di Franco Pezzini

Emanuela Cocco, Come ama il buio, pp. 336, € 19, Nottetempo, 2026.

Senza spoilerare (ma un pochino sì, quindi prendete i vostri punti di vista) partiamo da quattro omicidi nella Roma contemporanea: in apparenza un caso rognoso, ma con un possibile movente economico alla grossa identificabile. Poi però ci accorgiamo che il movente può essere un altro, connesso fino a un certo punto e con un altro colpevole, e arriviamo a ricostruire un quadro più completo. Peccato per la nostra presunzione di risolutori che ora vada tutto ripensato: e fin qui l’intelligenza di un poliziesco che “afferra”, che afferra anche lettori non troppo appassionati al genere giallo in astratto, perché la narrazione incalza con gusto, intriga, cala carte inattese – e di narrazioni che intrighino abbiamo tutti bisogno, amiamo o non amiamo il poliziesco.
Ma, come per lo sviluppo del caso, questo è solo il primo step da considerare, quello in fondo atteso e benvenuto – ma anche più ovvio – nella lettura di un romanzo di genere: perché c’è un gradino ulteriore, evidentissimo. E cioè il fatto che Come ama il buio abbia dalla sua – e, vorrei dire, parlarne ha senso anzitutto per questo – una voce straordinaria. Una cura della parola, un’attenzione al lessico superba, una puntualità di definizione psicologica realmente magistrale. Non si può soltanto (non è sbagliato, ma limitativo) parlare di sguardo cinematografico, perché la cura per i singoli passaggi, la descrizione dei singoli profili, oggetti e spazi è squisitamente narrativa, presuppone scelte espressive nette e proprie, modulate con cura. Per cui non solo visione, ma anche olfatto, tatto, percezione della temperatura… L’autrice valorizza le proprie competenze drammaturgiche non solo attraverso i dialoghi e le introspezioni dei personaggi, ma facendo parlare le cose (sia pure in modo diverso che nel suo incredibile Trofeo, Zona 42, 2023): oggetti d’indagine, frigoriferi, una Roma estenuata e fiatante del calore estivo, ambienti che sembrano restituire le voci dimesse o pretenziose, sofferte o ripiegate di chi vi getta (o ha gettato) ombra. Il passo narrativo è quello di un’autrice di vaglia (del resto, per averne conferma basta avvicinare la sua produzione precedente, o assaggiare le sue lezioni online), che sa dissipare come once di polvere vecchia i pregiudizi sull’impossibilità di un genere popolare di vantare connotati genuinamente letterari.
Ma come certe scale a pioli che aprendosi permettono di salire dai due lati, e si incernierano al culmine, anche qui c’è un terzo livello – apprezzabile sia dal punto di vista della buona tecnica di un genere poliziesco che da quella di un convincente spessore narrativo. Ed è il discorso sul tipo di originalità della storia in questione: che non è la corsa alla variante strana, il connotato “speciale” del detective (la storia del poliziesco ne è costellata, dalla cocaina alle orchidee, ma capita oggi di sentire autori di polizieschi tutti fieri di trovate naïf di nessuna autentica originalità). In questo caso è vero, la protagonista ha alcune ben definite peculiarità, ma non c’è alcuna corsa velleitaria al famolo strano (intendo il giallo): quel che l’autrice valorizza, lo specifico più indimenticabile è la qualità interiore dei suoi personaggi, l’umanità superbamente descritta e con l’originalità di un’attenzione autentica – comprese riflessioni sul rispetto dell’autonomia dei figli, l’empatia verso le vittime di narcisismo e sguaiato desiderio altrui, il mancato giudizio sull’alterità e un sano realismo nelle dinamiche sociali. Questo è davvero connotante.
Il discorso non concerne insomma soltanto la protagonista Toni Montixi, commissario della Mobile, sopravvissuta da bambina a un trauma che l’ha sfondata interiormente e la risucchia a volte in una dimensione altra, concedendole una specie di strana seconda vista: come aveva spiegato il padre preoccupato tanto tempo prima, “Mia figlia non sa difendersi dai morti”. Non è un caso che la sua squadra la studi con ammirazione e un po’ di paura, come una sciamana incomprensibile: ma con la stessa sensibilità scevra da ingerenze improprie lei sa guardare ciascuno di loro nelle rispettive debolezze caratteriali, nei fallimenti umanissimi e dolenti, nelle buffe insicurezze.

“Ha detto che non devo mai più avvicinarmi a lei, perché sono un poliziotto, un disgustoso poliziotto di merda che sa solo fare domande”.
“È così, ha ragione. È il nostro mestiere ma con lei la devi smettere. La devi smettere, hai capito?”
“Non posso”.
“Allora ha ragione lei, sei solo un poliziotto di merda se ti importa sapere cosa è successo più di quanto ti importi di lei, più di tutto”.
“Non capisci”.
“Invece lo capisco anche troppo. Perché volete sapere tutto, a ogni costo, volete sapere cosa è successo anche quando vi viene detto che non è possibile. E a volte non è possibile”.

Dove il buio del titolo non riguarda però tanto i fallimenti umbratili nei rapporti familiari, come nel caso di Toni e suo padre, o dello spigoloso collega della citazione nei confronti della propria figlia. È semmai qualcosa che si allarga in forma collosa a un’intera società di predatori – e quelli che non uccidono i corpi ma le anime sono per certi versi persino più allarmanti, perché socialmente accettati e magari premiati. Inevitabile a quel punto, e pur con tutte le empatie del caso (l’autrice l’ha dimostrato fin da prove piuttosto risalenti), erigere difese contro i morti che ovviamente vogliono vendetta: ma come Montixi anche il lettore diventa partecipe e confidente medianico di quel loro insondabile buio. E senza semplificazioni sciatte sul nesso tra personalità degli autori e qualità delle opere (a volte meravigliose sotto la penna di autori farabutti), una certa profondità umana non si inventa per la carta stampata e uno deve averla dentro. Onore dunque all’autrice.
Toni Montixi ha tutte le caratteristiche per diventare un eccellente personaggio seriale e permetterci di sapere di più sulla sua antica catabasi, sul ritorno almeno parziale alla vita, sulle difficoltà nei rapporti col padre: e la spada di Damocle della crepa che rischia di inghiottirla tra i morti rappresenta un elemento di tensione che potrà accrescere il frisson della serie. Ma l’attenzione all’interiorità e alle relative aggressioni sottolineata del terzo step di cui in discorso non si esaurisce in buona tecnica narrativa o in felici risultati editoriali di questo volume: ci fa pensare, forse ci sollecita, pretende da noi un’attenzione più acuta sul bastione dei morti – delle morte – di questa società. Se no, per noi resteranno solo parole e tanto buio attorno.