di Giovanni Iozzoli

Michele Colucci, Giuseppe Di Vittorio cittadino del mondo. Una biografia tra sindacato e internazionalismo, Carocci editore, Roma, 2026, pp. 260, € 23,00

È da poco in libreria questo importante volume di Michele Colucci – primo ricercatore presso il CNR – che ha il merito di offrire al lettore un’altra dimensione, spesso ignorata o trascurata, dell’azione e della figura di Giuseppe di Vittorio, la personalità più carismatica della storia sindacale italiana. Il nome di Di Vittorio è stato spesso associato, quasi per riflesso automatico, ad un’idea di “arretratezza rurale”, espressione di un Mezzogiorno arcaico e immodificabile, da cui, grazie alla formazione educativa dell’azione sindacale, un povero bracciante si emancipa fino a diventare segretario generale del più grande sindacato italiano. Se nel percorso biografico di Di Vittorio alcuni di questi elementi sono oggettivi – la mancanza di scolarizzazione, l’originaria condizione bracciantile –, un racconto appiattito su questi elementi rischia di farne una figura anacronistica, pittoresca o, peggio, un esempio di self made man ante litteram che “si fa strada nella vita”. Queste letture rappresenterebbero l’esatto opposto del quadro valoriale, politico e ideologico che segna la biografia militante di Di Vittorio: ribelle per vocazione, leader naturale, instancabile tessitore di trame sovversive dai primi del secolo fino alla nascita della Repubblica.

Colucci infatti valorizza ed elabora un elemento essenziale, nella traiettoria umana e politica di Giuseppe Di Vittorio: il suo rapporto con il mondo, con il proletariato internazionale, con i movimenti operai e sindacali che agitano il continente a cavallo tra le due guerre. Un’impronta che lo formerà nei lunghi anni della latitanza, nell’ambiente del fuoriuscitismo e nella sua responsabilità di dirigente sindacale internazionale. Altro che arretratezza contadina: Di Vittorio si muove con disinvoltura dentro ambienti, contesti geografici e politici che lo formano come leader operaio di statura internazionale, in grado di esercitare il suo ruolo di avanguardia tra il cuore dell’Europa e la giovane Unione Sovietica.

Alla luce della necessità di ricomporre le tante stagioni che lo hanno visto protagonista, la prospettiva dello sguardo internazionale è particolarmente stimolante, anche perchè è evidente che funziona sia come risorsa cui attingere in momenti difficili sia come elemento che nella stessa biografia consente di mettere in relazione i diversi ambienti che ha frequentato e i differenti periodi storici che ha vissuto. Un esempio […] la risposta all’esecuzione di Sacco e Vanzetti. Quando i due anarchici italiani vengono giustiziati negli Stati Uniti, ad agosto 1927, Di Vittorio si trova da pochi mesi esule a Parigi. Nel giro di poche ore è uno dei protagonisti della pianificazione e della realizzazione della rivolta di piazza che segue la loro morte: verrà per questo espulso dalla Francia (pag. 13).

Del resto, lo stesso universo bracciantile da cui Di Vittorio proveniva, non era già più il residuo semifeudale del Mezzogiorno arcaico; si trattava piuttosto di un mondo già segnato da imprese agricole di grandi dimensioni e abbastanza meccanizzate. Il giovanissimo Di Vittorio lavora sì la terra, ma impatta anche presto con le forme moderne dell’azienda capitalistica, dentro un territorio, la Capitanata, che già conosce da anni le lacerazioni sociali e le forme organizzate che la lotta di classe novecentesca sta generalizzando ovunque.

Gli eventi che si susseguono in Capitanata tra il 1909 e il 1914 ripropongono ciò che è avvenuto nel parmense con il grande sciopero agrario del 1908 e prefigurano relazioni e connessioni con le mobilitazioni che negli stessi anni vengono organizzate dal sindacalismo di classe negli Stati Uniti. Le cronache sugli scioperi a Cerignola scritte da Di Vittorio sono impaginate sulle colonne de “L’Internazionale” di fianco a quelle sui fatti di Chicago, di New York, di Paterson, di Lawrence (pag. 15).

In quella fioritura di organizzazioni e mobilitazioni contadine, il giovane Di Vittorio era emerso subito quale agitatore efficace e temuto. Suggestive le pagine sulla creazione del Circolo Giovanile Socialista a Cerignola, che sembrano evocare scenari attuali e prassi ricompositive, quasi da centro sociale ante litteram:

La nascita del Circolo rappresenta una novità dirompente nella storia di Cerignola, proprio a partire dalla ricomposizione tra città e campagna proposta da Di Vittorio. La struttura nasce per organizzare tutti quei lavoratori giovani e giovanissimi che di giorno lavorano dispersi nelle campagne ma che possono ritrovare una loro unità nell’ambito delle attività proposte dal Circolo, non solo in un’ottica di battaglie sindacali ma più in generale in chiave di emancipazione culturale e sociale. Grazie al Circolo giovanile, i ragazzi e le ragazze hanno la concreta possibilità di vivere un’alternativa all’alcolismo, si ritrovano la sera a cantare le canzoni di lotta in giro per la città, si rendono visibili fondando una nuova forma di socialità che per Cerignola rappresenta una grande novità, insieme all’autorganizzazione e alla rivendicazione di servizi fondamentali quali l’ambulatorio popolare e la scuola serale. […] Il posizionamento del Circolo è rivolto verso l’orientamento del sindacalismo rivoluzionario, in sintonia con la Camera del Lavoro di Parma (pag. 43).

Il movimento operaio italiano vive una fase di forte fluidità e Di Vittorio sta dentro questo magma di proposte, battaglie, feroci discussioni. Nel giro di quattro anni si passa dall’antimilitarismo contro la guerra coloniale in Libia, alle suggestioni interventiste a cui cede anche una parte del sindacalismo rivoluzionario. Questa articolazione delle posizioni dentro al campo operaio sarà il terreno di travaglio e formazione più aspro, per il giovane Di Vittorio.

La guerra irrompe in modo clamoroso all’interno del socialismo, delle organizzazioni sindacali, nelle formazioni anarchiche, nel mondo democratico: il dibattito su quale posizione prendere dilaga. Gli ambienti più vicini a Di Vittorio sono dilaniati dalla scelta. Si profilano due alternative, tra le quali lui stesso cerca di barcamenarsi senza prendere una posizione chiara per diversi mesi, almeno fino al dicembre 1914. […] Per gli interventisti, la guerra rappresenta una doppia occasione: combattere direttamente il militarismo tedesco e favorire a partire dal contesto bellico una dinamica di rottura rivoluzionaria. […] Il settore dei contrari all’intervento è convinto che in Italia, sulla scia delle battaglie contro la guerra in Libia, la gran parte delle masse sia istintivamente contraria alla guerra, ma i tentennamenti e le ambiguità dei dirigenti politici e sindacali possono rappresentare un grave rischio, anche alla luce delle tensioni militariste sempre più diffuse nella società” (pag. 69).

Anche dentro questo drammatico dibattito, l’autore evidenzia la visione globale del giovane Di Vittorio: l’arena mondiale è il vero terreno della lotta di classe, contro ogni approccio localista o provincialista. Nel 1924 Di Vittorio sceglie il PCD’I dopo aver partecipato in Unione Sovietica ai lavori del V Congresso mondiale della Terza Internazionale. L’epoca della fluidità ideale e organizzativa si è conclusa, lo sguardo si allunga definitivamente sul mondo, ma poggiando sulla roccia solida della bolscevizzazione.

Si apre una fase nuova: alla chiusura sempre più stringente e oppressiva degli spazi di libertà in Italia, si affianca la prospettiva dell’apertura di uno spazio di cooperazione globale incentrato su un luogo, l’Unione Sovietica, cui aveva guardato con estrema curiosità fin dalle prime notizie giunte dopo gli eventi del 1917. Non è più soltanto un auspicio o una speranza, è un livello concreto con cui si deve misurare, a partire dalle responsabilità che il gruppo dirigente comunista intende affidargli (pag. 101).

Quindi, sempre la dimensione internazionalista come fondante: trovando nel 1936 un terreno centrale nella battaglia contro il colonialismo italiano in Etiopia, il razzismo di regime e la sua pretesa missione “civilizzatrice”. Di Vittorio fa sue le parole profetiche di Marx: nessun popolo che anela alla libertà, può conculcare quella di altri popoli.

Gli anni dell’esilio sono un tourbillon frenetico e fecondo. Qui emerge il Di Vittorio più noto, rifugiato in Svizzera, in Germania, in Belgio – ma soprattutto a Parigi: “la città dove Di Vittorio riesce a raggiungere gli obiettivi politici più importanti, sperimentando alleanze, aggregazioni, interventi politici e sindacali che costituiscono un laboratorio di straordinaria importanza”. Agitatore metropolitano in Europa e poi commissario politico di brigata nella guerra di Spagna. E di nuovo, di ritorno dalla Spagna, instancabile costruttore di strutture, giornali, comitati e associazioni che tengono insieme il carattere pubblico e quello clandestino tipico del lavoro politico di un esule-latitante.

Dopo il 1943 – nel periodo che va dal Patto di Roma alla nascita della Repubblica, con la nuova centralità assunta della CGIL e il complesso equilibrio in seno alla Federazione Sindacale Mondiale – Di Vittorio consolida il suo ormai maturo protagonismo. Gode di un autorevolezza, nello scenario interno e mondiale, che gli permette di polemizzare con il mondo politico e sindacale di stretta osservanza sovietica, dopo i fatti ungheresi del ’56. Ma questa sua caratura – e il mito che ancora evoca la sua storia – vanno ricercati proprio in quel percorso di apertura al mondo che da Cerignola lo proietterà nella dura ed esaltante vicenda dell’esilio. Del Di Vittorio internazionalista e “cittadino del mondo”, ci parla Colucci in questo volume denso e interessante che sicuramente va consigliato a chi considera la storia del movimento operaio non un reperto archeologico, ma un libro aperto da interrogare.