩
Si veda in proposito il controverso articolo di Michel Lefebvre, Quand le PCF négociait avec les nazis, comparso sul quotidiano «Le Monde» nei giorni 10 e 11 dicembre 2006. ↩



