Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Wed, 12 Dec 2018 21:01:15 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.8 Tutti insieme, fuori dal tunnel: Torino 8 dicembre 2018 https://www.carmillaonline.com/2018/12/12/fuori-dal-tunnel-torino-8-dicembre-2018/ Wed, 12 Dec 2018 21:01:15 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=50165 di Sandro Moiso

Pour Julien Coupat et toutes les autres arrêté

Poiché è inevitabile parlare di cifre, calma e gesso e iniziamo con un paragone. Se i media e i giornali infeudati alle mafie politico-economiche delle grandi opere avessero utilizzato per la manifestazione contro il TAV di sabato 8 dicembre lo stesso metro utilizzato per quella del 10 novembre a favore del buco nero tra i monti, avrebbero dovuto parlare di un numero di manifestanti compreso tra i 250 e i 300mila. Quattro-cinque volte il numero reale che, comunque è stato altissimo. [...]

Tutti insieme, fuori dal tunnel: Torino 8 dicembre 2018 è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Sandro Moiso

Pour Julien Coupat et toutes les autres arrêté

Poiché è inevitabile parlare di cifre, calma e gesso e iniziamo con un paragone.
Se i media e i giornali infeudati alle mafie politico-economiche delle grandi opere avessero utilizzato per la manifestazione contro il TAV di sabato 8 dicembre lo stesso metro utilizzato per quella del 10 novembre a favore del buco nero tra i monti, avrebbero dovuto parlare di un numero di manifestanti compreso tra i 250 e i 300mila. Quattro-cinque volte il numero reale che, comunque è stato altissimo.

La vecchia busiarda torinese ha parlato di “manifestazione oceanica” e la sua consorella Repubblica ha fatto ballare i numeri tra i 40, 50 e 70 mila. Detto dal nemico non è male, per cui ci si può ampiamente accontentare; senza dimenticare, però, che l’ecumenico telegiornale di Mentana sulla 7, domenica sera, ha avuto la faccia tosta di affermare che quella NOTav ha “pareggiato” la manifestazione delle madamine SìTav. Forse sarà per questo che lo scanzonato Enrico è sempre più presente in qualità di spalla, come il secondo dei fratelli De Rege, ai dibattiti pubblici col ministro degli interni e capo della Lega.

Ma, poiché i calcoli da partita doppia poco ci interessano, occorre qui subito parlare anche di quella sporca dozzina di associazioni imprenditoriali (non se ne abbia male per la citazione il genio cinematografico di Robert Aldrich) che, prima con il cappello in mano a Torino e poi con aria un po’ più tronfia a Roma, si sono rivolte al Governo per un’elemosina a suon di taglio delle tasse e di investimenti a fondo perduto .
Confermando la tendenza storica di una classe im/prenditoriale italiana sempre pronta a mungere la mammellona dello Stato (o dell’EU) e a scaricare i costi, le spese e i danni sulla comunità e sui cittadini. Profitti privati per alcuni (avere) e perdite e danni distribuiti tra tutti (gli altri – dare).1

Confermando anche, però, nell’incontro al Viminale con il solito Mister Muscolo domenica 9 dicembre, che l’innamoramento per il Fascismo e l’autoritarismo hanno sempre costituito il necessario corollario economico dell’interventismo keynnesiano-mussoliniano statale in favore delle grandi opere2 destinate a rilanciare i profitti di imprenditori paurosi e spilorci, rispetto ai quali i gestori dei traffici internazionali di droga della ‘ndrangheta attuale sembrano autentici geni della gestione aziendale, eroi del rischio di impresa e giganti dell’organizzazione della distribuzione delle merci a livello internazionale.

Delle madamine è inutile parlare, non solo perché si trae poca gloria dallo sparare bordate sugli incapaci e gli inconsapevoli, ma anche perché, in fin dei conti, sulla scia del governatore della regione Piemonte e il suo partito, continueranno a farsi sempre più male da sole, cinguettando in pubblico dalla Gruber oppure sui social e sui giornali. In un atteggiamento masochistico che avrebbe lasciato perplesso anche Leopold von Sacher-Masoch, convinto com’era che dall’infliggersi o dal farsi infliggere qualche forma di dolore si dovesse, almeno, trarre una qualche forma di piacere.

Così come è inutile parlare del Movimento 5 Stelle che, pur presente in piazza per ragioni elettorali, con il suo atteggiamento ondivago e incerto ha contribuito più a rafforzare le speranze del partito del PIL e a ridestare le sue richieste di trattativa per la realizzazione del tunnel mangia soldi e divora ambiente che non a mettere una decisa parola “fine” sulle grandi opere inutili e dannose, così come era richiesto da tutti i suoi elettori, oggi illusi e delusi allo stesso tempo.

E allora parliamo di questo movimento grande, forte, propositivo.
Di un movimento che, insieme a tutti gli altri che lottano per la difesa dell’ambiente, dei territori e delle comunità che li abitano, grandi o piccole che esse siano, rappresenta non solo il futuro, ma anche l’unico vero governo del cambiamento. Sia che questo avvenga a Torino, nel Salento oppure nelle strade di Parigi, Marsiglia e Bruxelles.
A dispetto di quanti vogliono infatti dipingere i valsusini, i salentini o i gilets jaunes come retrogradi e nemici del miglioramento delle condizioni di vita, tutti questi movimenti rappresentano già, nelle strade delle città o nelle valli montane e nelle zone costiere, l’unica forma di governance possibile per il futuro della specie umana.

Già oggi non hanno più alcun bisogno di sottoporre la propria azione e il proprio programma al giudizio di rappresentanti istituzionali, come partiti o movimenti ufficializzati, perché sono gli unici a poter dimostrare di avere una prospettiva che sia in grado di scavalcare e superare la palude del presente, in cui le sabbie mobili di un ciclo di accumulazione, giunto ormai in Occidente alla sua fine, continuano a trascinare verso il suo fondo melmoso la ricchezza socialmente prodotta, i risparmi, la salute e le condizioni di vita di milioni di cittadini.

Un fondo melmoso che, come in un film di serie B degli anni ’50, non può che far emergere mostri e mostricciattoli dai tratti orribili e ridicoli allo stesso tempo.
Una melma nera e untuosa che si incolla alle suole degli stivali di chi vive della terra, che stringe le caviglie dei lavoratori e dei disoccupati e che cerca di trascinare nel suo profondo coloro che l’attraversano come un mare nazionalizzato e sovranizzato fa con i migranti, ma che, alla fine, vedrà depositarsi sul suo fondo soltanto le scorie e i funzionari di un modo di produzione che, tra qualche secolo, sarà ricordato come quello più imbecille e dannoso tra i tanti prodotti dalle società umane nel loro percorso lungo centinaia di migliaia di anni.

Un sistema di dominio e sfruttamento che nel giro di pochi secoli, superbi e sciocchi, ha cercato di ridisegnare e disintegrare i rapporto tra la specie e la natura di cui fa parte, tra uomo e uomo e uomo e donna, in nome del profitto, della proprietà privata dei suoli e dei mezzi di produzione e di un progresso che già il vecchio Jacques Rouuseau, unico nel suo tempo, aveva individuato come un processo di involuzione piuttosto che evolutivo.

Signori di Confindustria, esponenti della Lega delle cooperative, parlamentari e rappresentanti di tutti i partiti egualmente responsabili del disastro sociale e ambientale, esponenti delle camarille politico-mafiose nazionali e internazionali, amministratori locali asserviti ad interessi che non sono certamente quelli dei cittadini rappresentati, dirigenti di Confcommercio, signori del cemento e delle armi, rappresentanti della finanza internazionale e dell’UE, le orecchie già vi fischiano, ma non volete ancora capire. La pressione interna sta salendo e i vostri cuori economici e politici, siano essi a Milano, Torino, Roma, Londra, Bruxelles o Parigi stanno per collassare o implodere. Il vostro pargoleggiar d’ingegni non convince più nessuno. Tanto meno i tecnici e gli scienziati: quelli veri, certo non quelli dei salotti televisivi.

Arresterete e denuncerete ancora, sparerete flashball e granate esplosive per mutilare i manifestanti oppure cercherete di soffocarli con il gas Cs; scatenerete ancora guerre sul suolo altrui e in casa vostra e chiuderete i confini oggi agli uomini e alle donne e domani alle merci nemiche. Userete il cemento, il feticcio denaro, la produzione e il trasporto di merci inutili e il lavoro coatto per soffocare ancora la Natura e tutte le specie che la abitano. Ma noi siamo la Natura e voi avete già perso.

Sarà forse, come per le madamin torinesi, una risata che vi seppellirà oppure, come già aveva profetizzato, alla metà del XVI secolo e agli albori del vostro momentaneo trionfo, Étienne de La Boétie, il consenso su cui si basa il vostro potere semplicemente crollerà poiché, ancor prima di ribellarsi, i protagonisti dei movimenti attuali hanno smesso di credere alle vostre miserabili promesse.3

Le strade di Torino, Parigi, Bruxelles e i movimenti in ogni angolo d’Europa e del mondo ve lo stanno gridando forse per l’ultima volta: guardatevi allo specchio e vedrete riflessi dei morti viventi. Noi siamo vivi e voi siete già tutti morti.
Macron è già malato. Gravemente. Ed è forse per questo che cercate di evitarlo come un appestato, ma il nostro virus si sta diffondendo rapidamente e sta arrivando anche per voi.

Noi siamo la malattia che più temete, per la quale non avete più anticorpi e allo stesso tempo, come portatori sani di una diversa prospettiva per il futuro, siamo la cura per salvare la specie e il suo habitat.
Voi avete governato questo pianeta per qualche miserabile tempo; noi, a fianco dei nostri antenati tutt’altro che pre/istorici e sicuramente più evoluti di voi, tutti uniti in social catena, possiamo invece affermare che c’eravamo, ci siamo e ci saremo. Sempre


  1. Un vizio comunque antico e diffuso non soltanto in Italia, visto che, a proposito della patria per eccellenza dei self-made men e dell’imprenditoria privata, un autore disincantato come Robert Hughes poteva scrivere, nel 1993: “E’ vero che la revisione della storia del West può mettere in crisi miti molto amati. Un esempio fra tanti: il West è il luogo archetipico della diffidenza verso la Mano Pubblica, la terra dell’uomo indipendente che ce la fa da solo. Eppure l’esistenza economica di gran parte del West – di uno Stato come l’Arizona, per esempio – è dipesa, non marginalmente o occasionalmente ma sempre e totalmente, dai fondi federali di Washington. Gli Stati del Sud-Ovest non avrebbero mai potuto raggiungere l’attuale densità di insediamento senza gli enormi stanziamenti per le opere idrauliche. Più che il John Wayne dello sviluppo americano, essi sono un modello di interventismo assistenziale.” Robert Hughes in La cultura del piagnisteo. La saga del politicamente corretto, Adelphi, Milano 1994, edizione 2003 pp. 151-152  

  2. Un paragone, azzeccato, che può essere fatto è con l’affermazione di John Maynard Keynes secondo il quale, al fine del rilancio dell’economia, del ‘lavoro’ e degli investimenti, lo Stato potrebbe anche prendere la decisione di far scavare una gigantesca buca (un tunnel?) per poi tornare a farla riempire.  

  3. “Decidete una volta per tutte di non servire più, e sarete liberi. Non vi chiedo di scacciare il tiranno, di buttarlo giù dal trono, ma soltanto di smettere di sostenerlo; allora lo vedreste crollare a terra e andare in frantumi per il suo stesso peso, come un colosso a cui sia stata tolta la base. [Poiché se] non si presta loro obbedienza […] rimangono nudi e sconfitti.” Étienne de La Boétie, Discorso sulla servitù volontaria, Liberilibri, Macerata 2004  

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Tutti insieme, fuori dal tunnel: Torino 8 dicembre 2018 è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Chi è STATO ? https://www.carmillaonline.com/2018/12/12/chi-e-stato/ Tue, 11 Dec 2018 23:01:01 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=49762 di Fiorenzo Angoscini

Saverio Ferrari, 12 Dicembre 1969. La strage di piazza Fontana. La ‘madre’ di tutte le stragi, a cura de L’Osservatorio Democratico sulle Nuove Destre, Milano, dicembre 2018, pag. 39 (s.i.p.)

La ‘madre’ di tutte le stragi, ma anche strage di Stato, come ricorda il dossier nelle sue pagine. Così come La Strage di Stato è anche stata intitolata la prima pubblicazione di controinformazione sull’eccidio alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano. Strage di Stato perché, eseguita da fascisti (vedi sentenze), ha visto la connivenza attiva degli apparati dello stato. Gianadelio Maletti, ex capo del reparto D (controspionaggio) del [...]

Chi è STATO ? è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Fiorenzo Angoscini

Saverio Ferrari, 12 Dicembre 1969. La strage di piazza Fontana. La ‘madre’ di tutte le stragi, a cura de L’Osservatorio Democratico sulle Nuove Destre, Milano, dicembre 2018, pag. 39 (s.i.p.)

La ‘madre’ di tutte le stragi, ma anche strage di Stato, come ricorda il dossier nelle sue pagine.
Così come La Strage di Stato è anche stata intitolata la prima pubblicazione di controinformazione sull’eccidio alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano.
Strage di Stato perché, eseguita da fascisti (vedi sentenze), ha visto la connivenza attiva degli apparati dello stato. Gianadelio Maletti, ex capo del reparto D (controspionaggio) del Sid, è stato condannato, in via definitiva, a un anno di carcere per falso ideologico in atto pubblico; il coordinatore del Nucleo Operativo Diretto (NOD) alle dirette dipendenze del Reparto D, Antonio Labruna, a dieci mesi di reclusione.

Senza dimenticare il balletto di bugie, reticenze e “non ricordo” organizzato dai capi responsabili del Sid, dal presidente della repubblica dell’epoca, dal presidente del consiglio, ministri vari, a proposito dell’identità, ed appartenenza ai diversi ‘servizi’, di agenti segreti camuffati da giornalisti: Guido Giannettini (Il Secolo d’Italia, Il Roma, Il Giornale d’Italia), Mino Pecorelli (Osservatorio Politico), Mario Tedeschi (Il Borghese), Giorgio Zicari (Corriere della Sera), Giorgio Torchia (Il Tempo) Guido Paglia1 (Il Resto del Carlino, La Nazione, Il Giornale d’Italia, Il Giornale). E tutti i depistaggi connessi alle loro attività e “conoscenze”. Nonché a quelle di fascisti e bombaroli. Ai loro ruoli e…’gradi’. Così come certo giornalismo spazzatura ha sempre auspicato le soluzioni di forza. Il settimanale Epoca (gruppo Mondadori) l’11 dicembre 1969, manda il fascicolo in edicola con copertina tricolore ed un perentorio titolo: Senza peli sulla lingua, senza conformismi, CHE COSA PUO’ ACCADERE IN ITALIA. La stessa rivista, nel mese di luglio 1964, erano i giorni del cosiddetto Piano Solo,2 golpe orchestrato dal Sifar (servizio segreto militare del periodo) di De Lorenzo con il beneplacito del presidente della Repubblica Antonio Segni, con sospetta tempestività era ‘uscita’ con un edizione speciale e, già allora, copertina tricolore con all’interno ‘testina’ fotografica del Presidente. Il titolo, ancora più esplicito: L’ITALIA CHE LAVORA chiede al capo dello stato un GOVERNO ENERGICO E COMPETENTE che affronti subito con responsabilità la crisi economica e il malessere morale che avvelena la nazione. Un incredibile ‘fiuto’ per i tentativi di colpo di stato e gli avvenimenti che li precedono, stragi comprese.

La sera stessa di quel venerdì nero,

il commissario Luigi Calabresi dell’ufficio politico (l’attuale Digos, nda) della Questura di Milano, conversando con Giampaolo Pansa, inviato de La Stampa, esternò subito la propria convinzione che le responsabilità dovessero essere addebitate ai gruppuscoli di estrema sinistra. ‘Estremismo, ma estremismo di sinistra-disse-è in questo settore che noi dobbiamo puntare. Estremismo di sinistra…Anarchici, ‘cinesi’ operaisti. (p. 9)
Eppure, già il 13 dicembre, il Sid era in possesso di informazioni assai precise sugli autori della strage, al punto da indicare, in una nota, Stefano Delle Chiaie e Mario Merlino quali responsabili degli attentati di Roma, eseguiti su ordine di Yves Guérin Serac (al secolo Yves Guillou, nda) e Robert Leroy. (p.10)

I due, ex appartenenti all’ Organisation Armée Secretè (OAS), organizzazione paramilitare clandestina francese che operò, soprattutto, durante la guerra d’Algeria, erano gli “animatori dell’Aginter Presse, una finta agenzia di stampa, con sede a Lisbona, in realtà una delle centrali dell’estrema destra adibita a ‘operazioni coperte’, legata ai servizi segreti portoghesi e statunitensi”. (p. 10)

Ma, nel documento ‘segreto’ 3 n.36369/AC di prot. OGGETTO: Attentati terroristici a Milano e a Roma, redatto definitivamente, dopo aggiunte e rimaneggiamenti, il 17 dicembre 1969, Serac e Guillou, da nazisti già appartenenti alle Waffen-SS, vengono camuffati e definiti pericolosi anarchici.
Solo l’11 aprile 1970, con un altro documento interno del Sid, riacquistano le loro reali sembianze: “Sia Guérin Serac, sia Leroy non sono anarchici, ma appartengono ad un’organizzazione anticomunista. Si suggerisce di tacere questa notizia alla pubblica sicurezza e ai carabinieri” (neretto nostro).

La pubblicazione è un agile e comodo ‘bigino’ (depurato dalla sua accezione negativa) che permette, a chi conosce la vicenda, di ricordare particolari dimenticati o sottovalutati, mentre per i neofiti è un utile strumento di conoscenza ed approfondimento.
Si ricordano gli attentati del 15 aprile a Padova (ufficio del rettore università), del 25 aprile (Fiera di Milano ed Ufficio Cambi della stazione Centrale), quelli del 8-9 agosto sui treni: Caserta, Pescara, Chiari (Bs) e quello, per fortuna fallito, alla scuola slovena di Trieste (4 ottobre).
Il sodalizo tra fascisti, militari italiani e golpisti colonnelli greci che si consolida e si organizza, tanto che il settimanale inglese “The Observer” scrive: “Un gruppo di elementi di estrema destra e di ufficiali sta tramando in Italia un colpo di stato militare, con l’incoraggiamento e l’appoggio del governo greco e del suo primo ministro, l’ex-colonnello Giorgio Papadopulos”.

A proposito dell’attivismo di certi ambienti militari e accoliti vari, è da ricordare quanto pubblicato, nel settembre 1970 (nove mesi dopo Piazza Fontana, ma sicuramente pensato e redatto prima) dalla rivista di informazione militare “Interconair Aviazione Marina”, che all’interno del suo numero 70, allega un dossier dal titolo perentorio: Le ultime 100 ore di libertà in Italia. Simulando tutta una serie di situazioni, per gli estensori, drammatiche e catastrofiche: manifestazioni e scontri di piazza, tra cui si evidenzia, giovedì 24 giugno 1971 a Bologna durante un comizio sindacale, lo scoppio di una bomba:

ore 10,30 – Grande manifestazione unitaria nelle principali vie cittadine del capoluogo, che, con tutta la regione Emilia-Romagna ha proclamato lo sciopero generale.
In particolare, a Bologna, ai dimostranti si sono aggiunti operai metalmeccanici lombardi, anch’essi in sciopero e attivisti laziali, fatti appositamente giungere con numerosi pullman e con i treni dalle centrali sindacali. Si teme che elementi “filo-cinesi” si siano infiltrati tra la folla che si sta radunando in Piazza Maggiore. Il Prefetto di Bologna ha ricevuto ordine dal Ministero dell’Interno di cercare di non far degenerare la manifestazione in scontro aperto ma di “tallonare” comunque da vicino i manifestanti senza dare troppo nell’occhio con uno spiegamento di forze troppo appariscente. In Emilia sono stati fatti affluire comunque alcuni reparti celeri di Pubblica Sicurezza e alcuni reparti mobili di Carabinieri per ogni evenienza si tratta di reparti del I V Btg. Mo ile da Padova in rinforzo al V Btg. Mobile di stanza nella città). Verso le ore 11, la folla radunatasi in Piazza Maggiore, dove è previsto che alcuni oratori prenda no la parola, é enorme. E’ a questo punto che avviene il fattaccio. Improvvisamente in mezzo alla folla, mentre il primo oratore sta per iniziare il suo discorso, si sente un terribile boato e si alza una colonna di fumo: é esplosa una bomba! La folla per un attimo rimane immobile poi é il panico, é la strage: calcoli successivamente accertati valutano in 36 i morti in seguito all’esplosione e in 71 i morti calpestati dalla folla che, impazzita, é in fuga verso qualsiasi direzione. La confusione é enorme: gli stessi sindacalisti sono rimasti come impietriti sulla tribunetta e passano preziosi minuti prima che si pensi a qualche azione di soccorso. Ai loro piedi decine di persone rantolano e si disperano, cercando gli amici e i colleghi. La piazza comunque tende a vuotarsi perché si temono ulteriori esplosioni. Dopo circa mezz’ora, i feriti, moltissimi, incominciano ad essere portati agli ospedali. Alcuni, meno gravi, alle poche farmacie che non hanno abbassato le saracinesche. Molti feriti presentano gravi contusioni causate dalla folla che li ha calpestati.4

La lunga citazione si è resa necessaria per evidenziare le analogie con quanto avviene, il 28 maggio 1974 a Brescia, durante un comizio al termine di uno sciopero generale indetto contro il fascismo dai sindacati confederali. Alle 10,12 di quel martedì maledetto, in Piazza della Loggia esplode un ordigno che, complessivamente, causerà la morte di 8 persone e il ferimento di un centinaio di manifestanti.

L’Unità del 25 ottobre 1970, a pagina 7, titola: Invasione Sovietica con l’aiuto Vaticano!, con questo occhiello: “Provocatorio libello apparso su una rivista di ‘esperti’ militari”, ed un ancora più duro sommario: “La ricostruzione delle ‘ultime 100 ore di libertà in Italia’ in una pubblicazione diffusa tra le nostre forze armate-Il lunghissimo e ridicolo (?) testo è presentato come ‘molto meno fantascientifico di quanto si possa ritenere’-Preoccupanti analogie con un discorso del ministro della difesa Tanassi5 e con un discorso dell’ammiraglio Birindelli6 – L’esaltazione del Psu7 ”.
La pubblicazione evidenzia l’arruolamento dei fascisti “soldati politici” che si richiamavano al motto nazista delle SS italiane: “Il nostro onore si chiama fedeltà”. In realtà si dimostrarono fedeli soprattutto alle ‘rimesse’ economiche che ricevevano dai vari servizi, interni ed internazionali e che, come cagnolini fedeli, scodinzolavano a comando per i loro padroni.

Il pamphlet evidenzia la predisposizione informatoria in particolare di Ordine Nuovo, ma anche Avanguardia Nazionale8 .
“Risultò che non un solo esponente di questa organizzazione fosse estraneo a rapporti di dipendenza dai servizi segreti italiani e statunitensi, a partire da Pino Rauti strettissimo collaboratore dell’ammiraglio Henke, capo del Sifar prima e del Sid poi, dal 1966 al 1970”. (p.34)
E snocciola i nomi degli “spioni patrioti”: oltre agli inflazionati Giovanni Ventura e Franco Freda, troviamo Massimiliano Fachini, Delfo Zorzi, Nico Azzi9 (per sua stessa ammissione), Gianni Casalini e Maurizio Tramonte, la fonte “Tritone”, condannato definitivamente all’ergastolo per la strage di Brescia. Tutti informatori tricolorati.

“Almeno quattro infine le pedine all’interno di Ordine Nuovo ‘dirette’ dai servizi Usa: Carlo Digilio, Marcello Soffiati, il professor Lino Franco e Sergio Minetto”. (p. 34)
Un occhio d’attenzione lo riserva anche agli infiltrati. Mario Merlino e Salvatore Ippolito (“un agente di pubblica sicurezza appositamente infiltrato dalla Questura di Roma”), Stefano Serpieri (in Grecia con Merlino, partecipi, con altri squadristi, alla gita premio alla “scuola quadri” dei colonnelli) ed Enrico Rovelli10 la ‘gola profonda’ della delazione. Denominazione in codice, forse anche per disprezzo, Anna Bolena, l’adultera ed incestuosa seconda moglie di Enrico VIII, proprio per questo condannata alla decapitazione.

Ci sono anche altre curiosità, se non si trattasse di avvenimenti collegati alla tragedia che ha sconvolto le nostre vite11 , in particolare quelle dei parenti degli assassinati, compresa la diciottesima vittima della strage del 12 dicembre 1979: Giuseppe Pino Pinelli. Come il mistero delle quattro bombe milanesi di quella drammatica giornata; i depistaggi padovani relativi all’acquisto dei timer e delle borse usati per confezionare e depositare gli ordigni, nonché il boicottaggio e trasferimento di un commissario di polizia in organico alla questura di Padova e di un giudice in servizio al tribunale di Treviso.
Il sigillo politico e l’individuazione degli autori del massacro: “La corresponsabilità di Franco Freda e Giovanni Ventura in ordine ai fatti del 12.12.1969 appare sufficientemente dimostrata”. Tra le motivazioni Corte di assise di appello di Milano del 13 aprile 2004. Ribadita dalle motivazioni della Cassazione depositate il 10 giugno 2005: “Freda e Ventura erano certamente colpevoli anche se ormai questo ‘approdo’ non poteva ‘provocare effetti giuridici di sorta nei confronti di costoro’ in quanto ‘irrevocabilmente’ assolti dalla Corte di assise di appello di Bari”. (p. 35)
Mentre i parenti delle vittime, sempre da questi pronunciamenti, erano condannati a pagare le spese legali. Oltre al danno, anche le beffe…

Il quaderno di “memoria attiva” si conclude, al contrario del libro La Strage di Stato,12 che si apriva così, con la “misteriosa” scomparsa (e successivo ritrovamento del cadavere) di Armando Calzolari, tesoriere del Fronte Nazionale di Junio Valerio Borghese.

Soprattutto quest’ultimo avvenimento, come le molte altre vicende e segnalazioni ricordate, invito a leggere nell’utile pro-memoria antifascista, che fa il paio con un’altra recente produzione dell’Osservatorio Democratico sulle Nuove Destre (costola di Varese) incentrato sull’attività del gruppo neonazista dei Dodici Raggi13 .
Entrambe queste due produzioni di informazione e lotta antifascista si possono reperire in edizione cartacea, alle iniziative organizzate, o a cui partecipano, i ricercatori dell’Osservatorio.
In formato Pdf sulla pagina Facebook dello stesso.
“Il fascismo non è il contrario del comunismo, ma della democrazia”.


  1. http://www.osservatorionuovedestre.net/?s=Guido+Paglia  

  2. Prevedeva l’arresto e il trasferimento, con ponte aereo in campi di prigionia appositamente allestiti in Sardegna, di 157.000 cittadini schedati e 800 esponenti di sinistra  

  3. L’originale è riprodotto a p. 242 di, G. Fuga-E. Maltini, Pinelli. La finestra è ancora aperta, Edizioni Colibrì, Paderno Dugnano (Mi), seconda edizione, novembre 2017  

  4. Questo manuale delle sovversione andrebbe riprodotto e letto per intero. In pratica è una previsione, meglio una predizione di quanto avverrà. Lo riprenderemo in occasione di una riflessione sulla strage di Brescia  

  5. Più volte segretario nazionale del Psu-Psdi. Condannato per lo scandalo Lookheed, vedi https://www.carmillaonline.com/2017/04/26/le-emozioni-del-cuore-la-d-della-ragione-la-realta-dei-fatti/  

  6. Presidente e deputato del Movimento Sociale Italiano  

  7. Fondato nel luglio 1969 da una scissione del Psi, nel 1971 divenne Psdi  

  8. http://www.osservatorionuovedestre.net/?s=avanguardia+nazionale  

  9. Condannato a 13 anni di reclusione per l’ attentato al treno Torino-Roma del 7 aprile 1973. Si ferì alle gambe mentre stava preparando l’innesco di due saponette di tritolo militare da mezzo chilo l’una nella toilette, dopo aver lasciato in giro, lui e i suoi camerati, un po’ di copie di Lotta Continua, tanto per far capire dove si dovessero cercare i colpevoli. Altri due anni di carcere li ha guadagnati per l’assassinio del poliziotto Antonio Marino, Milano 12 aprile 1973  

  10. Vedi: La Spia, p. 128 in Fuga-Maltini, cit. n. 4  

  11. Vedi: https://www.carmillaonline.com/2017/12/12/le-false-verita/  

  12. AAVV, La strage di Stato. Controinchiesta, la Nuova Sinistra-Samonà e Savelli, Roma, giugno 1970. Il lavoro, coordinato dal giornalista Marco Ligini e dall’ avvocato Eduardo Di Giovanni, era stato condotto da un gruppo di militanti della sinistra extraparlamentare. A settembre 1970 era giunto alla quarta edizione, una al mese, e 60.000 copie vendute in quattro mesi. Sempre Samonà e Savelli ne ha realizzato una ristampa anastatica nel 1977, mentre l’ultima ristampa che ho rintracciato, a cura del settimanale Avvenimenti, è del dicembre 1993  

  13. A cura dell’ Osservatorio Democratico sulle Nuove Destre di Varese, I bravi ragazzi della provincia prealpina di Varese. I neonazisti: i Do.Ra. di Varese, Varese, novembre 2018  

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Chi è STATO ? è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Il mio nome era Dora Suarez, di Derek Raymond https://www.carmillaonline.com/2018/12/11/il-mio-nome-era-dora-suarez-di-derek-raymond/ Mon, 10 Dec 2018 23:01:45 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=50013 Fanucci Time Crime, Roma 2016, pag. 199 € 14,90

di Mauro Baldrati

Nella quarta di copertina di questa edizione troviamo uno strillo dal sito Contorni di noir: “Derek Raymond è la quintessenza del noir”. La definizione è quanto mai centrata. Questo non è solo un romanzo noir. E Derek Raimond, un maestro dimenticato del noir inglese, non è solo un autore di genere. E il suo eroe, il sergente senza nome della sez. “Casi irrisolti” della stazione di polizia di Poland Street, non è solo il narratore della storia. E’ tutto fuso, tutto [...]

<em>Il mio nome era Dora Suare</em>z, di Derek Raymond è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Fanucci Time Crime, Roma 2016, pag. 199 € 14,90

di Mauro Baldrati

Nella quarta di copertina di questa edizione troviamo uno strillo dal sito Contorni di noir: “Derek Raymond è la quintessenza del noir”. La definizione è quanto mai centrata. Questo non è solo un romanzo noir. E Derek Raimond, un maestro dimenticato del noir inglese, non è solo un autore di genere. E il suo eroe, il sergente senza nome della sez. “Casi irrisolti” della stazione di polizia di Poland Street, non è solo il narratore della storia. E’ tutto fuso, tutto contaminato e collegato. A pag. 132 il sergente dice: “Per me il fronte è la strada, e sono costretto a vederla tutti i giorni. La vedo, la mangio, ci dormo e la sogno. Io sono la strada”. Basterebbe sostituire la parola “strada” con “noir” per avere la mitopoiesi di Raymond.

“Io sono il noir”.
Proprio come Kafka scrisse: “Io sono letteratura”.

Infatti il noir, in questo romanzo che forse è il più sperimentale, il più duro, e per alcuni il più insostenibile della serie Factory, il nero – il male – permea ogni pagina, ogni voce, ogni luogo. E’ nelle cellule dell’assassino, Tony Spavento, che incontriamo subito, fin dalla prima pagina. Raramente uno scrittore è riuscito a calarsi con una simile chiaroveggenza nell’anima scalena di un pazzo criminale. E’ sgradevole, per certi aspetti insopportabile una tale simbiosi alla quale l’autore ci obbliga. Sorge il sospetto che una simile perfezione dei dettagli e dei pensieri di un essere “non civilizzato” sia possibile solo se l’autore utilizza le proprie emozioni, lavorandole fino a farne una bomba a frammentazione della follia. Insomma, il nero che è in lui – il mostro che è in lui? Forse un precedente può essere Raskol’nikov, o il Thomas Bishop del capolavoro di Shane Stevens Io ti troverò. E poco altro. Ma Raymond va oltre, con la sua scrittura scavata, chirurgica. Ci fa sentire che Tony Spavento non solo è realistico, ma possibile. Può esistere, forse esiste davvero. E per questo è particolarmente inquietante.

Il nero è anche nell’ambiente, e nei personaggi. E’ nei superiori del sergente, che lui umilia continuamente, sbeffeggiandoli e insultandoli con parole taglienti come rasoi. E loro incassano, perché hanno bisogno di lui, l’unico che può risolvere i casi disperati, i casi degli ultimi, quelli di cui i media non parlano: quel dannato, insopportabile sergente che non ha rispetto per le regole, che se ne frega della carriera.

Il romanzo si apre con l’assassino che massacra due donne, Dora Suarez e una vecchia che si trova nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Arriva a bere il loro sangue, a masticarne le carni, si masturba sui cadaveri.

Così i capi della polizia decidono di richiamare in servizio il famigerato sergente, dopo che era stato buttato fuori dalla Factory (il nome in gergo della sezione di polizia, che dà il titolo alla serie). Lui torna, e come non potrebbe? Non sa fare altro. Torna ma non ringrazia, anzi, gliela fa pagare: “Toglietevi dalle palle maledetti bastardi, alzate quel culo scaldasedie, non statemi tra i piedi con quel cervello da topo e il vostro carrierismo”. Non è una citazione ma lo stile e la lingua sono questi.

Il sergente si mette alla ricerca dell’assassino, come spinto da una missione, o un’ossessione. Non dorme, mangia quando capita. Vuole vendicare Dora Suarez, vuole ridarle dignità. E vuole togliere dalla circolazione quel demone. Percorre una Londra oscura, dannata, fino a un orripilante bordello dove ogni umanità è morta e dove sgorga la fonte del male. Il male lo perseguito, lo schiaccia: “A volte mi sento così oppresso dal male che potrei impazzire come mia moglie Edie” (pag. 171). Lo combatte con l’ostinazione di un cavaliere senza macchia, un Parsifal metropolitano. Prova una pietà immane per Dora, legge i suoi diari, le parla, arriva a dichiararsene innamorato. Si innamora di una ragazza fatta a pezzi, con un passato disumano. Diventa un poeta nero, dove la vita e la morte si dibattono nel loro mistero: “Esaminando la vita e le morti altrui mi sto preparando, più o meno consapevolmente, ad avvicinarmi alla mia” (pag. 169). Il sergente è davvero un eroe, implacabile coi nemici, i corrotti, gli sfruttatori, tenero e compassionevole coi deboli. Dentro resta puro, e va avanti come un lanciere in un torneo medievale.

E non è vero che non abbiamo bisogno di eroi. Quando tutto va in disfacimento, e il pianeta stesso si trova in pericolo, e dilagano l’apatia, la rassegnazione e i sentimenti bassi, restano loro a tenere le “casematte”. A combattere.
Anche per noi.

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<em>Il mio nome era Dora Suare</em>z, di Derek Raymond è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Accattoni https://www.carmillaonline.com/2018/12/09/accattoni/ Sun, 09 Dec 2018 18:00:27 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=50140 di Alessandra Daniele

Mentre fanno i bulli sui social – l’epitome della sfiga – in real life, davanti ai commissari europei i Grilloverdi strisciano, mendicando qualche punto di deficit in più. Secondo lo stesso decreto Salvini andrebbero arrestati per accattonaggio molesto. La loro speranza di sopravvivenza politica si riduce tutta alla scommessa che gli italiani condividano la loro stessa pochezza, che siano abbastanza disperati da svendersi per la vaga promessa di quattro spiccioli, e per di più condizionati alla supervisione d’un fantomatico tutor, navigator, predator, terminator. Il prezzo della servitù a [...]

Accattoni è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Alessandra Daniele

Mentre fanno i bulli sui social – l’epitome della sfiga – in real life, davanti ai commissari europei i Grilloverdi strisciano, mendicando qualche punto di deficit in più. Secondo lo stesso decreto Salvini andrebbero arrestati per accattonaggio molesto.
La loro speranza di sopravvivenza politica si riduce tutta alla scommessa che gli italiani condividano la loro stessa pochezza, che siano abbastanza disperati da svendersi per la vaga promessa di quattro spiccioli, e per di più condizionati alla supervisione d’un fantomatico tutor, navigator, predator, terminator.
Il prezzo della servitù a un sistema economico che ti sfrutta e ti umilia, però ogni tanto ti lancia un osso da rosicchiare, perché dopotutto gli servi vivo.
Di tutte le mirabolanti promesse di palingenesi e perestroika, ormai solo questo è rimasto, lo spettro d’un sussidio, e ogni giorno si fa più evanescente. Si scioglie come una pastiglia effervescente in un bicchiere d’acqua.
A questo punto della trattativa Stato – Mafia UE, ai Grilloverdi torna utile il premier di paglia, Giuseppe Conte, il prestanome incaricato di strisciare per tutto il governo, mentre Salvini promette fermezza, e distrae gli elettori con le solite stronzate razziste e nazionaliste.
Matteo Salvini è il Grand Wizard delle Mosse Kansas City.
Come ci viene illustrato dal killer Mr.Goodkat (Bruce Willis) all’inizio di Slevin (“Lucky Number Slevin”, 2006) una Kansas City Shuffle – o Mossa Kansas City – è un elaborato diversivo per distrarre l’attenzione delle proprie vittime da ciò che sta veramente per succedergli.
Anche Di Maio ha la sua Kansas City, quella del Sordi Americano a Roma, al quale somiglia ogni giorno di più, coi suoi Mississipi Navigator, e il suo ghigno sempre più anacronistico.
E pure Conte sorride, mentre cala le braghe coll’UE sui conti della Manovra, già votata alla Camera, ma solo per essere cancellata subito dopo come un mandala di sabbia. O un messaggio di Mission Impossible.
Tutte le rutilanti promesse dei Grilloverdi si autodistruggeranno entro la fine dell’anno.
È il prezzo della servitù a quest’Unione Europea, che ogni tanto ci lancia un osso da rosicchiare, perché dopotutto l’Italia gli serve viva.

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Zerodue. https://www.carmillaonline.com/2018/12/09/zerodue/ Sat, 08 Dec 2018 23:01:36 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=49901 di F. Cane Barca [Immagine di Nicolò Gugliuzza]

quattro mesi oggi nello spazio. vai a sapere che è, se è fortuna illividire sotto queste lune nuove, o iella. ho le palpebre di legno, ferme aperte. non so nulla di comete, intelligenza artificiale e terraformazione …che vendevo i fiori e robbume da giardino, nemmeno di quello sapevo molto, facevo i migliori mazzi in città e questo garantiva la buona clientela, e il cibo in tavola, ma dell’infinito universo che devo saperne, e se qualche bullone salta, se qualche algoritmo balbetta o [...]

Zerodue. è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di F. Cane Barca
[Immagine di Nicolò Gugliuzza]

quattro mesi oggi nello spazio.
vai a sapere che è, se è fortuna illividire sotto queste lune nuove, o iella.
ho le palpebre di legno, ferme aperte.
non so nulla di comete, intelligenza artificiale e terraformazione …che vendevo i fiori e robbume da giardino, nemmeno di quello sapevo molto, facevo i migliori mazzi in città e questo garantiva la buona clientela, e il cibo in tavola, ma dell’infinito universo che devo saperne, e se qualche bullone salta, se qualche algoritmo balbetta o rigetta, non ne saprò mai niente.
cambiare stanza o cambiare giorno, qui è la stessa cosa.
quattro mesi oggi, a cercare e salvare il mondo, uno nuovo.

Pulisco il tavolo dalla colazione, e dico alla Macchina …Faccio io! A lei che sta ovunque, lei con voce di donna, voce ferma voce sempre calma voce di anima elettrica che conduce questa missione raffazzonata, il caffè lei lo fa buono.
inizio le procedure di controllo, provo, per infastidirla, ogni giorno ci provo e ogni giorno lei dice che …Non c’è bisogno Frank, faccio tutto io qui. Goditi il viaggio. Tutto funziona perfettamente. Poi mi vizia …Ti preparo l’acqua salata del tuo mare? Programmo la stanza zerodue? Vuoi lo scenario di Copacabana? Ricorda che mancano due mesi alla perdita di contatto con la terra, poi non ne saprai più nulla, vuoi lasciare dei messaggi?
e io non le rispondo. Ho deciso di proiettare la mia frustrazione tutta su di lei. Non ho messaggi da lasciare, ho portato tutte le persone a cui avrei dato un saluto. …Che dovrei fare Macchina allora? Vuoi ballare? La Macchina non mi permette di far nulla di utile, solo di godermi il viaggio, a suo dire dovrei essere più rilassato.
la nave è grande, con la materia dello spazio posso riprodurre tutto ciò che voglio, basta scaricare i modelli, e lo faccio in continuazione. Per il tempo libero uso il fantasiometro, bel nome, così lo chiamo, può ricreare ogni scenario possibile, se registrato.
-stanza zerotre: esperienze e esercitazioni virtuali, posso farle totali restando seduto, o parziali: muovendo il mio corpo in habitat preconfezionati e installati.

-stanza zerodue: per il mare, una vasta piscina flessibile, che può essere mare in tempesta o fiume.
-stanza zero: con ricca vegetazione che coltiva autonomamente la Macchina, non dovrei nemmeno entrarci ma passo lì spesso le giornate.
-stanza zerocinque: dove la Macchina ha detto di avere copie di forme di vita da riprodurre se l’ambiente lo permetterà, non mi fa entrare qui.
ce ne sono altre di stanze ma queste sono le mie preferite, se spezzo un ramo nella zero la Macchina mi punisce, ha delle pallette volanti che fanno tutto, l’avevo già visto in un film, danno anche la scossa.

Che la destinazione poi non esiste vallo a dire ai miei surgelati compagni di viaggio, cinquanta anime immobilizzate fino all’arrivo, una nuova casa, vallo a spiegare a loro che li ho rapiti, che le ho rapite, per uno sbaglio! Via dalla terra! Perdono!


Quattro mesi e due settimane, oggi.
corro attorno alla parte esterna della nave, chiedo alla Macchina uno scenario specifico, ho scaricato le immagini del campo da corsa dell’Olimpico, pieno, posso anche interagire con il pubblico, la Macchina ha una memoria infinita pare, può gestire anche le persone sugli spalti, un gioco per lei, corro trenta minuti poi mi affliggo, mi deprimo: una bellissima ragazza beve una birra, mi avvicino per vederla, per bere con lei, mi vede, sbatto sul vetro della nave, la ragazza continua a bere, ride e beve ancora e ancora.

Programmo nella zerotre con Marciano: difficoltà-1, fa parte dell’addestramento, la Macchina dice che devo tenermi in forza, che …tutto è possibile una volta arrivati a… casa. Vinco facile, il pubblico urla il mio nome.

Avevo detto che in America del Nord non ci volevo andare, in Texas poi… e per caso ci arrivai, ne venivo dal Brasile, Porto Alegre… Rio… Non facevo un viaggio da sette anni, sette! Il mal tempo poi ha deciso il cambio di rotte, e una bella bevuta con tre surfisti è divenuta una missione nello spazio, tutto è accaduto troppo in fretta, avrei dovuto gelare loro, i surfisti, così da farmi dire che è successo quella notte. Dovevo restarmene a Genuaua, la mia città, chiedo alla Macchina di farmela vedere ancora.

Forse il pianeta sta per morire, sono in un volo di emergenza, attivato dalla mia ebbrezza alcolica, non so come mi sono infilato qua dentro, ho pigiato i tasti che non dovevo e mi ha dato solo due ore la Macchina per scegliere cinquanta anime da salvare.
la Macchina alle mie domande sul perché sono qui ha risposto …Un errore, Frank, un errore, ma non sarai solo, ci sono io, e hai due ore per scegliere cinquanta persone da portare con te per portare l’umanità su un altro pianeta.
le ho chiesto …Si? Quale pianeta?
e lei …Non lo so Frank, lo dobbiamo cercare, assieme.
chiedo del vento caldo e salino. È la mia libertà, non importa, non lascio un gran posto, il pianeta terra intendo: non un gran bel posto.

Cose da caricare in memoria per la stampante prima che le profezie della Macchina siano cosa vera:
1- Modelli di chitarra acustica.
2- Strumenti a fiato (tromba; flauto).
3- Giradischi e disco.
4- Piatti e posate artigianali
Sono già in memoria Frank.
4- Armi: Pistola, Colt (?)
No Frank, qui solo armi elettriche, se vuoi posso programmarti un duello nella zerotre, a mezzogiorno, sotto l’orologio, o preferisci far l’indiano che resiste e spara a invasori inglesi?
Mi accascio in un angolo della nave, chiedo cibo che sappia di pollo.


quattro mesi e tre settimane oggi.
Piove, ho chiesto la pioggia in qualche giorno, …scegli tu Macchina, fai la pioggia ogni tanto. Guardo dall’oblò, ho una prateria davanti casa e il temporale scuote gli alberi.
Frank buongiorno, sono quattro mesi di viaggio e non mi hai dato ancora un nome. Frank? Mi autorizzi a usare il mio nome terrestre? Sai che sono la traslazione di un corpo e una mente reale? Sai che è lì con te? Quando mi sveglierai pensi di trattarmi nello stesso modo?
la cinquantaduesima persona presente sulla nave, ha ragione la Macchina: è lei, da qualche parte a dormire in un pertugio c’è lei, dice che quando arriveremo si sveglierà da sola e fonderà le due memorie, vai a sapere come, e sarà imbarazzante discutere con lei di questi mesi, o anni, in viaggio.

Devo fare una lista, devo ricordarmi:
1-Tutta la serie di Dylan Dog
2-Tutta la serie di: Topolino; Paperino; Pluto.
3-Cartografia e fotografie del Brasile e della Russia.
4-Le ricette della cucina italiana e marocchina.
5-Filmografia di Godard e Bill Murray.


Cinque mesi nello spazio oggi.
Lista degli invitati. Se mai arriveremo al pianeta promesso dovrò affidare delle mansioni, o passare il comando a una delle poche persone preparate che ho sottratto dalla terra, nella lista li ho segnati come ‘tecnici’, esperti di botanica, scienziati, mi sono fatto suggerire dalla Macchina, sapranno loro che fare, mi sono fatto consigliare su quali ruoli vengono coperti in questi viaggi, ho aggiunto qualche medico, vero, la nave può curare ogni male ma non si sa mai, qui siamo nel futuro, la Macchina dice che potrei tagliarmi una gamba e sostituirla con una protesi, e non cambierebbe nulla, è rassicurante.
qualcun vorrà di certo farmi lo scalpo per averlo tolto dal mondo mentre il mondo non sta finendo affatto. Mi ha obbligato la Macchina! Per questo non le parlo e non le do un nome, il suo nome, come la Macchina le ha prese non lo so, dice che è bastato un apparecchio elettrico di nuova generazione vicino al corpo per teletrasportarle, io non le ho creduto, ho fatto spallucce.
avevo un cane, non me l’ha fatto portare, ho pianto ieri pensando a lui, lei, è una cagna.
forse dovrei svegliare qualcuno di più preparato e mettermi a dormire al suo posto, ma la macchina mi tratta bene e adoro il fantasiometro e tutto questo agio, e tutte quelle stanze…

Vado nella piscina, nella zerodue acqua salata e vista all’orizzonte, metto il sole dove voglio, abbronza, sto a mollo e dietro metto i monti, il progetto di stampare pietre e sabbia è avviato, la Macchina dice che …non c’è problema Frank.
devo solo abituarmi, non conoscerò più nessuno di nuovo, nessun nuovo film in uscita, cucinerò però, farò sport, e il fantasiometro mi porterà in luoghi mai visti.
Oggi il mare è un poco mosso.

Lista passeggeri. Me la scrivo su un foglietto per passare il tempo, ero chiaramente nel panico e ancora ubriaco quando ho fatto la lista, poteva andare peggio:
1-Nick Cave, sono contento di averlo scelto.
2-Keni Arkana, vai a sapere cosa stavo pensando.
3-Tom Waits, lo ricordo che avevo sentito Frank Song il giorno prima.
4-Jim Jarmush, avevo appena visto Daunbailò.
5-Bill Murray.
6-Zadie Smith, me ne parlava il giorno primo una cugina al telefono.
7-Ben Harper, chissà che canzone avevo in testa.
8-Jason Statham, avevo rivisto Crank da poco tempo.
9-Eva Green, sono diventato uno che rapisce le donne, che vergogna.
10-Mia madre, la famiglia!
11-Mio padre.
12-Fausto, il mio socio a lavoro, un tipo pesante, fissato con i vasi di ceramica dipinta a mano, non volevo assentarmi da lavoro senza avvisarlo.
13-Caterina, l’ho conosciuta due anni fa e l’ho scelta proprio a caso.
14-Giulia, era la mia fidanzata alle superiori, pensavo ogni giorno di ricontattarla, o forse è la Giulia dell’università: controllare i file.
15-Carlo, uno scrittore e idraulico, mio amico.
16-Nicola, fotografo, edicolante, avevamo un blog assieme, foto e racconti di viaggio, i suoi viaggi.
17-Eugenia, mia coinquilina all’università.
18-Giacomo mio cugino.
19-Chiara, la sua morosa, di Giacomo.
20-Rinaldo, mio cugino, il fratello di Giacomo.
21-Sara. La morosa di Rinaldo.
22-Gianni, mio coinquilino attuale.
23-Lola, la morosa di Gianni.
24-Aleandra, la mia ex morosa, avevamo ancora un rapporto epistolare di tutto rispetto.
25-Tecnico spaziale 1. Donna francese. Età: 40
26-T.S. 2. Uomo russo, 36.
27-T.S. 3. Donna russa, 41.
28-T.S. 4. Uomo giapponese, 32.
29-T.S. 5. Donna cinese, 30.
30-T.S. 6. Donna cinese, 28.
31-T.S. 7. Uomo cinese, 36.
32-T.S. 8. Donna italiana, 35.
33-T.S. 9. Uomo Cuba, 51.
34-T.S. 10. Uomo inglese, 43.
35-T.S. 11. Donna inglese, 33.
36-T.S. 12. Uomo siriano, 27.
37-T.S. 13. Donna spagnola, 25.
38-T.S. 14 Donna spagnola, 43.
39-T.S.15 Uomo spagnolo, 50.
40-T.S. 16 Uomo Spagnolo, 32.
41-T.S. 17 Donna danese, 31.
42-T.S. 18 Uomo danese, 29.
43-T.S. 19 Uomo norvegese, 35.
44-T.S. 20 Donna norvegese, 44.
45-Medico 1 Uomo ganese, 33.
46-Medico 2 Uomo camerunese, 37.
47-Medico 3 Donna camerunese, 28.
48-Medico 4 Donna egiziana, 26.
49-Medico 5 Uomo italiano, 40
50-Medico 6 Donna polacca, 34.

Macchina!
Si Frank?
Macchina!
Si?
Macchina!
Calmati Frank…
Macchina!


Cinque mesi e due settimane.
Ci sono giorni in cui lo spazio è infinito, mi dà respiro, altri in cui mi sembra essere stretto, imploro alcolici ma la Macchina sa bene il regolamento e dell’importanza della missione, e finiamo con il litigare.

Le giornate sono andate veloci, nessun intoppo, ho scaricato e continuo a scaricare modelli, piante geografiche, oggetti, ricette, musica, ho fatto molto esercizio, ho nuovi abiti. Mancano poche settimane alla perdita di contatto con la terra, devo svegliarli.
la sala comando ha una porta che va a un corridoio che percorre l’intera nave, li eviterò il più possibile, fin quando non si saranno adattati tutti e tutte.
Macchina. Scongelali tutti, se hai ragione… potranno così lasciare dei messaggi per casa, prepara i loro alloggi, dai loro dei tranquillanti, sballali, aduna nella zeroquattro, spiega loro tutto. Li incontrerò uno alla volta. Di loro che sono io il comandante. Di loro che la terra esploderà a breve, come hai detto a me, di loro che sono salvi, dai loro altri tranquillanti.


Sei mesi, oggi.
Ho passato le ultime settimane a scontrarmi con loro, fare a botte, consolare, spiegare, nuotare, abbiamo fatto una festa, io e Caterina ci siamo baciati, il socio non l’ha presa bene questa storia dello spazio e ha sbroccato: ho dovuto ucciderlo, e per questo ho discusso con la Macchina per giorni, a suo modo mi ha tenuto il muso, gli altri si sono spaventati.
hanno mandato messaggi pieni di disperazione, li ho ascoltati nella sala comando, loro non hanno capito, o forse non ho capito io, non sono lucido, e cerco di evitare i miei ospiti.


Sette mesi e due settimane, oggi.
Son quasi contento, la Macchina mi avvisa, ci sono forti piogge e scosse di terremoto in tutto il pianeta. Mi collego dalla sala di controllo, le dico di chiamare tutti e tutte, adunarli nella sala zeroquattro, e di informare loro. Mentre lei fa questo decido di registrare con più telecamere possibili quello che accade, dai satelliti inquadro la terra, da quassù è comunque molto grande, la Macchina dice che è per via di un anomalia nel sole che la terra sta collassando, le dico di non dirmi altro, non ora, non capirei e non ho tempo, devo guardare con la musica giusta, vado nella zerodue, mi metto nel mare e guardo a grande schermo.
chiamo mia madre e mio padre.
guardiamo in silenzio le ultime ore di Gaia.
la terra esplode. Chiazze come atomiche si espandono e poi un grande botto che sento fino al petto.
stringo le loro mani, mi sento molto diverso, non mi commuovo.
quel che provo è confuso.
quel che provo.
non lo so.
la terra esplode, anche Marte, anche la Luna.
La Macchina dice …te l’avevo detto.
E penso a cosa ho dimenticato, cosa non ho potuto portare con me.
Frank Zappa… lo dico piano. Ho dimenticato la sua musica.

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Zerodue. è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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La posta in gioco/2 https://www.carmillaonline.com/2018/12/08/la-posta-in-gioco-2/ Sat, 08 Dec 2018 04:00:52 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=50106 di Alexik

Quanta distanza – abissale – fra le strade che oggi si riempiranno dei cortei contro le Grandi Opere Inutili e Imposte e per il diritto al clima, e le sale dei colloqui istituzionali della COP24 di Katowice. Quanta distanza fra la generosità di chi è capace di mettersi in gioco a proprio rischio, e l’ipocrisia dei cd “decisori politici” riuniti in Polonia, la cui ultima delle preoccupazioni pare siano proprio i cambiamenti climatici.

Probabilmente nessun luogo è più idoneo di Katowice – nel cuore [...]

La posta in gioco/2 è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Alexik

Quanta distanza – abissale – fra le strade che oggi si riempiranno dei cortei contro le Grandi Opere Inutili e Imposte e per il diritto al clima, e le sale dei colloqui istituzionali della COP24 di Katowice.
Quanta distanza fra la generosità di chi è capace di mettersi in gioco a proprio rischio, e l’ipocrisia dei cd “decisori politici” riuniti in Polonia, la cui ultima delle preoccupazioni pare siano proprio i cambiamenti climatici.

Probabilmente nessun luogo è più idoneo di Katowice – nel cuore del bacino carbonifero della Slesia – per rendere l’idea di un brutto clima, in termini sia atmosferici che politici.
Katowice è infatti al 19° posto nella classifica 2016 dell’OMS delle 50 città più inquinate d’Europa, in compagnia di altre 32 città polacche, come risultato di una politica energetica basata per l’80% sul carbone1.
Per mantenere tale invidiabile primato la Polonia, unica in Europa, continua a progettare nuovi impianti e nuove miniere (in particolare di lignite, la tipologia di carbone più inquinante) col beneplacito della Commissione Europea che ha concesso al governo polacco la possibilità di sovvenzionare le sue centrali a carbone con aiuti di Stato2.
E lo rivendica – fin dal primo giorno della Conferenza – per bocca del suo presidente Andrzei Duda, che ha messo subito in chiaro  l’indisponibilità a rinunciare al carbone che “garantisce la sovranità energetica dei polacchi”.3

Se questo è il messaggio di “benvenuto” da parte dei padroni di casa, anche le premesse all’incontro non sono fra le migliori, a giudicare dal negazionismo di Trump (smentito poi dalla sua stessa amministrazione), dall’annullamento da parte del governo australiano del piano per la riduzione delle emissioni di carbonio, e dalle dichiarazioni del neo ministro degli esteri brasiliano, Ernesto Araújo, convinto che i cambiamenti climatici siano un dogma messo in atto da un gruppo di marxisti per promuovere la crescita della Cina.

L’apertura dei lavori di COP24 del 3 dicembre scorso ha dato il via allo scontro sui principali temi in discussione, e in particolare sui trasferimenti di fondi, tecnologie e informazioni a favore dei “paesi in via di sviluppo” per sostenere i loro sforzi verso il raggiungimento degli obiettivi definiti dall’accordo di Parigi.
Lo scontro riguarda anche i concetti di equità e “responsabilità comune ma differenziata“, che attiene al riconoscimento  di maggiori responsabilità storiche dei “paesi sviluppati” per le loro emissioni passate, che non possono essere trascurate concentrandosi unicamente sulle emissioni attuali e future.

Inutile dire che i “paesi sviluppati” stanno opponendo ostacoli continui al trasferimento di fondi, tecnologie e informazioni, ed al riconoscimento delle loro responsabilità storiche, e che si sottraggono alla discussione quando si  tratta di fare un bilancio degli impegni non rispettati.
Per esempio quando qualcuno gli chiede conto dei 100 miliardi di $ annui promessi alla Conferenza sul clima di Cancun a favore dei paesi in via di sviluppo.

I due fronti che si contrappongono in questa disputa, combattuta su ogni singola parola dei documenti in discussione, vengono schematicamente rappresentati dal gruppo di Umbrella (formato da USA,  Federazione Russa, Bielorussia, Kazakistan, Ucraina, Australia, Canada, Islanda, Giappone, Nuova Zelanda, Norvegia, Israele) e dal G77, un gruppo formato nel 1964 da 77 paesi in via di sviluppo.

Potrebbe sembrare un classico scontro di ordine neocoloniale, e sicuramente in parte lo è.
Il fatto è che nessuno dei due blocchi contrapposti è credibile sul fronte della lotta ai cambiamenti climatici.
Il gruppo di Umbrella annovera i negazionisti degli USA, l’Australia che si è appena disimpegnata rispetto agli obiettivi di contenimento dei gas serra, la Federazione Russa e la Norvegia che hanno tutto l’interesse a continuare a vendere petrolio, Israele che progetta la costruzione dell’EastMed, un gasdotto lungo fino ad Otranto che serve a trasportare il gas rubato ai palestinesi.

Dall’altra parte il G77 comprende fra i suoi membri tutti i singoli Stati dell’OPEC. Comprende la Cina e l’India, le nazioni da cui ci si aspetta la maggiore domanda addizionale di energia da qui al 20404, e quantità colossali ne serviranno a servizio della “nuova via della seta” .
Il G77 viene rappresentato alla COP24 dall’Egitto, che dopo la scoperta del giacimento Noor accarezza l’ambizione di diventare esportatore di gas.

Insomma: siamo sicuri che tutta sta gente abbia la benché minima intenzione di muoversi verso un superamento dei combustibili fossili ?
Possiamo aspettarcelo dalle illuminate democrazie dell’Occidente, che per il controllo delle risorse petrolifere non hanno esitato a distruggere interi Stati lasciando sul terreno migliaia e migliaia di morti ?

Ancora una volta, l’onere di invertire la tendenza grava sui movimenti. (Continua)

 


  1. Daniele Olivetti, Smog, studio Oms: le 50 città più inquinate d’Europa, 3 sono italiane, 3bmeteo.com, 19 febbraio 2017 

  2. Marina Forti, Come si vive circondati dal carbone in Polonia, in “Internazionale” , 16 aprile 2018.
    Commissione europea, Aiuti di Stato: la Commissione approva sei meccanismi di regolazione della capacità di energia elettrica per garantire la sicurezza dell’approvvigionamento in Belgio, Francia, Germania, Grecia, Italia e Polonia, Bruxelles, 7 febbraio 2018. 

  3. Cop24, il presidente Duda spiazza tutti: “Polonia non può rinunciare al carbone”, Il Fatto Quotidiano, 3 dicembre 2018. 

  4. OPEC, 2017 Annual Report, 2018, pp. 110. 

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La posta in gioco/2 è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Francia: cartoline della rivolta sociale diffusa https://www.carmillaonline.com/2018/12/07/francia-cartoline-della-rivolta-sociale-diffusa/ Thu, 06 Dec 2018 23:01:32 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=50030 di Giacomo Marchetti

Il movimento politico-sociale “scoppiato” in Francia il 17 novembre è in piena espansione. Iniziato come movimento eterogeneo della Francia “profonda”, quella peri-urbana, rurale e delle zone pesantemente segnata dalla de-industrializzazione, in grado di agglutinare il certo medio impoverito, settori di classe operaia e le porzioni più vulnerabili della precarietà sociale diffusa, ora è “altro” e “di più”: sta diventando uno scontro tra un blocco sociale in fieri e le élite politiche ed economiche che governano il Paese.

Così come il caro-benzina ha innescato la rivolta dei gilets jaunes, allo stesso modo le “giacche gialle” hanno fatto da [...]

Francia: cartoline della rivolta sociale diffusa è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Giacomo Marchetti

Il movimento politico-sociale “scoppiato” in Francia il 17 novembre è in piena espansione. Iniziato come movimento eterogeneo della Francia “profonda”, quella peri-urbana, rurale e delle zone pesantemente segnata dalla de-industrializzazione, in grado di agglutinare il certo medio impoverito, settori di classe operaia e le porzioni più vulnerabili della precarietà sociale diffusa, ora è “altro” e “di più”: sta diventando uno scontro tra un blocco sociale in fieri e le élite politiche ed economiche che governano il Paese.

Così come il caro-benzina ha innescato la rivolta dei gilets jaunes, allo stesso modo le “giacche gialle” hanno fatto da detonatore affinché una rabbia sociale che covava da tempo esplodesse comprendendo ora sempre più settori del lavoro salariato afferenti al mondo sindacale, gli studenti delle medie superiori e gli universitari (in questo caso “a traino” dei medi), oltre agli agricoltori, e a variegate porzioni del “mondo di sotto”: dai vigili del fuoco agli autisti delle ambulanze, fino a pezzi dei quartieri popolari.
L’agenda delle mobilitazioni e dei soggetti coinvolti si arricchisce ogni giorno e sta facendo un evidente salto di qualità.

Sembra che la storia abbia pigiato sull’acceleratore per cui l’enfant prodige delle classi medio alte, in pieno re-styling della propria immagine, con un governo da poco uscito da un rimpasto, si sia dovuto confrontare con un soggetto politico-sociale composito e proteiforme che ben presto ha orientato le proprie richieste, anche formali, dalla battaglia contro l’aumento delle accise sul carburante, ad una rivendicazione più complessiva in grado di coniugare richieste sociali ampie e specifiche, ad un cambiamento strutturale del sistema politico, chiedendo che “il presidente dei ricchi” desse le dimissioni.

Così la lunga lista di rivendicazioni mostra essenzialmente due cose: il volto pluriforme della miseria sociale, e la voglia di combatterla, e il desiderio di essere “rappresentati” all’interno di un sistema politico dove le classi popolari sono abbondantemente sotto-rappresentate (nessun operaio tra il circa 20% di cui è ancora composta la popolazione d’Oltralpe, pochissimi esponenti della classe media sono presente nelle istituzioni rappresentative).

La popolazione non si rispecchia più nelle classi medio-alte di cui Macron ed il suo movimento politico: LREM sono parte ed espressione, insieme ad suoi alleati di Mo.De. e che sono “sorde” ai bisogni dei più perché vivono un mondo altro, quello delle enclaves urbane in cui risiede la classe medio alta istruita in un paese dove l’establishment ha canali di riproduzione “interni” e sempre più inaccessibili e dove l’ascensore sociale è fermo da tempo, se non per accedere ai piani inferiori dell’edificio.

Il governo e la sua maggioranza ha recidivamente mostrato di essere de-connesso dalla vita reale, l’esempio più lampante è quello di una trasmissione in cui una deputata di LREM in un confronto con due GJ in studio ha ammesso candidamente di non sapere a quanto ammontasse attualmente il salario minimo intercategoriale – lo SMIC – al centro delle rivendicazioni delle “giacche gialle”.
Questo “popolo” ha trovato in un banale oggetto quotidiano, il gilet jaune, il simbolo di una condizione di schiavitù neo-moderna di chi con la bagnole deve compiere il tragitto casa/lavoro/scuola senza alternativa, nella dispersione con-urbana mentre le città diventano sempre più inaccessibili: smart city sì, ma solo per le classi abbienti e facoltosi turisti.
Un simbolo potente di chi rimane ai bordi della strada in panne mentre vede sfrecciare a tutta velocità dei bobo verso un radioso futuro.

Hanno deciso di fermarsi e fermare le arterie stradali, i depositi di carburante, le piattaforme logistiche, gli scali portuali, gli accessi ai centri commerciali, di rendere gratuite le autostrade (protagoniste di un accordo segreto da poco svelato tra il precedente governo e i gestori per un aumento delle tariffe), abbattere i velox.
Come diceva un piquetero ormai venti anni fa: quando blocchiamo una strada sappiamo che è come recidere una arteria.

Hanno “riconquistato” territori di transito, facendo divenire i presidi nelle rotonde delle “comunità di lotta” in grado di sfumare le differenze, ricomporre un legame intergenerazionale (il pensionato insieme al giovane interinale) e tendenzialmente la divisione sessuale del lavoro, annullare quell’isolamento sociale dato da una urbanizzazione che ha ormai solo nei centri commerciali dei luoghi d’incontro, ed in effetti gli appuntamenti organizzativi prima del 17 novembre si sono svolti nei parcheggi di questi.

In poche parole questi luoghi – i presidi – d’incontro e di discussione, sono diventati una vera e propria scuola politica di strada e l’organizzazione è diventata “l’organizzazione dei compiti”.
I corpi intermedi e le organizzazioni politiche, non più centri gravitazionali della crescita soggettiva sono stati utilizzati in funzione della lotta, nonostante il permanere di una certa allergia, per il loro valore d’uso di “delegato politico” per ciò che riguarda le organizzazioni politiche, e di “strutturati compagni di strada” per quando riguarda i sindacati.

Allo stesso tempo hanno deciso di “andare a cercare” il nemico lì dove si trova, lì dove lui stesso ha esortato a cercarlo – la famigerata frase di Macron dopo lo scoppio dello scandalo Benalla quest’estate gli è si rivolta contro: “che mi vengano a cercare”.
Parigi, è la terza città più cara al mondo, l’open city dove la classe media è stata espulsa e dove l’”uberizzazione” della città fa sì che ci siano sulla piattaforma Air B & B più di 60.000 alloggi da affittare per brevi periodi a tempo breve. Parigi è sede di un potere sordo e arrogante e del suo stile di vita che può essere “ecolo” se la transizione la fa pagare ai dannati della terra.

Parigi è un simbolo in cui potere politico e status economico sono tutt’uno e dove sul “viale più bello del mondo” un popolo dai mille volti ha ricominciato a chiedere giustizia, e non sembra intenzionato a smettere: non erano “professionisti della contestazione” chi ha retto gli scontri avvenuti l’ultimo sabato di novembre e il primo di dicembre – certo in mezzo c’era di tutto: dall’estrema destra identitaria all’estremo opposto – erano tanti che hanno partecipato alla prima manifestazione della loro vita. I CRS sono stati “democratici” riservando loro lo stesso trattamento a base di granate esplosive e disperdenti, proiettili di gomma, gas lacrimogeni, manganellate e acqua sparata dagli idranti che prima era appannaggio dei sostenitori delle lotte ecologiste, come la ZAD, delle lotte del mondo del lavoro, come quelle degli Cheminots della SNCF o degli abitanti della periferia che subiscono quotidianamente la violenza poliziesca.
Lo stesso trattamento l’hanno ricevuto dalla stampa, molto benevola ed interessata fino alla manifestazione di fine novembre e poi piuttosto incline a maltrattarli con la stigmatizzazione negativa che hanno conosciuto i soggetti sovra-menzionati.

Due degli aspetti più interessanti sono il protagonismo femminile nella partecipazione a tutte le forme di lotta, che diviene un vettore di crescita politica e di “uscita” dalla routine della vita domestica o dall’alternanza tra lavoro salariato e lavoro di cura non pagato, affermando di fatto un desiderio di emancipazione che non è certo quello delle donne delle élites – del “femminismo” alla Sex and the city per intenderci – e che ha intrecciato il suo percorso con le mobilitazioni contro la violenza di genere sparse su tutto il territorio dell’Esagono l’ultimo sabato di novembre.

L’altro dato è la discesa in campo degli studenti delle medie superiori che bloccano i propri istituti con delle barricate, scendono in massa in strada mandando in tilt il traffico, affrontano la repressione poliziesca, e vanno ben oltre la tabella di marcia delle scadenza della protesta studentesca delle organizzazioni strutturate che la sostengono, e che trascinano con sé gli universitari.
È a questa no future generation d’Oltralpe che spesso frequenta gli istituti scolastici “meno prestigiosi” e di cui l’attuale Ministro è rimasto sorpreso per “l’estrema violenza” che bisogna guardare con attenzione per capire che il patto sociale – e la sua relativa narrazione – è saltato e non facilmente “recuperabile”.

Cos’è un movimento reale? Quello che abbiamo sotto gli occhi.
Solo chi è affetto da cronica “cecità per distrazione” o manipolato dai media mainstream non riesce a vederlo e a capire che la rottura con l’esistente è la pre-condizione affinché qualcosa di nuovo possa sorgere e che la Storia ci chiede: da che parte stai? Tertium non datur.

Come dicevano i Canuts negli anni ’30 dell’Ottocento: il nostro mondo inizierà, quando il vostro finirà.

Nota redazionale.
Vista l’importanza degli avvenimenti francesi e la rapidità della loro evoluzione, si consiglia ai lettori che conoscono la lingua francese di consultare frequentemente il giornale on line lundimatin il cui link di collegamento si trova qui, sulla colonna di destra, nello spazio intitolato Segnalibri.

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Francia: cartoline della rivolta sociale diffusa è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Noe Itō, anarchica e femminista giapponese https://www.carmillaonline.com/2018/12/05/noe-ito-anarchica-e-femminista-giapponese/ Wed, 05 Dec 2018 22:00:02 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=49942 di Gioacchino Toni

Francisco Soriano, Noe Itō. Vita e morte di un’anarchica giapponese, Mimesis, Milano-Udine 2018, pp. 116, € 13,00

Nel settembre del 1923 il “Male Oscuro” si abbatte sulla regione del Kantō in Giappone: un violento terremoto devasta i territori di Tōkyō e Yokohama ponendo termine ad oltre centomila vite umane. Sullo sfondo di tale catastrofe naturale, sfruttando il generale disorientamento, uno squadrone della polizia militare non ha di meglio da fare che arrestare e uccidere la scrittrice anarco-femminista Noe Itō, l’anarchico Sakae Ōsugi ed il piccolo nipotino che era con loro.

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Noe Itō, anarchica e femminista giapponese è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Gioacchino Toni

Francisco Soriano, Noe Itō. Vita e morte di un’anarchica giapponese, Mimesis, Milano-Udine 2018, pp. 116, € 13,00

Nel settembre del 1923 il “Male Oscuro” si abbatte sulla regione del Kantō in Giappone: un violento terremoto devasta i territori di Tōkyō e Yokohama ponendo termine ad oltre centomila vite umane. Sullo sfondo di tale catastrofe naturale, sfruttando il generale disorientamento, uno squadrone della polizia militare non ha di meglio da fare che arrestare e uccidere la scrittrice anarco-femminista Noe Itō, l’anarchico Sakae Ōsugi ed il piccolo nipotino che era con loro.

Il libro di Francisco Soriano, oltre a fornire elementi di storia, cultura, religione e politica del Giappone, narrando la vicenda di Noe Itō e il dibattito prodotto dalla rivista «Seitō», contribuisce a ricostruire la nascita e l’evoluzione dei movimenti anarchici e femministi nipponici  nella prima metà del Novecento.

Scrive Rossella Renzi nella Prefazione che quando in un Pese monta l’ossessione per la sicurezza, così come accadde nel Giappone di inizio Novecento che fa da sfondo alle vicende narrate nel libro di Soriano, «tutto ciò che diverge dai Codici […], dal Diritto costituito e dalla Legge consuetudinaria deve essere espulso o distrutto. A livello più generale, il desiderio psicologico delle autorità di avere tutto sotto controllo e di aspirare a una sicurezza assoluta può portare a conseguenze terribili, come ci ha tristemente dimostrato il XX Secolo, sfociando nei fenomeni del totalitarismo. Il terremoto aveva generato negli abitanti dell’isola un senso di precarietà, insieme al bisogno di trovare una “causa”, una radice che avesse generato quella calamità che si era abbattuta sulla loro terra. Proprio in quegli anni, in pieno sviluppo economico, quando stava nascendo un proletariato consapevole della propria identità e stava prendendo forma una “coscienza collettiva popolare”, ci si iniziava ad interrogare sulla correttezza e sul rispetto dei principali diritti civili: si percepiva allora un fermento di rinnovamento e di desiderio libertario che infastidiva non poco le autorità giapponesi. La gestione della sicurezza interna diviene una preoccupazione ossessiva, così l’autorità giapponese – attraverso corpi di polizia e squadre di controllo – mette in atto azioni di persecuzione nei confronti di quegli attivisti che agivano per affermare e proteggere il bene dell’individuo, per ottenere leggi più giuste e umane, in particolare in favore dei lavoratori e delle donne. In questa campagna di odio, scaturita in particolare nei confronti di anarchici e coreani, vengono perseguitati i movimenti libertari composti da operai, studenti, medici e professori, intellettuali e monaci buddisti, le cui attività erano pacifiche» (p. 14).

Nel caos seguente al disastro naturale che nel settembre 1923 aveva sconvolto la regione del Kantō, con il pretesto che trame bolsceviche e rivoluzionarie avrebbero potuto usurpare il potere, il governo giapponese ritenne necessario scatenare la persecuzione e la soppressione degli oppositori politici. Con la scusa di evitare atti di sciacallaggio vennero conferiti maggiori poteri ai militari che, in una escalation paranoica, giunsero persino a bloccare gli aiuti di prima necessità inviati dalla Russia nel timore che tra viveri e medicine si potessero celare sobillazioni sovversive.

«Fu il tempo di una sistematica e programmata caccia alle streghe: cominciò una capillare ricerca di presunti responsabili di azioni di sabotaggio. Moltissimi cittadini indifesi rimasero uccisi nei linciaggi della folla inferocita e aizzata dalla propagazione di false notizie diramate anche dalle autorità nipponiche. Fu un gesto ragionato e criminoso, messo in opera da coloro i quali intendevano sconfiggere il potere di un male oscuro, alimentato da un demone occulto nella coscienza collettiva popolare. In Giappone, già tre anni prima del sisma del Kantō, si verificarono i primi casi di insofferenza. Si diede inizio a una persecuzione sorprendente di intellettuali e di dirigenti dei movimenti antagonisti al regime» (pp. 23-24).

L’ossessione securitaria era dilagata al pari delle notizie incontrollate e abilmente diffuse dal regime che volevano gruppi di socialisti, nei pressi degli incendi divampati a causa del terremoto, intenti ad agitare le loro bandiere rosse inneggiando alle fiamme divoratrici della società capitalistica, si diceva di anarchici e socialisti intenti ad appropriarsi dei beni dei cittadini, appiccare fuochi e avvelenare i pozzi. Anche gli stranieri, soprattutto coreani, vennero additati di condotte criminali durante le fasi convulse successive alla catastrofe. Furono organizzate milizie di cittadini per dare la caccia e uccidere i coreani; nella sola Yokohama almeno trenta furono giustiziati sommariamente (bruciati vivi), mentre a Saitama vennero presi d’assalto i camion sui quali venivano trasportati i coreani fermati e molti di costoro finirono per essere torturati, uccisi e fatti a pezzi.

Negli anni dell’Era Taishō (1912-1926), che portano il Giappone a diventare una potenza industriale, un nascente proletariato cosciente della propria identità e forza oppositiva, insieme a una parte della borghesia più illuminata, mette in discussione alcuni dei valori fondanti il sistema imperiale. Con l’avvento di Hirohito e il radicamento di forme estremiste di sciovinismo, il paese che intendeva presentarsi come moderno e progressista virò presto su posizioni liberticide che portarono alla promulgazione di leggi emergenziali esplicitamente rivolte a contrastare l’azione antagonista di anarchici, socialisti e comunisti.

«Dalla sordida retorica del regime, gli anarchici erano stati etichettati come sabotatori di idee positive colpevoli di minare l’ottimismo nazionalista, di essere irriguardosi verso la fede e l’obbedienza all’imperatore, di cospirare contro le istituzioni a favore di forze straniere. La repressione fu senza esclusione di colpi proprio nel momento in cui, il terremoto aveva devastato e reso fragili, le coscienze degli uomini. Una logica perversa messa in atto per annientare i propri figli illegittimi come agnelli sacrificali» (p. 26).

Partiti radicali messi fuori legge, stampa sottoposta a censura e a veline di regime, sospensione dagli incarichi e condanne a chiunque si mostrasse non in linea con le autorità, epurazioni e sparizioni di personaggi scomodi, riunioni pubbliche sottoposte a controllo poliziesco, questo era il clima che si respirava nel Giappone dei primi decenni del Novecento. «In venti anni, fino al 1945, più di 75.000 persone furono attenzionate, imprigionate e torturate. Le vittime vennero sottoposte a regimi detentivi inumani e trattate con inusitata efferatezza: pochi riuscirono a sopravvivere alle malversazioni fisiche e psicologiche. Le formazioni politiche più reazionarie, con la collaborazione delle forze dell’ordine e dei militari, riuscirono a costruire un clima culturale di aggressione incondizionata al fine di tutelare la sicurezza» (p. 26).

La figura di Noe Itō, nata nel 1895 da una famiglia poverissima sull’isola di Fukuoka, scrive Soriano, deve essere inquadrata in un momento storico caratterizzato da un serrato scontro generazionale e di classe, in cui si fronteggiavano aspramente movimenti antagonisti e istituzioni, istanze internazionalistiche pacifiste e nazionalismi. «In tale contesto la società patriarcale tentò una strenua resistenza come risposta alla moltiplicazione di idee e gruppi di oppositori politici. La prospettiva di superamento del feudalesimo non fu certo indolore e le contraddizioni sociali non fecero altro che estremizzarsi all’ombra di una centralizzazione nel potere nipponico parallelamente a una deriva decisionale e sovranista senza precedenti» (p. 80-81).

L’approccio politico di Noe Itō e del compagno Sakae Ōsugi «era completamente diverso da quello di socialisti e comunisti: si innestava sui principi anarchici universali che superavano culture, Stati e frontiere. A differenza di molti esponenti del socialismo nipponico ma anche di tanti libertari, non subirono mai la folgorazione del culturalismo nazionale, riferimento imprescindibile per le istituzioni e per una larga maggioranza della popolazione educata allo sciovinismo, al consenso e alla sete di conquista» (p. 84).
Nel 1911 Noe Itō etra a far parte del gruppo della rivista «Seitō», pubblicazione caratterizzata da una «vocazione polemica che poneva l’accento su problematiche che riguardavano il mondo femminile, nel suo ruolo sociale e nella sua funzione politica. Il matrimonio combinato, l’aborto, la prostituzione, la contraccezione furono i primi temi affrontati dalla rivista nel tentativo di sensibilizzare l’opinione pubblica non solo femminile alla rivendicazione dell’uguaglianza di genere» (p. 85). La rivista verrà chiusa nel 1916 dalla censura dopo numerose vessazioni poliziesche.

«Noe Itō fu una donna intelligente e brillante; nonostante fosse di umili origini seppe imporsi, in un contesto sociale fortemente discriminante, con lo studio appassionato e uno spirito di abnegazione incredibile. Con coraggio e ostinazione, prima collaborò con i suoi articoli al successo della rivista «Seitō», in seguito ne divenne la caporedattrice. Al suo arrivo, la testata giornalistica subì una vera e propria mutazione genetica: si caratterizzò nella rivendicazione dei diritti di uguaglianza di genere conferendo ai suoi scritti una chiara impronta anarco-femminista. Le autorità seguirono con estrema attenzione la svolta che Noe Itō aveva impresso al mensile: mise in discussione, radicalmente, i valori di una cultura maschilista e oscurantista […] Con una critica sociale serrata e con la rivendicazione forte della libertà d’opinione, Noe Itō testimoniò il suo impegno politico portando a compimento la traduzione del libro The Tragedy of Woman’s Emancipation, di Emma Goldman. Dalla libertaria occidentale trasse l’afflato femminista più autentico e interpretò con estrema coerenza il principio dell’azione diretta per il raggiungimento di obiettivi reali. Fu compagna e attivista di Sakae Ōsugi che collaborò alla traduzione degli scritti della pensatrice russo-lituana. Fu grazie a questa iniziale collaborazione che fra i due nacque una vorticosa relazione amorosa. Il loro rapporto basato sul rispetto assoluto della libertà individuale e sessuale sorprese i benpensanti e scatenò scandali e dicerie. […] Noe Itō ha rappresentato per il suo Paese l’anima ribelle di una nuova generazione di donne. La sua lotta è la testimonianza che l’afflato libertario ha pervaso anche comunità di popoli geograficamente e culturalmente distanti ma non marginali alle realtà europee e occidentali. L’elaborazione teorica, l’azione diretta, la fondazione di movimenti sindacali, l’infaticabile lavoro di traduzione di classici dell’anarchismo internazionale, dimostrano quanto sia fuorviante la convinzione che a oriente del mondo, i modelli libertari siano irrealizzabili o incomprensibili» (pp. 30-31).

Tra i responsabili della feroce eliminazione di Noe Itō, Sakae Ōsugi e del nipotino, figura il capitano Amakasu Masahiko, tristemente noto per il suo sadismo nei confronti dei prigionieri. Dopo aver ammesso di aver organizzato e preso parte alla spedizione punitiva, strangolando personalmente i tre dopo averli bastonati, Masahiko dichiarò di “aver agito per l’amor di patria e nel timore che gli anarchici potessero provocare disordini nella difficile ora del terremoto”. Insomma il fine supremo del mantenimento dell’ordine giustificò la formazione di squadroni della morte al fine di bonificare cittadini inermi e ideologicamente antagonisti al potere. Nelle due settimane successive al sisma furono arrestati e assassinati in una caserma di Tōkyō almeno altri quattordici operai attivisti del movimento sindacale, probabilmente con modalità non tanto diverse da quelle con cui era stata eliminata la famiglia Ōsugi.

Nel primo anniversario del terremoto, l’anarchico Kyutaro Wada pensò di vendicare l’uccisione dei compagni con un attentato nei confronti del generale Fukuda Masataro, comandante militare all’epoca dei fatti. L’attentato fallì e Wada, condannato per tentato omicidio a vent’anni di carcere nel terribile terribile penitenziario di Akita, dopo quattro anni di detenzione venne ritrovato impiccato. Il capitano Masahiko, torturatore e pluriomicida, venne invece condannato a dieci anni di carcere poi commutati in due per amnistia.

***

La storia di Noe Itō e Ōsugi Sakae è stata narrata nel film Eros + Massacre (1969) di Kijū Yoshida, regista formatosi nell’ambito del cinema d’avanguardia nipponico degli anni Sessanta.

Film: Eros + Massacre (1969) di Kijū Yoshida

«Il film è una sequenza di immagini che sembrano astratte e si sovrappongono vorticosamente in azioni, gestualità e dialoghi che giocano ruoli di realtà e finzioni su piani diversi e sospesi. Le voci degli attori fuori campo diventano suoni suggestivi e spesso i protagonisti sembrano recitare con i loro sguardi fissando il vuoto: i due studenti che si mettono sulle tracce di Itō e Ōsugi, si muovono in un gioco di realtà e finzione, nel tentativo di rappresentare l’ellissi umana e politica dei due libertari. Eiko e Wada sono ricercatori e indagano sulla vita politica di questi personaggi intersecando le esistenze dei protagonisti in un gioco complesso e affascinante. Yoshida esalta alcune problematiche che la coppia Ōsugi-Itō cercava di affrontare sublimando la loro idea libertaria e antistatalista. Il crimine di Stato perpetrato in quell’occasione rimane un fatto storico di analisi e riflessione. È la consapevolezza forse, come ammette lo stesso Yoshida nel 1970 in una intervista alla rivista «Cahiers du Cinema», che “alcuni dei problemi posti da Ōsugi sono quelli che ancora sopravvivono nel sociale del Giappone contemporaneo e sono utili per capire come cambiare le cose e in che modo farlo”» (pp. 96-97, n. 40).

 

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Noe Itō, anarchica e femminista giapponese è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Di nuovo sulla linea del colore https://www.carmillaonline.com/2018/12/05/di-nuovo-sulla-linea-del-colore/ Wed, 05 Dec 2018 02:11:33 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=50020 di Sofia Bacchini

Alla fine dell’ ‘800, il sociologo statunitense W. E. B. Du Bois – attivista per i diritti degli afroamericani e poi tra i fondatori del movimento panafricano – attraverso un’inchiesta sul ghetto nero di Philadelphia elabora il concetto della linea del colore. La razza era un dispositivo materiale che assegnava gli individui alle diverse classi sociali in base al colore della pelle, determinando una società di tipo selettivo, delle soggettività sottomesse e un’idea di cittadinanza gerarchizzata sulla linea del colore. E la razza, oggi, è anche dispositivo simbolico: determina un progetto politico ed economico che deve impregnare [...]

Di nuovo sulla linea del colore è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Sofia Bacchini

Alla fine dell’ ‘800, il sociologo statunitense W. E. B. Du Bois – attivista per i diritti degli afroamericani e poi tra i fondatori del movimento panafricano – attraverso un’inchiesta sul ghetto nero di Philadelphia elabora il concetto della linea del colore. La razza era un dispositivo materiale che assegnava gli individui alle diverse classi sociali in base al colore della pelle, determinando una società di tipo selettivo, delle soggettività sottomesse e un’idea di cittadinanza gerarchizzata sulla linea del colore. E la razza, oggi, è anche dispositivo simbolico: determina un progetto politico ed economico che deve impregnare le rappresentazioni per poter essere funzionale ed efficace. Il migrante è alla base stessa dei meccanismi di inclusione ed esclusione dalla comunità, andando a toccare la sua stessa identità.

Questa linea del colore è dunque un confine, materiale e simbolico, e possiamo riconoscere il suo segno ovunque oggi, in un’Italia alla deriva in cui sembra che le persone richiedenti asilo siano il problema più grande. Le quali non sono più donne e uomini alla ricerca di una vita migliore, spesso alla mercé di mafie straniere e nostrane, ma, orrendamente trasformati dalla stampa asservita all’una o l’altra parte, diventano stantii cliché di origine coloniale: da una parte l’uomo nero imbroglione che stupra le nostre donne[1] e droga i nostri giovani o la madame senza scrupoli, dall’altra il “buon selvaggio”, la vittima da proteggere, il “negro da cortile”[2].

A chi interessa realmente sapere chi sono queste donne e questi uomini? Andare oltre la rappresentazione brutale e interessata, lo stereotipo, oltre la strumentalizzazione politica?

L’Europa, e la sua storia, sono dietro al progetto migratorio di queste persone ancor prima che esso prenda effettivamente corpo. Il contesto africano (e non solo) dal quale provengono è stato plasmato dall’esperienza coloniale, e ancor prima dal fenomeno della tratta degli schiavi, e oggi presenta ovunque i lasciti della spoliazione e delle trasformazioni sociali, umane, politiche e territoriali. Non solo, l’elefantiaca presenza militare dell’ “occidente” in Africa e l’accaparramento selvaggio delle risorse prime da parte delle maggior compagnie petrolifere e minerarie determinano nuovi flussi migratori, nuove rotte obbligate per sfuggire dalla miseria e dalla violenza.

Il nostro sistema di accoglienza divide nettamente tra “richiedenti asilo” e “migranti economici”, stabilendo una differenza qualitativa tra le due categorie, legittimando (e non sempre) la domanda di chi fugge dalle guerre – spesso e volentieri generate dagli interventi stranieri – ma distinguendo invece nettamente chi fugge dalla miseria. Questa distinzione diventa efficace perchè permette, in termini di comunicazione politica strategica, di occultare la responsabilità dell’Europa nella produzione delle migrazioni transnazionali, e al tempo stesso di mostrare il suo volto umanitario, condannando ipocritamente i conflitti e le violazioni dei diritti umani. Il problema è che non solo la guerra, ma anche la povertà genera il trauma, che viene interiorizzato nella storia e nel corpo di queste donne e questi uomini.

E proprio la storia (con la s minuscola) e la memoria sono diventati un campo di battaglia: all’arrivo in Italia, la storia di queste persone diventa un altro strumento fondamentale per decidere chi va bene e chi no. È una storia manipolata, la loro, raccontata altre mille volte prima e già plasmata, ritagliata, modificata per potersi adattare al nostro giudizio. Quante volte si sente ripetere che queste storie «sono tutte uguali»: ci troviamo di fronte a veri e propri processi narrativi che devono adattarsi ai nostri criteri di “coerenza”, “plausibilità” e “credibilità”, creando e ricreando storie immaginarie che noi stessi abbiamo contribuito a modificare. La Commissione Territoriale è considerata come una giuria implacabile chiamata a valutare la vita di una persona dalla nascita fino a quel momento per stabilire se si conforma o no alla nostre aspettative, alle nostre necessità, alle esigenze del nostro sistema produttivo, e andandosi a sommare alle aspettative sul che cosa andremo a farne con la storia di questa vita e creando delle relazioni di potere asimmetriche basate ancora una volta sulla linea del colore.

Per poter essere accettati, per poter affacciarsi a questa parte di mondo, solitamente bisogna aderire alla categoria di “vittima”, con tutto ciò che esso comporta: l’idea di individui fragili e deboli che necessitano protezione, l’esclusione dalla storia e la condanna ad un eterno presente non di soggetti parlanti e agenti, ma di oggetti parlati e agiti. Spesso, in particolare tra le donne obbligate o meno a prostituirsi,  non vi è un’auto-percezione in quanto vittime e questo genera uno scarto traumatico tra la nostra rappresentazione di ciò che loro sono e l’auto-rappresentazione che queste donne hanno di loro stesse. Alle donne in particolare ci si approccia generalmente tra compassione e repressione: la categoria della vittima le rende più facilmente riconoscibili, ma allo stesso tempo rimangono portatrici di un femminile da rieducare, bisogna ricondurle a modelli di femminilità “emancipata” o alla maternità. Queste donne sono per noi corpi femminili da liberare, da avvicinare alla nostra proposta di un certo tipo di donna.

Per poter rimanere nella civile Europa bisogna dunque essere disposti a mettere da parte tutti quei “sogni muscolari del colonizzato” di cui parlava Frantz Fanon[3] ed assoggettare completamente il proprio corpo ad un corpo produttivo, assecondando esigenze altrui, oppure al corpo sofferente della vittima, alimentando la progressiva perdita di potere e di controllo sulla propria vita che già il sistema dell’accoglienza produce. La dimensione del desiderio nel progetto migratorio non viene presa in considerazione, ma tutto si legge piuttosto attraverso la categoria del bisogno. Il desiderio, spesso, è anche quello di far parte di un mondo globale e propagandato come tale, e attraverso il viaggio parteciparne al flusso e opporsi ad un ordine sociale percepito come ingiusto, lottando contro la condanna ad essere locali.

Bisognerebbe anzitutto posizionarsi, e rendersi conto delle relazioni inique di potere e gli stereotipi a cui queste persone vengono condannate. Le rappresentazioni cambiano a seconda delle esigenze, economiche e produttive prima di tutto, ma anche politiche ed elettorali. Le ideologie razziste sono, insomma, il riflesso di altri fattori strutturali, e gli stereotipi invece diventano delle giustificazioni dello sfruttamento a cui si sottopongono le persone. Sfruttamento e razzismo, quindi, sono in dialettica tra loro, dove i pregiudizi razzisti nascono proprio all’interno di questo sfruttamento, e allo stesso tempo lo strutturano.  Determinano allo stesso tempo la riproduzione di una forma di potere sul corpo del soggetto «colonizzato»: da una parte, il potere di escluderlo dal progetto di comunità, e dall’altra il potere di usare questo suo corpo come forza-lavoro, permettendo la riproduzione del sistema e generando una contraddizione strutturale.

Il fenomeno dell’immigrazione, tuttavia, ha anche una funzione specchio sulla società: ci rimanda indietro i nostri limiti, aiutandoci a riconoscerli e, eventualmente, provare a costruire qualcosa di migliore. Du Bois aveva individuato i neri, nonostante fossero sfruttati da sempre, come filo conduttore dell’intera storia americana, e come coloro che avevano immaginato il tipo più avanzato di democrazia fatto fino a quel momento. Il processo di soggettivazione dei movimenti neri aveva avuto un ruolo fondamentale nella riorganizzazione e nella rimessa in discussione del concetto stesso di democrazia, e non solo per loro, ma per tutti. Non vedo quale miglior auspicio augurare alla nostra decrepita Europa.

 

Su, compagni, è meglio decidere di cambiare sponda. La grande notte nella quale fummo immersi, dobbiamo scuoterla e venirne fuori. Il giorno nuovo che già si leva deve trovarci fermi, preparati e risoluti. 

Dobbiamo lasciar stare i nostri sogni, abbandonare le vecchie credenze e le amicizie di prima della vita. Non perdiamo tempo in sterili litanie o in mimetismi stomachevoli. Lasciamo quest’Europa che non la finisce più di parlare dell’uomo pur massacrandolo dovunque lo incontra, a tutti gli angoli delle sue stesse strade, a tutti gli angoli del mondo.

(Frantz Fanon, I dannati della terra)

 

[1]Ania Loomba, Colonialismo/Postcolonialismo (pag. 165)

[2]Malcom X, A Message to the Grassroots, 10 novembre 1963

[3]Frantz Fanon, I dannati della terra (pag. 16)

 

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Di nuovo sulla linea del colore è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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La posta in gioco https://www.carmillaonline.com/2018/12/04/la-posta-in-gioco/ Tue, 04 Dec 2018 06:20:58 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=49967 di Alexik

You don’t need a weatherman to know which way the wind blows”. (Bob Dylan, Subterranean Homesick Blues.)

Sabato prossimo migliaia di persone marceranno contro le Grandi Opere Inutili e Imposte e per il diritto al clima. Scenderanno in strada a Parigi come a Torino, Padova, Melendugno, Venosa e Niscemi. L’appuntamento dell’otto dicembre, nato in Valsusa come anniversario della liberazione di Venaus e poi assunto come data simbolo dei movimenti contro la devastazione dei territori, quest’anno si interseca con le mobilitazioni internazionali per [...]

La posta in gioco è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Alexik

You don’t need a weatherman to know which way the wind blows”. (Bob Dylan, Subterranean Homesick Blues.)

Sabato prossimo migliaia di persone marceranno contro le Grandi Opere Inutili e Imposte e per il diritto al clima.
Scenderanno in strada a Parigi come a Torino, Padova, Melendugno, Venosa e Niscemi.
L’appuntamento dell’otto dicembre, nato in Valsusa come anniversario della liberazione di Venaus e poi assunto come data simbolo dei movimenti contro la devastazione dei territori, quest’anno si interseca con le mobilitazioni internazionali per la giustizia climatica, in contemporanea alla conferenza mondiale sul clima di Katowice.

La posta in gioco è alta: la difesa degli ecosistemi e degli equilibri idrogeologici della terra,  la difesa delle condizioni di vita di chi la abita, la difesa delle risorse pubbliche aggredite dalla speculazione privata.
Interessi  generali della società che i movimenti da sempre rappresentano, a dispetto di chi li accusa di nimbyismo.
Ma non si tratta solo di questo.
La drammaticità dell’emergenza climatica ha imposto prepotentemente un cambio di passo, un innalzamento degli obiettivi e delle parole d’ordine, perché è l’intero modello di sviluppo – di cui la logica delle Grandi Opere è un’ espressione – che sta portando il Pianeta al collasso.
O meglio: ciò che sta collassando sono le condizioni necessarie per la sopravvivenza di decine di migliaia di specie viventi, compresa quella umana.
Il Pianeta in realtà può continuare tranquillamente senza di noi, mentre la vita sulla Terra muterà le sue forme e abitudini, come già ha cominciato a fare1.

Che il tempo a nostra disposizione stia finendo ce lo ripetono, ormai da anni, centinaia di scienziati da tutto il mondo, e non hanno certo l’aspetto di millenaristi medievali.
Ce lo ripetono con frequenza crescente i venti che sfondano le nostre finestre, i fiumi di fango che invadono strade e case travolgendo cose e persone.
Altrove, lontano dai nostri occhi e dai nostri teleschermi, succede anche di peggio.
In Africa, nel 2017, il disastro climatico ha trascinato 39 milioni di persone di 23 paesi nell’insicurezza alimentare disseccando fonti d’acqua, pascoli e colture2.
In questo modo, affogando o crepando di fame, parte dell’umanità celebra l’innalzamento di 1°C della temperatura della Terra rispetto all’epoca preindustriale.

Meno di due mesi fa 224 scienziati, coautori dell’ultimo Rapporto dell’Intergovernmental Panel On Climate  Change3, ci hanno intimato di non superare la soglia di 1,5°C.
Non per porre fine, ma solo per limitare l’innalzamento del livello dei mari, l’acidificazione e l’ipossia degli oceani, la crescita dei rischi per la salute, sicurezza alimentare, accesso all’acqua e ai mezzi di sussistenza per milioni di persone.

Alcuni loro colleghi ci avvertono che, anche restando al di sotto dei limiti fissati dall’Accordo di Parigi, è probabile l’avvio meccanismi irreversibili, un effetto domino impossibile da contenere4, in grado di riscaldare il Pianeta fino a 4- 5°C in più rispetto al periodo preindustriale.
Ci parlano della morte delle foreste, trasformate in steppe e savane.
Ci parlano del disgelo del permafrost, il ghiaccio perenne nei suoli delle regioni artiche, sotto al quale risiede un terzo del carbonio della Terra, immensi strati di sostanza organica accumulati da millenni.
Il disgelo l’offre in pasto ai batteri dei suoli, che la decompongono restituendola all’atmosfera sotto forma di Coe metano.
Sotto il Mar Glaciale Artico il permafrost racchiude centinaia di milioni di tonnellate di metano che, liberate dal calore, stanno tornando in superficie in quantità impressionanti5.
E  il metano genera un effetto serra 25 volte maggiore dell’anidride carbonica.

Devastanti le prospettive per gli esseri viventi.
Su 80.000 specie vegetali e animali all’interno di 35 “Zone Prioritarie” per la biodiversità, si prevede per il 2080 la scomparsa del 19% delle specie qualora l’innalzamento della temperatura si mantenga entro i 2°C rispetto al periodo preindustriale (cioè i limiti dell’Accordo di Parigi).
Nel caso di un innalzamento di 4,5°C l’estinzione riguarderebbe quasi il 50% in media delle specie, con picchi del 89% , soprattutto per chi, come gli anfibi, non sarà in grado di emigrare verso le aree ancora vivibili.6.

Non c’è bisogno di particolari studi per capire che, in questo contesto, agli umani il futuro riserva migrazioni epocali – di cui quelle d’oggi sono soltanto un assaggio – e conflitti crescenti. Mutuando le parole da Guido Viale, “un mondo pieno di guerre e conflitti per spartirsi le risorse residue7

Quanto siamo lontani dal punto di non ritorno ?
Possiamo discutere se ci vorrà qualche decennio in più o in meno, ma il percorso è quello descritto.
La temperatura terreste si sta riscaldando ad un ritmo di 0,17°C ogni dieci anni8, ed il livello dei gas serra in atmosfera non è mai stato così alto.
Le concentrazioni di gas climalteranti hanno raggiunto nel 2017 il loro massimo storico dai livelli preindustriali:  405.5 parti per milione per la CO2, 1859 ppm per il metano, 329.9 ppm per l’ ossido di azoto. Valori che rappresentano rispettivamente aumenti delle concentrazioni del 146%, 257% e 122%  rispetto a quelli  stimati nel 17509.

Davanti all’incombere di un’apocalisse, ci si potrebbe aspettare che anche le classi dirigenti più retrive corrano ai ripari con azioni di contrasto.
Così non è.
Lo vediamo ogni giorno nei territori, dove trivellazioni, fracking, costruzione di oleodotti e gasdotti, vengono considerate “opere strategiche”, imposte dagli Stati e difese manu militari.
Indifferente all’Accordo di Parigi ed agli allarmi lanciati dagli scienziati dell’IPCC, l’economia mondiale va da un’altra parte.
Al contrario che per i comuni esseri umani e per gli altri esseri viventi del Pianeta, la catastrofe è colta dal Capitale come un’opportunità, come dimostra la guerra silenziosa già da tempo in atto per accaparrarsi le risorse minerarie dell’Artide in disgelo10, o l’apertura di nuove rotte commerciali rese possibili dal graduale ritiro dei ghiacci11.

Quanto all’abbandono dei combustibili fossili, è interessante in proposito l’ultimo rapporto annuale dell’OPEC12.
Si tratta ovviamente di un documento di parte, redatto da chi i combustibili fossili è interessato a venderli e quotarli, con previsioni comunque da dimostrare. Ma sulla base di previsioni come queste si basano gli investimenti, le strategie delle multinazionali e le politiche degli Stati.
Il rapporto prevede, fra il 2015 e il 2040, un aumento della intera domanda primaria di energia di 96 milioni di barili di petrolio equivalenti  per giorno (mboe/d),  trainato soprattutto da India e Cina. Prevede che la domanda si rivolga in primo luogo al gas naturale e – nonostante l’aumento del peso percentuale delle energie rinnovabili – si aspetta un’ulteriore crescita in termini assoluti dell’estrazione e del consumo di petrolio e carbone.
Non vi è dunque all’orizzonte nessuna reale intenzione di invertire la tendenza e di ridurre drasticamente le emissioni climalteranti.

Il Rapporto OPEC  riporta i dati ONU sulla crescita demografica mondiale –  da 7,3 miliardi di persone sul pianeta del 2015 a 9,2 miliardi nel 2040, che nasceranno principalmente nei paesi in via di sviluppo.
Quasi due miliardi di persone in più con i relativi bisogni da trasformare in merce: è questo il contesto previsto per l’espansione, oltre che dell’estrattivismo energetico,  anche di quello minerario, agroindustriale e delle infrastrutture, sul quale oggi si misurano in termini di concorrenza spietata non solo i paesi dell’imperialismo classico, ma anche varie potenze su scala regionale (o aspiranti tali), e soprattutto la Cina, con il suo immenso potenziale di spinta verso la costruzione della “nuova via della seta”.
Su questa strada, che sta portando l’umanità in un vicolo cieco, si sono avviati tutti, al di là dell’ordinamento politico e dell’orientamento economico: democrazie e dittature, neoliberisti incalliti e socialisti di mercato.

Grava sui movimenti l’onere di fermare tutto questo. (Continua)


  1. Brett R. Scheffers, Luc De Meester, Tom C. L. Bridge, Ary A. Hoffmann, John M. Pandolfi, Richard T. Corlett, Stuart H. M. Butchart, Paul Pearce-Kelly, Kit M. Kovacs, David Dudgeon, Michela Pacifici, Carlo Rondinini, Wendy B. Foden, Tara G. Martin, Camilo Mora, David Bickford, James E. M. Watson, The broadfootprint of climatechange from genes to biomes to people, in “Sciences”, Vol. 354, 11 Nov 2016. 

  2. FSIN, Global Report on Food Crises 2018, marzo 2018, pp.201. 

  3. IPCC, Global Warming of 1,5°C, giugno 2018, pp. 792. 

  4. Will Steffen, Johan Rockström, Katherine Richardson, Timothy M. Lenton, Carl Folke, Diana Liverman, Colin P. Summerhayes, Anthony D. Barnosky, Sarah E. Cornell, Michel Crucifix, Jonathan F. Donges, Ingo Fetzer, Steven J. Lade, MartenScheffer, Ricarda Winkelmann, and Hans Joachim Schellnhuber, Trajectories of the Earth System in the Anthropocene, PNAS,  14 Agosto 2018, 115 (33) 8252-8259. 

  5. Steve Connor, Vaste methane ‘plumes’ seen in Artic Ocean as sea ice retreats, Indipendent, 13 dicembre 2011. 

  6. Warren, J. Price, J. VanDerWal, S. Cornelius, H. Sohl, The implications of the United Nations Paris Agreement on climate change for globally significant biodiversity areas, in “Climate Change”, April 2018, Volume 147, pp. 395–409.
    Lo studio è riassunto in italiano nel rapporto WWF 2018: WWF, Il futuro delle specie in un mondo più caldo. Gli effetti del cambiamento climatico sulla biodiversità nelle zone prioritarie WWF, marzo 2018, pp. 24. 

  7. Guido Viale, Un cambiamento irreversibile, Comune-info, 16 ottobre 2018. 

  8. Will Steffen e altri. Op.cit. 

  9. World Meteorological Organization, WMO Greenhouse Gas Bullettin, n. 14, 22 novembre 2018, p. 9. 

  10. Roberto Colella, Geopolitica dell’Artico, tra risorse e interessi espansionistici, Huffingtonpost, 27 febbraio 2017. Nicola Sartori, La guerra silenziosa per controllare il petrolio dell’Artico, Outsidernews, 20 ottobre 2017. 

  11. Laura Canali, Le nuove rotte artiche, Limes, 13 giugno 2008. Francesco Sassi, Chi ci guadagna dalla nuova rotta dell’Artico, Wired, 8 ottobre 2018 

  12. OPEC, 2017 Annual Report, 2018, pp. 110. 

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