Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sat, 24 Sep 2022 20:00:26 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.21 Sacheen Littlefeather (Piccola Piuma) https://www.carmillaonline.com/2022/09/24/sacheen-littlefeather-piccola-piuma/ Sat, 24 Sep 2022 20:00:26 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=74215 di Giorgio Bona

Come esaminato in un pezzo precedente, la filmografia western americana resta in genere lontana dalla verità. Non tutta, ci sono alcune eccezioni: rari, anzi rarissimi interventi intesi a difendere i nativi americani vittime di uno dei più grandi stermini della storia.

Emblematico un fatto la cui eco ha avuto parecchia circolazione in questo periodo ma che risale a cinquant’anni fa, precisamente il 23 marzo 1973, in occasione della 45esima edizione degli Academy Awards, durante la premiazione degli Oscar.

Il divo americano Marlon Brando negò la [...]

Sacheen Littlefeather (Piccola Piuma) è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Giorgio Bona

Come esaminato in un pezzo precedente, la filmografia western americana resta in genere lontana dalla verità. Non tutta, ci sono alcune eccezioni: rari, anzi rarissimi interventi intesi a difendere i nativi americani vittime di uno dei più grandi stermini della storia.

Emblematico un fatto la cui eco ha avuto parecchia circolazione in questo periodo ma che risale a cinquant’anni fa, precisamente il 23 marzo 1973, in occasione della 45esima edizione degli Academy Awards, durante la premiazione degli Oscar.

Il divo americano Marlon Brando negò la sua presenza durante la cerimonia, che lo consacrava miglior attore protagonista per l’interpretazione di Vito Corleone nel film Il Padrino. All’ultimo momento decise di mandare alla consegna, davanti a milioni di telespettatori, Sacheen Littlefeather ovvero Piccola Piuma, pseudonimo di Marie Louise Cruz, attrice, una nativa americana di origine (per parte di padre) Apache e Yaqui.

La sua apparizione sul palco del Dorothy Chandler Pavilion, sotto lo sguardo allibito di tante celebrità di allora, suscitò scalpore.

Ferma, decisa, la giovane si presentò affermando con orgoglio di presiedere il National Native American Affirmative Image Committee.

Prima di acquisire notorietà sulla scia di quella serata, aveva unito lo studio e piccole prove come attrice e modella (anche per Playboy, 1972, “Ero giovane e stupida” liquiderà poi l’episodio) alla militanza per i diritti dei nativi americani. In seguito si occuperà di campagne per la lotta all’AIDS, malattia che nel 1990 causa la morte di suo fratello.

Quando alla premiazione Sacheen dichiarò di rappresentare Marlon Brando ci fu qualche timido applauso qua e là, ma in generale si trovò subissata dai fischi. La maggioranza della platea, sconcertata, la minacciò, insultandola.

Con un abito di camoscio, mocassini e lunghi capelli neri raccolti in due codini, da vera squaw apache, presentandosi, si rivolse al pubblico così:

 

Rappresento Marlon Brando questa sera, e lui mi ha chiesto di comunicarvi in un lunghissimo discorso – che non posso condividere con voi al momento, per motivi di tempo, ma che sarò lieta di condividere con la stampa in seguito –, che con rammarico non può accettare questo premio così generoso. E le ragioni di ciò sono il trattamento riservato ai nativi americani oggi dall’industria cinematografica – scusatemi… [fischi e applausi] e in televisione nelle repliche dei film, e anche con i recenti incontri a Wounded Knee.

 

La tragedia evocata da Piccola Piuma aveva visto l’eccidio di quasi trecento nativi americani di origine Sioux Lakota, massacrati dall’esercito americano (dicembre 1890) presso la cittadina di Wounded Knee in South Dakota: venti dei soldati responsabili furono premiati con medaglia d’onore, e ancora recentemente (2019) una rappresentanza di nativi lakota ha chiesto la revoca di queste “medaglie del disonore”. Proprio su questo argomento Dee Brown (1908-2002) scrisse un libro che fece epoca, Bury My Heart at Wounded Knee, 1970 (Seppellite il mio cuore a Wounded Knee, Mondadori, 1972).

Un testo talmente straziante che chi scrive fece fatica a leggerlo. Qui in poche righe la storia di quel massacro nelle parole di Alce Nero:

 

Non sapevo in quel momento che era la fine di tante cose. Quando guardo indietro, adesso, da questo alto monte della mia vecchiaia, ancora vedo le donne e i bambini massacrati, ammucchiati e sparsi lungo quel burrone e zig zag, come li vidi con i miei occhi da giovane. E posso dire che con loro morì, sulla neve insanguinata, sepolto sotto la tormenta, il sogno di un popolo. Era un grande sogno.

 

Ma di tutto ciò Piccola Piuma non fece in tempo a parlare. E un episodio durato appena sessanta secondi segnò uno dei momenti più significativi e odiosi degli ultimi cinquant’anni nella storia della lotta contro le minoranze.

Sessanta secondi per adattare una lettera di quindici pagine, con passi come questo:

 

Per duecento anni abbiamo detto agli indiani che si battevano per la loro terra, le loro famiglie e il loro diritto di essere liberi “deponete le armi e potremo vivere insieme”. Lo hanno fatto e li abbiamo sterminati. Abbiamo mentito, li abbiamo privati delle loro terre, trasformandoli in mendicanti in una terra che loro hanno amato e che ha dato a loro la vita.

 

John Wayne, sterminatore di pellerossa nella storia del cinema western di Hollywood, venne addirittura trattenuto da sei uomini che gli evitarono di salire sul palco per cacciare l’attivista indiana.

Sacheen rappresentò per il mondo lo specchio di quella società, in minoranza naturalmente, che lotta per il giusto e che viene emarginata in favore dei burattinai del potere: il tutto con l’effetto di una gogna popolare satura di odio e di intolleranza, in un mondo che non si schiera dalla parte di chi abbia ragione, bensì di chi è più forte.

L’effetto risonanza fu altissimo. Un esempio banale per me allora studente di scuola superiore in una città come Casale Monferrato: la nascita di un circolo alternativo che prese il nome di Wounded Knee, proprio l’anno dopo questo fatto, e frequentatissimo in quegli anni da colori che oggi potremmo definire gli antagonisti.

Questo minuto davanti alle telecamere costò alla giovane nativo americana, solo ventisettenne, la fine della carriera cinematografica e l’ira e l’accanimento dei vertici dell’Academy. Quegli stessi che dopo 49 anni l’Academy mostrano ora di cospargersi il capo di cenere recitando il mea culpa. Arrivano le scuse via lettera, ufficiali, scritte per l’evento di quella serata.

Un discorso durato un minuto e che rimane in memoria per quasi cinquant’anni. Come pisciare nell’oceano, e l’ecologia mondiale ti accusa di aver inquinato l’acqua. Le scuse non cancellano i crimini, i misfatti, i soprusi. Questa è la demo(nio)crazia.

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Sacheen Littlefeather (Piccola Piuma) è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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L’Iran senza veli https://www.carmillaonline.com/2022/09/23/liran-senza-veli/ Fri, 23 Sep 2022 21:55:51 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=74208 di Francisco Soriano

È il giorno 13 del mese di settembre quando, la ventiduenne Mahsa Amini, viene intercettata e sequestrata da una squadraccia di poliziotti dediti all’individuazione di persone che mostrano comportamenti immorali e contrari all’etica sciita: di questa composita formazione di “squadristi della buon costume” ne fanno parte anche donne, in abiti borghesi, molto attive anche all’interno di mezzi pubblici e metropolitane.

Mahsa Amini è di origini curde ed è in viaggio per turismo a Teheran.

È una delle tante giovani iraniane a ritrovarsi vessata e sequestrata, soprattutto, nelle strade dei grandi [...]

L’Iran senza veli è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Francisco Soriano

È il giorno 13 del mese di settembre quando, la ventiduenne Mahsa Amini, viene intercettata e sequestrata da una squadraccia di poliziotti dediti all’individuazione di persone che mostrano comportamenti immorali e contrari all’etica sciita: di questa composita formazione di “squadristi della buon costume” ne fanno parte anche donne, in abiti borghesi, molto attive anche all’interno di mezzi pubblici e metropolitane.

Mahsa Amini è di origini curde ed è in viaggio per turismo a Teheran.

È una delle tante giovani iraniane a ritrovarsi vessata e sequestrata, soprattutto, nelle strade dei grandi centri urbani, con appositi furgoni muniti di grandi sportelloni esterni, utili a caricare le vittime senza troppi “sprechi di energie”. Se queste ultime si mostrano recalcitranti, il metodo più consolidato di arresto resta la bastonatura che si protrae, nella maggior parte dei casi, anche per diversi giorni all’interno di specifici luoghi di detenzione, con umiliazioni e pressioni psicologiche che ledono i più elementari diritti umani delle persone. Molto spesso, in Iran, vengono concessi brevi periodi di “libertà”: le donne hanno la sensazione di poter finalmente decidere di indossare o meno l’hijab e di utilizzare il maquillage, sul proprio volto e sulle mani. Questi periodi, tuttavia, vengono sistematicamente interrotti con restrizioni e limitazioni che gettano le persone in una condizione di criticità psicologica e frustrazione. Sono soprattutto le generazioni più giovani, la maggioranza delle quali insofferenti nel seguire il rigido codice islamico-sciita, a pagare il prezzo più alto.

Questa volta, però, la giovane Mahsa non ha retto alle umiliazioni e alle manganellate della polizia in carcere: è morta dopo essersi accasciata al suolo, visibile in un video contraffatto e mostrato dalle autorità di polizia che hanno cercato, senza riuscirvi, di celare l’immane colpa di aver ucciso una persona inerme per “futili motivi”. La polizia iraniana si è mostrata subito preoccupata dalle conseguenze di questo orrendo crimine, affermando che Mahsa sarebbe stata colpita da infarto. Fonti giornalistiche iraniane sostengono, inoltre, che le autorità abbiano rimosso il capo della polizia di Teheran, Ahmed Mirzaee, per il momento soltanto con la sospensione dall’incarico. Il presidente iraniano Ebrahim Raissi, invece, ha chiesto al Ministero degli Interni di avviare un’indagine sul decesso della giovane nella speranza di spegnere le prime avvisaglie di rivolta all’interno delle metropoli iraniane. Tuttavia, il gesto ha innescato una fiamma deflagrante ancora più violenta e incontrollata di quanto si potesse immaginare. A peggiorare la situazione ha contribuito la dichiarazione dell’ospedale “Kasra” della capitale, apparsa sui social media della struttura sanitaria, in cui si affermava che “Mahsa Amini era giunta il giorno 13 già senza alcun segno vitale”. I fondamentalisti islamici ben distribuiti in gruppi militari e paramilitari, come ad esempio i famigerati bastonatori “irregolari” conosciuti come “baseji”, hanno minacciato e oscurato gli account dell’ospedale accusando i funzionari ospedalieri di essere “agenti anti-regime prezzolati da potenze straniere”. Una retorica abbastanza consolidata in Iran, che intende nascondere una verità inconfutabile: l’assenza di considerazione per i diritti umani e i diritti delle donne, che nulla hanno a che fare con i tentativi delle potenze straniere di sobillare il regime islamico. Inoltre, le responsabilità storiche degli USA e della Gran Bretagna, con illegittime ingerenze nelle politiche di questo Paese, non possono giustificare l’esistenza di questo sistema di governo corrotto e violento, che si fonda su valori regressivi in tema di democrazia e valori fondanti i diritti umani e di genere.

L’introduzione della copertura islamica avvenne subito dopo la rivoluzione del 1979 e la “presa del potere” dell’ayatollah Ruhollah Khomeini. Quest’ultimo con perizia e intelligenza strategica, riuscì a inglobare una rivolta popolare con diverse sfaccettature e istanze ideologiche, in una dimensione islamico-sciita, facendo eliminare fisicamente avversari politici e oppositori, con spietata ferocia e senza esclusione di colpi. L’attuale presidente della cosiddetta repubblica islamica, Ebraihim Raissi, fu uno degli artefici dell’uccisione di migliaia di persone, sequestrate, torturate e giustiziate nel periodo post-rivoluzionario. Al potere dal giugno del 2021, dopo aver occupato le massime cariche nella magistratura iraniana da quando aveva 19 anni, Raissi è riconosciuto come responsabile di “crimini contro l’umanità”: un’accusa condivisa e suggellata a livello internazionale anche da Stati “non ostili” all’Iran. Nell’estate del 1988 fu uno dei quattro membri di una commissione che ordinò e fece eseguire la tortura e l’uccisione di circa 30.000 membri di formazioni politiche, anche islamiche, per tradimento e opposizione al regime khomeinista. È stato protagonista, inoltre, della repressione di studenti e oppositori nelle varie rivolte scoppiate a fasi alterne in Iran. Fra le più sanguinose ricordiamo quella nel 2009 (alla quale ho assistito come testimone e vittima di tortura) durante l’elezione contestata di Mahmud Ahmadinejad e, successivamente, nel 2019 per motivi legati alla corruzione e al dissesto economico del Paese.

In questi anni le donne iraniane, molto attive nella vita civile del Paese, intelligenti e creative nei vari ruoli sociali, hanno spesso dimostrato la loro contrarietà alla mancanza di libertà nell’indossare o meno la copertura islamica ma, soprattutto, una totale insofferenza verso una legislazione che le vede inferiori agli uomini, nel diritto di famiglia e nel processo penale. La modestia e pietà religiosa, la serietà e la fedeltà al proprio marito e padre, non sono valori riconducibili alle donne di nuova generazione che, invece, intravedono in questi dettami solo quello che veramente rappresentano: una costrizione maschile, paternalistica, patriarcale e di dominazione machista, attraverso il velo.

In realtà, in questo meraviglioso Paese, avvocate, scrittrici, politiche e femministe, non si arrendono ai soprusi e lottano ogni giorno per conquistare nuovi diritti. Analisti nostrani mostrano una certa superficialità nella considerazione che una parte consistente della società civile rivendichi ogni giorno spazi di libertà in un Paese con un regime di polizia sanguinario e brutale. La tragedia che ha colpito Mahsa Amini smentisce una retorica inconsistente, intrapresa da molti cronisti occidentali di ritorno dall’Iran, che definiscono entusiasmanti i progressi sociali e politici raggiunti in ogni settore del Paese. Nel quotidiano, nelle dinamiche “reali”, ci troviamo invece di fronte a una legislazione assolutamente discriminatoria nei confronti delle donne. In un contesto molto precario circa il rispetto dei diritti umani, dove le istituzioni appaiono sempre molto aggressive e puntuali nel processare, incarcerare e torturare gli oppositori politici, le donne risultano essere schiacciate nella rivendicazione delle proprie aspirazioni in modo sistematico. Gli “analisti politici” pongono spesso, in primo piano, l’esistenza di un sistema di norme costituzionali che rappresenterebbe, non solo nella forma, bensì anche nei contenuti, meccanismi “tutto sommato” democratici. Considerazioni risibili, anche soltanto nella constatazione delle copiose violazioni delle libertà di espressione e sistematiche sospensioni delle più elementari prerogative dei diritti umani.

Dunque, l’insostenibile piano, in merito alle affermazioni nel senso di un sistema basato su “valori democratici” in Iran, verrebbe presto a verificarsi inclinato, laddove si deduce che il sistema costituzionale iraniano è inesorabilmente cristallizzato dal Velayati faghi, cioè il diritto di veto e di cassazione che la Guida Suprema può esercitare nei confronti di tutte le leggi, i regolamenti, le ordinanze e qualsiasi atto amministrativo che intacchi la monoliticità del sistema teocratico fondato sulla religione musulmana sciita duodecimana. L’Iran, nella realtà e senza dissertazioni mendaci, è un paese con un sistema istituzionale bloccato, fortemente autoritario, con una spiccata tendenza a diventare uno stato di polizia, autocratico, che riconosce la tortura come sistema di repressione e stabilizzazione sociale.

Le donne iraniane hanno capacità imprenditoriale, sono studentesse modello: anche dal punto di vista numerico le iscritte nelle varie facoltà universitarie sovrastano di gran lunga gli uomini (per questo si è discusso molto spesso della necessità di quote azzurre); ricoprono ruoli di rango nella pubblica amministrazione, posti dirigenziali in piccoli settori della moda e del design, sono architette, ingegneri, professioniste in tutti i settori del mondo commerciale ed economico. Inoltre, possono diventare ministre (anche se tutte tassativamente di area o derivazione religiosa e conservatrice, altrimenti sarebbero escluse anche dal “listone unico” riservato alle candidate durante le elezioni da una apposita commissione che verifica la loro morale); molte donne, tuttavia, sono state costrette per le loro attività a lasciare il Paese. Fra le più importanti, si ricorderà il Premio Nobel, Shirin Ebadi. Emblematico in patria, invece, il caso di Nasrin Sotoudeh, l’avvocata propugnatrice dei diritti umani e contro la pena di morte, soprattutto nei confronti dei minorenni, ha oggi maggiore risalto, perché vittima di una ingiustizia senza fine. In carcere, vessata senza sosta e privata di ogni possibilità di comunicare con la propria famiglia, l’avvocata lotta contro le norme discriminatorie sull’obbligo del velo: il 13 giugno del 2018 è stata arrestata e condannata a 33 anni di carcere e 148 frustate, pena confermata in appello. Tra il 2010 e il 2013 Nasrin aveva già trascorso tre anni in prigione perché colpevole di azioni contro la sicurezza nazionale e propaganda contro il regime: è stata interdetta dal rappresentare casi politici o lasciare l’Iran fino al dicembre 2022. La somma degli anni di condanna e delle pene è così riassunta: 7 anni e sei mesi per l’intenzione di commettere un crimine contro la sicurezza nazionale; 1 anno e sei mesi per propaganda contro il sistema delle leggi islamico-sciite; 7 anni e sei mesi per aver preso parte ad un gruppo illegale; 12 anni per deviazione morale e istigazione alla prostituzione; 2 anni per la violazione dell’ordine pubblico; 3 anni e 74 frustate per aver pubblicato falsità e aver disturbato il sistema pubblico; 74 frustate per essere apparsa senza velo in presenza del Pubblico Ministero; inoltre, vi sono altri 5 anni per un precedente verdetto in base a un pregresso reato. Infine, Nassrin Sotoudeh ha difeso giornalisti e attivisti, tra cui la stessa Shirin Ebadi, insieme a diversi dissidenti arrestati durante le proteste di massa nel 2009 contro la contestata rielezione del presidente Mahmoud Ahmadinejad. Nasrin era stata arrestata più volte anche per essersi permessa di difendere il diritto delle donne alla libertà nell’abbigliamento, prendendo le difese delle cosiddette “Ragazze di Engelab Street”, che si erano provocatoriamente tolto il velo in pubblica piazza. In prigione, l’avvocata ha sostenuto due scioperi della fame per protesta contro le durissime condizioni carcerarie di Evin, il famigerato carcere di Teheran dove vengono ospitati moltissimi prigionieri politici, a cui viene riservata la pratica della tortura, psicologica e fisica. All’avvocata Sotoudeh è stato inoltre vietato di vedere i suoi figli. La condanna è già stata confermata in appello. Non è stata diversa la sorte di Narges Mohammadi, avvocata e difensora dei diritti umani, contro la pena di morte nonché vicepresidente del Centro per i difensori dei diritti umani in Iran. Arrestata nel maggio del 2015 e incarcerata a Evin, è stata condannata a 10 anni con l’accusa di aver costituito un gruppo illegale. Inoltre, tanto per intimidare chiunque avesse l’idea di opporsi al regime degli ayatollah, Narges Mohammadi ha anche ricevuto una condanna a cinque anni per aver commesso crimini contro la sicurezza nazionale e per la diffusione di propaganda contro il sistema islamico-sciita. La salute di Narges Mohammadi è seriamente compromessa dai periodi di detenzione e dalle sistematiche pratiche di tortura.

L’hijab non è un semplice tessuto. Le manifestazioni e gli scontri con diversi morti, arresti e persone scomparse provano la gravità della situazione. La polizia fra le più violente del mondo, supportata da gruppi paramilitari e formazioni di picchiatori senza scrupoli ha usato proiettili veri, uccidendo già una decina di giovani nelle città del kurdistan iraniano: in particolare, nei centri di Divandareh, Dehglan e Saquez. Ufficialmente, nelle province curde, più di 220 persone sono state ferite e 250 sono state arrestate sin dall’inizio delle proteste. Tuttavia, non è possibile avere una cifra precisa delle vittime in questi frangenti perché le comunicazioni internet, dal giovedì 15 settembre, sono state interrotte per motivi di sicurezza interna. Le restrizioni non hanno fermato la pubblicizzazione delle proteste e delle cruente rappresaglie della polizia nelle strade delle città, dove si percepiscono gli spari da arma da fuoco e si vedono gli incendi che vengono appiccati agli incroci delle strade. Molte giovani iraniane bruciano i loro veli e tagliano i capelli in pubblico in gesto di protesta nei confronti del potere religioso degli ayatollah. Un gesto forte, traumatico e senza precedenti nella storia di questo Paese dove, per la prima volta, al fianco delle donne in prima fila, sfilano e solidarizzano anche giovani di sesso maschile. Una svolta e un afflato di libertà che lasciano sperare in un futuro più libero e solidale di questo popolo offeso e umiliato da anni di violenze e sottomissione autoritaria. Pochi mesi fa, le attiviste per i diritti Lgbt+, Zahra Sedighi Hamedani di 31 anni ed Elham Chubar di 24, sono state condannate a morte dal tribunale di Urmia per “corruzione sulla terra”: un grave reato previsto dal codice penale. Per Amnesty International il verdetto si basa su ragioni discriminatorie legate all’orientamento sessuale delle due donne e al credo religioso cristiano. Nel caso di Zahra ha pesato anche il suo pacifico attivismo per i diritti Lgbt+ e la “propaganda” che aveva tentato di sostenere nel suo Paese. Nel 2021 Zahra era apparsa in un documentario sulle persecuzioni nel Kurdistan iracheno a discapito delle persone con diverso orientamento sessuale, girato dalla Bbc. All’inizio dell’anno, i servizi di sicurezza avevano fatto irruzione nelle abitazioni di Firouzeh Khosrawani e Mina Keshavarz, due giovani registe e attrici che avevano subito pene restrittive senza motivi e reati a loro addebitabili. Un’azione di intimidazione nei confronti di due intellettuali, donne, molto conosciute anche in Italia per i loro docufilm dai contenuti sociali scottanti e di denuncia delle ingiustizie perpetrate nel proprio Paese.

Ombre funeste si addensano su questo Paese culla di una civiltà offesa, umiliata e tradita da una schiera di grigi prelati senza alcuna sensibilità per le libertà, i diritti umani e la cultura profondissima e millenaria di un popolo. In nessun Paese del mondo la lotta per la libertà delle donne è così eroicamente sostenuta e sublimata da atti di coraggio senza precedenti. Gli ayatollah temono concretamente il potere femminile di cambiare il destino della propria storia, uniche capaci di interpretarne contraddizioni e crisi endemiche.

Il futuro iraniano è donna. Non ci sarà per loro un solo secondo di tregua, finchè rimarrà in vita una sola donna iraniana a calpestare l’ingiustizia e la violenza dei loro turbanti.

(immagine presa da Asianews)

 

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L’Iran senza veli è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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“Crimes of the Future”: gli spazi desolati della mente https://www.carmillaonline.com/2022/09/22/crimes-of-the-future-gli-spazi-desolati-della-mente/ Thu, 22 Sep 2022 20:00:27 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=74156 di Paolo Lago

Nelle prime inquadrature di Crimes of the Future, il nuovo film di David Cronenberg, vediamo una nave semiaffondata, adagiata su un fianco, che appare come un inquietante mostro dormiente, un’abnorme ferrea carcassa segnata dal disfacimento. È il primo spazio desolato e turpemente squallido che si vede nel film, ambientato in una Grecia segnata da colori languidi e grigi che ricorda certi scorci di Dogtooth (2009) di Yorgos Lanthimos. La macchina da presa poi si sposta e, poco lontano dalla nave, inquadra Brecken, un bambino che probabilmente appartiene a una nuova specie di [...]

“Crimes of the Future”: gli spazi desolati della mente è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Paolo Lago

Nelle prime inquadrature di Crimes of the Future, il nuovo film di David Cronenberg, vediamo una nave semiaffondata, adagiata su un fianco, che appare come un inquietante mostro dormiente, un’abnorme ferrea carcassa segnata dal disfacimento. È il primo spazio desolato e turpemente squallido che si vede nel film, ambientato in una Grecia segnata da colori languidi e grigi che ricorda certi scorci di Dogtooth (2009) di Yorgos Lanthimos. La macchina da presa poi si sposta e, poco lontano dalla nave, inquadra Brecken, un bambino che probabilmente appartiene a una nuova specie di esseri umani ‘mutanti’, il cui organismo si sta adattando a cibarsi di plastica e scorie tossiche di rifiuti industriali. Il paesaggio è spoglio, triste, desolato: scogli, acqua e una costa segnata da abitazioni che sembrano quasi abbandonate. Le figure umane, spesso, nel film, si stagliano su sfondi di un colore giallo opaco, simili a quelli che circondano i personaggi di Possession (1981) di Andrzej Zulawski, che si muovono in una Berlino segnata dall’oscura presenza di un mostro il quale alberga soprattutto all’interno delle loro coscienze.

Gli spazi di Crimes of the Future sono le camere oscure della mente, le visibili devastazioni di una coscienza che si configura come la misteriosa carnefice del corpo. È un futuro imprecisato quello raccontato dal film, un futuro sotto il quale probabilmente si cela la nostra contemporaneità. Se il corpo appare come il vero protagonista della vicenda – un corpo che, in tale distopico mondo futuro, non sente più dolore e la chirurgia diventa una pratica erotica ed esibizionistica – la mente ne è il devastato doppio. Se i corpi sono feriti, tagliati, aperti da macchinari chirurgici, come nelle esibizioni di Saul Tenser e Caprice, le menti appaiono spente e obnubilate, assuefatte all’orrore di un mondo governato dalle multinazionali della biotecnologia che producono macchinari e computer capaci di una nuova e stupefacente sinergia con i corpi umani. E allora, quegli spazi vuoti e desolati sono gli interstizi eterotopici di una mente contratta negli spasmi di corpi in lenta ma inesorabile mutazione. Sono, come già accennato, interni spogli, intagliati da una greve burocrazia, come gli squallidi uffici del National Organ Registry, in cui fanno bella mostra di sé vecchi schedari e scartoffie cartacee che sembrano appartenere agli anni Cinquanta del Novecento, come nella centrale di polizia di Blade Runner (1982) di Ridley Scott. Qui, l’ufficio del capitano Bryant, dove si reca il cacciatore di androidi Rick Deckard, è saturo di schedari e di pesanti oggetti che sembrano usciti da un gangster movie anni Quaranta. Anche quello di Blade Runner è un futuro già passato, saturo delle escrescenze di un nuovo imbarbarimento diffuso. Così, nel mondo distopico affrescato dall’ultimo film di Cronenberg, non c’è niente del futuro, ma neanche del nostro presente digitalizzato. La microelettronica e gli oggetti digitali non sembrano neanche essere mai esistiti: gli unici schermi che vediamo sono vecchissimi televisori ‘panciuti’ e, al posto degli smartphone, per fare le fotografie e i filmati i personaggi utilizzano vecchie macchine fotografiche e vetuste cineprese.

Gli stessi oggetti legati all’universo della chirurgia – la macchina per le autopsie o la sedia che aiuta l’ingestione di cibi – sembrano pervasi dal greve alone di uno stile steampunk: sono oggetti del futuro ma sembrano emergere dal passato. Sono cupi marchingegni che mimano l’ossatura umana ed appaiono quasi come degli inquietanti esseri scheletrici rappresi in nuove e sconvolgenti forme. È per mezzo di tali funerei dispositivi che i personaggi di questo spettrale futuro provano piacere: un piacere che, pur essendo derivato dalle ferite e dalle incisioni del corpo, sembra appartenere all’universo malato di nuove coscienze assuefatte ad una quotidianità in cui regna incontrastata la burocrazia del potere oscuro delle multinazionali. E nelle cupe sale ove avvengono i rituali delle esibizioni di Tenser e Caprice, nelle cupe strade contornate da abitazioni sopravvissute a guerre e distruzioni, nei cupi quotidiani interni e nei cupi scorci marini si muovono esseri umani che paiono automi, zombie ormai manovrati da oscuri e sconosciuti poteri. Ancora una volta, si potrebbe pensare, una silente ed arguta metafora dei tempi che adesso ci troviamo a vivere.

Nell’universo sotterraneo e devastato messo in scena dal film, attraversato da spie, informazioni segrete e tradimenti, Tenser spesso si incontra con un poliziotto di colore (che più che un detective sembra un ragazzo di strada delle periferie di Parigi o di New York) vicino a carcasse di navi, barche arenate o semiaffondate come la nave che vediamo all’inizio. Sono vecchie eterotopie sature di sogni, vecchi “serbatoi di immaginazione” (come è la nave secondo una definizione data da Michel Foucault nel suo studio sulle eterotopie), ‘spazi altri’ separati dall’universo statico della terraferma. Ma ormai i loro sogni si sono perduti, l’immaginazione si è arenata sulle sponde di un futuro devastato e imbarbarito e rimangono solo le loro carcasse scheletrite, ferrei mostri rugginosi in bilico sugli abissi. La nave ferma, incagliata, bloccata, affondata, arenata è ormai un forziere bucato dal quale i sogni sono inesorabilmente fuggiti. È curioso ricordare che anche la scena finale di Videodrome (1983) dello stesso Cronenberg è ambientata dapprima nelle vicinanze e poi all’interno di una barca in disuso, in una zona portuale abbandonata, segnata dallo squallore e dalla malinconia (del resto, tutto il film è costellato di ambientazioni tetre e malinconiche, ferite dall’abbandono).

All’interno di essa, il protagonista Max Renn trova uno schermo televisivo dal quale la sua ex amante Nicki gli annuncia la sua evoluzione verso la “Nuova Carne”. Come in un rituale che lo condurrà all’autodistruzione, Renn si punta alla tempia la sua mano trasformatasi in pistola e si uccide pronunciando queste parole: “Gloria e vita alla Nuova Carne”. La tecnologia, in Videodrome, viene, in un certo senso, ‘corporeizzata’, l’essere umano si fonde con le immagini televisive fondendosi in un unico corpo addirittura con lo schermo, un oggetto pesante e pieno al suo interno di cavi e valvole. Successivamente, con eXistenZ (1999), Cronenberg ci mostra un altro esempio di fusione fra corpo e tecnologia, attuata stavolta per mezzo di una consolle semiorganica, simile al telecomando che utilizzano Tenser e Caprice per muovere la macchina durante le loro esibizioni: si tratta, in sostanza, come scrive Gioacchino Toni, di veri e propri “processi di ibridazione” fra il corpo umano e dimensioni legate all’universo di uno spettacolo che controlla e obnubila la mente  (cfr. G. Toni, Processi di Ibridazione. L’immagine è mutante, su “Carmilla”).

Se Max Renn, in Videodrome, alla fine viene consegnato a un rituale di trasformazione ed evoluzione del proprio corpo in cui officiante è Nicki, anche Tenser si abbandona ad un momento di ‘transizione’ (morte o rinascita? Distruzione o evoluzione?) mentre Caprice, come una sacerdotessa, gli offre una tavoletta alimentare realizzata dai rifiuti in plastica. E se quest’ultima assurge quasi al ruolo di un cibo sacro, l’autopsia realizzata su Brecken per volere del proprio padre, Lang, si trasforma in un’offerta sacrificale donata al dio crudele della scienza, quel processo evolutivo che probabilmente si sta diffondendo all’intera umanità. Ma Lang, attuando l’autopsia sul corpo del proprio figlio, si macchierà di una colpa forse anche peggiore della stessa uccisione del bambino, perpetrata invece dalla madre. Sarà colpito quindi dalle due riparatrici di macchine che, vestite di nero, si trasformano quasi nelle crudeli Erinni emissarie del tetro destino che grava sull’umanità, cioè il totale asservimento alla biotecnologia e alle sue multinazionali.

E, di fronte a questo tetro destino, non ci sono vie di fuga. La rappresentazione degli spazi di Crimes of the Future non fa altro che ribadirlo ogni istante. In essi la mente non solo si perde e si obnubila, ma si rapprende e si contrae in pose catatoniche e inerti. I corpi vengono tagliati e le coscienze vengono ferite in modo probabilmente anche più violento. Ma nessuno se ne rende conto, anzi, di fronte a questa carneficina non si può provare altro che piacere in un futuro che è anche passato, in un futuro che orrendamente così tanto ci ricorda il nostro presente.

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“Crimes of the Future”: gli spazi desolati della mente è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Il babau fascista e la (solita) tiritera antifascista https://www.carmillaonline.com/2022/09/21/il-babau-fascista-e-la-tiritera-antifascista/ Wed, 21 Sep 2022 20:00:42 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=73779 di Sandro Moiso

«Fin da molti anni addietro, noi affermammo senza esitazione che non si doveva ravvisare il nemico ed il pericolo numero uno nel fascismo o peggio ancora nell’uomo Mussolini, ma che il male più grave sarebbe stato rappresentato dall’antifascismo che il fascismo stesso, con le sue infamie e nefandezze, avrebbe provocato; antifascismo che avrebbe dato vita storica al velenoso mostro del grande blocco comprendente tutte le gradazioni dello sfruttamento capitalistico e dei suoi beneficiari, dai grandi plutocrati, giù giù fino alle schiere ridicole dei mezzi-borghesi, intellettuali e laici». (Amadeo Bordiga, [...]

Il babau fascista e la (solita) tiritera antifascista è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Sandro Moiso

«Fin da molti anni addietro, noi affermammo senza esitazione che non si doveva ravvisare il nemico ed il pericolo numero uno nel fascismo o peggio ancora nell’uomo Mussolini, ma che il male più grave sarebbe stato rappresentato dall’antifascismo che il fascismo stesso, con le sue infamie e nefandezze, avrebbe provocato; antifascismo che avrebbe dato vita storica al velenoso mostro del grande blocco comprendente tutte le gradazioni dello sfruttamento capitalistico e dei suoi beneficiari, dai grandi plutocrati, giù giù fino alle schiere ridicole dei mezzi-borghesi, intellettuali e laici». (Amadeo Bordiga, intervista a cura di Edek Osser – estate 1970)

A pochi giorni di distanza dalla “fatidica” data del 25 settembre, è difficile dire quanti saranno gli elettori che si presenteranno, convinti e con la tessera elettorale in pugno, ai nastri di partenza dell’ennesima e gaglioffa tornata elettorale.
A giudicare dai risultati degli ultimi anni, pochi. Molto pochi. Considerato soprattutto il fatto che, nell’attuale competizione, a farla da padrone sono stati più i nomi e le poltrone “garantite” dei candidati che non i programmi. Ma se anche così non fosse, vale comunque la pena di sottolineare come l’uso dei termini “fascismo” e “antifascismo” abbia ancora una volta caratterizzato la propaganda di una sinistra sempre più esangue e asservita alle esigenze del capitale nazionale e internazionale.

L’attuale farsa elettorale, infatti, vede le sinistre, più o meno parlamentari di ogni grado e risma, ricorrere ancora una volta all’espediente narrativo, già troppe volte visto in scena sia sui palcoscenici istituzionali più importanti che nei teatrini politici più scadenti, secondo il quale l’elettore “di sinistra” dovrebbe accorrere alla chiamata alle armi per difendere nell’urna la “democrazia” e la costituzione dall’ennesimo e vile assalto “fascista”. Trama semplice, priva di alcuna complessità interpretativa, in cui i buoni stanno, o devono stare, tutti dalla parte del “centro-sinistra” o al massimo di tutti quei partiti ancora non apertamente schierati con il terribile “centro-destra”.

A parte la qualità della compagnia che certo non fa rimpiangere quella del centro-destra, rimanendo nello schema interpretativo proposto dai media e dai rappresentanti dello schieramento “autenticamente” democratico, il primo pericolo sarebbe infatti presentato dal rischio di una revisione o riscrittura della carta costituzionale.

Su questo argometo, tralasciando il tema delle visite “agostane” di Giorgia Meloni al capo dello Stato rivelate dal “Fatto Quotidiano” del 10 settembre scorso, non occorre neppure ricorrere alle armi della critica proposte dalla Sinistra Comunista per smontare il grido di dolore che si leva dal perbenismo centrosinistrese. Basta, si pensi un po’, quanto è già stato scritto su un quotidiano tutt’altro che estremista come «il manifesto».

Le vicende delle «riforme costituzionali» ci dicono che l’attacco alla Costituzione non è venuto solo dalle destre ma anche dai partiti di centrosinistra, non è più vero dunque che il centrosinistra difende la Costituzione e le destre ne vogliono la distruzione. Centrosinistra e centrodestra sono stati protagonisti per vent’anni di tentativi, falliti, di modificare in pejus la Carta costituzionale del 1948 […] ai tentativi falliti si sono affiancati quelli riusciti a modificare la Costituzione. Eccone l’elenco: revisione del Titolo V (attuata dal governo Amato), dell’articolo 8 (votata dal Pd guidato da Bersani), degli articoli 56 e 57 per la riduzione del numero dei parlamentari (voluta dai 5S con il sostegno del Pd). Può essere punto di riferimento per la difesa della costituzione il pd, l’artefice principale delle sue manomissioni?1.

Non solo ma, entrando più nel merito delle questioni attuali, nello stesso articolo si aggiunge che se

la barbara Meloni si fa garante della scelta atlantica soprattutto per quanto riguarda il sostegno armato all’Ucraina, anche Letta è schierato con la Nato sostenendone le politiche militari, e il voto sul Trattato di adesione della Svezia e della Finlandia ha visto il Pd e il centrodestra votare insieme a favore […] Dunque la lesione dell’art.11, che ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, è compiuta sia dalla barbara Meloni sia dal progressista e democratico Letta. E il Pd ha in mano la società di produzione di armamenti Leonardo, guidata da Alessandro Profumo e da altri suoi iscritti, ch e propongono politiche aggressive di difesa e potenziamento dello strumento militare2.

E concludendo poi ancora che se

la barbara Meloni vuole il semipresidenzialismo alla francese […] si prenda la proposta di legge costituzionale AC224 e si troverà scritto che «la presente proposta di legge costituzionale si prefigge di superare il previsto stallo del sistema dei partiti chiudendo la transizione italiana e prendendo come riferimento il modello francese nella sua integralità (sistema elettorale e forma di governo». Dunque la barbara Meloni vuole il semipresidenzialismo alla francese che anche il democratico e progressista Ceccanti3, con altri del Pd vuole… 4.

Ora, tralasciando le quisquilie di ordine formale e costituzionale, considerato che qualsiasi carta costituzionale non è certo destinata all’eternità poiché al cambiamento dell’ordine sociale e politico deve per forza corrispondere un cambiamento delle leggi “fondamentali” che lo ispirano5, proviamo a considerare la questione fascismo/antifascismo da un più ampio punto di vista.

Non è affatto vero che il fascismo ci sia perché manca un governo capace di reprimerlo. E’ una turlupinatura far credere che la formazione di un governo di tale natura, e in genere lo sviluppo del rapporto tra l’azione dello Stato e quello del fascismo, possano dipendere dall’andamento delle cose parlamentari.
[…] Il governo forte e il fascismo forte sono per il proletariato uguali negli effetti: rappresentano il maximum della fregatura.
Poche delucidazioni a queste nostre asserzioni, contrapposte al gioco nauseante della «sinistra» politica che si elabora nei contatti osceni di Montecitorio, e alla quale rinnoviamo di tutto cuore la dichiarazione antica che essa ci fa mille volte più schifo di tutti i reazionismi, i clericalismi, i nazional-fascismi d’altra volta e di adesso.
Lo Stato borghese – la cui macchina effettiva non è nel parlamento ma nella burocrazia, nella polizia, nell’esercito, nella magistratura – non è affatto mortificato di essere scavalcato dall’azione selvaggia delle bande fasciste. Non si può essere contrari ad una cosa che si è preparata e che si sostiene: burocrazia, polizia, esercito, magistratura, sono per il fascismo, loro naturale alleato, indipendentemente dalla combinazione di pagliacci in feluca che reggono il potere.
Per eliminare il fascismo non è necessario un governo più forte dell’attuale. Basterebbe che l’apparato statale cessasse di sostenerlo con la sua forza […]
Noi comunisti non siamo così fessi da chiedere un “governo forte”. Se pensassimo che quello che chiediamo può essere conseguito, chiederemmo un governo veramente debole, che ci garantisse l’assenza dello Stato e della sua formidabile organizzazione dal duello tra bianchi e rossi6.

Il contesto della citazione è quello drammatico della guerra civile italiana, precedente alla marcia su Roma e alla presa del potere fascista, ma non per questo quelle parole non possono rinviare al dibattito fasullo di oggi. Dibattito in cui la solita sinistra liberal-democratica non ha neppure il coraggio di chiedere, seppur retoricamente, un’azione forte del governo contro il fascismo, ma soltanto ai rappresentanti dello stesso di cambiare il simbolo elettorale oppure di dichiararsi diversi da quel che sono.

Certo per la “sinistra” attuale, in particolare per il Pd, è facile chiedere agli avversari ciò che ha già fatto in casa propria, ripudiando qualsiasi riferimento alla lotta di classe, ma per la borghesia capitalistica, nazionale e internazionale, reazionaria o conservatrice, non lo è altrettanto. In fin dei conti la borghesia e il capitale non possono ripudiare se stessi e la propria forma Stato. Garante della proprietà privata e dello sfruttamento del lavoro salariato e sottopagato.

Una volta il blocco di sinistra si contrapponeva a quello della destra borghese perché il secondo manteneva l’ordine con mezzi coercitivi, e il primo si proponeva di mantenerlo con mezzi liberali. Adesso l’epoca dei mezzi liberali è finita, e il programma delle sinistre è quello di mantenere l’ordine con più “energia” della destra. Questa pillola dovrebbe essere fatta inghiottire ai lavoratori col pretesto che l’ordine è perturbato dai “reazionari” e che l’energia del governo l’assaggerebbero gli squadristi di Mussolini. Siccome il proletariato ha il compito di spezzarlo questo vostro maledetto ordine, per costruire il suo sulle rovine di esso, il suo peggior nemico è chi si propone di mantenerlo con maggior energia7.

Oggi, forse, la richiesta dello Stato forte, che pur non manca nel panorama attuale grazie alle politiche di progressiva concentrazione del potere nelle mani di tecnici mai eletti dai cittadini, è più sottilmente esposta, adombrandosi di manovre economiche, piani di ripresa e resilienza, di accordi sovranazionali che, apparentemente, sembrano spingere sullo sfondo il discorso dell’azione “forte” dello Stato “nazionale”. Nascondendo dietro alla questione dei “diritti” «un passo analogo a quello del neoliberismo che assorbe le spinte libertarie degli anni Sessanta e Settanta per ribadire l’ordine capitalistico. Il pensiero dominante diventa pensiero unico assimilando ciò che gli si oppone. Colonizzando completamente l’immaginario.»8

Un immaginario in cui il diritto individuale sopravanza qualsiasi esigenza di liberazione generale della classe e, conseguentemente, della specie. In cui l’“Io” idealizzato sottomette le esigenze collettive e in cui l’idea del “privato” distrugge qualsiasi esigenza comunitaria. Aprendo ulteriormente le porte, per converso, anche in certe sgangherate versioni dell’estrema sinistra, a tutte quelle rivendicazioni, tipiche del fascismo e delle destre tendenti a inserire/soddisfare l’individuo, emarginato e impoverito, negli schemi della Nazione “sovrana”, della Patria, della Razza, della Proprietà “privata” e della Famiglia, patriarcale e indissolubile.

Non è certo pertanto nella pania dei “diritti” oppure in quella delle rivendicazioni a carattere nazionalistico che si può individuare lo strumento più efficace per combattere un fascismo di facciata che nasconde la profonda aderenza al Fascismo vero di gran parte dei partiti politici italiani e della loro forma Stato. Ereditata quasi integralmente dalla mancata reale “sconfitta” del Fascismo storico. Grazie, soprattutto, alle politiche messe in atto del CLN, tese più a impedire la svolta rivoluzionaria e anticapitalista che una parte della Resistenza portava con sé, più che a rifondare lo Stato repubblicano su nuove basi (e d’altra parte come si sarebbe potuto farlo senza negarne radicalmente il modo di produzione sul quale si fondava?). Anche se occorre, a questo punto, fare un salto indietro, fino al 1924.

Prima di tutto: l’origine del fascismo.
Ho ricordato che il movimento fascista è per la sua origine storica collegato ad una parte di quei gruppi che invocarono l’intervento italiano nella guerra mondiale.[…] Questo gruppo si era completamente identificato con la politica della concordia nazionale e dell’intervento militare […]
La crisi governativa in Italia è stata caratterizzata da qualcuno nel modo seguente: il fascismo rappresenta la negazione politica del periodo durante il quale predominava da noi una politica borghese liberale e democratica di sinistra. Esso è la forma più aspra di reazione contro la politica di conces­sione attuata da Giolitti ecc. nel dopoguerra. Noi siamo invece dell’avviso che fra questi due periodi esista un legame dialettico: che l’atteggiamento originario della borghesia italiana durante la crisi in cui il dopoguerra precipitò lo Stato, non fu se non la naturale preparazione del fascismo.
[…] Siamo così giunti ad un punto in cui fascismo e democrazia si incontrano. Il fascismo ripete in sostanza il vecchio giuoco dei partiti borghesi di sinistra e della socialdemocrazia, cioè chiama il proletariato alla tregua civile.[…]
A base di tutto ciò sta ovviamente lo sfruttamento dell’ideologia nazionalistica e patriottica. Non si tratta di qualche cosa di completamente nuovo. Durante la guerra, nell’interesse nazionale, la formula della sottomissione di tutti gli interessi particolari all’interesse generale dell’intero paese era già stata ampiamente utilizzata.
Il fascismo riprende dunque un antico programma della politica borghese, ma questo programma appare in una forma che in un certo senso riecheggia il programma della socialdemocrazia e che d’altra parte contiene qualcosa di veramente nuovo […]
Il fascismo vorrebbe conciliare e fare tacere tutti i conflitti economici e sociali all’interno della società. Ma questa non è che l’apparenza esterna. In realtà, esso cerca di realizzare l’unità all’interno della borghesia, una coalizione fra gli strati superiori delle classi possidenti in cui esso appiani i contrasti singoli fra gli interessi dei diversi gruppi della borghesia e delle diverse aziende capitalistiche.
[…] Ma, in tal modo, si irretisce in una contraddizione insolubile, perché è estremamente difficile attuare una politica unitaria della classe borghese finché le organizzazioni economiche dispongono di una completa libertà di sviluppo e finché vige una completa libertà di concorrenza fra i singoli gruppi di imprenditori.
[…] Ma, nell’insieme, il suo programma sociale non è null’altro che il vecchio programma di menzogne democratiche, che rappresenta solo un’arma ideologica per il mantenimento del dominio della borghesia.
Il fascismo è molto rapidamente – prima ancora della presa del potere – divenuto “parlamentare”; ha governato per un anno e mezzo senza sciogliere la vecchia Camera che in grande maggioranza era composta di non fascisti e, in parte addirittura di antifascisti. Con la flessibilità che è una caratteristica dei politici borghesi questa Camera si è affrettata a mettersi a disposizione di Mussolini per legalizzare la sua posizione e concedergli tutti i voti di fiducia che a lui piacque di chiedere. Lo stesso primo gabinetto Mussolini – ed egli, nei suoi “discorsi di sinistra”, vi ritorna sempre – non fu costituito su basi puramente fasciste, ma abbracciò rappresentanti dei più importanti fra gli altri partiti borghesi: dal partito di Giolitti, dei Popolari, della sinistra democratica. Si trattava, dunque, di un governo di coalizione. Ecco cosa ha partorito il cosiddetto colpo di Stato! Un partito che nella Camera contava 35 deputati ha preso il potere e ha occupato la grande maggioranza dei posti di ministro e sottosegretario9.

A partire da queste prime considerazioni, è chiaro che anche l’antifascismo di cui troppo spesso si parla, soprattutto in tempi di elezioni, può assumere forme e contenuti diversi, quasi sempre solo di facciata, niente affatto conciliabili tra di loro.

Il proletariato è antifascista in base alla sua coscienza di classe; esso vede nella lotta contro il fascismo una poderosa battaglia destinata a capovolgere radicalmente la situazione e a sostituire la dittatura della rivoluzione alla dittatura del fascismo. Il proletariato vuole la sua vendetta, non nel senso banale e sentimentale della parola; vuole la sua vendetta in senso storico.
Il proletariato rivoluzionario capisce per istinto che al fatto dell’aumento e del predominio delle forze della reazione si deve rispondere col fatto della controffensiva delle forze di opposizione; il proletariato sente che solo attraverso un nuovo periodo di dure lotte e – in caso di vittoria – attraverso la dittatura proletaria lo stato di fatto potrà essere radicalmente cambiato. Il proletariato aspetta questo momento per restituire all’avversario di classe, con un’energia decuplicata dalle esperienze, i colpi che oggi è costretto a subire.
L’antifascismo dei ceti medi ha un carattere meno attivo. Si tratta, è vero, di una forte e sincera opposizione, ma alla base di questa opposizione è un orientamento pacifista: si vorrebbe con tutto il cuore ristabilire in Italia una vita politica normale, con piena libertà di opinione e discussione… ma senza colpi di manganello, senza impiego della violenza. Tutto deve tornare alla normalità, sia i fascisti che i comunisti devono avere il diritto di professare le loro convinzioni. È questa l’illusione dei ceti medi, che aspirano ad un certo equilibrio delle forze e della libertà democratica.
Anche nella borghesia in senso stretto regnano oggi dei dubbi sull’opportunità del movimento fascista. Si nutrono delle preoccupazioni, di cui i due citati organi di stampa (“Corriere della Sera” e “La Stampa” – NdR) sono, fino a un certo punto, i portavoce. Essi si chiedono: è questo il metodo giusto? Non è esagerato? Nell’interesse dei nostri scopi di classe noi abbiamo creato un certo apparato che doveva rispondere ad alcune esigenze. Ma non andrà esso oltre le funzioni che gli attribuivamo e gli scopi che ci prefiggiamo? Non sarà costretto a far più di quanto è bene? Gli strati più intelligenti della borghesia italiana sono per una revisione del fascismo e dei suoi scantonamenti reazionari, per timore che questi portino necessariamente ad una esplosione rivoluzionaria. Naturalmente, è nell’interesse espresso dalla borghesia che questi strati della classe dominante conducano nella stampa una campagna contro il fascismo per ricondurlo sul terreno della legalità, per farne un’arma più sicura e flessibile dello sfruttamento della classe operaia10.

Continuando poi con le seguenti considerazioni, svolte a seguito dell’assassinio di Giacomo Matteotti:

l’opposizione borghese considera l’intera questione come un fatto giudiziario, come una questione di morale politica […] Per noi, al contrario, si tratta di una questione politica e storica, di una questione di lotta di classe […] Bisogna dichiarare apertamente che solo l’azione rivoluzionaria del proletariato può liquidare una situazione simile; una situazione che […] non può più essere sanata con puri provvedimenti giudiziari, col ristabilimento filisteo della legge e dell’ordine. A tale scopo è invece urgente la distruzione dell’ordine esistente, un capovolgimento completo che solo il proletariato può condurre a termine.
[…] All’ordine del giorno è anche la questione del giudizio del fascismo italiano da parte della opinione pubblica internazionale, della campagna di propaganda condotta contro di esso dai paesi civili. Si crede addirittura di vedere nell’indignazione morale della borghesia degli altri paesi un mezzo per liquidare il movimento fascista.
I comunisti e i rivoluzionari non possono abbandonarsi a questa illusione sulla sensibilità democratica e morale della borghesia degli altri paesi. Anche là dove oggi si presentano ancora tendenze pacifistiche e di sinistra, domani il fascismo sarà usato senza scrupoli come metodo di lotta di classe. Noi sappiamo che il capitale internazionale può solo rallegrarsi delle imprese del fascismo in Italia, del terrore che esso esercita laggiù contro operai e contadini.
Per la lotta contro il fascismo […] si tratta di una questione di lotta di classe. Noi non ci rivolgiamo ai partiti democratici degli altri paesi, alle associazioni di idioti e di ipocriti come la Lega per i diritti dell’uomo, perché non vogliamo fare sorgere l’illusione che si tratti per essi di qualche cosa di sostanzialmente diverso dal fascismo, o che la borghesia degli altri paesi non sia in grado di preparare alla sua classe operaia le stesse persecuzioni e di compiere le stesse atrocità che il fascismo in Italia11.

E’ un chiaro richiamo alla necessità della lotta quello che il rappresentante del PCd’I espone nella sua relazione sul Fascismo e sui modi per combatterlo, che anticipa di vent’anni le modalità espresse poi dalla spontanea Resistenza degli oppressi e dei militari tornati dai fronti bellici. Come ad esempio esprimeva benissimo Nuto Revelli, nel suo diario della campagna di Russia12: «Cialtroni! Più nessuno crede alla vostre falsità, ci fate schifo: così la pensano i superstiti dell’immensa tragedia che avete voluto. Le vostre tronfie parole vuote non sono che l’ultimo insulto ai nostri morti. Raccontatela a chi la pensa come voi: chi ha fatto la ritirata (di Russia – NdR) non crede più ai gradi e vi dice: Mai tardi…a farvi fuori!»13

Certo, la lotta è possibile solo con la partecipazione delle masse. La gran massa del proletariato sa molto bene che la questione non può essere risolta con l’offensiva di una avanguardia eroica. Questa è una concezione ingenua […] Non è così facile fare la rivoluzione!
Noi siamo assolutamente convinti dell’impossibilità di intraprendere la lotta con qualche centinaio o qualche migliaio di comunisti armati. Il P.C. d’Italia è l’ultimo ad abbandonarsi a simili illusioni. Siamo fermamente convinti della necessità inderogabile di attirare nella lotta le grandi masse. Ma l’armamento è un problema che può essere risolto solo con mezzi rivoluzionari […] Ma dobbiamo liquidare l’illusione che una manovra qualsiasi ci metta un giorno in condizione d’impadronirci dell’apparato tecnico e delle armi della borghesia, cioè di legare le mani ai nostri avversari prima che passiamo all’attacco contro di essi.
Combattere questa illusione che spinge il proletariato alla pigrizia in senso rivoluzionario non è terrorismo […] Noi non diciamo affatto che siamo dei comunisti “eletti” e che vogliamo sconvolgere l’equilibrio sociale con l’azione di una piccola minoranza. Al contrario, vogliamo conquistare la direzione delle masse proletarie, vogliamo l’unità di azione del proletariato; ma vogliamo anche utilizzare le esperienze del proletariato italiano che insegnano che delle lotte sotto la direzione di un partito non consolidato – anche se di massa – o di una coalizione improvvisata di partiti portano necessariamente alla sconfitta. Vogliamo la lotta comune delle masse lavoratrici nelle città e nella campagna, ma vogliamo la direzione di questa lotta da parte di uno stato maggiore con una linea politica chiara, cioè del partito comunista.
Questo il problema che ci sta di fronte14.

Ieri come oggi il soggetto antagonista non può affidarsi alle promesse elettoralistiche e alle chimere parlamentariste per sconfiggere il suo avversario, sia che si nasconda sotto le spoglie di Giorgia Meloni che di Letta, Salvini, Renzi, Calenda, Berlusconi, Di Maio o altri ancora. Compresi i «sinistri» che accampano ancora motivi tipici del Fascismo e del Nazionalismo, quali Sovranità e Nazione, in un paese in cui più che la difesa dei confini sarebbe necessario farla finita una volte per tutte con il capitale e i suoi scherani. In divisa militare o in abito grigio da parlamentare che siano.

Strategia perdente, quella dell’attuale “antifascismo” da elezioni, che spinge i giovani a doversi accontentare del piagnisteo ipocrita di “Repubblica” del 21 settembre sulle manganellate distribuite a Palermo dalle forze del dis/ordine sui contestatori del comizio di Giorgia Meloni, dimenticando però che proprio quel giornale rappresenta una delle voci più autoritarie nei confronti dei movimenti reali. Com il suo direttore, Maurizio Molinari ha ben dimostrato sempre nei confronti del Movimento NoTav, definito terrorista dallo stesso.

Mentre, solo per fare un esempio, il fatto che al sorgere di un movimento dal basso e concreto nelle istanze, come quello rappresentato nel Regno Unito da «Don’t Pay» che ha raccolto in poco tempo più di centomila aderenti, che potrebbero diventare un milione, intorno a una richiesta fondamentale, ovvero «la riduzione delle bollette energetiche a un livello accessibile», il governo “conservatore” di Liz Truss ha dovuto rispondere con un provvedimento del valore compreso tra i 150 e i 200 miliardi di sterline indirizzato al contenimento del caro-bollette per i prossimi 24 mesi.

Anche se tale provvedimento si è reso necessario prima di tutto per fornire un aiuto alle aziende, è chiaro che il potenziale pericolo rappresentata dal movimento, sul piano della lotta di classe, ha costituito uno dei fattori chiave per una svolta in tal senso. Considerato anche, come ha affermato Salvatore Toscano su «L’indipendente», che: «L’iniziativa, come si legge sul sito, ricalca un’idea realizzata nel Regno Unito alla fine dello scorso millennio, quando 17 milioni di persone si rifiutarono di pagare la Poll Tax, contribuendo alla caduta del governo e all’inversione delle sue misure più dure».

Insomma, la lotta concreta dal basso è l’unica che paga e, talvolta, può essere addirittura sufficiente che il suo spettro si aggiri per l’Europa15.


  1. Franco Rosso, La Costituzione non è difesa dal partito di Letta, «il manifesto», martedì 9 agosto 2022, p.15  

  2. F. Rosso, art. cit.  

  3. Cui Fratoianni ha lasciato il seggio di Pisa – NdA  

  4. ivi  

  5. Per fare solo un esempio, quale dovrebbe essere la concezione della proprietà privata, del lavoro, dell’organizzazione socio-politica in una situazione in cui una rivoluzione radicale e proletaria prendesse il sopravvento? Potrebbe ancora basarsi sui principi liberali oppure dovrebbe affermarne, come pensa l’estensore di queste note, altri? Magari assolutamente diversi e contrari a quelli attualmente in vigore?  

  6. A. Bordiga, Del governo, «Il Comunista», 2 dicembre 1921  

  7. A. Bordiga, art. cit.  

  8. Fabio Ciabatti, Il ciclo di Eymerich, una narrativa popolare che inquieta e non consola /2, «Carmilla on line», 23 agosto 2022  

  9. Rapporto di Bordiga sul fascismo al V Congresso dell’Internazionale comunista (Ventitreesima seduta, 2 luglio 1924)  

  10. Rapporto di Bordiga sul fascismo al V Congresso dell’Internazionale comunista, cit.  

  11. Ivi  

  12. N. Revelli, Mai tardi, Einaudi, Torino 1967 – prima edizione Panfilo editore, Cuneo 1946  

  13. N. Revelli, op. cit., p. 210  

  14. Rapporto di Bordiga sul fascismo al V Congresso dell’Internazionale comunista, cit.  

  15. “Il Sole 24 Ore” del 10 settembre 2022 rivela che dal Rapporto Coop 2022 emerge che un italiano su tre entro Natale potrebbe non riuscire più a coprire le spese per le utenze di luce e gas, mentre il 57% degli italiani si sarebbe già dichiarato in difficoltà nel pagare l’affitto.  

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Il babau fascista e la (solita) tiritera antifascista è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Un poemetto operaio che squarcia l’immagine patinata dell’agroalimentare https://www.carmillaonline.com/2022/09/20/un-poemetto-operaio-che-squarcia-limmagine-patinata-dellagroalimentare/ Tue, 20 Sep 2022 20:00:03 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=74112 di Paolo Lago e Gioacchino Toni

Joseph Ponthus, Alla linea. Fogli di fabbrica, trad. di Ileana Zagaglia, Bompiani, Milano 2022, pp. 256, € 17,00

Giunge in questi giorni in libreria in traduzione italiana il libro di Joseph Ponthus, À la ligne. Feuillets d’usine (2019), opera che ha ottenuto alla sua uscita in Francia un importante successo di critica e lettori, capace di condividere, senza pietismo né autocelebrazione, uno spaccato di quel mondo operaio contemporaneo del settore agroalimentare composto soprattutto da interinali applicati alla catena di montaggio di cui si preferisce non parlare, quasi ci si vergognasse di ammetterne anche solo [...]

Un poemetto operaio che squarcia l’immagine patinata dell’agroalimentare è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Paolo Lago e Gioacchino Toni

Joseph Ponthus, Alla linea. Fogli di fabbrica, trad. di Ileana Zagaglia, Bompiani, Milano 2022, pp. 256, € 17,00

Giunge in questi giorni in libreria in traduzione italiana il libro di Joseph Ponthus, À la ligne. Feuillets d’usine (2019), opera che ha ottenuto alla sua uscita in Francia un importante successo di critica e lettori, capace di condividere, senza pietismo né autocelebrazione, uno spaccato di quel mondo operaio contemporaneo del settore agroalimentare composto soprattutto da interinali applicati alla catena di montaggio di cui si preferisce non parlare, quasi ci si vergognasse di ammetterne anche solo l’esistenza, per non turbare lo storytelling patinato che riduce il settore a packaging suadenti e mirabolanti sfide gourmet ai fornelli televisivi.

Joseph Ponthus, pseudonimo di Baptiste Cornet, nonostante le origini popolari riesce ad ottenere una borsa di studio che gli consente di costruirsi una solida formazione letteraria. Dopo aver lavorato come educatore a Nanterre, nella periferia parigina, si stabilisce con la moglie in Bretagna dove, non trovando occupazione nel suo settore, si trova a dover lavorare come interinale nell’industria agroalimentare per un anno nelle industrie conserviere del pesce e per due nei macelli.

Cosa significa entrare in una di queste industrie, soprattutto da interinale, lo spiega l’autore stesso in un’intervista rilasciata ad Émilien Bernard: «Non appena metti piede lì, la fabbrica è ovunque. Ti mangia il quotidiano. Mi ricorda il modo in cui i minatori si riferivano alla miniera, dicendo che era un “mangiatore di uomini”. La fabbrica è lo stesso. Gli uomini e le donne che ci lavorano pensano solo a questo: l’ora in cui ti sveglierai, l’ora della pausa, il prossimo arrivo. È una lotta perpetua contro il tempo»1.

In tale universo lavorativo, composto in buona parte da interinali, dichiara Ponthus nell’intervista, «sono riusciti ad atomizzare la coscienza della classe operaia. Oggi non ti definisci più come un lavoratore, o come un dipendente di una determinata azienda, ma in relazione alla tua postazione di lavoro, dove c’è concorrenza. Questo porta alla conclusione: non è più possibile alcuna lotta collettiva. […] È il trionfo del capitalismo nella sua forma più violenta. E poi, lavorando nell’agroalimentare, non hai l’orgoglio della produzione. In una fabbrica “normale” si parte da zero e si finisce con un prodotto finito. Nell’agroalimentare è il contrario, è decostruzione: prendi un prodotto intero, per esempio una mucca, e ti ritrovi con una bistecca. È impossibile essere orgogliosi di dare la morte»2.

L’universo di sfruttamento dell’agroalimentare bretone non è molto diverso da quello emiliano raccontato da Giovanni Iozzoli nel suo L’Alfasuin (Sensibili alle foglie, 2018)3, romanzo incentrato sullo sgretolamento di un sistema costretto a fare i conti con una generazione sfruttata e inascoltata di lavoratori, spesso di origine straniera, che di fronte a condizioni di vita e di lavoro insostenibili ha trovato il coraggio di ribellarsi. Se Iozzoli lo ha raccontato intrecciando le vicende di una dinastia imprenditoriale locale che ha raggiunto il successo nell’ambito del settore alimentare, di una famiglia malavitosa in cerca di costruirsi una rispettabilità pubblica e, soprattutto, di tanti lavoratori provenienti dai quattro angoli del mondo per lavorare e garantirsi una vita meno agra di quella vissuta in patria, assunti con contratti vergognosi, Ponthus lo ha fatto in prima persona, elencando, insieme ai gesti ripetitivi del lavoro alla catena di montaggio, lo stato d’animo con cui li esegue, la fatica ma anche le vie di fuga a cui ricorre per sopportare tutto ciò: sprazzi di autori latini, romanzieri, poeti e cantanti che il suo pensiero riesce ad inserire tra i brevi interstizi di tempo che ricava tra le operazioni che è chiamato a svolgere.

Al racconto autobiografico ricorre anche Alberto Prunetti nel suo 108 metri. The new working class hero (Laterza, 2018)4 ove, mescolando sapientemente espressioni popolari toscane e inglesi, momenti di ilarità e di amarezza o rabbia, racconta la sua personale esperienza di lavoro in terra inglese nell’ambito della ristorazione e dintorni. Quello tratteggiato da Prunetti è un mondo del lavoro infernale, derivato dalla deregolamentazione thatcheriana, abitato da datori di lavoro senza scrupoli e da patetici capireparto che per mantenere il gradino sociale raggiunto sono disposti ad infliggere qualsiasi tipo di angheria ai loro sottoposti. In tale inferno l’autore-protagonista trova modo di fraternizzare con un manipolo di appartenenti a quella feccia proletaria che l’establishment inglese eliminerebbe volentieri ma che preferisce sfruttare il più possibile, magari al riparo da occhi indiscreti. Una ciurma di disgraziati cresciuti nella deregulation imperante, soggetti atomizzati allo sbaraglio che non riescono nemmeno a riconoscersi come classe sociale e che si confrontano, quando possono, con le angherie subite soltanto con gesta sguaiate, isolate e senza futuro. Per raccontare le proprie vicissitudini di lavoratore migrante e per difendersi da esse, Prunetti alterna il racconto della quotidianità in terra inglese a sprazzi di memoria dell’orgoglio operaio della generazione del padre, lavoratore delle acciaierie di Piombino, e della sua adolescenza in un contesto in cui la collocazione di classe era ancora non solo evidente ma anche esibita e rivendicata con fierezza.

Anche Ponthus è alla ricerca di qualche espediente che gli consenta di sopportare meglio l’inferno quotidiano e lo trova nel ricorso a una scrittura in cui miscela tratti di autobiografia e diario quotidiano adottando uno stile narrativo in cui il romanzo si intreccia con la poesia e la semplice annotazione puntale dei gesti compiuti o a cui assiste quotidianamente dentro e fuori la fabbrica. Il ricorso ad una ritmica sincopata non è però mera riproposizione del ritmo di fabbrica subito bensì, come scrive Claudio Panella5, sembra voler riprodurre le modalità con cui «i pensieri al lavoro si dimenano cercando di sfuggirlo, di meglio sopportare il tempo che manca alla fine del turno». È lo stesso autore a motivare la scelta stilistica nell’intervista rilasciata ad Émilien Bernard: «Dalla mia prima settimana di lavoro ho iniziato a scrivere dei passaggi quando tornavo a casa, di pomeriggio o la sera, a seconda dei miei orari, quando non ero troppo stordito. Il mio obiettivo era scrivere in un modo simile a come funzionavano i miei pensieri quando ero al lavoro. In fabbrica ti trovi di fronte al problema della cadenza, cioè la produzione imposta dalla fabbrica stessa. […] Ma una volta che impari a effettuare il gesto per bene, a diventare tutt’uno con lo strumento o la macchina, diciamo che puoi farlo in quarantacinque secondi. Hai più o meno quindici secondi di “libertà”. Qui è dove hai tempo per pensare. E io pensavo ai libri, alle poesie, alle frasi che avrei scritto la sera quando sarei tornato a casa […] È qui che è nata e si è imposta la questione del ritmo letterario. Perché io volevo scrivere su questi quindici secondi di libertà. Se avessi scelto di adattarmi al ritmo regolare della fabbrica, un compito al minuto, allora avrei scritto in versi regolari, di tipo alessandrino. Ma il mio ritmo era diverso, poiché io lottavo contro la cadenza, con delle irregolarità, a volte cinque secondi, a volte dieci o quindici. Quindi potevo scrivere solo in versi liberi»6.

La scrittura di Ponthus si trasforma in lotta quotidiana per la libertà: «Ho scritto e ho rubato due ore alla mia quotidianità / e alla mia famiglia / Ore alla fabbrica / Testi e ore / Come tanti baci rubati / Come tanta felicità». La scrittura appare quindi anche come un mezzo per sfuggire agli spazi infernali ed opprimenti della fabbrica divenendo essa stessa uno spazio utopico, un luogo che però diviene reale nel momento in cui si scrivono le parole sulla carta o si battono sulla tastiera del computer. La scrittura è perciò anche tempo ed è quindi intrisa di una temporalità che diviene corpo e materia, spazio di libertà. Come scrive Roland Barthes, «la scrittura è precisamente questo compromesso tra un atto di libertà e un ricordo, è quella libertà piena di ricordi che non è libertà se non nell’attimo della scelta, ma già non più nella sua durata»7. Una «libertà piena di ricordi» si palesa ad esempio nel momento in cui il poeta si chiede «cosa ci faccio io qui?»: Non è il mio posto il mio lavoro la mia vita cosa ci faccio qui / con tutti i miei anni di studio quello che ho letto scritto o / capito sul senso del mondo». Ma nell’attimo in cui egli si rende conto che esistono vie di fuga, linee serpentine che lo possono condurre lontano dagli spazi imprigionanti della quotidianità, è proprio in quel momento che emerge lo spazio di libertà che si fa materia e tempo: «Lo devo all’amore / Lo devo alla mia forza / Lo devo alla mia vita». È nel momento in cui tutto sembra perduto che si scoprono inediti percorsi di resistenza. La scrittura è indubbiamente uno di questi ma anche tutte le letture fatte, le poesie scritte, le canzoni ascoltate (soprattutto quelle di Charles Trenet e Barbara) che si possono ripetere e canticchiare nell’inferno del tempo di fabbrica sono decisive ancore di salvezza. Ponthus ribadisce ogni attimo – all’interno del suo romanzo in forma di poemetto la cui scrittura scivola via come un flusso di sensazioni, ricordi, percezioni, impressioni – che in definitiva non perde mai la propria ricchezza interiore, il proprio «privilegio del pensare», per citare Pasolini. Come quest’ultimo scrive in alcune poesie de La religione del mio tempo in cui descrive i momenti più duri e poveri della sua vita, appena giunto a Roma, perduto in una misera casa delle borgate di Rebibbia, è la «coscienza» della sua «ricchezza» interiore a permettergli di andare avanti: i suoi studi, le sue letture e le sue scritture, la sua passione per l’arte e la letteratura. Nella povertà estrema e nella dura vita di ogni giorno, trascorsa in interminabili viaggi in autobus per raggiungere le scuole di periferia dove lavorava come insegnante, il poeta riusciva a trovare delle vere e proprie falde di resistenza nella sua ‘ricchezza’ personale. Ecco che, allora, per Ponthus, Charles Trenet si trasforma in «un immenso Charlot che rende / sopportabile l’inferno dei tempi moderni».

Nell’ottica di Ponthus, quello della fabbrica appare come un vero e proprio inferno, paragonabile alla trincea durante una guerra. Per descrivere le esperienze di lavoro nel settore agroalimentare e presso il mattatoio, dove doveva pulire il sangue dei maiali macellati, il poeta non esita a richiamare l’universo della guerra: «Pulitore di trincea / Pulitore di mattatoio / È quasi lo stesso / Mi sento come se fossi in guerra / I brandelli i pezzi l’equipaggiamento necessario il sangue / Il sangue il sangue il sangue il sangue», mentre gli stessi operai che si recano al lavoro appaiono quasi come soldati che si recano al fronte. Oltre ad evocare l’inferno della guerra, l’iterazione (in cui le parole «il sangue» sono ripetute ben cinque volte) che chiude il verso e che suona come un lugubre rintocco, richiama ancora una volta potentemente la sfera corporea: il corpo stesso del poeta, quasi come i corpi degli animali uccisi, subisce un graduale abbrutimento, una graduale coercizione verso l’assuefazione ai terribili ritmi lavorativi. Questi ultimi si trasformano in una nuova Odissea: se la fabbrica si trasforma in Mediterraneo, i «gamberetti» diventano «le mie sirene / i buccini i miei ciclopi / il guasto del nastro trasportatore solo un’altra tempesta». E allora «la produzione deve continuare / Sognando Itaca / Nonostante la merda». Alla fine del viaggio-inferno c’è pur sempre un’Itaca e il solo sognarla potrebbe rappresentare un sabotaggio a quella produzione incessante, al ritmo coercitivo e lavorativo della fabbrica perché è sempre e solo nell’ottica dei padroni, detentori del capitale, che la «produzione deve continuare». Tutte le citazioni inserite nell’incedere impetuoso della scrittura poetica, tutti i riferimenti alle canzoni, alla letteratura, alla poesia, all’arte sono piccoli sabotaggi che si insinuano nel ritmo della produzione. Anche la stessa scrittura diviene sabotaggio, diviene resistenza e, in definitiva, un vero e proprio strumento di libertà. Le parole poetiche sono perciò un momento di «silenzio del lavoro» perché rappresentano qualcosa di veramente antitetico ad esso.

Perché in definitiva, la fabbrica, come i templi greci, la prigione e le isole – come leggiamo in un momento iniziale del poemetto – appaiono come «Mondi chiusi / Dove si va solo per scelta / Deliberata / E da cui non si esce / Come dire /Non si lascia un santuario indenni / Non si lascia mai davvero la galera / Non si lascia un’isola senza un sospiro / Non si lascia la fabbrica senza guardare il cielo». Mondi chiusi che potrebbero assomigliare, perciò, alle eterotopie, cioè gli “spazi altri”, come sono descritti da Michel Foucault (citato tra l’altro da Ponthus in riferimento alla prigione). La fabbrica, come del resto la prigione, sarebbe comunque un’eterotopia che non apre alla libertà dell’immaginazione come, secondo, Foucault, ad esempio fa la nave, «eterotopia per eccellenza» nell’ottica dello studioso francese8. Sono spazi ‘altri’ consegnati alle dinamiche della disciplina e della coercizione per cui diventa importante ritagliarsi spazi utopici di libertà all’interno di essi. La scrittura, come abbiamo visto, è uno spazio utopico di libertà che, nell’opera di Ponthus, diviene ben reale: diviene resistenza e strumento di resistenza, un luogo di libertà che può accogliere in sé il corpo e la mente del poeta ma anche di altri, nuovi resistenti che, come lo stesso autore, riescono a sopravvivere grazie a personali vie di fuga dall’inferno della fabbrica.

Durante la settimana, al lavoro si parla poco tra colleghi, sia perché si indossano i tappi nelle orecchie che perché, tutto sommato, dichiara amaramente Ponthus, non c’è granché da dirsi a parte scambi di ordini e invettive. «Per una settimana sei formattato in una non-lingua, in modalità performativa […] Non parli. Durante la pausa fumi la tua sigaretta, bevi il tuo caffè e nient’altro. Dato che sei nell’industria della morte, di notte ti divora, hai gli incubi. […] Una cosa è certa: musi tagliati, mammelle affettate, queste cose non si possono raccontare nella lingua dei vivi, perché nessuno può capire. La lingua si ferma. Questa vita quotidiana passa attraverso gli occhi, le espressioni facciali del lavoratore, una mano che batte sulla spalla, ma non attraverso la voce. C’è solo la scrittura che può farlo»9.

Joseph Ponthus è scomparso nel febbraio dee 2021 a soli quarantadue anni. Nel ricordare questo «attivista, insegnante precario e operaio interinale, autore di À la ligne, un capolavoro di scrittura working class», scrive Alberto Prunetti: «La sua esistenza è stata breve, ma il suo tempo non è stato perduto, come in À la ligne si diverte a dire sfrontatamente a Monsieur Proust: «Cher Marcel, ho trovato quel che tu cercavi. Vieni in fabbrica. Te lo mostrerò io, il tempo perduto»10.


  1. Émilien Bernard, Joseph Ponthus: «L’usine te bouffe le temps, le corps et l’esprit», in “CQFD”, 14 febbraio 2021. Intervista uscita originariamente nella versione cartacea della rivista “CQFD” n. 190, settembre 2020 tradotta in italiano da Andrea Bottalico, “La fabbrica mangia il tempo, il corpo e la mente”. In ricordo di Joseph Ponthus, in “Napoli Monitor”, 1 marzo 2021.  

  2. Émilien Bernard, cit. 

  3. Gioacchino Toni, L’altra faccia del “Made in Italy”, in “Il Pickwick”, 22 dicembre 2018; Guy Van Stratten, “L’Alfasuin” di Giovanni Iozzoli. Storie di sfruttamento fino alla tragedia di Novara, in “Codice Rosso”, 19 giugno 2021. 

  4. Gioacchino Toni, “108 metri”. L’importanza di non tradire le regole, in “Il Pickwick”, 2 agosto 2018. 

  5. Claudio Panella, Nemmeno il tempo di cantare. Sulla “linea” di Ponthus, tra Marx e Trenet, in “Pulp”, 14 aprile 2021. 

  6. Émilien Bernard, cit. 

  7. Roland Barthes, Il grado zero della scrittura, trad. it. di G. Bartolucci, Lerici Editore, Milano, 1960, p. 29. 

  8. Cfr. Michel Foucault, Spazi altri. I luoghi delle eterotopie, a cura di S. Vaccaro, Mimesis, Milano-Udine 2001, p. 32. 

  9. Émilien Bernard, cit. 

  10. Alberto Prunetti, Il tempo perduto di uno scrittore operaio, in “Jacobin Italia”, 25 febbraio 2021. 

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Un poemetto operaio che squarcia l’immagine patinata dell’agroalimentare è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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L’altro Faust (Nightmare Abbey 20) https://www.carmillaonline.com/2022/09/19/laltro-faust-nightmare-abbey-20/ Mon, 19 Sep 2022 20:00:43 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=74091 di Franco Pezzini

Nikolaus Lenau, Faust, trad. e introd. di Alberto Cattoi, Carbonio, pp. 259, € 16, Milano 2022.

 

L’idea che Goethe ha già scritto un Faust non può spaventarmi. Faust è un comune possesso dell’umanità, non un monopolio di Goethe. Non si dovrebbe, allora, scrivere più alcuna poesia sulla luna, perché questo o quel grande poeta l’ha già fatto?

Nikolas Lenau, lettera 11 novembre 1833 a Georg Reinbeck.

 

Molti, molti anni fa, nel profondo di anni Ottanta oggi spesso acriticamente celebrati come epoca d’oro (l’età del riflusso, della profanissima alleanza [...]

L’altro Faust (<i>Nightmare Abbey</i> 20) è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Franco Pezzini

Nikolaus Lenau, Faust, trad. e introd. di Alberto Cattoi, Carbonio, pp. 259, € 16, Milano 2022.

 

L’idea che Goethe ha già scritto un Faust non può spaventarmi. Faust è un comune possesso dell’umanità, non un monopolio di Goethe. Non si dovrebbe, allora, scrivere più alcuna poesia sulla luna, perché questo o quel grande poeta l’ha già fatto?

Nikolas Lenau, lettera 11 novembre 1833 a Georg Reinbeck.

 

Molti, molti anni fa, nel profondo di anni Ottanta oggi spesso acriticamente celebrati come epoca d’oro (l’età del riflusso, della profanissima alleanza Thatcher-Reagan, del craxismo dilagante e, sì, a grandi numeri di una maggiore ricchezza), e che per me e la generazione dei Sessanta potevano essere gli anni dell’Università – molto grigi, almeno a giurisprudenza – ci trovavamo con frequenza in quattro amici per un progetto (visto oggi) delirante. Incentrato sulla lettura di tutti i testi relativi al mito di Faust – almeno da quelli dove figurasse il personaggio virtualmente storico, in avanti. In modo confuso, ci sembrava che “l’ambiguo mito del ciarlatano” (ne parlavamo in tali termini in un nostro prodotto dell’epoca) fornisse una chiave per capire la realtà in cui eravamo immersi: e a distanza di tanto tempo, possiamo oggi dire che forse non avevamo tutti i torti.

Ci trovavamo cioè a leggere e discutere insieme, annotando compulsivamente su un quadernetto i discorsi emersi (vorrei poterlo ritrovare), davanti a una bottiglia di vino e quattro bicchieri. E non solo, visto che si mangiava anche, nel luogo principe dei nostri incontri – almeno il preferito – cioè la vecchia piola (cioè osteria, a Torino) del Palazzo degli stemmi, che abbraccia coi portici un lato a metà di via Po. Si entrava da alcuni gradini sulla via laterale, e ci si trovava in un locale che per aspetto avrebbe potuto frequentare il vecchio Johann Georg Faust (ca. 1480 o 1466 – ca. 1541): soffitto altissimo, muri scabri bisognosi di una mano di bianco, tavoli e panche di legno come da secoli in simili locali. Il Faust storico però difficilmente avrebbe potuto beneficiare dei panini con acciughe e bagnèt verd che accompagnavano il vino.

Si era iniziata la lettura dal Faustbuch dell’editore tedesco Johann Spies (ca. 1540-1623) – meglio Historia Von D. Johañ Fausten/dem weitbeschreyten Zauberer vnnd Schwartzkünstler, edito 1587, in Italia Storia del Dottor Faust, ben noto mago e negromante, Garzanti, 1980 –, ancora arcaicissimo e favoloso nel suo orecchiare i primi racconti orali. Si era passati poi a The Tragical History of the Life and Death of Doctor Faustus di Christopher Marlowe, c. 1592-1593, di cui pochi anni prima Tino Buazzelli aveva offerto un’entusiasmante versione teatrale presentata in televisione (Il Fausto di Marlowe, 1978, regia di Leandro Castellani)… e poi ci si era arenati, perché incontrarsi in quattro restava piuttosto complicato. Per di più, come in una scena congrua alle nostre letture, una primavera di pioggia ossessiva (per intenderci, alla Blade Runner) aveva fatto crollare vari palazzi del centro storico di Torino: anche il Palazzo degli Stemmi era stato dichiarato inagibile, e insomma la nostra amatissima piola aveva chiuso. (Un corto viaggio sentimentale, abbondantemente onirico, tra i luoghi delle piole storiche chiuse in quegli anni potrebbe condurre a risultati narrativamente felici.)

Poi ovviamente ci eravamo fatti qualche idea almeno sulle principali letture che sarebbero dovute seguire: come ovvio Goethe, con gran timore Mann, ma anche il più gestibile testo di Grabbe (Don Juan und Faust, 1829) e altri che avevamo trovato soltanto citati, senza conoscerne i contenuti. Come per esempio, spesso menzionato, il Faust di Nikolaus Lenau, 1836, intrigante anche per il fatto di arrivare a ridosso di un’opera-mondo come la versione di Goethe, 1808 (pubbl. I parte) e 1832 (pubbl. II parte).

Il testo di Lenau, un precipitato di tutto il più tempestoso sentire romantico che ispirerà il Mephisto-Walzer di Liszt (quattro brani 1859-1885, in particolare il primo), arriva ora proposto in una gran bella edizione da Carbonio, ottimamente curata da Alberto Cattoi. E lo stacco da Goethe appare stridente: non solo nel diverso taglio dell’opera, qui infinitamente più contenuta rispetto al monumento goethiano, ma nel profilo stesso del protagonista – per certi versi più vicino al sentire odierno.

Partiamo dall’autore. “L’immagine di Lenau accreditata dalla tradizione critica è quella di un tipico Zerrissener, di un dilacerato, sospeso tra epigonismo romantico e velleità di rivolta” (così Cattoi nell’Introduzione). Per affrontarlo adeguatamente, “Il primo passo consisterà nel rifiuto di vedere in queste opere ‘minori’ (e nel Faust in particolare) solo l’espressione di una posa romantica, una mera esibizione ed enfatizzazione del sentimento”. Se le cadute del suo impegno ideologico – che gli procureranno le bacchettate di Heine – non permettono di annoverare Lenau tra gli intellettuali progressisti del periodo della Restaurazione, non si può certamente neppure ascriverlo al fronte conservatore. Col disagio del provinciale inurbato costretto a trasferirsi a Vienna (era nato a Csatád cioè oggi Lenauheim dal suo nome, nel Banato ungherese, attualmente Romania), eterno studente che cambia sempre facoltà universitaria (Filosofia, Legge, Agraria, Medicina) ma poi anche casa (Austria – dove morirà nel 1850 –, Svevia, Ungheria), vive la “perdita del centro” come “condizione esistenziale irreversibile” anche nelle proprie dimensioni privatissime, sentimentali, e nelle scelte ideologiche altalenanti, fino a identificarsi con l’Ebreo errante: ed ecco il nucleo ideale di questo Faust spesso definito Wanderer, viandante, fin quasi a svuotarne le connotazioni canoniche.

Le stesse scene sono diverse da quelle “classiche” del mito di Faust: rupi montane dove pratica l’alpinismo, un teatro anatomico (dove Mefistofele fa la sua comparsa), una fitta foresta dove – forse anche a seguito dell’incontro con un monaco – si consuma il patto fatale, l’appartamento dove l’ennesimo benintenzionato, un vecchio amico, tenta di sistemarlo con la propria sorella, qualche scena in campagna con tanto di festa nuziale… Più consueto ai soliti sfondi faustiani il giardino di una reggia, dove Mefistofele consiglia un ministro, e una sala del palazzo reale. Ma poi torniamo alle libere trovate di Lenau con la bottega di un maniscalco, una processione notturna e paesaggi da dipinto di Caspar David Friedrich, la villa del duca Hubert dove Faust si rivela (ohibò) pittore e uccide il duca per amore della sua bella fidanzata, e nuovi paesaggi da quadro romantico – compreso il cimitero dove è sepolta la madre di Faust, un bosco e una spiaggia. Ma è soprattutto originale la soluzione del protagonista a bordo di una nave, della tempesta e della scena nella locanda dove i marinai, tra vino, danze e donne, festeggiano la propria salvezza. Poi di nuovo una spiaggia battuta dalla burrasca, dove Faust si uccide sbeffeggiando il diavolo:

 

Io sono un sogno che vola via dalla tua prigione!

Io sono un sogno fatto di piacere, di colpa e di dolore,

E sogno di immergermi il coltello nel petto!

Si pugnala.

 

Nel 1833 Lenau, tornato deluso dall’America (il viaggio per mare di Faust potrebbe trarne qualche suggestione), viene accolto a Stoccarda come grande poeta a seguito della pubblicazione di un volume di liriche per Cotta, l’editore che ha pubblicato non solo il suo Faust ma la seconda parte di quello di Goethe – da cui varie polemiche. Ma negli anni 1833-35 di redazione del Faust, Lenau è “in piena crisi esistenziale, in uno stato di completo smarrimento”: già caratterialmente facile a deprimersi e autocompiangersi, è tornato delusissimo dall’America paradiso degli affari e dello sfruttamento, ha incassato l’ascetica rinuncia impostagli da Sophie von Löwenthal – moglie di un amico – di cui è perdutamente innamorato e del cui fantasma resterà succube, e ha aperto un dialogo con il teologo danese Martensen che avrà un ruolo importante nel varo del Faust.

Il risultato sono ventiquattro quadri di genere misto (all’interno dello stesso episodio troviamo aspetti lirici, epici, drammatici…) come stazioni “di quella via crucis e circolo vizioso insieme, che è per Faust la vita dell’uomo”. E se Mefistofele offre a Faust l’unica verità in suo possesso, “pura e semplice negazione di ogni valore, come affermazione dell’io egoistico e istintuale”, ma nessuno dei benefit concessi in altre opere sul tema, al patteggiante manca la volontà/capacità di godere, e in radice forse quella stessa di desiderare e di essere felice. Perennemente disperato (Lenau passerà gli ultimi anni, 1844-50, ricoverato per demenza), può solo patire rimorsi, provar fastidio per i “poveri di spirito” e invidia per chi pecchi col cuore allegro. Vorrebbe soltanto dimenticare d’essere una creatura, confida nel monologo che precede il suicidio – e mostra prefiguranti affinità con il pensiero di Nietzsche.

L’età moderna è fortemente connotata, al suo sorgere, dal mito di Faust. In realtà con origini molto antiche, legate al tema degli aspetti oscuri del pattuire: se il mondo ebraico e poi cristiano sorge sull’idea di un Testamento quale impegno divino e il contratto stesso appare nel mondo indoeuropeo come istanza divina (si pensi a Mitra, il dio-contratto), già molto presto emerge in letteratura il tema del volto oscuro della contrattualizzazione. In fondo fin dal giuramento dei capi achei, pretendenti della fatale Elena, di difendere lo sposo che lei avrebbe liberamente scelto: una trovata di Odisseo, che gli si ritorcerà contro, spingendolo inutilmente a fingersi pazzo per sfuggire agli oneri di quanto giurato – la discesa in guerra a fianco di Menelao. Più conforme alla logica sofistica del diritto sarebbe stata a quel punto la risposta di Cinira di Cipro, che obbligato a mandare navi le spedirà di terracotta… Ma poi c’è tutta la sequela dei pre-Faust, Cipriano e Teofilo e tutti gli altri, fino all’arrivo di questo ciarlatano tedesco che, anche in grazia di una morte brutta e misteriosa, avrà la sorte di fornire un archetipo e forse il primo mito dell’età moderna. Ma di lì gli epigoni si sprecano: da Cazotte che, col suo delizioso Diavolo in amore rococò avvia la letteratura fantastica francese di età moderna, a Beckford col Vathek e il primo inferno per vocazione della letteratura, a Schiller col Visionario, dove il patto non è col diavolo ma con dimensioni oscure retrostanti la politica… a suggerire che tutta l’età moderna sia in fondo figlia delle tentazioni di un accordo losco, che porterà su lungo periodo un danno infinitamente superiore ai vantaggi. Un danno/dannazione metafisica, per chi continua a credere, o invece tutta mondana di una finta libertà che guasta dentro.

Il Faust di Lenau è un depresso, consumato da un inesausto male di vivere; e lo stesso finale in cui Mefistofele annuncia la sua dannazione resta metafisicamente ambiguo. La sensazione è che il finale resti aperto proprio perché tutto quanto vissuto da Faust appartiene al profondo del suo rovello interiore:

 

Faust è l’uomo che ‘subisce’ le proprie azioni; il male che egli commette non è imputabile a lui, ma alla sostanza negativa del mondo. Con questa concezione così radicalmente pessimistica, Lenau sembra ricusare in blocco tutto l’umanesimo quasi è venuto configurando nella cultura occidentale da Socrate in poi.

 

E Faust appare un fratello di Edipo che mira ad “annullarsi misticamente nel Tutto indistinto, […] progenitore di tanti moderni cultori dell’eclissi dell’io ed esteti dell’irresponsabilità”.

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L’altro Faust (<i>Nightmare Abbey</i> 20) è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Estetiche inquiete. L’ordine infranto da un astuto criminale e il caos portato da una sguaiata banda di agenti segreti (2/2) https://www.carmillaonline.com/2022/09/18/estetiche-inquiete-lordine-infranto-da-un-astuto-criminale-e-il-caos-portato-da-una-sguaiata-banda-di-agenti-segreti-2-2/ Sun, 18 Sep 2022 20:00:14 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=73857 di Gioacchino Toni

Se la prima parte del volume di Davide Steccanella, La filosofia di Diabolik e Alan Ford. Un criminale e una banda di agenti segreti squattrinati all’assalto della generazione ribelle (Mimesis, 2022) [su Carmilla], è dedicata al diabolico criminale in tuta nera che, insieme alla compagna, conduce un’esistenza in cui alterna mirabolanti furti di preziosi e precipitose fughe in Jaguar per raggiungere rifugi costretto a cambiare con frequenza pari all’avvicendarsi delle maschere che indossa per sostituirsi all’identità altrui, la seconda parte del volume è invece dedicata ad una [...]

Estetiche inquiete. L’ordine infranto da un astuto criminale e il caos portato da una sguaiata banda di agenti segreti (2/2) è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Gioacchino Toni

Se la prima parte del volume di Davide Steccanella, La filosofia di Diabolik e Alan Ford. Un criminale e una banda di agenti segreti squattrinati all’assalto della generazione ribelle (Mimesis, 2022) [su Carmilla], è dedicata al diabolico criminale in tuta nera che, insieme alla compagna, conduce un’esistenza in cui alterna mirabolanti furti di preziosi e precipitose fughe in Jaguar per raggiungere rifugi costretto a cambiare con frequenza pari all’avvicendarsi delle maschere che indossa per sostituirsi all’identità altrui, la seconda parte del volume è invece dedicata ad una sguaiata banda di agenti segreti che agisce scompostamente, incapace di attenersi ad una pianificazione rigorosa.

A differenza di Diabolik che raggiunge i suoi obiettivi grazie a programmazioni maniacali, lo sgangherato gruppo di Alan Ford consegue i risultati richiesti fortunosamente, in maniera quasi inattesa, magari con l’ausilio di marchingegni immancabilmente destinati ad una repentina autodistruzione, più simili a giocattoli che girano a vuoto che non a macchine funzionali.

Le storie di Diabolik si reggono su uno schema narrativo semplice e ripetitivo, tanto da rendere tutto sommato minima la suspense visto che ogni episodio procede verso un esito scontato, in linea con le attese dei lettori che desiderano il successo del criminale. Altrettanto scontato è l’esito finale delle avventure del gruppo di Alan Ford, che terminano immancabilmente con il successo nell’operazione e con la consueta fregatura rifilata dal “Grande Vecchio” al resto della banda, ma in questo caso le vicende narrate anziché scorrere su percorsi lineari seguono traiettorie caotiche e spiazzanti.

Mentre l’estetica di Diabolik è all’insegna di un rigore geometrico utile ad esprimere sfide giocate sul piano dell’astuzia e del controllo razionale degli eventi, quella di Alan Ford è invece caotica, in linea con la narrazione di avventure sguaiate al pari dei protagonisti.

È il 22 maggio del 1969 quando compare in edicola un nuovo giornalino di centoventi pagine in bianco e nero, nell’ormai consueto formato tascabile, con una copertina da cui spicca il volto di un personaggio biondo, dai tratti spigolosi, con dolcevita nero, che sembra girarsi di tre quarti in direzione dei lettori sorridendo loro con aria di complicità. Attorno a questa figura maschile si srotola una sorta di segmentata spirale la cui base ospita il titolo dell’albo: Il gruppo TNT. Sulla sinistra del disegno si leggono le firme autografe di Max Bunker e Magnus, viene esplicitato il prezzo, 150 lire, e che si tratta del primo numero di una pubblicazione mensile. Spetta, come si conviene, alla fascia superiore della copertina riportare la testata, Alan Ford, scritta ricorrendo a un font tozzo che riprende le geometriche rigidità irregolari dell’intera composizione di copertina realizzata da Luigi Corteggi. Viene, inoltre, indicata la presenza all’interno dell’albo di una presentazione di Carlo Della Corte.

Se è pur vero che soltanto nei primissimi numeri Diabolik è a tutti gli effetti un eroe solitario, persino quando giunge a condividere le sue avventure con Eva – anche a causa della vita appartata che conduce la coppia – permane la sua propensione a voler far da sé evitando di rapportarsi con altri, ad esclusione, ovviamente, della sua compagna. Insomma, a proposito del fumetto delle sorelle Giussani, se proprio non si vuol parlare di un eroe solitario si può affermare che si è di fronte a una “coppia solitaria di eroi” e la separatezza che i due mantengono nei confronti del resto della società non è dettata esclusivamente da questioni di stretta necessità.

Come nota Steccanella, ben diversi risultano i protagonisti proposti dal nuovo fumetto dell’Editoriale Corno: «Alan Ford è l’eroe più socievole ed estroverso della storia del fumetto, perché vive in una sorta di “comune” con altri amici, con i quali divide ogni avventura anche se nel caso del gruppo TNT sarebbe più corretto parlare di compagni di sventura» (p. 117). Si tratta a tutti gli effetti di un “fumetto di gruppo” in cui il personaggio ripreso dalla testata non vanta spazi maggiori rispetto agli altri membri del collettivo.

Diabolik ed Alan Ford hanno origini differenti sia dal punto di vista “genitoriale” che per il momento in cui escono; nonostante passino pochi anni tra le loro prime uscite in edicola, il contesto in cui fanno il loro esordio appare nel frattempo decisamente cambiato.

Provenienti dall’agiata borghesia milanese, le intraprendenti e creative sorelle Angela e Luciana Giussani creano Diabolik nei primissimi anni Sessanta, quando i fumetti iniziano a guardare agli adulti, ed un giallo a fumetti incentrato su uno spietato criminale omicida, capace di suscitare ammirazione per la genialità e l’audacia con cui porta a termine i suoi piani, sembra una buona idea per intercettare il pubblico adulto.

A creare Alan Ford sono invece Luciano Secchi (Max Bunker), milanese come le sorelle Giussani ma di ben diversa estrazione sociale, ed il bolognese Roberto Raviola (Magnus). Il sodalizio tra i due, che collaborano sin dal 1964 alla realizzazione di Kriminal e Satanik, si interrompe nel 1975, quando Magnus abbandona Alan Ford cedendo il testimone a disegnatori come Paolo Piffarerio, Dario Perucca, Raffaele Della Monica e diversi altri.

Nel ricostruire la nascita della sgangherata banda di agenti segreti, Max Bunker racconta di aver voluto rovesciare la struttura di James Bond contrapponendo alla sua proverbiale organizzazione il fare sguaiato di un manipolo di personaggi alle prese con avventure grottesche ed umoristiche. «Abbandonare eroi fuorilegge alla Diabolik o belloni impettiti alla James Bond in favore di nuovi personaggi “brutti, sporchi e cattivi”» – scrive Steccanella – diviene «il modo più efficace per seppellire definitivamente sotto una gigantesca colata di ironia, tanto dissacrante quanto irrispettosa fino a trasformarsi in una generale “presa per il culo”, quanto fino a quel momento fatto passare per importante» (p. 126).

Ad essere presi di mira dal duo Bunker-Magnus sono davvero tutti e tutto e lo strumento adottato è quello del dileggio e dell’ironia, con virate su un compiaciuto infantilismo. «Soprattutto i primi numeri di Alan Ford saranno caratterizzati da continui ricorsi alla satira per denunciare ingiustizie sociali o scandali nazionali e internazionali, con storie spesso legate all’attualità, così come era accaduto al più “serio” Diabolik, ma anche per prendere in giro certi “intellettualismi” ai tempi in voga» (p. 128).

Se nel primo numero già le tavole di apertura esplicitano come sia New York a far da sfondo alle vicende narrate, occorre invece sfogliare una ventina di pagine per imbattersi nel personaggio Alan Ford, disegnato con fattezze che si rifanno all’attore Peter O’ Toole, intento a dormire in una sorta di colombaia sulla sommità di un grattacielo. «Alan Ford ha passato la sua infanzia in un orfanotrofio ed è un grafico pubblicitario squattrinato, ingenuo, imbranato con le donne. Una serie di equivoci lo porta a essere scambiato per una recluta inviata come rimpiazzo per un gruppo governativo segreto chiamato “gruppo TNT”, una squadra improvvisata di agenti dalle personalità in linea con lo humor grottesco della serie, e alla quale finirà per aderire in pianta stabile» (p. 131).

Tra i primi personaggi a fare capolino nell’albo c’è la Cariatide, «un pigrone imbolsito che trascorre tutto il tempo dormendo, seduto inutilmente a una scrivania» (p. 133) destinato a lasciare le redini del gruppo, dieci numeri dopo, al Numero Uno, riducendosi, tra una dormita e l’altra, a condurre un negozio di fiori sulla Quinta Strada, copertura di facciata della sede del gruppo, per poi aprire una pizzeria insieme all’ipocondriaco e sdentato Geremia destinato alle retrovie a causa delle precarie condizioni di salute.

Nonostante l’apparenza da rimbambito, il Numero Uno si rivela cinico e opportunista nello sfruttare l’operato del gruppo a cui riserva, al termine di ogni storia, un solo dollaro a testa trattenendo il resto per sé. «È un personaggio viscido che intasca i lauti compensi elargiti dal governo statunitense o da ricchi cittadini per adempiere a svariate missioni segrete lasciando ai propri agenti “le briciole” dei guadagni. Non ha una età precisa e si sa solo che millanta conoscenze dirette con personaggi storici di centinaia di anni addietro, ma conosce vita, morte e miracoli di tutti, scrupolosamente annotata in un libriccino che usa per ricattare chiunque gli sia di una qualche utilità» (p. 134).

Tra gli altri membri del gruppo vi sono il Conte Oliver, vero e proprio cleptomane, di nobili origini inglesi, «è fra gli agenti più efficienti del gruppo perché dotato di intelligenza e capacità non comuni» (p. 134), e Bob Rock, già sperimentato su Kriminal, Satanik e Maxmagnus, solito ad indossare una mantellina a scacchi e un copricapo alla Sherlock Holmes. «Complessato in quanto piccolo di statura e dal naso spropositato, è il più simpatico del gruppo con il suo carattere impulsivo, irascibile e sfortunato […]. Specializzato nell’arte dello “scrocco” […] È il quarto, l’unico onesto, di tre fratelli gemelli, perennemente reclusi nei penitenziari americani» (p. 134).

Altro protagonista delle strampalate azioni del gruppo è il vecchio Grunf (Grunt nei primi numeri), immigrato tedesco reduce dalle due guerre mondiali, presentato come «un vecchio nostalgico un po’ lento di comprendonio ma fedelissimo al Numero Uno e capace, con mezzi scarsissimi, di realizzare i macchinari più strampalati che incredibilmente funzionano anche se solo per poco, perché poi si distruggono» (p. 135). Si occupa dell’improvvisata palestra in cui dovrebbero allenarsi i membri del gruppo, ed indossa una tuta tattica con occhiali da aviere e magliette con motti fascistoidi.

Tra i nemici con cui il gruppo si trova ad avere a che fare spiccano: Gommaflex, evidente parodia di Diabolik, «ladro con la faccia di gomma che gli permette di assumere le sembianze di chiunque sfruttando questa abilità esclusivamente per scopi criminali» (p. 136); Arsenico Lupon, assai galante e molto ladron (1973), come suggerisce direttamente il titolo del numero 53 in cui compare; Superciuk, «spazzino che si trasforma in un Robin Hood alla rovescia che ruba ai poveri per dare ai ricchi perché desidera un mondo pulito popolato da gente che non sporca. Il suo superpotere è dato da una fiatata alcolica capace di tramortire chiunque» (p. 136).

Così tratteggia quest’ultimo lo stesso Max Bunker: «Superciuk è un idealista, votato a una sacra missione (per quanto paradossale). Compie quello che ritiene il suo dovere, ma lo fa gratuitamente. Non accetta ricompense (se non una simpatica botticella di rum a novantotto gradi alcolici offerta dai miliardari membri del suo fan club). In un universo come quello alanfordiano, specchio deformante (ma specchio) della realtà, dove trionfano il cinismo e l’opportunismo, e dove i “buoni” sono senza mezzi di sostentamento e la vita è una lotta per la sopravvivenza, è un “cattivo” a coltivare degli ideali come il barbone di Jannacci che “aveva gli occhi da buono”, e anche di Superciuk alla fine si potrebbe dire lo stesso» (p. 151-152)1.

Le origini dei membri della sgangherata compagine di agenti segreti vengono spiegate nel numero 50 intitolato Così nacque il gruppo TNT (1973), sulla falsariga di quanto fatto per il loro personaggio dalle sorelle Giussani con l’episodio Diabolik chi sei? (1968). In realtà, come scrive M. Burattini, l’albo «non svela ogni retroscena ma certamente appaga la nostra voglia di saperne di più. Inoltre, in un solo albo, è condensata la quintessenza dello humor alanfordiano. C’è davvero un campionario della tipica umanità bunkeriana, fatta di gente brutta, sporca e cattiva, di politici corrotti, di inetti e di incapaci, di disgraziati e truffatori, di miseri e reietti. Non meraviglia che il negozio di fiori possa essere diventato una casa, un rifugio, per chi, prima di esservi ammesso, veniva da esperienze dickensiane come quelle di Alan, Bob o Geremia, o per chi era in cerca di un nuovo scopo nella vita come Grunf e la Cariatide» (p. 160)2.

È attorno a questo numero 50 che Alan Ford raggiunge la sua massima popolarità; le annate comprese tra il 1973 e il 1975 rappresentano «gli anni d’oro del fumetto più spassoso e iconoclasta del decennio, tanto che sulla sua scia, e come era già accaduto con Diabolik, nasceranno alcuni epigoni» (p. 160). A differenza di Diabolik, che ha ottenuto grande successo anche all’estero, Alan Ford resta un fenomeno prettamente italiano con l’eccezione dei Balcani, ove diviene molto popolare negli anni Settanta e Ottanta e ancora oggi gode di un sorprendente successo.


Estetiche inquiete serie completa su Carmilla


  1. Citazione che il libro riprende da M. Burattini, in AA.VV, Alan Ford Story, vol. 14, Mondadori. 

  2. Citazione che il libro riprende da M. Burattini, in AA.VV, Alan Ford Story, vol. 25, Mondadori. 

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Estetiche inquiete. L’ordine infranto da un astuto criminale e il caos portato da una sguaiata banda di agenti segreti (2/2) è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Esclusione sociale e capitalismo globale. Per una discussione su lotte e organizzazione nel presente / 4 https://www.carmillaonline.com/2022/09/17/esclusione-sociale-e-capitalismo-globale-per-una-discussione-su-lotte-e-organizzazione-nel-presente-4/ Sat, 17 Sep 2022 20:00:50 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=73702 di Emilio Quadrelli

Il mucchio selvaggio

Torniamo quindi alla questione dell’esclusione sociale. Andando al dunque noi oggi assistiamo a un autentico rovesciamento di prospettiva delle relazioni tra le classi. In poche parole siamo passati da un rapporto fondato sull’uguaglianza e la perfetta simmetria tra queste a una relazione declinata sull’ineguaglianza e l’asimmetria. In altre parole teoria e organizzazione di classe sono obbligate a ripensarsi a partire da un rapporto sociale e politico fondato sull’asimmetria. Ma tutto ciò a che cosa rimanda? Non è forse la “guerra asimmetrica” la “forma guerra” del presente? [...]

Esclusione sociale e capitalismo globale. Per una discussione su lotte e organizzazione nel presente / 4 è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Emilio Quadrelli

Il mucchio selvaggio

Torniamo quindi alla questione dell’esclusione sociale. Andando al dunque noi oggi assistiamo a un autentico rovesciamento di prospettiva delle relazioni tra le classi. In poche parole siamo passati da un rapporto fondato sull’uguaglianza e la perfetta simmetria tra queste a una relazione declinata sull’ineguaglianza e l’asimmetria. In altre parole teoria e organizzazione di classe sono obbligate a ripensarsi a partire da un rapporto sociale e politico fondato sull’asimmetria. Ma tutto ciò a che cosa rimanda? Non è forse la “guerra asimmetrica” la “forma guerra” del presente?

Tra gli aspetti che caratterizzano la forma guerra contemporanea, per lo meno da parte delle potenze imperialiste, è l’utilizzo di soli volontari, la cui professione, ancorché sotto le bandiere nazionali, è esattamente quella del soldato, insieme al massiccio utilizzo di forze militari “private”, veri e propri professionisti della guerra e della sicurezza. Un aspetto che mostra per intero come il paradigma guerra del’intera modernità, caratterizzato dagli eserciti di leva, sia bellamente tramontato e con questo quel diritto all’armamento della popolazione, pur solo maschile, che aveva fatto da sfondo, e da forza, all’esercito rivoluzionario della Francia repubblicana. La fine degli eserciti di leva rappresenta un passaggio non secondario della perdita di interesse strategico, da parte degli assetti imperialisti, nei confronti delle masse subalterne. In questo senso la scissione tra popolo ed esercito è parte non secondaria di quella condizione di esclusione a cui le masse sono deputate.1. Non è da lì che, con ogni probabilità, occorre partire per delineare le forme organizzative del presente?
Se, come sembra sensato sostenere, rimane pur sempre vero che è dall’anatomia dell’uomo che si ricava l’anatomia della scimmia solo a partire dal punto più alto del “politico” diventa possibile decifrare il presente in tutte le sue articolazioni2.

Realisticamente non è possibile pensare l’organizzazione politica della classe, la sua forma partito nella fase imperialista contemporanea, omettendo di fare i conti con il carattere proprio di questa fase di cui la guerra e la sua forma ne sono, al contempo, aspetti costitutivi e costituenti3. Sarebbe come se, Lenin e i bolscevichi, avessero pensato di costruire l’Internazionale comunista ignorando al contempo la natura del capitalismo monopolistico e finanziario, la forma stato messa a regime nel corso della Prima guerra mondiale insieme alla forma guerra a cui tale scenario obbligava4. Nessuno, dotato di un minimo di buon senso, lo potrebbe persino immaginare. Oggi, avendo a mente le mutazioni oggettive che la nuova fase imperialista ha imposto e sedimentato, occorre decifrare per intero il senso e il significato che la relazione di asimmetricità comporta. In tutto ciò, a ben vedere, vi è ben poco di innovativo ma, proprio assumendo per intero questa prospettiva, ci collochiamo di diritto all’interno della piena “ortodossia”5.

Pensiamo a Lenin e all’importanza che il Della guerra6 riveste per la messa a punto del “pensiero strategico” del bolscevismo. L’idea di partito come “quartiere generale” è esattamente mutuata dall’evoluzione del pensiero militare, attraverso Clausewitz prima e Moltke (il vecchio) dopo. Un concetto che, a sua volta, si inseriva appieno sulla scia delle trasformazioni che Napoleone aveva apportato alla “arte della guerra”7. Lenin, quindi, modella il partito formale tenendo costantemente a mente la cornice all’interno della quale la forma guerra è catturata dal pensiero strategico della borghesia. Lo studio sistematico dell’organizzazione degli eserciti borghesi, per Lenin, non è un hobby ma un lavoro di partito a tutti gli effetti poiché la compenetrazione di politico e militare è immediatamente riconosciuto come l’a priori che sta in permanenza sullo sfondo della politica8.

Lenin, pur portando sino alle estreme conseguenze le coordinate della forma guerra a lui contemporanea, attraverso la concettualizzazione della guerra civile internazionale9 ne mantiene i contorni all’interno di una relazione sostanzialmente simmetrica. Del resto, indipendentemente dall’asimmetria “tecnica” che ha per lo più caratterizzato la guerra tra subordinati e classi dominanti, ciò che, ai fini del nostro discorso è importante evidenziare, è la relazione tra forze di pari grado e dignità a cui il conflitto tra proletariato e borghesia concettualmente rimandava in quella determinata fase imperialista10.

La fase imperialista con la quale Lenin fa i conti, pur avendo oggettivamente unito il mondo, non lo ha reso uguale. La “questione coloniale” presenta, a tutti gli effetti, peculiarità proprie che vivono in unità dialettica con le lotte del proletariato dei Paesi altamente industrializzati, senza per questo potersi uniformare meccanicamente a questi11.
Per molti versi la relazione improntata su un rapporto asimmetrico può vantare una lunga e consolidata tradizione. Tutta la storia del colonialismo, infatti, rimanda esattamente a ciò. Mentre, all’interno di quell’ordinamento spaziale ascritto al “mondo civile”, la guerra e la sua conduzione soggiaceva a una regolamentazione improntata al reciproco riconoscimento, oltre confine nessun vincolo limitava la conduzione delle operazioni militari. Il tratto “non – umano” a cui erano ascritte le popolazioni esterne ed estranee al “mondo civile” consentiva di agire nei loro confronti senza remore di sorta.

Sullo sfondo di ciò vi era una giustificazione che, col tema che stiamo affrontando, ha molto a che vedere poiché a legittimare la mano libera verso quelle popolazione era un’assenza: la mancanza di storia12. Tutta l’epopea coloniale è rappresentata come un continuo confronto tra i popoli con una storia, le potenze coloniali, e i popoli senza storia, gli abitanti dei territori colonizzati le cui esistenze, agli occhi dei colonizzatori, si mostrano come pura contingenza13. Gli eserciti coloniali non si trovavano di fronte un nemico “politicamente organizzato” bensì masse indistinte, organismi tribali, strutture etniche e via discorrendo. Lo scarto tra questi organismi e la forma politicamente organizzata dei conquistatori non poteva che delineare, a partire dalla sua concettualizzazione, una relazione asimmetrica. Uno scenario che, in un processo a cascata, informa tutte le relazioni tra colonizzatori e colonizzati a cominciare dal modo in cui il colonialismo gestisce il rapporto con la forza lavoro indigena.

L’asimmetria che regola la forma guerra, infatti, non può che informare per intero il rapporto tra i proprietari colonialisti e i lavoratori indigeni. In colonia quella relazione uguale e simmetrica individuata da Marx che lo portava ad affermare che tra diritti eguali, vince la forza, non regola il rapporto tra colono e colonizzato14. Certo, la forza continua a mantenere per intero la sua valenza demiurgica ma, ed è questo il punto, fondandosi su una relazione asimmetrica.

Nel passato il diritto alla storia, per i popoli colonizzati, è passato attraverso il legame con il movimento comunista internazionale frutto della rottura storica che Lenin e il bolscevismo furono in grado di imporre dentro il movimento operaio e proletario internazionale. Sino alla formazione dell’Internazionale comunista, i popoli senza storia, avevano avuto all’interno del movimento operaio cittadinanza praticamente nulla. Il tratto etnocentrico, velocemente convertitosi in razzismo e imperialismo, di gran parte della Seconda Internazionale aveva tranquillamente posto tra parentesi la “questione coloniale”15.

Sono Lenin e i bolscevichi a porla come aspetto fondamentale all’interno del rapporto rivoluzione/controrivoluzione. L’Internazionale comunista pone i popoli coloniali, le loro storie e le loro lotte, come naturali alleati dell’organizzazione politica del proletariato, con ciò i popoli senza storia acquistano il diritto a esistere in quanto forma “politicamente organizzata”. Ciò che sarebbe stato impensabile, sotto il profilo concettuale, per Abdel Kader16, diventa persino ovvio per il FLN17. L’Internazionale comunista, portando i popoli colonizzati dentro il “politico”, li emancipa dalla dimensione prepolitica in cui il colonialismo li aveva ascritti. Le retoriche incentrate sulle culture, sulle etnie ecc. cominceranno a ritirarsi dallo scenario del discorso politico per far posto a termini universalistici quali popoli, nazioni, classi. L’inclusione della “questione coloniale”, portando i popoli senza storia dentro l’orizzonte della rivoluzione socialista, li ascrive di diritto dentro il lessico della politica.

Lenin include la “questione coloniale” a pieno titolo dentro la relazione rivoluzione/controrivoluzione non sulla base di un astratto e altrettanto inconcludente umanitarismo ma come diretta e logica conseguenza che l’epoca imperialista ha comportato per il modo di produzione capitalista e il sistema – mondo che questi, obiettivamente, ha ormai realizzato. I “popoli senza storia”, dentro la fase imperialista, diventano comparti strategici in virtù della funzione che assolvono proprio per l’imperialismo. Sono loro, in fondo, a tracciare e ad anticipare il divenire a cui il sistema – mondo del capitalismo aspira. La “felice sospensione” di cui ha potuto usufruire il proletariato occidentale, e in primis quello europeo, tra il 1945 e il 1989 osservato su un piano oggettivo e disincantato è stata l’aporia a cui l’esistenza del Patto di Varsavia, con lo scenario bellico che questo presupponeva proprio dentro il Vecchio Continente, ha obbligato il comando del capitalismo internazionale. Per il modo di produzione capitalista non l’operaio europeo, ma il proletario extra occidentale incarnava la sua linea di sviluppo. In altre parole è sempre il lato cattivo a tracciare il divenire di una formazione economica e sociale18.

L’orizzonte dentro cui viveva il proletariato occidentale, a partire dal 1989, si è repentinamente volatilizzato. Da quel momento in poi tutte le argomentazioni proprie dell’era coloniale hanno trovato una nuova e piena cittadinanza. Declinato in versione scontro tra le civiltà o nel più rassicurante e apparentemente indolore ordine discorsivo del multiculturalismo nel mondo ormai fattosi realmente unico è la relazione asimmetrica tra le classi a diventare egemone19. Una condizione che, a macchia d’olio, cattura quote sempre più ampie di popolazione.

Non troppo differentemente dalle popolazioni colonizzate, gli esclusi del mondo contemporaneo, sono tali, indipendentemente dalle loro specifiche condizioni empiriche, poiché appaiono privi di esistenza storica20. Ciò che li rende impotenti è l’assenza di una prospettiva storica che solo il costituirsi in classe “politicamente organizzata” è in grado di garantire. Ciò non significa assenza di lotte e di conflitto, il mondo attuale è molto meno pacificato di quanto lo si voglia far apparire ma, l’assenza di una forma politica adeguata alla fase contemporanea, imprigiona le lotte del presente dentro un limite “astorico” insuperabile. Se, come queste note stanno delineando, l’assonanza tra esclusione sociale e modello coloniale21 presenta non poche similitudini si tratta allora di individuare entro quali coordinate esclusione sociale e tempo storico possono “concretamente” incontrarsi poiché solo questo è il passaggio che consente alle lotte oggettive di farsi forza soggettiva. Molto concretamente è dentro tali coordinate che, quindi, va nuovamente posta la fatidica domanda del Che fare?.

Studiare, in tutte le sue articolazioni, la forma guerra ne rappresenta un primo ma indispensabile passaggio, a partire da quell’interesse per la “guerra in città e tra la gente” alla quale, i centri strategici e di intelligence, dedicano non poche risorse ed energie; così come, la rivisitazione critica di tutte le esperienze che hanno visto fondare una teoria delle forze irregolari22, costituisce un patrimonio teorico che va valorizzato al meglio. Allo stesso tempo alcune esperienze storiche legate a determinate fasi della guerra di popolo, come nel caso dell’esperienza del FLN algerino, il cui modello continua a essere un riferimento costante per consistenti quote di subordinati di pelle scura, non possono essere ignorate. Senza dimenticare, ovviamente, ciò che le lotte e le indicazioni del presente ci raccontano. Se, come sembra sensato affermare, il vero paradosso del capitalismo globale è la rimessa in circolo di un modello coloniale non spazialmente separato ma diversamente declinato – di qui l’esclusione sociale dei nostri mondi come articolazione “locale” del modello coloniale – ciò che si pone all’ordine del giorno è la messa a punto di una teoria e di una prassi in grado di unificare dentro il progetto di un’idea – forza23 le lotte e le resistenze che oggettivamente le contraddizioni del sistema capitalista sono obbligate a produrre .

La nuova eresia marxiana passa e parte esattamente da qua.

(Fine)


  1. Si veda: Qiao Liang, Wang Xiangsui, Guerra senza limiti. L’arte della guerra asimmetrica fra terrorismo e globalizzazione, Libreria Editrice Goriziana, Gorizia 2001, mentre sulle trasformazioni della figura del soldato si veda, AA. VV., La metamorfosi del guerriero, Conflitti globali 3, Agenzia X, Milano 2006. Sulla figura dei combattenti privati si può ancora vedere: G. Spinelli, Contractor, Mursia, Milano 2009  

  2. Si tratta, a nostro avviso, del passaggio centrale dell’intero ragionamento e, al contempo, l’unico modo marxista per affrontarlo. Questo non solo perché, in ogni caso, è sempre dalla sintesi più alta del “politico”, di cui la forma guerra ne rappresenta la massima tensione ma perché, nel mondo attuale, tenere separate esclusione sociale e forma guerra significa non cogliere, per intero, le ricadute concrete, reali e materiali che l’era della globalizzazione ha apportato rimanendo convinti, in qualche modo, che la linea spaziale che aveva caratterizzato un’intera epoca storica sia tuttora agente. Significa pensare il mondo attuale ancora pervaso da un dentro e un fuori mentre, in realtà, siamo immersi in un “sistema mondo unitario” all’interno del quale, a fare la differenza, sono gradazioni diverse del medesimo sistema. L’oggettività di tale processo lo possiamo facilmente desumere dalle ricadute globali che la crisi esplosa nel 2008 ha avuto sull’intero sistema finanziario e industriale internazionale. Mentre, nel 1929, nonostante il suo effetto devastante, la crisi risultò circoscritta prevalentemente alle potenze imperialiste oggi, le sue ricadute, sono palpabili sull’intero pianeta. A partire da ciò non sembra una forzatura sostenere che l’esclusione sociale non è altro che un aspetto dell’attuale forma guerra.  

  3. Cfr., D. Zolo, Dalla guerra del Golfo alla strage di Gaza, Diabasis, Reggio Emilia 2009  

  4. Per una discussione su questi passaggi, E. Quadrelli, (a cura di) , Lenin, cit.  

  5. Per una discussione sul modo di essere e applicare l’ortodossia marxista senza precipitare in un dottrinarismo insulso e inconcludente rimangono tuttora fondamentali le pagine di G. Lukács, “Rosa Luxemburg marxista”, in Id., Storia e coscienza di classe, cit.  

  6. C. von Clausewitz, Della guerra, Mondadori, Milano 1997.  

  7. Per una buona ricostruzione di questi passaggi, cfr., R. Smith, L’arte della guerra nel mondo contemporaneo, Il Mulino, Bologna 2009  

  8. Su questo tema si veda, soprattutto, F. Gaja, Lenin, marxismo e tattica, in V. I. Lenin, “Note al libro di von Clausewitz: “Sulla guerra e la condotta della guerra”, Edizioni del Maquis, Milano 1970.  

  9. Pur tenendo a mente, e assumendole in gran parte, le argomentazioni di C. Schmitt presenti in Teoria del partigiano, cit., dove Lenin, in quanto teorico dell’inimicizia assoluta, è considerato colui il quale apporta una rottura decisiva nella messa in forma della guerra attraverso, appunto, la formalizzazione della guerra civile internazionale, ci sembra che ciò non abbia alcuna ricaduta sul permanere di una relazione fondata sulla asimmetricità e il reciproco riconoscimento delle parti in guerra. Semmai, ma questo è un passaggio che sta già ampiamente dentro i confini della Prima guerra mondiale, ciò che viene decisamente meno è il perimetro rigidamente nazionale, insieme alla forma statuale eretta su tali basi, che la guerra civile internazionale comporta.  

  10. Il fatto che, sotto il profilo prettamente tecnico – militare, il rapporto tra gli apparati della borghesia e le forze combattenti del proletariato delineino una situazione obiettivamente asimmetrica non inficia il principio che, entrambi i contendenti, si presuppongano come nemici storicamente legittimi. Lo scarto tecnico che separa i due campi non va inteso anche come scarto politico poiché, ed è questo il punto, la “forza” vince tra contendenti che possono vantare “pari diritti”.  

  11. Tutto ciò è ben argomentato in, V. I. Lenin, “Sul diritto di autodecisione delle nazioni”, in Id., Opere, Vol. 20, Editori Riuniti, Roma 1966.  

  12. Per una buona discussione su questo tema si veda, E. R. Wolf, L’Europa e i popoli senza storia, Il Mulino, Bologna 1990  

  13. C. Schmitt, Il nomos della terra, cit.  

  14. Aspetto colto per intero da F. Fanon in, I dannati della terra, Edizioni di Comunità, Torino 2000.  

  15. Cfr. “Il marxismo nell’età della Seconda internazionale”, in AA. VV., Storia del marxismo, Vol. II, Einaudi, Torino 1979  

  16. Leggendario combattente algerino che iniziò a opporre una resistenza armata contro il colonialismo francese a partire dal 1832. La sua lotta si protrasse sino al 1847 obbligando i francesi a impegnare oltre 100.000 soldati per sconfiggere le forze guerrigliere di Abdel Kader. Nei confronti di questa resistenza, da parte francese, furono tentate mediazioni di carattere militare senza che, a tutto ciò, facesse corrispondenza un riconoscimento politico. Ai guerriglieri algerini, andando al sodo, si riconosceva una forza e una presenza militare simile a quella di una banda di fuorilegge con la quale, in forza della loro organizzazione militare, è pur sensato trovare una qualche forma di accomodamento senza per questo ascriverla all’ambito del “politico”. Il vessillo di Abdel Kaders, in omaggio a quell’eroica resistenza, è diventata la bandiera dell’Algeria indipendente. Su questi eventi, cfr., C. Jeanson, F. Jeanson, Algeria fuorilegge, Feltrinelli, Milano 1956  

  17. La natura politica del FLN è riconosciuta pressoché fin da subito dalle forze politiche coloniali francesi. Non a caso, le trattative, non avvengono tra rappresentati o emissari militari ma da rappresentati ufficiali del Governo francese e del Governo provvisorio algerino. Uno scenario molto diverso dal contesto attuale dove, come nel caso dell’Iraq o dell’Afghanistan, le trattative, che pur esistono, hanno un carattere prevalentemente militare. In questo caso, però, la trattativa è messa in atto per risolvere un problema operativo, la difficoltà a condurre la guerra in determinate condizioni, senza che, tutto ciò, presupponga l’esistenza di un interlocutore “politicamente organizzato”. Non a caso si parla sempre di trattative con bande di ribelli e mai di forze politicamente legittime. Sulle trattative tra FLN e Governo francese, Cfr., A. Horne, La Guerra d’Algeria, cit.  

  18. Su questo aspetto rimane fondamentale, L. Althusser, “Contraddizioni e surdeterminazioni. (Note per una ricerca)”, in Id., Per Marx, Mimesis, Milano 2008  

  19. Immediatamente dopo il 1989 sono emersi due ordini discorsivi che, per il nostro ragionamento, sono particolarmente utili da tenere a mente. Da un lato abbiamo avuto con S. P. Huntington, Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, Garzanti, Milano 2001, l’ipotesi che, una volta venuto meno il conflitto fondato su due teorie universali quali il capitalismo e il comunismo, il mondo sarebbe tornato a organizzarsi sulla base delle diverse civiltà che lo avevano caratterizzato prima che l’idea – forza del comunismo diventasse il collante di tutti gli oppositori del capitalismo e che, tra queste diverse civiltà, il conflitto, anche armato, sarebbe stato inevitabile mentre, dall’altra, come ad esempio è argomentato in, J. Habermas, C. Taylor, Multiculturalismo. Lotte per il riconoscimento, Feltrinelli, Milano 2002, non necessariamente queste diverse civiltà e culture avrebbero dovuto portare alla collisione. Da lì il proliferare di tutte le politiche “buoniste” incentrate sull’accoglienza, l’integrazione, l’ospitalità lo scambio e via dicendo. Si tratta, osservando le cose con un minimo di attenzione, di due ipotesi più complementari che tra loro conflittuali. Per entrambe, infatti, a fronte di una cultura alta e una civiltà elevata rappresentata dal mondo Occidentale, si articolano modelli sociali e culturali, di grado e qualità inferiore, nei confronti dei quali, partendo sempre da una postazione di superiorità, si possono articolare pratiche di relazioni diverse. Ciò che caratterizza entrambe queste ipotesi è la palese relazione asimmetrica tra un “noi” e un “loro” ma ciò è esattamente il principio guida delle nostre società. Infine non è inessenziale rilevare come, per lo più, gli appartenenti ai due schieramenti si siano trovati concordi, magari con motivazioni diverse, nell’appoggiare tutte le operazioni belliche condotte dalle forze imperialiste negli ultimi venti anni.  

  20. Non a caso, oggi, rivive appieno a livello di massa la “arte di arrangiarsi”. Un aspetto che ha ben poco di postmoderno ma riprende appieno una consolidata abitudine dei popoli colonizzati prima che, la scintilla della decolonizzazione, offrisse loro una chance di vita completamente diversa. Al proposito si veda, F. Fanon, I dannati della terra, cit.  

  21. Un esempio quanto mai indicativo di ciò può essere colto osservando l’occupazione militare della Val Susa. Di fronte a intere popolazioni in lotta per la difesa del loro territorio lo Stato, comportandosi come potenza coloniale, occupa militarmente un territorio al fine di imporre gli interessi di ristretti ambiti finanziari e industriali.  

  22. Sotto questo aspetto una nuova lettura della “linea di condotta” inaugurata nel corso della guerra di guerriglia nel deserto da T. H. Lawrence ne rappresenta un passaggio essenziale. T. H. Lawrence, Rivolta nel deserto, Il Saggiatore, Milano 2004  

  23. Sul peso e sul ruolo che l’imporsi di un’idea – forza riveste sulla scena storica vale la pena di riportare un sintetico passaggio di Marx: “L’arma della critica non può, in verità, sostituire la critica delle armi; la potenza materiale deve essere abbattuta da potenza materiale; però anche la teoria diventa potenza materiale non appena si impadronisce delle masse”, K. Marx, “Critica della filosofia del diritto di Hegel”, in Id., Scritti politici giovanili, Einaudi 1975  

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Esclusione sociale e capitalismo globale. Per una discussione su lotte e organizzazione nel presente / 4 è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Dentro la materia https://www.carmillaonline.com/2022/09/16/dentro-la-materia/ Fri, 16 Sep 2022 20:00:47 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=74070 di Giorgio Bona

Mara Mahía, Segreti, trad. di Alessandro Gianetti, pp 120, € 14, Arkadia, Cagliari 2022.

La memoria non è soltanto un contorno della nostra vita. La cassaforte dei ricordi. Come la materia. La legge di Lavoiser recita: nulla si crea, nulla si distrugge. Tutto si trasforma, nulla viene dal nulla.

Ecco un libro che ruota intorno al ricordo che vive nella memoria, quella che muove tra le pieghe del passato per dare voce al presente. La memoria è materia.

Segreti è un romanzo di Mara Mahía. Il titolo ci spinge a [...]

Dentro la materia è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Giorgio Bona

Mara Mahía, Segreti, trad. di Alessandro Gianetti, pp 120, € 14, Arkadia, Cagliari 2022.

La memoria non è soltanto un contorno della nostra vita. La cassaforte dei ricordi. Come la materia. La legge di Lavoiser recita: nulla si crea, nulla si distrugge. Tutto si trasforma, nulla viene dal nulla.

Ecco un libro che ruota intorno al ricordo che vive nella memoria, quella che muove tra le pieghe del passato per dare voce al presente. La memoria è materia.

Segreti è un romanzo di Mara Mahía. Il titolo ci spinge a pensare che sia tutto ciò che uno nasconde dentro di sé e, in questo caso, non è qualcosa che vuole rimanere nascosto, perché le pagine di questo libro, parola dopo parola, non hanno freni, escono allo scoperto.

Vivere nella memoria a volte non è un bel vivere perché non si può scegliere, perché si tiene il bello e il brutto, il buono e il cattivo, la gioia e il dolore.

Se la memoria è materia, Mara Mahía non ha paura a nascondere le proprie fragilità, se ve ne sono, quando opera questa scelta di rappresentare le donne che per imporsi non hanno bisogno di un passo marziale, di rabbia, anche di contenuti che partano dal pensiero e dall’anima.

Territori che si aprono al mondo perché vanno esplorati arrampicandosi su barriere e staccionate, dove la storia giunge terrestre quanto aliena.

Segreti è un romanzo duro, violento, che conserva una profonda sete di giustizia.

Per entrarci a fondo, in ogni parola, sarebbe bello addentrarsi nel retroterra culturale dell’autrice, determinato, intuitivo, con sprazzi di genialità assoluta, una genialità che viene dal mondo della fiaba dove emerge una cattiveria che in scrittura ha sempre il suo significato profondo perché non distoglie l’attenzione.

E in questo il mondo della fiaba dei Fratelli Grimm è una fonte inesauribile, dove domina un ampio respiro, sanguigno, dove lo sguardo si posa sul ragionamento delle cose, sugli orizzonti raggiunti, tramite una sorta di grazia spietata e crudele.

Una bambina sepolta in una fossa comune durante la guerra civile spagnola, due fratelli che si mettono sulle tracce di una zia emigrata in America. Allontanarsi dalla realtà per costruire il futuro. Segreti sulle macerie di un paese.

Un libro che ci porta a nuove conoscenze su un periodo che lascia ancora molte fasi oscure: la guerra civile spagnola, che ha visto dolore, lacrime, paura.

Un viaggio nelle emozioni umane, nei corpi e nelle anime, una tragedia che spalanca nuovi spiragli e accende una  speranza.

Un libro al femminile che riscatta un’epoca buia della Spagna dove la condizione della donna durante il franchismo e l’esperienza di una madre vissuta in quel periodo terribile hanno lasciato il segno.

E sentire le storie dei grandi: per una bambina appassionata delle fiabe di Andersen e dei Fratelli Grimm non era certo facile fare sue quelle storie che raccontavano i vecchi di famiglia, più che altro uomini. E allora voce alle donne, in un romanzo che entra dentro la realtà, e il segreto si svela perché diventa un’eredità imprescindibile.

Leonor, bimba sepolta in una fossa comune, una zia presumibilmente incinta fuggita in America e due nipoti che la cercano, storie di amore e di amanti, di vita e di morte che si mescolano in modo confuso. Perché?

Quando madre e figlia, attraverso le proprie sensazioni, le proprie verità, i propri ricordi raccontano una storia di famiglia, dentro si muovono altre storie, ricordi che si alternano e pettegolezzi che si susseguono.

Sono storie raccontate a metà, storie che cambiano mentre passano di bocca in bocca, passate al setaccio dell’anima e raccontate con una visione soggettiva, a volte lontana dalla verità.

Due donne a confronto, due testimonianze che si incrociano e dove passa un’epoca storica dove i segreti sono all’ordine del giorno.

La scrittura non ha un piglio sentimentale che cerca di conciliarsi chi trova di là dalla pagina, perché l’autrice ha uno sguardo determinato, sempre attento, di chi vuole gestire senza sconti ogni avvenimento, ogni momento del romanzo con il proprio corpo e con la propria mente. Corpo e mente in simbiosi.

Il romanzo li fa trovare uniti e il libro affonda nella prosa e pur frequenta sfrontatamente la storia. Qui la scaltrezza di una nudità senza contorni o finte costruzioni, un acume e un’intelligenza che conduce al senso delle cose.

È un piacevole approccio questa eleganza nel cercare di portare a galla una verità. La verità sta sempre in mezzo. La verità va custodita e salvata.

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Dentro la materia è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Estetiche inquiete. L’ordine infranto da un astuto criminale e il caos portato da una sguaiata banda di agenti segreti (1/2) https://www.carmillaonline.com/2022/09/15/estetiche-inquiete-lordine-infranto-da-un-astuto-criminale-e-il-caos-portato-da-una-sguaiata-banda-di-agenti-segreti-1-2/ Thu, 15 Sep 2022 20:00:22 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=73840 di Gioacchino Toni

Il volume di Davide Steccanella, La filosofia di Diabolik e Alan Ford. Un criminale e una banda di agenti segreti squattrinati all’assalto della generazione ribelle (Mimesis, 2022), ricostruisce le caratteristiche principali di due fumetti italiani di grande successo che, facendo capolino rispettivamente in apertura e in chiusura degli anni Sessanta, hanno saputo far breccia all’interno dell’immaginario inquieto del momento.

Il 1° novembre del 1962 fa la sua comparsa nelle edicole italiane un giornalino in formato tascabile, di centoventotto pagine in bianco e nero, con una copertina in buona parte occupata [...]

Estetiche inquiete. L’ordine infranto da un astuto criminale e il caos portato da una sguaiata banda di agenti segreti (1/2) è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Gioacchino Toni

Il volume di Davide Steccanella, La filosofia di Diabolik e Alan Ford. Un criminale e una banda di agenti segreti squattrinati all’assalto della generazione ribelle (Mimesis, 2022), ricostruisce le caratteristiche principali di due fumetti italiani di grande successo che, facendo capolino rispettivamente in apertura e in chiusura degli anni Sessanta, hanno saputo far breccia all’interno dell’immaginario inquieto del momento.

Il 1° novembre del 1962 fa la sua comparsa nelle edicole italiane un giornalino in formato tascabile, di centoventotto pagine in bianco e nero, con una copertina in buona parte occupata da un volto maschile mascherato da un’aderente tessuto nero da cui sbuca uno sguardo spietato al cospetto di una figura femminile terrorizzata in primo piano.

Quel giornalino, stampato e distribuito in un numero ridotto di copie e venduto a 150 lire, si presenta ai lettori come Diabolik, suggerendo loro che si tratta di un “fumetto del brivido”. Pur trattandosi di un “romanzo completo”, come si evidenzia in copertina, intitolato Il re del terrore, dalla costina color azzurro si comprende di essere di fronte al primo albo di una nuova serie.

La scelta del nome Diabolik, con la “k” finale, si deve a una felice intuizione di Angela Giussani – vera e propria creatrice del fumetto, poi affiancata, dopo una dozzina di albi, dalla sorella Luciana –, che vede nel ricorso alla durezza di quella lettera un espediente utile a rafforzare l’idea di “potenza” del personaggio e con esso delle vicende narrate. Ad accrescere il senso di “diabolica inquietudine” è anche l’efficace font di colore rosso utilizzato per il nome della testata.

Se a tutto ciò si aggiunge un’immagine di copertina di forte impatto per i primi anni Sessanta, anche soltanto osservando l’albo in edicola, si comprende come l’ambizione della pubblicazione sia quella si incontrare anche lettori adulti. Non a caso la scelta del formato tascabile a storia completa viene ritenuta dalle sorelle Giussani particolarmente adatta ad intercettare i pendolari offrendo loro una rapida lettura di intrattenimento durante i brevi viaggi quotidiani in treno.

Se l’idea del personaggio e la trama di quel primo episodio si devono all’inventiva di Angela Giussani, curiosamente del disegnatore delle prime storie si sono, sin da subito, perse le tracce. Circa le fonti di ispirazione, la creatrice di Diabolik ha più volte affermato di aver attinto tanto da un particolare episodio di cronaca nera accaduto a Torino qualche anno prima – in cui l’autore di un brutale omicidio, incline a sfidare la polizia, si era firmato “Diabolich” –, quanto dal personaggio di Fantomas creato da Marcel Allain e Pierre Souvestre, capace di farsi beffe delle forze dell’ordine attraverso abili travestimenti. Altri riferimenti, suggerisce Steccanella, possono essere individuati persino in un personaggio lontano dall’efferatezza del “re del terrore” come Arsenio Lupin di Maurice Leblanc; quest’ultimo, Fantomas e Diabolik hanno infatti in comune il fatto di farla franca grazie ad un’astuzia non comune.

I primi anni di vita del fumetto, ricorda Steccanella, sono segnati anche da guai giudiziari. La diffusione di copie omaggio dell’albo L’arresto di Diabolik (1963) a studenti delle scuole medie, riserva ad Angela Giussani un’accusa di incitamento alla corruzione minorile, da cui si salva anche grazie al fatto – come attesta la sentenza di assoluzione – che in copertina Diabolik viene mostrato in maniera rassicurante con le catene ai polsi. Altri guai giudiziari arrivano per l’episodio Il tesoro sommerso (1967) nella cui copertina compare “indecentemente” una donna in bichini.

Al di là dei tribunali, accuse e critiche nei confronti del fumetto giungono da più parti; se tra i bempensanti turba, ad esempio, la convivenza di una coppia non sposata, anche in ambito femminista si muovono critiche alla pubblicazione. Divenuto presto un fenomeno di successo, il fumetto che ha reso popolare uno spietato assassino viene osservato con attenzione tanto dagli ambienti più tradizionalisti, che temono possa esercitare una cattivo influsso soprattutto sui più giovani, quanto da quelli più progressisti, messi in allarme dalle note individualiste e violente del protagonista e dal rapporto di potere che esercita sulla sua compagna.

Ad affrontare Diabolik è anche Umberto Eco che, in un suo scritto di inizio anni Settanta intitolato Fascio e fumetto1, individua nei fumetti neri italiani dell’epoca alcune caratteristiche proprie del superuomo del romanzo di appendice tardottocentesco: pur trattandosi di personaggi negativi che agiscono al di fuori dei valori sociali condivisi, giustificati esclusivamente dal proprio tornaconto, ispirano simpatia nei lettori. Tale tipo di fumetti italiani, sostiene Eco, contribuisce alla diffusione dell’eroe cattivo.

Nel tratteggiare le caratteristiche di fondo del fumetto delle sorelle Giussani, Steccanella sottolinea come il protagonista si riveli leale nei confronti della compagna con cui condivide una vita da eterni fuggiaschi, sia mosso dal fascino della sfida e non dalla ricerca della ricchezza, manifesti doti di grande intelligenza e cultura, si mostri maniacale nella cura dei dettagli e risoluto nel trovare a tutti i costi soluzione ai problemi che incontra.

Dopo aver definito i tratti tipicamente delinquenziali del protagonista, con il passare degli anni si sono aggiunte altre caratteristiche che ne attenuano decisamente l’efferatezza, «come la nobiltà d’animo nel rapporto con Eva e un certo idealismo unito a fermezza nell’adesione a principi immutabili» utili a renderlo «sempre meno criminale e sempre più eroe romantico» (p. 51).

A differenza di altri fumetti simili, Diabolik ha evitato di indugiare sugli aspetti morbosi e feroci, preferendo concentrarsi piuttosto sull’intrigo, le trovate e i colpi d’astuzia. Se i tratti iniziali del personaggio lo contrappongono al perbenismo dei primi anni Sessanta, man mano vira verso atteggiamenti di benevolenza verso i deboli e di rispetto nei confronti di quanti considera corretti.

Il primo numero presenta i due nemici destinati a confrontarsi: Diabolik, astuto quanto spietato criminale, abile nell’assumere le sembianze altrui grazie a particolari maschere facciali che ne replicano perfettamente i volti, e l’altrettanto intelligente ispettore Ginko, degno avversario del protagonista, unico in grado di “dargli la caccia”. Quella che si gioca tra i due è una vera e propria partita a scacchi in cui il confronto avviene soprattutto sul piano dell’astuzia e dell’abilità di giocare d’anticipo rispetto all’avversario o di trarlo in inganno.

All’uscita le vendite de Il re del terrore non sono entusiasmanti e soltanto dopo che il fumetto inizia ad ottenere un certo successo questo primo numero viene in qualche modo “recuperato” attraverso diverse ristampe. Una prima volta viene ripubblicato nel 1963 con alcune modifiche anche in copertina, l’anno successivo l’albo viene interamente ridisegnato da Luigi Marchesi ed esce in due versioni leggermente diverse, dunque viene nuovamente ristampato nel 1973.

Il secondo numero del fumetto esce il 1° febbraio del 1963 con il titolo L’inafferrabile criminale, anche in questo caso poi ridisegnato da Marchesi nella ristampa del 1964. È però con il terzo albo L’arresto di Diabolik (1963) che si assestano le linee guida della serie: il fumetto viene disegnato da Luigi Marchesi e, soprattutto, compare Eva Kant, dapprima derubata da Diabolik, poi sua inaspettata complice nel momento in cui il criminale rischia la ghigliottina, dunque sua compagna di vita e di avventure per tutti gli albi a venire. «L’arrivo di Eva cambia completamente il protagonista, che da lugubre animale notturno che agisce in solitaria diventa una sorta di arguto fenomeno in tutte le arti possibili, che parla più lingue, conosce ogni branca di scienza e letteratura e pratica tutti gli sport; ma, soprattutto, l’entrata in scena della donna riduce la spietata tendenza omicida di Diabolik» (p. 66).

Data una compagna al “re del terrore”, il fumetto ne assegna una anche al suo acerrimo nemico: nell’albo Il grande ricatto (1964) Ginko trova in Altea, un’aristocratica vedova, la sua donna, destinata, di tanto in tanto, a comparire nelle avventure successive. Con il passare del tempo tutti i personaggi del fumetto divengono più complessi e si evolvono in base ai mutamenti del costume, il rapporto tra Diabolik ed Eva, ad esempio, tende via via a divenire più egualitario.

Curiosamente, nel corso dell’intera prima serie, che si conclude con L’assassino dai mille volti (1965), non viene ancora menzionata la città immaginaria di Clerville, capitale dell’omonimo Stato, destinata ad ospitare buona parte delle storie raccontate.

Occorre invece attendere ben sei anni e 107 numeri prima di conoscere il passato del criminale. È in Diabolik chi sei? (1968) che, rispondendo alla curiosità di Ginko, mentre i due si trovano compagni di prigionia, Diabolik racconta la sua infanzia. Si scopre dunque che il protagonista è stato cresciuto su un’isola da una banda di criminali agli ordini di King; è in tale contesto che ha imparato i mille trucchi del mestiere ed ha trovato il modo di creare quelle maschere che si riveleranno la sua futura arma vincente. Dal racconto si scopre anche che il suo nome deriva da quello dato ad una temibile pantera nera presente nella giungla dell’isola. Nel momento in cui il protagonista si vendica dell’uccisione senza motivo dell’animale da parte del capo della banda, è proprio quest’ultimo a trasmettergli il nome della feroce pantera.

Il successo ottenuto in Italia da Diabolik si è presto tramutato in un successo internazionale tanto da essere tradotto e diffuso in svariati paesi. Anche il cinema non ha mancato di derivare opere dal fumetto: dalla parodia Dorellik (1967) di Steno al film Diabolik (1967) di Mario Bava, dal documentario Diabolik sono io (2019) di Giancarlo Soldi al recente film Diabolik (2021) dei Manetti Bros.

La creatura dalle sorelle Giussani si è rivela capace di aggiornarsi in base all’evoluzione della società italiana e ciò ha sicuramente influito sulla durata del suo successo. Diabolik ha saputo/voluto intercettare e solleticare l’interesse di un pubblico decisamente vasto. A motivare il successo di fumetto che in apertura degli anni Sessanta ha la sfacciataggine di narrare le gesta di uno spietato assassino, potrebbe concorrere anche il tutto sommato rassicurante ricorso ad un’estetica controllata del tutto in linea con la narrazione di sfide giocate sul piano di un dominio razionale degli eventi.

La scelta di un antagonista come Ginko, intelligente, colto e risoluto nel dare la caccia al criminale, si rivela per certi versi rassicurate sia perché con la sua presenza si mostrano gli anticorpi al male di cui dispone la società, che perché il manifestarsi nel tutore dell’ordine di alcune caratteristiche comuni al criminale (caparbietà, lealtà, coraggio, amore per la sfida, riconoscimento del valore dell’altro ecc…), finisce per attenuare “l’impresentabilità del cattivo” rendendo più semplice simpatizzare per lui.

Attraverso un’estetica rigorosamente controllata, tanto da arrivare a fa ricorso ad una “retinatura da studio tecnico”, il fumetto delle sorelle Giussani presenta un’ambientazione geometrizzata, silenziosa, tendenzialmente asettica anche ove sfarzosa, abitata da personaggi che sembrano condurre un’esistenza volta meramente ad eternare riti e convenzioni. Ad infrangere tale “geometrica routine” provvede Diabolik: pur perfettamente inserito all’interno del contesto appena delineato, in lui sembra permanere qualcosa di incompatibile a quell’ordine.

Proveniente, come detto, da un’isola lontana, ove è stato cresciuto all’interno da una comunità criminale in cui, come sottolinea Steccanella, non viene dato valore alla legalità ma alla capacità di raggiungere l’obbiettivo, anche l’uccisione a sangue freddo viene contemplata da Diabolik come mezzo a cui ricorrere per eliminare gli ostacoli che si frappongono al conseguimento del fine, che, nel suo caso, significa soprattutto vincere la sua personale sfida nei confronti del sonnolento status quo sottoposto a vigilanza e controllo. Diabolik si rivela dunque come colui che, dall’esterno, porta l’attacco all’ordine esistente.

Scrive a tal proposito Paolo Lago riferendosi alla trasposizione cinematografica del fumetto operata dai Manetti Bros nel 2021 [su Carmilla]: «Diabolik giunge dal ‘fuori’ di quegli interni borghesi, dediti al potere e ai suoi fasti, trama e agisce nella notte e nell’oscurità, da un limite oscuro difficilmente raggiungibile se non si è trasgressori totali. Egli si muove in quello spazio ‘tunnellizzato’, inscatolato, segnato dalla greve materia architettonica del potere solamente per distruggerlo ed annientarlo».

Non a caso, quando si trova ad avere la polizia alle calcagna, in diverse occasioni il criminale individua la sua via di fuga nell’abbandono della regolarità cittadina, preferendovi le tortuose strade di montagna o le ambientazioni periferiche meno sottoposte al geometrico controllo urbano. E ancora, nota Paolo Lago, «Diabolik è abitatore del ‘fuori’ anche nel senso che appartiene alla terra, sbuca misteriosamente da cunicoli nel giardino dell’elegante villa che usa come copertura. Con la sua Jaguar nera si insinua in reconditi cunicoli scavati nella roccia, lungo un’anonima strada di periferia, per mezzo di marchingegni che mirano ad inceppare l’onnipresente, lugubre marchingegno del potere».

Nonostante abiti in ville signorili, dotate di ogni comfort ed arredate con gusto, si tratta pur sempre di “rifugi” (avendo scelto una vita che rifugge la stanzialità dei personaggi che deruba), la cui parte più importante si rivela spesso quella interrata, nascosta alla luce del sole e ad occhi indiscreti.

Sebbene Diabolik sia abilissimo nello sfruttare tutto ciò che la tecnologia consente, è in lui presente, come negli incubi che sfuggono al controllo, qualcosa di arcaico, di “non civilizzato”, di “non irregimentato”: l’abitare rifugi/covi ed il ricorrre alla forza delle nude mani o ad armi arcaiche, denota in lui il permanere di qualcosa di “selvaggio” – non a caso deriva il nome da una feroce patera nera – e di notturno, come la sua veste.

Su Diabolik si sono accumulate numerose interpretazioni critiche, il personaggio ha generato ammirazioni e ostilità in maniera trasversale tra le diverse sensibilità politiche. In Diabolik possono essere individuati i tratti dell’individualismo asociale più cinico e competitivo, di chi è mosso dal mero interesse a soddisfare la propria brama di possesso materiale e per ciò disposto a ricorrere ad ogni mezzo necessario, incurante di tutto e di tutti. Oppure, al contrario, è possibile cogliere nella sua condotta un sostanziale disinteresse nei confronti della ricchezza alla luce del fatto che i furti sembrano rispondere esclusivamente al desiderio di sfidare e rompere gli equilibri di una realtà costruita sul potere economico. Pur non scalfendo, nei fatti, la società che sfida individualmente, nell’appropriarsi dei preziosi dell’élite che la governa, almeno simbolicamente, priva quest’ultima dei privilegi più luccicanti di cui gode.

Potrebbe risiedere nel suo prestarsi a letture così diverse, nel permettere identificazioni a sensibilità e immaginari tanto differenti, il motivo principale del diffuso e duraturo successo di un fumetto che si presenta puntualmente in edicola dall’inizio degli anni Sessanta.

continua 


Estetiche inquiete serie completa su Carmilla


  1. Umberto Eco, Fascio e fumetto. La filosofia dell’estrema destra nelle storie e nei personaggi degli album d’avventure, in «Guida al fumetto – Allegato a l’Espresso», n. 13, 28 marzo 1971. 

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Estetiche inquiete. L’ordine infranto da un astuto criminale e il caos portato da una sguaiata banda di agenti segreti (1/2) è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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