Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Fri, 18 Oct 2019 01:00:21 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.12 La storia di un estremismo operaio https://www.carmillaonline.com/2019/10/17/la-storia-di-un-estremismo-operaio/ Thu, 17 Oct 2019 21:01:33 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=55218 Chicco Galmozzi, Figli dell’officina. Da Lotta Continua a Prima Linea: le origini e la nascita (1973- 1976), Derive Approdi, Roma 2019, pp. 240, euro 18,00

[E’ difficile, ancora a distanza di decenni, vedere affrontata la storia della lotta armata e delle sue organizzazioni in Italia senza che questa sia ammantata da una serie di paramenti sacri ideologici o di memorie giustificazioniste che rischiano, quasi sempre, di far affondare la Storia in un mare di problematiche etiche, morali o di appartenenza settaria politico-partitica e che finiscono coll’eludere la questione principale: ovvero come sia [...]

La storia di un estremismo operaio è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Chicco Galmozzi, Figli dell’officina. Da Lotta Continua a Prima Linea: le origini e la nascita (1973- 1976), Derive Approdi, Roma 2019, pp. 240, euro 18,00

[E’ difficile, ancora a distanza di decenni, vedere affrontata la storia della lotta armata e delle sue organizzazioni in Italia senza che questa sia ammantata da una serie di paramenti sacri ideologici o di memorie giustificazioniste che rischiano, quasi sempre, di far affondare la Storia in un mare di problematiche etiche, morali o di appartenenza settaria politico-partitica e che finiscono coll’eludere la questione principale: ovvero come sia stato possibile che il fenomeno della lotta armata in Italia (non unico nell’Occidente di quegli anni) abbia visto l’adesione di un numero altissimo (questo sì unico) di operai alle sue organizzazioni, sia principali che secondarie.
Ed è invece proprio quello che cerca di fare Chicco Galmozzi con un testo che, nel ricostruire la genesi delle formazioni armate legate a quella che sarebbe poi diventata più nota come Prima Linea, concentra proprio l’attenzione su come tale iniziativa avesse preso forma proprio all’interno della classe operaia e delle sezioni operaie di Lotta Continua, a partire da quella di Sesto San Giovanni. Rivelandosi come uno dei migliori testi pubblicati fino ad ora sulla storia della classe operaia e delle sue lotte nel corso degli anni Settanta. Si potrebbe dire, forse, la Storia che ancora mancava di quella fase della storia della lotta di classe in Italia.
Un’interpretazione che manda a monte sia l’idea dell’ineluttabilità di ogni scelta che quella marxista-leninista, più vicina a quella delle BR, della coscienza importata nella classe operaia dall’esterno ovvero da avanguardie, rivoluzionari di professione e, in ultima analisi, da un’organizzazione politica pregressa.
Qui di seguito vengono presentati due estratti dal testo stesso, il primo tratto dall’introduzione curata da Marco Grispigni e il secondo direttamente dalle pagine di Galmozzi. S.M.]

Il libro di Enrico Galmozzi è importante e utile. Come dice il sottotitolo racconta quello che condusse una serie di persone, soprattutto operai, quelli che un tempo venivano definiti «avanguardie di fabbrica», da Lotta continua alla scelta della lotta armata, e infine alla creazione dell’organizzazione Prima linea. Potremmo dire, seguendo il modello di Guerre stellari, che il libro narra il «prequel» della storia di Prima linea.
Di libri di memorie di chi in quegli anni fece la scelta della lotta armata siamo pieni: pentiti, dissociati, irriducibili un po’ tutti hanno contribuito a questo filone che, specie nei primi tempi,
incontrava un certo interesse del pubblico, alimentato anche dalle campagne forcaiole di gran parte della stampa. «Non hanno diritto di parola», «Devono tacere e ringraziare la magnanimità dello Stato» erano le affermazioni ripetute sulle pagine di giornali e riviste – e sto citando le frasi più «garantiste».
Personalmente, come studioso di quegli anni, anche se non fossilizzato sulle vicende della lotta armata o terrorismo, a seconda di come si decida di nominare quelle vicende, ho sempre pensato che i libri di memoria sono per lo storico un’utile fonte, una delle tante che occorre incrociare per ricostruire il senso e le vicende di qualsiasi periodo. Alcune di queste memorie possono essere particolarmente interessanti offrendo allo studioso il punto di vista, le motivazioni, le reazioni al concatenarsi degli eventi, e spesso le riflessioni a posteriori, di chi visse in prima persona quelle vicende, oltre l’accesso a fonti dimenticate o più difficili da trovare. In altri casi prevale invece il fastidio, specie quando prevale l’approccio autobiografico giustificativo nel quale, indipendentemente dal pentimento o meno per quello che si è fatto, si propone una chiave di lettura univoca di quelle drammatiche vicende. Mi riferisco ai non pochi libri in cui il proprio percorso individuale che dai movimenti (quali che fossero) arriva alla scelta della lotta armata viene letto come un percorso ineluttabile, che va nel senso della storia, per cui l’esito della lunga stagione dei movimenti non poteva che essere la sfida estrema, armata, allo Stato. Questa interpretazione, che nella versione «non pentita» continua a circolare in alcuni ambiti della cosiddetta «sinistra antagonista», mi sembra una ripetizione, in chiave di farsa come diceva il Moro di Treviri, di quelle letture dominanti nella storiografia di fede e osservanza comunista (nel senso del Pci) che leggevano tutta la storia delle prime forme di organizzazione operaie e contadine come l’inevitabile cammino verso i sindacati legati ai partiti storici della sinistra, il movimento operaio, ponendo nell’oblio, o definendo come «primitivi», tutti i filoni che non erano riconducibili in questo schema (che fossero anarchici o semplicemente repubblicani). Senza contare poi quanto questa lettura di quegli anni sia molto simile, anche se di «sinistra», a quella reazionaria per cui chi occupa una scuola, una fabbrica, un’università è un potenziale «terrorista in erba».
Il libro di Galmozzi mi sembra lontano da questo approccio.
Non perché nelle pagine che leggerete scorra una qualche forma di pentitismo, ma perché il percorso del gruppo di operai che abbandonarono Lotta continua per dar vita a Senza tregua e infine, dopo tre anni, a Prima linea non è mai presentato come il percorso ineluttabile e l’unico coerente, ma è semplicemente letto e descritto nel suo flusso, come una vicenda particolare di quel periodostorico, paradigmatica certo (e di qui il suo interesse per lettori che vadano oltre alla cerchia dei «reduci»), ma senza intenzione di spiegare il tutto con la parte.
A mio parere il lavoro di Galmozzi solleva alcuni nodi per l’interpretazione storiografica degli anni Settanta di enorme peso, questioni che vanno anche al di là del tema della violenza politicanelle sue varie forme.
Il primo è proprio il punto di inizio della storia narrata dal libro: il 1973. Galmozzi sottolinea come il tema che conduce alla rottura tra il nucleo di operai che facevano riferimento alla sezione di Lotta continua di Sesto San Giovanni e l’organizzazione è quello del «che fare» dopo la fine dell’occupazione dei «fazzoletti rossi» alla Fiat.
Tutti sono convinti che con la firma del nuovo contratto nazionale dei metalmeccanici si sia conclusa una fase storico-politica. Il lungo e duro ciclo di lotte, iniziato nel 1968 (Galmozzi a questo proposito ricorda, giustamente, che il ’68 in Italia, ma io direi non solo, non fu esclusivamente studentesco, ma anche operaio) si era concluso senza che le organizzazioni della sinistra rivoluzionaria fossero riuscite a conquistare l’egemonia nelle fabbriche sulla classe operaia che rimaneva ancora in larga maggioranza legata ai sindacati e al Partito comunista1. La «spallata» nei confronti del riformismo non era riuscita. Su quale strategia seguire a fronte di questa constatazione si apre una frattura netta in Lotta continua tra l’opzione «neo-istituzionale» della maggioranza del gruppo dirigente del partito (accettata da gran parte dei militanti) e la scelta di radicalizzare ulteriormente il conflitto da parte di chi in quel momento sceglierà di lasciare l’organizzazione […]
L’altro tema del libro che mi sembra di particolare interesse è quello della caratteristica operaia dell’esperienza di Senza tregua. Galmozzi afferma che questa è «la storia di un estremismo operaio».
Nelle ricostruzioni storiche la questione del radicamento nelle lotte di fabbrica raramente viene affrontata. Non parliamo della pubblicistica per la quale l’intera stagione dei movimenti è esclusivamente una questione di «intellettuali in formazione», studenti e qualche operaio. In realtà le lotte di fabbrica che dal 1968 sconvolgono il paese, innescando un ciclo conflittuale che non ha confronti possibili con il resto della storia repubblicana italiana, sono guidate da numerosi operai che fanno riferimento alle principali organizzazioni rivoluzionarie nate in quegli anni. Sono questi operai estremisti che guidano il conflitto, spiazzando le organizzazioni sindacali, costrette per un lungo periodo a inseguire il movimento spontaneo, a coprire modalità di lotta spesso violente, accettandone, parzialmente, gli obiettivi. Questa presenza è stata normalmente nascosta, rimossa. La durezza del conflitto operaio, la violenza esercitata in fabbrica contro capetti, crumiri e, a volte, gli impiegati non è stata oggetto di lunghe e dettagliate analisi.
Galmozzi, che apre il libro con un rapido excursus sulle biografie della ventina di operai che nel 1974 guidano la fuoriuscita dalla sezione di Sesto San Giovanni di Lotta continua, nelle sue pagine ripercorre le forme di lotta e l’eco che ebbero sulla stampa e nel dibattito operaio interno alle fabbriche. La violenza operaia è diffusa in quegli anni; ne sono ben coscienti i sindacati e anche il Pci che ne parleranno esplicitamente solo a posteriori, dopo che la crescita delle organizzazioni armate diviene il problema centrale per la credibilità politica del partito. (pp. 5-9)

La mia opinione personale è che gli operai di Senza tregua avessero una visione più realistica e fossero coscienti che la posta immediatamente in gioco non fosse l’instaurazione del comunismo ma una lotta per la sopravvivenza. Si combatte per non morire, per non sparire come soggetto storico. Questo spiegherebbe anche la particolare curvatura estremista che prenderà la rete operaia successivamente, e il ruolo che avrà nella fondazione stessa di Prima linea. Perché, va detto chiaro, in sede di ricostruzione storica si è parlato sempre del «golpe dei sergenti» come della rivolta del «quadro combattente», ma senza la rete operaia Prima linea non sarebbe mai nata.Gli operai avvertono con chiarezza la percezione di trovarsi nel pieno di grandi processi di ristrutturazione che comporteranno delocalizzazioni e chiusure di intere fabbriche. Su ciò affiora una divergenza di vedute fra la base operaia di Senza tregua e Toni Negri e Rosso. Per questi ultimi, la fabbrica diffusa e l’operaio sociale sono un passaggio che addirittura allude a una fase e un terreno più avanzati per il passaggio al comunismo, per gli operai di Senza tregua, invece, il rischio che si prospetta è la fine di un mondo, del loro mondo. Per altro, non appare infondato sostenere che se la lotta armata nasce in fabbrica, essa muore con la morte della fabbrica. O, per meglio dire, le sopravvive divenendo altro da sé: la lotta armata si farà eco e prolungamento artificiale, pratica che non corrisponde più alle sue ragioni originarie. La scomparsa delle grandi concentrazioni operaie e del soggetto storico scaturito da queste segnerà la fine di una storia.
Se questa sarà stata solo la fine di una storia o la fine della storia, ovvero se apparirà un nuovo soggetto motore del processo di emancipazione e liberazione da tutti i tipi di sfruttamento e di oppressione, solo il futuro ce lo saprà svelare. (p.136)

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Sex and the Magic: il Dumas d’America (III) (Victoriana 28/3) https://www.carmillaonline.com/2019/10/16/sex-and-the-magic-il-dumas-damerica-iii-victoriana-28-3/ Wed, 16 Oct 2019 21:10:56 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=55372 di Franco Pezzini

La mazurka del barone, della Sophiale e della posizione

Cerchiamo di recuperare i fili. 1931, Parigi: in un incrocio trafficato della città, uno sconosciuto porge a Maria de Naglowska (cfr. seconda puntata) un manifestino. Degli editori in viaggio, vi si annuncia, intendono pubblicare una lussuosa edizione del Magia Sexualis di Paschal Beverly Randolph (cfr. prima puntata). Il distributore dei volantini scompare subito, ma una voce – interiore? – annuncia a Maria che sarà per lei, perché ne è degna… A suo dire, circolava la storia di note segrete [...]

<i>Sex and the Magic</i>: il Dumas d’America (III) (<i>Victoriana</i> 28/3) è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Franco Pezzini

La mazurka del barone, della Sophiale e della posizione

Cerchiamo di recuperare i fili. 1931, Parigi: in un incrocio trafficato della città, uno sconosciuto porge a Maria de Naglowska (cfr. seconda puntata) un manifestino. Degli editori in viaggio, vi si annuncia, intendono pubblicare una lussuosa edizione del Magia Sexualis di Paschal Beverly Randolph (cfr. prima puntata). Il distributore dei volantini scompare subito, ma una voce – interiore? – annuncia a Maria che sarà per lei, perché ne è degna… A suo dire, circolava la storia di note segrete di Randolph ancora da trascrivere in modo leggibile e che da un sessantennio una serie di ostacoli avrebbe sempre impedito di pubblicare. A suo dire, e non si hanno conferme indipendenti: dunque potrebbe anche trattarsi – ormai un po’ la conosciamo – di spregiudicata pubblicità dell’opera.

Si è datato l’episodio 1931 in quanto data probabile, lei resta un po’ nel vago: comunque ad aprile 1931 riceverebbe materialmente il manoscritto – proprio in un momento critico per la sua rivista “La Flèche” che rischia di chiudere – provvedendo a tradurlo. Un’operazione magica, sostiene, le permette di scegliere l’editore Robert Télin; ma in realtà dalla pubblicità sul “Figaro” risulterebbe che lo svizzero Télin, che è anche libraio, scrittore e conferenziere attento ai filosofi americani e con un passato un tantino controverso, era già detentore del manoscritto… Teniamo presenti queste due versioni, tra poco ne arriverà una terza.

Comunque l’operazione viene avviata e La Sophiale può consigliare ai lettori di “La Flèche” l’acquisto del volume, le cui copie – garantisce – si esauriranno prima di quanto non si pensi, a sostegno della stessa rivista. Chi abbia letto e studiato Magia Sexualis può non dubitare più che dal sesso, compreso e praticato nel modo corretto, scaturisce la verità. Anche se Maria tiene a sottolineare (nel 1933, sempre su “La Flèche”) un proprio ruolo autonomo dal “celebre americano” indicato come autore: lei non è discepola di Randolph, ma l’annunciatrice di una nuova religione, rivelatale a Roma e da lei riportata con parole umane nell’opera La Lumière du Sexe. Qualcosa che non è in contraddizione con i contenuti di Magia Sexualis, ma sarebbe frutto – spiega – di un’illuminazione diversa. Randolph ragiona come teosofi ed esoteristi della vecchia scuola, cioè in termini individuali e sostenendo l’evoluzione indipendente di ogni particella animica: un’ottica però fondamentalmente  egoistica, generatrice in ultima istanza di tutti i mali del genere umano. Al contrario il divino insegnamento che Maria proclama è che non esiste nulla di meramente individuale o separato: gli esseri umani non procedono verso l’Unità, ma sono l’Unità, e la separazione delle particelle dell’Universo sarebbe un’illusione di quel satanismo maschile cui appartengono tutti gli uomini della cultura e delle religioni “antiche”, Randolph compreso.

Tutto chiaro? Fino a un certo punto. Infatti a fronte di un bacino importante – come abbiamo visto – di scritti di Paschal Beverly Randolph di autenticità sicura e pubblicati a suo tempo nella lingua dell’autore, il grosso problema è che al contrario il testo di Magia Sexualis non emerge per vie diverse dall’edizione francese. Il che significa che del testo edito da Télin con curatela di Maria non abbiamo un originale nella lingua in cui Randolph era solito scrivere. Certo, in teoria un presunto testo originale inglese dovrebbe in prospettiva vedere le stampe: a fine dicembre 1931 secondo le pagine pubblicitarie nel corpo della stessa edizione, a fine febbraio 1932 a detta di “La Flèche” (1931, n. 8), ma in realtà non comparirà mai (mentre verranno edite traduzioni in inglese del testo francese, ma è chiaramente un’altra cosa). Non solo: a dispetto delle parole di Maria – che, ormai lo sappiamo, vanno prese con parecchia cautela –, non perviene altra testimonianza su materiali di Randolph con tale specifico contenuto circolanti tra un lato e l’altro dell’Atlantico.

Ma è meglio esaminare questo e altri problemi con il testo davanti, nell’ultima edizione italiana per i tipi delle romane Edizioni Mediterranee: e già sembra strambo che di tutta l’opera del Dumas d’America nel Belpaese sia stato tradotto solo un campione tanto dubbio. Eppure il volume merita due parole perché traghetta a plaghe dell’immaginario anche molto più vicine a noi. La prefazione è – sorpresa – del vecchio frequentatore di Maria, Julius Evola, e la Nota introduttiva di Gianfranco de Turris, “segretario della Fondazione Julius Evola, per conto della quale cura tutte le ristampe dei libri del filosofo tradizionalista” (traggo da Wikipedia) nonché co-curatore del volume assieme allo specialista di cose naglowskiane Vittorio Fincati. Dove i nomi di Evola e de Turris già indirizzano in termini trasparenti verso una certa area ideologica.

Apparso nel 1969, Magia Sexualis ha conosciuto due successive edizioni – 1977, 1996 – prima della quarta 2017 riveduta e ampliata: un ampliamento che ci si poteva giustamente attendere (nelle prime c’era solo il testo randolphiano con la Prefazione di Evola), a fronte delle maggiori notizie emerse. Va detto subito che l’opera non è affatto un Kamasutra in salsa occulta, come potrebbe pensare il lettore ingenuo di fronte al titolo, e presenta ben poco di pruriginoso: le posizioni ci sono, ma niente che soddisfi appetiti facili.

Cominciamo dalla struttura del testo attribuito a Randolph, venticinque capitoli, a partire dalle note introduttive (capp. 1-4). Si parla poi dei principi-cardine di questo impianto esoterico (capp. 5-8): volitismo, cioè autodominio e tensione ad accrescere le proprie forze; decretismo, la decisa capacità di recare mutamenti; posismo, il nesso plastico tra postura e altri elementi dell’atto magico; tiroclerismo, potere di evocazione. Seguono un corpus centrale sulla magia (capp. 9-18), e una sezione finale sugli specchi magici (capp. 19-25). Al di là dell’interesse “tecnico”, alcuni capitoli sono di grande suggestione narrativa: il cap. 13 sulle cariche magiche parla del modo di fissare intere scene a certi oggetti rendendole visibili attraverso il tempo; i capp. 23 e 24 si soffermano su quadri o statue viventi, cioè immagini capaci di animarsi.

Come detto, il testo non ci giunge nell’originale inglese degli scritti del Dumas d’America: si tratterebbe infatti della riproposta non di un’opera in sé compiuta (non esistente in quanto tale), ma di istruzioni interne di un gruppo magico legato a Randolph, anzi della selezione di una parte del relativo corpus circolante in forma manoscritta. Come curatrice, Maria l’avrebbe tradotto in francese “costruendo” l’opera in forma di volume. Secondo la Nota finale della curatrice il gruppo sarebbe la stessa Eulis Brotherhood di Randolph, e il materiale corrisponderebbe alla seconda parte del secondo grado degli insegnamenti ai membri. Nella Nota si sottolinea il senso della scelta di omettere qualche porzione del corpus (nozioni astrologiche generiche, ricette che potrebbero condurre gli incauti a sperimentare sostanze pericolose) e il fatto che il manoscritto completo delle istruzioni fosse in sessanta copie (manoscritte) per i membri.

Eppure il testo pare strano. Vi troviamo una tensione sistematica non altrove documentata in Randolph (corrispondenze, ore e giorni appropriati ai riti, eccetera), un’attenzione all’astrologia quasi assente dagli altri suoi scritti, e un impianto linguistico che rende difficile intravedere un testo inglese a monte: elementi che hanno portato a maturare un certo scetticismo sulla genuinità dell’attribuzione. Anche se è vero che non si tratta di criteri assoluti, tanto più che non disponiamo di simili istruzioni per gruppi autenticamente gestiti dal mago americano.

In realtà Maria parla nella Nota finale di “note manoscritte […] servite alla redazione”, un’espressione un po’ generica che fa pensare a un libero adattamento più che a una traduzione nel senso filologico. A comprendere per esempio materiale confezionato non dal magister ma da uno più collaboratori come certe dispense universitarie; oppure, come si è inteso, insegnamenti sempre di Randolph ma di tradizione orale, che Maria avrebbe espresso con una certa libertà. Del resto nel periodo successivo alla morte del Dumas d’America le sue idee sono state abbondantemente rielaborate nell’ambito di gruppi come la Hermetic Brotherhood of Luxor o ad opera di entusiasti come Reuben Swinburne Clymer (ne parleremo tra poco). Il materiale di Randolph che arriva a Maria può essere insomma già spurio: il che non è strano, considerando come i testi operativi magici siano spesso opere stratificate, e il riferimento a un nome non implica un rigore filologico nell’attribuzione.

Dato interessante, si è osservato come nel lancio di Magia Sexualis su “La Flèche”, vengano menzionati titoli di capitoli che poi non compaiono nel testo edito (per esempio sull’onanismo evocatorio e su tecniche magico-sessuali per ringiovanire), a far pensare a un corpus più ampio di materiali “randolphiani” – con tutte le virgolette del caso – circolanti nel sottobosco magico in cui La Sophiale si muove. Di più, la Nostra potrebbe avervi inserito materiali “altri” che le parevano congrui: e Mario Praz ha fatto notare come uno dei capitoli rechi una sospetta consonanza con una scena dal romanzo di Joséphin Peladan, À coeur perdu (1888).

Ma, fatta salva una base di idee effettivamente di Randolph, Fincati – che interviene sul tema anche in una pagina di appunti online molto ricca di documenti, Una gnostica a Montparnasse. Maria de Naglowska – ipotizza una tesi ancora più radicale: cioè la costruzione a tavolino da parte di Maria, con la complicità del disinvolto Télin, di un testo che Randolph non avrebbe mai scritto neppure nella forma di istruzioni, ma che ne conterrebbe semplicemente un po’ di idee rivedute e corrette pescate dai suoi volumi più noti, mischiate a quelle di altri e della stessa Sophiale. Chi si occupa di testi sacri (di tutti i tipi) o magici sa che non solo in molti casi si tratta di opere “collettive” – in più forme – ma che le attribuzioni sono spesso tendenziali, magari per nobilitare i testi medesimi o inscriverli in una certa tradizione: il concetto di diritto d’autore è in questo senso un’urgenza moderna e laica, ma nella realtà piuttosto conservativa dell’occulto i poli dell’entusiasmo e della truffa vedono infinite posizioni soggettive intermedie. Cercando una sintesi, diciamo che si tratta di materiale di gruppi che in qualche modo si rifanno a Randolph: e in assenza (almeno per ora) di dati più sicuri non resta che accogliere l’attribuzione in chiave problematica.

Ma riprendiamo l’esame dell’edizione per Mediterranee. Che nello specifico rimonta a una copia dell’originale francese rimasta alluvionata a Firenze nel 1966 e passata da un amico appunto a Julius Evola, che l’aveva tradotta. Il risultato è oggi questa nuova edizione con carta elegante (questa collana è molto bella) e di oggettivo fascino per i mille misteri che intesse. Il testo “randolphiano” con la Nota finale di Maria vi occupa le pp. 39-174. Il resto del volume presenta una serie di materiali di interesse che va ben oltre lo specifico del contenuto magico.

A partire da una serie di testi riguardanti Maria, dove si apprezza l’apporto di Fincati, che offre una netta svolta qualitativa rispetto alle edizioni precedenti. Già traduttore in Italia dell’opera Le Rite Sacré de l’Amour Magique, e forte di ricerche documentali complesse, lo studioso dedica un contributo erudito (pp. 21-28), in generale accurato, equilibrato e tale da render conto della problematicità del personaggio della Sophiale. Colpisce solo il tenore di alcune espressioni (“Preferiamo tacere sugli aspetti di mistificazione sfacciata e anche stupida, oltre ai deliranti attacchi di misticismo, con i quali essa ha infarcito i suoi due libri successivi”): le dottrine naglowskiane presentano tutte le equivocità denunciate, ma resta la sensazione che esoteristi di sesso maschile non verrebbero stigmatizzati con una simile durezza terminologica. Fincati ricorda comunque le conoscenze esoteriche che Maria mostra di avere, forse tramite contatti con la sezione francese della Confraternita di Luxor, o attraverso ambienti russi; e per la profetessa del Regno della Madre istitutrice di sacerdotesse dell’amore parla correttamente di femminismo sacro, anche sul filo delle riflessioni di Sarane Alexandrian. Citandolo anche quando dice: “Con un’audacia serena, Maria de Naglowska ha attaccato le convenzioni che paralizzano la destinazione occulta della donna, e non soltanto le convenzioni sociali ma anche il partito preso sentimentale”. (Anche se poi sempre Alexandrian se ne esce con alcune espressioni che comunque riportano a un certo spiacevole sottomondo ideologico: “Oggi, la donna che vuol essere uguale all’uomo coltiva a dismisura la ragione. È questo il grande errore del secolo e l’origine di tutti i mali di cui soffriamo”, eccetera – lascio alle lettrici di esprimersi.)

Fincati osserva però che a dispetto degli entusiasmi dei discepoli la magia sessuale della donna naglowskiana risulta, “in fin dei conti, in funzione del maschio”: e nutre riserve sulle fantasie di riforma della società e sulla sostanza del femminismo proclamato dalla Sophiale, visto più come una patina superficiale che una radicata convinzione. Nella citata pagina web dove raccoglie parecchio materiale su di lei (e offre un gustoso bozzetto di Evola, non presentabile nel volume curato in coppia con l’evoliano de Turris) Fincati chiarisce anche meglio: il ruolo della donna come ierodula dei misteri del sesso magico non c’entra nulla con le rivendicazioni femminili sulla parità di diritti. Il che è vero, e le posizioni politiche di Maria negli anni Trenta non autorizzano a pensare diversamente. Ma come spesso succede, la forza intrinseca di una posizione libertaria esonda ben oltre le categorie di chi l’aveva abbozzata: per cui, a dispetto di tutte le sue ambiguità, la bizzarra gnosi di Maria de Naglowska volta all’instaurazione del Regno della Madre e alla liberazione da cinque millenni di patriarcato finisce con il recare provocazioni sociali più forti – e con un baricentro comprensibilmente un po’ spostato – di quelle che lei intendeva proporre. Confluendo in un più ampio filone di femminismo “magico” (in tutte le possibili accezioni) in chiave di garanzia di futuro e di urgenza di ridiscussione della dinamica tra sessi, compresa quella imperante in certo mondo esoterico.

Fincati, che cita volumi anche recenti, cura poi personalmente una Premessa al testo “randolphiano” su alcune peculiarità dell’edizione del 1931 (pp. 31-32) e un’Appendice con un paio di documenti (pp. 175-185) che chiariscono meglio le posizioni naglowskiane. Da questo versante, insomma, l’edizione soddisfa le esigenze di un lettore che cerchi buona informazione.

Dove il testo convince meno – e il recensore, partito con grandi speranze, è rimasto deluso – è nella parte dedicata a Randolph. È vero, il materiale della Magia Sexualis è di attribuzione dubbia: ma visto che è il nome di Randolph a comparire nell’intestazione, che l’opera ne contiene (almeno in parte, almeno indirettamente) il pensiero e che di lui all’interno si parla il problema sorge. Anche qui, esaminiamo il materiale offerto: dopo la Premessa di Fincati troviamo una Breve nota biografica “storica” su Randolph, tratta dall’edizione 1931 e firmata da tale Allan F. Odell, che l’editore presenta semplicemente come “studioso americano” (pp. 33-34), poi un profilo sempre di Randolph a firma di Maria (pp. 35-37). Quale il problema? Il fatto che i dati siano fermi alle conoscenze degli anni Trenta. E cioè al ritratto mitizzante e manchevole di Randolph che circola dagli inizi del secolo, legato alla fantasiosa e agiografica ricostruzione spacciata dall’occultista e medico alternativo americano Reuben Swinburne Clymer (1878-1966) a colmare la scarsità di notizie allora reperite sul Dumas d’America.

Clymer, entusiasta di Randolph di cui si sente erede tramite i gruppi rosicruciani americani, prende a ricollegare disinvoltamente a lui le proprie fondazioni magiche: fatto in sé non strano, è un classico dei gruppi esoterici cooptare fantasiosamente qualche figura del passato come fondatore virtuale, onorario. Ma soprattutto, convinto della propria affidabilità di storico dell’esoterismo, Clymer produce un Randolph rivisto e corretto in un mischione che ne semplifica idee e contraddizioni, lo inserisce in una più ampia traditio rosicruciana egizia, e lo aggancia – tramite fantomatici contatti, o nessi societari, o suggestioni di vario tipo – a personaggi eccellenti della grande storia magica e non: il Conte di St. Germain (circa 1691/1712-1784), Albert Pike (1809-1891), Éliphas Lévi (1810-1875), Alexandre Saint-Yves d’Alveydre (1842-1909), Gérard Encausse detto Papus (1865-1916) e lo stesso Napoleone III. Clymer enfatizza anche i rapporti tra Randolph, il suo ordine e Lincoln, accrescendo di molto il peso del Dumas d’America agli occhi del presidente. Le oscurità sopravvissute nella ricostruzione vengono presentate come inevitabilmente frutto di distruzioni documentali da parte di nemici di Randolph, identificabili (è ovvio) in quelli dello stesso Clymer, di continuo coinvolto in furiose polemiche. E visto che scrive molto, i suoi scritti resteranno influenti negli studi su Randolph proprio a causa della difficoltà per molto tempo di trovare notizie credibili. Gli studi recenti permettono oggi di prendere queste ricostruzioni con beneficio d’inventario e di ridimensionarne le suggestioni.

È quello di Clymer, comunque, il ritratto di Randolph che emerge nella paginetta dell’americano Allan F. Odell: e per inciso non è chiaro se possa trattarsi dello studioso di scienze di tal nome citato in pubblicazioni d’epoca, di un ignoto omonimo, o piuttosto di uno pseudonimo d’occasione per Maria (il contenuto della paginetta, ma senza firma, appare anche in “La Flèche” 1931, n. 8) o eventualmente per lo stesso Télin (magari ispirato dai cataloghi dove si muove abilmente) onde offrire una patina di americanità al tutto.

Quando dunque “Odell”, chiunque sia, parla del successo di Randolph negli ambienti occultisti europei ed elenca una serie di nomi eccellenti con cui avrebbe avuto rapporti – il generale Ethan Allen Hitch(c)ock militare e studioso di alchimia, Éliphas Lévi, lo scrittore e occultista Bulwer-Lytton, Charles Mackey (probabilmente Mackay, autore di Extraordinary Popular Delusions and the Madness of Crowds, 1841), l’erudito massone Kenneth Mackenzie e altri “scrittori massonici”, il conte Brasinsky (Brasynsky), Napoleone III, il medium Alexis Didier e suo fratello Adolph(e) scrittore di temi mesmerici, il conte Tsovinski, il generale Pélissier duca de Mal(a)koff, Hargrave Jennings teorizzatore del fallo come simbolo originale di tutte le religioni – sta in realtà importando suggestioni da un romanzo dello stesso Randolph, The Wonderful Story Of Ravalette, come se il personaggio più o meno autobiografico fosse tout court l’autore (sul tema cfr. Joscelyn Godwin, Theosophical Enlightenment). I contatti in questione sono tutti da verificare e richiamano piuttosto a un’idea astratta di comunità magica e rosicruciana.

Stesso discorso per la fantomatica missione in Russia da parte di Lincoln, presentata così: “Non si capisce bene quale fosse la sua missione, ma certamente fu di ordine sia occulto che politico. Probabilmente si trattò di sollecitare un appoggio russo per controbilanciare l’Inghilterra”, dove al netto della stima di Lincoln per un uomo come Randolph, è pura spy story pensarlo inviato in funzione diplomatica. Certo, non sarebbe teoricamente impossibile che nei suoi viaggi verso il Vecchio Mondo il Dumas d’America si fosse trovato a porre piede anche in territorio russo; ma la missione così descritta è una bufala, dove “Odell” sta rifacendosi agli entusiasmi di Clymer.

Qualunque sia il legame con “Odell”, a questo ritratto fantasioso di Randolph attinge comunque anche Maria per il profilo offerto sia su Magia Sexualis sia altrove: come su “La Flèche” n. 7, dove ne tira fuori una delle sue. Forte della propria origine russa, La Sophiale sostiene di avere ricevuto una prima iniziazione da una defunta e non meglio identificata principessa Elena in una filiale della loggia di Randolph da lui fondata a San Pietroburgo nel suo fantomatico viaggio. Poi certo, si tratta di capire se non esistesse qualche cenacolo esoterico russo che fantasticava una fondazione randolphiana: ma dato il tenore un po’ retorico dell’affermazione, viene più da pensare alle solite fantasie di Maria. Davvero un personaggio su cui varrebbe la pena lavorare letterariamente.

Il tutto per tacere di veri e propri errori: “Odell”, parlando delle opere di Randolph, scrive “solo alcune delle quali furono pubblicate lui vivente”, il che suona paradossale per un autore tanto editato (e fa sorgere ulteriori dubbi sull’americanità dell’autore); mentre Randolph non può aver cominciato gli studi, come sostiene Maria, “in seno alla Società segreta nota con le cifre H.B. of L. (Hermetic Brotherhood of Luxor)” la cui fondazione è parecchio più tarda.

Per inciso, il Randolph che possono conoscere Hoffmann Price e Lovecraft è evidentemente quello di Clymer. Ma (alla luce di quanto detto nella prima puntata di questa serie) considerato il botto nel 1931 di Magia Sexualis che fa conoscere Randolph in Europa e il numero di americani su e giù dalla Parigi della Sophiale, fa riflettere che “Through the Gates of the Silver Key” venga scritto tra ottobre 1932 e aprile 1933: a fronte delle curiosità occultistiche del complice di HPL, un nesso anche solo accidentale nella genesi del personaggio Étienne-Laurent de Marigny potrebbe insomma trovare ulteriore credibilità.

Tornando però all’edizione italiana, niente di male nell’offrire su Randolph quei dati un po’ disinvolti per mancanza all’epoca di documentazione, e che possono anzi evocare un clima d’epoca: ma oggi andrebbero robustamente glossati. Come detto, negli ultimi decenni su Randolph sono usciti parecchi volumi importanti con una quantità di informazioni affidabili sulla sua vita, sui gruppi frequentati via via, sul loro clima ideale, eccetera: e nessuno di questi viene qui citato. Tantomeno la fondamentale (e oltretutto bellissima) già menzionata unica biografia di John Patrick Deveney con Franklin Rosemont del 1996. L’unico cenno che fa intuire si conosca l’esistenza di altra letteratura è un’informazione-lampo (quasi invisibile) nell’aletta di terza di copertina, dove la biografia di Randolph viene liquidata in due parole veloci comprensive di queste frasi: “Si dedica attivamente alla politica, diventa amico di Lincoln e, dopo la guerra civile, si batte per i diritti dei neri. / Dopo il 1866, deluso dalla politica, si consacra esclusivamente” eccetera. Ma gli studi mostrano compatti che Randolph è stato a tutto tondo e lungo tutto il corso della vita il sostenitore convinto – e per anni militante, anche prima della guerra – di una serie di diritti civili e politici, un importante (sì) intellettuale afroamericano: la sua vita non si è esaurita nei salotti magici d’Europa o in strambe missioni segrete, ma è stata spesa molto trasparentemente tra ambienti black dove recava forme di coscientizzazione e altri, come quelli dello spiritualismo americano, che almeno in parte muovevano su posizioni progressiste. In sostanza, l’omissione di tutta la letteratura su Randolph successiva agli anni Trenta nasconde quasi completamente questa figura schierata per richiamare soltanto, e in termini un po’ fantasiosi, l’esoterista esotico. Sì, è vero: stiamo parlando della curatela di un testo di magia, non di una biografia dell’“autore”. Ma per un’edizione arricchita del 2017 (cioè a distanza di più di vent’anni da una biografia ormai ricostruita dettagliatamente) tale silenzio sembra davvero un po’ grave.

Non possiamo però dimenticare chi promuove inizialmente la pubblicazione della Magia Sexualis, cioè Julius Evola, che vi fornisce una Prefazione (pp. 11-19). Interessante senz’altro per gli studiosi di Evola, ma molto poco per quelli di Randolph: le critiche che gli muove con una certa sufficienza (“Chi non è digiuno per quanto riguarda la letteratura sulla magia e sulle scienze esoteriche senza, per questo, indulgere in fantasie, dovrà leggerlo con molta prudenza, unita anche con una certa indulgenza”) partono da interpretazioni esoteriche di un certo mondo che non è affatto quello del primo mago americano, né della Sophiale, né di un intero filone di altri occultisti. Per esempio in tema di polarità sessuale, di cui Evola (tra soavi cenni al “pregiudizio evoluzionistico, […] quello umanitario” eccetera) discetta come se si trattasse di inattaccabili dati scientifici: “Le cose stanno in modo alquanto diverso”… Ma è abbastanza evidente che in questione sono solo differenti scuole di pensiero, sulla base di diversi – e tutti discutibilissimi – sistemi magici e antropologici.

Piuttosto, come osserva Introvigne nel suo bellissimo I satanisti (Sugarco 2010), può stupire che Evola consideri un testo dubbio quale Magia Sexualis come davvero rappresentativo delle idee di Randolph. È vero che in quel contesto “il barone” avanza anche dubbi su possibili manipolazioni dell’opera da parte della Sophiale. Ma sembra chiaro che, con tutto il suo sussiego, Evola sappia meno di quel che immagini di sapere.

A coronare il volume edito da Mediterranee è un’interessante Nota di Gianfranco de Turris (pp. 7-10), che ricostruisce gli eventi del contatto di Evola con l’editore e dell’arrivo di Magia Sexualis alle stampe in Italia. Ma interessante anche per due aspetti specifici.

Il primo riguarda la presunta disinvoltura dell’erotologo Evola e un suo “certo gusto a scandalizzare” lo stesso mondo di destra, per esempio attraverso un’intervista (1970) con un redattore di “Playmen”, il barone Enrico de Boccard (sul personaggio, cfr. qui). “Nella ‘candida conversazione’ con de Boccard, il filosofo criticò, ma non dal punto di vista bigotto, anzi all’opposto, il modo in cui la ‘rivoluzione sessuale’ affrontava la questione per andare ben oltre essa”: a ostentare il ritratto di un personaggio di larghe vedute che insomma piaccia al pubblico di oggi. Peccato che poche pagine dopo, nella Prefazione, Evola appaia figura un po’ diversa. Non tanto quando liquida Maria – con cui aveva collaborato a lungo, che l’aveva aiutato a tradurre in francese La parole obscure du paysage intérieur – Poème à 4 voix (1921), gli aveva offerto spazio e forse altro (di volta in volta i due sono stati detti amanti, o legati da una relazione tantrica o semplicemente da forti passioni comuni) – con un giudizio sprezzante sul suo sistema di iniziazione “‘satanica’, in tutto ciò essendo abbastanza evidente uno scandalismo a fini pubblicitari”: possiamo leggerla come valutazione meramente “tecnica”, anche se ci si può chiedere perché a quel punto lui mandasse contributi per “La Flèche”. Però a lasciare attoniti è soprattutto l’assoluto silenzio sul fatto che si siano conosciuti e la distanza che pone, come trattasse di un’estranea. Insomma l’Evola dalle presunte larghe vedute sembra comportarsi non diversamente dagli imbarazzati borghesucci desiderosi solo di far dimenticare ogni proprio trascorso con la scandalosa Maria.

Ma c’è un aspetto intrigante più generale in filigrana all’episodio dell’intervista su “Playmen”. Nella ricerca da parte del neofascismo di aree culturali sensibili e non già saldamente presidiate da forze dell’arco costituzionale, Evola aveva (anche comprensibilmente) individuato nell’erotologia un terreno interessante: e negli ultimi anni Sessanta il boom della rivoluzione sessuale finisce con l’aprire promettenti spazi di accreditamento per una destra che vuole presentarsi rinnovata. Un altro settore storicamente frequentato dall’estrema destra era poi quello dell’esoterico, anche se nel Revival magico che vede il botto proprio alla fine del decennio si afferma una forte concorrenza delle culture alternative di sinistra. Ma a quel punto è chiaro che proporre nel 1969 Magia Sexualis – cioè un’opera che coniuga erotologia ed esoterismo – non appare operazione ideologicamente neutra: sarebbe ingenuo pensare di trattarla come intrapresa puramente filologica di un testo di occultismo.

Il che finisce col traghettare all’oggi. Lo storytelling di estrema destra ama ancora considerare come una propria trincea – e grazie soprattutto a Evola e alla sua scuola – alcuni temi-chiave, con una rumorosa cassa di risonanza oggi sui social: in particolare nel mondo di un fandom weird dove de Turris è attivissimo, con una ricca serie di curatele editoriali, non sempre il pubblico comprende il gioco di sottotesti ideologici di alcune interpretazioni (enfatizzazioni, omissioni). Con l’emersione qui e là sul web di idee assunte acriticamente a dogmi:

  • il complottismo di sinistra contro le interpretazioni simboliche;
  • la bieca e cieca incomprensione da parte della critica progressista delle dottrine esoteriche e quindi dei relativi autori;
  • la lettura tout court del panorama dell’esoterismo sotto un cappellino evoliano.

Sul primo punto: solo una scarsa informazione (usiamo un termine morbido) diffusa in questa Italia può pensare di esaurire una dimensione fondamentale come il simbolo nella simbolica di parte di una certa tradizione. Il problema starà piuttosto nell’usare le interpretazioni simboliche in termini congrui al contesto, dove le intenzioni dell’autore e il suo retroterra culturale e storico le rendono credibili, e non appigliandosi a vaghezze metastoriche costruite in chiave ideologica (e manipolatoria). Siamo simboli e viviamo in essi, diceva Emerson: la prima parte dell’espressione conduce su vie sottili e di credo anche personalissimo che non è questa la sede per discutere, ma la seconda parte finisce col richiamare discorsi già altrove affrontati – e cari a questa testata – sul potere dell’immaginario. Chi ha scritto su ciò pagine a tutt’oggi preziose è Furio Jesi, non a caso uno dei nomi più temuti dall’estrema destra. Mentre l’enfasi entusiasta di certo fandom sui “pionieri delle interpretazioni simboliche” (in particolare quelle postevoliane di autori come Tolkien e Lovecraft) non arriva a porsi il problema della congruità storica e filologica del relativo contenuto e della motivazione ideologica un tantino capziosa del tipo di approccio.

Sul secondo punto: il dogma gioca sulla confusione tra tradizioni culturali e filoni ideologici. È vero, una critica di matrice illuminista non può amare troppo l’esoterismo: penso a Ripellino, che in quell’opera inarrivabile che è Praga magica chiama “ciarlatano mistico” il povero Meyrink, o a Eco con l’incredibile, geniale, a suo modo profetico Pendolo di Foucault. Ma progressista è un termine ambiguo (come il suo opposto, antimodernista, che permette confusioni assai equivoche); e solo la scarsa informazione – torniamo a chiamarla così – può far ignorare la varietà di declinazioni storiche nel corso del tempo di una galassia ideale complessa e variegatissima come quella dell’esoterismo. In sostanza, esaurirlo nell’ambito dell’estrema destra – che cerca di accaparrarselo – è semplicemente falso. Ne troviamo di marca che possiamo definire progressista o ancor meglio libertaria, c’è un socialismo magico e persino un Comunismo magico (titolo offerto da Francesco Dimitri all’omonimo volume per Castelvecchi, 2004). Ma ne troviamo anche nell’ambito di un pensiero di destra che non ha nulla in comune con l’estrema destra e anzi se ne ritrae con ripugnanza. Ho il sospetto che Meyrink, nemico del militarismo, rispettoso degli ebrei in un mondo che virava pesantemente verso l’antisemitismo, fautore di un dignitoso esoterismo di crescita interiore e non di acquisizione di spazi di potere (un distinguo spesso trascurato dagli interpreti nostrani), sarebbe piuttosto addolorato da certi accaparramenti del suo nome. Un personaggio poi come l’occultista Dion Fortune – donna di polso – probabilmente butterebbe “il barone” giù dalla collina di Glastonbury, gridandogli dietro cosa pensa delle sue idee sulle donne. La realtà è che anche nella provincialissima Italia l’esoterismo andrebbe affrontato con il rigore dedicatogli da ormai un ampio filone di studi internazionali, soprattutto anglosassoni, rappresentati nel Belpaese da autori come Introvigne e lo straordinario Marco Pasi. Ciò che permetterebbe di evitare le tirate per la giacca di autori e di opere.

Il che traghetta al terzo punto: proprio l’interpretazione di Evola in Magia Sexualis mostra una sostanziale incomprensione di altre chiavi esoteriche legate a realtà culturali semplicemente diverse. Al di là insomma dei suoi contenuti ideologici (che possono ripugnarci, ma non è questo ora in questione), l’evolismo, con la sua lettura tanto autocentrata, non è una lente in grado di comprendere e far comprendere sul piano scientifico un orizzonte esoterico assai più vasto e complesso. Evola parla di Evola, della sua lettura, delle sue teorie, del suo “razzismo spirituale” eccetera, ma è poco utile per capire Randolph, de Naglowska, Meyrink o altri.

Ma allora sorge il sospetto che il curioso silenzio di questa edizione sugli ultimi decenni di studi sul Dumas d’America non costituisca un accidentale segno di trascuratezza della curatela – interpretazione che del resto suonerebbe inaccettabilmente offensiva nei confronti di un curatore colto come de Turris (o come Fincati, che però in un’ideale ripartizione del lavoro sembra essersi occupato soprattutto della Sophiale). Mostrare il profilo politico di un mago “progressista”, antirazzista, schierato per diritti di classi subalterne – dove le etichette interessano poco, non si sta cercando di cooptarlo in qualche tifoseria ma di avere un quadro storicamente corretto – minerebbe uno dei dogmi circolanti sulla piazza dell’Italietta. Quelli di cui il lettore di scarsa informazione (continuiamo a chiamarla così) continua giulivo a farsi portavoce.

(3 – continua)

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<i>Sex and the Magic</i>: il Dumas d’America (III) (<i>Victoriana</i> 28/3) è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Parigi 1871 – Varsavia 1944 – Kobane 2019? https://www.carmillaonline.com/2019/10/15/parigi-1871-varsavia-1944-kobane-2019/ Tue, 15 Oct 2019 21:01:18 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=55375 di Sandro Moiso

“Non abbiamo amici, solo le montagne” (proverbio curdo)

Negli ultimi anni ci siamo talmente abituati al pietismo cristiano, al pacifismo imbelle ed inutile, al populismo e al sovranismo di politici miserabili, così come al ritorno sulla scena delle più tristi ideologie nazionaliste e frontiste novecentesche e di una solidarietà pelosa e utile soltanto ai giochi delle politica più infame, da non saper più reagire con il giusto internazionalismo, rivoluzionario e di classe, ai drammi e alle rivolte che agitano il pianeta in queste ultime settimane.

Dal Rojava all’Iraq, dall’Ecuador [...]

Parigi 1871 – Varsavia 1944 – Kobane 2019? è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Sandro Moiso

“Non abbiamo amici, solo le montagne” (proverbio curdo)

Negli ultimi anni ci siamo talmente abituati al pietismo cristiano, al pacifismo imbelle ed inutile, al populismo e al sovranismo di politici miserabili, così come al ritorno sulla scena delle più tristi ideologie nazionaliste e frontiste novecentesche e di una solidarietà pelosa e utile soltanto ai giochi delle politica più infame, da non saper più reagire con il giusto internazionalismo, rivoluzionario e di classe, ai drammi e alle rivolte che agitano il pianeta in queste ultime settimane.

Dal Rojava all’Iraq, dall’Ecuador a Hong Kong, passando per le gigantesche manifestazioni giovanili in difesa dell’ambiente, della giustizia climatica e della specie, un enorme movimento tellurico scuote le società, all’Est come all’Ovest o in Medio Oriente.
Un tempo almeno si sarebbe cantato Tutto il mondo sta esplodendo…, ma oggi no: ognuno si schiera con una causa e in ogni causa troveremo chi si schiera sulla base di uno degli elementi elencati in apertura oppure con uno dei due fronti in lotta adducendo motivazioni tratte dal grigio frontismo ereditato dal ‘900.

Tutto ciò non indebolisce soltanto i movimenti in lotta contro l’iniquo presente, ma fa sì che vada persa qualsiasi lucida e necessaria capacità di analizzare le mosse di quello che dovrebbe essere il nostro avversario unico (il modo di produzione capitalistico) e quelle che dovrebbero essere messe in atto da un movimento realmente antagonista.

Piace ai media, in tutte le loro forme, parlare di vittime, soprusi, dolore e terrore, in una maniera tale da creare confusione, come succede nel percorso della Salita della Memoria a Brescia, dove con le formelle sono state affiancate vittime e carnefici di una violenza che sembra essere più una manifestazione del Male assoluto che non il prodotto di reali contraddizioni sociali e battaglie di classe. Così, per fare un esempio, il commissario Calabresi può essere posizionato subito dopo l’anarchico Serantini, mentre di Giuseppe Pinelli non si trova neppure traccia.

Così in queste ore drammatiche, mentre il secondo esercito della Nato, appoggiato dalle milizie integraliste, ha iniziato a schiacciare la resistenza curda nel Rojava, tutti si sono affrettati a denunciare il genocidio (che Erdogan stava evidentemente pianificando da tempo) e a condannare l’azione turca, senza però mai toccare l’argomento dell’esperienza organizzativa, politica, economica, ambientale, di parità di genere e militare che le forze democratiche curde stanno da tempo portando avanti in una delle aree più calde (dal punto di vista militare e geopolitico) del pianeta (qui).

Se la questione profughi durante l’estate scorsa, quando la sinistra istituzionale preparava il proprio immeritato ritorno al governo, ha visto mobilitazioni generose e ampie, la mobilitazione in solidarietà con i curdi del Rojava e le loro unità di combattimento e protezione ha incontrato maggiori difficoltà, di modo che le manifestazioni in loro appoggio, anche se gli ultimi giorni hanno visto ampliarsi il loro numero, non sono mai state fino ad ora abbastanza unitarie oppure abbastanza forti da poter premere su un governo vile e pauroso, incapace di prendere posizione proprio a causa degli interessi delle più di 1400 imprese italiane che operano in Turchia, con la quale l’interscambio commerciale italiano ruota intorno ai 20 miliardi di euro annui.

In tale contesto, poi, i dubbi di molti “compagni” o presunti tali deriverebbero dal fatto che i curdi del Rojava hanno accettato, al fine di potersi armare, l’aiuto americano nel periodo della loro sanguinosa lotta contro l’ISIS, con la quale hanno rappresentato l’unica vera opposizione militare vincente all’espansionismo di Daesh nel Medio Oriente.

Altri ancora, incapaci di pensare alla Russia di Putin come a uno dei tanti attori dell’imperialismo nella regione, non riescono a slegare l’attivismo politico e diplomatico, oltre che militare, del nuovo zar di Mosca dalle loro personali e ingiustificate fantasie nostalgiche sull’URSS di staliniana memoria, contribuendo così a proiettare nel mondo contemporaneo ideali frontisti che già contribuirono alla distruzione del proletariato europeo e della sua autonoma iniziativa di classe nel corso del secondo conflitto mondiale.

Purtroppo, però, anche chi cerca in tutti i modi di appoggiare e difendere l’esperienza del Rojava, dimentica la Storia e può illudersi che un cambiamento di alleanza (il passaggio delle milizie curde a fianco delle truppe di Assad, con l’appoggio molto vago della Russia) oppure un intervento diplomatico europeo possano contribuire a risolvere la situazione militare sul campo. No, cari compagni, state sbagliando anche voi. Soprattutto quando si difende il Rojava mettendo in primo piano la sua azione anti-ISIS piuttosto che l’importanza del suo esperimento politico.

Immemori della Storia ignorate un paio di cose niente affatto secondarie.
La prima è data dal fatto che nessun rappresentante dell’imperialismo internazionale, nonostante le gravi contraddizioni politico-militari ed economico-territoriali che lo attanagliano, potrebbe mai difendere con convinzione e mezzi adeguati un esperimento sociale teso alla sua destituzione e a quella del modo di produzione e dei rapporti di forza sociali che lo fondano.

Non solo gli Stati Uniti hanno “tradito”, ma pure gli europei, anche quando fingono di voler condannare il sovrano di Ankara. La cui potenza militare, la posizione geo-politica e, ancora una volta, l’interscambio commerciale (80 miliardi di euro annui con la sola Europa) è più importante per la Nato e l’Occidente di qualsiasi altra considerazione umanitaria e “democratica”.
Anzi in realtà, forse, nessuno ha tradito, neanche Trump: semplicemente ognuno ha agito o agisce in base al proprio interesse prioritario. Ai vertici del quale non sta sicuramente la questione curda o la salvezza del Rojava; mentre tutti sono disposti ad inviare le proprie cannoniere in difesa dei giacimenti di petrolio, come sta accadendo in queste ore per i giacimenti ciprioti (qui), ma non a bloccare collettivamente ed immediatamente la vendita di armi al regime di Ankara.

La seconda questione è anche più semplice anche se, una volta dimenticata la Storia dei conflitti sociali e militari, sembra oggi più difficile da comprendere.
Il dramma che sta per avvenire a Kobane, e nelle altre località dove si è maggiormente manifestato l’esperimento del confederalismo democratico curdo, è già avvenuto altre volta nella Storia degli ultimi 148 anni.

Infatti dopo la sconfitta delle truppe francesi e di Napoleone III a Sedan nel 1870, i comandi prussiani non ebbero difficoltà a lasciare che una parte dell’armata francese si riarmasse per reprimere nel sangue l’esperimento della Comune di Parigi, prima forma di autogestione politica, militare ed economica del proletariato francese ed europeo. Il muro dei federati al cimitero di Père-Lachaise, dove il 28 maggio del 1871 furono fucilati 147 comunardi superstiti dopo la caduta della città nelle mani delle truppe versagliesi, è ancora lì a ricordarcelo, anche se tanti corrono a visitare da turisti quel cimitero ricordando soltanto che lì si trova la tomba di Jim Morrison.

L’avanzata delle truppe di Assad, in compenso, sarà lenta. Putin non vuole una divisione della Siria che metta in pericolo la presenza delle basi russe in quell’area e, contemporaneamente non vuole irritare il novello compare Erdogan, che ha contribuito ad armare con i più moderni sistemi di difesa e di attacco attualmente a disposizione della tecnologia militare russa. Per questo si è già chiamato fuori, mentre i militari siriani si stanno spostando verso Kobane, ma quando arriveranno ancora non si può sapere con certezza.
Motivo per cui vale qui un secondo esempio.

Tutti ricordano la gloriosa e disperata rivolta del ghetto di Varsavia nelle primavera del 1943 (19 aprile – 16 maggio). Unico ghetto ad insorgere contro il tentativo tedesco di deportarne tutti gli abitanti, vide circa cinquecento giovani male armati (con revolver e bottiglie molotov principalmente) tener testa per quasi un mese, sotto il comando di Marek Edelman (membro del Bund – Unione Generale dei Lavoratori Ebrei), a migliaia di soldati tedeschi e membri delle SS.
Sono però di meno coloro che ricordano l’insurrezione dell’anno successivo (1 agosto – 2 ottobre 1944), quando l’intera città insorse contro l’occupazione nazista, mentre le truppe sovietiche si trovavano già alle porte della stessa. I combattimenti portarono ad una prima ritirata delle truppe della Wermacht, che però poi tornarono in forze per sconfiggere la resistenza polacca e massacrare decine di migliaia di abitanti (donne e bambini compresi, naturalmente) sotto gli occhi impassibili dei comandanti sovietici che fecero entrare le truppe tra le rovine della città soltanto nel gennaio del 1945.

Stalin e i sovietici preferirono sicuramente assistere al massacro e alla distruzione della città simbolo delle resistenza polacca dalla riva orientale della Vistola, piuttosto che aiutare un popolo ritenuto non solo nemico, ma anche coraggioso, ribelle e fieramente desideroso d’indipendenza.
Proprio quel popolo che sia la Prima Internazionale che Marx e i volontari garibaldini, nel corso di due sfortunate spedizioni (quella di Francesco Nullo, fucilato dalle truppe zariste a Krzykawka, il 5 maggio 1863, e quella di Stanislao Bechi, caduto a Włocławek il 17 dicembre 1863) cercarono di appoggiare durante l’insurrezione del 1863 contro il dominio zarista.

A settant’anni di distanza l’uno dall’altro, questi episodi sembrano anticipare quello che sarà, in assenza di una maggiore solidarietà internazionalista su scala mondiale, il destino dell’esperimento confederalista del Rojava, a meno che i curdi stessi non scelgano una strada di rinuncia ai loro ideali.
L’invasione turca della Siria del Nord-est ha diverse motivazioni e ancora più diverse sono le contraddizioni in loco che faranno del Vicino Oriente il luogo in cui si scatenerà, molto probabilmente, il prossimo conflitto globale, ma affinché quest’ultima possibilità si dispieghi in tutta la sua orribile determinazione e potenza occorre che il Rojava sia sconfitto, sottomesso e distrutto. Molto probabilmente nel balbettio insignificante dell’Europa (che su quelle sponde finirà di affondare come a Monaco nel settembre del 1938), nel rumore assordante delle manovre diplomatiche di Stati Uniti e Russia, nel mugugnare di opposizioni che dopo aver perso il faro dell’internazionalismo troppo spesso si perdono nel frontismo e nelle dispute ideologiche ormai mummificate, e, soprattutto, tra le urla, i lamenti e le bestemmie dei feriti e dei morenti, dei combattenti e dei civili del Rojava. Ovvero di questa nuova Comune al centro dell’inferno che viene .

Un’area in cui, ancora una volta, si giocherà sulla pelle dei più deboli una partita cinica e spietata, dove anche i profughi diventeranno sempre più un’arma di ricatto nei confronti degli “alleati” europei oppure autentica una volta spostati nel Nord-est siriano ed invitati a difendere il territorio. assegnatogli dal nuovo Saladino, contro i curdi. Anche questa una storia assolutamente non nuova se si pensa che la Francia colonizzò l’Algeria deportando là molti insorti del 1848 e il Regno Unito l’Australia deportandovi sottoproletari e ribelli irlandesi, solo per fare rapidamente due riferimenti storici.

Mentre in un paese politicamente vile da troppo tempo, in cui i combattenti di ritorno dalle miliziue curde sono inquisiti, i traditori di Abdullah Öcalan1, e di qualsiasi altra opzione che non sia quella di servire fedelmente gli interessi del capitale nazionale ed internazionale, fingono di stracciarsi le vesti, stazzonandole peraltro soltanto un po’.

Ultima ora

A dimostrazione della sua ‘democraticità’ e ‘neutralità’, Facebook ha oscurato i profili di alcune testate italiane indipendenti da sempre schierate a fianco della battaglia condotta dai curdi del Rojava. La Redazione di Carmillaonline si schiera e solidarizza con Infoaut, Contropiano, Dinamopress, Radio Onda D’Urto, Globalproject.info e Milanoin movimento.com, nel denunciare l’accaduto, probabile premessa ad ancor più gravi censure future nei confronti di chi si opporrà alla guerra, non solo turca.


  1. Nel 1998 le autorità siriane scelsero di non consegnare il leader del PKK ai Turchi, ma gli intimarono di lasciare il paese. Per Öcalan fu l’inizio di una lunga odissea alla ricerca di asilo politico durante la quale egli si rifugiò prima in Russia da cui fu invitato ad allontanarsi dopo pochi giorni.
    Da Mosca Öcalan giunse a Roma il 12 novembre 1998 dove il leader del PKK si consegnò alla polizia italiana, sperando di ottenere asilo politico, ma la minaccia di boicottaggio verso le aziende italiane spinse il governo D’Alema a ripensarci.
    Non potendo estradare Öcalan in Turchia, e a causa del ritardo nella concessione del diritto d’asilo, che fu riconosciuto a Öcalan troppo tardi, il 16 gennaio 1999, dopo 65 giorni, Öcalan fu convinto a partire per Nairobi.. Il “caso Öcalan” fu origine di critiche al governo D’Alema, accusato tra l’altro di aver trascurato gli articoli 10 e 26 della Costituzione italiana che regolano il diritto d’asilo e vietano l’estradizione passiva in relazione a reati politici.
    Il 15 febbraio 1999 Öcalan fu catturato dagli agenti dei Servizi segreti turchi del Millî İstihbarat Teşkilatı[9] durante un suo trasferimento dalla sede della rappresentanza diplomatica greca in Kenya all’aeroporto di Nairobi e portato in Turchia dove fu subito recluso in un carcere di massima sicurezza. Dove tutt’ora sconta l’ergastolo  

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Parigi 1871 – Varsavia 1944 – Kobane 2019? è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Yesterday https://www.carmillaonline.com/2019/10/15/yesterday/ Mon, 14 Oct 2019 22:01:49 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=55393 di Nico Maccentelli

Suonare al campanello di un piccolo cottage della costa inglese e vederti aprire il sig. Lennon. Tu sai chi è lui, o perlomeno, chi sarebbe stato se… ma lui non lo sa. È una delle simpatiche trovate di Yesterday, il comedy movie diretto da Danny Boyle: il regista di Trainspotting e del bollywoodiano The Millionaire, con il quale ha messo a segno otto Oscar.

Tutto sommato un film godevole, che se fosse solo per l’amore corrisposto ma mai dichiarato tra i due protagonisti, finirebbe nel [...]

Yesterday è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Nico Maccentelli

Suonare al campanello di un piccolo cottage della costa inglese e vederti aprire il sig. Lennon. Tu sai chi è lui, o perlomeno, chi sarebbe stato se… ma lui non lo sa. È una delle simpatiche trovate di Yesterday, il comedy movie diretto da Danny Boyle: il regista di Trainspotting e del bollywoodiano The Millionaire, con il quale ha messo a segno otto Oscar.

Tutto sommato un film godevole, che se fosse solo per l’amore corrisposto ma mai dichiarato tra i due protagonisti, finirebbe nel solaio delle tante pellicole per teen ager dal diario istoriato di cuoricini.

E invece no. L’espediente narrativo stile Sliding Doors fa sempre originalità creativa e stavolta Jack Malik, un cantautore britannico fallito si ritrova – dopo uno strano black out – sparato in una dimensione parallela? (nel film la meccanica fantascientifica resta un mistero) Diciamo di sì, nella quale i Beatles non sono mai neppure esistiti come complesso di provincia.

A questo punto, Jack il cantautore, accortosi di questa assenza, inizierà a proporre i brani dei Beatles a pubblici sempre più vasti, in un’escalation che lo vedrà scalare l’industria musicale internazionale in uno sforzo mnemonico titanico per ricordarsi i testi di Eleanor Rigby, Strawberry fields, insomma tutto il repertorio beatlesiano che nessuno conosce, ma che come per magia appena ascoltato crea un forsennato fanatismo per quella che anche lì passerà alla storia per la musica del secolo.

Gli Oasis ovviamente in questa dimensione non esistono in quanto emuli del quartetto di Liverpool, ma in compenso tutti gli altri gruppi e cantanti sì. Persino un Ed Sheeran che si inchina inconsapevole a tale genio. Ma a questo punto un’osservazione su un’evidente smagliatura è d’oblige. Solo gli Oasis? Penso proprio che senza i Beatles la storia della musica, la musicalità stessa sarebbero state completamente diverse. Forse solo i Rolling Stones, che sono contemporanei ai quattro baronetti, avrebbero potuto dare un’impronta rilevante, ma giusto agli stilemi del rock. E nulla di paragonabile a un fenomeno di massa che ha fatto moda, costume, segnato un’epoca.

Ciò che irrompe nella storia e fa da sfondo alle performance musicali, turbando l’inevitabile unione sentimentale, è la spietata filiera del business musicale. Il resto è un’orgia di brani musicali dei Beatles, ma logicamente non cantati da loro. Già questi comunque rendono i film gradevole per una serata scacciapensieri, al di là di un sviluppo narrativo che richiama gli schemi classici della commedia nella loro banalità.

Un consiglio? Attenderlo in tv su qualche piattaforma streaming, se proprio non si hanno altre pellicole più accattivanti da vedere.

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Loopers https://www.carmillaonline.com/2019/10/13/loopers/ Sun, 13 Oct 2019 20:00:26 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=55260 di Alessandra Daniele

Looper1Se c’era una cosa sulla quale gli elettori il 4 marzo 2018 erano stati chiari è quanto si fossero rotti i coglioni di Renzi. L’attuale governo Conte bis è appeso per le palle ai capricci di Renzi, e del suo fan club, il PD bis. The dead don’t die. Italia Semiviva non esiste al di fuori del parlamento. Lapidi Uguali dei precedenti scissionisti Bersani e D’Alema ha il 3%. Oggi sono di nuovo tutti insieme al [...]

Loopers è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Alessandra Daniele

Looper1Se c’era una cosa sulla quale gli elettori il 4 marzo 2018 erano stati chiari è quanto si fossero rotti i coglioni di Renzi.
L’attuale governo Conte bis è appeso per le palle ai capricci di Renzi, e del suo fan club, il PD bis.
The dead don’t die.
Italia Semiviva non esiste al di fuori del parlamento. Lapidi Uguali dei precedenti scissionisti Bersani e D’Alema ha il 3%. Oggi sono di nuovo tutti insieme al governo col PD. E il M5S, che li ha chiamati zombie per dieci anni.
Il voto è una pippa. Perciò vogliono darlo ai ragazzini.
Reclutare i minorenni come ultima risorsa: ci aveva provato anche il Terzo Reich.
Se le elezioni sono inutili, gli eletti sono, per loro esplicita corale ammissione, addirittura dannosi: questa settimana le camere hanno approvato per acclamazione l’auto-riduzione dei parlamentari, propagandata come una salutare disinfestazione. Una derattizzazione improrogabile.
Questo, firmato Casaleggio, è già il terzo tentativo di sfoltire il parlamento dopo quello berlusconiano e quello renziano, entrambi respinti da un referendum costituzionale.
I capibastone continuano a provarci, millantando propositi redentori, perché in realtà un parlamento più maneggevole ed economico è proprio quello che gli serve. Minima spesa, massima resa.
E poi ogni riforma consente a tutta la classe politica di rimettersi a discutere d’uno dei suoi argomenti preferiti di sempre: la legge elettorale.
Era il tema delle mie prime Schegge Taglienti del 10 gennaio 2008, e già allora era un tormentone pluridecennale:

Molti si chiedono quali reali esiti pratici possa avere spendere ancora tempo e risorse nell’ennesimo dibattito sulla legge elettorale.
La risposta è in questo passo poco noto del Vangelo.
“Allora Ponzio Pilato chiese alla folla di scegliere tra Gesù e Barabba, e subito la folla si divise.
Metà chiedeva di votare col sistema uninominale secco, l’altra metà preferiva il proporzionale con sbarramento al 3%.
Allora Ponzio Pilato chiese alla folla di scegliere con quale sistema scegliere,
e subito la folla si divise.
Metà chiedeva una raccolta di firme per un referendum propositivo, l’altra metà preferiva una legge costituzionale da sottoporre a referendum abrogativo.
Allora Ponzio Pilato chiese alla folla di scegliere con quale sistema scegliere il sistema col quale scegliere, e subito la folla si divise.
Metà chiedeva l’istituzione d’una commissione apposita, l’altra metà preferiva il televoto.
Allora Ponzio Pilato guardò Gesù e Barabba, e lanciò una moneta.
Uscì croce”.

Siamo prigionieri d’un timeloop. L’ho già detto? Ho già detto che l’ho già detto? E grazie al cazzo, è un timeloop.
A questo punto, propongo di sfruttarlo per un ulteriore taglio dei parlamentari: ognuno di loro, appena eletto, per occupare il proprio seggio dovrà uccidere il se stesso del futuro, come nel film Looper. Questo garantirà il limite del mandato singolo, e l’abolizione totale e definitiva dei vitalizi.

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Carte d’identità https://www.carmillaonline.com/2019/10/13/carte-didentita/ Sat, 12 Oct 2019 22:01:05 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=55083 di Iuri Lombardi

[Di seguito vengono pubblicate alcune pagine del romanzo di Iuri Lombardi, I banditori della nebbia, LFA Publisher, Napoli, 2019, pp. 146, € 15,00. Si ringrazia l’editore per la gentile concessione – ght]

Non sappiamo se questa storia abbia avuto mai un inizio o se, per ipotesi, in fragranza di un dato oggettivo, come si suole dire, o peggio ancora per assurdo il tutto sia vero, sta di fatto che la sera spesso andiamo da Artemio, sin poco fuori la piazza dell’Anfiteatro e là restiamo a confabulare, a giocherellare in un [...]

Carte d’identità è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Iuri Lombardi

[Di seguito vengono pubblicate alcune pagine del romanzo di Iuri Lombardi, I banditori della nebbia, LFA Publisher, Napoli, 2019, pp. 146, € 15,00. Si ringrazia l’editore per la gentile concessione – ght]

Non sappiamo se questa storia abbia avuto mai un inizio o se, per ipotesi, in fragranza di un dato oggettivo, come si suole dire, o peggio ancora per assurdo il tutto sia vero, sta di fatto che la sera spesso andiamo da Artemio, sin poco fuori la piazza dell’Anfiteatro e là restiamo a confabulare, a giocherellare in un bailame simile a una nidiata di zanzare imprigionate da una rete. Artemio lavora in una botteguccia da poco, in una stamberga ripristinata da un sottosuolo adibito a cantina, dove per secoli è stata conservata nei sacchi la farina di castagne e quella bianca per i’Necci e il Pane di Altopascio e ora, nella dimenticanza di un gesto amoroso, nel tripudio di un ludibrio immemore, trasformata in una rivendita di souvenir.
Da Artemio passiamo il tempo, quel briciolo che abbiamo, come è uso fare a una banda di amici dopo il lavoro in un contesto meno assurdo del nostro in un bar, nell’intento di dimenticare ciò che avviene nella nostra piccola galassia e tralasciando nel dimenticatoio, in una delle tante intercapedini dell’inconscio, la ragione del nostro essere a Lucca, dell’esilio, di questa strana reclusione, se pur democratica, di stato. In effetti, se vogliamo dircela tutta ed essere sinceri sin nelle viscere, noi siamo qua per volere del Dott. Max e lui a sua volta per volontà di Andrea Della Farina, l’imprenditore, il luminare di psichiatria, che per disegno dell’attuale coalizione politica ha investito, mettendo su una piccola emittente televisiva. E in piena era post-industriale siamo ad intavolare un ordine di informazione, un palinsesto di trasmissioni apparentemente senza uno stralcio di motivo. Ma sappiamo anche la ragione è solo un dettaglio- un souvenir, come quelli di Artemio.
Siamo anche noi una banda di scalcinati ragazzini o poco più e non per l’età, almeno non quella anagrafica, ma per quella relativa al nostro quoziente intellettivo, al nostro cuore ancora oggi selvaggio; tutti simili tra di noi, forse di una somiglianza dovuta al contesto, venuti da città e parti diverse, per realizzare questo sconclusionato disegno. Da anni attivi nel campo della comunicazione pubblicitaria, banditori delle nebbie e dell’illusione, giocolieri sul filo dell’equilibrio, acrobati strappati a qualche circo, probabilmente capitani di equipaggi di rotte cancellate, il nostro compito è di fare numeri e non si tratta solo di inscenare un’acrobazia sommaria e derisoria ma di fatturare; aggiungere, sommare numeri su numeri nel profondo e nell’apparenza: essere dei lanciatori di messaggi velati. Comunque è venuto il tempo di presentarci, sarebbe maleducato non farlo e tenere celate le nostre identità e allora iniziamo, vogliamo proprio vedere chi ha il coraggio di buttare l’occhio sulle nostre carte d’identità e magari accontentarsi di averci scorto in assenza di desiderio per un insulto:

DIVA Di VITA (per gli amici la Diva)
CITTÀ NATALE: non pervenuta,
ALTEZZA: 1,69
CORPORATURA: capelli bruni (sospetto che siano tinti)
RESIDENZA: xxxx (nomade per professione)
SEGNI PARTICOLARI: indisponente

PAOLO BORSIERI (detto Invertebrato)
CITTÀ NATALE: VIAREGGIO
ALTEZZA: 1,75
CORPORATURA: capelli biondi, occhi cerulei
RESIDENZA: xxx (nomade per professione)
SEGNI PARTICOLARI: senza spina dorsale

LEONARDO INNOCENTI ( conosciuto per Banditore)
CITTÀ NATALE: Piacenza
ALTEZZA: 1,87
CORPORATURA: praticamente un armadio a sei ante
RESIDENZA: XXX (forse in Piacenza, forse…)
SEGNI PARTICOLARI: Play boy a tempo perso

GIORGIO GIACHETTI: ( lo scrittore)
CITTÀ NATALE: Firenze
ALTEZZA: 1,73 (scarsi)
CORPORATURA: media, capelli castani occhi scuri
RESIDENZA: mai pervenuta neppure a se stesso
SEGNI PARTICOLARI: Don Giovanni a giorni alterni

MATILDE BOLOGNA
CITTÀ NATALE: Catania
ALTEZZA: 1,70
CORPORATURA: da sballo
RESIDENZA: Catania, via xxx
SEGNI PARTICOLARI: non pervenuti

MASSIMO BADIOLI (il capo)
CITTÀ NATALE: Ancona
ALTEZZA:1,70
CORPORATURA: normale
RESIDENZA: Ancona via xxx
SEGNI PARTICOLARI: nessuno

LAURA VANNINI
CITTÀ NATALE: EMPOLI
ALTEZZA: 1,65
CORPORATURA: MAGRA
SEGNI PARTICOLARI: _________

ARTEMIO CHERUBINI
CITTÀ NATALE: Ferrara
ALTEZZA: 1,77
CORPORATURA: magro, occhi verdi
RESIDENZA: Lucca Via Delle Chiavi D’oro 20
SEGNI PARTICOLARI: irresistibile

SILVIO DELL’ORTO
CITTÀ NATALE: Livorno
ALTEZZA:1,80
CORPORATURA: normale
SEGNI PARTICOLARI: impossibile

Per andare alla bottega di Artemio attraversiamo mezza città, ci incamminiamo per i tanti angiporti, per gli sdruccioli piastrellati di grigio, lungo gli archi di accatastate case affacciate sul nulla della strada, percorriamo via delle Chiavi d’Oro, di norma entrando da Porta Elisa, sino ad arrivare poco fuori l’andito che introduce, come fosse una sorta di Caronte di pietra tra pietre, nella piazzetta dell’Anfiteatro.
Siamo nella settimana santa e la luce a grani irradia il cielo terso, rimbocca il dorso dei reticoli degli sdruccioli e dei chiassi, delle vie maestre tingendoli d’azzurro, di un celeste perso, quasi violaceo, a tratti. Sulle piazze squadrate dalla fiera altezzosità delle cattedrali, come a scuotere grappoli di capannelli di passanti, a stendere le braccia possenti nel riflusso del pomeriggio già tardo, ecco che si allestisce davanti a noi un presepe senza pudore: gli ambulanti di verdure sui carretti di latta e di legno espongono la mercanzia alla gente, alle ore che cadono in sordina; i venditori del fuoco sacro passano di casa in casa, di uscio in uscio con bacinelle e bracieri ed eternamente tengono viva la fiamma che si nutre sotto la cenere con l’incenso. Le spezie bruciate esalano gonfiando la piazza come una mongolfiera di odori già piena di voci e di riverberi, carne del sole in declino. Le botteghe, come quella di Artemio, dalle saracinesche alzate, allestiscono vetrine scintillanti di possibilità e di vita, allineano su fragili e rudimentali bancarelle, prese d’assalto per gli acquisti delle feste, i capi migliori, nascondono quelli andati, gli articoli difettati nelle ceste a basso prezzo. Allo stesso modo, con la consuetudine che può avere un vecchio esercente, di uno che ha passato tutta la vita a vendere scampoli e vettovaglie, il civaiòlo appende sugli omeri di manichini impagliati ceste e voliere, porge al passante frettoloso, tutto preso dai pensieri, la mano nevicante di grano tenero. La città è un labirinto di schiamazzi, un vortice di scintille senza luce, diafane, lo strepitio di una arena senza pari; il sipario aperto di un universo attonito nell’attesa di una morta festa. La sera, a sole tramontato, iniziano all’unisono ad accendersi i timidi lampioni e da sopra le mura irrompe sgonfiato un orizzonte anonimo.
-Siamo come mosche in una rete- dico a Leonardo, quasi giunti sulla porta di Artemio.
-Il problema è che … non so è come se vivessimo il dopo di un qualcosa- mi suggerisce, di rimando lui.
Artemio ci attende come il molo una nave all’orizzonte, con i suoi occhi verdi, e come al solito ci fa un cenno con il capo, come per dire – siete arrivati, mi stavo quasi a preoccupare non vedendovi spuntare.
-Oggi è passato il pittore, ha cercato di ammollarmi quattro tele ma non so quanto possono essere appetibili- afferma, quasi assorto, sulla soglia della bottega.
-E tu vendile lo stesso, che ti importa. Tanto se poi fanno schifo e sono solo uno scarabocchio sono fatti di chi compra non tuoi- tenta di dirgli Giorgio, mentre lui si destreggia nella vetrina ad accomodare le statuette di marmo e di silver -plate.
-Si lo so ma il fatto è che Silvio ci tiene a quelle tele più della sua vita…-
-Vero! Ma è anche vero che è costretto a darle ai discount, ai rivenditori di mobili per poter campare. Qualcuno che se ne intende, certi antiquari di Roma mi hanno detto che non sarebbero male e che se fossero lui proverebbero ad alzare il tiro: proporsi a qualche gallerista… insomma di provarci- insiste Giorgio.
Silvio anche lui è sempre nel negozio di Artemio, ci passa le ore, ci staziona quasi tutta la giornata e se non è a dipingere nel suo promiscuo laboratorio dove, a volte, ci ospita qualche modella per ritrarre il seno nudo o i glutei di un sedere perfetto o per qualche scopatina fortuita. Il fatto è che Silvio non riesce a scindere il lavoro dalla vita e il ruolo di pittore da quello del seduttore a tempo perso, di un Modigliani non compreso. Le modelle sfilano con tanto di decolté dalla sua bottega non ignare di quanto aspetta loro, lui le accoglie sempre sorridente senza rendersene conto, senza contarci molto o poco più. Il tempo scorre con quattro chiacchiere da Artemio e nulla vale a nulla. Potremmo anche essere nel centro di Londra, o persi a Portobello o a Soho, come a Parigi in una Montmartre in un fine settimana monotono e continuo, mentre invece siamo in centro a Lucca, chiusi da queste mura che serrano la città in pugno e per noi, per Silvio, per quelle quattro puttanelle senza scampo è uguale. Altra cosa è il degradarsi come artista, il vendersi ai discount, agli outlet, propinandogli tele per arredamenti domestici o da ufficio a basso costo.
-Dovresti provarci con un gallerista, Silvio- gli suggerisce Artemio -dico sul serio. Oggi me lo ha confermato anche Giorgio, non puoi degradarti e questo lo dicono tutti, persino Max e l’Invertebrato, l’Invertebrato pensa, persino lui concordano sul fatto che ti stai buttando via-
-Ma non mi sto buttando via. E poi non tutti i pittori fanno quadri per arredamento casa basso costo. Ora tu ce lo vedi un Modigliani che cedeva per soldi, solo per quello, i suoi lavori a un rigattiere se non fosse un gallerista chic? Ebbene, io … io sono un pittore che appartengo a un’altra parrocchia, che non ha schemi. E poi vendere per i discount, per i supermarket ha un vantaggio: dipingo cosa voglio e i soldi li vedo subito. D’altronde poi da che mondo è mondo un pittore è sempre un incompreso- risponde quasi seccato Silvio all’amico.
-Si si, certo ma non puoi mica spacciare per oro ciò che è argento. La luna nel pozzo non c’è; è una illusione, questo lo sai, non sei un fesso- afferma, aumentando il carico, Artemio, nel mentre arriva Diva -eccola lei, eccola la Diva… certo se tu non hai una firma in casa, sulla parete del salotto no sei contenta ma io, se voglio, ti piscio sopra ai tuoi…-
-Non sarai mai nessuno Silvio, nessuno e se continui così non so come andrà a finire.- le dice Diva con un filo di ironia.
-Di Cacca deh, lo so o posso immaginare, ma io non sono come te che basta che alzi il telefono o mandi una e-mail e fai la grana. Io i miei soldi me li guadagno. Non sono come te. E poi intendiamoci anche tra i venditori ci sono quelli bravi e le schiappe, tu per me sei una…
-Tra le brave, sicuramente.- risponde lei stizzita.
-Ma quando imparerai ad essere più semplice, meno altezzosa? Penso nel giorno del mai, mia cara.- rimprovera a Diva, sorridendo.
-State tranquilli, la notte e lunga. A proposito che si fa venerdì sera? Pokerino?- propone Laura
-Un Pokerino non sarebbe male ma a casa di Max o di Giorgio.- propone Artemio.
-Per me si potrebbe fare a casa mia, non ci sono problemi, però toglietevi questa faccia da annoiati che sembrate partecipiate ad un funerale del vostro migliore amico. E che diamine la vita è una viviamola!- ribatte allegro Giorgio, felice che le cose si stanno mettendo bene e che il programma per la serata appetibile.
-Io venerdì devo passare prima dalla chiesa, c’è l’esposizione del sepolcro e poi ho tutta la settimana impegnata, extralavoro: la preghiera del lunedì e poi quella del mercoledì, le sette chiese giovedì… -afferma Diva- sono credente io, anche se non sembra.
-Amore bello io parlo della sera non del giorno. O meglio della notte, del dopo cena. Tu lavori anche per Pasqua Artemio?- si affanna a sostenere Laura con una strana effervescenza.
-Purtroppo sì e voi? Non avete dirette per i giorni di festa?- chiede Artemio.
-Registrate. Tutto registrato, noi facciamo presto. Ci stiamo anticipando in questi giorni e spesso tiriamo a fare mattino per anticiparsi sul lavoro, far tornare i conti ed essere liberi il prossimo weekend. – risponde Laura.
-Beati voi, io lavoro sempre, mi sa che nella vita ho sbagliato qualcosa: dovevo fare il manager, l’uomo della comunicazione, il banditore della nebbia, come voi del resto, mentre invece sono un povero sciagurato che vende cartoline.
-Ti sei fregato da solo- risponde Leonardo, nel mentre Laura si accomiata con la Diva confabulandole qualcosa all’orecchio.
Così passiamo il nostro tempo libero, catturati da una rete invisibile, cercando di giorno in giorno- tutti uguali- di trarne lo straordinario dalla monotonia. I tempi passati in redazione sono tanti e per lo svago non ci rimane che tediarci da Artemio, a bottega aperta, oppure qualche partitina a poker a casa dell’uno o dell’altro. In particolare la settimana santa per chi ci crede offre molteplici passatempi e non necessita pensarci troppo su, basta rispettare il calendario liturgico e il gioco è fatto. Almeno così la pensa la Diva e Laura, ferventi cattoliche del Cristo andato, che attendono per l’intero anno l’arrivo delle feste. Matilde e la Diva vivono assieme, poco sotto le mura, a due passi dalla chiesa di San Frediano e non c’è dato sapere se la loro convivenza è solo dovuta per una questione di contesto, vale a dire di comodo o se c’è qualcosa in più. Sta di fatto che la Diva, di cui forse si ignora il suo nome vero, la chiamiamo così per il suo modo spudorato di atteggiarsi a dama di compagnia, da attrice nominata all’oscar, mentre invece è solo una nostra collega, una delle tante venditrici della rete commerciale dell’emittente, costretta anche lei a fare da Jolly, come tutti noi, un po’ giornalista, un po’ venditrice. Quando non lavora e non spreca il tempo con il resto della banda da Artemio se ne sta chiusa in casa, persa nella sala dai tendaggi tirati e dalle imposte socchiuse, facilitando il vento che penetra dal di fuori e invade la stanza fasciandola con lingue invisibili d’aria. Per lei le finestre devono stare sempre chiuse perché a quanto pare sono una sorta di sipario e lei l’attrice prima o dopo dell’ascesa sul palco, impegnata a contemplare le proprie vite scorse, a disegnare scenari di commedie impossibili; impegnata tra le ciprie e i flaconi di profumi che tal volta impiega per celare le rughe del viso o per inebriarsi e proiettare, come fosse un raggio ultimo di luna poco prima dell’albeggiare, il suo io frastornato di menzogne e fragilità. Matilde pare accompagnarla nelle sue follie, assecondarla nella sua pazzia senza scampo, e l’unica volta in cui tace per acconsentire il nostro trascinarle al bighellonare e da Artemio o durante le passeggiate nottetempo lungo le mura infiammate dai fiori d’aprile. La Diva poi si è fatta fare persino un ritratto ad olio da Silvio, forse l’unico reale capolavoro di questo sciagurato operatore di pennelli, e un giorno, Matilde ci ha confessato, di averlo posato su di un cavalletto nel disimpegno che dalla sala conduce verso le due camere da letto. Silvio è convinto di averla veramente ritratta bene e il tutto è accaduto in un giorno di … non ricordiamo di preciso, quando dall’ufficio scomparve per una intera giornata giurandoci sulla Madonna della Tosse che doveva svolgere delle commissioni in centro.
Gli altri della troupe sono un po’ tutti uguali, anzi lo siamo, dei ragazzoni cresciutelli per cui il giorno si protrae perpetuo e senza interruzioni. Leonardo che si vede solo a lavoro e un po’ da Artemio, come il dott Max è un presente assente, nel senso che fa il suo e non vede, neppure sforzandosi, il disagio o le sofferenze degli altri compagni. Come il dott Max, il nostro direttore pubblicitario, passa il tempo a scorgere in giro le voci della concorrenza come se il mondo fosse solo una comunicazione unica e non fendibile come l’acqua; una sorta di giro di cori e di figure animate da un disegno ignoto. Sin dal primo mattino si immerge nella lettura dei quotidiani in cerca di una tabellare reperibile con facilità, di una inserzione capziosa da riportare sul video con tanto di effervescente imbonitore. Leonardo e il dott Max si assomigliano in un modo impressionante, al punto che, per puro caso, un giorno sì e un giorno no indossano cravatte uguali o camicie della stessa tinta. Però a differenza del dot Max che è innominabile, una sorta di incognita e come uomo e come professionista, la cui comparsa avviene presto e il suo arrivederci a buio inoltrato, come se nella vita ci fosse solo l’emittente e poco più; Leo è uno dei nostri e non si lascia pregare a lungo per ritrovarci da Artemio.
L’Invertebrato viene chiamato così perché è una merda di uomo, senza spina dorsale e senza anima, passa l’intera giornata a cercare di fatturare più del solito, magari strappando qualche cliente ad un compagno e senza ritegno, che già si preoccupa quanto deve rimettere alla società dell’anticipo di provvigioni incassato mensilmente. Da Artemio non viene mai, dicendo che è una perdita di tempo e che Lucca è una città tutta da esplorare e preferisce concedersi piccoli sorsi di passeggiate lungo i viali d’alberi, sostare sui marciapiedi grigi e a schiena d’asino, inoltrarsi nel tunnel dei glicini che in aprile disseminano una luce viola quasi ad annunziare un maggio imminente. In ufficio sta sempre chino sulla scrivania, sfoglia vecchi taccuini cui appunta qualcosa, poi fa qualche telefonata, oppure passa nelle sale degli studi per osservare se le promozioni da lui fatturate siano mantenute persino nei programmi in diretta. È perso per Matilde, l’altra nostra compagna e non la lascia vivere. Anche nelle ore di break la cerca in continuazione e la invita, senza successo, a cena fuori. Ma Matilde è una brava ragazza, forse la migliore della banda, la più sincera e altruista. Oseremo dire che è normale e che non dà segni di squilibrio o di nevrosi come tutti noi; per lei un giorno vale veramente l’altro ed è talmente bella che nei suoi occhi chiari le si scorge il mattino steso fuori dalle finestre nel tepore della primavera. In realtà Matilde è innamorata, forse è una parola un po’ troppo forte, direi infatuata di Leo- sostiene di essere incantata dal suo accento emiliano e di essere impossibile come un asso piacentino. – Piacenza al mondo ha dato tre cose- tiene a ribadire- qualche comunista di troppo, le carte da gioco e infine Leo. E’ talmente tanto innamorata che si inventa castelli impossibili, situazioni imbarazzanti, cose strampalate senza alcun contegno storico, come ad esempio dice a Giorgio che i fiorentini ai piacentini hanno rubato le carte spacciandole per loro, che sì avranno pure Brunelleschi, Michelangelo, il Ratto delle Sabine, la bella città di luci e splendori, il David ma un esemplare come Leo Firenze non lo ha mai partorito. Per lei lui, o meglio l’idea che si è fatta del nostro compagno, è po’ sfalsata e probabilmente non vera, un incidente di percorso che distorce l’immagine tipica di chi si infatua di un suo simile.
Giorgio è il più strano di tutti, diciamo che viene chiamato “lo scrittore” perché nella vita vorrebbe fare il letterato ma per adesso ha pubblicato poco e nulla, se non un paio di romanzetti rosa da Liala fiorentino. Anche lui chiamato dal dott Max a Lucca per questo lavoro non sappiamo dove è stato pescato, l’unica cosa certa e che stava qui anche prima del progetto. Si sa che Max, l’innominabile, lo ha conosciuto una domenica lungo le sponde del Serchio verso Villa Basilica durante una vacanza in tenda in un agosto torrido come mai.
Max così quando il cavaliere lo ha chiamato ci ha radunati assieme, ha cercato di fare del suo meglio, ma forse qualcosa gli è sfuggito. L’unica cosa è che siamo una banda e non ci può essere altro modo per definirci. Certo siamo dei banditori della nebbia e nella bruma di novembre, degli imbonitori dell’impossibile a cui piace il proprio lavoro – ma poi?
La risposta non c’è come del resto risposta non ce l’ha la vita come la morte, se non nel fatto di essere oggetti di lunghe attese, di passaggi da anticamere ad anticamere, di ballatoi e di scale tortuose e ripide. E a Lucca cerchiamo di vivere la nostra storia o ciò che resta di essa.

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Nemico (e) immaginario. Lo sguardo cieco dell’Occidente https://www.carmillaonline.com/2019/10/11/nemico-e-immaginario-lo-sguardo-cieco-delloccidente/ Fri, 11 Oct 2019 21:15:45 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=55097 di Gioacchino Toni

La cultura occidentale, permeata com’è dal senso di impotenza, di incapacità di immaginare un mondo diverso, insieme alla morte sembra aver rimosso anche ogni idea finalistica, preferendo vivacchiare in un eterno presente privo di storia e di prospettiva. È a tali rimozioni che è dedicato il recente libro di Régis Debray(*), Fenomenologia del terrore. Lo sguardo cieco dell’Occidente (Mimesis, 2019). In tale testo la riflessione dello studioso prende il via dalla necessità di confrontarsi con le gesta suicide degli attentatori jihadisti al fine di  comprendere le motivazioni che conducono degli individui, nel Ventunesimo secolo, a farsi esplodere con l’intenzione di [...]

Nemico (e) immaginario. Lo sguardo cieco dell’Occidente è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Gioacchino Toni

La cultura occidentale, permeata com’è dal senso di impotenza, di incapacità di immaginare un mondo diverso, insieme alla morte sembra aver rimosso anche ogni idea finalistica, preferendo vivacchiare in un eterno presente privo di storia e di prospettiva. È a tali rimozioni che è dedicato il recente libro di Régis Debray(*), Fenomenologia del terrore. Lo sguardo cieco dell’Occidente (Mimesis, 2019). In tale testo la riflessione dello studioso prende il via dalla necessità di confrontarsi con le gesta suicide degli attentatori jihadisti al fine di  comprendere le motivazioni che conducono degli individui, nel Ventunesimo secolo, a farsi esplodere con l’intenzione di uccidere il maggior numero possibile di civili, pensando che ciò sia richiesto dall’Onnipotente, oltre che risultare salvifico per loro stessi. Tale comprensione consentirebbe di fare i conti con la scomparsa della morte e di ogni idea finalistica da parte occidentale. «L’atto spesso suicida del terrorista ci costringe a pensare a quello che non vogliamo più e addirittura, per forza dell’abitudine, a quello a cui non riusciamo più a pensare: il posto che ha la morte nella nostra vita. O, più precisamente, il fatto che non ne ha più uno» (p. 9).

Con il termine “terrorismo” l’autore intende riferirsi alla «esecuzione pubblicitaria di una violenza estrema contro civili disarmati, al di fuori di qualsiasi guerra dichiarata, e destinata prima di tutto a fare scandalo» (pp. 9-10). Nel volume lo studioso si concentra esclusivamente sui casi di terrorismo jihadista che, nel periodo compreso tra il 1990 e il 2015, hanno messo a segno quasi cinquemila attentati-suicidi in quaranta diversi paesi.

Sino ad ora, sostiene Debray, in Occidente se si è dato molto spazio alla ricostruzione delle modalità organizzative degli attentati suicidi, molto meno sono state indagate le motivazioni ultime dei soldati di Allah. Volerle comprendere «non nega né sminuisce in nulla i fattori sociopolitici che sono in gioco: segregazione urbana, risacca neocoloniale, tragedia palestinese, abbandono scolastico, desiderio di avventura, fascinazione mediatica, tasso di disoccupazione, reclutamento su Internet, esclusione economica» (p. 11).

Il fatto che nei testamenti lasciati da diversi attentatori jihadisti si faccia esplicitamente riferimento alla gioia con cui si lascia questo mondo in vista della ricompensa offerta dall’aldilà, induce ad interrogarsi circa il legame tra le stragi di civili scelti a caso e la conquista del Paradiso. «L’attentato-suicidio del credente non è, dal suo punto di vista, un capriccio o una follia sanguinaria, ma il mezzo più razionale (ed è questa la cosa inquietante) per accedere immediatamente a un lupanare divino più appagante e più piacevole di quanto non furono il ricongiungimento degli Ebrei con i padri in Abramo, i Campi Elisi o le Isole Fortunate dei Greci o il Walhalla delle popolazioni germaniche» (p. 18). Occorre probabilmente confrontarsi con tali convinzioni per comprendere i motivi per cui gli occidentali faticano a intendere le motivazioni profonde che spingono diversi individui ad immolarsi.

«Quanto alla Città Celeste, è sparita dal nostro stock di credenze disponibili, soprattutto dopo il crac dei paradisi in terra. Ci sono rimasti solo i paradisi fiscali e il Club Med, una modesta consolazione. Risultato: mai l’azione pubblica è stata meno focalizzata sull’eventuale di quanto lo sia oggi; né le “lotte finali”, in terra come in cielo, sono state meno all’ordine del giorno […] Quando il telescopio di Galileo ha liquidato il concetto di empireo, dimostrando che lassù era esattamente come qui, e le scienze della terra scacciarono la mela e il serpente dai titoli di testa, i nostri defunti non avevano più un posto dove ritrovarsi. Perché ci sia un paradiso promesso, ci vuole un paradiso perduto. Per questo il cristianesimo si è trasformato socialmente in un ultraumanesimo, un’etica per comportarsi meglio e migliorare la vita in comune, e non in una preparazione alla vita eterna. Ne consegue anche il fatto che da queste parti, tra gli stessi non credenti, con il futuro che non illumina più il presente, il borghese brancola nel buio. Così siamo diventati persone che non si fanno fregare, adulti e matter of fact, convinti che queste superstizioni ancestrali non occupino più alcun posto fra noi» (pp. 27-29).

Debray propone anche un curioso parallelismo: sottolineando come la “radicalizzazione dell’Islam” avvenga proprio nell’era digitale che permette, oltre a un agevole collegamento in rete tra fanatici, il contatto diretto con le fonti scritturali private da qualsiasi filtro interpretativo, lo studioso vi individua analogie con la diffusione della Bibbia attraverso la stampa a caratteri mobili nell’Europa del XVI che finì col promuovere quel letteralismo testuale che ha un ruolo non irrilevante nei fondamentalismi.

Nel volume ci si sofferma su come diversi giovani, privi di un’educazione religiosa preliminare, passino dalla microcriminalità e dalla prigione ad una conversione repentina incentrata su una visione apocalittica dell’Islam nella convinzione che sia possibile un’accelerazione della fine del mondo attraverso il ricorso alla violenza. Non ci sarebbe in loro, sostiene Debray, alcuna volontà di costituire una società islamista, essendo la fine dei tempi percepita come imminente: «un giovane delle banlieue, senza un lavoro o una famiglia, sarà più facilmente un bigotto che un borghese alla moda con un lavoro. L’escatologia è l’ultima risorsa degli umiliati, la rivincita egualitaria dei miserabili, lo spiraglio nel buio, tanto più che nell’Aldilà le gerarchie sociali svaniscono» (p. 37).

Nel cristianesimo la Chiesa ha saputo mantere viva la Promessa salvifica rimandando il suo compimento a un momento futuro. «La formazione dei chierici della Chiesa e dei capi di partito non può che riassumersi in una pedagogia dell’attesa. […] Nella sua versione “scientifica”, il comunismo si è appellato alla “fase di transizione”, brandendo il programma minimo come forche caudine obbligatorie, accusando gli esaltati di erigere la loro impazienza ad argomento teorico e di far abortire, eterno peccato della sinistra, una Vittoria promessa a lungo termine, perché tutto arriva al momento giusto per chi sa aspettare. È là dove non esiste clero – pensiamo per esempio ai sunniti e ai neo-protestanti – né una gerarchia autorevole a raffreddare il surriscaldamento dei nuovi convertiti che la spinta maniaco-apocalittica è al culmine. La linea diretta con l’Altissimo fa rinascere l’ebollizione iniziale, che diventa iniziatica in un contesto di avversità, carestia o oppressione. Il Millenarismo è un populismo metafisico. Manda a quel paese i beneficiari della Dottrina, in particolare la popolazione rurale sradicata, e non è un caso che la ricerca del Millennio (la rivincita finale dei perdenti) abbia accompagnato la prima espansione urbana dell’Occidente, così come ora accompagna il mostruoso ampliamento delle metropoli in Africa e in Medio Oriente. Rimane ferma la convinzione, altro punto condiviso da religiosi e politici, per cui il martire che offre il suo corpo in olocausto manderà avanti le lancette dell’orologio e farà progredire la Storia. È questo il leitmotiv dell’offerta carnale, del sangue-semenza, del sacrificio non solo redentore ma anche acceleratore della salvezza collettiva. L’elettroshock che risveglierà l’eroismo dormiente delle moltitudini è la fede che ha animato i grandi capi delle speranze del XX secolo. Al termine della sua vita, Victor Hugo ammise: “Riconosco la Rivoluzione come un immenso sacrificio necessario per il futuro”. Il martirio del marxista esemplare avrebbe dovuto accelerare l’insurrezione delle masse, e far entrare in gioco i grandi battaglioni del proletariato. La fabbrica cristiana degli schemi mentali ha lasciato i suoi strascichi, tra cui forse – anzi, soprattutto – nel corpo e nell’anima delle avanguardie di ieri che hanno commesso un unico errore: credersi miscredenti» (pp. 40-42).

«Senza il culto dei morti, che presupponeva un aldilà, né il culto degli antenati alla cinese che invece può farne benissimo a meno, visto che si limita a far circolare il soffio cosmico in questo mondo, cosa ci resta per ingannare il nulla che incombe su di noi? I passeggeri della nave cristiana, per uccidere la morte, potevano contare su verità di fede […] e da che mondo è mondo la distruzione spirituale della distruzione corporea è al centro di tutte le nostre architetture simboliche […] La nostra, in Occidente, non si chiama metempsicosi, reincarnazione, trasmigrazione, sciamanesimo, mantenimento del ciclo cosmico tramite sacrificio umano, ascesa al cielo di Indra popolato di danzatrici e musicisti, ecc., ma Resurrezione. È il fiore all’occhiello delle nostre religioni della Salvezza. Da cosa bisogna salvarsi? Dal peccato originale, che portò la morte nel cuore dell’Eden dove vivevano Adamo ed Eva, immortali creature di Dio, fatte a sua immagine» (pp. 53-54).

Al Paradiso, sostiene l’autore, l’Occidente ha finito col sostituire il Progresso in un continuo passaggio da un’illusione a un’altra e ciò che cambia, ogni volta, «per darci l’impressione di essere noi a cambiare, non di stagione ma di destino, è l’accento posto sul tempo più vitaminizzato e vivificante dell’eterna coniugazione – passato, presente o futuro. I premoderni guardavano indietro a un’età dell’oro inventata ma perduta. I moderni guardavano davanti a loro, verso l’alba di un sole sofferente. Noi, postmoderni, inseguiamo su tapis roulant, con gli occhi bendati, lo scoop del giorno. Oriente, Occidente; ieri, oggi. C’è troppo passato nelle epoche della fuga all’indietro; troppo futuro in quelle della fuga in avanti. E adesso che in Occidente tutto è adesso, è il presente a mordersi la coda. Un eccesso di passato remoto scoraggia dall’iniziare perché non possiamo far altro che ripetere, e allora a che pro? E così anche un eccesso di presente – cosa iniziare di preciso?, dal momento che non sappiamo dove andare» (pp. 56-57).

Difficile dire, sostiene lo studioso, se sia meglio vivere lasciandosi «divorare da miti fondanti oppure da clic di approvazione» (p. 61); aver saputo separare le leggi umane dai precetti divini è un bene, ma il prezzo che si paga, afferma Debray, è la perdita di quel Regno al termine delle pene della vita «che non era di questo mondo ma che domani sarebbe stato il mondo stesso» (p. 62). In Occidente, continua l’autore, la morte dovrebbe decidersi a cambiare nome. «Non è più un trapasso, ma una trappola. Niente più suspense. Lasciate ogni speranza, voi ch’entrate: l’inferno, non sono gli altri, è l’assenza di una meta […] Se il futuro, con qualche sotterfugio, ha avuto le sue illusioni, il “tutto e subito” riesce comunque a ingannare la fame. Genera tra gli esclusi un sentimento crescente d’impazienza. […] Porta all’esasperazione i giovani dei paesi poveri perché non hanno più ragioni per sopportare il loro abbandono, visto che non vedono una luce in fondo al tunnel. Tra i ricchi del Nord, l’individualismo del piacere può trasformarsi in cinismo (in mancanza di una spada di Damocle che pende sopra le teste). Quanto all’uomo comune, voi e io, abbiamo scambiato un’insicurezza con un’altra. Alla preoccupazione di mancare il bersaglio, Rivoluzione o Redenzione, subentra quella di non avere più bersagli. Né scopi di guerra, né tabelle di marcia, né cartelli. E le nostre società assumono la consistenza di cocci di vetro. Se l’unità di un popolo non poggia solo su un’eredità di ricordi ma anche e soprattutto su una prospettiva comune, giorno per giorno la vita degenera in un’avventura incerta. Nel nostro ben sopportabile purgatorio, resta una spina nel fianco: la morte. […] L’ultimo “passaggio”, strada senza uscita, viene giustamente ribattezzato “fine della vita”. Socialmente si fa di tutto per riparare il danno e ritrovare al più presto il sorriso: cravatta nera ventiquattr’ore, foto del morto vietata, cadavere tolto dalla vista dei bambini, veglia funebre scomparsa, carro funebre banalizzato, corteo funebre scomparso, cimitero in periferia. Il tutto culmina o sprofonda in una rapida autocombustione chiamata cremazione, dietro una parete divisoria, e non a cielo aperto su un rogo che dura ore, come si fa ancora in India. Possiamo vedere in questa invisibilità un addomesticamento, o un trasferimento clandestino, non solo inevitabile […] ma quasi riuscito» (pp. 64-69).

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(*)  Régis Debray è un personaggio controverso conosciuto sia per aver preso parte al lotta rivoluzionaria in Bolivia al fianco di Che Guevara che per l’accusa di essere stato uno dei suoi traditori, tesi sostenuta, ad esempio, dal film-documentario Sacrificio. Chi ha tradito Che Guevara? (2001) di Erik Gandini, Tarik Saleh, Mårten Nilsson, Lukas Eisenhauer e Johan Söderberg. Al suo ritorno in Francia, oltre a ricoprire vari incarichi governativi, Debray ha realizzato una serie di saggi che sembrano essere stati progettati per suscitare clamore, a volte forse più per mantenere la scena che non per creare un utile dibattito. Tra le opere tradotte in italiano si ricordano: Rivoluzione nella rivoluzione? (1968); La guerriglia del Che (1974); La gringa (1978); Dio, un itinerario (2002); Lo Stato seduttore (2003); Fare a meno dei vecchi (2005); Processo al surrealismo (2007); Cosa ci vela il velo? (2007); Il nuovo potere. Macron, il neo-protestantesimo e la mediologia (2018)

 

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Nemico (e) immaginario. Lo sguardo cieco dell’Occidente è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Fantasie che mordono. Carmillafest 2019 – Bologna 19-20 ottobre https://www.carmillaonline.com/2019/10/11/fantasie-che-mordono-carmillafest-2019-bologna-19-20-ottobre/ Fri, 11 Oct 2019 21:00:39 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=55143 di Redazione

L’immaginario d’opposizione, che quotidianamente si manifesta su questa webzine, il 19 e il 20 ottobre attraverserà la porta interdimesionale e prenderà corpo a Bologna in una due giorni di dibattiti, musica, proiezioni e gastronomia popolare, ospitata dal Vag61 – Spazio libero autogestito (via Paolo Fabbri 110). Vi aspettiamo.

 

Fantasie che mordono. Carmillafest 2019 – Bologna 19-20 ottobre è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Redazione

L’immaginario d’opposizione, che quotidianamente si manifesta su questa webzine, il 19 e il 20 ottobre attraverserà la porta interdimesionale e prenderà corpo a Bologna in una due giorni di dibattiti, musica, proiezioni e gastronomia popolare, ospitata dal Vag61 – Spazio libero autogestito (via Paolo Fabbri 110). Vi aspettiamo.

 

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La vita della gente per bene genera mostri https://www.carmillaonline.com/2019/10/10/la-vita-della-gente-per-bene-genera-mostri/ Thu, 10 Oct 2019 21:00:35 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=55232 di Paolo Lago

Zoe Whittall, Gente per bene, trad. it. di Alessandra Riccardi, Elleboro, Bologna, 2019, pp. 465, € 14,00.

Gente per bene, il recente romanzo della scrittrice canadese Zoe Whittal, uscito in lingua originale nel 2016 con il titolo Best Kind of People, possiede una indubbia capacità di creare immagini: una forza visiva che ci imprime nella memoria ogni vicenda narrata come se si trattasse dei fotogrammi di un film. Adesso possiamo leggerlo in italiano grazie alla bella traduzione di Alessandra Riccardi che crea, in alcuni momenti, una vivace mimesi di molte espressioni gergali, della lingua parlata, dei modi di [...]

La vita della <em>gente per bene</em> genera mostri è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Paolo Lago

Zoe Whittall, Gente per bene, trad. it. di Alessandra Riccardi, Elleboro, Bologna, 2019, pp. 465, € 14,00.

Gente per bene, il recente romanzo della scrittrice canadese Zoe Whittal, uscito in lingua originale nel 2016 con il titolo Best Kind of People, possiede una indubbia capacità di creare immagini: una forza visiva che ci imprime nella memoria ogni vicenda narrata come se si trattasse dei fotogrammi di un film. Adesso possiamo leggerlo in italiano grazie alla bella traduzione di Alessandra Riccardi che crea, in alcuni momenti, una vivace mimesi di molte espressioni gergali, della lingua parlata, dei modi di dire utilizzati dagli adolescenti americani contemporanei. Siamo infatti a Avalon Hills, una ricca cittadina della provincia americana, quella stessa provincia che vediamo in molti film degli ultimi anni, con le villette a schiera e macchine costose parcheggiate nel vialetto sotto casa. La zona bene di Avalon Hills ha la particolarità di essere posizionata sulle rive di un lago ed è proprio qui che si trova anche l’elegante villa dei protagonisti: il professor George Woodbury, sua moglie Joan e sua figlia Sadie. George è un rispettato e rispettabile professore del liceo cittadino, appartenente alla più importante famiglia del paese, che anni prima ha addirittura sventato una sparatoria all’interno della sua scuola, salvando la figlia Sadie, a quel tempo una bambina che frequentava la quinta elementare, dalle attenzioni di un folle armato penetrato all’interno dell’istituto (situazione che, purtroppo, come sappiamo dai fatti di cronaca, negli Stati Uniti non è poi così rara).

A un certo momento, il ripetitivo meccanismo della vita quotidiana a Avalon Hills si inceppa: George viene improvvisamente accusato di violenza sessuale da alcune sue studentesse e viene arrestato e portato in carcere. Da quel momento, la vita della moglie Joan e della figlia adolescente Sadie – nonché del figlio Andrew, avvocato gay trentenne che vive a New York con il compagno Jared – cambia inesorabilmente. Se prima si trattava di una famiglia stimata e rispettata, da quando l’accusa infamante è ricaduta su George, gli altri abitanti del paese allontanano Joan e Sadie. La prima viene trattata freddamente ed emarginata sia dai colleghi di lavoro che dagli amici mentre la seconda, a scuola, viene allontanata da tutte le sue amiche e dai suoi compagni di classe. A questi episodi se ne alternano altri di violenza più manifesta: la loro casa è fatta bersaglio, di notte, del lancio di pietre e di uova marce mentre messaggi intimidatori arrivano via social e via telefonate anonime. È come se un magma oscuro e sotterraneo, finora addormentato, si fosse risvegliato all’improvviso. Un sostrato ctonio, notturno e inquietante, che trasforma i placidi cittadini di provincia in belve gonfie d’odio. Se il primo mostro generato dalla cittadina di provincia è stato George, accusato – non sapremo fino alla fine se giustamente o ingiustamente – di pedofilia e violenza sessuale da alcune sue studentesse durante una gita, la maggior parte dei suoi abitanti subisce una vera e propria metamorfosi. Sotto la cenere della tranquilla e rispettabile vita di provincia cova quindi un magma mostruoso e terribile, pronto a esplodere in qualsiasi momento come nella cittadina americana tratteggiata da David Lynch ne I segreti di Twin Peaks (Twin Peaks, 1990-91), sotto il cui tranquillo aspetto esteriore si nasconde un notturno, onirico e macabro inferno.

Il più sicuro punto di forza del romanzo di Zoe Whittall è quindi la capacità di mostrare come funzionano determinate dinamiche sociali: va tutto bene finché siamo simili o ‘uguali’, uniti e tenuti insieme dal filo del rispetto delle convenzioni sociali. Se la figura dell’altro è comunque presente all’interno di questa somiglianza, esso è pur sempre un ‘altro’ digerito e accettato, che si dispone all’interno della convenzionalità. Ma quando emerge l’Altro con l’iniziale maiuscola, il Diverso, il ‘mostro’ addirittura, allora bisogna essere compatti nell’espellerlo dalla comunità. Come afferma il filosofo coreano Byung-Chul Han, la contemporanea società dominata dall’universo fluido e levigato di internet, incastonata nella forma estetica del “mi piace” dei social, cerca in tutti i modi di espellere qualsiasi figura di alterità, di attaccarla, emarginarla e, alla fine, annientarla.

L’universo cittadino della provincia di Avalon Hills è fagocitato dai social, dal sistema di inclusione / esclusione che piattaforme come Twitter, Facebook o Instagram mettono in funzione ogni secondo. Il romanzo apre una finestra su queste dinamiche sociali, disegna uno spaccato di vita di provincia che è Avalon Hills ma potrebbe essere qualsiasi realtà ricca di un Occidente benestante sempre più ‘americanizzato’. Da questo universo levigato e perfetto, pronto ad annientare qualsiasi figura diversa da se stesso, vengono avvolte Joan e Sadie ma anche Andrew, che aveva scelto di allontanarsi dalla provincia e vivere a New York, la metropoli e l’anti-provincia per eccellenza. E allora la scrittrice è abile nel far emergere le difficoltà della vita di un giovane gay nella provincia puritana dell’America contemporanea: anche Andrew è un diverso, lo è sempre stato ad Avalon Hills e la ‘mostruosità’ di George sembra adesso ancora peggiore proprio in virtù del fatto di avere un figlio omosessuale. Sia Joan che Sadie, inoltre, sono due personaggi costruiti per mezzo di personalità complesse, costantemente attraversate da dubbi e angosce ma comunque sempre risolute, pronte ad affrontare da sole le enormi difficoltà che gli sono piombate addosso. La forza psicologica e morale di queste due figure di donne, madre e figlia, viene focalizzata attraverso un’ottica di genere ben delineata: l’autrice in quanto donna tiene a mostrarci, per mezzo di un’ottica femminile, come si sente una moglie, improvvisamente rimasta sola, nei momenti in cui il marito è stato arrestato con l’accusa di violenza sessuale. Le figure più complesse del romanzo, le vere protagoniste sono proprio Joan e Sadie: una “madre Courage” e sua figlia contemporaneamente deboli e forti, caratterizzate da una enorme resistenza morale.

Altre figure di contorno, ben delineate, come Jimmy, fidanzato adolescente di Sadie, sua madre Elaine (personaggi che, invece, saranno sempre vicini alla famiglia), Kevin, scrittore trentenne spiantato e nullafacente, cinico e pronto a speculare sull’affaire Woodbury con un nuovo romanzo ispirato alla sua vicenda, Jared, il compagno di Andrew, Clara, la disincantata sorella di Joan, non fanno altro che conferire vivacità e corposità alla storia. Possiamo quindi leggere Gente per bene non solo come un romanzo, come un’opera letteraria ma anche come una sorta di trattato antropologico srotolato in forma di narrazione, come una contemporanea Comedie humaine della società “liquida” del neocapitalismo avanzato. Tutti i personaggi sono dei tipi antropologici e sociali e tutti si portano dentro dei problemi irrisolti, delle turbe psicologiche che erano state sedate e addormentate dalla perfetta, tranquilla e apparentemente armoniosa vita di provincia. Tutti i problemi e le turbe, scatenate da un evento esterno come l’arresto di George con un’accusa infamante, esplodono e emergono allo scoperto muovendosi e scontrandosi come tante particelle impazzite. E allora si capisce che la società e le sue dinamiche tratteggiate nel libro sono le stesse che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni, pronte ad essere squarciate da un improvviso e inaspettato terremoto che giunge da un sotterraneo magma, oscuro e notturno e ci vuole un attimo perché, anche a livello mediatico, vengano immediatamente creati nuovi ‘mostri’ da isolare, emarginare, colpevolizzare e distruggere.

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La vita della <em>gente per bene</em> genera mostri è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Primi elementi di ballistica spaziale https://www.carmillaonline.com/2019/10/09/primi-elementi-di-ballistica-spaziale/ Wed, 09 Oct 2019 21:01:32 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=55125 di Sandro Moiso

Cobol Pongide, Marte oltre Marte. L’era del capitalismo multiplanetario, DeriveApprodi, Roma 2019, pp. 176, Euro 13,00

Qualche anno or sono, introducendo un più vasto discorso sull’Antropocene e l’accelerazione dell’influenza dell’azione umana sul clima e sull’ambiente a partire dal 1945, John R.Mc Neill e Peter Engelke, nel loro testo La Grande accelerazione (Einaudi 2018), hanno scritto : “Solo una persona vivente su dodici può vantare memorie precedenti al 1945. L’intera esperienza di quasi tutti gli individui che abitano il pianeta si è svolta in questo particolare momento storico, la Grande [...]

Primi elementi di ballistica spaziale è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Sandro Moiso

Cobol Pongide, Marte oltre Marte. L’era del capitalismo multiplanetario, DeriveApprodi, Roma 2019, pp. 176, Euro 13,00

Qualche anno or sono, introducendo un più vasto discorso sull’Antropocene e l’accelerazione dell’influenza dell’azione umana sul clima e sull’ambiente a partire dal 1945, John R.Mc Neill e Peter Engelke, nel loro testo La Grande accelerazione (Einaudi 2018), hanno scritto : “Solo una persona vivente su dodici può vantare memorie precedenti al 1945. L’intera esperienza di quasi tutti gli individui che abitano il pianeta si è svolta in questo particolare momento storico, la Grande accelerazione, senz’altro il periodo più anomalo e meno rappresentativo dei rapporti tra la nostra specie e la biosfera in una storia lunga 200.000 anni. Ciò dovrebbe renderci tutti piuttosto scettici riguardo al fatto che le tendenze attuali siano destinate a durare a lungo.
La Grande accelerazione, almeno nelle sue modalità attuali, non può durare ancora a lungo: non ci sono abbastanza grandi fiumi su cui costruire dighe, non sono rimasti petrolio a sufficienza da bruciare, foreste da abbattere, pesci da pescare, falde acquifere da prosciugare. In verità, anzi, vedremo che vi sono numerosi segnali di rallentamento, e in alcuni casi di inversione, dovuti a cause diverse”.

Ecco allora che il testo appena pubblicato da DeriveApprodi dimostra invece proprio il contrario, ovvero come l’idra capitalistica non sia affatto intenzionata ad abbandonare il sistema basato sull’estrattivismo e lo sfruttamento dell’ambiente e delle specie che lo abitano su cui ha posto le sue fondamento fin dal XVIII secolo, se non prima.
Quindi se non dovessero bastare le risorse minerali del pianeta, in tale logica, occorrerà trovare il modo, o i modi, di sfruttare quelle presenti fuori da questo.

Vi ricordate l’astronave da trasporto Nostromo, su cui si svolgono le vicende del primo Alien? 1 Le vicende di quell’autentico astro-cargo destinato a portare minerali preziosi estratti su pianeti lontani e che vedrà il proprio, conflittuale equipaggio distrutto da un carico inaspettato e indesiderato, possono servire come punto di partenza per le considerazioni svolta dall’autore nelle pagine di Marte oltre Marte.

Perché Cobol Pongide (musicista, scienziato e ufociclista come egli stesso si definisce) esprime l’urgenza di descrivere concretamente un nuovo ciclo del modo di produzione e di accumulazione capitalistica, quello “multiplanetario”. Un’urgenza che deriva dalla necessità di delineare scenari di espansione del tutto nuovi, destinati, nell’intento dei suoi promotori, a rompere quella contraddizione esistente tra un capitalismo potenzialmente illimitato nelle sue possibilità teoriche di espansione, ma finito all’interno dei limiti dello sferoide su cui fino ad ora si è appoggiato.

Non a caso il numero di privati interessati alla ricerca tecnologica e scientifica legata all’esplorazione spaziale si è notevolmente ingrandito a partire dagli anni 2000. Il recente annuncio di Elon Musk sull’avanzamento nella progettazione e realizzazione di un nuovo potentissimo razzo destinato a portare gli uomini sulla Luna e su Marte (qui) sembra far parte di questo allargamento della base di coloro che sono interessati e coinvolti nel progetto di espansione multiplanetaria del modo di produzione dominante, per ora, sul solo nostro pianeta.

E, non a caso, sempre il solito Musk ha sostenuto l’utilità di un bombardamento nucleare del pianeta rosso ai fini di una sua terraformazione e adattamento per una futura colonizzazione terrestre (qui). L’imprenditore americano, spesso definito come “visionario”, sembra infatti essere la punta di diamante di una ricerca di espansione degli investimenti destinati alla rivitalizzazione di un capitalismo, esattamente come le aziende dello stesso Musk, oggi piuttosto asfittico, almeno in Occidente.

Non dovrebbe sfuggire ai lettori più attenti che tutto il dibattito è stato particolarmente diffuso dai media proprio a partire dal cinquantenario dello sbarco sulla Luna avvenuto nell’agosto del 1969.
Intessendo, ancora una volta, una sorta di mantra in favore del progresso e delle magnifiche sorti dell’attuale società divisa in classi, in cui il futuro della maggioranza della specie sembra essere, però, più quello disegnato dal film Elysium di Neill Blomkamp (2013) che quello delineato dalle grandi saghe di colonizzazione spaziale ideate da Isaac Asimov e dalla hard science fiction, così tanto innamorata dei dettagli tecnici e scientifici.

Un dibattito che, a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, sia negli Stati Uniti che in Russia accompagnò non soltanto una gara spaziale, che in realtà in quel periodo non si allontanò mai più di tanto dall’orbita terrestre, ma anche una competizione economica, tecnologica e militare di non secondaria importanza per le due, allora, superpotenze. Contribuendo ad intessere e arricchire per i primi la promessa della Nuova Frontiera di kennedyana memoria, e quella dell’Uomo Nuovo sovietico per la seconda.

Una frontiera che per diversi anni, a sua volta, non si allontanò molto dall’idea di Jules Verne contenuta nel romanzo Dalla Terra alla Luna del 1865, in cui l’autore prospettava una durata di 97 ore e 20 minuti del viaggio per raggiungere il satellite terrestre per mezzo di un proiettile, con equipaggio, sparato da un gigantesco cannone. Al di là del fatto che Verne avesse sbagliato di poco i tempi di viaggio, abbreviandoli di circa sei ore2 , la tecnica e la meccanica dell’impresa non si erano differenziate molto da quella ideata dallo stesso scrittore francese. Un viaggio in cui l’attrazione gravitazionale dei due corpi (Terra e Luna) ebbe molta più importanza della potenza dei mezzi impiegati.

Come infatti dichiarò Chuck Yeager, il pilota collaudatore americano che nel 1947 con un aereo Bell X-1 aveva superato per la prima volta il muro del suono e che il 12 dicembre 1953 raggiunse Mach 2.44 con un apparecchio X-14, allo scrittore Tom Wolfe per la stesura del libro La stoffa giusta (1979)3 , “un vero pilota come lui non avrebbe mai accettato di farsi sparare nello spazio come un qualsiasi uomo-proiettile da circo”.
Motivando così il suo rifiuto di aderire a quel programma, per il quale pure era stato contattato.

Anche la recente esaltazione italica per la permanenza nello spazio di Samantha “Astro” Cristoforetti, e per l’attuale incarico come comandante della stazione spaziale Iss dato a Luca Parmitano, omette di ricordare che la distanza tra la stazione spaziale orbitante e la Terra è inferiore a 400 chilometri, ovvero la distanza che separa Torino da Venezia, elemento che fa sì che la stazione Iss si trovi ancora tutta all’interno dell’ultimo strato dell’atmosfera terrestre, ovvero l’esosfera che è compresa tra i 200 e i 2500km di altezza.

Il testo di Cobol Pongide, dopo una sintetica definizione del problema contenuta nell’introduzione, si articola in tre capitoli.
Nel primo prende in esame le tre ere della espansione spaziale del capitalismo, delineandone una sintetica storia: quella che va dalla “Machine Age” al 1975, la successiva dal 1981 al 1997 e, infine, quella dal 1997 ad oggi ed oltre (come recita il suo titolo). In quest’ultima parte del primo capitolo si rivelano particolarmente interessanti quelle dedicate alla biologia cosmica e a quelli che l’autore chiama “cadetti spaziali” ovvero la forza lavoro ingegneristica e tecnico-scientifica necessaria allo sviluppo dei progetti spaziali. Forza lavoro intellettuale e non che, nonostante un vasto sforzo propagandistico portato avanti anche dalle agenzie di formazione governative e private, vede ancora una gran parte degli addetti avere un’età media di 40-45 anni, ormai troppo alta per garantire una reale continuità di saperi e pratiche atte alla realizzazione dei progetti collegati ai piani di espansione nell’outer space.

Il secondo capitolo si occupa invece dei problemi e delle prospettive legate alle necessità di terraformazione necessarie per l’adattamento degli uomini ai nuovi “territori” da sfruttare e al cosiddetto transumanesimo.
Mentre il terzo si dedica ai problemi dell’esopolitica necessaria al controllo e allo sfruttamento dei nuovi “territori” destinati allo sfruttamento.

Proprio leggendo le interessanti pagine, le riflessioni e i dati riportati dal testo diventa però chiaro come tutti questi progetti siano destinati a schiantarsi a causa dei limiti del capitalismo stesso.
Una sorta di drammatica space opera che Marx, quando aveva rilevato i limiti all’espansione del modo di produzione capitalistico nel capitalismo stesso, aveva ampiamente anticipato.
Faccio solo un esempio: il capitalismo, estrattivista per sua intrinseca natura, dispone oggi di propellenti, liquidi e solidi, ancora arcaici ed inadatti per una spinta adatta a superare, non con piccole sonde, ma con navi spaziali piuttosto grandi le immense distanza che ancora separano le multinazionali terrestri dai loro obiettivi extra- terrestri. Come rileva infatti un articolo di Sarah Scoles, pubblicato sul numero di ottobre della rivista “Le Scienze”4 , i razzi di oggi non ci permetteranno di arrivare fino alle stelle e, proprio per questo assodato motivo, alcuni ricercatori stanno lavorando, affidandosi non ai prodotti fossili e chimici ma alle scoperte alla frontiera della fisica, per portare gli uomini lassù.
Una contraddizione enorme quella prodotta da una tecnologia che nel fossile e nella chimica, per motivi di profitto, affonda le sue radici e una possibile probabilmente solo a patto che la scienza non sia più controllata da investitori che alle prime sono collegati (anche nelle loro aspirazioni galattiche).

Un altro esempio di limite è dato proprio dai problemi biologici e fisiologici causati negli esseri umani da una lunga permanenza nello spazio, problemi già segnalati dalla letteratura scientifica degli anni ’50 e oggi ancora largamente irrisolti.5
Pertanto tutto tenderebbe a confermare che l’attuale attenzione allo sviluppo capitalistico extra-terrestre non sia che un altro tentativo, come quello degli anni ’50 e ’60, di sviluppare nuove tecnologie e pratiche militari adatte ad essere applicate in maniera profittevole e duratura ancora una volta su questa vecchia esosfera che abitiamo da centinaia di migliaia di anni.

Pratiche di sfruttamento e di controllo di territori ricchi di materie prime importanti che potrebbero rivelarsi particolarmente utili nei conflitti, non solo politici, che la progressiva riduzione dei ghiacciai artici e antartici sta già portando alla ribalta e che vede impegnate, per il controllo dei giacimenti artici, fin da ora cinque nazioni: Stati Uniti, Russia, Canada, Danimarca e Norvegia. Cinque paesi che rivendicano, grazie alla loro posizione geografica, una sorta di monopolio delle riserve di materie prime che gli oceani di quelle regioni, in cui già sono cominciati rilevamenti e trivellazioni, ancora nascondono.6

Insomma il gran parlare di conquista dello spazio e del suo sfruttamento, fatto dalle grandi agenzie di ricerca tecnico-scientifica e finanziaria, forse ancora una volta, come già anticipò in alcuni suoi scritti Amadeo Bordiga, servono a rilanciare l’immagine molto terrena di un capitalismo vivo e vegeto, sostanzialmente indistruttibile ed illimitato nelle sue possibilità di soddisfare i bisogni della specie. Soprattutto dopo averli creati e irrorati con enormi sforzi propagandistici.
Ricordiamoci dunque sempre e comunque che: “I racconti-balle preferiscono operare stando a terra”.7

La lettura di Marte oltre Marte può rivelarsi pertanto molto utile per leggere la materialità terrestre dei fatti e dei progetti, che l’autore esplora comunque con una vena critica oggi assolutamente necessaria, per separare, come si diceva un tempo, il grano dalla pula ovvero le possibilità concrete che la scienza e la tecnica potrebbero offrire nel mettersi oggi al servizio dell’umanità e dell’ambiente dall’uso che intendono invece farne il capitale e suoi scherani. Una sorta di grande opera inutile e dannosa come sempre, anche se spaziale.


  1. Ridley Scott, Alien, 1979  

  2. In effetti la capsula dell’Apollo 11 era stata lanciata da Cape Kennedy il 16 luglio alle ore 13:32, per mezzo di un razzo Saturn V, ed era allunata il 20 luglio alle ore 20:17:40, mentre gli astronauti Neil Armstrong e Buzz Aldrin erano scesi sulla supperficie lunare sei ore dopo, il 21 luglio alle ore 02:56.  

  3. Il testo di Wolfe narra la storia del programma spaziale americano attraverso le interviste a piloti, astronauti e tecnici in esso coinvolti. Dal libro il regista Philip Kaufman, nel , 1983, trasse il film The Right Stuff (noto in Italia come Uomini veri)  

  4. Sarah Scoles, Idee pazzesche in senso buono, Le Scienze n°614, Ottobre 2019, pp. 72-79  

  5. Si veda, solo come esempio, V.I. Levantoski, Dagli sputnik al pianeta artificiale, Editori Riuniti 1959  

  6. Si vedano in proposito: Mark Fischetti, Condividere o conquistare e Kathrin Stephen, Uno scontro inevitabile? Entrambi gli articoli sono contenuti nel dossier Ambizioni Artiche, Le Scienze n° 614, cit. pp. 44-63  

  7. A. Bordiga, Selene incocciata e scocciata?, Il programma comunista n° 17 del 1959. Tra il 1957 e il 1967 Amadeo Bordiga scrisse per il giornale “Il programma comunista” una cinquantina di articoli critici nei confronti di quella che allora, in tale contesto, era definita “questione spaziale”. Articoli nei quali l’autore sollevò serissimi dubbi anche solo sul fatto che gli esseri umani potessero, con le tecnologie messe a disposizione dal capitalismo dell’epoca, giungere a toccare il suolo lunare.  

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Primi elementi di ballistica spaziale è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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