di Valentina Cabiale

Emmanuel Carrère, Kolchoz, Adelphi, pp. 407, euro 22,00 stampa

Quasi a metà libro, Carrère riporta una frase di Jean-Paul Sartre: conta ciò che facciamo di quello che è stato fatto di noi. Sì, ma quello che è stato fatto di noi è importante, rimarca Carrère. Il luogo da dove veniamo, il contesto e le situazioni che hanno formato coloro che ci hanno educati e cresciuti; contano le scelte dei nostri genitori. Avere una madre che come amici di gioventù ha avuto non Romain Gary ma dei collaborazioni dei tedeschi e del regime di destra nella Seconda guerra mondiale –  in particolare Robert Brassillach, scrittore giustiziato alla fine della guerra – conta, per i figli. Non ci possono non essere differenze tra chi ha avuto come nonno Vladimir Nabokov e chi invece Georges Zourabichvili, collaborazionista dei nazisti nato nello stesso anno di Nabokov, il 1899, e che il nipote, ovvero Carrère stesso, ha raccontato in Un romanzo russo (prima edizione italiana Einaudi, 2009). È per questo che leggere Kolchoz, racconto della memoria ricostruita della sua famiglia, aiuta a comprendere molto anche dello scrittore stesso e della sua letteratura (nei contenuti come nelle forme).

Dalla vertiginosa dimensione verticale (la narrazione degli avi) delle prime pagine emerge ben presto la figura principale, ovvero la madre, e la famiglia di lei, che Carrère non avrebbe potuto ricomporre in poco tempo senza il lavoro di ricerca e di raccolta di documentazione già fatto dal padre ed ereditato dallo scrittore alla morte del genitore, pochi mesi dopo quella della madre. Il padre era un genealogista e archiviava tutto. La madre, Hélène Carrère-Dencausse, nata Hélène Zourabichvili, è stata una figura molto nota in Francia, studiosa della storia e della cultura dell’Unione Sovietica prima e della Russia poi, autrice di grandi sintesi storiche e ideologiche e, fondamentalmente, una intellettuale di destra. Nata nel 1929, discendeva da una famiglia russa e da una georgiana; verso la prima, quella per parte materna, il padre di Emmanuel ha speso le maggiori attenzioni, attratto dall’aura di fascino della nobiltà russa decaduta (è una delle famiglie aristocratiche che fuggirono in Europa con la rivoluzione del 1917).

Hélène è stata una donna dura, impegnatissima, mondana, amante dei riconoscimenti ma nello stesso tempo una madre affettuosa, generosa e una incrollabile ottimista.

Come gli affezionati di Carrère ben  sanno, madre e figlio non si sono parlati per diversi anni dopo l’uscita di Un romanzo russo: Hélène gli aveva proibito di raccontare la vicenda del nonno Georges  (il padre di Hélène), scomparso durante la liberazione di Bordeaux, quando la figlia era quindicenne, probabilmente giustiziato dai gruppi dei FTP (Franchi tiratori e partigiani). Un uomo cupo, sfuggente, irrequieto, forse bipolare (a ipotizzarlo è lo stesso Carrère, che soffre dello stesso disturbo). Una figura sulla quale nella famiglia dello scrittore è presto calato un velo di omertà: “non bisogna dire niente”, veniva ripetuto continuamente a Nicolas, il fratello di Hélène.

La memoria viene nascosta, alterata. Segue percorsi tortuosi, per lo più allontanandosi da noi. Leggendo Kolchoz scopriamo da dove è nato I baffi, il terzo romanzo di Carrère e suo primo successo: il racconto gogoliano di un uomo che si taglia i baffi quasi per scherzo, e attende invano che la compagna se ne accorga – ma a lei pare che lui i baffi non li abbia mai avuti. Un romanzo che fa impazzire il lettore tanto quanto il protagonista (chi scrive non è riuscita a terminare il libro per l’angoscia che suscita quel mancato riconoscimento) e che racconta la fragilità della nostra identità e quanto il suo improvviso misconoscimento possa avvenire anche da parte delle persone a noi più vicine. Una linea sottilissima separa la nostra esistenza reale (almeno in apparenza) dalla voragine dell’assurdo, del grottesco, del tragico. Gli altri ci vedono a modo loro e possono non notarci affatto. I baffi del protagonista (un pezzo di sé) assurgono a elemento autonomo, come il naso del racconto di Gogol’, che si rifiuta di tornare a noi. Carrère li ha ripescati da una materia memoriale comune a lui e alla madre, ma pure niente affatto condivisa. In una delle ultime volte che i familiari hanno visto Georges Zourabichvili, prima che venisse prelevato da tre uomini armati di mitra, egli mostrava un rettangolo di pelle bianca al posto dei baffi consueti. Eppure Hélène, in qualche modo come la compagna del protagonista nel romanzo, sosteneva di non ricordare quel ritorno del padre senza baffi, nel dopoguerra, come se a un certo punto il suo inconscio avesse cancellato quel dettaglio (forse perché rimandava a un uomo che tentava di nascondersi? E che stava per morire?).

Leggendo Kolchoz scopriamo che non per caso il primo libro pubblicato da Carrère, sviluppando la sua tesi di laurea, è stato un libro di anti-storia, Ucronia, uscito in Francia nel 1986 (pubblicato in italiano da Adelphi nel 2024). Fare ucronia significa cambiare il corso del tempo già avvenuto, della storia irrevocabile. È una rivolta al passato, uno scandalo. Studiare le ucronie, le storie immaginarie deviate a partire da un punto reale della storia, è il contrario dello studiare la storia così come è avvenuta, il contrario di quello che ha fatto Hélène. A dire il vero non è proprio così, perché i regimi totalitari lavorano sempre di ucronia, come lei stessa ha fatto notare al figlio. U-topia nessun luogo, U-cronia nessun tempo: luoghi e tempi che non esistono, ma mentre utopia non ha bisogno del qui, di un luogo reale di partenza – le utopie sono raccontate quasi tutte all’interno di racconti di viaggi e spesso si materializzano in isole poste lungo un tragitto verso l’ignoto, perché di spazio ce n’è abbastanza per credere ragionevolemente all’esistenza di luoghi non ancora noti –  ucronia si innesta nella storia già accaduta. E lì di spazio, anzi di tempo, non ce n’è, è tutto già occupato. È la storia vera nella quale a un certo momento è successo qualcosa di diverso, a partire dal quale i fatti divergono. Il vero oggetto di interesse di Carrère però è l’individuo, l’ucronista. Scriveva in quel libro: “Essere un ucronista, anche su un piano personale, significa trovarsi da solo contro tutti, non poter contare, per l’appunto, sull’approvazione degli altri, del senso comune, della memoria condivisa”. L’ucronista è paurosamente vicino ad essere considerato alla stregua di un complottista, di qualcuno che nega la realtà comunemente approvata. Vicino al falso storico. Quel saggio di Carrère si chiudeva sulla letteratura, definita “il senno di poi”. Tutti i personaggi letterari vivono “come se” esistenze “sottratte all’impoderabile peso della realtà”. Mentre la letteratura di Carrère, che ha le sue radici in quell’interesse anti-materno per le ucronie, si avventurerà negli anni a venire nel territorio della realtà; nelle vite (e nelle finzioni) degli altri dentro il passato che resta quello che è stato. Lo scrittore lascia la storia com’è, i fatti gli eventi le date, ma reinventa le persone: Limonov (2011) ne è l’esempio più noto, oltre ad essere una contro-narrazione della Russia, dove i nomi della grande Storia, quelli studiati dalla madre, ci sono tutti ma il protagonista è un altro.

Carrère compone una letteratura ucronica dal di dentro, senza bisogno di deviazioni a partire da un punto noto ma, nello stesso tempo, insegue la verità con rigore pur nel rischio di perdere i rapporti con le persone a lui vicine. È cresciuto credendo nella versione della storia della sua famiglia costruita dalla madre, e nella sua visione della vita. Ma già adolescente si è avvicinato a Nicolas, lo zio, fratello di Hélène che – educato invece nella menzogna, nel grande nero intorno alla figura del padre – gli ha trasmesso la sua ossessione per la verità. Meglio il conflitto piuttosto che vivere in una dissonanza cognitiva e distopica (“credere a qualcosa a cui in realtà non si crede, ritenere vero qualcosa che si sa falso”) che per Carrère è stata una delle caratteristiche principali della vita nell’Unione Sovietica, un universo capovolto riproposto nel piccolo della vita di ogni famiglia.

La costruzione di realtà parallele, la persistenza e la difesa di quelle realtà sono state al centro del romanzo L’avversario, incentrato sul caso Romand (un medico francese che nel 1993 ha sterminato la famiglia dopo aver mentito sistematicamente per anni), che ha tenuto impegnato Carrère per lungo tempo nell’ultima parte degli anni Novanta.

Ma la questione non risiede soltanto nel distacco progressivo tra quello che davvero siamo e facciamo, e l’immagine, la figura, la persona costruita conformemente alle aspettative degli altri e in primo luogo di noi stessi; molti dei nostri sforzi e buona parte della nostra energia psichica e intellettuale sono volti a mantenere ben salda una semplice teoria, una opinione, una visione delle cose, perché è quella che ci rappresenta meglio. Hélène Carrère-Dencausse, mancata nell’agosto del 2023, deve aver sperato (una ucronia personale) che si potesse riscrivere la storia dei suoi ultimi anni. Lei che aveva predetto con largo anticipo il crollo dell’Unione Sovietica, ha sottovalutato invece Putin, sostenendo fino a pochi giorni prima dell’inizio della guerra in Ucraina che mai e poi mai avrebbe invaso il suolo ucraino; che era un uomo brutale sì ma razionale. È stato uno smacco forte, irrecuperabile, che ha segnato fortemente l’ultimo periodo della sua vita, e orientato il giudizio sul suo approccio filorusso. Il figlio si discosta, forse persino con troppa radicalità, dalla visione (di una vita) della madre, condannando la Russia contemporanea senza se e senza ma, e senza neppure un accenno ai lati oscuri della controparte ucraina. La Russia per i Carrère è una “questione di famiglia” : “il nostro asse verticale”, scrive al termine del primo capitolo, anche nella consapevolezza che senza la Rivoluzione di Ottobre lui stesso non sarebbe mai esistito e mai avrebbe potuto “fare kolchoz” con la madre e le sorelle, come chiamavano da bambini – prendendo a prestito il termine dato alle tipiche aziende agricole comuniste – il dormire tutti insieme nel letto grande.

Kolchov è, tra le altre cose, il racconto del crollo della Russia nel cuore di Carrère e ci si può chiedere quanto di questo abbia a che fare con la necessità (l’urgenza, la speranza, la critica che si avvicina a un omaggio) di essere da contrappunto alla madre. La storia immaginaria contro la storia reale. Lo scrivere usando la prima persona singolare, che la madre trovava detestabile preferendo la terza persona e l’impersonale. L’interessarsi alla Georgia dove invece la madre – che pure discendeva da georgiani per il lato paterno – non è mai andata. Eppure, nella trama delle divergenze accadute o cercate, ricostruire la verità, e la verità di un amore (in questo caso, tra un figlio e una madre), comporta di dover riempire i vuoti con delle congetture. Il retaggio della formazione ricevuta, di quel “che è stato fatto di noi”, non impedisce la pietà filiale, non smemora dell’attaccamento fortissimo provato da bambino. E se Kolchoz è anche il racconto del disamore presto sorto tra i genitori, è soprattutto una testimonianza del potere che quel “senno di poi”, la letteratura, ha di mondare le parole ambigue, le menzogne, gli errori, le prepotenze, le debolezze, i non detti, e lasciare l’essenziale, almeno quello sperato, che persista a memoria di quello che siamo stati nel migliore dei casi e dei giorni.

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