Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Wed, 18 May 2022 20:00:48 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.20 Il nuovo disordine mondiale / 15: Follow the money! https://www.carmillaonline.com/2022/05/18/il-nuovo-disordine-mondiale-15-follow-the-money/ Wed, 18 May 2022 20:00:48 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=72027 di Sandro Moiso

Il nemico non è, no non è oltre la tua frontiera; il nemico non è, no non è al di là della tua trincea (Il monumento – Enzo Jannacci, 1975)

Nonostante la versione patinata di stile hollywoodiano della guerra fornita dalla propaganda occidentale, che continua a parlare di vittoria di Kiev e della NATO, ballando una sguaiata rumba sia sulla pelle dell’orso russo (non ancora acquisita, però, come trofeo) che su quella delle vittime civili e militari di entrambi i fronti in guerra, i fatti degli ultimi giorni, [...]

Il nuovo disordine mondiale / 15: Follow the money! è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>

di Sandro Moiso

Il nemico non è, no non è
oltre la tua frontiera;
il nemico non è, no non è
al di là della tua trincea

(Il monumento – Enzo Jannacci, 1975)

Nonostante la versione patinata di stile hollywoodiano della guerra fornita dalla propaganda occidentale, che continua a parlare di vittoria di Kiev e della NATO, ballando una sguaiata rumba sia sulla pelle dell’orso russo (non ancora acquisita, però, come trofeo) che su quella delle vittime civili e militari di entrambi i fronti in guerra, i fatti degli ultimi giorni, se non delle ultime ore, rivelano uno scenario ben diverso da quello così superficialmente descritto. Soprattutto per quanto riguarda le alleanze economiche, politiche e militari che gravitano intorno agli Stati Uniti e all’Europa e che vanno man mano disfacendosi lungo i confini orientali di quest’ultima,

Un’immagine che potrebbe riassumere per tutte lo stato delle cose sul campo è quella della parziale resa e ritirata dall’acciaieria Azovstal di Mariupol dei buona parte dei difensori.
Simbolo dell’”eroismo” e della “resistenza” ucraina1 nel corso dei primi 82 giorni di una guerra destinata a durare ed allargarsi negli anni a venire, paradossalmente, è stato anche il primo contingente militare ucraino ad entrare, seppur parzialmente, in conflitto con Zelensky e il suo governo, proprio per il tentativo di quest’ultimo, molto simile a quello di Hitler con le truppe tedesche assediate a Stalingerado nell’inverno tra il 1942 e il 1943, di elevare i militari ad eroi destinati al martirio senza tentare di far alcunché, nemmeno sul piano delle trattative per cercare di salvarne almeno un certo numero.

Per cui, nonostante le ultime dichiarazioni rilasciate dal comandante del battaglione Azov, Denis Prokopenko, riferentisi alla necessità di obbedire agli ordini del comando supremo, e le divisioni intercorse tra gli stessi soldati sulla resa o meno, appare evidente che in realtà la trattativa per la resa e l’evacuazione dei feriti sia iniziata sul campo e in seguito alle proteste dei famigliari dei soldati del battaglione e dei marines ucraini ancora lì asserragliati, represse e disperse a Kiev nelle settimane precedenti, prima che a livello governativo e diplomatico.

Ora Zelenky deve far buon viso a cattivo gioco, ma è evidente che la completa soppressione dei combattenti del battaglione avrebbe permesso al governo ucraino di ottenere due piccioni con una fava ovvero trasformare i militari in eroici “martiri della Patria” e allo stesso tempo liberarsi dell’ingombrante bagaglio rappresentato, agli occhi dell’Europa più restia all’intervento, da una formazione militare ispirantesi all’iconografia e all’ideologia nazista.

Anche se tale resa è stata accompagnata dalle fotografie di unità ucraine giunte in qualche punto non meglio precisato del confine con la Russia, è chiaro che la situazione militare sul campo più che di stallo è ancora di lento ma progressivo avanzamento delle forze russe.
L’uso massiccio dell’artiglieria2 e le lente e costose, in termini di vite umane, avanzate delle fanterie, contraddistinguono da sempre, o almeno dalle campagne anti-napoleoniche in poi, le tattiche dell’esercito russo, imperiale un tempo poi staliniano e oggi putiniano.

Tattiche che in un momento in cui, come rilevano molti osservatori militari occidentali, la guerra si sta nuovamente trasformando in una guerra di trincea3, come quella del primo conflitto mondiale e del secondo sul fronte orientale, tornano a far pesare una tradizione militare che più che sulla velocità di azione conta sul territorio conquistato e solidamente fortificato per essere mantenuto nel tempo.
Mentre, al contrario, la guerra condotta con i droni danneggia gravemente il nemico, come le perdite russe in uomini e mezzi dimostrano, ma non permette di occupare o rioccupare saldamente i territori .

E’, in fin dei conti, il solito vecchio problema dei boots on the ground (scarponi sul terreno), che assilla soprattutto le forze armate USA successivamente alla guerra in Vietnam, il cui numero di vittime americane (70.000 morti e diverse centinaia di migliaia di soldati feriti o profondamente scossi sul piano psicologico) non potrebbe più essere sopportato dall’opinione pubblica di un paese sempre più diviso e impoverito. Lo stesso che, solo per fare un esempio, spinse il presidente Bill Clinton ad abbandonare la missione Restore Hope in Somalia, nel 1993, dopo poco più di due decine di caduti nella battaglia di Mogadiscio4.

Come ha affermato l’ex-generale Fabio Mini, sulle pagine del «Fatto Quotidiano»:

Ci viene detto che le forze russe sono state respinte a Kharkiv e la città è “liberata”. Non era mai stata occupata dai russi, bombardata sì ma occupata no. Come a Kiev, i carri armati russi se ne sono andati a fare altro e le forze ucraine in città sono rimaste esattamente dov’erano […] Sempre che Kharkiv sia un obiettivo che i russi vogliano veramente acquisire. E’ certamente un centro nevralgico delle comunicazioni tra Russia e Ucraina ed è una regione di confine parzialmente occupata dai russi fino a Izyum, dove da settimane risiede uno dei bracci della morsa sull’area di Kramatorsk […] Cosa facciano le forze armate ucraine in quest’area non è chiaro. Da un lato dichiarano che si riprenderanno anche la Crimea già annessa alla federazione russa, dall’altro si dedicano a lanci sporadici di missili sugli obiettivi navali individuati daglli americani (del Pentagono o della Raytheon) e all’uso maniacale delle sirene d’allarme aereo, come in tutto il resto del territorio ucraino. Una misura che ormai sembra più rivolta al controllo interno della popolazione attraverso la paura che protettiva […] La situazione tattica è quindi rallentata, ma non è di stallo e chi auspica una interruzione dei combattimenti o la loro escalation “una volta per tutte” dovrà pazientare5.

Se sul campo la situazione è quanto meno di stallo, non evolve certo in direzione favorevole all’Occidente, alla Nato e agli Usa neppure quella diplomatica e internazionale.
Basti pensare alla durissima presa di posizione di Erdogan e della Turchia rispetto all’ingresso nell’Alleanza Atlantica di Finlandia e Svezia. Con tale mossa il sultano di Istanbul opera sui tre fonti che lo vedono impegnato al rilancio di un nuovo impero ottomano: non allontanarsi troppo da Putin, favorendone le mosse senza rafforzarlo troppo; colpire sempre più duramente i curdi del Rojava per ottenere il controllo definitivo di buona parte della Siria e far pesare il ruolo politico, diplomatico e militare di un paese che è la seconda potenza militare della Nato dopo gli USA6.

Per autoritaria e reazionaria che sia la figura del capo di Stato turco, è evidente che, come si dice da tempo su queste pagine, la crescita esponenziale del ruolo della Turchia nel quadrante mediorientale e nordafricano e, in un futuro neppur troppo lontano, centro-asiatico rivela uno degli aspetti importanti di quel nuovo disordine mondiale, causato dalle disordinate e ingovernabili politiche di globalizzazione volute e dirette da Washington, che sta alla base del conflitto in corso.

Uno dei tanti aspetti da sempre poco sottolineati dai media mainstream e dai funzionari del capitalismo liberal e falsamente democratico, che avrebbe fatto dire a Fabrizio De Andrè: anche se non ve ne siete accorti, siete lo stesso coinvolti. Con buona pace di tutte le anime belle che ancora si interrogano se davvero sia già in corso una guerra tra Nato, Russia e, andrebbe ancora detto, tutti gli altri.

Una guerra che se da un lato rivela il sogno neo-imperiale di Putin, dall’altra vede gli USA cercare di ottenere diversi risultati, non tutti solo a scapito della Russia o della Cina, ma anche degli “alleati europei”. Una imposizione di politiche economiche e militari devastanti per l’economia delle principali nazioni europee, cui evidentemente Francia e Germania cercano di opporsi, seppure ancora con guanti di velluto.

Una politica che cerca di sostituire petrolio e gas russi con quelli estratti negli o dagli Stati Uniti, molto più costosi, nel tentativo di creare un’ulteriore dipendenza economica e strategica dell’Europa Unita in chiave americana. Scelta che sta frantumando non solo il fronte europeo, ma anche quello delle sanzioni e che in data 16 maggio ha visto, al momento dell’insediamento del nuovo governo Orban in Ungheria, una autentica, anche se interessata alla possibilità di ottenere una maggiore assegnazione di fondi (dai 2 miliardi di euro ai 15 richiesti), dichiarazione di alterità rispetto alle politiche e alle sanzioni messe in atto della UE, soprattutto nel settore delle importazioni di petrolio dalla Russia.

Occorre notare poi ancora come queste scelte politiche ed economiche già dividono l’Europa dei 27 tra Est e Ovest forse in maniera ancora maggiore che ai tempi della Guerra Fredda e della Cortina di Ferro, poiché penetrano in profondità negli interessi dei singoli paesi, frantumandone la coesione sociale e politica non soltanto, o almeno non ancora, sul piano della lotta di classe, ma soprattutto su quello degli interessi delle varie branche e settori produttivi oppure politico-elettoralistici.

Come, nell’italietta da sempre giolittiana, dimostrano gli altalenanti e preoccupati giudizi di una parte dei rappresentanti dell’industria7 e i mal di pancia elettorali di Conte, Salvini, Giorgetti e Berlusconi. Che hanno portato il 16 maggio alla mancanza, per ben tre volte, del numero legale in aula per l’approvazione del Dl Ucraina bis8.

E’ un’Europa che si sfalda in maniera evidente sotto gli occhi di tutti, al di là delle vuote frasi di principio di Ursula von der Leyen, Sergio Matterella, Enrico Letta o di qualunque altro illusionista di un’unità che, se c’è mai stata, oggi è sempre meno viva ed efficace. Sfaldatura e sbriciolamento che non può fare a meno di riflettersi pesantemente sull’euro, ovvero la moneta che avrebbe dovuto garantire l’unità politico-economica europea stessa e la sua indipendenza rispetto al “re dollaro”.
Re, quest’ultimo, la cui autorità viene oggi severamente messa in discussione non tanto da un euro esangue e sconfitto su tutti i piani, ma dalle stesse sanzioni che avrebbero dovuto indebolire gli avversari e rafforzare il ruolo degli USA e della loro moneta.

Se, infatti, nell’analisi della guerra fosse più frequentemente adottata una concezione materialistica accompagnata da un saldo riferimento all’inevitabile scontro tra le classi da un lato e a quello tra le nazioni e gli imperi dall’altro, più che porre l’attenzione su inutili disquisizioni sui diritti liberali o il diritto alla resistenza degli Stati, si coglierebbe tra gli elementi che hanno contribuito a scatenare il conflitto, con il suo corollario di morte e distruzione, quello dello scontro di carattere monetario ovvero dettato dalle necessità non soltanto di ordine geopolitico ed egemonico dal punto di vista militare, ma anche da quella di dar vita ad un nuovo ordine multipolare monetario destinato a sopravanzare e sostituire quello sorto a Bretton Woods nel 1944.

Con gli accordi siglati nella località statunitense, per la prima volta nella storia, si erano stabilite delle regole internazionali per i commerci e i rapporti finanziari fra le principali potenze economiche mondiali. Gli USA, che meno di dodici mesi dopo sarebbero usciti come assoluti vincitori dal conflitto mondiale, imposero al resto del mondo la loro valuta, il dollaro.
Venne infatti stabilito che il dollaro diventasse la valuta di riferimento per i commerci mondiali. Grazie a quegli accordi gli Stati Uniti imposero il dollaro, che era dipendente dalle decisioni prese dalla Federal Reserve e dal dipartimento del Tesoro Usa, al resto del mondo.

E’ chiaro che tale situazione, che favoriva l’utilizzo del dollaro per tutte le principali transazioni finanziarie internazionali riguardanti sia il mercato azionario che quello dei beni e delle materie prime, avrebbe nel tempo suscitato rivalità e tentativi di scalzare una supremazia della moneta americana che, contemporaneamente, favoriva sia una facilitazione per le transazioni economiche che il predominio degli USA sul mercato mondiale. Principalmente finanziario, ma non solo.

Prima dell’avvento dell’euro che, nel corso dei venti anni dalla sua adozione, si era ritagliato una quota del 20%, la percentuale degli scambi in dollari era ancora più alta, con lo yen giapponese, la sterlina inglese e il marco tedesco a giocare il ruolo di debolissimi comprimari. La nascita dello stesso aveva eliminato un concorrente nazionale, il marco tedesco, e fortemente ridimensionato il ruolo delle altre due monete.

Così, in realtà tale contrasto tra il dollaro e le altre valute scorre sotto gli occhi degli spettatori distratti da diversi anni a questa parte, almeno fin dall’entrata in vigore dell’euro. Valuta che fu creata, ancor prima che per unire monetariamente l’Europa, proprio per dare all’economia europea una moneta comune in grado di scalzare il potere del dollaro sul mercato mondiale. Motivo per cui, però, tardando ad affermarsi come moneta di scambio e di riserva, pari o di poco inferiore al ruolo svolto dalla moneta americana, ha per un certo periodo contribuito al mantenimento del ruolo centrale svolto da quest’ultima.

Non a caso, solo per fare un esempio, agli occhi americani si rivelò particolarmente perniciosa la proposta di Saddam Hussein di accettare il pagamento in euro del petrolio iracheno. Motivo che rese l’ex-alleato inviso agli Stati Uniti ben più delle sue presunte frequentazioni terroristiche e delle sue mai trovate armi di distruzione di massa.

La finanza, la weaponizing finance, è diventata così un’arma che al momento attuale sono principalmente gli Stati Uniti a voler utilizzare, contando sullo strapotere del dollaro nel sistema monetario internazionale. Applicata alla Russia, nel breve periodo e fino ad ora, non ha però ottenuto l’effetto devastante che ci si aspettava, anzi, come vedremo tra poco, ha danneggiato più i suoi utilizzatori, in termini di inflazione, aumento del valore delle materie prime e beni di prima necessità come il grano. Iniziando già a contribuire sia ad uno sviluppo delle contraddizioni tra le classi, come in Sri Lanka e Tunisia, sia tra gli interessi degli Stati presunti alleati, come l’impossibile accordo sul tetto al costo del petrolio e del gas e la posizione di diversi stati europei sulle sanzioni alla Russia cominciano a dimostrare ben al di là della semplice sfera economica.

Se per alcuni anni l’indebolimento dell’euro rispetto al dollaro è stato sfruttato in maniera concorrenziale dall’industria europea per favorire le proprie esportazioni, oggi con il cambio euro-dollaro giunto a 1,04 rispetto a quello di 1,20 di un anno fa o a quello di 1,45 di circa dieci/dodici anni fa, inizia a preoccupare seriamente gli investitori che prevedono che nel giro di qualche mese il ribasso potrebbe giungere ad una quasi parità tra moneta unica e dollaro (1,02 circa).

In altre parole, poco importa se l’inflazione nell’Eurozona sia schizzata al 7,5% in aprile, record storico da quando esiste l’euro. L’istituto non riesce ad alzare i tassi, perché teme che ciò provochi un innalzamento del costo del debito insostenibile per paesi come l’Italia. D’altra parte, la guerra in Ucraina sta colpendo direttamente il Vecchio Continente e per il momento non l’America. Dunque, la Federal Reserve sta alzando i tassi d’interesse e continuerà a farlo a passo veloce nei prossimi mesi per battere l’inflazione. La BCE ritiene di non poterselo permettere.
Per questo il cambio euro-dollaro sarebbe destinato a restare debole e a contrarsi maggiormente nei prossimi mesi. L’Eurozona rischia di entrare in recessione, per cui la BCE tentennerà sul rialzo dei tassi. Nel frattempo, la FED sarà pressata per battere l’inflazione, anche perché questo è diventato il capitolo più spinoso per l’economia americana prima delle elezioni di metà mandato a novembre. L’amministrazione Biden non può permettersi i lusso di lasciar correre ulteriormente i prezzi al consumo, altrimenti rischia una batosta storica in occasione del rinnovo del Congresso9.

Però il processo inflattivo acceleratosi a partire dall’inizio del conflitto ucraino ha fatto sì che la debolezza dell’euro si accompagnasse alla crescita dei prezzi del petrolio. Un anno fa, il Brent sui mercati internazionali era quotato meno di 68 dollari al barile. Allora, poi, il cambio euro-dollaro era di circa 1,21. E così un barile costava 56 euro. Ora le quotazioni salite, in aprile, sopra i 104 dollari e con il cambio euro-dollaro sceso a 1,06, un barile costa sui 98 euro, il 75% in più su base annua. Con tutte le conseguenze che si possono facilmente immaginare sia a livello di consumi privati, deprezzamento delle retribuzioni dei lavoratori e aumento generale del costo della vita accompagnato, in un prossimo futuro, da pesanti perdite, chiusure e licenziamenti in diversi settori industriali.

Ma fin qui ci porremmo ancora e soltanto sul piano dei conti della serva o di un ragionier alla Mario Draghi, poiché la weaponizing finance ha ottenuto anche ben altri risultati sul piano monetario.

Alla fine di gennaio, la Russia deteneva riserve in valuta estera per un valore di 469 miliardi di dollari. Questo tesoro è nato dalla prudenza insegnata dal suo default del 1998 e, sperava Vladimir Putin, anche una garanzia della sua indipendenza finanziaria. Ma, quando è iniziata la sua “operazione militare speciale” in Ucraina, ha appreso che più della metà delle sue riserve erano congelate. Le valute dei suoi nemici hanno cessato di essere denaro utilizzabile. Questa azione non è significativa solo per la Russia. Una demonetizzazione mirata delle valute più globalizzate del mondo ha grandi implicazioni […] Un denaro globale – uno su cui le persone fanno affidamento nelle loro transazioni transfrontaliere e nelle decisioni di investimento – è un bene pubblico globale. Ma i fornitori di quel bene pubblico sono i governi nazionali. Anche sotto il vecchio gold exchange standard, era così. […] Nel terzo trimestre del 2021, il 59% delle riserve globali in valuta estera era denominato in dollari, un altro 20% in euro, il 6% in yen e il 5% in sterline. Il renminbi cinese costituiva ancora meno del 3% delle riserve globali. Oggi, i fondi globali sono emessi dagli Stati Uniti e dai loro alleati, compresi quelli piccoli. Questo non è il risultato di una trama. I fondi utili sono quelli delle economie aperte con mercati finanziari liquidi, stabilità monetaria e stato di diritto. Eppure l’armamento di quelle valute e dei sistemi finanziari che le gestiscono mina quelle proprietà per qualsiasi detentore che teme di essere preso di mira. Le sanzioni contro la banca centrale russa sono uno shock. Chi, si chiedono i governi, sarà il prossimo? Cosa significa per la nostra sovranità? Si può obiettare alle azioni dell’Occidente per motivi strettamente economici: l’armamento delle valute frammenterà l’economia mondiale e la renderà meno efficiente. Questo, si potrebbe rispondere, è vero, ma sempre più irrilevante in un mondo di gravi tensioni internazionali. Sì, è un’altra forza per la deglobalizzazione, ma molti si chiederanno “e allora?”. Un’obiezione più preoccupante per i politici occidentali è che l’uso di queste armi potrebbe danneggiarli. Il resto del mondo non si affretterà a trovare modi per effettuare transazioni e immagazzinare valore che aggira le valute e i mercati finanziari degli Stati Uniti e dei loro alleati? Non è questo che la Cina sta cercando di fare in questo momento? Lo è. In linea di principio, si potrebbero immaginare quattro sostituti delle odierne valute nazionali globalizzate: valute private (come bitcoin); moneta merce (come l’oro); una valuta globale (come i diritti speciali di prelievo del FMI); o un’altra valuta nazionale, più ovviamente quella cinese10.

Ma un opuscolo recente di Graham Allison, dell’Università di Harvard, su The Great Economic Rivalry conclude che la Cina è già un formidabile concorrente degli Stati Uniti. La storia suggerisce che la valuta di un’economia delle sue dimensioni, sofisticazione e integrazione diventerebbe un denaro globale. Finora, tuttavia, questo non è accaduto. Questo perché il sistema finanziario cinese è relativamente poco sviluppato, la sua valuta non è completamente convertibile e il paese manca di un vero stato di diritto. La Cina è molto lontana dal fornire ciò che la sterlina e il dollaro hanno fornito nel loro periodo di massimo splendore. Mentre i detentori del dollaro e di altre importanti valute occidentali potrebbero temere sanzioni, devono sicuramente essere consapevoli di ciò che il governo cinese potrebbe fare loro, se lo scontentassero. Altrettanto importante, lo stato cinese sa che una valuta internazionalizzata richiede mercati finanziari aperti, ma ciò indebolirebbe radicalmente il suo controllo sull’economia e sulla società cinese. Questa mancanza di un’alternativa veramente credibile suggerisce che il dollaro rimarrà la valuta dominante del mondo. Eppure c’è un argomento contro questa visione compiacente, esposta in Digital Currencies, un opuscolo stimolante della Hoover Institution. In sostanza, questo è che il sistema di pagamento interbancario transfrontaliero cinese (Cips – un’alternativa al sistema Swift) e la valuta digitale (l’e-CNY) potrebbero diventare un sistema di pagamento dominante e una valuta veicolo, rispettivamente, per il commercio tra la Cina e i suoi numerosi partner commerciali. A lungo termine, l’e-CNY potrebbe anche diventare una valuta di riserva significativa. Inoltre, sostiene l’opuscolo, ciò darebbe allo stato cinese una conoscenza dettagliata delle transazioni di ogni entità all’interno del suo sistema. Sarebbe un’ulteriore fonte di potere. Oggi, il dominio schiacciante degli Stati Uniti e dei loro alleati nella finanza globale […] conferisce alle loro valute una posizione dominante. Oggi non esiste un’alternativa credibile per la maggior parte delle funzioni monetarie globali. Oggi, è probabile che l’alta inflazione sia una minaccia maggiore per la fiducia nel dollaro rispetto alla sua militarizzazione contro gli stati canaglia. A lungo termine, tuttavia, la Cina potrebbe essere in grado di creare un giardino recintato per l’uso della sua valuta da parte di coloro che le sono più vicini. Anche così, coloro che desiderano effettuare transazioni con i paesi occidentali avranno ancora bisogno di valute occidentali. Ciò che potrebbe emergere sono due sistemi monetari – uno occidentale e uno cinese – che operano in modi diversi e si sovrappongono a disagio. Come per altri aspetti, il futuro promette non tanto un nuovo ordine globale costruito intorno alla Cina quanto più disordine. Gli storici futuri potrebbero vedere le sanzioni di oggi come un altro passo in quella direzione11.

Non soltanto le sanzioni nei confronti della Russia possono dunque contribuire allo sviluppo di un autentico avversario valutario con la crescita della Cina e del suo peso finanziario, oggi non ancora pari a quello produttivo, ma hanno già contribuito ad un rafforzamento dello stesso rublo che, dall’inizio della guerra, non soltanto ha raggiunto, nei confronti del dollaro, un valore di scambio precedentemente mai conseguito12, ma si è di fatto anche imposto come moneta per le transazioni riguardanti l’acquisto di petrolio e gas da parte dei paesi occidentali13.

Nonostante i balletti e le recite a soggetto messe in atto formalmente da Bruxelles, è chiaro e sotto gli occhi di tutti che, al momento attuale, i paesi europei, Germania e Italia in testa ma anche Austria, Ungheria e altri, non possono fare a meno del petrolio e del gas russo (che solo per l’Italia costituisce il 38% delle importazioni energetiche) e che per tali motivi sono disposti a pagare in rubli, pur facendo finta di niente. Oppure ricorrendo all’escamotage proposto loro dal governo russo e dal colosso Gazprom di poter indifferentemente accedere a due conti del gigante russo del gas, uno in rubli e uno in euro/dollari poi riconvertibili in rubli dalla stessa Gazprom.

Insomma dopo giorni e settimane e mesi di discussioni su sanzioni e pagamenti, alla fine ad uscirne rafforzata è stata la Russia che per la prima volta può ottenere il pagamento delle sue materie prime in rubli, prima ancora che in dollari. Se questa la si vuol chiamare sconfitta lo si faccia pure, magari in omaggio all’Eurovision Song Contest e alla società dello spettacolo che in tal modo vuole farci intendere il mondo, ma perché allora in un recente editoriale il direttore della «Stampa» si è dimostrato così preoccupato da scrivere quanto segue:

L’euro ha forgiato un nucleo duro di paesi. L’Unione monetaria ci ha illuso di poter far da traino a tutto il resto, dalla difesa al Welfare. E di poter diventare , addirittura, valuta di riserva su scala globale. Oggi naufraga anche quella illusione sotto i colpi dei missili Kalibr e delle bombe al fosforo di Mosca. C’è un altro conflitto che non stiamo vedendo […] è la guerra per l’egemonia valutaria, che potrebbe spazzar via il poco che resta del pur già instabile “ordine finanziario” nato dagli accordi di Bretton Woods del luglio del ’44, quando il mondo incoronò Re Dollaro come moneta di riferimento dei commerci internazionali […] Oggi quel Regno, già periclitante, è insidiato dagli stravolgimenti geo-politici innestati dalla guerra santa di Putin. E l’America, che attraverso il dollaro controlla il 90% degli scambi globali e il 59% delle riserve delle banche centrali del mondo, combatte a distanza al fianco di Zelensky anche per difendere il so trono valutario.
[…] Per togliere ossigeno allo Zar e al suo esercito, Washington e Bruxelles hanno varato sanzioni che hanno colpito finora 5.500 obiettivi russi […] Putin ha risposto imponendo l’obbligo del pagamento in rubli su tutte le forniture di gas e petrolio. USA e UE, dopo un secco rifiuto iniziale, stanno gradualmente cedendo al ricatto […] Questa escalation sancisce già l’inizio della fine di un sistema monetario “aperto”. L’uso massiccio ed esteso delle sanzioni è un formidabile dissuasore non solo politico, ma anche finanziario e commerciale […] Ma ora il fenomeno si sta allargando ed elevando a sistema. Ma proprio perché elevate a sistema, le sanzioni contribuiscono a minare la fiducia nel dollaro e spingono a cercare soluzioni valutarie alternative o parallele. Sta già succedendo. La Cina ha avviato trattative con l’Arabia Saudita, per convincere Riad ad accettare renmimbi al posto dei dollari nel pagamento delle forniture petrolifere. Pechino ha anche avviato lo sviluppo dello “e-yuan”, la sua moneta digitale, e del “China Interbank Payment System”, piattaforma autonoma per i pagamenti internazionali, con l’obiettivo di staccarsi il prima possibile dal crcuito occidentale Swift. A Erevan, a metà marzo, si è svolto il meeting “Nuova fase della cooperazione monetaria e finanziaria tral’Unione Economica Euroasiatica e la Repubblica Popolare Cinese” […] L’idea di Eurasia è esattamente questa: costruire un sistema monetario e finanziario internazionale “post-americano” […] Secondo Mosca e il cartello euro-asiatico il congelamento delleriserve valutarie russe nei conti di deposito delle banche centrali occidentali , da parte degli Stati Uniti, dell’UE e del Regno Unito, ha incrinato lo status del dollaro, dell’euro e della sterlina come valute di riserva globale. Ed è questo che impone un’accelerazione verso lo smantellamento dell’ordine economico mondiale imperniato sul biglietto verde.
Ecco dunque l’altra posta in gioco della guerra ucraina, che fa convergere Putin e XiJinping. L’attacco all’egemonia americana attraverso il dollaro […] Ovviamente non è detto ch eriesca. Ma il tentativo è avviato. E come minimo produrrà una riaggregazione tra società “chiuse”e una de-globalizzazione per zone di interesse […] In questa terra incognita, va da sé, chi rischia di cadere e farsi male è ancora una volta l’Europa con la sua moneta zoppa. Nell’ultimo anno l’euro si è già deprezzato del 15%. Nelle ultima settimane è scivolato a quota 1,04 contro il dollaro […] Un disastro, visto che il grosso della nostra inflazione è importata e deriva soprattutto dai costi proibitivi delle risorse energetiche14.

Bene, dopo questa autentica “confessione” di un rappresentante dell’informazione mainstream, è giunto il momento di tirare alcune prime conclusioni.

La prima è che non vi possono essere più dubbi sulla gravità del conflitto militare in atto e sull’inevitabilità del suo allargamento su scala mondiale, visto che è destinato ridefinire ruoli e posizioni di comando all’interno del controllo dei mercati, delle ricchezze e delle risorse mondiali.

La seconda è costituita dal fatto che tutte le attuali alleanze, soprattutto in Occidente, sono destinate a sfaldarsi e a diventare motivo di conflitto più che di mantenimento di un ordine qualsiasi o della pace.

La terza è che l’Europa ancora una volta sarà al centro del conflitto, con tutte le conseguenze che da ciò deriveranno.

La quarta, e per ora ultima, è che i giovani, le donne, i lavoratori, i ceti medi impoveriti, le classi che non hanno mai neppure potuto intravedere una possibilità di miglioramento delle proprie condizioni economiche e sociali e gli stessi soldati non hanno e non avranno alcun interesse a schierarsi e a combattere per l’euro, il dollaro, la sterlina, il rublo o lo yuan.

Non avranno alcun interesse a schierarsi con sistemi che attraverso lo sfruttamento della forza lavoro e dei corpi, l’estrattivismo, la proprietà privata, il Dio denaro e l’accaparramento nelle mani di pochi delle ricchezze socialmente prodotte hanno creato le condizioni del conflitto militare e di quello di classe in ogni angolo del globo.
E proprio su quest’ultimoo punto si giocherà la sopravvivenza dell’intera specie e il suo divenire.

il nemico è qui tra noi,
mangia come noi, pala come noi,
dorme come noi, pensa come noi
ma è diverso da noi.
Il nemico è chi sfrutta il lavoro
e la vita del suo fratello;
il nemico è chi ruba il pane
il pane e la fatica del suo compagno;
il nemico è colui che vuole il monumento
per le vittime da lui volute
e ruba il pane per fare altri cannoni
e non fa le scuole e non fa gli ospedali
e no fa le scuole per pagare i generali, quei generali
quei generali per un’altra guerra…

N. B.
La canzone “Il monumento” è firmata per il testo e la musica da Jannacci, ma una nota all’interno del disco in cui era pubblicata nel 1975, “Quelli che…” , dall’etichetta Ultima Spiaggia di Nanni Ricordi, segnalava che il testo antimilitarista, era tratto da un volantino trovato durante l’naugurazione di un monumento ai caduti; nella realtà era invece tratta da una poesia di Bertolt Brecht (pubblicata tradotta in italiano nel settembre del 1965 nel numero 6 della rivista Nuovo Canzoniere Italiano a pagina 32).

(15 – continua)


  1. Sull’argomento si potrebbe rivelare utile la lettura di Domenico Quirico, Azov, gli eroi impossibili serviti per la propaganda di russi e ucraini, «La Stampa», 18 maggio 2022  

  2. “Kiev deve fronteggiare le operazioni a sud e a est, settori in cui l’artiglieria ha un ruolo predominante, per le caratteristiche del territorio e perché i russi l’hanno sempre considerata una specialità: la stanno usando infatti in modo massiccio per «arare» le posizioni della resistenza. Vogliono distruggere le trincee ben costruite, ma anche piegare il morale. L’artiglieria permette infatti di colpire da lontano, rallentando o distruggendo le forze nemiche e consentendo al tempo stesso a fanteria e blindati di avanzare. I russi sono dunque incessanti nei tiri, come loro stessi raccontano nei bollettini ufficiali: soltanto martedì sono stati colpiti 400 siti, sostiene la Difesa russa.
    Dalla sua, Mosca ha l’esperienza, i numeri, la potenza: l’artiglieria è il cuore dell’esercito russo già dai tempi dell’Impero, nota l’Economist. Durante il precedente conflitto nel Donbass i suoi soldati erano in grado di agire nell’arco di 4 minuti dal momento in cui veniva identificato il target. Quell’operazione ha infatti avuto successo, anche grazie ad un arsenale vasto. Un suo lanciatore multiplo Smerch di progettazione sovietica può arrivare a 70 chilometri di stanza, un pezzo D-30 a 22, quindi i mortai pesanti trainati da mezzi (il Tyulpan) tra 9 e 20 chilometri, i veri semoventi corazzati capaci di arrivare fino a 30 chilometri. Le batterie inquadrano un’area, gli uomini sono assistiti dai droni e dalla ricognizione, quindi iniziano a martellare. Possono continuare per giorni, a patto di avere scorte a sufficienza, ma anche una rete logistica di livello: una singola «bomba» da 155 mm può pesare 50 chilogrammi”, da Andrea Marinelli e Guido Olimpio, La potenza russa contro gli aiuti esterni ucraini: il ruolo dell’artiglieria nella seconda fase della guerra, «Corriere della sera», 5 maggio 2022

     

  3. Si veda qui  

  4. Si veda in proposito il sempre utile e dettagliato film di Ridley Scott, Black Hawk Down, del 2001  

  5. Fabio Mini, Kharkiv né occupata né liberata. A Mariupol niente più resistenza, «il Fatto Quotidiano», 16 maggio 2022  

  6. Si veda, a titolo di esempio, Steven A. Cook, Ukraine’s War Is Erdogan’s Opportunity. «Foreign Policy», 29 marzo 2022  

  7. Si veda l’intervista a Paolo Agnelli, industriale leader nel settore dell’alluminio e presidente di Confimi Industria – associazione che raccoglie 45milaimprese e 650mila dipendenti – sulle pagine di «Verità & Affari» del 15 maggio 2022: Maurizio Cattaneo, «Draghi non faccia il ragioniere. Materie prime ed energia? Si rivede il baratto»  

  8. qui  

  9. Giuseppe Timpone, Cambio euro-dollaro sulla parità entro fine anno, ecco perché, «Investire oggi», 12 maggio 2022  

  10. Martin Wolf, Un nuovo mondo di disordine valutario incombe, «Financial Times», 29 marzo 2022  

  11. Martin Wolf, cit.  

  12. Si veda qui  

  13. Vanessa Ricciardi, Putin sta vincendo almeno la guerra del gas. Anche l’Italia si piega, «Domani», 12 maggio 2022  

  14. Massimo Giannini, L’Occidente prigioniero e il trono di Re Dollaro, «La Stampa», 15 maggio 2022  

Share

Il nuovo disordine mondiale / 15: Follow the money! è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>
Processi di ibridazione. L’orrore (è) nella carne https://www.carmillaonline.com/2022/05/17/processi-di-ibridazione-lorrore-e-nella-carne/ Tue, 17 May 2022 20:01:38 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=71920 di Gioacchino Toni

«Come la fiaba, ma senza la sua volontà educativa e la sua disciplina narratologica, l’horror è la prosecuzione della vita con altri mezzi, all’incrocio tra due tendenze contrapposte, che qui tendono a coincidere, quella che usa la finzione per accrescere l’illusione e quella che la vive per aumentare la percezione del reale. Una contradditorietà che spaventa molto più dei contenuti dell’horror stesso: chi non li guarda non teme infatti di essere spaventato dai mostri, ma di cominciare a vederli nella vita reale. O, che è davvero lo stesso, a riconoscerli. [...]

Processi di ibridazione. L’orrore (è) nella carne è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>

di Gioacchino Toni

«Come la fiaba, ma senza la sua volontà educativa e la sua disciplina narratologica, l’horror è la prosecuzione della vita con altri mezzi, all’incrocio tra due tendenze contrapposte, che qui tendono a coincidere, quella che usa la finzione per accrescere l’illusione e quella che la vive per aumentare la percezione del reale. Una contradditorietà che spaventa molto più dei contenuti dell’horror stesso: chi non li guarda non teme infatti di essere spaventato dai mostri, ma di cominciare a vederli nella vita reale. O, che è davvero lo stesso, a riconoscerli. Anche nella realtà che si è. Perché il vero orrore è sempre la realtà. Soprattutto la realtà che si è e che, non diversamente dal contesto reale che ci circonda, sfugge alla nostra comprensione, al nostro controllo, alla nostra direzione, imponendosi dispoticamente, violentemente, atrocemente».

Così scrivono Selena Pastorino e Davide Navarria, Il male quotidiano. Considerazioni filosofiche sull’horror (Rogas 2022), introducendo il volume in cui, attraverso «incursioni sull’horror, nelle sue molteplici forme, a partire da un reale che gli è affine in un modo che è la stessa narrazione orrorifica a palesare» (p. 18), intendono evidenziare la capacità del genere «di istituire un legame esperienziale con lo spettatore partecipante, traendolo nella notte che già da sempre lo abita» (p. 19).

Il provare orrore ha a che fare non tanto con l’essere spaventati di fronte a una minaccia incombente, quanto piuttosto, sostengono gli autori, soprattutto con l’essere disgustati, nauseati e raccapricciati al manifestarsi del corporeo, non necessariamente umano, di qualcosa che rimandi alla

concretezza materiale di un che di vivente, pulsante, carnale. […] È la comparsa della corporeità nella sua visceralità organica, nella sua tridimensionalità carnale, a fare orrore, come il ritorno di un rimosso. Perché, anche qualora si sia potuto accettare di avere un’esistenza materiale, si tende comunque a ridurre la corporeità a una mera superficie: ciò che fa il nostro corpo è il suo aspetto esteriore, la pelle che lo confina, i tratti che ci identificano. Oltrepassare questo confine per comprendere qualcosa della nostra realtà è un gesto autorizzato in un’unica direzione, quella che pone una frattura tra la fisicità che siamo e ciò che davvero siamo: che la si chiami mente, anima, pensiero, spirito, quella componente meta-fisica della nostra identità è l’unica parte di noi che ci sentiamo legittimati a definire come nostra interiorità. Ci è invece precluso quel movimento che, nell’oltrepassare la pelle che ci contiene, vi apra una breccia, svelando come al nostro interno non si trovi una specie di spirito impalpabile a capo di un automa inorganico, bensì carne sanguinolenta, vasi, nervi, legamenti, tendini, organi, scarti, solo in ultimo ossa, altrettanto vive che tutto il resto. Un resto che trattiamo sempre come tale e che pure ci costituisce al punto da essere l’unico punto in cui siamo, in cui non possiamo fare a meno di essere (pp. 166-167).

“Entrare” in contatto con la cruda realtà del corpo provoca disgusto; “scoprirsi” organici significa in qualche modo fare i conti con la mortalità. L’epidermide si propone come limite inviolabile, come confine che, se oltrepassato, conduce alla perdita dell’integrità palesando la vulnerabilità e la caducità: l’essere mortali.

Da tempo e da più prospettive si riflette sul perché produca attrazione un genere come l’horror incentrato su quanto solitamente si è portati a rimuovere, ci si interroga sul da e verso cosa muova il desiderio che spinge a sottoporsi all’orrore, a un’esperienza emotiva e fisica insieme.

Del ruolo simbolico ed antropologico della pelle si è occupato Francesco Paolo Campione, Discorsi sulla superficie. Estetica, arte, linguaggio della pelle (Mucchi, 2015) [su Il Pickwick] e lo ha fatto passando in rassegna una serie di narrazioni che vanno dal mito di Marsia, al martirio di San Bartolomeo sino alla pratica del tatuaggio. In Marsia scuoiato è possibile vedere tanto un essere anatomico privo di vita e identità quanto una pelle viva che viene ad assumere un carattere perturbante, segno di un’identità mantenuta oltre l’annientamento del corpo. E se Marsia muore per aver sfidato un dio vendicativo, per certi versi, suggerisce Campione, rinasce sotto la pelle del San Bartolomeo cristiano. Resto mortale e firma figurata al contempo, il San Bartolomeo/Michelangelo ripropone il Socrate/Marsia del Simposio; la bellezza risiede entro il deforme dell’epidermide attraverso un gesto di apertura al contempo artistico e di fede.

Artisticamente parlando, la figura di Marsia, si estende ben oltre le estetiche rinascimentali e barocche tanto da ricomparire, per certi versi, nella messa in scena davidiana dell’assassinio a tradimento di Marat intento a lenire in una vasca la malattia della pelle, opera che trasforma il rivoluzionario, oltre che in una sorta di Cristo laico, appunto in un novello Marsia, come del resto aveva già notato Baudelaire1.

Insomma, la pelle rappresenta la veste del vivente e si può dire che su di essa si è sviluppata, nel corso dei secoli, un’estetica che ha saputo dar conto di diversi aspetti relativi al presentarsi al mondo dell’essere umano. Se in numerose narrazioni la privazione dell’epidermide rappresenta la perdita dell’identità, la pelle può anche vivere un’esistenza autonoma rispetto al corpo che ricopriva o, in alcuni casi, può persino tornare a ricoprirlo conferendogli un nuovo aspetto. Spogliarsi della pelle può anche preannunciare simbolicamente una risurrezione che conduce ad una nuova vita.

Tornando al volume di Pastorino e Navarria, in particolare sulla sezione dedicata al rapporto tra orrore e corpi, in esso gli autori, riprendendo alcune riflessioni di Linda Williams2, evidenziano come l’horror abbia per certi versi in comune con il porno e il melodramma la peculiarità di agire in modo diretto sul corpo del fruitore: il melodramma deve commuove, il porno deve eccitare e l’horror deve spaventare. Se ciò non avviene allora si tratta di produzioni che non hanno mantenuto fede alle promesse dei rispettivi generi. Occorre che il fruitore senta, provi sensazioni direttamente sul suo corpo.

In Videodrome (1983) David Cronenberg, pur sperimentando diverse declinazioni dell’inorganico che si anima come carne, si concentra soprattutto sullo schermo televisivo che, più che farsi permeabile alla realtà, diviene realtà o, meglio, come suggerisce il personaggio Brian O’Blivion, qualcosa più di essa, tanto che il protagonista, Max, viene da esso sedotto al punto di indurlo a cercare una fusione con l’immagine di Nicky Brand, ossia con colei che «nella vita fuori dallo schermo lo provoca a considerare lo stretto legame tra dolore ed eccitazione, torture e sesso» (p. 169).

Il collassare della funzione schermante della televisione comporta con sé la distruzione di ogni paradigma di riferimento: la compenetrazione tra TV e corpo funziona come realizzazione di un più ampio progetto di controllo e sottomissione della mente, un vero e proprio piano di purificazione dell’umanità che si serve della fascinazione di una trasmissione snuff per intercettare gli individui da condurre all’autodistruzione. Videodrome è il nome di un disegno malato di selezione della specie, a partire dalla presunta indegnità a vivere di chi manifesta eccitazione nei confronti di ciò che devia dalla sessualità socialmente accettabile. L’implementazione di questo dominio passa per un controllo mentale che è insieme controllo carnale (pp. 169-170).

Il film mostra pertanto come anche l’inorganico tecnologico sia «animato dalle stesse forze pulsanti che ci fanno essere, anche se non lo vogliamo (sapere)» (p. 170).

In altre opere la fragile vulnerabilità carnale degli esseri umani emerge nel confronto con corpi non-umani. In Alien (1978) di Ridley Scott, così come in Aliens (1986) di James Cameron, l’alterità aliena manifesta caratteristiche carnali e viscerali capaci di prendere possesso del corpo umano devastandolo. «L’alieno di queste due pellicole è xenomorfo, come comunemente lo si chiama, solo nella misura in cui abbiamo deciso di chiudere fuori dalle mura della nostra identità civile, sociale, culturale, politica e personale ciò che ha la forma (morphé) del corpo, dichiarandolo così straniero (xéno), negandogli un diritto di cittadinanza che già da sempre ha, anzi che già da sempre ci concede» (p. 171)

In diverse opere horror la corporeità animale viene utilizzata per definire, per differenza, la corporeità umana, tanto che in molte narrazioni, per garantirsi la sopravvivenza, gli esseri umani si trovano costretti a individuare ed allontanare dalla loro comunità l’alterità non-umana.

«Nello specifico di queste narrazioni si potrebbe pensare che il rapporto tra l’umano e l’animale susciti disgusto e terrore rivelando la natura ferina, bestiale, che l’uomo avrebbe rimosso dalla propria definizione e che tuttavia lo caratterizzerebbe al punto da riemergere sempre, in maniera inesorabile» (p. 171). A suscitare orrore in tali opere non è però, secondo Pastorino e Navarria, l’emergere della bestialità umana rimossa, quanto piuttosto la

vulnerabilità intrinseca all’esser vivo dell’uomo, che l’animale, con il suo comportamento, rivela come da sempre definitoria dell’umano e come da sempre misconosciuta. […] La realtà della nostra corporeità è quella di una fragile vitalità, di una mortalità certa, di un dolore possibile e probabile. Ciò che ci tocca in modo orrendo è il timore che al nostro corpo possa accadere qualcosa di tanto disgustoso, come di essere lacerato, dilaniato, divorato, puntellato, sbrandellato. Come se più non fosse corpo umano, come se più non fosse corpo nostro. Anche perché a quel punto di noi, che ne sarebbe? Che cosa saremmo cioè noi, senza il nostro corpo? (p. 175)

Oltre che dal timore per la possibile profanazione del proprio corpo, l’orrore può derivare tal terrore per una sua trasformazione ed in entrambi i casi si può arrivare a desiderare la morte per porre fine al supplizio iniziato o imminente. Si pensi, ad esempio a quando Rick Grimes, il protagonista della serie The Walking Dead (dal 2010), trovatosi bloccato sotto a un carro armato circondato da zombi che intendono cibarsi di lui, vistosi senza scampo, per un attimo, prima di individuare una via di fuga, si punta la pistola alla tempia per suicidarsi, o, ancora, al finale del film La Mosca (The Fly, 1986) di David Cronenberg, quando lo scienziato Seth Brundle, ibridatosi con un insetto, ormai teriomorfo, in una residuale capacità di autodeterminazione, chiede alla ex compagna di porre fine alla sua esistenza.

Metamorfosi, mutazioni e modificazioni del corpo umano al centro dell’opera cronenberghiana sono elementi ricorrenti nelle narrazioni del cosiddetto body horror, sottogenere in cui la

realtà della corporeità viene così esposta, rivelata senza infingimenti, inverata in modo paradossale dal suo non essere più se stessa: non più integra, non più sana, non più vitale, in altre parole non più appropriata da quel meccanismo culturale ed esistenziale che lavora a minimizzare il corpo fino a farne un niente, un accessorio, un possesso. Disappropriata dall’individuo che crede di abitarla quando in realtà ne è parte, la carne si mostra nella sua potenza e nella sua vulnerabilità, nella sua magnificenza e nella sua repellenza, nella sua forza e nella sua disgregabilità. Proprio per aver portato la narrazione dentro il corpo, nel luogo del reale, i confini si intrecciano tra loro, scolorano, lasciandoci in balia del disorientamento che ci coglie ogni qual volta non possiamo rimandare oltre il confronto con la realtà: crollano i confini delle contrapposizioni che siamo soliti usare per muoverci nella quotidianità, ma vengono meno anche quelli delle categorie identitarie e quelli fisici che permettono un certo intuitivo livello di distinguibilità tra gli enti. Insomma, la mutevolezza è all’opera e non si può più fingere di non vederla (pp. 182-183).

D’altra parte, nonostante la tendenza a considerare il corpo come «stabile ancoraggio identitario» (p. 183), l’esistenza non può sottrarsi alla mutazione e la visione di opere orrorifiche come queste, in fin dei conti, mette di fronte alla propria vulnerabilità. Ci parlano di ciò, sostengono Pastorino e Navarria, narrazioni incentrate sulla «metamorfosi dell’umano in ciò che umano non è, soprattutto quando questo processo non è irreversibile […] ma si intervalla a momenti di recupero […] di quei lacerti residuali di ciò che si era ora che si è stati qualcosa che non si è» (p. 183). Si tratta di opere che evidenziano «quanto la dimensione identitaria sia carnale, corporea, fisica» (p. 183).

Alla luce del fatto che, come detto, la metamorfosi del corpo è un processo inevitabile, diviene difficile individuare un confine certo tra ciò che si era e ciò che non si è più, soprattutto, «se questa frontiera risulta valicabile più volte, in entrambe le direzioni» (p. 185), come nell’esempio di licantropia di Un lupo mannaro americano a Londra (An American Werewolf in London, 1981) di John Landis. «Perdere a tal punto il proprio controllo su di sé da essere condizionati in modo vincolante, perfino necessitante, da ciò che il proprio corpo è diventato, da ciò che noi stessi paradossalmente siamo diventati, è l’abisso del terrore da cui trae linfa questa narrazione. Da cui origina l’orrore stesso, non tanto quello delle vittime o dei superstiti, bensì quello di chi realizza di essere incarnato: fare i conti con l’incontrollabilità proteiforme e metamorfica del nostro corpo significa fare conti con la sua indisponibilità, con la sua irriducibile realtà che resiste a ogni nostro tentativo di disciplinarla, di evaporarla, di annichilirla» (p. 186)

Oltre che nelle trasformazioni fisiologiche che la vita corporea comporta, l’esperienza della «corporeità come dimensione che può determinarci senza poter essere determinata» (p. 186) può essere vissuta anche nella condizione della malattia. Secondo Pastorino e Navarria, pur mostrando esplicitamente la degenerazione carnale, l’horror

finisce col riproporre una cesura netta tra la malattia e l’esistenza fisiologica, un confine che sì può essere attraversato con lentezza estenuante e consapevolezza acuta, ma che presto o tardi conduce a luoghi da cui non si ritorna, in cui più si è umani. Se in certa misura si può comprendere come le dinamiche narrative che riguardano tutto ciò che appare come minaccioso, perturbante, disgustoso, spaventoso, funzionino anche riguardo al corpo malato, sembra qui essere in opera nella stessa messa in opera un meccanismo culturale che fonda ogni possibilità creativa e la orienta, in gran parte determinandola, vincolandola. Ecco allora che la maggior parte delle narrazioni trattano il contagio di un morbo come se producesse sempre effetti analoghi a quelli di un’invasione zombi, quando non viene direttamente ricollegato a questa. L’umanità sana rifugge, talvolta mostrando tratti di devianza psichico-morale che la delegittimano di fronte all’innocente, perché inevitabile, aggressività cannibalica degli infetti, spesso riproponendo anche in questo frangente lo schema di una lotta contro il mostro, nella forma della malattia che si è impossessata dei corpi, spossessandoli delle loro identità vitali. Della loro stessa vita. È forse in questa curvatura che il punto cieco dello sguardo horror sul morbo tange uno spazio di veridicità: la malattia per il (presunto) sano ha sempre qualcosa ha che fare con la mortalità, perché la richiama, la esibisce, e così converte la rinnegabilità in cui vogliamo relegarla, rivelandola come segreto manifesto della vita carnale stessa. Che vive perché sta morendo, che smetterà di morire solo quando smetterà di vivere (pp. 186-187).

La malattia spaventa in quanto restituisce alla carne il suo potere sull’individuo a cui non resta che che provare a fuggire il contagio nascondendo i sintomi agli altri e forse persino a se stesso, magari minimizzando o addirittura ignorando la propria corporeità per annichilirne il destino di morte.

Nelle messe in opera horror, sottolineano gli autori, per poter vantare un ruolo da protagonista nella narrazione, le malattie devono apparire «irriconoscibili rispetto alle loro forme consuete, più incontrollabili […], più devastanti, più letali. A imporre loro un controllo è la stessa trama narrativa che le relega a macroscopica trasformazione del corpo facente sì parte del regno del possibile e del verosimile, ma anche di ciò da cui si deve e dunque […] si può sfuggire» (p. 188).

Quando invece la vulnerabilità corporea viene messa in scena sotto forma di «desiderio di disporre della carne come di un regno dei balocchi da parte di qualche sadico torturatore» (p. 188), ecco che il body horror diventa «nella contemporaneità soprattutto un genere di esorcismo del corpo, che funziona con la tecnica dell’esposizione prolungata a ciò che scatena orrore, come terrore e disgusto, nel fruitore. Ma contemporaneamente lo attrae, la affascina, in modo morboso, tale che non possa distogliere lo sguardo qualunque cosa accada, e in modo perverso, tale cioè che si allontani da ciò che costituisce la norma nella sua realtà quotidiana (si spera)» (p. 188). Un esempio di ciò è ravvisabile nel torture porn in cui

ciò che conta è assistere voyeuristicamente a ciò che è a mala pena tollerabile, quando non insopportabile, sia per chi si trova sullo schermo, sia per chi prova con questo a schermarsi, difendendosi da un’immedesimazione con le vittime che fa contorcere gli arti e le budella, nel totale comfort del proprio divano o della poltrona cinematografica […] Nei torture porn lo schermo mantiene la sua funzione di separatore, quasi un buco della serratura da cui osservare qualcosa che lo spettatore sembra ricercare non per vivere un’esperienza, […] ma per osservare (e quindi in certa misura tenere le distanze da) un’esperienza altrui. È una differenza sottile ma sostanziale, che permette forse di riarticolare, almeno a partire dalla presente prospettiva di analisi, una ridefinizione del genere cui queste narrazioni appartengono, che con l’horror flirta senza riuscire a incarnarne, letteralmente, le dinamiche (pp. 189-190).


Processi di ibridazione


  1. Baudelaire, commentando tale opera, da lui definita “poema inconsueto”, nel 1846 scriveva: «Marat può ormai sfidare Apollo, la Morte lo ha ora baciato con labbra amorose, e lui riposa nella quiete della sua metamorfosi». 

  2. Cfr. Linda Williams, Film Bodies: Gender, Genre, and Excess, in “Film Quarterly”, Vol. 44, No. 4, Summer, 1991. 

Share

Processi di ibridazione. L’orrore (è) nella carne è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>
Le due città (Victoriana 36/I) https://www.carmillaonline.com/2022/05/16/le-due-citta-victoriana-36-i/ Mon, 16 May 2022 20:35:49 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=71999 di Franco Pezzini

All’insegna del Gran Lunare

AA.VV., La Belle Époque dell’esoterismo. Maghi, stregoni e alchimisti nella Parigi fin de siècle, a cura di Vittorio Fincati, pp. 294, euro 24, Edizioni Studio Tesi, Roma 2018.

“[…] la mia università fu Piccadilly. È là che ho intrapreso lo studio della vasta scienza che mi occupa tuttora”.

“Di quale scienza si tratta?”

“La scienza della metropoli, la fisiologia di Londra. Sia in senso letterale, che metafisico, è il più grande soggetto che mente umana possa concepire. […] Vede, a volte mi sento disarmato al pensiero [...]

Le due città (<i>Victoriana</i> 36/I) è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>

di Franco Pezzini

All’insegna del Gran Lunare

AA.VV., La Belle Époque dell’esoterismo. Maghi, stregoni e alchimisti nella Parigi fin de siècle, a cura di Vittorio Fincati, pp. 294, euro 24, Edizioni Studio Tesi, Roma 2018.

“[…] la mia università fu Piccadilly. È là che ho intrapreso lo studio della vasta scienza che mi occupa tuttora”.

“Di quale scienza si tratta?”

“La scienza della metropoli, la fisiologia di Londra. Sia in senso letterale, che metafisico, è il più grande soggetto che mente umana possa concepire. […] Vede, a volte mi sento disarmato al pensiero dell’immensità di Londra, della sua complessità. Con ragionevole sforzo si può capire Parigi, ma Londra no, Londra resterà sempre un mistero. A Parigi si può dire: qui abitano le attrici, qui i bohèmien, qui i falliti; ma a Londra è diverso. Lei può indicare una certa strada come la strada delle lavandaie, ma in quella stessa via, al secondo piano, un uomo sta studiando forse le radici del caldeo, e in soffitta, magari, un artista dimenticato si sta spegnendo lentamente”.

 

Così il flâneur Dyson spiega al più pragmatico amico Salisbury, nel racconto di Arthur Machen “The Inmost Light” (1894). E, forte delle sue esercitazioni di botanico da marciapiedi, parlando di complessità sa quel che dice: nel corso dell’Ottocento, Londra è cresciuta in modo vertiginoso, e alla fine dell’età vittoriana rappresenta un intero mondo. Già più o meno dal primo quarto del secolo è divenuta la città più grande del pianeta, il maggior porto del mondo e il cuore pulsante di finanza e commercio internazionale, connesso in vario modo a tutto il resto della Terra. Non è un caso che i movimenti dei lavoratori, protocomunisti e poi comunisti vi abbiano un importante luogo di confronto, che Marx vi si trasferisca (e vi muoia, nel 1883): Londra è davvero il luogo delle contraddizioni del Mondo Nuovo. Il numero di abitanti, da oltre 1 milione nel 1801 ha conosciuto un’impennata a 5,567 milioni nel 1891: entro il 1860 è divenuto maggiore di un quarto rispetto alla seconda città più popolosa del mondo, Pechino, di due terzi maggiore di Parigi e cinque volte di New York. Nel 1897, l’anno del Dracula che enfatizza l’opposizione tra la metropoli moderna e i remoti confini del mondo civilizzato, la popolazione della Greater London è valutata in 6,292 milioni di persone, sorta di immensa vetrina di pasticceria per il Grande Vampiro.

Che tutto ciò impatti anche a livello immaginale e che in questo coacervo delle più varie realtà trovino spazio dimensioni molto lontane, almeno apparentemente, da quelle della politica e dell’economia – per esempio l’esoterismo – non è strano: e anche da questo fronte, che influisce sulla stessa letteratura, tra sette rosicruciane, gruppi magici e conventicole spiritualiste la metropoli vittoriana è davvero la capitale del pianeta.

Sarebbe però sbagliato pensare che esperienze importanti non sorgano anche altrove: e lo studioso di esoterismo Vittorio Fincati ha proposto una bella raccolta incentrata sull’altra (per definizione) metropoli del Vecchio Mondo, la rivale storica di Londra, cioè la Ville Lumière, pure cresciuta immensamente nell’Ottocento. Le trasformazioni impresse durante il Secondo Impero con la grandiosa ristrutturazione condotta dal barone Haussmann, rappresentano una delle maggiori e più discusse rivoluzioni urbanistiche nella storia dell’umanità: e intanto, un po’ a ridosso del grande romanzo francese dell’Ottocento che a Parigi raccorda fili dal profondo della provincia, a somma glorificazione della borghesia, cresce come edera irrorata dal romanticismo la letteratura fantastica di Francia. Anche lì, più o meno condizionata da suggestioni esoteriche.

Certo, ascoltando le voci antologizzate da Fincati, talora molto “tecniche”, dobbiamo sforzarci di immaginare la parallela prassi, la vita, i dialoghi concreti degli autori: non è un limite del libro, semmai lo spunto per un altro che possa mappare i caffè dove mistici e stregoni s’incontrano confabulando tra loro o invece pontificando tra la gente, le biblioteche storiche come quella dell’Arsenal dove il mago inglese Mathers (1854-1918) traduce i grimori, le esposizioni d’arte in cui ciabatta, paludato da babilonese, il Sar Peladan (1858-1918) animatore di vari Salon rosacrociani/simbolisti, i salotti che vedono i discepoli di Allan Kardec, grande codificatore dello spiritismo (1804-1869) ricevere da tavolini a tre gambe sensazionali rivelazioni sull’aldilà, le trombe delle scale di vecchie case polverose (carte da parati ingiallite, muri umidi), con alloggi dove celebrati studiosi come il mago socialista Éliphas Lévi (Alphonse-Louis Constant, 1810-1875) o il prolifico Papus (Gérard Encausse, 1865-1916, più di centosessanta testi all’attivo) meditano sulle proprie carte…

Secondo Fincati sarebbe Parigi la vera “capitale delle scienze iniziatiche e magiche per un arco di tempo di parecchi decenni se non addirittura ininterrottamente per più di un secolo”: e attribuisce tout court il fenomeno alla rivoluzione francese, in grazia dell’enfasi sulla libertà che, ormai libera da roghi, avrebbe finito con l’abbracciare anche questo sottomondo. Va d’altronde ricordato che una tradizione dell’occulto e dell’esoterico nei palazzi parigini è ben solida fin dal medioevo tra Bafometti e alchimisti, si consolida nella città di Caterina de’ Medici e di un’aristocrazia che ancora nel Settecento sguazzerà tra rituali di ogni genere (con conseguenti grandi scandali, va detto, e processi epocali). È un esoterismo che muove all’ombra delle cattedrali e tra le pieghe nascoste del solidissimo cattolicesimo francese, ora in forme visionariamente misticheggianti che grondano simboli criptici (e nutriranno le speculazioni balliste dell’esothriller nostro contemporaneo: sono questi gli anni del discusso don Bérenger Saunière, 1852-1917, parroco di Rennes-le-Château nel Midi e amatissimo dai devoti del Codice di Dan Brown, un po’ meno dai superiori del reverendo che constatano un suo truffaldino e redditizio traffico di servizi liturgici), ora in chiave decisamente magica se non stregonesca. E mentre in Gran Bretagna le massonerie di frangia – come le logge principali coi loro riti razionalisti – possono operare con grande libertà, in Francia il frisson della segretezza è probabilmente un elemento che contribuisce a calafatare un certo tipo di occulto (fino a giustificare le bubbole di Léo Taxil sulla presenza compiaciuta del diavolo nel chiuso delle adunanze massoniche, 1891-1897). Gli immortali in carrozza del Settecento, prima o poi, a Parigi li troviamo tutti: Cagliostro, Saint-Germain, Mesmer… e a distanza di un paio di secoli non potrà che arrivarvi pure la contessa di Cagliostro combattuta da Arsène Lupin (1923-1924).

La rivoluzione può cercare di imporre la logica dei Lumi e gli altari della dea Ragione, ma da un lato accanto all’illuminismo non è affatto sparito l’illuminatismo, e dall’altro ristagnano aree ben più oscure: fili che correranno ben oltre gli anni della rivoluzione, tripudieranno di diableries romantiche anche attraverso i salotti letterari (emblematica la rilettura romantica un po’ forzata e forzosa del Cazotte del Diavolo in amore, giocosa fantasia rococò, come invece venata di mistero esoterico) e condurranno oltre la boa di fine Ottocento all’esoterismo francese tra le due guerre mondiali. Il lascito al fantastico francese – la cui stagione d’oro è proprio l’Ottocento – sarà immenso, con una ricaduta popolare attraverso la mitologia dei feuilleton e un livello alto nella grande letteratura e nell’arte visionaria dei Salon rosacroce.

A fini di riordino d’una materia tanto magmatica, Fincati propone, con ampia libertà dall’indicazione fin de siècle del sottotitolo (si sfora fino agli anni Cinquanta del Novecento), alcune tipologie di interlocutori, privilegiando nomi e testi meno ovvî. Attenzione, segue qualche spoiler.

Anzitutto troviamo quelli che chiama i Pontefici: il dotto occultista e poeta Stanislas de Guaita (1861-1897) con il pezzo La morte e i suoi arcani, vero e proprio Libro dei morti dell’esoterismo occidentale moderno, di grande fascino anche letterario, costituente il cap. 6 del II tomo di Le serpent del la Genèse, 1897, e che nella sua riflessione sulla fine dell’esistenza giunge a speculare sui riti curiosi praticati alla morte del papa, sul vampirismo e sull’elisir di vita; un Anonimo un po’ nel solco del Guaita, con Il demone del gioco, 1909, che invece punta a un tema più banalotto e modaiolo, il rapporto tra occulto e sale d’azzardo, dove impazzerebbero – attenti, signori – larve ed eggregore peculiari; un altro Anonimo identificato nell’esoterista e mistico Paul Sédir (1871-1926) o con maggiore fondamento nel maestro americano Paschal Beverly Randolph o qualche suo discepolo, a offrire ampi estratti di Venere magica, 1897, plausibilmente legato alla sezione parigina della Hermetic Brotherhood of Luxor. “La lussuria degli uomini d’oggi ha ipocritamente preso a prestito gli argomenti che stai per studiare per infiggere nei caratteri deboli lo spillone di Lilith”, ma chi cerca qui materia pruriginosa resterà deluso.

Una seconda sezione è quella degli Stregoni, dove proprio il sesso gioca un ruolo speciale. Qui i testi sono un po’ più tardi, del periodo di entusiasmo occultista tra le due guerre: probabilmente per evitare l’ovvio, cioè le precedenti storie sui bizzarri riti neognostici in odor di satanismo – più liturgici che magici, ma con tutte le ambiguità del caso – della bislacca saga mistica/blasfema di Eugène Vintras (1807-1875) e Joseph-Antoine Boullan (1824-1893) sullo sfondo delle opere di Huysmans, Là-bas (1891) in particolare. Che pure dicono qualcosa sull’euforia sessuale nel sottomondo esoterico francese tra i due secoli. Si inizia con un racconto di René Thimmy, Il maestro degli Efialti, 1934, sul curioso caso di donne, perlopiù giovani, che tra la folla in metropolitana sono state punte con un ago (il titolo originale è in effetti Les piqueurs du Métro): contro ogni apparenza, non si tratta di una delle fantasiose parafilie trattate con rigore da Krafft-Ebing, ma della sottrazione di piccole quantità di sangue femminile per produrre Efialti (in pratica Incubi), “creazioni larvali che emanano dal sangue umano dopo avervi assorbito una certa vita e che conducono nel mondo invisibile una effimera esistenza, in una forma che la volontà umana può modellare”. Ovviamente si cita anche Magia Sexualis di Randolph… Seguono Il potere della nudità di Jean Lignières, che comprende i capitoli VIII e IX di Les Messes Noires, la sexualité dans la Magie, 1928, dal contenuto trasparente pur nella vastità visionaria delle implicazioni; e Pratica dell’amore platonico di Maurice Meyer, estratto da Le Mystère de l’amour platonique, essai d’érotisme ésotérique, 1938, le cui strane speculazioni – persino in tema di abbigliamento, per cui la toga sarebbe “il più adeguato per l’erotismo iniziatico” – meritano la lettura.

Si passa poi agli Alchimisti. Qui il primo testo è la memoria Il Gran Lunare di Pierre Geyraud, tratto da Les Sociétés Secrètes de Paris, 1939: accantoniamo la tradizionale alchimia dei minerali e il vecchio Nicolas Flamel celebrato anche da Harry Potter, si torna alle suggestioni di Thimmy su un’alchimia del sangue per creare Efialti e alla magia sessuale della società luciferiana T.H.L. (Très Haute Lunaire), il cui papa nero è un alchimista. Sempre Geyraud è però autore di un articolo Alchimia – intesa in senso più tradizionale, estratto da L’Occultisme à Paris, 1953 – dove fornisce alcuni ritratti testimoniali di maestri della dottrina agli inizi del Novecento: in particolare il colto e modesto Eugène Canseliet (maestro di un altro grosso nome dell’ermetismo francese, Claude d’Ygé), lo sfuggente Jean-Julien Champagne (destinato – si sostiene – a morir male nel 1932 per aver tradito la setta luciferiana che aveva contributo a fondare, e dietro cui si celerebbe il misteriosissimo personaggio noto come Fulcanelli, autore di Il mistero delle cattedrali), e Rosny Aîné di cui riparleremo. Un terzo testo, di Magophon, alias l’erudito e dotto ellenista Pierre Dujols (1864-1926, un altro dei candidati all’identificazione con Fulcanelli), Hypotyposis. Alcune considerazioni sul “libro muto” dell’alchimia, 1914, affronta dottamente l’esame di un classico seicentesco, il Mutus Liber (1677), composto come “raccolta di immagini enigmatiche” (una ipotiposi, spiega Dujols, “è una spiegazione data sotto forma di figure astratte”).

Poi ecco gli Evocatori: del già citato Paul Sédir, Incantesimi, raccolta di brani tratti da Les Incantations – le logos humain, la voix de Brahma – les sons et la lumière astrale, comment on devient enchanteur, 1897, dal contenuto piuttosto tecnico sul Verbo magico, in particolare sul ruolo del suono; di Victor-Émile Michelet, I segreti delle pietre preziose, da L’Amour et la Magie, 1909, sulle qualità magiche di una serie di minerali; di Pierre Noël de la Houssaye, Una evocazione necromantica, suggestivo cap. 20 di L’Apparition d’Arsinoë, roman d’un Frère d’Héliopolis, 1948. Una canonica di provincia ospita il dialogo concitato con un domenicano di un fedele caduto in peccato di magia, evocando una donna bellissima da un remoto passato egizio, con tanto di manifestazioni d’un raccapricciante guardiano della soglia, amplesso con la fantasima e blasfemi richiami al Cantico dei cantici.

In ultimo i Narratori. Il fatto è che uno dei lasciti più importanti della cultura magica riguarda proprio la narrazione: non tanto nel senso di romanzi esoterici o narrazioni a chiave (che pure ci sono, ma meno di quanti vengano sussiegosamente considerati tali da pretesi beninformati), quanto per l’idea del potere evocativo della narrazione in sé. La letteratura, lo sappiamo, della magia è parente stretta (e talora i maghi vi si riferiscono per far capire meglio alcuni concetti, indipendentemente da una natura “cifrata” dei romanzi), ma Fincati attinge qui a testi che vedono un legame stricto sensu con l’occulto. Si parte da Rosny Aîné, all’anagrafe Joseph Henry Honoré Boex (1856-1940, un altro dei candidati all’identificazione con Fulcanelli), attivo nella Parigi letteraria accanto a Edmond de Goncourt: il racconto La giovane vampira, 1920, primo di questa sezione, è percorso da sottili sberleffi verso gli inglesi, compresa forse la prima moglie da cui l’autore divorzia. Segue La donna che morì due volte. Magia passionale, 1895, di Jules Lermina, scrittore popolare e militante socialista, autore anche de L’A.B.C. du libertaire, 1906: un racconto debitore in qualche misura del Casa Usher di Poe, e forse di Véra di Villiers de L’Isle-Adam, dove un’osmosi d’amore diventa base per una malsana reviviscenza. Poi, nuovamente del poeta, ed evocatore di entità, Pierre Noël de la Houssaye, ecco la lirica La ninfa al cervo, estratto da Le premier livre des odes pindariques, 1823.

 

Tra alcuni di questi contributi, qualche lettore potrebbe vedere un nesso sottile, sostanziato dai rapporti che alcuni autori ebbero con una fantomatica società magica parigina, la Très Haute Lunaire. Possiamo rassicurarlo che non è stato con questa idea che abbiamo messo assieme i saggi. Ma a esser maliziosi talvolta si indovina.

 

Si sta discretamente alludendo a qualche sottesa chiave – o clavicula – luciferiana? (un aggettivo che indica qualcosa di molto diverso, chiariamolo subito, da satanista.) Non sta al recensore azzardare ipotesi: il testo in esame resta ricco di dati poco noti e senz’altro di grande interesse – pur nell’ovvia soggettività del taglio, che privilegia alcuni autori ad altri – per una storia dell’esoterismo. Sull’ambiguità di un quadro che rimane in gran parte coperto, fitto di trasversalità contraddittorie e che nutre per li rami una realtà ideologica molto più vicina ai nostri giorni, non resta che prendere atto: tanto più considerando il grigiore sussiegoso e la spocchia cialtrona di vari paralleli nell’Italietta provinciale a tali fioriture in Inghilterra e Francia.

Ma dobbiamo tornare a Rosny Aîné…

(continua)

Share

Le due città (<i>Victoriana</i> 36/I) è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>
Alamo, la vera storia https://www.carmillaonline.com/2022/05/15/alamo-la-vera-storia/ Sun, 15 May 2022 20:30:50 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=71885 di Giorgio Bona

Per gli Stati Uniti la battaglia di Alamo, avvenuta nel 1836 tra i messicani e duecento coloni texani per l’indipendenza del Texas, costituisce uno dei miti fondanti del paese.

Alamo era una missione coloniale spagnola sorta per opera dei francescani che si avvalsero della mano d’opera degli indios per costruirla a poche centinaia di metri dai primi insediamenti da San Antonio. Diventò poi Fort Alamo soltanto in seguito agli scontri tra messicani e statunitensi.

Fu un elemento chiave della rivoluzione per l’indipendenza del Texas e racconta di un assedio di [...]

Alamo, la vera storia è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>

di Giorgio Bona

Per gli Stati Uniti la battaglia di Alamo, avvenuta nel 1836 tra i messicani e duecento coloni texani per l’indipendenza del Texas, costituisce uno dei miti fondanti del paese.

Alamo era una missione coloniale spagnola sorta per opera dei francescani che si avvalsero della mano d’opera degli indios per costruirla a poche centinaia di metri dai primi insediamenti da San Antonio. Diventò poi Fort Alamo soltanto in seguito agli scontri tra messicani e statunitensi.

Fu un elemento chiave della rivoluzione per l’indipendenza del Texas e racconta di un assedio di ben 13 giorni cui le truppe messicane guidate dal Presidente e Generale Antonio Lopez De Santa Ana sottoposero la missione.
La storiografia americana riporta nella sua epopea leggendaria la crudeltà di Santa Ana, fonte ispiratrice dei coloni texani e avventurieri che partirono per unirsi ai volontari in difesa della missione.

Qui si fonda uno dei grandi miti americani, un grande vessillo sventolato in onore della libertà che vuol nascondere la politica imperialista già in atto da lungo tempo e che aveva bisogno di creare quei falsi miti per innalzare la sua bandiera. È nei morti di quella battaglia, morti considerati eroi, che gli Stati Uniti individuano l’essenza della nazione.

Ma cosa è successo veramente ad Alamo da giustificare quelle morti?

La storia va avanti a raccontare che senza il sacrificio di Alamo non ci sarebbe stata la battaglia di San Jacinto che segnò la vittoria contro i messicani e senza quella vittoria il Texas non avrebbe raggiunto l’indipendenza, conquistato la sua libertà e addirittura non sarebbe mai esistito.

Considerando che nella battaglia nessuno sembra sopravvissuto, per cui non esistono testimonianze dirette che potessero essere tramandate, si è potuto facilmente uscire da quella che poteva essere la storia reale e assoggettarla alle esigenze che il potere chiedeva. Certo non mancarono voci discordanti e proprio all’interno del bel paese, da far passare la vicenda di Alamo non come un sacrificio eroico e un’impresa di straordinaria grandezza.

Servì a questo scopo per giustificare il sentimento di odio e il razzismo nei confronti del popolo messicano e per giustificare il genocidio nei confronti di quella popolazione, tanto che, come riporta Pino Cacucci nel suo Quelli del San Patricio, il presidentissimo Abramo Lincoln tenne un durissimo discorso al Congresso affermando che gli Stati Uniti avevano condotto una guerra innecessaria e incostituzionale, contraria ai principi fondatori della nazione.

Ma ecco come si mutò tutto per creare quei falsi ideali dentro un mito che innesca la morale di quei grandi valori sociali partendo dal un fatto reale e poi demistificandolo.

Una battaglia che si è conclusa con una sconfitta che ha esaltato il sentimento patriottico e il valore della libertà, e dove sono stati scritti migliaia di libri e la filmografia di Hollywood non si è certo tirata indietro a ricostruire secondo la sua visione quella vicenda che per la storiografia messicana fu soltanto un episodio, una vittoria senza seguito.

Sulla battaglia di Alamo, Hollywood ha fatto una produzione molto ampia. Si cominciò con The immortal Alamo di William F. Haddok, un film prodotto in Texas da Georges Melies ed era un cortometraggio muto del 1911 conosciuto anche con il titolo Fall of the Alamo.

Seguì esattamente quattro anni dopo, nel 1915, Sotto l’unghia dei tiranni diretto da Christy Cabanne, film muto di 71 minuti che raccontò la disperata resistenza di 183 volontari contro un esercito formato da 6500 messicani guidati dallo spietato dittatore Santa Ana.

L’ultimo risale al 2004 con Alamo – gli ultimi eroi e prova a descrivere in modo dettagliato la guerra fino alla resa di Santa Ana. Ma anche in questa versione le ragioni della ribellione texana non vengono spiegate e non sono molto chiare.

Il film sicuramente più celebre fu La battaglia di Alamo diretto e prodotto dall’eroe della filmografia americana John Wayne, che interpretò la parte dell’eroe più conosciuto di quella battaglia, Davy Crockett. Qui il più sfacciato rappresentante del grande mito americano, quello della conquista e dell’espansione nell’ovest selvaggio a portare la civiltà, con il lungo e costosissimo film propagandò in modo spettacolare i valori eroici che avevano portato alla costruzione del grande paese. Un’altra incredibile versione dove in primo piano si rispecchiavano le grandi tradizioni della storia americana che raccontava la volontà dei texani di liberarsi dalla dittatura di Santa Ana.

E come è possibile raccontare o demistificare la realtà storica quando la storia diventa lo strumento con cui le classi dominanti tengono il potere senza rappresentarla attraverso eroi o miti le cui figure reali sono raccontate all’opposto di quello che furono nella realtà? La storia americana ne è piena.

John Wayne nel suo film scelse la figura di Davy Crockett, sicuramente il personaggio più famoso, già protagonista di film e di libri che ne decantavano gesta straordinarie. Credo sia stata una scelta fortemente voluta perché Davy Crockett, rispetto agli altri due eroi protagonisti, Jim Bowie e William Travis, esalta maggiormente il prototipo dell’eroe americano, generoso, temerario, senza macchia e senza paura con un senso della giustizia e del valore della libertà moralista fino all’estremo.

John Wayne rappresentò un uomo perfettamente allineato e si prestò in soccorso del mito appoggiato da alcuni padroni texani che contribuirono a finanziare il film, a patto che fosse girato nel Texas, terra di forte immigrazione dove i messicani che attraversano il Rio Grande in cerca di miglior vita nel Bel Paese non sono certamente trattati meglio dei loro predecessori di quasi duecento anni fa.

Che dire degli eroi conclamati di questo fatto storico così importante? Davy Crockett fu certamente il più famoso: la leggenda narra che all’età di tre anni avrebbe ucciso un orso, che all’età di nove anni scappò di casa vagabondando di villaggio in villaggio. Di lui è sicuro che a 27 si arruolò nella frontiera per combattere gli indiani creek. Ecco un eroe della frontiera con la sua carabina che si chiamava “Betsy”, fedelissima compagna, in testa il cappello in pelle di procione con coda penzolante, alla guida dei “Volontari a cavallo del Tennessee” calato già nei panni del personaggio famoso a combattere per l’indipendenza del Texas.

Meno celebre ma in egual misura vittima del suo mito fu Jim Bowe, la cui famiglia, originaria del Kentucky, era nota per il maggior numero di schiavi posseduti. Ma cosa si dice di questo eroe per farlo entrare nel mito? Qualcuno racconta che il giovane Jim, quando la famiglia si trasferì in Louisiana, prendeva al lazo i coccodrilli, domava cavalli selvaggi e cacciava orsi. La sua fama crebbe mostrando una straordinaria abilità nell’usare il coltello, un coltellaccio da macellaio, un mezzo machete, una lama affilata e seghettata lunga circa con cui sfidava banditi armati fino ai denti.

E non poteva mancare la figura di un aristocratico come William Barret Travis, nato in Carolina del Sud e con la famiglia emigrato in Alabama. La sua famiglia si dedicava alle piantagioni di cotone che coltivavano gli schiavi presi a noleggio o in prestito. Cominciò a gestire pratiche improvvisandosi come avvocato e si occupava di un giornale che editava lui stesso. Collezionò fallimenti su fallimenti finchè abbandonò la moglie incinta di cinque mesi per trasferirsi in Texas.

Invece la storiografia messicana fu ridotta ai minimi termini, mentre sarebbe stato interessante raccogliere le testimonianze dei contadini messicani rimasti nel Texas dopo l’indipendenza, e sentire una loro versione probabilmente differente.

Nel suo libro El Alamo, costato sei anni di meticolose ricerche d’archivio, lo scrittore Paco Ignacio Taibo II riporta la frase di una canzone del film di John Wayne: “lottarono per darci la libertà e questo è tutto quello che abbiamo bisogno di sapere”.

Niente di più lontano dalla verità, e dalla realtà. Molto di più.

Share

Alamo, la vera storia è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>
Eccedenze produttive: per un’analisi marxista dell’autoritarismo pandemico e di guerra https://www.carmillaonline.com/2022/05/14/eccedenze-produttive-per-unanalisi-marxista-dellautoritarismo-pandemico-e-di-guerra/ Sat, 14 May 2022 21:55:56 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=71959 di Nico Maccentelli

Prologo

La società dello scambio (valore di scambio) nel passaggio al dispositivo o pass che discrimina, seleziona, divide e e gerarchizza il corpo sociale aggredisce ed elimina quella conquista fondamentale, nata con le rivoluzioni della seconda metà del millennio scorso, in cui prendeva corpo il diritto universale dell’essere umano a essere uguale davanti alla legge e ai diritti più elementari, affrancato cioè dalla subalternità verso i nobiili, ma anche da quella pervasività nscente mercantile (mercatista) propria del capitalismo e che tendenzialmente non conosce limiti. I limiti erano stati posti [...]

Eccedenze produttive: per un’analisi marxista dell’autoritarismo pandemico e di guerra è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>

di Nico Maccentelli

Prologo

La società dello scambio (valore di scambio) nel passaggio al dispositivo o pass che discrimina, seleziona, divide e e gerarchizza il corpo sociale aggredisce ed elimina quella conquista fondamentale, nata con le rivoluzioni della seconda metà del millennio scorso, in cui prendeva corpo il diritto universale dell’essere umano a essere uguale davanti alla legge e ai diritti più elementari, affrancato cioè dalla subalternità verso i nobiili, ma anche da quella pervasività nscente mercantile (mercatista) propria del capitalismo e che tendenzialmente non conosce limiti. I limiti erano stati posti dalla forza materiale delle classi popolari che si ergevano a rompere le catene dello sfruttamento della servitù della gleba, divenendo cittadini da sudditi che erano stati. Or bene il processo che si compie oggi è esattamente l’inverso e nello scambio diritti per comportamento la società dello scambio totale arriva a permeare l’intero corpo sociale, le istituzioni, divenendo società disciplinare e del controllo. Il citoyen torna suddito, non più di un re per virtù divina, ma di sua maestà le capital in virtù della sua potenza, non più di una classe nobiliare per titoli, ma di un’oligarchia per censo.

In questo intervento tratterò di ECCEDENZE PRODUTTIVE. Infatti, alla faccia di chi in tutti questi mesi ha cercato di scollegare l’emergenza vaccinale e le restrizioni culminate nel green pass come una sorta di necessità dovuta alla pandemia, non ha capito proprio nulla dei dispositivi messi in atto dal capitalismo e delle nuove forme di fascismo biopolitico finalizzate al controllo sociale e al disciplinamento della popolazione per mezzo della discriminazione, del ricatto e della trasformazione dei più elementari diritti come persino il lavoro (che solo diritto non è ma necessità per sopravvivere) in premi sulla base dei comportamenti.

ECCEDENZE PRODUTTIVE dicevo, sì perché la storia del capitalismo della sua riproduzione sociale, ossia dei suoi processi di riproduzione della società è fatta di eccedenze produttive, ossia di una massa di forza lavoro eccedente che, proprio perché eccedente, fa entra in concorrenza i lavoratori tra loro e abbassa così il potere contrattuale. Dunque una forza-lavoro il cui costo e condizioni di lavoro e di vita si abbassano in funzione dei profitti del capitale. Per questo questa storia è storia della lotta di classe, di contesa tra borghesie e capitalismo da un parte e proletariato e masse popolari subalterne dall’altra sulla ripartizione della ricchezza sociale.

Le ECCEDENZE PRODUTTIVE pertengono ciò che determina profitto, salario e condizioni di lavoro, ossia il potere contrattuale della forza-lavoro. Ma più in generle, se consideriamo il salario come attuale, differito e indiretto, il conflitto tra classi sociali riguarda anche la ripartizione della richezza sociale, quanto cioè diviene reddito e servizi e quanto rendita. Tutta la lotta di classe si basa su questa contesa, determinando i rapporti di forza tra classi, gruppi sociali, sino a raggiungere una dimensione politica nella coscienza e nell’organizzazione di classe e divenire lotta per il potere politico, nell’intera società. Tale dimensione informa la classe da classe in sé a classe per sé.

Le eccedenze produttive in ultima analisi allontanano i mezzi di produzione dall’appropriazione sociale, collettiva. dalla loro gestione popolare socialista. Non è solo un fatto contrattuale. Ciò contrasta la necessaria socializzazione epocale dei mezzi che riproducono la società.

Ecco allora cosa sta alla base di questa torsione autoritaria che abbiamo vissuto con l’avvio della fase pandemica da covid-19, fino al passaggio dei conflitti intercapitalistici su scala internazionale da tendenza alla guerra imperialista a guerra vera e propria tra NATO e Russia verso il terzo conflitto mondiale, anche se ancora camuffata da guerra Ucraina-Russia. 

Ma se partiamo dall’avvio del tentativo egemonico delle élite mondialiste atlantiste avviato con la pandemia, quella che viene chiamata impropriamente “dittatura sanitaria”, non è altro che la dittatura del capitale su ogni ambito sociale. Il ricatto, le restrizioni, l’esautoramento delle vecchie democrazie borghesi, ritenute inadeguate dai poteri forti della Trilateral e del Bilderberg già qualche decennio fa, questo combinato bio-autoritario, consente di condurre con successo sia una guerra interna che annichilisce i settori sociali in una sorta di controrivoluzione preventiva a tenaglia: istituzioni, partiti di regime, sanità privatizzata di fatto e media mainstream, che una guerra esterna nella crisi strutturale di capitale che già dalla fine del secolo scorso attanaglia il capitalismo costringendolo a cure non risolutive. 

Le eccedenze produttive di capitale fisso e quelle di capitale variabile, ossia mezzi di produzione e forza-lavoro eccedenti in questo passaggio possono venire distrutte per la terza volta (guerra imperialista) nel tentativo di effettuare una “demolizione assistita”, una guerra glocal, ossia globale ma circoscritta al nostro continente.

Ma vediamone i vari passaggi.

Non sappiamo e forse non sapremo mai se questa pandemia sia stata voluta e creata da circoli ristretti a guida statunitense delle classi dirigenti a livello mondiale. Ma quello che ormai possiamo dare per assodato è che l’uso che il capitale monopolistico finanziario e i suoi esecutivi hanno fatto di questa pandemia è stato in direzione di una grande ristrutturazione capitalistica che non ha coinvolto solo le catene del valore, la produzione e la circolazione del capitale, ma i rapporti sociali stessi in un cambiamento antropologico devastante.

Concentrazione di capitali, assoggettamento delle economie locali alle filiere delle multinazionali (la cd amazonizzazione), vedi i lockdown e le regole paranaziste sull’economia di prossimità, sono gli elementi fondativi di una nuova società irrigimentata alla pura logica del profitto dei grandi gruppi finanziari e multinazionali.

In questo processo autoritario di vera e propria guerra sociale interna, tutte le tecniche per gestire con efficacia un esercito industriale di riserva e precario si sono condensate nell’avvio di un dispositivo interoperativo con il quale il comando capitalista potrà decidere come usarlo e quando per concedere diritti o toglierli, selezionare, discriminare: aspetto essenziale per mettere in concorrenza la forza-lavoro, ricattarla per renderla sempre più flessibile e creare un mondo dove persino i bisogni primari diventano un optional, ossia condizionati allo scambio diritti e servizi per comportamenti. Mi riferisco a quello che Osvaldo Costantini in un recente e mirabile intervento su Carmillaonline definisce: «creazioni di differenze all’interno del corpo proletario mediante la gerarchie delle cittadinanze» e ancora specificando: «… il bisogno costante del capitalismo di creare un sistema a geometria variabile che produca una gerarchia sociale nella popolazione, in modo da estrarre plusvalore dalla diversità» e «Una sostanziale e continua operazione di creazione di barriere all’esercizio di diritti e al mantenimento degli status che, seguendo David Harvey, possiamo notare onde svelare la diffusa abitudine del capitalismo a prosperare sulla produzione della differenza»(1)

Dunque le eccedenze produttive, che da sempre il capitale gestisce per abbassare i salari e intensifcare lo sfruttamento, in Italia sin dal pacchetto Treu fino al renziano jobsact, giocano un ruolo fondamentale in questo avvio dell’autoritarismo bio-politico e ipertecnologico. Se da una parte infatti, si attacca il piccolo capitale imprenditoriale, il lavoro autonomo con le restrizioni, dall’altra si annichilisce ogni possibilità rivendicativa e di ricomposizione politico-sindacale del proletariato combinando in un mix devastante per il corpo sociale e operaio dispositivi ben collaudati di scomposizione delle soggettività con quelli nuovi utilizzati con la pandemia.

Il green pass, che oggi si chiama così, domani avrà altri nomi con altre modalità di controllo premiale o sanzionatorio, ha fatto da apripista verso il dispositivo interoperativo. Mentre schiere di illustri marxisti, una vasta compagneria non capiva neppure quanto fosse necessario e vitale difendere i milioni di lavoratrici e lavoratori messi a casa senza stipendio perché non volevano vaccinarsi. Il tutto nel nome di una necessità emergenziale completamente gestita dal capitale: dalle cure negate per imporre alla popolazione i sieri, ai megaprofitti.

Questo dispositivo interoperativo che potrà decidere se puoi avere un alloggio o te ne devi andare come sta sperimentando l’ACER di Fidenza dopo aver azzerato il punteggio, o se meriti un premio perché non hai avuto multe, come sta sperimentando il comune di Bologna con un inizio soft, è l’espressione più sofisticata di gestione delle eccedenze produttive, in grado di colpire ed emarginare chi si oppone e disobbedisce, in grado quindi di imporre la pax del capitale anche per la sua guerra imperialista, anche per la guerra esterna: la guerra interna in funzione della guerra esterna.

Ma di più: in un’era in cui il capitalismo si rivela pura accumulazione per il profitto, senza alcuna funzione positiva per l’umanità che diviene secondaria se non azzerata, le spinte conflittuali e le tensioni sociali vanno preventivamente contrastate. Questo dispositivo interoperativo separa ancora di più i mezzi di produzione, della riproduzione sociale, dalla forza-lavoro, già prima menzionati, poiché aumenta notevolmente il potere del capitale sui lavoratori e nella società in genere, aggiungendosi come dispositivo di comando a quelli già utilizzati sulle eccedenze produttive in tempi normali.

Come vedete l’approccio che abbiamo dato alla nostra scelta di sostenere e lottare con il movimento contro il green pass e l’obbligo terapeutico è tutt’altro che una scelta circoscritta alla dimensione sanitaria.

Questa ristrutturazione sociale, sul piano marxista, è paragonabile all’accumulazione originaria descritta da Marx nelle enclosure del capitalismo pre-industriale, in cui la terra veniva alienata ai contadini che si inurbavano trasformandosi in forza-lavoro, formando una sovrappopolazione sempre più ricattabile in quanto già da allora eccedenza produttiva. Una massa di forza-lavoro eccedente per questa ristrutturazione digitale e delle filiere andrà a peggiorare il potere contrattuale dei lavoratori e la miseria sociale sempre più dilagante. Se prima avevamo “semplicemente” le delocalizzazioni e la progressiva espulsione dai cicli produttivi di manodopera nell’aumento del capitale fisso, oggi la devastazione delle piccole e medie imprese a favore dell’amazonizzazione, della concentrazione dei capitali nella catena del valore, rappresenta uno scarto epocale avviato con la gestione capitalistica di questa pandemia.

Sempre Osvaldo Costantini osserva:«uno dei pilastri del capitale è la sottrazione di autonomia delle popolazioni nell’accesso ai mezzi di sussistenza, più precisamente la separazione tra la forza lavoro e i mezzi di produzione; una operazione mediante la quale la forza lavoro è trasformata in merce tra le merci. Brutalmente riassunta in questo modo la famosa accumulazione originaria di Marx, su di essa va costruita la necessaria riflessione che tale processo sembra essere in costante e continuo funzionamento all’interno dello stesso controllo capitalistico della riproduzione sociale (più o meno la tesi di David Harvey della accumulazione per spossessamento)» (2)

E ancora Marx sulla classe operaia inglese e le contraddizioni con quella migrante irlandese (3) con criteri di gerarchia e divisione nei diritti, nelle paghe, nel lavoro stesso, ma soprattutto di divisione per imperare. Come non leggere infatti, la diversa scelta fatta in materia di vaccinazioni e di accesso con il green pass allavoro stesso, se non una grande divisione capitalistica tra lavoratori e nel sociale tra la stessa popolazione a partire dai settori più disagiati e subalterni?

Le tecniche di controllo della produzione, di determinazione dei costi della forza-lavoro li abbiamo già visti attraverso l’attacco ai bisogni e ai diritti delle parti più deboli del proletariato. Come il diritto di cittadinanza e il relativo permesso di soggiorno per i migranti quale strumento di gestione del mercato del lavoro con l’immissione di forza-lavoro a basso costo, creando precarietà diffusa, divisione nella classe su basi razziali, zero diritti sul lavoro e bassi costi di produzione. Aspetto che i vari sovranisti non hanno compreso proseguendo con questa divisione oscena tra autoctoni e migranti, quando invece è l’unità di tutti i lavoratori salariati e precari a essere il centro di un’opposizione anticapitalista.

Stessa logica del green pass è il decreto Lupi che attacca il diritto all’abitare, attaccando quei comportamenti trasgressivi che puntano alla riappropriazione di condizioni di vita minimali attraverso le occupazioni abitative. La tecnologia digitale, biometrica, la concentrazione dei dispositivi di controllo in un unico dispositivo interoperativo, riassume tutte queste esperienze biofasciste, creando giorno dopo un giorno un grande frankenstein foucaultiano che trasforma le istituzioni e le relazioni sociali stesse in istituzioni totali, governate non dall’essere umano, ma da tecnomacchine, computer, reti di dati, algoritmi che determinano cosa puoi o non puoi fare in base a parametri di volta in volta prefissati. Detto per inciso, il credito sociale cinese, sul quale non mi dilungo, è un’esperienza all’avanguardia per il comando del capitale sulla forza-lavoro e sul controllo sociale della popolazione, che ci fa dire che non è questo il socialismo che vogliamo.

Questa chiave di lettura sostanzialmente materialistico-dialettica, ci porta a vedere i movimenti reali che hanno fatto irruzione nella società in opposizione a questi dispositivi di controllo e discriminatori in due anni di restrizione, come elementi di un’autonomia popolare, operaia. Nella lotta dei portuali di Trieste non abbiamo visto i santini e i rosari, ossia il sostrato culturale che permea la classe da decenni di subordinazione al mainstream e alla religione, ma il tentativo di esercitare rigidità di classe, incidendo in un ganglio vitale della catena del valore del capitale: la circolazione delle merci.

La sovraneria vede solo gli interessi degli autoctoni e rappresenta un’opzione nazionalista, mentre non sono gli interessi corporativi, non sono i confini e le culture, le etnie a essere elemento dirimente questa contraddizione che è di classe e non nazionale, bensì internazionalista e meticcia, da campi di Foggia a Parigi, dai riot di Amburgo a Manchester, a Lisbona.

Invece la compagneria vede le schifose discriminazioni sui migranti ma non quelle su milioni di lavoratori messi a casa senza stipendio, vede le lotte della logistica, ma solo quelle che non mettono in discussione la sua credenza quasi religiosa su una scienza neutra, su un scientismo fideistico, un ossimoro. Quindi ecco le distanze dalla lotta dei portali triestini, quasi fossero degli ammorbati, che di già sarebbero no vax, no?

Invece di lavorare politicamente nei movimenti per come essi si presentano si fa del facile sociologismo: quelli sono fascisti, terrapiattisti, oscurantisti e via dicendo. Per questo l’assemblea antifascista contro il green pass, forse per intuito e necessità di liberazione più che per analisi, ha saputo andare oltre questi pregiudizi che stanno ammazzando la sinistra di classe. Il suicidio finale di chi da anni non esce dal suo guscio autoreferenziale.

È per questo che oggi, il controllo sulla popolazione accumulato con l’esercizio dispotico delle restrizioni con la censura e la propaganda dei media di regime, e con l’ignavia complice delle forze politiche che si dicono d’opposizione, la guerra interna per ora vinta serve quella esterna con le medesime pratiche di criminalizzazione del paria: dal no vax al filo-putin. E l’opposizione contro la guerra ha un vulnus nell’incomprensione di questi due anni di attacco autoritario, di stravolgimento della convivenza civile, dei diritti nati con i citoyen del 1789.

Senza lotta alla gestione autoritaria e ai dispositivi di comando come il green pass, non può esservi una reale lotta contro la guerra. Senza la disobbedienza e il boicottaggio per riappropriarci della nostra vita sociale non ci può essere diserzione dalle logiche della guerra. Le liturgie del comando sono le medesime. Non si può fare una lotta a metà, glissando su uno degli aspetti costitutivi oggi del dominio capitalistico sui lavoratori e sulla società.

Unità popolare contro il capitalismo biofascista, e guerrafondaio significa questo.

In definitiva l’eccedenza produttiva, l’eccesso di forza lavoro è la condizione strutturale del rapporto capitale/lavoro, su cui si articola poi un reticolo di dispositivi che selezionano, gerarchizzano, sanzionano, premiano, escludono o includono. 

Ma le eccedenze produttive sono anche destinate al macello della guerra. Ossia lo sbocco alla crisi del capitalismo. Sono fattore fondamentale nella gestione autoritaria della pandemia ai fini del comando sulla forza-lavoro e nel contempo possono essere “smaltite” nella guerra che oggi può estendersi a tutto il continente con armi nucleari tattiche.

Con l’avvento dell’autoritarismo biopolitico, della sorveglianza e del controllo sociale le eccedenze produttive, articolate in una massa precaria, precarizzata, vanno schiacciate con un sistema interoperativo ad algoritmi che decide automaticamente chi e cosa in base ai comportamenti. I centri di comando del capitalismo, dei suoi apparati statali definiscono i criteri e le modalità del controllo e della selezione sulla massa precaria e in generale, precarizzando e gerarchizzando ancora di più il corpo sociale. Poi il dispositivo interoperativo opera con un “pilota automatico”, formattato sugli obiettivi da conseguire. Che una prassi luddista post-industriale e anti-transumanista diventi l’espressione della resistenza popolare collettiva (e individuale nelle circostanze di vita di ognuno) al processo di irrigimentazione e macchinizzazione del corpo sociale? È questa forse l’espressione conflittuale dell’autonomia di classe in un mondo-capitale totalmente dominato dalla digitalizzazione delle relazioni umane? Sono queste le “gocce di sole nella città degli spettri”, per parafrasare un’opera scritta da Curcio nelle carceri speciali?

Ho dunque accennato che nell’analisi marxista in generale il capitalismo risponde alle sue crisi economiche di sovrapproduzione o sovraccumulazione con la guerra, ossia con la distruzione di capitale eccedente: impianti, infrastrutture e forza-lavoro. C’è il rischio molto forte che la gestione delle eccedenze produttive sul fronte europeo si traduca in un ridimensionamento delle eccedenze produttive stesse, in particolare del nemico, ma anche degli alleati da parte del paese imperialista dominante, ossia gli USA e con essi la Gran Bretagna, quella che viene definita l’anglosfera. Ma per il capitalismo occidentale a guida USA, per la NATO che ne è suo strumento di comando sull’intero blocco di paesi imperialisti, il nemico, ovvero il competitore, qual è? 

Il nemico per gli USA-NATO è di fatto duplice: l’Europa da una parte e la Russia dall’altra. L’entità europea per gli USA e la Gran Bretagna (ecco spiegata una delle ragioni dell Brexit…) non deve infatti unirsi in un polo euroasiatico economico-sociale che riassuma Russia ed Europa insieme, fatto di mercati, impianti e infrastrutture a tecnologia avanzata, risorse energetiche e funzionali alle nuove tecnologie: ciò sarebbe un grave problema per gli USA in quanto sarebbero in presenza di un gigantesco player affacciato tra l’altro sui mercati asiatici. La vera partita si gioca per questa contesa, che gli europei non stanno affrontando nel giusto modo, ponendo un freno alla strategia bellica del dividi et impera degli USA. 

Gli esecutivi dell’UE sono in diversi modi tutti assoggettati alla politica di Washington, che detta legge, che determina i tempi e i modi dell’azione bellica, disattivando ogni possibilità diplomatica con la Russia. Sul piano geostrategico un conflitto che divida la Russia dal resto dell’Europa per gli USA è un toccasana. E la guerra in Europa con mezzi nucleari tattici e limitati al solo continente europeo, non è un’ipotesi peregrina. Gli esecutivi vassalli sottostanno a questa strategia che nella migliore delle ipotesi distrugge l’Europa con un’economia di guerra lunga degli anni e nella peggiore fa leva sul fatto che la Russia e la NATO impieghino mezzi nucleari tattici in una guerra “glocal” limitando la distruzione al solo continente europeo. 

Ecco il perché di un dominio autoritario. Prima educhi all’obbedienza le masse, ritardando i tempi della giusta e ovvia rivolta sociale… e poi le distruggi al momento giusto evitando la rivolta generalizzata, tensioni sociali che superino il livello di guardia. Ecco perché è un imperativo mobilitarci contro la guerra imperialista e contro la NATO che ci sta portando alla miseria dilagante se non al disastro di una guerra su vasta scala. È una strategia che va attaccata rispondendo colpo su colpo, con la lotta e l’organizazione autonoma di classe, alla guerra sociale interna che ci stanno facendo senza avercela dichiarata. Dobbiamo metterci in queste condizioni, non ci sono altre vie.


 

Note

  1. Osvaldo Costantini, Pandemia, stato, capitale, Qualche bilancio
  2. Ibidem
  3. Lettera di Marx a Sigfried Meyer e August Vogt, Marx, 9 aprile 1970

Share

Eccedenze produttive: per un’analisi marxista dell’autoritarismo pandemico e di guerra è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>
Jin Jiyan Azadi – La rivoluzione delle donne in Kurdistan https://www.carmillaonline.com/2022/05/13/jin-jiyan-azadi-la-rivoluzione-delle-donne-in-kurdistan/ Fri, 13 May 2022 20:00:43 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=71862 di Giovanni Iozzoli

A cura dell’Istituto Andrea Wolf (*) è uscito per Tamu Edizioni, il libro Jin Jiyan Azadi (Napoli, pagg. 445) che rappresenta, ad oggi, uno dei più esaustivi contributi per la ricostruzione della storia del movimento di liberazione del Kurdistan. E questo a partire da quella che è l’anima del movimento: l’emancipazione della donna, costruita in decenni di elaborazioni e lotte condotte fino al martirio.

Il protagonismo femminile è il filo conduttore di tutta la narrazione: la battaglia ideologica “interna” contro il patriarcato storico del Kurdistan, le prime forme di elaborazione [...]

Jin Jiyan Azadi – La rivoluzione delle donne in Kurdistan è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>

di Giovanni Iozzoli

A cura dell’Istituto Andrea Wolf (*) è uscito per Tamu Edizioni, il libro Jin Jiyan Azadi (Napoli, pagg. 445) che rappresenta, ad oggi, uno dei più esaustivi contributi per la ricostruzione della storia del movimento di liberazione del Kurdistan. E questo a partire da quella che è l’anima del movimento: l’emancipazione della donna, costruita in decenni di elaborazioni e lotte condotte fino al martirio.

Il protagonismo femminile è il filo conduttore di tutta la narrazione: la battaglia ideologica “interna” contro il patriarcato storico del Kurdistan, le prime forme di elaborazione teorica, le pratiche costituenti di nuove istituzioni. Attraverso il sacrificio delle guerrigliere curde – dalle carceri alle montagne – si può leggere in controluce non solo la storia di un movimento di liberazione nazionale ma anche lo sviluppo di un punto di vista femminile rivoluzionario originale, diverso dai femminismi storici d’occidente. È proprio il peso del protagonismo femminile, le prassi solidale e ribelle che esso incarna, a ispirare la svolta ideologica guidata da Ocalan, verso la fine degli anni ’90, in direzione della teoria/prassi del Confederalismo democratico – un processo di superamento dell’idea della statualità socialista novecentesca in direzione di una nuova radicalità democratica delle istituzioni autonome.

Il libro è attraversato dalle biografie di donne dirigenti del PKK che hanno consapevolmente affrontato la morte in nome della vita, contribuendo con i loro corpi e la loro indomita testimonianza, a tenere in piedi la resistenza armata e la prospettiva rivoluzionaria. Se questa direzione rappresenterà  effettivamente un nuovo stadio di sviluppo del pensiero anticapitalistico, lo capiremo nei prossimi anni. Per il momento, grazie a libri come questo, possiamo attingere a quello che già rappresenta un patrimonio ricchissimo di esperienza ed eroismo popolare, dentro una storia nuova: una storia scritta anche con il sangue delle donne.

Di seguito un estratto dal prologo del libro.

***

Questo testo è stato scritto nel settimo anniversario del massacro di tre rivoluzionarie a Parigi. Per noi donne curde cominciava allora una lunga giornata che sarebbe trascorsa sotto l’ombra della sofferenza e della rabbia. L’anniversario ci ricorda il dolore che si è fatto strada in noi e che in giorni come questo sentiamo più profondamente; quante vite abbiamo perso, quante ne abbiamo date per il bene della lotta per la libertà. (…) La nostra lotta è cresciuta e ha superato le frontiere grazie al loro ricordo e a tutto quello che hanno creato, non solo tre rivoluzionarie, ma migliaia di donne hanno dato la propria vita per questa lotta di quasi mezzo secolo. Il ghiaccio che il patriarcato ha innestato nella nostra memoria, corpo, coscienza e mente, si sta sciogliendo. (…) Il sangue scorre dalle lande delle dee madri fino alle vene della terra. Si sta sollevando il manto di nebbia caduto sulla storia delle donne, nascosta per cinquemila anni. E sta convergendo con la nostra lunga, dolorosa e dura odissea. Sara è stata la prima, e Hevrin Khalaf è l’ultimo anello che ha fatto parte di questa cultura della resistenza. Desideriamo che sia l’ultima, vogliamo restare sempre vive. Perchè la nostra lotta continua e il sangue scorre nelle vene del mondo. (…) Ora, le pietre che colpiscono il corpo di una donna lapidata in Iran raggiungono i nostri corpi. Siamo rivoluzionarie come il fazzoletto bianco che pende dalla punta di un bastone impugnato da una giovane donna iraniana. Ora siamo una parola che si aggiunge al grido mee too di una donna nera in America; siamo il coraggio delle donne che dall’Afghanistan salutano il Rojava. Con la luce che arde negli occhi di una guerrigliera che costruisce il futuro sulle montagne delle Filippine, appicchiamo il fuoco alimentato da una guerrigliera sulle montagne del Kurdistan. Le oscure gallerie della storia si stanno illuminando una a una. Il silenzio che copriva i sussurri nella gallerie buie, si sta trasformando in parole, grida. Non importa dove o quando, questa voce ci dice: la resistenza delle donne è un torrente che non si secca mai, è un fiume che, per quanto si cerchi di ostacolarne il passaggio, troverà sempre la sua strada.

Questo libro è il risultato del lavoro collettivo di un gruppo di donne che vogliono abbandonarsi al flusso di quel fiume e ripercorrerne la storia. E’ il risultato delle testimonianze di donne e della consapevolezza di un gruppo di compagne internazionaliste, coscienti che l’illuminazione della storia è più di un indagine, è una ricerca di senso, un primo passo verso la creazione di se stesse. (…)

In oltre quarant’anni di lotta, le donne curde non hanno avuto neanche una volta la possibilità di fermarsi e respirare, di descrivere e affrontare quello che hanno vissuto. Ci sono molte storie che non sono ancora state raccontate, molte esperienze che non si sono trasformate in coscienza e tante realtà che non hanno avuto l’opportunità di aprire la strada alla verità. Nascosta nelle nostre coscienze, nei ricordi, nei dolori, c’è la storia non scritta di migliaia di donne. Ora, il lavoro condiviso delle nostre compagne ha unito gli sforzi per portare alla luce questa storia. Esse si sono assunte un compito tanto difficile quanto significativo – scrivere la storia del Movimento delle donne curde. Non hanno solo registrato quanto visto e ascoltato. Mentre annotavano le conoscenze, le esperienze e i dolori sanguinavano, sentivano il dolore, si riempivano di speranza e in questo modo completavano una parte della loro identità che era mancante. Hanno mostrato l’esempio più bello, ovvero lo sforzo di capire e far capire. Ecco perché questo lavoro, che crediamo illuminerà il cammino di tutte le donne del mondo che stanno portando avanti la lotta per la libertà – non importa dove, chi, né quando -, è molto prezioso: esso trasforma le esperienze di quarant’anni di lotta delle donne curde, in un esempio. Ci auguriamo che questo libro, che trasmette la bellezza, l’estetica e il potere formativo del creare attraverso la vita, sia inteso come uno sforzo per capire e far capire, e che aumenti il desiderio di creare insieme. Auspichiamo che, attraverso quanto raccontato tra le sue pagine, l’offerta di ottenere e conoscere la libertà che filtra dalle nostre esperienze in quanto donne curde, dia forza alla marcia per la libertà delle altre donne (…)

 

(*) L’Istituto Andrea Wolf è nato nel 2019 in Rojava, È luogo di incontro per donne di tutto il mondo che vi si ritrovano per organizzare seminari, formazioni, ricerche e interviste con le persone che vivono e combattono nella Siria del Nord e dell’Est, e condividere saperi ed esperienze.


Il volume sarà presentato alla  manifestazione valsusina del movimento NoTav  “Una montagna di libri” domenica 29 maggio ore 11:30 – Bussoleno

Share

Jin Jiyan Azadi – La rivoluzione delle donne in Kurdistan è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>
Il nuovo disordine mondiale / 14: Per disertare i due fronti, una riflessione https://www.carmillaonline.com/2022/05/12/il-nuovo-disordine-mondiale-14-una-riflessione-per-disertare-i-due-fronti/ Thu, 12 May 2022 20:00:32 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=71871 di Sandro Moiso

In tempi cupi di guerra, in cui i paragoni e i paralleli tra guerra in Ucraina, Resistenza e guerra civile spagnola si sprecano e mentre le tentazioni da tifoseria calcistica si infiammano tra quegli stessi militanti che semplicemente alla guerra dovrebbero opporsi senza voler a tutti costi prender parte allineandosi a uno dei due fronti in lotta, potrebbe essere utile la lettura di una ricerca condotta alcuni anni or sono da Mirella Mingardo sul dibattito, e le conseguenti scelte politiche, che si svolse tra le fila dei militanti comunisti [...]

Il nuovo disordine mondiale / 14: Per disertare i due fronti, una riflessione è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>

di Sandro Moiso

In tempi cupi di guerra, in cui i paragoni e i paralleli tra guerra in Ucraina, Resistenza e guerra civile spagnola si sprecano e mentre le tentazioni da tifoseria calcistica si infiammano tra quegli stessi militanti che semplicemente alla guerra dovrebbero opporsi senza voler a tutti costi prender parte allineandosi a uno dei due fronti in lotta, potrebbe essere utile la lettura di una ricerca condotta alcuni anni or sono da Mirella Mingardo sul dibattito, e le conseguenti scelte politiche, che si svolse tra le fila dei militanti comunisti italiani al deflagrare della guerra di Spagna.

In particolare la parte dedicata all’analisi che la Sinistra comunista italiana svolse in diretta sull’evoluzione dei fatti che avevano preceduto e accompagnato i primi momenti di quella guerra sulle pagine delle due riviste che la frazione italiana redigeva all’estero: «Prometeo» e «Bilan»1.

La Sinistra comunista, l’organizzazione che si richiamava al Partito comunista d’Italia negli anni della sua fondazione, prima che le imposizioni di Mosca ne cambiassero la natura, si poneva a sinistra del PCI. Quest’area, definita genericamente bordighista, con la scissione avvenuta al suo interno, nel luglio 1927, aveva visto una separazione tra il gruppo facente capo a Michelangelo Pappalardi – che si richiamava alle posizioni critiche di Rosa Luxemburg nei confronti del potere bolscevico – e la maggioranza facente capo a Ottorino Perrone, detto Vercesi, che per sfuggire alle persecuzioni fasciste riparò a Parigi nel 1926, divenendo il punto di riferimento dei compagni. Il gruppo di maggioranza, che si richiamava a Perrone, nel 1928 a Pantin, nelle vicinanze di Parigi, si costituì in frazione, e si definì “Frazione di sinistra del Partito comunista d’Italia”.

Il sollevamento degli operai spagnoli contro la rivolta militare che, nelle giornate di luglio del 1936, aveva dato inizio alla guerra civile, fu motivo di dibattito nella Frazione. Mentre una parte vedeva nell’insurrezione spontanea un inizio di rivoluzione, l’altra, al contrario, la riteneva un tumulto sanguinoso, impossibilitato a tramutarsi in una lotta rivoluzionaria. Tra i due gruppi prevalse quest’ultima corrente che, minoritaria da principio, divenne maggioritaria e faceva riferimento, oltre che a Perrone, a Virgilio Verdaro, che aveva partecipato alla fondazione del Pcd’I.

La maggioranza considerava la Spagna un paese capitalistico che, in quanto tale, avrebbe dovuto proiettarsi verso una rivoluzione comunista, ma mancava di un elemento essenziale: il partito rivoluzionario. Essa riteneva infatti che né il POUM né la CNT potevano dirsi forze realmente rivoluzionarie. Riteneva inoltre che il dirottamento delle masse proletarie, in rivolta contro la sollevazione nazionalista, nell’alveo del Fronte popolare e l’intervento dei paesi stranieri, Germania e Italia da una parte e URSS dall’altra, avevano ormai trasformato la guerra civile in guerra imperialista. Nel conflitto non vi erano due classi che si scontravano, ma due fazioni all’interno della stessa borghesia spagnola, con il sostegno dei due opposti blocchi imperialisti. Mentre Franco attaccava militarmente, le forze borghesi, che guidavano la Repubblica, manovravano e usavano i lavoratori, e li disarmavano ideologicamente.

In questo gioco il POUM e la CNT assumevano un ruolo importante nell’arruolamento degli operai per il fronte. Le due organizzazioni divenivano pertanto delle «pedine» nelle manovre del capitalismo che, per loro tramite, faceva «credere» al proletariato che si combatteva per il socialismo o l’anarchia. “Bilan”, il mensile della Frazione, pubblicato a Bruxelles dal 1933, metteva in luce come alla fine di luglio l’esercito repubblicano si fosse di fatto «dissolto», e come, invece, grazie al POUM, agli anarchici e al PSUC stalinista, il Partito socialista unificato della Catalogna, esso si fosse «ricostituito gradualmente con le colonne dei miliziani», il cui stato maggiore restava nettamente borghese.

Un motivo che, secondo la maggioranza della Frazione, induceva a sopravvalutare la sollevazione spagnola era dato soprattutto dagli esempi di collettivizzazione delle fabbriche e delle terre; in realtà questi episodi non potevano contribuire ad un rivolgimento sociale, in quanto non erano supportati da una rivoluzione politica per la conquista del potere sotto la guida del proletariato. «La socializzazione di un’impresa – ammoniva “Bilan” –, che lasci intatto l’apparato statale, costituisce l’anello di una catena che blocca il proletariato dietro il proprio nemico». Infine, le violenze e le distruzioni perpetrate contro i detentori di capitali, i preti, i proprietari fondiari, non avevano nulla di rivoluzionario: «La distruzione del capitalismo non è la distruzione fisica, anche se violenta delle persone che incarnano il regime, ma la distruzione del regime stesso».

In un momento in cui arruolarsi in difesa della libertà e contro il fascismo erano le parole d’ordine, il gruppo maggioritario contrapponeva, all’adesione al fronte repubblicano, la diserzione degli eserciti e invocava la fraternizzazione dei soldati, chiedendo di non andare ad offrire il proprio tributo nelle colonne internazionali e nelle milizie; raccomandava quindi di intraprendere la sola lotta possibile: la lotta contro la borghesia, favorendo l’insurrezione degli operai e la paralisi degli eserciti. «A chi ci dice che dobbiamo essere dove i proletari si battono, noi rispondiamo che combatteremo per ritirare fino all’ultimo operaio da queste armate di Unione Sacra, che lavorando accanitamente in Spagna e negli altri paesi, noi combattiamo per distruggere la macchina capitalista dell’oppressione, quella da cui sgorga fascismo ed antifascismo, per battere la borghesia, per cacciarla dalla comoda finestra che essa occupa attualmente e dove può fregarsi esultante le mani contemplando la carneficina del proletariato spagnolo ed internazionale.»

Un certo numero di militanti della Frazione, quelli che si ritrovavano nelle scelte della minoranza (sorta nel luglio del 1936 in occasione del dibattito sulla guerra in corso in Spagna, e facente riferimento ai napoletani Enrico Russo e a Mario De Leone, rifugiato a Marsiglia), partì invece per Barcellona dove fondò la Federazione Barcellonese della Frazione italiana della sinistra comunista e prese contatti con il POUM e con la CNT.

Giunto in Spagna, Enrico Russo, che era stato capitano durante la prima guerra mondiale, raccolse una cinquantina di compagni (circa venti trotskisti e una trentina di bordighisti italiani residenti in Belgio e in Francia), formando la “Colonna Internazionale Lenin” aderente al POUM, ne assunse il comando, andando a combattere sul fronte di Huesca. In agosto partì anche Mario De Leone, incaricato dalla Federazione marsigliese di recarsi in Catalogna come osservatore.

La minoranza di Russo e De Leone riteneva che le conquiste rivoluzionarie, economiche e sociali, delle giornate di luglio, fossero tali da imporre a ogni militante il dovere di battersi accanto al proletariato spagnolo contro il fascismo; poi la lotta sarebbe proseguita contro la democrazia e i suoi rappresentanti. Nella prima fase, scriveva un militante che si firmava Il Maremmano, «lotta armata contro la reazione che attacca e distrugge esistenze e organizzazioni, lotta politica contro la democrazia di fronte popolare e antifascismo denunziando al proletariato il ruolo che essa giuoca per salvaguardare le istituzioni borghesi ed i suoi privilegi, solo nella seconda fase quando il proletariato si sarà liberato della reazione di destra passare all’attacco frontale della democrazia che vorrà certamente opporsi alla distruzione completa delle istituzioni borghesi.»

Da principio, dinanzi a questa precisa scelta, non fu presa da parte della maggioranza, alcuna misura di espulsione. La minoranza, costituitasi in “Comitato di Coordinazione”, in un suo comunicato, approvava l’atteggiamento dei compagni che si erano recati in Spagna a difendere anche con le armi la rivoluzione, considerava già poste le condizioni per una scissione e rinviava la soluzione delle divergenze a un prossimo congresso. Ma in ottobre, con la militarizzazione delle milizie, i membri della minoranza che erano presenti in Spagna decisero di sciogliersi e, in seguito, la maggior parte di loro tornò in Francia2.

Quest’ultima parte è approfondita in un altro testo, di Augustín Guillamón Iborra, a cura del Centro Studi Pietro Tresso3, ma ciò che va qui sottolineato è che nel momento stesso in cui l’intervento dell’Internazionale Comunista stalinizzata e dell’URSS nella guerra spagnola iniziava a costruire strutture militari più rigide e autoritarie, mirando a inquadrare le formazioni militari “rivoluzionarie” all’interno di un esercito maggiormente controllato dalla borghesia spagnola e dagli inviati di Mosca, per i compagni che pur erano accorsi tra i primi a fianco dei proletari e contadini spagnoli apparve evidente il rintocco della campana a morto per tutta quella esperienza.

Campana a morto che risuonò tragicamente prima con le giornate di Barcellona durante le quali gli stalinisti imprigionarono e massacrarono i militanti del POUM e anarchici e, successivamente, nell’abbandono dei lavoratori spagnoli al loro destino dopo la sconfitta della Repubblica ad opera delle forze franchiste e la firma del trattato di non aggressione decennale Ribbentrop – Molotov, tra URSS e Germania nazista, il 23 agosto 1939.

Se in un primo momento il dibattito sviluppatosi all’interno della Frazione, i cui militanti dissidenti furono tra i primi a giungere in Spagna per combattere contro il fascismo di Franco, aveva dimostrato la complessità delle valutazioni di carattere tattico e strategico in un contesto in cui una guerra di carattere nazionalista e, successivamente, imperialista aveva contribuito alla sollevazione in armi degli operai e all’istituzione di consigli di fabbrica e comuni contadine che ridistribuivano le terre ai campesinos, la valutazione dell’abbandono del campo di battaglia da parte di coloro che pur avevano rotto con la Frazione agli albori della guerra dimostrò l’evidenza dell’inutilità della partecipazione ad una guerra che si era sviluppata a partire da esigenze borghesi o nazionaliste, in un contesto in cui i proletari e rivoluzionari, pur coraggiosissimi, avrebbero funzionato soltanto come carne da cannone.

Se tutto ciò è possibile dire oggi, ed era già possibile dire allora, in una situazione in cui l’attività e iniziativa proletaria e rivoluzionaria avevano per un periodo contribuito a determinare gli avvenimenti e ad accendere le speranze del proletariato europeo e internazionale, come si può pensare adesso, anche solo lontanamente, che lo stesso sacrificio possa essere messo in pratica da militanti, che si ritengono rivoluzionari, sia sul fronte del Donbass che su quello della “resistenza” ucraina, entrambi determinati da ben precisi interessi ed iniziativa di carattere imperiale, come l’altolà dato dal segretario generale della NATO Stoltemberg a Zelensky sulla possibilità di intavolare negoziati con la Russia ha confermato? Oppure si vuol ancora credere che nelle repubbliche indipendentiste sia in atto una nuova Comune, autonoma dalle scelte putiniane che hanno visto invece inquadrare nelle proprie operazioni militari le milizie di quelle due regioni?

Oltre tutto, l’unico parallelo che è oggi possibile tracciare con la guerra di Spagna è dato dal fatto che, esattamente come in quella, nell’attuale guerra si stanno sperimentando le tecniche, anche di comunicazione, e le armi destinate a contraddistinguere i futuri scenari di guerra europea e mondiale. Mettendo a confronto una tattica militare di carattere ancora novecentesco, come quella messa in atto dalle forze armate russe, con una più avanzata che gli Stati Uniti e i loro alleati più stretti hanno messo fino ad ora in atto soltanto su scala ridotta4, ma ora utilizzata su scala allargata nei confronti di un esercito regolare “tradizionale”.

Allora, meglio meno ma meglio per un movimento che voglia dirsi ancora antagonista e che, per rimanere effettivamente tale, dovrà affidarsi al buon vecchio antimilitarismo di classe. Quello che incita alla diserzione e all’affratellamento dei militari degli eserciti contrapposti e alla successiva o contemporanea rivolta sociale contro i rispettivi governi, di cui alcuni episodi avvenuti sul campo e la fuga di migliaia di giovani sia dalla Russia che dall’Ucraina per sfuggire alla chiamata di leva, sempre meno pubblicizzati, tenderebbero già a dimostrare una seppur remota possibilità5.

Di che reggimento siete
fratelli?
Parola tremante
nella notte
Foglia appena nata
Nell’aria spasimante
involontaria rivolta
dell’uomo presente alla sua
fragilità
Fratelli.

(Giuseppe Ungaretti – Mariano, 15 luglio 1916)

(14 – continua)


  1. Mirella Mingardo, I comunisti italiani e la guerra civile spagnola. La stampa clandestina (1936 – 1939), Quaderni di pagine marxiste – serie bianca, Milano 2016, pp. 246 – qui anche la sua versione disponibile on line  

  2. Sintesi delle pp. 99 – 104 del testo di Mirella Mingardo  

  3. Augustín Guillamón Iborra, I bordighisti nella guerra civile spagnola, in “Quaderni del Centro studi Pietro Tresso, Serie: Studi e ricerche, n. 27, 1993  

  4. Ad esempio l’uso su larga scala degli omicidi mirati tramite missili e droni, utilizzata precedentemente nei confronti di leader e comandanti militari iraniani, libanesi e palestinesi, ma oggi adottata nei confronti dei vertici militari russi  

  5. Si veda, a titolo di esempio, Daniele Raineri, Quei soldati ucraini allo sbando nel bosco. “Morale a pezzi, vogliamo andare a casa”, «la Repubblica» 30 aprile 2022 oppure i vari episodi riguardanti i militari russi che si rifiuterebbero di combattere sabotando i propri mezzi e disobbedendo agli ordini impartiti dall’alto o, ancora, il sabotaggio degli uffici di reclutamento in Russia – qui  

Share

Il nuovo disordine mondiale / 14: Per disertare i due fronti, una riflessione è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>
Pratiche e immaginari di sorveglianza digitale https://www.carmillaonline.com/2022/05/11/pratiche-e-immaginari-di-sorveglianza-digitale/ Wed, 11 May 2022 20:00:44 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=71738 di Gioacchino Toni

[Di seguito una breve presentazione del volume in uscita in questi giorni – Gioacchino Toni, Pratiche e immaginari di sorveglianza digitale, Prefazione di Sandro Moiso, Il Galeone, Roma, 2022, pp. 220, € 15.00 – Disponibile in pre ordine direttamente presso l’editore e presto in tutte le librerie on line e di fiducia – ght]

Ad un certo momento la finzione cessò di preoccuparsi di imitare la realtà mentre quest’ultima sembrò sempre più voler riprodurre la finzione, tanto che si iniziò ad avere la sensazione che le immagini si stessero sostituendo al reale. Ciò che abitualmente [...]

Pratiche e immaginari di sorveglianza digitale è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>

di Gioacchino Toni

[Di seguito una breve presentazione del volume in uscita in questi giorni – Gioacchino Toni, Pratiche e immaginari di sorveglianza digitale, Prefazione di Sandro Moiso, Il Galeone, Roma, 2022, pp. 220, € 15.00 – Disponibile in pre ordine direttamente presso l’editore e presto in tutte le librerie on line e di fiducia – ght]

Ad un certo momento la finzione cessò di preoccuparsi di imitare la realtà mentre quest’ultima sembrò sempre più voler riprodurre la finzione, tanto che si iniziò ad avere la sensazione che le immagini si stessero sostituendo al reale. Ciò che abitualmente si chiamava realtà, sembrò divenire una fantasia creata dai mass media, dai film, dalla televisione e dalla pubblicità. L’impressione era quella di vivere ormai all’interno di un grande racconto in cui i personaggi che popolavano la fiction hollywoodiana sembravano ormai più reali dei vicini di casa. La finzione giunse così ad affliggere la vita sociale, a contaminarla e a penetrarla al punto da far dubitare di essa, della sua realtà e del suo senso. La televisione continuava a raccontare la sua storia come si trattasse della storia di chi stava di fronte allo schermo; d’altra parte gli spettatori sembravano ormai da tempo vivere per e attraverso le sue immagini. Le stesse guerre smisero di essere viste per quello che erano e assunsero l’aspetto di un videogioco, così da risultare meglio sopportabili da chi ancora poteva viverle dal divano di casa.

I nuovi media digitali permisero agli esseri umani di farsi produttori e distributori di immagini, consentendo loro di costruirsi testimonianze di esistenza e così le metropoli iniziarono a essere attraversate da zombie dall’aspetto ben curato dotati di potenti attrezzature tecnologiche tascabili sempre più disinteressati della realtà che si trovavano di fronte intenti a immagazzinare senza sosta immagini da condividere sui social con comunità digitali composte da persone pressoché sconosciute. Il mondo, con i suoi parchi di divertimento, i club vacanze, le aree residenziali, le catene alberghiere, i centri commerciali riproducenti il medesimo ambiente, venne dunque organizzato per essere distrattamente filmato e condiviso, più ancora che visitato e vissuto.

La visione umana si era ormai assoggettata a una visione tecnologica capace di riscrivere le modalità di comprensione del mondo filtrandola attraverso schermi di computer, bancomat, smartphone e smart-tv che offrivano procedure operative già pronte, cui non restava che adeguarsi. Questa nuova visione guidava ormai i percorsi di soggettivazione, determinando le modalità con cui gli esseri umani si rapportavano nei confronti degli oggetti e degli altri individui fruiti quasi esclusivamente attraverso una visuale inorganica dell’occhio tecnologico.

Nei dibattiti, ormai svolti quasi esclusivamente attraverso sistemi digitali, raramente gli interlocutori entravano nel merito di ciò che commentavano, solitamente si limitavano a sfruttare l’occasione per ribadire fugacemente punti di vista e credenze già posseduti: l’importante era restare aggrappati alla bolla comunitaria in cui si era inseriti. La logica della spettacolarizzazione e dell’esibizione merceologica finì con l’estendersi dalle vetrine dei negozi agli individui obbligandoli a creare e gestire la propria identità al fine di catturare l’attenzione altrui adeguandosi agli standard di rappresentazione sociale prevalenti. I processi di digitalizzazione sembrarono disattendere le promesse di potenziare le capacità umane dispensando libertà, informazione e una generale propensione al bene comune per trasformarsi in amplificatori di fragilità, isolamento e alienazione sociale.

Le pratiche di sorveglianza raggiunsero livelli prima impensabili. Alcune corporation iniziano a tradurre l’esperienza privata umana in dati comportamentali da cui derivare previsioni su di loro. A molti tale trasformazione dell’esperienza umana in materia prima gratuita per le imprese commerciali, capace di rendere obsoleta qualsiasi distinzione tra mercato e società, tra mercato e persona, sembrò non procurare grandi fastidi. Si diceva che tutto ciò fosse potuto accadere anche grazie a una certa propensione alla servitù volontaria scambiata volentieri dagli individui con qualche servizio offerto dal Web e dai social, ma la carenza di rapporti sociali fuori dagli schermi e la dipendenza dalla Rete derivavano in buon parte dallo smantellamento delle comunità e dei rapporti sociali tradizionali operato da un sistema che aveva fatto dell’individualismo più cinico e spietato il suo filo conduttore e l’asservimento digitale sembrava piuttosto la logica conseguenza di quella ricerca spasmodica di nuovi ambiti di sfruttamento giunti a coinvolgere anche gli aspetti più privati dell’individuo.

Questo sistema economico fondato sulla sorveglianza iniziò a incidere sul reale attraverso le applicazioni, le piattaforme digitali e gli oggetti tecnologici utilizzati quotidianamente sfruttando i tempi ristretti imposti agli individui dalla società della prestazione, la propensione a ricorrere a comodi sistemi intuitivi e pronti all’uso, l’accesso selettivo alle informazioni utili a esigenze immediate di relazione, il desiderio di aderire a una visione certa di futuro pianificata a tavolino dagli elaboratori aziendali. Insomma ci si trovò di fronte al più sofisticato sistema di monitoraggio, predizione e incidenza comportamentale mai visto all’opera nella storia e tali pratiche di controllo e manipolazione sociale erano nelle mani di grandi corporation private che sembravano ormai divenute le nuove superpotenze.

Il confine tra fisico e non fisico, tra online e offline parve annullarsi: Internet divenne lo sfondo invisibile della vita quotidiana trasformando la connettività degli esseri umani da una modalità circoscritta all’uso degli schermi a una modalità diffusa nel quotidiano. Ci si ritrovò online anche senza volerlo o saperlo. Si diceva che tutto ciò serviva per migliorare la vita umana, ma molti di questi miglioramenti riguardavano i tempi e i fini imposti dalla società della prestazione, della mercificazione e del controllo.

La cultura della sorveglianza reciproca venne presto percepita come parte integrante di uno stile di vita, un modo naturale con cui rapportarsi al mondo e agli altri. A differenza delle ansiogene forme di sorveglianza tradizionali, deputate alla sicurezza nazionale e alle attività di polizia, le nuove seppero rendersi desiderabili e farsi percepire come poco invasive, inducendo così ad accettare con estrema disinvoltura di farsi contemporaneamente sorvegliati e sorveglianti. Si diffuse una vera e propria ossessione per la trasparenza e una propensione all’esibizionismo. In cambio di un rassicurante riconoscimento pubblico, sancito dal consenso digitale, si iniziò a mostrarsi e condividersi costruendosi identità adeguate agli standard graditi ai più.

In un tale panorama, invocare libertà impugnando un cellulare mossi dall’urgenza di postare al più presto sulle piattaforme social quel che restava del desiderio di libertà si scontrava con l’impossibilità di liberarsi da quei gratificanti intrattenimenti digitali di cui si continuava, nei fatti, a essere prigionieri nel timore di subire la morte sociale e perdere l’occasione di esprimere dissenso in un contesto che sembrava però ormai irrimediabilmente viziato.

Tutto ciò può sembrare la trama di una fiction distopica ma la realtà in cui viviamo non sembra essere molto diversa. Pratiche e immaginari di sorveglianza digitale intende dar conto di ciò tratteggiando le trasformazioni in atto senza alzare per forza bandiera bianca e lo fa riprendendo: l’idea di messa in finzione della realtà di Marc Augé; le riflessioni sul visuale contemporaneo di Horst Bredekamp, Nicholas Mirzoeff e Andrea Rabbito; il palesarsi di relazioni sempre più strette tra guerra, media e tecnologie del visibile messe in luce da Paul Virilio, Jean Baudrillard e Ruggero Eugeni; i rapporti tra l’universo videoludico e quello militare suggeriti da Matteo Bittanti; le annotazioni di André Gunthert sull’avvento dell’immagine fotografica digitale e sulla pratica della sua condivisione; il fenomeno della vetrinizzazione e del narcisismo digitale approfonditi rispettivamente da Vanni Codeluppi e Pablo Calzeroni; il capitalismo e le culture della sorveglianza ricostruiti da Shoshana Zuboff e David Lyon; l’affievolirsi della distinzione tra online e offline tratteggiata da Laura DeNardis e Stefano Za a partire dall’internet delle cose; la diffusione dell’intelligenza artificiale, della dittatura degli algoritmi e delle piattaforme digitali di cui si sono occupati Carlo Carboni, Massimo Chiariatti, Dunia Astrologo, Kate Crawford, Luca Balestrieri e il gruppo Ippolita; la privacy digitale e le pratiche di profilazione che coinvolgono gli individui sin da prima della nascita indagate da Veronica Barassi…

Questo volume è dedicato a Valerio Evangelisti

 

 

Share

Pratiche e immaginari di sorveglianza digitale è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>
La svolta di Riccardo Antonaroli https://www.carmillaonline.com/2022/05/10/la-svolta-di-riccardo-antonaroli/ Tue, 10 May 2022 20:30:04 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=71765 di Mauro Baldrati

Un interessante movie girato da un regista esordiente, che conferma un certo talento italiano nel noir. Siamo ormai degli esperti artigiani che producono un combinato a lievitazione naturale di crime classico che non fa sconti, di fumetto noir, un po’ di neorealismo, romanticismo, un argot etnico – napoletanesco, romanesco -, esistenzialismo da terzo millennio. Questo incedere naturista ci aiuta a decolonizzarci dallo stereotipo hollywoodiano, un predatore commerciale patinato che ci ha tenuto sotto scacco per decenni, e ancora tiene banco, in certi settori dell’immaginario, quello televisivo soprattutto, con la [...]

<em>La svolta</em> di Riccardo Antonaroli è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>

di Mauro Baldrati

Un interessante movie girato da un regista esordiente, che conferma un certo talento italiano nel noir. Siamo ormai degli esperti artigiani che producono un combinato a lievitazione naturale di crime classico che non fa sconti, di fumetto noir, un po’ di neorealismo, romanticismo, un argot etnico – napoletanesco, romanesco -, esistenzialismo da terzo millennio. Questo incedere naturista ci aiuta a decolonizzarci dallo stereotipo hollywoodiano, un predatore commerciale patinato che ci ha tenuto sotto scacco per decenni, e ancora tiene banco, in certi settori dell’immaginario, quello televisivo soprattutto, con la continua riproposizione di film e “telefilm” vecchi anche di vent’anni, e le eterne commedie.

“La svolta” è un prodotto di questa scuola di liberazione. E’ in continuità con Gomorra, con Suburbia, anche se più generalista, più contaminato.

L’attacco è già speed: un tipo – un tipaccio – entra in un baraccio e chiede del boss. Ma c’è qualcuno che lo controlla, e noi lo vediamo attraverso lui. I suoi occhi sono i nostri occhi. Poi, accade. Il nostro osservatore, Jack, lo aggredisce, lo manda a gambe all’aria e gli ruba lo zaino, che presto scopriremo essere pieno di banconote, 500.000 auro. Fugge, su una moto, inseguito dal derubato, pure lui a cavallo di una moto.

Finisce nell’appartamento di un ragazzo che abita isolato, Ludovico, che soffre “di un brutto male”, la depressione. Sopravvive barricato in casa, in stato semi catatonico, incapace di svolgere qualsiasi lavoro, anche solo sistemare una mensola, terrorizzato dal mondo esterno.

E qui parte il racconto nel racconto, il procedimento osmotico che coinvolge Jack, alto, secco, nervoso, e Ludovico, basso, morbido, linfatico. Il sequestratore cede a Ludovico, come il sale nel brodo, una parte della sua aggressività e della sua energia, mentre l’altro gli fornisce, come il miele nel tè, un po’ della sua dolcezza. E’ un rapporto che transita presto nell’amicizia, in cui Jack si complimenta con Ludovico per i suoi fumetti (effettivamente interessanti), e lo incita a riprenderli, a uscire dall’apatia. Si offre addirittura di mantenerlo coi soldi rubati fino al completamento della storia, che dovrà diventare un libro. Entrano anche in contatto con due ragazze, una che abita nello stesso stabile, e l’amica, e naturalmente Jack assesta uno scrollone a Ludovico, per farlo uscire dalla timidezza che lo paralizza. Organizzano una cena, con tanta allegria e seduzione, facilitati da qualche joint.

Ma il male, naturalmente, non concede tregua. Jack controlla continuamente la finestra, perché l’hanno sgamato e un drappello di “pischelli” sorveglia giorno e notte l’isolato per scoprire dove si nasconde. Il derubato è un criminale detto “dottor Caino”, che col suo braccio destro, un glaciale assassino psicopatico, forma una coppia che sembra uscita da una graphic novel di J. P. Manchette. Personaggi macchiettistici, feroci in modo disumano, hanno come unico obiettivo quello di scovare Jack e recuperare i soldi. Infatti per Caino “la reputazione è tutto”, per cui chiunque sgarra e gli manca di rispetto viene immediatamente, esageratamente giustiziato. Sono due maschere horror parodistiche, due sanguinari bimbiminkia che conferiscono una accelerazione funzionale alla storia, salvandola da alcuni stereotipi e dal rischio della commedia comico-sentimentale, una suggestione forse inevitabile del rapporto tra Jack e Ludovico.

Il film fila come un treno verso la conclusione, e qui arriva il problema: il finale in stile noir underground anni ’70, una crepa narrativa che si allarga in uno squarcio cui noi sopravvissuti non siamo più abituati, mentre le nuove generazioni forse non conoscono proprio, anche se abbiamo un referente nel primo Tarantino. Per cui può essere duro da accettare. Ma è un atto di coraggio, e nell’era dell’omologazione c’è bisogno di coraggio, di qualcuno che osa, che non si tira indietro (Su Netflix).

Share

<em>La svolta</em> di Riccardo Antonaroli è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>
Santi subito, di Antonio Veneziani https://www.carmillaonline.com/2022/05/09/santi-subito-di-antonio-veneziani/ Mon, 09 May 2022 20:38:27 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=71587 Fve editori, Milano 2022 pp. 112, € 17

Esce oggi questo particolarissimo testo del poeta Antonio Veneziani, una raccolta di testi poetici, sotto forma di invocazioni ad alcuni personaggi dell’immaginario, gli ultimi, o forse gli unici, santi possibili. Ognuno di loro, infatti, potrebbe essere inserito nella nostra rubrica Santi subito, personaggi da ri(s)valutare. Di seguito ne pubblichiamo alcuni, Allen Ginsberg, Jim Morrison, Marco Ferreri, Amelia Rosselli, Nico. Gli altri sono: Marylin Monroe, Henry de Toulouse-Lautrec, Carlo Coccioli, Basquiat, Copi, Pedro Lemebel, Dario Bellezza, Divine, Jean Genet, Pier Paolo Pasolini. [...]

<em>Santi subito</em>, di Antonio Veneziani è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>

Fve editori, Milano 2022 pp. 112, € 17

Esce oggi questo particolarissimo testo del poeta Antonio Veneziani, una raccolta di testi poetici, sotto forma di invocazioni ad alcuni personaggi dell’immaginario, gli ultimi, o forse gli unici, santi possibili. Ognuno di loro, infatti, potrebbe essere inserito nella nostra rubrica Santi subito, personaggi da ri(s)valutare. Di seguito ne pubblichiamo alcuni, Allen Ginsberg, Jim Morrison, Marco Ferreri, Amelia Rosselli, Nico. Gli altri sono: Marylin Monroe, Henry de Toulouse-Lautrec, Carlo Coccioli, Basquiat, Copi, Pedro Lemebel, Dario Bellezza, Divine, Jean Genet, Pier Paolo Pasolini. I “santini” sono stati realizzati da Emanuela Del Vescovo, Simone Lucciola, Pietro Contento, Francesco La Penna (MB).

ALLEN GINSBERG

Mi congratulo, sempre che mi sia permessa questa confidenza indegna, con te Santo Allen, grande cantore della beltà, del sesso, dell’essere contro il sistema, della strada, delle piccole cose.
Tu che scrivi: “Ho visto le migliori menti della mia generazione distrutte da pazzia, morir di fame isteriche nude strascicarsi per strade negre all’alba in cerca di una pera di furia”.
Tu che hai santo il cazzo, il culo, la bocca, la testa, le mani, gli occhi, il naso, i sogni, i sorrisi e la merda, aiuta, chi come me ti prega: a sopportare la ferocia dell’amore, spesso spinoso come il guscio di una castagna selvatica; la povertà d’animo di certe persone, ipocrita come la buccia di mela tirata a lucido; la mancanza perduta che sbiadisce i giorni come pioggia imprevista.
Tu che hai provato ad ampliare l’area della coscienza, tu che nel sudario leccavi le biglie di Jack, tu che guidavi sbronzo con Peter sui boulevard, tu che non hai mai amato le bandiere; aiuta noi, tuoi devoti a non spaurire di fronte alla magia della parola; a combattere con tutte le forze i pregiudizi razziali e sessuali, a sorprendere preghiere su cappelli a larghe falde e dentro a scarpe di gomma, magari un po’ puzzolenti; a salutare, con molta attenzione, i cani in branco all’alba, soprattutto se hanno le bocche larghe e polverose.
Tu, Santo Ginsberg che hai operato miracoli in tutto il globo terrestre e sei stella mattutina come Marlowe, Kabir5, Whitman, Wilde, Bellezza, Penna, l’amico Burroughs; aiuta i tuoi devoti, dal cuore infranto, dal culo rotto, dal cazzo stanco, a non tradire mai la gioia anche se minima, aiutali ad asciugare le lacrime dal cielo con
mani lievi, ma sicure; insegna loro a posare il corpo, senza fretta, su pance che avvicinano alle favole, a farsi imprigionare dalla libertà di un battito di ciglia.
O Santo Allen, tu che riuscivi a cogliere negli intonaci del Kansoso di Benares, la sanscrita preghiera dei leoni per recitarla poi a camerieri, spingendoli a sfogliare Platone e Buddha, aiutaci a sfilarci la pelle con grazia.
O Santo Allen, aiuta chi come me ha idee smagliate e lotta con la pagina bianca ed ha una vita stanca; aiuta chi spetala l’erranza e chi si attorciglia alle braccia cravatte sgualcite, che però contengono le mappe di isole dove la commare secca è morta stecchita.

JIM MORRISON

Mi congratulo, sempre che mi sia permessa questa confidenza indegna, con te Santo Re Lucertola, che hai oltrepassato infinite porte, sempre con la purezza e la limpidezza dei giusti.
Tu che hai provato l’entità fisica e mentale di tutti i personaggi che diventavi sul palcoscenico, aiuta i tuoi poveri fedeli scissi, sbreccati, che si tagliano le vene per capire fino in fondo la consistenza del sangue, ad abitare, senza ornamenti, le loro anime e i loro corpi.
Tu che ogni giorno compi il miracolo di ridare speranza e respiro a qualche sfigato, come me; tu protettore degli schizofrenici, degli alcolizzati, degli eroinomani, risucchiati dai buchi, dei bipolari gravi, tu che hai detto che: “Nessuno uscirà vivo da qui” ed è semplice verità, aiutaci a rimanere vigili e vitali fino all’ultimo respiro, aiutaci a non annegare il nostro sorriso nella pioggia, neppure in quella estiva.
Tu, elettrico sciamano, tu re acido, tu imbevuto di sensi di colpa, più del più pio chassidim, consiglia i tuoi devoti in modo che riescano a scansare il senso del peccato, e fa’ in modo che i desideri d’amore non si trasformino, sempre o quasi, in cenere.
Tu che racconti sorella morte come pallida donna, salvaci dalla signora in nero e dai muri che ci sovrastano e ci imprigionano, permettici di giocare e offrici improvvisi rapimenti.
Tu che “avevi un sorriso da tenersi stretto” parole di John Desmore, aiutaci ad essere sereni, ogni tanto, quel poco che basta; anche se siamo costretti ad addossarci il feretro del mondo in piena New York, o nella Beirut sventrata, o nella gelida Mosca, o nella impossibile Roma.
Tu che hai buttato giorni come lattine vuote di birra; tu che restavi muto per lunghissimo tempo, di fronte a una parete umida e scrostata; tu che volevi vivere cento anni in un’ora.
San Morrison aiuta chi ti venera a capire che le risate degli amanti sono sempre portate via da qualche macchina, nave o aereo, che la violenza altro non è che un mozzicone mal spento. Tu che guidavi la voce nell’arsura del ricordo, guidaci fra le braccia smisurate dei cipressi. Tu, che come perfetto interprete artaudiano del disagio
offrivi coppe di lacrime agli amici; tu che con malinconici blues svelavi la magia di certe attese, aiuta i tuoi devoti a scrollarsi dai capelli la rabbia; a sopravvivere ai tradimenti e alle defezioni, ad accarezzare e afferrare l’effimero.
Allontana il letale sorriso degli stupidi, dilaziona il dolore e infrangi
gli orologi, tutti, tu stella lucente, tu puoi.

MARCO FERRERI

San Marco Ferreri, nel 150, in Cappadocia, dirige il circo Nitrato d’Argento, con settanta giumente turche, settanta cavalle baie, settanta leonesse, settanta gatte d’angora, settante volpi rosse, settanta pantere nere, settanta tigri del Bengala; questione di batticuore? Bizzarrie di santo?
Il circo Nitrato d’Argento Marco Ferreri lo porta nella tasca interna del rosso mantello, sta infatti racchiuso in un guscio di noce. Ulteriore stravaganza, lo possono vedere solo i poeti, i puri di cuore, i liberi di mente.
I santi sono strani.
San Marco Ferreri ricompare a Parigi nel 1643, dove aiuta la pia e buona Maria Magdalene de Blémont ad avere una vita. Maria Magdalene possiede: un ditale, un ago, una piuma d’oca.
San Marco Ferreri, conoscendo il terso animo di Maria Magdalene, inscena uno spettacolo nel quale passa ben settecento volte nella cruna dell’ago.
Nel frattempo è sopraggiunto anche il cavaliere Sebastian Salazar de Quechua1, che, esausto, si è fermato per chiedere un po’ d’acqua; ne sorbisce un ditale.
Salazar, profondamente impressionato, chiede la mano di Maria Magdalene, recitandole la poesia: “Io allevo una mosca / dalle ali d’oro, / dagli occhi di fuoco. / Vaga nella notte / come una stella; / ferisce mortalmente / con il suo bagliore rosso, / con i suoi occhi di fuoco.”
Con la piuma d’oca, Maria Magdalene Salazar Bondy compone il capolavoro, ancora inedito, Lo scrigno delle parole, dal quale hanno attinto e attingeranno tutti gli scrittori che, con le loro magiche parole, hanno saputo e sapranno innalzare il canto del mondo.
San Marco Ferreri, protettore della gola e della spola, dei cavalli scossi e dei cavalieri senza cavallo, dei fallofori, degli eccessivi, dei sans papier e dei senza fissa dimora, trascorse l’ultima vita terrena nascosto dietro un obiettivo, ritmando la sua preghiera quotidiana con un Ciak.
Gli fu strappata la lingua, come succede ogni giorno a tutti i dissidenti.
Fu per questo, forse, che si rifugiò nel cinema, saggiando i desideri più segreti, aprendo anime e tastandole con mano sfrenata, eppur casta, inseguendo, senza vergogna, poemi dissoluti.
I miracoli, le vite, i sorrisi, i sogni, i sospiri, i silenzi, i cammini di San Marco Ferreri furon più di settantamila e chi lo venera non morirà: di miseria, di fame, di discordia, di rabbia, di guerra, di bugie, di crepacuore. Anzi, non morirà affatto.

AMELIA ROSSELLI

Rallegratevi fratelli e sorelle, rallegratevi della vicinanza di Sant’Amelia, protettrice dei malati di Parkinson e dei violinisti, dei coloristi e degli anarco-comunisti, di enigmatici memorialisti e di granitrici sessual scambisti, di Fate Morgane e di Farfalle, le più strane. Uno dei primi miracoli di Sant’Amelia fu proprio quello di
ridare vita a migliaia di farfalle imprigionate su sadici spilloni, con la lettura di una sua sola poesia, eccone un frammento: “una musica insonne ci farà / sentinella nell’ora vertiginosa / mentre un sole pallido sfilerà / reti.”
Sant’Amelia protettrice dei perseguitati dalla CIA e dal Mossad e da qualsiasi servizio segreto, aiutaci ad allontanare la guerra, il sangue, la smania di potere, tu sorella di Rachmaninoff, tu che facevi ritmare le parole tra Campo dei Fiori e Piazza dell’Orologio, aiutaci a conquistare chi amiamo, tienici stretti gli amici, allontana da noi gli importuni, i noiosi, gli spocchiosi e soprattutto chi vuole ferirci nell’animo e nel corpo, e rendi impotente chiunque voglia sezionarci la mente e magari con “lacrime e sangue su cristallo, la serenità sfasciata e a rammendar l’esistenza, laicamente” aiutaci, tu che puoi.
Rallegratevi fratelli e sorelle, perché Sant’Amelia saprà, impromptu, farci raggiungere, anche ai confini del mondo, la persona amata, lei rabdomante della parola ci guiderà dentro tutti i vocabolari e sceglierà con noi la parola giusta, sempre, e ci aiuterà a spolverare gli specchi dai nostri segreti.
Rallegratevi fratelli e sorelle, rallegratevi perché Sant’Amelia lei così vera, così nuda e cruda, ci insegnerà a non piangere per i tradimenti e ci dispenserà dallo scrocco di avverbi e aggettivi.
Rallegratevi fratelli e sorelle, visto che lei riusciva ad apprezzare le rigide zinie abbarbicate ai muriccioli di sasso e le dalie rosse come gocce di sangue, saprà indicarci la via per arginare lo sfaldamento della natura.
Sant’Amelia ci sorveglierà per aiutarci a non porre speranza in persone dal cuore troppo duro e dalla testa troppo tenera. Sant’Amelia ci permetterà di dare animo alla carne, ci aiuterà a non aggrapparci al danaro, ma ci concederà di averne tanto da non
doverci prostituire.
Rallegratevi, amici, perché Sant’Amelia ci indirizzerà mentre ficchiamo le mani tra aggettivi e avverbi per spiegare la nostra ansia d’amore, perché è a noi vivi che tocca tenere la porta aperta e la poeta, sorella, Amelia, ben lo sa; e allora insieme “dentro una casa sibillina, lasciamoci sfuggire la morte, ubiqua”.
Rallegriamoci tutti, Santa Amelia è tra noi, al bar del Fico, su un foglietto ho trovato scritto: “Traluce nello specchio, / predestinata, l’alba: di lente figure, / in un angolo la notte / ci farà tremare di dimenticate febbri d’amore”.
Rallegratevi fratelli e sorelle, rallegriamoci tutti, perché Santa Amelia ci svelerà il segreto dell’acqua che ci scivola fra le dita e del sangue che appanna la semplicità.

NICO

Santa Nico, protettrice di usignoli, allodole, cinciallegre, voci bianche, rockettari, cantori gregoriani, ugole liriche; di tatuati e tatuatori, delle donne dalla pelle di luna e di chi non ha fortuna.
Santa Nico santificò la sua vita con gli amici Andy Warhol, Candy Darling, Holly Woodlawn, Lou Reed; a New York tramontava, oltre la strada, il ventesimo secolo.
Si martirizzava con spilloni e mollette, nascondeva nelle fossette dei bagni ero e morfina, donna divina.
Già nel periodo Assirobabilonese, Nico: dettava “usignolo lunare”, si contornava di poeti, danzatori, di suonatori di ocarine del desiderio, di rollatori che svelavano segreti, di organisti che pizzicavano, con tocco celestiale, animo e carne.
Una sera coperta di veli d’oro, d’argento e rame, con piume fra i capelli si strappò la pelle di braccia e gambe, dopo averci scritto: “C’è un tempo per nascere e uno per morire, / un tempo per piantare e un tempo per sbarbare il piantato. / C’è un tempo per uccidere e uno per curare, / un tempo per demolire e un tempo per costruire. / C’è un tempo per piangere e uno per ridere, / un tempo per gemere e uno per ballare.”
La offrì ai presenti e fu subito miracolo: i ricchi calpestarono i loro vestiti, i poveri si strapparono gli stracci che indossavano e tutti si abbracciarono, si baciarono e si abbigliarono di rugiada e coralli.
Era il 1612: Nico, travestita da uomo, era in pellegrinaggio verso Roma, insegnava a un saltimbanco, mangiatore di fuoco, ad incendiarsi i capelli rasta, senza che prendessero fuoco. Suonarono insieme viole d’amore e sitar e tutto si fermò, ed il silenzio si mise ad ascoltare.
Le principesse: Carmilla, Millarca, Mircalla2, gelose fradice, la fecero cercare e poi condannare per stregoneria.
Mentre la stavano conducendo al rogo, Nico intonò: Femme fatale e tutti gli animali: uccelli, giraffe, cicale, pesci, persino i cani, risposero. Le piante e le foreste inneggiarono all’assoluto.
Passò una Balena Bianca e Santa Nico le saltò in groppa. Le tre sorelle Carmilla, Millarca, Mircalla si convertirono e diventarono le sue coriste.

Share

<em>Santi subito</em>, di Antonio Veneziani è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>