Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sun, 05 Apr 2020 20:00:02 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.13 Carognavirus https://www.carmillaonline.com/2020/04/05/carognavirus/ Sun, 05 Apr 2020 20:00:02 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=59101 di Alessandra Daniele 

Il conto ufficiale dei morti di Covid-19 in Italia s’avvicina ai 16 mila, però calcolata l’attuale impennata anomala della mortalità generale in tutto il lombardo-veneto, le vittime potrebbero in realtà essere tre volte tanto. Fabbriche, cantieri, stabilimenti, call center però continuano a restare aperti. Business as usual. Come sempre, il capitale se ne strafotte della vita umana, e questa pandemia ne sta puntualmente mostrando ulteriori abissi di criminale strafottenza. A Matteo Renzi, aspirante portavoce di Confindustria, però ancora non bastano, il Cazzarovirus pretende la piena ripartenza produttiva prima di [...]

Carognavirus è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>

di Alessandra Daniele 

Il conto ufficiale dei morti di Covid-19 in Italia s’avvicina ai 16 mila, però calcolata l’attuale impennata anomala della mortalità generale in tutto il lombardo-veneto, le vittime potrebbero in realtà essere tre volte tanto.
Fabbriche, cantieri, stabilimenti, call center però continuano a restare aperti.
Business as usual.
Come sempre, il capitale se ne strafotte della vita umana, e questa pandemia ne sta puntualmente mostrando ulteriori abissi di criminale strafottenza.
A Matteo Renzi, aspirante portavoce di Confindustria, però ancora non bastano, il Cazzarovirus pretende la piena ripartenza produttiva prima di Pasqua.
Magari il Venerdì Santo.
Matteo Salvini invece crepa d’invidia per il golpe a porta vuota di Victor Orbán.
Ci aveva provato anche lui ad ottenere pieni poteri, ma era estate, e la polmonite era ancora lontana.
Adesso è troppo tardi per rubare il Trono di Spade (cioè siringhe) a Giuseppe Conte, che la pandemia ha trasformato da sagoma segnaposto, a regista pulp del lockdown: Quentin Quarantena.
Così il Capitone cerca di rendersi comunque gradito al capitale proponendo un governissimo a guida Mario Draghi, e un condono edilizio come aiuto alle famiglie che non hanno più soldi per fare la spesa.
“Non hanno pane? Mangino parquet”.
Salvini, da crociato della Madonna Padana, ad aspirante scudiero di Draghi.
Quanto devono sentirsi coglioni i leghisti ad aver creduto alle sue cazzate populiste.
L’Italia è in rianimazione, e avere una classe dirigente di scarafaggi stercorari non l’aiuta a respirare.
Come non l’aiuteranno gratis i cravattari dell’Unione Europea, nonostante i sorrisi melliflui e cazzari della bionda regina di Frozen Ursula Von der Leyen.
I prezzi aumentano.
Le campagne pubblicitarie sfoderano lo stesso patriottismo truffaldino dei politici.
Il capitale non vuole “uscire dalla crisi”. Ci vuole guadagnare.
Come un batterio opportunista che approfitta dell’infezione virale per attaccare l’organismo già debilitato, e installare una superinfezione.
Business is business.
Ad esultare apertamente per la pandemia è l’editore Urbano Cairo, in un video indirizzato ai suoi agenti nel quale festeggia, gasato come un cumenda in un vecchio film di Vanzina, perché l’aver trasformato La 7 in Corona TV, con una programmazione fatta quasi esclusivamente di bollettini medici e chiacchiere via Skype sulla pandemia, gli sta fruttando un boom di audience e di contratti pubblicitari.
Blood in the Streets.
Come dicono a Wall Street, e a La7, è quando il sangue scorre per le strade, e la gente muore soffocata nelle terapie intensive d’emergenza e nelle case di  riposo moratorium, che si fanno gli affari migliori.

Share

Carognavirus è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>
Il cinema giapponese attraverso i monitor https://www.carmillaonline.com/2020/04/04/il-cinema-giapponese-attraverso-i-monitor/ Sat, 04 Apr 2020 21:00:14 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=58326 di Gioacchino Toni

Giacomo Calorio, To the Digital Observer. Il cinema giapponese contemporaneo attraverso il monitor, Mimesis, Milano-Udine, 2020, pp. 132, € 12,00

Sul finire degli anni Settanta è uscito To the Distant Observer (1979) di Noël Burch, un testo destinato a lasciare il segno tra gli appassionati di cinema giapponese, in cui lo studioso ha inteso individuare, non senza forzature, una specificità del cinema giapponese.

In un suo recente libro, Giacomo Calorio, riprende il titolo di Burch sostituendo il termine “Distant” con “Digital” per sottolineare la trasformazione avvenuta nei decenni che separano [...]

Il cinema giapponese attraverso i monitor è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>

di Gioacchino Toni

Giacomo Calorio, To the Digital Observer. Il cinema giapponese contemporaneo attraverso il monitor, Mimesis, Milano-Udine, 2020, pp. 132, € 12,00

Sul finire degli anni Settanta è uscito To the Distant Observer (1979) di Noël Burch, un testo destinato a lasciare il segno tra gli appassionati di cinema giapponese, in cui lo studioso ha inteso individuare, non senza forzature, una specificità del cinema giapponese.

In un suo recente libro, Giacomo Calorio, riprende il titolo di Burch sostituendo il termine “Distant” con “Digital” per sottolineare la trasformazione avvenuta nei decenni che separano le due pubblicazioni: quella distanza a cui faceva riferimento Burch si è infatti nel frattempo assottigliata. Il diffondersi di nuove tecnologie di produzione, fruizione e telecomunicazione ha ridotto la distanza tra spettatore occidentale e cinema giapponese in termini geografici (le opere visionabili in contesti extranipponici sono decisamente aumentate), cronologici (il tempo intercorso tra l’uscita in patria e la possibilità di visiona i film nel resto del mondo è notevolmente diminuito), linguistica (la disponibilità di sottotitoli consente di affrontare le opere anche a chi non ne conosce la lingua originale), culturali ed estetici (l’interconnessione globale ha contribuito a una maggior conoscenza reciproca).

Dopo aver dedicato al cinema nipponico volumi come Horror dal Giappone e dal resto dell’Asia (Mondo Ignoto, 2005), Mondi che cadono. Il cinema di Kurosawa Kiyoshi (Il Castoro, 2007) e Toshirō Mifune (L’Epos, 2011), Giacomo Calorio, nel suo ultimo lavoro, To the Digital Observer. Il cinema giapponese contemporaneo attraverso il monitor (Mimesis, 2020), osserva come la “lente digitale” contemporanea con cui si affronta la cinematografia giapponese sia decisamente diversa dalla “lente analogica” a cui era costretto Burch; si pensi anche solo all’incredibile differenza in termini di opere visionabili. In entrambi i casi si tratta, inevitabilmente, di lenti deformanti, ma tale differenza comporta alcuni interrogativi su cui ragiona Calorio. Si può parlare di una specificità del cinema giapponese in epoca digitale rispetto al periodo analogico? Esiste una specificità del cinema giapponese digitale rispetto ad altre cinematografia digitali?

Il cinema giapponese arriva in Occidente nei primi anni Cinquanta. Se i cinefili lo scoprono grazie ai successi ottenuti da Rashōmon (1950) di Akira Kurosawa in Europa (Leone d’Oro al Festival di Venezia del 1951) e negli Stati Uniti (Oscar per il miglior film straniero sempre nel 1951), il grande pubblico lo conosce invece attraverso una serie di film di mostri (kaijū eiga) con effetti speciali (tokusatsu) inaugurata da Gojira (Godzilla, 1954) di Honda Ishirō e diffusi nelle sale, soprattutto americane, a partire da metà anni Cinquanta.

Quest’ultimo genere di film offriva al pubblico occidentale un’immagine contemporanea vicina ai traumi della guerra, della catastrofe atomica e, successivamente, dell’ascesa economica nipponica. Si trattava, sostiene Calorio, di un’immagine che «per i suoi aspetti camp e al contempo infantili, si presentava davvero come un precursore preistorico di quell’immagine di Giappone folle, esagerato, trash, weird ma per certi versi anche kawaii che decenni dopo avrebbe visto crescere le schiere dei suoi appassionati.» (p. 97)

Nonostante le modalità con cui gli occidentali hanno guardato al cinema nipponico siano mutate nel corso dei decenni, in tutti i casi si è trattato di uno sguardo deformato da luoghi comuni e incomprensioni. Secondo Calorio è possibile individuare un paio di grandi momenti che hanno inciso profondamente sull’immaginario cono cui l’Occidente ha guardato a tale cinematografia (visionata in una sua estrema parzialità) e al paese che l’ha prodotta.

Il primo momento può essere ricondotto al successo festivaliero ottenuto negli anni Cinquanta e Sessanta da cineasti come Kinugasa Teinosuke, Inagaki Hiroshi, Ichikawa Kon, Kobayashi Masaki, Akira Kurosawa e Mizoguchi Kenji. In particolare gli ultimi due sono stati visti dagli occhi occidentali, a seconda dei casi, come esempi di “giapponesità” o di “occidentalità”. Ovviamente su tali letture ha influito, e non poco, la scelta delle pellicole operata dai festival e dalle stesse case produttrici. In generale si può però dire che da tali opere è derivata un’idea di cinema nipponico votato alla tradizione:

un immaginario costituito da samurai virili, geisha pudiche (o in alternativa, fatalmente sensuali), profonda spiritualità, lealtà feudale, suicidi rituali, sete, lacche, spade, kimono, ventagli, paraventi, bambù, fiori di ciliegio, viste del monte Fuji, maschere e recitazione in stile kabuki; un’immagine di Giappone avulsa dalla realtà del tempo (p. 93).

Nel corso degli anni Settanta l’interesse del pubblico internazionale si è lentamente allargato «ai cosiddetti gendai-geki (film d’ambientazione contemporanea), mantenendo tuttavia intatta l’alterità dell’oggetto di studio attraverso concetti distanzianti come quelli di “carattere nazionale” e “mentalità giapponese”.» (p. 93)

Il secondo momento, sviluppatosi a partire dagli anni Settanta – influenzato dagli studi di Donald Richie, Noël Burch e David Bordwell –, propone una nuova immagine di cinema giapponese incentrata sulla produzione autoriale derivata dalla riscoperta del cinema di Ozu Yasujirō, attorno alla cui figura si sono costruiti non pochi luoghi comuni sulla cinematografia nipponica, tanto che, nel corso del tempo, in lui si è voluto vedere a volte un esempio di tradizione giapponese applicata al cinema e altre un autore con aspetti di modernità e universalità.

Scemato nel corso degli anni Ottanta l’interesse per la cinematografia giapponese in Occidente – se si escludono i grandi nomi come Akira Kurosawa, Nagisa Ōshima e Shōhei Imamura – questa ha conosciuto nuova fortuna attorno alla metà del decennio successivo grazie soprattutto a Kitano Takeshi.

Anche nella produzione di Kitano a cavallo tra i due millenni si ritrova spesso, in versione aggiornata, il Giappone da cartolina […], e nei discorsi sui suoi film non mancano riferimenti al cinema di Ozu, più che giustificati dall’alto livello di stilizzazione formale che accomuna le opere dei due cineasti. Al contempo, tuttavia, si trova già in nuce qualcos’altro: nel suo guardare alla tradizione da una prospettiva a metà strada tra lo sfacciato ammiccamento al gusto per l’esotico, il distacco ironico e lo spirito dissacratorio, nel suo interrogarsi sull’identità giapponese nel quadro della contemporaneità e, infine, nel suo prestarsi ad accostamenti a una “giapponesità” diversa e rinnovata, come un codice estetico e iconografico che richiama, per esempio, il manga […], il cinema di Kitano ha fatto da ponte verso una generazione di cineasti e di appassionati i cui riferimenti spostano l’immaginario collettivo dal Giappone della cultura “alta” a quello della cultura “bassa”. Sarà spesso infatti attraverso nuove parole d’ordine riferite al contesto popolare e contemporaneo che verranno misurati i film di Kitano e il Giappone che essi ci mostrano. Al contempo, tuttavia, la persistenza dei consueti richiami ai luoghi comuni della tradizione si direbbe sintomatica di un certo grado di sedimentazione di immaginari sostanzialmente immutabili. (p. 98)

Se da un certo punto di vista il panorama cinematografico nipponico contemporaneo si presenta variegato come quello di molti altri paesi, dall’altro non manca però di una sua specificità temporalmente definita: la presenza di una particolare e massiccia produzione di animazione, di generi particolari – jidaigeki, pinku eiga, yakuza-cinema, J-Horror, manga-cinema, ecc. – e il ricorso a forme di narrazione transmediale e di traduzione intermediale oggettivamente differenti da quelle occidentali.

Secondo Calorio l’attuale programmazione di opere giapponesi nelle sale italiane tende a confermare una visione ancorata al passato:

un’immagine del Giappone come luogo custode di una “iper-tradizione” riscoperta dopo qualche decennio di selvaggia e alienante modernizzazione (intesa, con un certo grado di arbitrarietà, come distorsione dei valori “occidentali” mal trapiantati in “Oriente”). Questa versione contemporanea di un immaginario antico, lievemente saccarina e agnosticamente spirituale, […] si porta dietro tracce più trasparenti sia delle “icone familiari” del Giappone da immaginario ottocentesco (ri)scoperto negli anni Cinquanta, sia di quello armonioso, malinconico e minimalista associato al cinema di Ozu, andando a costituire un’etichetta di Giappone perfetta per il supermercato culturale del terzo millennio. (p. 99).

Se si prendono come punti di osservazione i grandi festival, come Cannes o Venezia, quella giapponese oggi appare come una cinematografia stantia, priva di vere e proprie nuove proposte e con i suoi interpreti più noti in Occidente in difficoltà nell’eguagliare le prove che li hanno portati alla ribalta internazionale. Le cose cambiano un po’ se si esce dai festival mainstream e si fa riferimento a eventi più settoriali; in questo caso ci si può imbattere più facilmente in opere più innovative e in qualche nuovo autore. In tutti i modi resta decisamente scarso è il numero delle opere che ottengono distribuzione nelle sale italiane, ad eccezione di qualche uscita nell’ambito dell’animazione.

Prendendo invece come punto di osservazione il Web o le piattaforme digitali (Netflix, Amazon…), sottolinea Calorio, il panorama relativo al cinema giapponese contemporaneo si amplia decisamente. Se da tale prospettiva si vede come la cinematografia nipponica non possa essere ricondotta al solo manga-cinema, non di meno, puntualizza lo studioso, può essere negata la sua importanza.

To the Digital Observer affronta il cinema giapponese contemporaneo e le modalità con cui viene fruito, ricostruendo il percorso che lo ha portato a essere quel che è e ad essere fruito così come lo si fruisce qui ed ora. Anche se, sostiene Calorio, il cinema giapponese contemporaneo non sembra avvicinarsi ai livelli qualitativi di quello indagato da Burch, non di meno vale la pena indagarne le forme e i significati al fine di comprendere quanto e come la J-Culture abbia inciso sulla cinematografia nipponica e su quella di altri paesi.

Il fenomeno J-Horror, nato come genere locale low budget, nell’acquisire una rilevanza internazionale ha contribuito notevolmente a far conoscere globalmente il cinema giapponese contemporaneo. La diffusione di tale cinematografia fuori dal paese, sottolinea Calorio, è stata facilitata dalla sedimentazione in Europa e in America di una cultura pop giapponese costruitasi soprattutto attorno ai successi delle serie animate nipponiche, dei videogiochi, dei giocattoli, delle serie televisive. A monte di tutto ciò, non vanno sottostimati i successi della serie di film di mostri (kaijū eiga) diffusi nelle sale occidentali a partire da metà anni Cinquanta.

Il J-Horror prende il via nei primi anni Novanta con produzioni esplicatamene indirizzate all’home-video e alla televisione ad opera di registi come Nakata Hideo, Kurosawa Kiyoshi e soprattutto Tsuruta Norio per la sua opera d’esordiio Hontō ni attakowai hanashi (Scary True Stories, 1991) realizzata per Japan Home Video:

il fenomeno nacque quindi nell’ambito di un mercato e di un quadro industriale e commerciale nuovo, seppure ancora in prevalenza analogico, in cui ai modelli di produzione e distribuzione classici se ne stavano affiancando altri che vedevano, da un lato, l’ingresso in campo delle emittenti televisive; dall’altro, l’avventurarsi delle stesse case di produzione, prima tra tutte la Tōei, nel mercato rivolto al videonoleggio. Questo piccolo filone extra o paracinematografico era tuttavia destinato a essere intercettato dalla convergenza di due risorse tecnologiche altrettanto giovani ma diverse e imparentate tra loro dalla medesima natura “numerica”: nella seconda metà del decennio, infatti, si sarebbe consumato anche il connubio tra l’avvento dei supporti ottici adibiti ad accogliere file video digitali, e la diffusione capillare del World Wide Web. (p. 45)

L’ascesa del genere, che finisce velocemente per contaminare le altre cinematografie asiatiche e per raggiungere una diffusione globale, avviene nel momento in cui nascono il Video Compact Disc (VCD) e, poco dopo, il Digital Versatile Disc (DVD). È attraverso il VCD che si diffondono nell’area asiatica le serie televisive giapponesi rivolte ai giovani e le prime produzioni J-Horror

la cui stessa estetica, basata su un rapporto di stretta vicinanza con l’esperienza di visione dello spettatore, presto imparò ad attingere proprio dagli aspetti più disturbanti dei formati video su cui viaggiava: analogici prima (povertà delle immagini, segni dell’usura sui nastri, interruzioni), digitali poi (glitch visivi, distorsioni sonore, clonabilità, viralità). (p. 46)

Da parte sua il DVD, invece, oltre a migliorare la qualità dell’immagine, permette la possibilità di una fruizione dell’opera non necessariamente sequenziale e la presenza di tracce audio e sottotitoli in diverse lingue. Sono tali supporti digitali ad aprire la strada alla successiva smaterializzazione dell’oggetto-film che si dispiegherà in tutta la sua potenza espansiva grazie alle piattaforme di e-commerce.

Il successo planetario delle produzioni nipponiche, oltre che per la facilità d’acquisto online dei supporti materiali, con annessa feticizzazione collezionistica dell’oggetto di provenienza esotica, è raggiunto soprattutto grazie alle produzione incentrate sul sesso e sulla violenza, ambiti già fecondi negli ambienti underground giapponesi a cavallo tra anni Ottanta e Novanta da cui derivò il successivo, e meno estremo, psyco-horror.

È stato il successo in Occidente degli horror asiatici raggiunto attraverso il passaparola informatico “dal basso” a convincere Hollywood ad accaparrarsi i diritti d’autore, quando non gli stessi realizzatori (Hideo Nakata, Shimizu Takashi, Kitamura Ryūhei…) per realizzare una serie di rifacimenti tra cui spicca, per successo, The Ring (2002) dello statunitense Gore Verbinski, remake del film di Hideo Nakata del 1998, tratto dell’omonimo romanzo di Kōji Suzuki.

La fortuna di questo tipo di film in Occidente ha presto finito per estendersi ben oltre le schiere dei cultori dei prodotti nipponici. Il successo, oltre a determinare una sorta di nobilitazione dei prodotti in patria, ha indotto gli stessi produttori giapponesi a prodigarsi nella realizzazione di film pensati direttamente per il mercato internazionale. Emblematico, a tal proposito, il caso della serie “J-Horror Theater”, comprendente sei opere di altrettanti registi giapponesi, commissionate dal produttore Takashige Ichise: Infection (2004) di Masayuki Ochiai; Premonition (2004) di Norio Tsuruta; Reincarnation (Rinne, 2005) di Takashi Shimizu; Retribution (2006) di Kiyoshi Kurosawa; Kaidan (2007) di Hideo Nakata; The Sylvian Experiments (2010) di Hiroshi Takahashi.

Il cinema giapponese contemporaneo fa dunque i conti con nuove pratiche discorsive e di fruizione che ne hanno trasformato la sua ricezione rispetto al passato favorendo l’emergere di determinate sue espressioni a scapito di altre. Rilocato su una moltitudine di schermi, che sempre meno hanno a che fare con la sala cinematografica, il cinema giapponese vanta tra i nuovi osservatori digitali, oltre ai cinefili a caccia di cult movies, anche folte schiere di “cosmopoliti pop” attratti da un’immagine diversamente giapponese. Tutti questi fruitori digitali, con le loro pratiche virtuali, sottolinea lo studioso, contribuiscono a riplasmare l’immagine nipponica sia svelandone che occultandone specificità. Secondo Calorio in ambito occidentale oggi sembra essersi fatta strada

un’immagine del Giappone e del suo cinema che si discosta con una certa fatica dai luoghi comuni del passato. Certo, le tecnologie informatiche e i fenomeni di convergenza che hanno trovato terreno fertile in un pubblico già predisposto e preparato hanno offerto un’immagine più ampia della realtà giapponese e del suo cinema, affiancando ai cliché legati alla tradizione una nuova immagine cool, otaku, kawaii o estrema. Ma questa immagine bifronte di iper-tradizione e iper-modernità non esaurisce affatto l’ampiezza di sfumature dell’attuale panorama cinematografico giapponese, composto tra le altre cose da un’ampia produzione “media” che ricalca più pedissequamente gli standard classici hollywoodiani o quelli di una tradizione cinematografica locale ben rodata, oltre che da numerosi autori indipendenti la cui opera, sul piano stilistico scevra di qualsivoglia “odore” locale, è più facilmente accostabile a modelli europei, asiatici o a tendenze cinematografiche internazionali. (pp. 106-107)

In ogni caso, sottolinea Calorio, «l’immagine odierna del cinema giapponese che filtra fino a noi, così come, di riflesso, quella che esso restituisce del Giappone, parrebbe insomma ricalcare i vecchi luoghi comuni che dipingono questo paese e il suo cinema come il luogo del crisantemo e della spada, nazione paradossale, fuori da ogni logica, terra degli estremi opposti, “paese alla rovescia”. » (p. 107)

Share

Il cinema giapponese attraverso i monitor è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>
Virus finale https://www.carmillaonline.com/2020/04/04/virus-finale/ Fri, 03 Apr 2020 23:58:23 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=59196 di Mario Boffo

Le grandi evoluzioni della Storia sono state spesso conseguenza di catastrofi: guerre, cataclismi, epidemie. Più correttamente, sono state tributarie delle catastrofi quelle evoluzioni che dovevano passare per la modifica o la rottura di preesistenti equilibri consolidati. Questo non vuol dire che le catastrofi intervengano a demolire situazioni socialmente, economicamente o internazionalmente armoniche ed equilibrate. Vuol dire invece che, calando come tremende tempeste su alberi già fragili e mal coltivati, contribuiscono a devastare la foresta, o almeno a darvi il colpo di grazia. Verso la fine della belle époque erano [...]

Virus finale è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>

di Mario Boffo

Le grandi evoluzioni della Storia sono state spesso conseguenza di catastrofi: guerre, cataclismi, epidemie. Più correttamente, sono state tributarie delle catastrofi quelle evoluzioni che dovevano passare per la modifica o la rottura di preesistenti equilibri consolidati. Questo non vuol dire che le catastrofi intervengano a demolire situazioni socialmente, economicamente o internazionalmente armoniche ed equilibrate. Vuol dire invece che, calando come tremende tempeste su alberi già fragili e mal coltivati, contribuiscono a devastare la foresta, o almeno a darvi il colpo di grazia. Verso la fine della belle époque erano già evidenti i segni di sofferenza sociale dei paesi europei, mentre le “magnifiche sorti e progressive” decantate dalla filosofia e dall’economia positivista dei tempi facevano segnare il passo; la Grande Guerra spazzò quell’era di effimero progresso, facendone emergere le contraddizioni e le diverse risposte dei popoli: il comunismo in Russia, gli autoritarismi fascisti in Europa. La Seconda Guerra mondiale segnò per le nazioni europee (anche per quelle che formalmente furono tra i vincitori del conflitto) il declassamento da potenze internazionali a membri di alleanze da altri guidate, e per altri versi permise la sconfitta del fascismo e l’affermazione della democrazia, almeno in Europa Occidentale. La caduta dell’Unione Sovietica, infine, facendo crollare l’impalcatura bilaterale che aveva sostenuto i diversi concetti di libertà, di idee, di economia, anche mantenendo sui due fronti l’esempio o la minaccia di un’almeno potenziale alternativa, provocò l’abbandono di ogni idea socialista nella visione del mondo e nell’azione dei popoli e dei governanti, la pretesa “fine della Storia”, il trionfo di un liberismo esasperato, predatorio e senza freni che ha conquistato il mondo con la globalizzazione e lo sta devastando facendosi follemente catastrofe di se stesso. In epoche più antiche, le grandi epidemie, come per esempio la peste nera che infuriò in Europa nel XIV secolo, furono senz’altro foriere di grandi mutazioni sociali ed economiche.

Naturalmente è presto per capire se anche l’attuale pandemia dovuta al Covid 19 produrrà mutamenti di rilievo storico nella società umana, o almeno nel mondo occidentale. È presto, e non dobbiamo certo augurarcelo. Non possiamo nemmeno essere sicuri che “nulla sarà come prima”, secondo un auspicio o un timore che circola fra i molti commenti. Forse semplicemente l’epidemia finirà entro pochi mesi, prima di aver potuto attaccare a fondo gli equilibri e le teorie che oggi governano il mondo. Essa però sta già mettendo a durissima prova non solo la tenuta dei sistemi istituzionali, economici e internazionali, ma anche molti concetti di gestione della società che da tempo vengono proposti come dogmi, o come “mantra”, pur essendo paurosamente svuotati di contenuto e di significato. Quindi, non sappiamo se tutto o qualcosa cambierà, ma possiamo certo cominciare a guardare il “Re” finalmente nudo, spoglio delle arroganze e delle retoriche, del pensiero unico che ci è stato propinato per decenni. Propongo qui di seguito una libera e non esaustiva elencazione di pensieri, quasi un piccolo zibaldone di riflessioni di un periodo di isolamento, con la curiosità di vedere se e che cosa sarà diverso alla fine dell’emergenza.

Stato di diritto v. stato autoritario. Un commento che è spesso circolato è quello secondo cui la Cina ha potuto meglio contenere l’infezione grazie a propri metodi autoritari, mentre gli stati di diritto europei, impacciati dai vincoli della democrazia, sarebbero stati più lenti e meno efficaci. Corollario di questo commento è la sottintesa seguente considerazione: l’autoritarismo non sarà meglio della democrazia, almeno in situazioni di emergenza? Il ragionamento è ovviamente viziato; lo stato di diritto è sempre meglio dello stato autoritario. Il vizio del ragionamento risiede nel paragonare lo stato cinese agli stati di diritto non sul piano concettuale, ma su quello fattuale, che vede gli stati europei indeboliti da cinquantennali attacchi alla sovranità, da “deregulation” insensate al servizio del capitale finanziario e globalizzato, con poteri di governo parcellizzati fra enti territoriali in nome di una malintesa localizzazione del governo e della democrazia; e che vede le società europee inflaccidite da decenni di mala educazione, di fomento dell’edonismo consumistico, di infiacchimento della capacita di pensiero critico e di militanza civica. Va detto che poi, con l’incalzare del morbo e della paura, gli stati di diritto, soprattutto e primariamente l’Italia, hanno mostrato di saper prendere il toro per le corna, rendendo per fortuna evidente di possedere ancora risorse di valore. Allora bisogna portare il ragionamento sul piano concettuale, anche con il conforto di quanto appena detto. L’autoritarismo non è migliore dello stato di diritto, anzi, quest’ultimo è senza paragoni il miglior modello di governo, a condizione che mantenga o recuperi le proprie prerogative anche nella vita ordinaria, senza doverle far faticosamente emergere solo nei periodi critici. Quali sono i pilastri di uno stato di diritto, o, meglio, di uno stato democratico di diritto? Il mantenimento dell’univoco indirizzo politico; la coerenza amministrativa e fiscale del paese; la centralità e la pari distribuzione sul territorio governato dei servizi essenziali (sanità, educazione, servizi sociali, eccetera); la garanzia della sicurezza e della giustizia; il potere unico di ordinanza in occasione di periodo critici… Insomma tutte le cose che il “contratto sociale” di Hobbes delega al Leviatano, e tutto ovviamente sostenuto dai processi democratici e all’insegna della democrazia come fondamentale scelta di vita e di governo. Se certi paragoni con gli stati autoritari sono potuti sorgere, è solo perché oggi il Leviatano è vincolato dai mille “lacci e lacciuoli” dovuti all’assenza di sane regole economiche e fiscali, alla frammentazione del potere amministrativo, alla filosofia della globalizzazione che ne vanifica concettualmente l’esistenza e il senso. Lo stato di diritto dovrebbe tornare a essere sovrano (sovrano, non “sovranista”), cioè regolatore supremo della vita sociale: al proprio interno, procedendo a un riordino degli strumenti di governo (la decentralizzazione dei servizi è cosa buona, ma, almeno chi scrive, non vede la necessità che vi siano organi di governo territoriale che offrono servizi diversi allo stesso popolo e che sono in perpetua concorrenza con lo stato); all’esterno, incontrando gli altri stati sulla base di accordi, alleanze, cooperazione internazionale, collaborazioni nel comune interesse. Uno stato così concepito non è detto che debba essere necessariamente istituito su base nazionale: il sogno è ancora quello di uno stato europeo unito, democratico e socialmente orientato.

L’Europa. Il valore di un uomo si vede sul campo di battaglia, non attraverso le prebende di cui si è magari ornato. Se è così anche per le istituzioni, la sola conclusione che si può trarre dagli eventi più recenti è che l’Unione non esiste, o non esiste più, per i valori originari, per “fare l’Europa”, ma piuttosto per operare di fatto al servizio di soggetti e cause che circolano nel mondo e al proprio interno e che non coincidono né con la parità fra stati membri né con le cause fondatrici dell’attuale Unione. Risaltano infatti negli attuali orientamenti europei il favore per  i membri più potenti, l’ossequio ai dettami della finanza internazionale e delle istituzioni finanziarie internazionali, l’obbedienza alle multinazionali globalizzate, l’acritica autoreferenzialità della stessa burocrazia europea (vedremo se qualcosa cambierà, cioè se le misure in via di adozione sull’onda dell’emergenza siano i prodromi di una mutazione; ma a bocce ferme prima dell’epidemia, questi erano i fatti). Sia stato frutto di incapacità e supponenza, o di una deliberata azione lesiva dell’Italia in un momento di difficoltà, l’incidente di Christine Lagarde (che fece crollare le borse mondiali a metà marzo, dichiarando che la BCE non si sarebbe occupata di ridurre lo spread) non è che l’epitome del fallimento europeo rispetto alla visione dei padri. Il tema non è quello di stare in Europa o uscirne; il tema è piuttosto quello di capire se si possa ancora stare in quest’Europa, e a che condizioni, e dove un paese (non solo l’Italia) soffra di meno e abbia meno difficoltà. L’accelerazione della firma del MES (rientrata, ma solo temporaneamente), l’insistenza sul TTIP in questo momento, l’affossamento della borsa italiana da parte della BCE, sembrano essere azioni volte intenzionalmente all’accaparramento di quanto ancora di buono abbiamo nel nostro paese, al suo ulteriore indebolimento al fine di renderlo ricattabile e condizionabile (per esempio attraverso i meccanismi usurai del MES), o forse a costringerlo suo malgrado a uscire dall’Euro, e forse dall’Unione. Non sono un complottista: le dinamiche storiche si impongono senza bisogno di complotti; ma in un’alleanza come quella fondata da sei paesi europei settant’anni fa, certe “dinamiche” non dovrebbero essere permesse, né contemplate.

I “grandi sacerdoti” dell’economia globale. A livelli medi, alti e altissimi, e non solo in Europa, il “villaggio globale” è amministrato da una vera e propria corporazione: quella degli esponenti di vertice delle grandi istituzioni finanziarie europee e internazionali, delle grandi banche globali, delle grandi società internazionali di consulenza. Queste persone sono state in genere formate presso enti come la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, l’OCSE, le istituzioni europee, i grandi istituti bancari come Goldman Sachs o J.P. Morgan, le società di consulenza globale come le Big Four (Pricewaterhouse & Cooper, Ernst & Young, Deloitte Touche Tohmatsu e KPMG). Spesso transitano da queste istituzioni internazionali o private negli organici degli stati, e viceversa (le cosiddette “porte girevoli” della politica”). Fanno il paio con il grande management delle multinazionali, e – poiché lo spunto di questo scritto è partito dall’epidemia del corona virus – menzionerei anche gli esponenti di vertice di Big Pharma. Questi personaggi si sono formati all’ombra dei dettati della Scuola di Chicago, del Washington Consensus, della teoria degli obiettivi (cioè del conseguimento ossessivo degli obiettivi scelti o assegnati passando sopra qualunque principio etico o morale, per così dire “con licenza di uccidere”). Essi hanno il loro corrispettivo a più basso livello nei vari paesi in moltitudini di manager e dirigenti che applicano gli stessi spregiudicati criteri all’interno di banche, di società pubbliche, di enti para-governativi. La selezione di queste persone è pretestuosamente basata sul merito. Ma su quale merito? Quello di una competitività cieca e spietata, volta solo al raggiungimento di obiettivi fissati da chi li comanda (in base ai quali sono pagati), in modo autoreferenziale e senza alcuna forma di empatia, di fedeltà istituzionale o talvolta neppure aziendale (manager e vertici migrano infatti in continuazione), senza alcun senso o buon senso politico. Provengono da scuole di pensiero economico spesso e volentieri utopiche e completamente avulse dalla realtà, delle quali si considerano i “grandi sacerdoti”, e sono consapevolmente o meno gendarmi al servizio dei grandi interessi globali. Operano in cordate e in fazioni in guerra fra loro, emergono e fanno carriera nella misura in cui siano funzionali ai predetti interessi. Hanno una grandissima influenza sul governo del mondo, e l’episodio della Lagarde ne è un esempio più che eloquente. Possiamo ancora permetterci presidenti della BCE che sfasciano le borse, di colossi farmaceutici che fanno ricerca solo nei settori giustificati dal profitto, di manager e dirigenti che affossano le banche traendo da ciò grandi guadagni, che dissolvono preziose risorse pubbliche per arricchire i privati, che operano in modo autoreferenziale al solo servizio di se stessi e di chi li dirige?

Il valore della competenza. La competenza di cui parlo ora non è certo quella dei “tecnici” di cui sopra, ma è quella vera. Abbiamo dovuto aspettare l’avvento di un morbo mortale per capire che la politica spetta alla politica, ma che questa deve valersi della scienza, della competenza professionale, delle conoscenze. Questo non vuole assolutamente dire che bisognerebbe avere governi tecnici. Tutt’altro. I governi devono essere politici, ma devono operare scelte suffragate dalla conoscenze, e questo non solo in periodi di emergenza. In Italia (e non solo) il tema della conoscenza, dell’approccio scientifico, di cui per fortuna ancora abbiamo splendidi esempi, non è stato minato solo dai recenti vaneggiamenti di una parte della società e della classe politica, ma anche da decenni di tagli alla scuola, all’università, alla ricerca, come se queste fossero cose di cui la società non ha più bisogno. Tagli che fanno il paio con quelli imposti alla sanità pubblica, in omaggio alle privatizzazioni e agli interessi dei poli medici privati e delle società di assicurazione, nella cervellotica idea che il “mercato” sia sempre e comunque meglio della gestione pubblica delle cose. Quousque tandem, dovremmo adesso dire ai sostenitori del “mercato”, a questo novelli perniciosi Catilina, abutere patientia nostra? Quanto a lungo ancora codesta follia si prenderà gioco di noi? Quando rinsaviremo per riportare allo stato le prerogative necessarie alla tenuta di un paese democratico e di un mondo equo e sostenibile?

Conclusioni. Niccolò Machiavelli riteneva che i fondamenti dello stato fossero il principe (l’ente sovrano), la milizia (intesa non solo in senso militare, in contrapposizione alle milizie mercenarie, ma anche come capacità di militanza civica, quella militare non essendo che una sua conseguenza) e una sorta di religione civica (con la quale intendeva l’etica pubblica, la legislazione nell’interesse generale, il rispetto sociale, il mantenimento degli impegni, la giustizia). Per Hegel, lo stato è la massima espressione dello spirito. Più modestamente, possiamo qui affermare che dopotutto la stessa nascita della civiltà umana come la intendiamo oggi è dovuta all’affermarsi di istituzioni statuali, per quanto primordiali, che grazie a risorse pubbliche e a governo sovrano, grazie alla formulazione di leggi sensate e organiche, grazie all’affermazione di regole di convivenza strutturate la cui infrazione era sanzionata, hanno permesso all’umanità di evolvere. Oggi tutto questo appare del tutto indebolito, a favore di soggetti privati, piccoli o giganteschi, in grado di vivere e comportarsi in totale autonomia da ogni regola o legge condivisa. Educati non più al civismo e al pensiero critico, ma all’edonismo e al consumismo, i popoli occidentali hanno perso la capacità di militare per la propria società, per il proprio stato, in definitiva per se stessi. Ai popoli sono stati concessi tutti i diritti cosiddetti civili, e altri ne verranno concessi, al solo scopo di privarli dei diritti più fondamentali: i diritti sociali (per dirla coi padri della costituzione americana, il diritto di essere liberi dal bisogno), e il diritto di partecipare alla cosa pubblica (con un voto non condizionato da vincoli precostituiti, con la critica, intervenendo negli oramai inesistenti corpi intermedi…). I popoli, che pretendono, anche giustamente, tutti i diritti, hanno in definitiva perso il senso del dovere, relegando questo valore a un passato fascista e nazionalista, salvo riconsiderarlo nei momenti di emergenza, o quando gioca la propria squadra di calcio, circostanze in cui in qualche modo tornano eroi. Ma… beato quel popolo che non ha bisogno di eroi, disse Bertold Brecht. Quindi, più che di popoli “eroici” nei momenti difficili, avremmo bisogno di popoli consapevoli e militanti anche nell’ordinaria e non meno importante vita quotidiana…

Share

Virus finale è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>
Chiamate telefoniche – 2 https://www.carmillaonline.com/2020/04/03/chiamate-telefoniche-2/ Thu, 02 Apr 2020 22:01:01 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=58866 di Piero Cipriano

Questo scritto ha per oggetto il virus, e ha per titolo un libro di Roberto Bolaño [Chiamate telefoniche – 1]. La storia prosegue quando il virus è diventato ormai pandemico, non si può uscire di casa, correre nei parchi, continua il trattamento sanitario obbligatorio con obbligo di dimora a casa per chi una casa ce l’ha, e possibilità di uscire solo se i motivi sono con-provati, e tutti si sono ormai così abituati a tenere a bada la morte col seppellimento domestico che neppure i bambini vogliono portare fuori casa, i cani sì i bambini [...]

Chiamate telefoniche – 2 è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>

di Piero Cipriano

Questo scritto ha per oggetto il virus, e ha per titolo un libro di Roberto Bolaño [Chiamate telefoniche – 1]. La storia prosegue quando il virus è diventato ormai pandemico, non si può uscire di casa, correre nei parchi, continua il trattamento sanitario obbligatorio con obbligo di dimora a casa per chi una casa ce l’ha, e possibilità di uscire solo se i motivi sono con-provati, e tutti si sono ormai così abituati a tenere a bada la morte col seppellimento domestico che neppure i bambini vogliono portare fuori casa, i cani sì i bambini no perché immaginano che l’aria sia tutta impestata di bacilli e dicono dove vai? Incosciente. Mettere a repentaglio la vita di quelle creature. Che dopo portano il virus maligno ai vecchi. E si muore tutti. Una reazione a catena. Che sarà mai un mese due tre di tumulazione se dopo si può ancora esser vivi?

Tale è la moral suasion sul non uscire che nemmeno i sofferenti psichici che un tempo uscivano escono più, gli attacchi di panico si svolgono in casa non più in pronto soccorso i depressi restano in casa perché al Centro di Salute Mentale gli dicono resta a casa che fuori c’è l’apocalisse, ma il depresso che già è apocalittico di suo ora si confina ancora di più nel suo umor patibolare domestico, l’ossessivo il fobico l’ipocondriaco non ne parliamo, quelli non usciranno più di casa neppure quando sarà passato il divieto di uscire, ma accidenti devo darmi una regolata a parlare così dei pazienti i pazienti sono sacri, bisogna parlarne con il rispetto di Andreoli che li ama tutti i suoi pazienti o di un Recalcati che sono tutti Telemaco suoi, l’altro giorno una mi scrive che altro che Basaglia, io me lo sogno Basaglia, io piuttosto sono Lombroso, sfottente e irridente con tutti, e mi manda a fare in culo a farmi la mia corsetta anarchica. Leggo questa offesa al mio fragile ego mentre sono in ospedale, in mezzo ai virus, attento a non toccare le maniglie con le mani, ho i gomiti consumati a forza di aprire le porte coi gomiti, eppure giuro non sono più l’ipocondriaco che ero un tempo, avrei voluto avere il tempo per risponderle bene, perché per certi versi lei aveva ragione (per altri no, era madre, o figlia, o sorella, di un paziente grave, e aveva una rabbia di quelle che investono il mondo, e io ero parte del mondo in più ero psichiatra, uno psichiatra che invece di guarire il mondo si permetteva il lusso di descriverlo, di farne parodia, e come mi permetto?, secondo lei non potevo permettermi di contestare il mondo, solo lei ne aveva diritto, data la sua sciagura), aveva ragione da vendere a dire che io non ero Basaglia né lo sarei mai stato, però aveva torto, perché non ero neppure Lombroso né lo sarò mai, ero sì uno psichiatra eterodosso, sono sì uno psichiatra che scrive, ma non scrive nella forma corretta, nella forma saggio di Basaglia, no, scrive nella forma accidentata e sgangherata di uno che non si è cibato di Husserl o di Minkowski ma si è cibato di Cortàzar e di Bolaño, e non ha sua moglie Franca Ongaro che gli riscrive i pezzi ma ha Bolaño stesso e Cortàzar che me li correggono (anche se non si applicano molto con me) e quindi si può capire perché i miei scritti, delle volte, non abbiano quel rispetto e quella rispettabilità che gli scritti di uno psichiatra (mettiamo il grafomane Andreoli, avete presente gli scritti di Andreoli?, mettiamo perfino il noiosissimo Recalcati, avete presente gli scritti morfeici di Recalcati?) sempre hanno, siamo abituati debbano avere, il rispetto per quell’altro che è il paziente, il paziente è sacro, ma siccome quell’altro spesso io mi dimentico che è un paziente, ma ne scrivo come fosse un essere umano, ecco che ne scrivo, senza rispetto, senza la sacralità che si deve a un paziente, e ciò induce la signora congiunta di quel paziente a pensare che io sia Lombroso, che faccia macchiette, ma io non sono Lombroso e non faccio macchiette, signora, comunque, in ospedale non arrivano più i ricoverati che arrivavano prima. Solo i gravissimi, arrivano, oppure quelli che sono senza casa oppure quelli che se ne fregano del virus oppure quelli che a differenza nostra hanno capito tutto.

Gli psichiatri sono tutti intabarrati, perfino i guanti. Serviranno a qualcosa i guanti? Non chiama nessuno neanche oggi. Avranno saputo che poi ne scrivo sulle riviste. La signora ha sparlato di me. Avrà detto in giro non vi fidate, questo si spaccia per Basaglia ma è Lombroso. State in campana a dire i fatti vostri a questo qui. Che li riporta pari pari nei suoi scritti delinquenziali. Non sanno che non è vero, che sono tutti pezzi inventati.

Mentre bighellono, apro le porte con i gomiti, alzo il bavero del camice, svuoto il disinfettante, posiziono meglio la mascherina, vibra il telefono. E’ un messaggio vocale, inviato con Whatsapp. Finalmente.

Dottore spero sia questo il suo numero, se questo non è il suo numero e quindi lei non è il dottor Cipriano, la prego di eliminare immediatamente questo messaggio, glielo chiedo in nome della fiducia che sempre dovrebbe caratterizzare i rapporti tra gli umani. Spero comunque che sia lei, dottore.

Solo noi che ci hanno fatto le diagnosi e le cartelle cliniche l’abbiamo capito. C’era qualcosa, fin dall’inizio, che puzzava. Quella puzza, che non era odore, ma puzza di cadavere di carogna di morti che sarebbero marciti nelle fosse comuni, che tutti entro pochi mesi avrebbero sentito nelle narici, all’inizio la sentivamo solo noi sensitivi. I media tutti zitti. Non parlavano del Risiko. Cicalavano solo intorno a questo coronavirus. Intanto, iniziava il gioco del Risiko. Carri armati avanzavano in tutta Europa e i media zitti. Ventimila soldati americani atterravano negli aeroporti d’Europa altri diecimila erano già sul posto altri settemila da altre nazioni europee. E i media zitti. Come mai nessuno ne parlava? Giornalisti incapaci buoni a cicalare per tutto il giorno sul virus e dire mezza parola dei militari americani?

I cittadini d’Europa, a parte noi sensitivi internati nelle cliniche per pazzi o nelle prigioni, sono tutti ignari. Ottusi. E i media zitti. Noi ci hanno fatto le diagnosi perché abbiamo quelle antenne in più che, d’accordo, molto spesso ci fanno prendere fischi per fiaschi, ma qualche volta ci prendiamo.

Aguzzi la vista dottore, che ora inizia il complotto, ora inizia il delirio. Ma stia tranquillo. Sono un internato senza permesso di uscita. Giusto questo vecchio arnese mi danno. Non sanno che con questo posso sapere ciò che voglio e andare dove voglio. Ora ho deciso di svegliare lei. Che è uno non proprio ottuso come la quasi totalità degli psichiatri, ma è comunque pure lei abbastanza ottuso. Ma le do una possibilità. Non se la lasci sfuggire.
Ci sono varie ipotesi.

Una: è che non è letale il virus ma i vaccini con cui hanno indebolito, qualche mese prima, le persone. Le vaccinazioni di massa antiinfluenzali e antimeningococciche.

Altra possibilità: le decine di migliaia di antenne 5G disseminate soprattutto a Wuhan, in Lombardia, a New York. Dove ci sono le antenne, dove c’è questo elettromagnetismo mai visto prima, le persone sono deboli, immunodepresse, non resistono al virus.

Altra concausa: le polveri sottili, che vicariano le goccioline di Flügge, più efficaci e durature delle Flügge. Sono loro i vettori del virus. Potrebbe essere questa la ragione per cui il virus ha viaggiato più veloce in Pianura Padana, il particolato atmosferico fa da carrier, da vettore di trasporto e diffusione per molti contaminanti chimici e biologici, inclusi i virus. I virus da bravi parassiti si attaccano al particolato atmosferico, costituito da particelle solide o liquide in grado di rimanere in atmosfera anche per ore, giorni o settimane, e che possono diffondere ed essere trasportate anche per lunghe distanze. Per lo stesso motivo che questo pulviscolo sottile è più fitto a New York che a Kansas City che moriranno molte più persone a New York che a Kansas City.

Il coronavirus è un’arma biologica di distrazione di massa per preparare il mondo, a qualcosa di più grave, tremendo, e definitivo.

Nel giro di pochi mesi il contagio esploderà. Soprattutto nei grandi conglomerati. Lombardia New York Madrid. Le nazioni instaureranno il coprifuoco continuo. Le mascherine saranno rese obbligatorie. La stretta di mano e i contatti ravvicinati aboliti. Le persone potranno uscire solo per lavorare, i pochi a cui sarà concesso di lavorare. Anche i ricorsi all’ospedale progressivamente aboliti. Le persone si doteranno, tutte, di armi da fuoco, adottando il modello americano. Le persone inizieranno a spararsi per uno starnuto o per un colpo di tosse. Le scuole saranno definitivamente soppresse, tranne che per alcuni studenti scelti, tra poco le dirò quali. I lavori, dicevo, progressivamente quasi tutti aboliti, non serviranno più, perché la popolazione si eliminerà da sola, esponenzialmente. Gli ospedali non saranno più necessari. Le persone moriranno in casa o poco fuori il perimetro di casa. Sopravviveranno solo i reparti psichiatrici e le rianimazioni. Anche la professione medica sarà progressivamente assottigliata a due sole specialità: psichiatri e anestesisti rianimatori. Questi ultimi saranno necessari, non tanto per la capacità di rianimare, come uno potrebbe credere, data l’epidemia virale, macché, sarà necessaria la loro capacità di mandare i degenti all’altro mondo. L’università sopravviverà solo per due materie: giurisprudenza e medicina (medicina per le sottobranche di psichiatria e rianimazione, abbiamo detto). Giurisprudenza per due classi di lavoratori: giudici e poliziotti. Le persone si elimineranno da sole, no? Per uno starnuto uno finirà freddato e l’altro condannato all’ergastolo, ergastolo che però si trasformerà in morte agevolata da un rianimatore. E così, ogni volta due piccioni con una fava saranno eliminati. La popolazione si scremerà all’essenziale. L’economia risorgerà splendidamente. L’unico lavoro sicuro e diffuso e capillare sarà il poliziotto. L’Europa l’America la Cina la Russia saranno un grande apparato poliziesco. Le scuole solo per pochi scelti. A sei anni gli psichiatri faranno il test a tutti i non-ancora-persone per capire chi scolarizzare e chi potrà restare a casa coi genitori a fare la quarantena ad libitum in attesa di una morte precoce. Il test spacchetterà i seienni in tre cluster di caratteri (secondo le teorie di Fromm, che per eterogenesi dei fini diventeranno appannaggio di uno stato di polizia): i conformisti, i ribelli e i rivoluzionari. I rivoluzionari, che sono i più pericolosi, verranno subito segnalati, di modo che entro pochi anni (entro l’ottavo anno al massimo) possano cominciare un’aggressiva e demolitiva terapia con psicofarmaci del genere antipsicotico di terza generazione, e dopo verranno trattati con ricoveri ed eventuale galera, in caso di iniziale insubordinazione, e infine rianimazione, contaminazione, estinzione. I conformisti, che saranno la fetta più grossa, avranno il futuro assicurato: un futuro in polizia o nella medicina (psichiatria e rianimazione). I ribelli saranno i più fortunati perché, si sa, essi detestano esser comandati, ma amano il comando, non accettano imposizioni da nessuno e sono perciò perfetti per rappresentare la classe dirigente del futuro, perché bisognerà pur pensarci a come governare gli anni, i secoli che verranno, essi saranno i giudici, i ministri, i capi di stato. Solo i ribelli potranno studiare, come vorranno, tutto ciò che vorranno, senza limiti. Ma saranno pochi, ogni anno si conteranno sulle dita di due mani.

Mi scusi è arrivata la cena. Mi farò vivo di nuovo. A presto. I miei ossequi. Ah, dimenticavo di presentarmi. In realtà lei già mi conosce, o meglio non conosce me ma il mio avo, sono il pronipote di Carlo Cafiero, Carlo Cafiero junior.

Penso alla sua teoria. Di solito i paranoici, i complottisti, che hanno le antenne aguzze, su qualcosa ci prendono, non su tutto, indovinano poche tessere del puzzle, poi però siccome hanno l’ansia di completare il puzzle, le altre tessere le mettono a cazzo, e la teoria fa acqua, e loro passano per paranoici, o complottisti. Io però volevo capire quali fossero, tra le molte, le tessere giuste, quelle che il pronipote di Cafiero aveva imbroccato.

L’attività continua a languire. Chiamate in pronto soccorso oggi zero. Apro e chiudo porte coi gomiti. Alzo e abbasso la mascherina.

Dopo due ore di attesa, attesa da deserto dei Tartari, il sergente Drogo cioè io chiede all’assistente sociale pure lei senza daffare il numero di quel paziente che era il super esperto dei virus. Sentiamo il nostro esperto, dico. Scartabella. Trova il numero. Chiama. Il signor Jack? Sì? salve, sono l’assistente sociale del reparto, volevamo sapere come sta. Le passo il dottor Cipriano che voleva salutarla. Buongiorno. E come se la passa?
No, non vado al CSM. Non vado al CSM non per il virus non per l’isolamento. Non vado al CSM perché lì hanno tutti paura. Sono tutti mascherati come una donna talebana. Non vogliono riceverci. Prima mi facevano i TSO perché non andavo, ora dicono stia a casa che è meglio. E io sto a casa, ci stavo prima ci sto adesso. Cosa faccio? Non vedo la tv perché mi si è rotta e non so ripararla. Non compro i giornali perché non li ho mai comprati. Non ho internet. Cosa faccio allora? Leggo. Cosa leggo? Ho un solo libro in casa. Lo leggo in continuazione. Anche perché non si capisce bene dove vuole andare a parare. E’ Il castello, di Kafka. Comunque, grazie della telefonata, dottore. Ora però ho un po’ da fare, magari la richiamo io, in questi giorni.

Dopo mezz’ora richiama. Dottore, ma lei, che cosa voleva sapere di preciso da me? Perché lei non ha chiamato per sapere come sto, questo è chiaro, in dieci anni che lavora in quell’ospedale non mi ha mai chiamato, e mi chiama proprio ora che tutti sono chiusi in casa per il virus? Lei mi chiama perché si è ricordato che io sono il maggior esperto al mondo sui virus. E si è pentito. E ha fatto mea culpa. E ha pensato che l’attribuzione di disturbo delirante con… come lo chiamavate? con caratteristiche ipocondriache, ecco, che mi è stata fatta, anche da lei, non lo neghi, forse era a dir poco ingenerosa. Ora vuole che io la illumini coi miei deliri. Che le dica ciò che nei mie cinque ricoveri da voi, continuavo senza tentennamenti a ripetervi. Siete medici, vi dicevo, eppure siete asini, asini inconsapevoli. Abboccate a tutto ciò che vi si propina, incapaci di pensiero critico. Per dire la verità a questo mondo, devi passare per delirante. Lei dottore almeno ascolta. Lo stesso pensa che i miei siano i deliri di un pazzo, lo so, ma almeno mi ascolta.

Si metta comodo che le spiego tutta la faccenda. Si è messo comodo? Bene. Iniziamo daccapo.

Si ricorderà che non sono uno che si è laureato su Google, si ricorderà che sono laureato in farmacia e in biologia. Si ricorda, vero? Si ricorda anche che ero specializzato in malattie da microparticelle, anzi, nanoparticelle, lo ricorda vero? Bene. Ma veniamo al nostro incubo, veniamo al virus, mi correggo, il vostro incubo, questo esserino che sa entravi dentro senza chiedere permesso, un maleducato, direte voi, un esserino libero, dico io. Poveri vecchi, poveri malati, poveri coloro che prendono farmaci, essi non riescono a tenerlo a bada, all’ospite indesiderato, all’ospite ubiquo. Quanti italiani siamo? Più di sessanta? Bene. Venti milioni ce l’hanno già in corpo che gira. Ma no che venti, facciamo trenta milioni, anche quaranta, va. Lei dice ci sono dodicimila morti? Ma non era colpa del virus, dio mio. Erano già malati, i poveri cristi. Quante persone muoiono in Italia ogni anno? 650.000? Bene, metà di loro hanno dentro il virus che vi toglie il sonno. Il virus dei polmoni, il virus che toglie il respiro. Il primo virus che seppellisce in casa. Questo però ora non è un mio problema. Io sto in casa io sto bene in casa prima mi facevate il TSO perché dicevate che non uscivo di casa adesso fate il TSO a tutti obbligandoli a stare in casa io ora sto a posto siete voi adesso che non state a posto, voi che volevate uscire tutti i giorni ora vi sentite mancare l’aria. Tre morti sono i morti di questo virus non dodicimila. Forse nemmeno quei tre sono morti per il virus. Ma poi parlate di un virus, ma quello che era in Cina già non è più quello che è in Italia, quello muta non è mica un modello di I-phone che resta in giro per qualche anno, è per questo che è assurdo fare un vaccino, sarebbe come fare un vaccino per il raffreddore, vaccini per un virus da raffreddore che non ti copre sugli altri due milioni di virus da raffreddore. Siete pazzi. Vi siete concentrati su noi pazzi, i deliranti, gli SPDC li potevate trasformare in reparti per i polmoni, in rianimazione, invece di psicofarmaci compravate respiratori, a questo punto non dovevate far morire i vecchi perché non avete i respiratori. Ma non lo sente che da ottobre era pieno di polmoniti atipiche? Dottore, la regola numero uno, che vale per i deliri e vale anche per le infezioni è: aspettare, bisogna aspettare che l’organismo rigetti il virus, non mettersi i guanti, lei tiene adesso il telefono con cui mi parla con i guanti, è un fesso, con quei guanti tocca tutto, con quei guanti impedisce alle sue difese dermiche di reagire ai virus, lei è un dottore meno imbecille degli altri ma comunque è un imbecille, dovete solo attivare le vostre difese immunitarie, non mettere guanti e mascherine, aspettare, bisogna, tenersi la febbre perché il caldo uccide l’ospite indesiderato, il virus è una creatura fragile, se lei si prende la Tachipirina per far scendere la febbre al virus gli fa solo un favore, perché sta meglio al fresco, lui, bravi i fessi. Quelle mascherine con cui mi parla sono come un cancello che vuol impedire alle mosche di entrare, non le servirà quella mascherina idiota attraverso cui mi parla, sono piccoli sa, più piccoli ancora, la dovrebbe buttare ogni due minuti, altro che tenersela per 24 ore. Perché io ho lasciato la virologia? Per non essere complice di quel che succederà. Ci obbligheranno a vaccinarci. Con la scusa di questa finta epidemia faranno il TSO a tutti, finora l’avete fatto a me perché vi mettevo in guardia, mi avete dato gli antipsicotici? Bravi asini. Adesso fottetevi. Adesso voi psichiatri, come tutti gli altri umani, sarete vaccinati obbligatoriamente, TSO per tutti, a parte il fatto che voi psichiatri siete così stupidi che correrete a farlo, il vaccino anti-coronavirus, prima di tutti gli altri, implorerete per essere i primi, perché avete una fifa blu di morire, per cui non ci sarà neppure bisogno che siate obbligati, vi obbligherete da soli, ma pure chi non volesse, tipo me, o tipo lei, perché lo so che lei in fondo in fondo è un antisociale, pure noi due saremo obbligati. Ma è una stronzata questa, perché come dicevo non c’è modo di vaccinarsi per un virus che cambia, un virus che è come il raffreddore. Sarà solo un regalo al Grande Farmaco. Alla religione del Grande Farmaco. Antipsicotici e vaccini per tutti, dottore. Cominci a levarsi di dosso quelle imbragature, ma lo vede come si è ridotto? Sembra un palombaro. Si levi quei guanti, si levi quella mascherina, si levi la cuffia, si levi la casacca, si levi il camice, ritorni a essere un uomo libero. Esca, ritorni in strada, io non sono fatto per stare nelle strade, io sono un misantropo, io sono un pipistrello io sono un vampiro io sono un essere notturno ma lei, lei deve uscire. Tutti devono riprendersi le strade, prendere il sole, correre, vitamina D, buon umore, non farmaci, lo dica agli asini dei suoi colleghi, consigliassero di passeggiare e non di stare chiusi in casa al buio senza il sole senza il vento che porta via i virus, è il vento, il vento e il sole sono le più grandi terapie. Con la reclusione in casa stanno creando un popolo di immunodepressi, voi psichiatri siete i più incompetenti, a non sapere che la reclusione senza svago rende Jack un triste figuro, vi stanno facendo impazzire, dottore, impazzirete tutti, anche voi psichiatri, quelli che già non eravate pazzi prima. In questo paese di 49.000 morti l’anno per infezioni prese in ospedale, perciò lottavo fino alla morte quando mi ricoveravate, perché mi portavate nel luogo dove massima è la possibilità di ammalarsi, ora per dodicimila morti stanno facendo questo casino perché? Ma perché dall’anno prossimo ci sarà la vaccinazione obbligatoria di massa, e chi non ci sta fa la mia fine. La fine di un martire.


[Chiamate telefoniche – qua le chiamate precedenti]

Share

Chiamate telefoniche – 2 è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>
Sull’epidemia delle emergenze /Appendice 1: una modesta proposta https://www.carmillaonline.com/2020/04/02/sullepidemia-delle-emergenze-appendice-1-una-modesta-proposta/ Thu, 02 Apr 2020 18:30:49 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=59175 Si riproduce qui un’intervista a Sandro Moiso, uno degli autori dei recenti interventii pubblicati su Carmilla on line sugli aspetti politici e sociali dell’attuale pandemia, andata in onda martedì 31 marzo sulle frequenze di Radio Onda d’urto. Nel corso della stessa, oltre ad un riassunto delle considerazioni già illustrate nei cinque articoli usciti dal 4 marzo fino ad oggi, sono presentate due modeste proposte di organizzazione e discussione collettiva da mettere in atto: una sui luoghi di lavoro e nelle fabbriche già aperte o destinate a riaprire e l’altra quando sarà [...]

Sull’epidemia delle emergenze /Appendice 1: una modesta proposta è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>

Si riproduce qui un’intervista a Sandro Moiso, uno degli autori dei recenti interventii pubblicati su Carmilla on line sugli aspetti politici e sociali dell’attuale pandemia, andata in onda martedì 31 marzo sulle frequenze di Radio Onda d’urto. Nel corso della stessa, oltre ad un riassunto delle considerazioni già illustrate nei cinque articoli usciti dal 4 marzo fino ad oggi, sono presentate due modeste proposte di organizzazione e discussione collettiva da mettere in atto: una sui luoghi di lavoro e nelle fabbriche già aperte o destinate a riaprire e l’altra quando sarà possibile riconvocare assemblee pubbliche e convegni. A partire dai territori lombardi maggiormente colpiti dal Covid-19 e dal virus aziendalistico del lavoro coatto.

Share

Sull’epidemia delle emergenze /Appendice 1: una modesta proposta è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>
Sull’epidemia delle emergenze/ Fase 5: i movimenti sociali al tempo della quarantena https://www.carmillaonline.com/2020/04/01/sullepidemia-delle-emergenze-fase-5-i-movimenti-sociali-al-tempo-della-quarantena/ Wed, 01 Apr 2020 21:01:05 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=59070 di Jack Orlando, Maurice Chevalier e Sandro Moiso

“Quando l’acqua inizia a bollire…è da sciocchi spegnere il fuoco.” (Nelson Mandela)

“In situazioni di caos, crescono le opportunità per la libertà” (Abdullah Ocalan)

Abbiamo cominciato a ragionare su questa fase in senso strategico ormai un mese fa, cogliendo come questa epidemia sarebbe diventata uno spartiacque tra quella aberrante normalità che vivevamo e ciò che verrà dopo; abbiamo indicato che, in questo tempo di perenne emergenza, l’unica regola della militanza rivoluzionaria è saper abitare la catastrofe per coglierne il campo di possibilità (qui).

[...]

Sull’epidemia delle emergenze/ Fase 5: i movimenti sociali al tempo della quarantena è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>

di Jack Orlando, Maurice Chevalier e Sandro Moiso

“Quando l’acqua inizia a bollire…è da sciocchi spegnere il fuoco.” (Nelson Mandela)

“In situazioni di caos, crescono le opportunità per la libertà” (Abdullah Ocalan)

Abbiamo cominciato a ragionare su questa fase in senso strategico ormai un mese fa, cogliendo come questa epidemia sarebbe diventata uno spartiacque tra quella aberrante normalità che vivevamo e ciò che verrà dopo; abbiamo indicato che, in questo tempo di perenne emergenza, l’unica regola della militanza rivoluzionaria è saper abitare la catastrofe per coglierne il campo di possibilità (qui).

Abbiamo proceduto ad analizzare, allora, come questa crisi metta in discussione e demolisca molti degli assunti e delle posizioni consolidate fino a ieri; una catastrofe che non ha risparmiato alcuno spazio dell’agire umano e politico: dalle relazioni internazionali, al controllo sociale, alle relazioni, alla geopolitica, alla guerra o all’accumulazione di capitale. Tutto viene tritato a grande velocità e tutto, altrettanto velocemente, si rinnova buttando via ciò che è obsoleto.
Crediamo che i movimenti sociali non siano estranei a questo processo e che, certamente, non possano esserlo (chi ne rimane al di fuori, d’altronde, è più cera da museo che essere vivente). È all’analisi di questo altro elemento che vorremmo concentrarci adesso.

Nell’ultima settimana abbiamo assistito ad un rapidissimo espandersi del contagio a livello europeo e internazionale, con una forte accelerazione di processi geopolitici ed economici che sembravano premere ormai da un po’(qui).
Se per molti governi europei il caso italiano ha fatto in un certo senso scuola, sembra che anche i movimenti abbiano guardato all’Italia per elaborare le proprie risposte.
La reazione maggioritaria delle strutture politiche del Bel paese è stata quella di mettere in moto una grossa serie di piccole o grandi opere di solidarietà dal basso e mutuo appoggio; un’operazione importante di messa a sistema di quelle pratiche mutualistiche, che si erano da anni accumulate come patrimonio dell’autorganizzazione e dei centri sociali, dentro lo scenario di una crisi sanitaria e di un confinamento sociale inediti. A ruota sono seguite operazioni simili negli altri paesi, elemento che diventa allora di non secondaria importanza nel guardare i fenomeni in atto.

Se da un lato possiamo dire che la capacità di risposta autonoma e dal basso ai bisogni sociali sia un tassello essenziale della strategia antagonista per come la conosciamo, dall’altro non possiamo che rilevare come spesso questa risposta assorba la totalità dell’impegno non solo della prassi ma anche dell’orizzonte teorico di queste strutture.
Sembra, quindi, che l’ipotesi del conflitto venga allora definitivamente espulsa dal campo delle possibilità: nella tutela dei soggetti più fragili e nel lavoro di cura, il corpo militante si mette al servizio di una collettività da cui si era ritrovato ormai estraneo, e che attraversa ora andando a riempire i vuoti lasciati dalla macchina statale neoliberista. Ma se diamo per assodato il concetto per cui, al tempo del libero mercato, chi può essere messo a valore allora può beneficiare della macchina capitalistica mentre chi è inutile si arrangi da sé per non crepare; un lavoro di cura della fragilità finisce per essere sussidiario alle articolazioni assistenziali dello Stato e rischia, infine, di fare da agente pacificatore: gli “angeli che portano la spesa” vanno allora a spegnere o lenire quella frustrazione da cui può, in prospettiva, accendersi la miccia della rabbia sociale. Non è un caso che nell’ultimo decreto presidenziale, del 27 marzo, che è andato a rincorrere una tiepidissima ipotesi di insorgenza urbana, si sia fatto esplicitamente appello alla “catena della solidarietà”, o che diversi servizi televisivi abbiano lodato le gesta di questi giovani generosi, tacendo la loro provenienza dai famigerati centri sociali abusivi.

Non solo, nello schiacciarsi su questo volontarismo, si finisce per perdere di vista una tempesta che si avvicina a passi sempre più spediti: quando la quarantena sarà finita, quando si cercherà di tornare alla normalità dopo questa sospensione della vita, le città non saranno più le stesse. La loro fisionomia resterà invariata magari ma la loro sostanza, il tessuto vitale e le loro possibilità saranno ridotte in macerie. È un domani molto vicino quello in cui si inizierà a sanguinare per la disoccupazione, per il carovita, per la crisi degli alloggi, per i nuovi tagli fatali allo stato sociale. Ma a forza di lenire i graffi di oggi, non ci si accorge degli sventramenti che ci attendono; il rischio è quello di seguire una logica dei due tempi per cui oggi si temporeggia, domani si agisce; ma il tempo dell’azione non è rimandabile, i bastimenti vanno approntati quando la tempesta è in avvicinamento, non quando si scatena e sbalza i marinai fuori bordo, ad annegare tra le onde di una conflittualità che non si è saputo leggere.

Si differenzia in tale contesto, però, l’approccio di chi, dichiarandolo, organizza attività di sostegno alla popolazione per contrastare quell’opera della protezione civile e dei militari che portando aiuti si presentano con volto amico alla popolazione, poiché è proprio con queste strutture militari e paramilitari che si giocherà anche lo scontro per l’egemonia politica e sociale. La penetrazione del ‘repressore buono’ nelle menti oltre che nei quartieri proletari va denunciata sin da ora, non quando spareranno sui cortei, caricheranno i picchetti operai e faranno i rastrellamenti per le strade.

Parimenti, vediamo un’altra sensibilità che, anche quando non esclude l’ipotesi mutualistica, è più attenta al fronte che si sta costruendo e ai campi d’azione che già oggi emergono. Una sensibilità che però è spesso immobile ed incapace di agire. Nell’indicare la centralità del reddito per tutti, nel denunciare la colpevole inadeguatezza del sistema sanitario o la criminale carenza di misure di supporto alle fasce basse della popolazione piuttosto che l’infamia delle associazioni padronali, certamente si è colto nel segno dell’indicazione.
Ma un’indicazione senza prassi incisiva è poco più che uno di quei buoni propositi da capodanno la cui immancabile fine è il dimenticatoio di fine gennaio.
E se certo le condizioni ostiche della quarantena non aiutano lo sforzo d’immaginazione militante nel cercare altre pratiche, sempre quell’espulsione del conflitto come possibilità concreta sembra essere alla base di un raggio d’azione limitato alle campagne social, ai meme, al mailbombing, alla sensibilizzazione, o agli ambiziosi quanto velleitari annunci di scioperi degli affitti.

Altre esperienze, possono essere quelle attuate, ad esempio, a Milano, Varese, Genova, Trento e in Valle di Susa che hanno ripreso l’antica pratica dei tazebao e degli striscioni, con parole chiare su chi siano i responsabili di questa strage in corso, con testi semplici, comprensibili, richiedendo diminuzione dei prezzi dei generi alimentari, denunciando la militarizzazione del territorio, lo smantellamento della sanità, evidenziando in modo esplicito la farsa di un governo che punisce le passeggiate e tiene aperte le fabbriche, che dona elemosine illuso di prevenire possibili sommosse, saccheggi e rivolte.
Semplici tazebao che invitano chi li condivide a riprodurli, diffondendoli così sulle mura dei quartieri e nei piccoli paesi di montagna … un modo per rendere tutti protagonisti, senza chiedere adesioni a forze politiche, un modo per prepararsi, per metter fieno in cascina .

Come ancora diversa può essere considerata l’iniziativa nazionale del 1° Aprile: con striscioni e battiture dai balconi e con fuochi nelle valli alpine per sostenere le detenute e i detenuti e chiedere amnistia e indulto per tutte-i. Diverse dal mutualismo caritatevole e importanti perché indicano forme, tutte da inventare nel periodo della quarantena, e che possono coinvolgere tutte/tutti: battiture, tatzebao, canzoni di lotta cantate dai balconi invece degli inni nazional-popolari, parlare con i vicini per costruire rapporti di complicità necessari oggi, fondamentali per il domani. Come avviene a Torino in alcuni quartieri operai.
Queste esperienze, seppur non estese come sarebbe necessario, indicano un modo per lottare anche dentro l’isolamento sociale prodotto dalla quarantena e per non agire solo sul piano virtuale.

Nulla è da escludere in una fase di sconvolgimento come questa, tutto è da rilanciare e nulla da lasciare al caso, ma ancor più centrale è la necessità di guardare all’esperienze in corso, alle tensioni, spesso sotterranee che si muovono sotto il cielo, comprendere come per la guerra che verrà ogni elemento utile vada incastonato nel mosaico di una strategia rivoluzionaria ancora tutta in divenire.

Un dato interessante che ci sembra di cogliere, per quel che riguarda le reti di solidarietà , più all’estero che dalle nostre parti a dire il vero, è come esse siano sorte del tutto o quasi al di fuori degli ambiti di movimento1 e come esse inizino a masticare temi prima appannaggio dell’habitat militante che ora diventano urgenza collettiva, come il reddito o l’affitto, ma restino sostanzialmente impermeabili al linguaggio politichese che tuttora le porta avanti. E se il rent strike2 passa sotto traccia, nondimeno ci si organizza autonomamente per autoriduzioni collettive o, più placidamente, si smette di pagare l’affitto al padrone di casa.
Una serie di smottamenti che interessano soprattutto quelle aree metropolitane, patrie dell’atomizzazione capitalistica, in cui le fragilità si ammassano più numerose e lo Stato lascia scoperti e abbandonati migliaia di individui per limitarsi a gestirne le escandescenze e proseguire il solito scorrimento delle merci. Le metropoli, o meglio i loro margini, iniziano a brontolare e rivendicare sommessamente il proprio spazio sulla scena. Un sussurro, per ora, ma che minaccia di essere presto un grido.

Un’altra indicazione feconda ci viene invece da quei territori, come l’Euskal Erria, dove le organizzazioni antagoniste e una certa cultura politica hanno storia e radici forti, dove quindi la prassi militante sembra riuscire ad intercettare l’autorganizzazione spontanea e diffusa e agire in sintonia con essa. Lì, dove le reti di mutualismo spontanee sono nate in ogni quartiere o cittadina senza reciproco coordinamento, incontrando spesso la capacità tecnica dei gruppi militanti, è emersa un’ipotesi di avanzamento del discorso politico relativo al contropotere territoriale fondata sul concetto di autodifesa e sostanziata tramite un doppio fronte, di lotta e di cura3.

Vi sono, poi, luoghi dove il conflitto è da anni già luogo di ‘conflitto in armi’ , di spazi dove le esperienze rivoluzionarie hanno il controllo di parti del territorio e di fronte a questa epidemia, prodotta dal tessuto sociale, economico e produttivo del capitalismo, hanno dovuto porsi la questione di garantire la difesa delle proprie zone e delle proprie comunità, sapendo assumersi tutte le responsabilità del caso nei confronti della catastrofe generata dal modo di produzione avverso.
.
Nel Chiapas, di fronte alla pandemia Covid-19, con le parole del subcomandante insurgente Moisés, l’EZLN ha dato disposizioni perché tutti i municipi autonomi e le organizzazioni amministrative aderenti alla lotta zapatista dichiarino l’allerta rossa, impediscano l’ingresso nei loro territori agli estranei e adottino misure igieniche straordinarie.
Come spiegano gli zapatisti, questa scelta non è dovuta solo alla pericolosità del virus bensì anche all’irresponsabilità dei vari governi del pianeta, tutti intenti a fornire dati e informazioni molto discutibili (se non addirittura falsi) finalizzati al controllo sociale e non alla reale difesa della salute pubblica.
Questa scelta che all’apparenza potrebbe sembrare una sospensione della battaglia in corso deve proseguire anche in questa situazione, trovando i modi necessari pur nelle condizioni attuali che impongono provvedimenti sanitari (qui).

Nella Siria del Nord, invece, mentre la Turchia approfitta del virus per colpire l’Amministrazione autonoma del Rojava continuando gli attacchi militari e togliendo l’acqua ai profughi e ai residenti, il Consiglio Esecutivo del Rojava ha posto in atto (a partire dal 21 marzo) misure di divieto di spostamento senza autorizzazione, la chiusura dei confini, la chiusura di negozi e scuole, il distanziamento e l’utilizzo di dispositivi di protezione individuale, e esonera dal lavoro il 40% dei lavoratori dei panifici (attività essenziale in quelle zone per poter sfamare la popolazione) e di altre attività, arrivando anche a dover chiudere le ‘tende del commiato’. Misure drastiche, ma che rappresentano l’interesse collettivo.

Il Rojava ha anche adottato misure di distanziamento, in una situazione di vita comunitaria e quindi molto dificili da realizzare, non imponendolo in modo militarista come nel nostro paese, bensì tramite l’appello dei vari feriti di Kobane e delle grandi battaglie di questi anni e appellandosi all’autodisciplina rivoluzionaria, un tema che andrebbe ripreso con chi in Italia grida allo scandalo di dover stare in casa non per porlo come contraddizione con le fabbriche aperte, non per denunciare le angherie di militari e polizia contro una solitaria corsa o passeggiata, ma finendo, anche non consapevolmente, col contrapporre la libertà individuale all’interesse di classe e collettivo. Così, se nei paesi capitalisti, nel ventre della bestia, bisogna denunciare l’utilizzo del distanziamento a fini repressivi e nella logica dell’emergenza, va al tempo stesso ripreso il concetto di disciplina rivoluzionaria, di rinuncia individuale per gli interessi collettivi della vita e della comunità, utile già oggi ma fondamentale per il domani.

Ma proprio perché si tratta di un’esperienza rivoluzionaria, quella del Rojava, si trova con poche strutture, attrezzature e strumenti sanitari a causa di un duro embargo e del non riconoscimento da parte dell’ONU e, di conseguenza, non riceve aiuti alcuni per la popolazione (come i kit per rilevare il virus, le mascherine e i respiratori), il che dimostra, una volta di più, come solo la solidarietà rivoluzionaria può sostenere queste esperienze.
Altro che versare i fondi per la protezione civile, le ASL, la Caritas ecc.… Oggi è necessario praticare l’internazionalismo e quindi di sostenere con casse di resistenza le varie esperienze rivoluzionarie e di mutuo soccorso, soprattutto da costruire nelle fabbriche e sui territori, poiché in questo modo si costruiscono rapporti concreti per un’alleanza comune contro il capitalismo.
In questo senso l’esperienza in Francia della ZAD dI Notre-Dame-des-Landes che ha portato le proprie autoproduzioni alimentari alle varie lotte presenti in Francia, vale di più di mille dichiarazioni di principio sui sacri testi.

In altri termini, dove la gestione autoritaria ed emergenziale dello Stato semina dispositivi di contenimento che facilmente saranno convertiti in strumenti repressivi all’occorrenza, molto raramente corrisponde un contrappeso che va incontro ai bisogni generati dall’epidemia. È lì che si generano le fratture ed è lì che si inserisce il militante per convertire una ferita in una carica sovversiva.
D’altronde la natura di classe di questo sistema viene a galla in ogni piega di questa emergenza e disvela tutto l’orrore e l’insostenibilità a cui il quotidiano ci aveva abituati. Il sostegno alle grandi aziende e le briciole alle famiglie, la cassa integrazione pagata dallo Stato e le ferie forzate dei lavoratori, le fabbriche che restano aperte e gli operai costretti ad ammalarsi dentro i reparti, i medici che crepano di malattia e superlavoro negli ospedali pubblici mentre le cliniche private intascano soldi. Nessuna di queste cose passa inosservata agli occhi di chi vive dal basso questa società e per i più ottusi, che ancora nutrono buonafede verso questo sistema, ci pensano i portavoce del governo a togliere ogni dubbio, con la loro retorica di guerra che sempre più prende i contorni di minacce velate a chi avesse in mente di alzare la voce e pestare i piedi, o con il loro darwinismo sociale che innerva tanto i discorsi quanto le misure. Non sono vite quelle che si vogliono tutelare ma forza lavoro, carne da cui estrarre valore. L’alternativa resta sempre una: la nostra vita o il loro profitto.

È solo a partire da questo assunto, ormai visibile a chiunque, che è possibile cogliere il senso pieno della sfida attuale, su cui possiamo seminare il germe di una incompatibilità sistemica in grado di seminare gli scontri di classe che verranno.
È su questo assunto che l’indicazione dei padroni e degli imprenditori come vampiri e assassini è diventata chiara e assumibile da chiunque, creando una linea di spartizione tra chi ci è amico e chi no nell’ora del bisogno, intrecciandosi alla voce di quegli operai che spontaneamente hanno incrociato le braccia per dire che non erano disposti a morire per un salario di merda.

Ed è sempre qui che la problematica del reddito, che coglie l’antica quanto principale contraddizione del capitalismo, non è più soltanto una velleità, ma l’esigenza di milioni di persone cui il blocco dell’economia pone il serio problema di cosa mettere in tavola la sera. Un problema che non può più essere una richiesta velleitaria o riformista. Ma deve diventare uno dei cardini di un agire antagonista: se lo Stato non è in grado di provvedere ai nostri bisogni e questo mercato ci esclude da un reddito allora ci si deve organizzare da soli per ottenerlo. Dalle assemblee sui luoghi di lavoro, già fin da ora e dopo la riapertura delle aziende, al picchetto e il blocco della fabbrica che non è stata chiusa da un’ordinanza; dalle assemblee e i convegni territoriali da convocare subito, a partire dalle aree più colpite, dopo il parziale ritorno alla normalità all’autoriduzione dell’affitto e delle bollette nella loro insostenibilità, la richiesta oppure l’imposizione autonoma di un calmiere dei prezzi contro il carovita e lo sciacallaggio in atto fin dall’inizio della pandemia.

Ognuno di questi atti, organizzati o meno, politicizzati o meno, andrà nella direzione di riprendersi pezzi di reddito e di vivibilità in seno a questa catastrofe; il compito del rivoluzionario non è fare una campagna su una o l’altra di queste cose, ma fondere spontaneità e organizzazione, pratica e discorso. È la nostra stessa possibilità di vita che difendiamo e nulla ci legittima più di questo nel forare ogni dispositivo. La questione del mutualismo e della presa in cura della comunità, d’altronde, non può essere slegata da un discorso simile e non può che essere strumento di radicamento e costruzione di contropotere autonomo nei quartieri e sui territori, realizzando articolazioni sociali di un discorso politico più complessivo e di rottura.

Quella della cura collettiva è una pratica che non può essere mossa dalla generica solidarietà (cosa buona e giusta, la solidarietà, ma non è mai stata motore di processi rivoluzionari), ma dall’obbiettivo di costruire un rinnovato rapporto di forza, in vista degli sconvolgimenti che verranno, all’interno di un territorio. Quest’ultimo, nella sospensione della normalità, assume un rinnovato valore strategico ed è all’interno di questa situazione imprevista che, specialmente nell’atomizzato ambito metropolitano, possiamo legare i fili delle nostre possibilità. Chi oggi distribuisce la spesa alimentare dovrebbe porsi in prospettiva il problema di bloccare il flusso delle merci, di redistribuire il reddito indiretto, di scioperare, di indicare il nemico e di legarsi all’amico prima estraneo, tutto nel tentativo di costruzione di una forza in grado di smantellare ogni pezzo dell’attuale sistema di dominio.

Nulla oggi può essere lasciato intentato, nulla deve essere abbandonato al caso. Si buttino a mare gli ideologismi inutili e le formule stantie, è di prassi forte e teoria laica che abbiamo bisogno. Dobbiamo necessariamente cogliere, per dirla con Fanon, l’importante nel contingente.
Si prepara oggi uno scenario che forse mai più ci sarà dato di rivivere: in queste intemperie si colga l’occasione di liberare ea menti e la società dalle ragnatele del passato o ci si lasci morire.


  1. Un esempio è il caso della società inglese che, da iperatomizzata, scopre la comunità come ambito di forza http://commonware.org/index.php/neetwork/929-pinte-e-pandemia 

  2. https://www.thestranger.com/slog/2020/03/27/43264462/so-you-want-a-rent-strike  

  3. https://eh.lahaine.org/auzo-elkartasun-sareak-larrialdi-egoeraren  

Share

Sull’epidemia delle emergenze/ Fase 5: i movimenti sociali al tempo della quarantena è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>
L’isola delle madri, di Maria Rosa Cutrufelli https://www.carmillaonline.com/2020/03/31/lisola-delle-madri-di-maria-rosa-cutrufelli/ Tue, 31 Mar 2020 21:00:24 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=59046 Mondadori, Milano 2020, pagg. 234 € 18

di Pierluigi Sullo

A Roma si dice, per indicare qualcosa che è perfettamente adeguato al momento o al luogo, che “è la morte sua”. Certo suona macabro, nei giorni del virus, della auto-reclusione di massa e della paura del contagio. E d’altronde il romanzo di Maria Rosa Cutrufelli racconta una storia, anzi più storie, che ruotano e infine precipitano sulla maternità, questione tanto femminile che un uomo si sente a disagio, quasi un voyeur, e come tale provocato: lo sai o no [...]

<em>L’isola delle madri</em>, di Maria Rosa Cutrufelli è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>

Mondadori, Milano 2020, pagg. 234 € 18

di Pierluigi Sullo

A Roma si dice, per indicare qualcosa che è perfettamente adeguato al momento o al luogo, che “è la morte sua”. Certo suona macabro, nei giorni del virus, della auto-reclusione di massa e della paura del contagio. E d’altronde il romanzo di Maria Rosa Cutrufelli racconta una storia, anzi più storie, che ruotano e infine precipitano sulla maternità, questione tanto femminile che un uomo si sente a disagio, quasi un voyeur, e come tale provocato: lo sai o no che esiste un “luogo” (o una funzione), ancestrale, per te irraggiungibile, che è la radice di tutto?

Perciò la storia del romanzo è attuale, attualissima, purtroppo. Siamo ai tempi del virus, mentre leggiamo. Siamo ai tempi del crollo della natalità, nel racconto. Qualcosa si è spezzato, nella catena genetica umana, nella capacità delle donne, e degli uomini, di procreare. La causa di questa catastrofe, di questa vendetta della natura, è l’assassinio del pianeta da parte dell’umanità. Tutto il romanzo, le singole storie e le vite delle donne coinvolte, in Ucraina e in Africa, in Italia e sull’isola che diventerà la sede di un ultimo, piccolo miracolo (la nascita di Sara), si svolge in un panorama di inquinamento e avvelenamento di acque e aria, di rifiuti tossici e aggressioni di vario genere alla natura e alla stessa umanità. Come la guerra civile a est o la distruzione dell’agricoltura di villaggio nel sud africano; o la pretesa (realmente accaduta, vedi la Monsanto col Glifosato) da parte di una multinazionale che un suo pesticida venga approvato dall’Unione europea, anche se è un omicida dei geni umani.

È lì, in questo mucchio di anti-natura, che la catena della vita si spezza. Ed è per questo che Mariama, la ragazza africana, intraprende per forza il suo viaggio verso nord, durante il quale avrà un bambino naturale che poi morirà di fame. Mariama finirà sull’isola in cui si cerca per via scientifica di aiutare le madri ad avere bambini, in modo diretto o indiretto, cioè con la procreazione assistita o con le madri per procura.

Nel frattempo Kataryna, infermiera ucraina, un figlio lo ha avuto da un ragazzo che finisce ucciso nella guerra civile, e fugge verso l’isola. Mentre Livia, docente italiana, studiosa delle divinità-madri nella storia del Mediterraneo, a sua volta si deciderà a cercare di riempire il “grande vuoto”, che è anche nel suo ventre, andando a sua volta sull’isola per ottenere un figlio dall’utero di un’altra donna.

Infine, il gruppo eterogeneo femminile che mette in comune le sue possibilità genetiche, una l’ovocito, un’altra il ventre, una terza la possibilità di adottare, produrrà Sara, la figlia. E forse questa è una speranza di futuro, anche se tutte le frontiere sono chiuse, proprio come adesso, e la natura, il mare, la vegetazione, sembrano morti in modo irrimediabile.

E’ un libro duro, quello di Maria Rosa, che nella prima metà si legge con fatica. Non perché sia scritto male o perché i personaggi siano sfuggenti, al contrario; perché il lettore deve riuscire ad accettare l’immersione nella nebbia tossica del disastro, della violenza, della povertà e dell’arroganza dell’economia (rappresentata dalla multinazionale dell’agroindustria). Ma quando le donne convergono sull’isola e mettono insieme le loro vite, tutto diventa più confortante, perché c’è un’umanità (femminile) che tenta di reagire.

Finito il libro, mentre ci si chiede se andare a fare la spesa avendo compilato l’apposito permesso, viene il dubbio che quell’isola sia in realtà il mondo intero. Infatti verrebbe la tentazione di vedere L’isola delle madri come un roman philosophique, non fosse per la vivacità delle donne che vi vengono descritte, che non sono solamente la materializzazione di una tesi. Però la figura di Candide torna in mente in modo prepotente. Voltaire, volendo contestare l’equazione risolta da Leibnitz (insieme a Dio), il cui risultato era “viviamo nel migliore dei mondi possibile”, mette in scena un ingenuo, Candide, che precipita in infinite disgrazie mentre si ripete che sì, è il migliore dei mondi, questo. Finché non si trova a Lisbona quando un terremoto terrificante sbriciola la città. Sopravvive a stento, il personaggio di Voltaire, e la sua morale finale è: “Dobbiamo coltivare il nostro giardino”. Affermazione su cui si è discusso molto: è egoista? Ma supponiamo che “il giardino” sia il mondo, anzi, di più, che “il giardino” sia l’utero delle donne, la fonte della vita. Allora la morale di Voltaire forse vorrà dire: coltiviamo il nostro pianeta e la riproduzione delle specie.

Share

<em>L’isola delle madri</em>, di Maria Rosa Cutrufelli è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>
Cari amici e compagni https://www.carmillaonline.com/2020/03/31/cari-amici-e-compagni/ Tue, 31 Mar 2020 00:32:39 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=59042 di Cesare Battisti

Cari amici e compagni,

sono trascorsi quindici mesi dal mio sequestro a Santa Cruz e dalla successiva deportazione coatta a Roma. Da allora mi ritrovo in un regime d’isolamento normalmente riservato, per un massimo di quindici giorni, ai detenuti sottoposti a una procedura punitiva. Non è ovviamente il mio caso, rappresento infatti un accidente inedito nel sistema penitenziario italiano.

Fin qui ho subito passivamente (avevo scelta?) l’abuso di potere per le seguenti ragioni: non avevo informazioni circa i miei diritti previsti nell’Ordinamento Penitenziario; i mesi dedicati alla stesura del [...]

Cari amici e compagni è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>

di Cesare Battisti

Cari amici e compagni,

sono trascorsi quindici mesi dal mio sequestro a Santa Cruz e dalla successiva deportazione coatta a Roma. Da allora mi ritrovo in un regime d’isolamento normalmente riservato, per un massimo di quindici giorni, ai detenuti sottoposti a una procedura punitiva. Non è ovviamente il mio caso, rappresento infatti un accidente inedito nel sistema penitenziario italiano.

Fin qui ho subito passivamente (avevo scelta?) l’abuso di potere per le seguenti ragioni: non avevo informazioni circa i miei diritti previsti nell’Ordinamento Penitenziario; i mesi dedicati alla stesura del mio ultimo romanzo mi hanno aiutato a sopportare la clausura alla quale sono illegalmente costretto. Oggi queste due condizioni hanno cessato di essere. La stesura del libro, scritto con mezzi di fortuna, è terminata. Un anno d’isolamento è stato abbastanza lungo da rivelarmi gli abusi che il ministero ha orchestrato, con l’evidente obiettivo di farmi “marcire in prigione”, così come un ministro di Stato ha pubblicamente promesso a suo tempo.

Il livello massimo è stato attinto due mesi fa, quando mi sono visto rifiutare il sacrosanto diritto della videochiamata con mio figlio di sei anni che vive in Brasile. Un rigetto ministeriale deciso a scapito delle stesse leggi italiane, nonché della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e delle disposizioni europee in materia.

Il massacro mediatico orchestrato dallo Stato sul “caso Cesare Battisti” ha permesso che una drammatica violazione dei diritti umani si producesse impunemente nel seno di una democrazia europea. Ciò è stato possibile solo perché, avendo dalla loro certi media, le autorità responsabili di abusi si sono credute al riparo da eventuali scandali pubblici.

Io so che ci sono, qui e altrove, uomini e donne che non hanno mai accettato le disinformazioni furbescamente veicolate sul supposto “mostro-mito” Cesare Battisti. È a queste persone che rivolgo questo appello, affinché facciano sentire la loro voce contro la brutalità e l’ingiustizia. Con l’obiettivo di allertare lo Stato affinché siano rispettate le leggi nazionali. Senza eccezioni di sorta e per tutta la popolazione detenuta.

Io so che sarà una battaglia difficile, ma è importante agire, aprire una breccia nel muro del silenzio. Altrimenti, quei figuri sostenitori dello Stato delle urgenze avranno via libera per portare a termine i loro loschi piani, sulla mia pelle e su quella, verosimilmente, di migliaia di altri detenuti.

L’isolamento mi obbliga a far valere solo le mie ragioni. Gli argomenti che posso fornire a coloro che la società la vivono e non la subiscono sono solidi:

  1. Mi si costringe all’isolamento abusivo, senza mai contatti con altri detenuti.
  2. Sottomesso a una sorta di regime di punizione permanente, senza alcuna ragione dichiarata, infrangendo leggi e norme stabilite, mi è concessa appena un’ora d’aria, sempre e solo al momento del pranzo, cioè la scelta dell’uno esclude l’altra.
  3. Mi sono negati gli strumenti necessari per svolgere correttamente la mia attività di scrittore, come lo permette la legge che dovrebbe garantire tutti, inclusi gli appartenenti ai circuiti di alta sorveglianza.
  4. Mi si mantiene nel circuito AS2 (per terroristi), quando platealmente non esiste più de facto un pericolo che giustificherebbe una simile misura (c’è ragionevolmente da chiedersi quanti altri versano nella stessa situazione). Quarant’anni di rifugio politico vissuti in assoluta trasparenza, sempre sorvegliato, non sarebbero rivelatori circa un eventuale profilo a rischio?
  5. Mi si mantiene in un’isola, lontano da tutti gli affetti e possibilità di inserimento, in un carcere che gode fama di rigore eccessivo. Ciò con lo scopo di debilitare le resistenze fisiche e psicologiche e ridurre i contatti con l’esterno, date le difficoltà per raggiungermi.
  6. Al colmo della viltà, mi si impedisce addirittura di mantenere il legame paterno con un bimbo di sei anni.

Primo Levi diceva che si abbassa a bestia l’uomo perché l’aguzzino senta meno grave la sua colpa.

Ecco, cari amici e compagni, la situazione che ho sopportato in silenzio durante questi quindici mesi a Oristano. Dico in silenzio, perché al “mostro” creato a uso e consumo delle pubbliche frustrazioni (con tutto il rispetto per le vittime) è proibito anche lamentarsi, pena il risveglio del linciaggio. Ciò anche quando le ingiustizie in questione ledono il rispetto delle famiglie e della società.

Ringrazio tutti, ancora una volta, per la solidarietà. Un abbraccio.

Share

Cari amici e compagni è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>
FAHRENHEIT Covid/19 https://www.carmillaonline.com/2020/03/29/fahrenheit-covid-19/ Sun, 29 Mar 2020 20:00:45 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=58961 di Alessandra Daniele

Oltre 10 mila morti accertati. Più d’un terzo delle vittime globali. Il tragico record italiano della polmonite virale Covid-19 non è una catastrofe naturale, è una strage, che ha dei colpevoli: in primis coloro che hanno avuto responsabilità di governo, sia a livello nazionale che locale, e che in questi decenni hanno tagliato fondi alla Sanità pubblica, chiudendo ospedali, negando attrezzature e presidi indispensabili, eliminando posti letto e posti di lavoro in nome d’una spending review che dà più valore al pareggio di bilancio che al bilancio delle vittime.   E oggi, i padroni che tengono aperti stabilimenti, fabbriche e cantieri [...]

FAHRENHEIT Covid/19 è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>

di Alessandra Daniele

Oltre 10 mila morti accertati. Più d’un terzo delle vittime globali.
Il tragico record italiano della polmonite virale Covid-19 non è una catastrofe naturale, è una strage, che ha dei colpevoli: in primis coloro che hanno avuto responsabilità di governo, sia a livello nazionale che locale, e che in questi decenni hanno tagliato fondi alla Sanità pubblica, chiudendo ospedali, negando attrezzature e presidi indispensabili, eliminando posti letto e posti di lavoro in nome d’una spending review che dà più valore al pareggio di bilancio che al bilancio delle vittime.  
E oggi, i padroni che tengono aperti stabilimenti, fabbriche e cantieri anche in tutto il Nord, lasciando che continuino a diffondere il contagio proprio nell’epicentro del bio-sisma.
Chi gliene chiederà conto, e quando?
Per citare Maurizio Landini, quand’è che la paura della gente diventerà rabbia? E in quale direzione?
Qualche segnale già c’è, come un paio di tentati assalti ai supermercati alimentari, ma sono tutti al Sud, dove il numero di vittime e la conseguente paura del contagio sono ancora molto minori. Nelle zone maggiormente colpite per adesso la pandemia sta ottenendo perlopiù l’effetto contrario.
Dopo l’inevitabile estinzione spontanea delle manifestazioni di piazza, si moltiplicano le ansiose richieste di controllo sociale, sia con mezzi tradizionali come polizia ed esercito, che tecnologici come droni guardiani e app di tracciamento e localizzazione.
Il tricolore sventola sui balconi, i vicini denunciano chi esce di casa senza autorizzazione, lo sciopero è considerato diserzione.
Nessuno strumento repressivo convenzionale sarebbe mai potuto essere così efficace. Covid-19 è il ministro dell’Interno che il sistema stava aspettando.
Un ministro invulnerabile alla satira e alla magistratura.
Un ministro contro il quale non si può manifestare in piazza senza fargli letteralmente un favore.
Un ministro dell’Interno che può vietare qualsiasi assembramento, chiudere scuole e università, sospendere le elezioni sine die, e abolire il diritto di sciopero nei settori “essenziali”, nell’obbedienza della nazione terrorizzata.
La stretta securitaria dei domiciliari di massa, e il lavoro forzato nelle fabbriche-lager stanno funzionando di fatto come due articolazioni interconnesse dello stesso meccanismo a tenaglia, che sbriciola definitivamente la massa in uno sciame di individui isolati, smarriti, autorizzati a uscire di casa soltanto per andare a lavoro o a fare la spesa, se possono.
È l’ultimo stadio del capitalismo totalitario, il tetro capolinea al quale ci ha condotto.
Come droni telecomandati.
Covid-19 è il suo ministro dell’Interno, e dall’interno, e non se lo lascerà scappare facilmente.
È ancora in atto la prima ondata della pandemia, e già si parla di possibile seconda ondata autunnale in stile Spagnola 1918, quando il virus prima assaggiò gli umani uccidendo i più debilitati, per poi tornare con una mutazione più potente a sterminare anche milioni di giovani.
Nei prossimi mesi estivi la tensione potrà allentarsi, come e quanto lo pretenderà l’Economia.
L’emergenza dei Coronavirus – plurale – però non sarà mai davvero finita. L’allarme non rientrerà mai del tutto.
Nelle intenzioni dell’establishment non saranno mai più da considerarsi davvero sicuri nessun assembramento, nessuna manifestazione, nessuno sciopero non autorizzati. Questo è l’unico sistema che gli è rimasto per cercare di evitare le prevedibili rivolte sociali conseguenti alla recessione mondiale, che era già cominciata prima dello scoppio della pandemia, e far pagare il conto della crisi ancora una volta ai lavoratori.
Ci sarà sempre questo, o un altro Coronavirus dormiente in agguato. L’establishment terrà questa spada di Damocle appesa sulle nostre teste per tutto il tempo che potrà.
La democrazia è morta, uccisa da una brutta polmonite. D’altronde era già molto debilitata.

Share

FAHRENHEIT Covid/19 è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>
ESCLUSIVO La casalinga di Voghera si commuove per Alberto Arbasino. Le condoglianze di un paese senza https://www.carmillaonline.com/2020/03/28/esclusivo-la-casalinga-di-voghera-si-commuove-per-alberto-arbasino-le-condoglianze-di-un-paese-senza/ Sat, 28 Mar 2020 22:01:16 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=58965 Intervista a cura di Luca Baiada

Dicono che parlava di me, lo so, ma creda, mi dispiace. Io non ce l’ho mica contro gli scrittori e gli autori, e tutte queste persone che anzi, ci fanno del bene perché ci insegnano delle cose anche a noi ignoranti che poi si sa, magari è perché non abbiamo studiato. Ma guardi che anche al catechismo ho imparato tante cose, e poi scusi, questi scrittori cosa ci stanno a fare se non fanno un po’ di bene anche agli altri?

No, di lui non ho [...]

ESCLUSIVO La casalinga di Voghera si commuove per Alberto Arbasino. Le condoglianze di un paese senza è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>

Intervista a cura di Luca Baiada

Dicono che parlava di me, lo so, ma creda, mi dispiace. Io non ce l’ho mica contro gli scrittori e gli autori, e tutte queste persone che anzi, ci fanno del bene perché ci insegnano delle cose anche a noi ignoranti che poi si sa, magari è perché non abbiamo studiato. Ma guardi che anche al catechismo ho imparato tante cose, e poi scusi, questi scrittori cosa ci stanno a fare se non fanno un po’ di bene anche agli altri?

No, di lui non ho letto niente, e poi cosa vuole, coi mestieri in casa tutti i giorni, tieni in ordine, il marito i figli il cane, una tempo di leggere proprio non lo trova. E certi romanzi sono così difficili, dice. Dal parrucchiere? Guardi, sono anni che li faccio in casa, dal parrucchiere solo quando proprio c’è una cosa che non si può fare a meno; al matrimonio di mia nipote, che vuole, a Stradella si conoscono tutti, una mica può fare brutta figura. Che poi stanno tutti a fotografare e le foto se le guardano dopo; è colpa mia se fanno i ritratti italiani?

Sì, che ha preso dei premi di scrivere e di libri l’ho saputo, e anche che viaggiava. Ho anche visto la faccia in televisione, e aveva una faccia simpatica, direi, come furbetta. Ecco, sì, uno che ha la faccia furbetta. Uno di quelli che quando dai l’aspirapolvere alzano i piedi un attimo prima che passi, ma dalla sedia non si alzano. Però anche gentile, ecco: secondo me, uno di quelli che quando dai la cera, le pattine se le mettono senza fare tante storie come mio marito, che ogni volta fa uffa.

A proposito, ma la moglie? Beh, ho sentito dire certe cose, sarà vero? Ora, dai, si po’ fare un po’ di tutto, il mondo anche cambia. Vedere, secondo me non si vedeva, ma che gli piaceva quella cosa lì, dai. Però in quel mondo di quelli lì che contano, che sono famosi, dice che va di moda, e a me questo mi fa anche un po’ ridere. Sono cose che si vedono anche in giro, però.
Era di qui, certo, ma io non l’ho mai conosciuto. Sì, sì, conosco gente, anche al supermercato ci salutiamo con tutti, e in chiesa e al cimitero. Il resto, le ho detto, ho tanto da fare. Non ho mica tempo per stare allo specchio delle mie brame, io, sa?

Però non ho capito perché parlava proprio di me, certe volte mi sembrava come che ce l’aveva su con me, no? E questo non lo so, non lo capisco. Sì, non è come le città grandi, qui. Lui andava in America, a Parigi, a Venezia. Lo sa che ho una gondolina di Venezia sul comò? col bambolotto vestito da gondoliere! Ci sono stata nel sessantatré, piccolina, in gita scolastica con le suore, che c’ho anche la foto di gruppo, ce lo scrisse sotto la mia povera mamma: gruppo 63.

Poi una cosa non capisco, me la spieghi lei: ma di me, parlava proprio male, oppure bene? No perché questa è una cittadina piccola ma si sta bene sa? C’è la piazza che mettono i tavolini fuori d’estate, c’è la stazione comoda per andare dove vuoi, e una bella campagna con la frutta, ciliegie pesche anche more, e mio fratello ha le galline. Sta fuori, a Volpedo, che poi lì una volta c’era un pittore famoso ma famoso, che ora il nome scusi non mi viene, che ha fatto un quadro con tanta gente del paese dentro, che viene gente anche da fuori per vedere il paese, che ci vengono magnifiche rose. Ci vada, ci può fare le piccole vacanze.

Qui alle volte, in centro, detto fra noi, è un po’ scomodo camminare, il pavé è coi sassi, non sono mica più una ragazzina, sa? Li porto bene? Via, non mi faccia i complimenti, che mi fa arrossire. Ma lei lo sa il mio mal di schiena? Alla mia età non si cammina più tanto bene, ma ora non porto più i tacchi. E neanche la vita bassa. Qui mi conoscono, non sono mica un’anonima lombarda.
Se scriveva le poesie faceva bene, che c’è tanto bisogno, e anch’io le ho imparate a scuola, e fa piacere se uno di noi poi lo imparano a scuola dopo, no? Mica come quelli là per strada, che fanno il rap.

No, venire a trovarmi non l’ha mai fatto, e questo mi è dispiaciuto, gli avrei offerto un caffè, un amaro, un rabarbaro. Magari un cordiale. Beh, mi avrebbe messo un po’ soggezione, una persona famosa, che conosce tanta gente importante e che parla bene. Il salottino è piccolo, ma tengo sempre tutto in ordine, sa? E poi sono sicura che con quella faccetta simpatica andavamo d’accordo, anche a me piace la televisione. Quando cantano Fratelli d’Italia mi commuovo, dice che anche lui gli piaceva tanto, Fratelli d’Italia, però non gliel’ho mai sentito cantare. Sarebbe stato carino, eh? Meraviglioso, anzi. Se ci penso, mi commuovo anche adesso.
Se ho mandato io lettere ai giornali? Via non mi faccia queste domande, le pare il caso. Se io adesso le chiedo qualcosa sui bigodini, lei cambia discorso, no?

Che sia morto mi dispiace, e poi proprio ora, mentre c’è il virus che ne muoiono tanti e bisogna stare a casa. Anzi lei, come ha fatto a venire fino qui? Si vede che le hanno fatto il permesso, è morto uno famoso, si capisce. Questa cosa dei permessi, dico io. Dice che un giovanotto c’ha scritto sopra esco per amore, poverino, l’hanno denunciato. Ma dica lei, che è un uomo: ma è vero che le ragazze con la mascherina e sopra gli occhi belli fanno un certo effetto? dice quasi, no, insomma via, che ha capito. E poi proprio ora! Io me la sento addosso, la primavera.

E scusi eh, se non la faccio entrare, ma di questi tempi, con l’infezione e tutte queste cose in giro. Però mi fa piacere, che sia venuto a farmi queste domande. Ma lo sa che in tanti anni nessuno a me mi ha chiesto niente? Ma neanche io mi sono fatta sentire, si sa, con tutto lo stiro e la lavatrice che a volte si rompe. Il frigo l’abbiamo cambiato l’anno scorso, il microonde lo uso poco perché prende tutto un sapore cattivo, ma la padella antiaderente quella sì, e viene proprio bene. La mia foto sul giornale non la voglio, e poi oggi mi sento i capelli in disordine. Ah, però una cosa: non so se qualche anno fa avrei accettato questa intervista, oggi sono orgogliosa di farla.

E lo scriva, eh, lo scriva, che anche lei è proprio bravo, a fare del bene, a ricordarsi di lui, di me, insomma con tutto il cuore mi saluti tutti e dica che mi ricordo tutto sempre, con tanto amore.

Share

ESCLUSIVO La casalinga di Voghera si commuove per Alberto Arbasino. Le condoglianze di un paese senza è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>