di Sandro Moiso

Ilias Venezis, Il numero 31328. Il libro della schiavitù, traduzione e postfazione di Francesco Colafemmina, prefazione di Antonia Arslan, Edizioni Medhelan, Milano 2026, pp. 304, 20 euro

I carcerieri pretendono un canto, l’aguzzino parole di gioia. (Salmo 137)

«Questo libro è scritto col sangue […] Ma io non parlo dello stile. Parlo della bruciante materia, della carne che stilla il suo sangue e ne impregna le pagine». Con queste parole si apriva la premessa dell’autore alla seconda edizione di un romanzo scritto in prima battuta nel 1924, poi rielaborato e pubblicato una prima volta nel 1931 e successivamente rivisto e pubblicato nella sua forma attuale nel 1945.

Attraverso gli anni e le revisioni, però, il drammatico romanzo memoriale di Ilias Venezis, destinato a ricordare i quindici mesi trascorsi prima nei battaglioni del lavoro e poi ai lavori forzati in Anatolia riservati agli uomini greci di età compresa tra i diciotto e i quarantacinque anni dal governo di Mustafa Kemal Atatürk, dopo la vittoria di quest’ultimo e delle sue truppe su quelle armene, francesi e greche, nonché degli ultimi lealisti del sultano ottomano, che avevano occupato la Turchia continentale, in previsione di una sua spartizione, dopo la sconfitta subita dall’Impero ottomano a seguito del suo schierarsi a fianco dell’Impero guglielmino durante il primo macello imperialista mondiale.

Atatürk, in questo modo, dopo aver impedito la dissoluzione della Turchia ottenne la rinegoziazione dei trattati di pace e quindi la firma del Trattato di Losanna (1923) in sostituzione di quello di Sèvres (1920), a seguito del quale l’Impero ottomano era stato ridotto ad un modesto Stato racchiuso entro i limiti della penisola anatolica, privato di tutti i territori arabi, spartiti prevalentemente tra Gran Bretagna e Francia, e della sovranità sugli stretti del Bosforo e dei Dardanelli. Dopo la sua revisione a Losanna, il nuovo leader nazionalista turco dichiarò decaduto il sultanato e proclamò la nascita della Repubblica di Turchia.

Ed è proprio a partire da ciò che per un turco moderno potrebbe rappresentare l’atto di nascita di un nuovo stato, libero sia dalle pastoie arcaiche del sultanato che dalle mire espansionistiche delle potenze europee, che prende avvio quella che per i greci che abitavano le sue coste meridionali fin dai tempi dell’ellenismo diventerà la Catastrofe dell’Asia minore, Mikrasiatikì Katastrofì. Di cui il romanzo di Venezis narra le violenze, le deportazioni e gli autentici orrori.

Eppure, eppure… direbbe ancora il monaco zen, considerato che le sofferenze estreme di cui ci parla l’autore, dopo averle vissute sulla propria pelle, hanno a loro volta origine in un altro sogno nazionalista: quello greco, alimentato dal revanscismo del primo ministro ellenico Eleftherios Venizelos. Un sogno nazionalistico definito come la «Grande Idea», Megali Idea, che aveva avuto origine fin dalla lotta per l’indipendenza nazionale greca sviluppatasi a partire dal 1821 al grido di Libertà o Morte (Eleftherìa i Thànatos), ma cui aggiungeva il desiderio espansionistico di riappropriazione in toto dei territori un tempo appartenenti all’Asia Minore ellenica e a Bisanzio.

Nel tentativo di realizzazione della “Megali Idea”, il governo greco alla fine del primo grande conflitto mondiale, durante il quale si era schierato con le potenze dell’Intesa, avrebbe guadagnato in un primo tempo le città di Adrianopoli e Smirne ma dalle quali, a seguito di calcoli militari sbagliati e disaccordi tra gli alleati principali che avevano usato il “sogno greco” soltanto ai fini di indebolire ulteriormente il Grande malato d’Europa ovvero l’ormai morente Impero ottomano per espandere la propria influenza sui suoi territori1, i greci sarebbero stati allontanati nel 1922, nella fase finale della guerra greco-turca e l’inizio della catastrofe dell’Asia Minore, dalle truppe di Mustafa Kemal Atatürk.

Così nel 1922, dopo la disordinata ritirata delle truppe di occupazione greche dall’Asia Minore, la popolazione greca dell’Anatolia fu abbandonata alla vendetta e alla violenza dell’armata kemalista e di feroci bande di irregolari, gli tsétes. Nell’autunno di quell’anno l’incendio di Smirne ad opera dei turchi segnò il definitivo tramonto dell’ellenismo nella sua antica culla ionica, mentre a fine ottobre l’esercito di Kemal sarebbe entrato ad Aivalì, cittadina greca sulla costa dell’Asia Minore, in cui l’autore di Il numero 31328 era nato e vissuto.

La sempre interessante casa editrice Medhelan ci presenta così nella sua prima edizione italiana integrale, tradotta direttamente dal greco ad opera del curatore Francesco Colafemmina, uno delle più importanti e potenti testimonianze letterarie contro la guerra e le sua conseguenze del ‘900. Un secolo che, nonostante gli sforzi politici, filosofici e ideologici destinati ad esaltarne il sostanziale miglioramento della qualità della vita collettiva si è rivelato di gran lunga quello più sanguinoso della storia, come ha tenuto a sottolineare lo storico inglese Niall Ferguson2.

Un secolo di cui la Shoa più che costituire un’eccezione, come vorrebbe la vulgata più frequente, rappresenta una delle versioni più crudeli, accompagnata però dai campi di concentramento realizzati nel Sud Africa boero per le detenzione delle popolazioni ribelli, dal massacro degl Armeni durante il primo conflitto mondiale, dalla anticipatrice chiusura nelle riserve, altri autentici campi di concentramento genocidari, dei popoli nativi americani su su fino agli attuali massacri di Gaza e del Libano, che però affondano ancora le loro origini nella dissoluzione e divisione imperialista dell’Impero ottomano e, paradossalmente, proprio nella Shoa, passando per i pogrom nei paesi dell’Est pre-Rivoluzione di Ottobre, le guerrer balcaniche degli anni ’90 e mille altri esempi ancora che non sarebbe possibile qui elencare tutti.

Ciò che ci narra Venezis appartiene, come Se questo è un uomo di Primo Levi, all’espressione più elevata e dolorosa di una di queste, purtroppo, tante esperienze di cui non sempre è rimasta traccia o memoria scritta di coloro che le vissero in prima persona. Cruda e spietata cronaca del genocidio dei greci dell’Asia Minore, Il Numero 31328 è racconto autobiografico, ricco di fatti circostanziati, luoghi e personaggi realmente esistiti e, allo stesso tempo, documento straordinario di una pagina oscura del Novecento.

Come ci racconta nella sua Prefazione Antonia Arslan, la prima edizione italiana del romanzo era comparsa nel 1947 (tradotta dal francese e non dal greco come la presente) con il titolo modificato in La grande pietà. Titolo fuorviante non solo perché tralasciava quel numero che indicava come tutti gli esseri umani sottoposti a prigionia non risultino essere altro che numeri per i loro carcerieri, ma anche perché sottolineava un sentimento scarsamente presente tra le pieghe di un romanzo che mostra invece, esattamente come quello di Primo Levi di cui la prima edizione uscì per un piccolo editore proprio nel 1947, come nelle condizioni della schiavitù e della forzata sottomissione al volere degli aguzzini la disumanità trionfi sia tra questi che tra coloro che devono e vogliono sopravvivere. Ad ogni costo.

Ilias Venezis, pseudonimo di Ilias Mellos, è considerato fra i massimi narratori greci del Novecento. Nato ad Ayvalik in Asia Minore (1898-1973). Venezis, tra i massimi esponenti della generazione della letteratura degli anni ’30 e visse nel 1922 la tragica e violenta fine dell’ellenismo anatolico. Successivamente, dopo la drammatica esperienza della prigionia nei campi di lavoro turchi, insieme ad oltre un milione di profughi, si sarebbe trasferito a Lesbo. Dove ebbe inizio il sodalizio con lo scrittore Stratìs Myrivilis. Autore di una famosa trilogia dedicata allo sradicamento (Il Numero 31328, Tranquillità e Terra Eolica, tutti pubblicati in Italia dalle edizioni Medhelan), Venezis scrisse libri di racconti, romanzi, opere teatrali e fu nominato membro dell’Accademia di Atene nel 1957 oltre che presidente del festival cinematografico di Salonicco dal 1963 al 1966.

La sua trilogia, sulla quale si spera di poter tornare ancora su Carmillaonline, costituisce uno straordinario esercizio di memoria, in cui la poesia serve a mitigare o ad esaltare la tragicità dei fatti narrati oppure la dolcezza dell’infanzia e della storia famigliare e collettiva di un’intera comunità destinata ad essere spazzata via dalle peggiore delle cancrene, quella del nazionalismo e della memoria conservata con l’esclusivo fine della vendetta “destinata” a venire, sia per una che per l’altra delle parti in causa.

Così pur narrando le violenze, gli stupri, il sadismo esercitati dai soldati turchi e dai loro ufficiali sugli uomini, tanti, e le poche donne di origine greca al seguito dei battaglioni del lavoro, l’autore non dimentica di elencare le ingiustificate atrocità perpetrate dalle truppe elleniche e dai volontari al loro seguito durante l’occupazione di Pergamo sui civili e sui militari turchi. In un continuo rinvio di violenze subite, vendette perpetrate, abusi e uccisioni di cui a far le spese sono spesso i civili di ogni genere ed età.

È andata anche la “bimba”. La lasciammo l’altro giorno in un burrone. Dall’alto se ne stava appesa a una montagna molto brulla e molto liscia. E sotto scorreva un fiumiciattolo. Ah, era bello!
Non la seppellimmo – questi sono lirismi, non avevamo tempo per la pura poesia. Rispettammo la sua dignità di restarsene sola sotto il cielo.
Quando si distese per terra, incapace di procedere, mezza svenuta, il comandante del distaccamento esitò per un attimo. Era lo stesso che avevamo ieri, non avevamo cambiato posa. Due volte si era “espresso” con lei ieri. Ci disse di trascinarla, ma si accorse poco dopo che era inutile. Allora riconobbe che si trattava di una risorsa che non aveva più nulla da offrirgli.
Guardò in basso. L’acqua scorreva in mezzo a grandi rocce. Eravamo ad una altezza, lì, di oltre dieci metri. Avvicinò piano il suo piede, esitò, poi spinse con freddezza3.

Privo di odio verso i carnefici l’autore, in un articolo pubblicato nel 1972, affermava ancora:

Siamo un paese il cui destino è quello di pagare il movimento della storia con il dolore e con il sangue. Dai tempi antichi ci giungono i ricordi, le favole, le lacrime. Le nostre madri per addormentare i loro figli non hanno da raccontargli favole liete che parlano di uccelli e di boschi. Gli narrano di negri e corsari, di ammazzamenti e carestie. Le nostre canzoni hanno il ritmo austero della nostra amara sorte, e gli uccelli e gli alberi parlano nelle nostre canzoni per poterci alleggerire il cuore, ma anche per tenere vivo il ricordo. Ogni cosa per noi qui esiste per tener vivo il ricordo. Siamo il popolo della memoria […] Dunque – diciamo noi alla sponda orientale dell’Egeo – se cercate di cancellare la nostra storia, il nostro sinassario e il nostro martirologio – questo non possiamo farlo. Pure, sappiamo fare qualcos’altro di onorevole e profondo: possiamo non portare rancore. Per questo, senza cancellare la nostra storia, aiuteremo così l’affratellamento dei nostri popoli: metteremo nella nostra porzione tutto quel che abbiamo sofferto, così tanti secoli di odio, la nostra afflizione e lo sradicamento. E dall’altra parte ci metteremo il nostro amore per la pace, la coscienza della necessità che i nostri popoli non si ritrovino più in guerra e stermini4.

Scritto con una prosa essenziale, vivida e straziante, Il Numero 31328 è «la protesta di un uomo contro la guerra» che anticipa, anche nel semplice numero di matricola inciso su un pezzo di latta, gli orrori dei campi di sterminio della Seconda guerra mondiale, del Gulag e di tutti gli altri, precedenti e successivi, ma lancia anche attraverso il tempo un messaggio imprescindibile per chiunque voglia ricostruire o ricostituire un’autentica gemeinwesen. Una comunità umana al di là degli orrori dell’attuale modo di produzione, delle sue guerre spietate e dei suoi ingiustificabili e tragici nazionalismi.


  1. Come ben ci spiega Francesco Colafemmina nella sua postfazione al testo di Venezis: Il numero 31328 e la catastrofe dell’Asia Minore, pp. 285-298.  

  2. Si veda: N. Ferguson, XX secolo, l’età della violenza, Mondadori, Milano 2008 e N. Ferguson, Il grido dei morti, Mondadori, Milano 2014.  

  3. I. Venezis, Il numero 31328. Il libro della schiavitù, traduzione e postfazione di Francesco Colafemmina, Edizioni Medhelan, Milano 2026, p. 97.  

  4. I. Venezis, De Profundis, sul quotidiano «TO VIMA», 1972 ora in I. Venezis, op. cit., p. 280.