Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Thu, 28 Oct 2021 04:15:52 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.18 Un François Rabelais del West https://www.carmillaonline.com/2021/10/27/un-francois-rabelais-del-west/ Wed, 27 Oct 2021 20:00:34 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=68668 di Sandro Moiso

Mark Twain, 1601. Conversazioni davanti al fuoco, (a cura di Livio Crescenzi e Marianna D’Andrea), Mattioli 1885, Fidenza (PR), pp. 128, 10,00 euro

Prima che la cancel culture oggi di moda finisca col proibire la circolazione delle sue opere, sarà bene dare uno sguardo a questo testo minore di Mark Twain, stampato a firma anonima per la prima volta in un numero limitato di copie nel 1880, e agli altri cinque testi allegati all’attuale edizione italiana. Infatti, anche se negli Stati Uniti è stata proposta la rimozione dalle biblioteche, per il presunto razzismo ravvisabile nelle sue pagine, [...]

Un François Rabelais del West è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Sandro Moiso

Mark Twain, 1601. Conversazioni davanti al fuoco, (a cura di Livio Crescenzi e Marianna D’Andrea), Mattioli 1885, Fidenza (PR), pp. 128, 10,00 euro

Prima che la cancel culture oggi di moda finisca col proibire la circolazione delle sue opere, sarà bene dare uno sguardo a questo testo minore di Mark Twain, stampato a firma anonima per la prima volta in un numero limitato di copie nel 1880, e agli altri cinque testi allegati all’attuale edizione italiana. Infatti, anche se negli Stati Uniti è stata proposta la rimozione dalle biblioteche, per il presunto razzismo ravvisabile nelle sue pagine, di Le avventure di Huckleberry Finn, ritenuto invece da T. S. Eliot “un capolavoro” e da Ernest Hemingway il romanzo capostipite della letteratura statunitense moderna, la raccolta antologica, proposta da Mattioli 1885 e fino ad oggi inedita in Italia, conferma il ruolo di provocazione e dissacrazione svolto dallo scrittore nordamericano nei confronti della cultura piccoloborghese, bigotta e perbenista statunitense, di ieri e di oggi.

Nel caso specifico l’obiettivo è quello di smascherare il puritanesimo perbenista del mondo letterario statunitense della seconda parte dell’800 che, pur fingendosi colto e attento alla grande letteratura del passato europeo, finiva con lo scandalizzarsi davanti all’uso di qualsiasi parola o frase che non rispettasse le regole del bon ton e del perbenismo borghese (e se ciò suggerisce al lettore alcuni atteggiamenti riferibili al fraseggio politically correct attuale, sappia che questo è proprio l’effetto che la presente breve recensione intende ottenere).

L’occasione per la stesura del testo che dà il titolo alla breve antologia, ce lo spiegano bene i curatori del volume e il successivo commento di Franklin J. Meine, intitolato non a caso Mark Twain, il ragazzaccio della cultura americana1, fu fornita all’autore dalla lamentela espressa dal direttore di una rivista dell’epoca sul fatto che alla letteratura americana mancasse un autore del calibro di Rabelais.
Detto fatto: Mark Twain, nato Samuel L. Clemens e che amava definirsi come «nato irriverente», confezionò su misura un breve ma strabordante testo nello stile dell’autore francese del XVI secolo e lo inviò al medesimo direttore. Che, naturalmente, espresse giudizi feroci e sarcastici sul manoscritto e sul suo autore.

1601, o come recitava per intero il titolo corretto e completo Una conversazione, come la si faceva accanto al caminetto, al tempo dei Tudor, descrive una piacevole serata alla corte della regina Elisabetta I, ormai vecchia, circondata da personaggi quali Francis Bacon, Sir Walter Raleigh, Ben Johnson, Francis Beaumonte, la duchessa di Bilgewater (26 anni), la contessa di Granby (30) e sua figlia Lady Helen (15), due damigelle d’onore [Lady Margery Boothy (65) e Lady Alice Dilberry (70)] e William Shakespeare (qui rinominato Shaxpur). Tutti i personaggi sono reali e soltanto colui che tiene il diario della serata resta anonimo, anche se, a detta di Twain, è chiaramente ispirato alla figura di Samuel Pepys, un politico e scrittore inglese del secolo successivo che oggi è ricordato soprattutto per il suo Journal, il diario tenuto tra il 1° gennaio 1660 e il 31 maggio 1669, in cui si dimostrò capace di mescolare con grande abilità e naturalezza le osservazioni di carattere personale con quelle riguardanti i grandi avvenimenti di cui fu testimone. Diario di cui lo scrittore americano fu un avido ed erudito lettore.

Fin qui nulla di strano se non fosse che, al contrario di quanto potrebbe attendersi il lettore, l’argomento non è costituito dagli affari interni, dalla politica internazionale, dalla scienza, dal teatro o dalla cultura classica. Niente affatto. Qui, invece, si parla disinvoltamente della qualità ed intensità di scoregge, organi genitali maschili e femminili, amplessi più o meno focosi, abitudini sessuali e matrimoniali di altri popoli e delle perversioni in uso all’epoca della decadenza dell’impero romano. Senza scandalo alcuno e nella più totale naturalezza. Espressa dalla regina quando «ha sollevato le sopracciglia e con grande ironia e con aria smancerosa ha esclamato: Oh, merda! Al che tutti sono scoppiati a ridere, tranne Lady Alice»2.

Il testo, dopo l’invio al direttore della rivista, fu stampato una prima volta in tiratura limitatissima presso la tipografia dell’accademia militare di West Point grazie al tenente C.E.S. Wood che la dirigeva e che suggerì allo stesso Twain «di pubblicarlo come se si trattasse di un libro di età elisabettiana con caratteri ortografici obsoleti creati appositamente a mano. Inoltre Wood fece anche macerare dei fogli di carta di lino nel caffè allungato e in altri intrugli, facendoli poi seccare in modo da far sembrare che la carta fosse antica di quattro secoli»3.

Al di là della beffa contenuta nello stesso processo di falsificazione, c’è da dire che l’operazione riuscì a tal punto che ancora nel 1906, ventisei anni dopo la sua prima pubblicazione, fu lo stesso Mark Twain a dover chiarire, in una lettera indirizzata a Charles Orr, bibliotecario della Case Library di Cleveland, che: «Il titolo del pezzo è 1601. Consiste in una conversazione inventata di sana pianta che sarebbe avvenuta, esattamente in quell’anno, nel salottino della regina Elisabetta […] e non è, come John Hay suppone erroneamente, un serio tentativo di riportare la nostra letteratura e la nostra filosofia a i tempi sobri e casti di Elisabetta; se in quelle pagine si trova una sola parola decente, è solo perché m’è sfuggita»4.

D’altra parte come ebbe a sottolineare, successivamente alla prima pubblicazione del testo, lo stesso C. E. S. Wood:

Se ho compreso bene il fermento e l’inquietudine intellettuale di cui 1601 è il frutto, direi che la struttura intellettuale e lo strato subconscio più profondo derivassero dagli Anglosassoni, tanto primitivi quanto l’uomo comune del periodo Tudor. Mark Twain veniva dalle rive del Mississippi – dai marinai dei battelli a fondo piatto, dai piloti, dagli scaricatori di porto, dagli agricoltori e dai villaggi popolati da gente rozza e primitiva – esattamente come Lincoln.
Finì nei campi minerari dell’Ovest tra postiglioni di diligenze, giocatori d’azzardo e gli uomini del ’495. Aveva nel sangue e nel cervello la semplice ruvidità di un popolo di frontiera.
Quelle che alle orecchie altrui risuonano come parole volgari e offensive, per lui erano un linguaggio comune. […] Un simile linguaggio è energico e vigoroso, ed efficace, come lo sono tutte le parole primitive. L’affinamento rende meno espressivi, più deboli – o diciamo meno taglienti – ma le volgari parole monosillabiche cadono giù spietate come il colpo d’ascia di un pioniere, e MT era esattamente questo. Quindi credo che 1601 sia il frutto dell’umorismo, della satira e dell’odio del puritanesimo che in MT sono così profondi e istintivi. […] Ogni parola che troviamo in 1601 era utilizzata dai nostri rozzi pionieri in quanto facevano parte del loro vocabolario – e nessuna parola è stata mai inventata dall’uomo con intenti osceni, ma solo come linguaggio per esprmere meglio quello che intendeva dire. Nessun atto della natura è osceno in sé […] Credo anche che MT si divertisse a scandalizzare – ad affibbiare schiaffi sonori a ciò che Chaucer avrebbe semplicemente definito la “nuda realtà”6.

A completamento di quanto sino ad ora detto, vale la pena di citare ancora una volta lo stesso Twain che, avendo studiato in maniera approfondita i modi di fare e la mentalità sia maschile che femminile della cosiddetta “età aurea” della regina Elisabetta I, nel quarto capitolo del suo romanzo Uno yankee alla corte di re Artù, a proposito di una conversazione presso la famosa Tavola Rotonda, può permettersi di scrivere:

molti dei termini usati con la più grande disinvoltura da quella grande assemblea di dame e di gentiluomini di prim’ordine, ebbene, avrebbero fatto arrossire anche un comanche.
Indelicatezza? No, è un termine troppo blando per rendere l’idea. Certo, anch’io avevo letto Tom Jones e Roderick Random e altri libri del genere7, e quindi sapevo che in Inghilterra, per lo meno fino a un centinaio di anni fa, le dame e i gentiluomini inglesi, anche i più raffinati, indulgevano in un linguaggio piuttosto scurrile e volgare, con ciò che implicava anche nell’ambito morale e di comportamento. Anzi, a essere sinceri, tale andazzo e proseguito anche nel nostro secolo XIX – quando, in linea di massima, nella storia dell’Inghilterra, o dell’Europa intera, hanno finalmente iniziato a fare la loro comparsa i primi esemplari di vere gentildonne e veri gentiluomini8. Pensate un po’…e se Walter Scott, invece d’infilare a martellate quelle conversazioni di sua invenzione nella bocca dei suoi personaggi, avesse permesso loro di esprimersi come volevano? Il modo di parlare di Rebecca, di Ivanhoe e della dolce Lady Rowena avrebbe imbarazzato persino uno scaricatore di porto dei nostri giorni9.

Al di là dell’ironia nei confronti delle vere gentildonne e dei veri gentiluomini del neo-puritanesimo borghese, è chiaro che a cadere sotto l’ascia da pioniere di Mark Twain è proprio colui che è ritenuto il padre di quel “romanzo storico” che, a partire dalla prima metà dell’Ottocento, avrebbe contribuito a ricostruire una storia nazional-popolare in chiave borghese. Percorso del quale Alessandro Manzoni fu in Italia esponente e precursore. Con tutte le conseguenze relative alla rimozione di linguaggi, mentalità e comportamenti considerati “disturbanti” all’interno delle reali classi sociali, basse o alte che fossero.

Non solo: vi è in Mark Twain la chiara e precisa volontà di reintrodurre nella letteratura un linguaggio vero, autentico e reale, a differenza, ad esempio, del Manzoni appena citato che, invece, fece di tutto per reinventarlo allo scopo di dare all’Italia una lingua “nazionale” (che spesso ancora oggi e con tanta difficoltà occorre imprimere a scuola nelle giovani menti). Rivendicazione che si affiancava al tentativo di Walt Whitman di ricorrere a livello poetico al linguaggio quotidiano e che avrebbe così tanto caratterizzato buona parte della letteratura e della poesia americana moderna (con buona pace di Henry James che per poter trattare temi relativi alla coscienza e alla moralità “borghese” fu costretto a trovar rifugio sulle sponde europee)10.

Ecco allora che per contrastare il neo-puritanesimo accluso al pacchetto del politically correct perbenista, Mark Twai può ancora rivelarsi utile e dilettevole. Come dimostra magnificamente la feroce critica rivolta alla religione cristiana e alla bigotteria contenuta in uno dei racconti più divertenti tra quelli compresi nell’antologia, La piccola Bessie, in cui una bimba di appena tre anni, con le sue imbarazzanti domande alla madre, mette in crisi gran parte delle verità della fede rivelata.


  1. Franklin J. Meine, Mark Twain, il ragazzaccio della cultura americana in Mark Twain, 1601. Conversazioni davanti al fuoco, Mattioli 1885, Fidenza (PR), pp. 17-42  

  2. M. Twain, 1601.Conversazionii davanti al fuoco, op. cit., p.63  

  3. Livio Crescenzi e Marianna D’Andrea, Introduzione a M. Twain, op.cit., p. 13  

  4. Cit. da Franklin J. Meine in M. Twain, op. cit., p. 19  

  5. Il 1849 fu l’anno della corsa all’oro in California – N.d.R.  

  6. Ivi, pp. 27-28  

  7. Si tenga presente che a narrare l’evento è il protagonista del romanzo stesso. I due romanzi citati, Tom Jones di Henry Fielding e Roderick Random di Tobias Smollett, uscirono, rispettivamente in Inghilterra nel 1749 e nel 1748 – N.d.R.  

  8. Corsivo ad opera del redattore di questo testo  

  9. Mark Twain, Uno yankee alla corte di re Artù, Mattioli 1885, 2020, pp. 44-45 cit. in F. J. Meine, op.cit., pp. 29-30  

  10. Per quanto riguarda Walt Whitman si veda invece qui su Carmilla  

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I Falsificatori https://www.carmillaonline.com/2021/10/26/i-falsificatori/ Tue, 26 Oct 2021 20:15:15 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=68795 di Mauro Baldrati

Ci fu un tempo in cui era possibile realizzare delle performances dadaiste con un buon seguito di pubblico. Un tempo, forse, più libero. O più curioso. O più coraggioso. Una di queste, che ho conosciuto dall’interno, è la falsificazione di alcuni giornali, che oggi chiamano “giornaloni”, ovvero i quotidiani ad alta tiratura di impostazione mainstream. Usando la stessa grafica, e lo stesso stile, trattavano temi di attualità ribaltandone totalmente il significato. Insomma, uno sberleffo al Potere usando i suoi stessi strumenti. Furono falsificati La Gazzetta dello sport, Paese Sera, L’Unità, [...]

I Falsificatori è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Mauro Baldrati

Ci fu un tempo in cui era possibile realizzare delle performances dadaiste con un buon seguito di pubblico. Un tempo, forse, più libero. O più curioso. O più coraggioso. Una di queste, che ho conosciuto dall’interno, è la falsificazione di alcuni giornali, che oggi chiamano “giornaloni”, ovvero i quotidiani ad alta tiratura di impostazione mainstream. Usando la stessa grafica, e lo stesso stile, trattavano temi di attualità ribaltandone totalmente il significato. Insomma, uno sberleffo al Potere usando i suoi stessi strumenti. Furono falsificati La Gazzetta dello sport, Paese Sera, L’Unità, La Stampa, la Repubblica, e altri. Mitica la foto e la notizia dell’arresto di Ugo Tognazzi – che si era prestato alla sceneggiata – come capo delle Brigate Rosse. Gli autori erano alcuni del collettivo satirico de Il Male. In particolare io ho partecipato al falso Stella Rossa, realizzato nel 1983 da Frigidaire. Un amico, Alessandro Cauli, che possiede piccoli tesori in qualche cantina, mi ha inviato una scansione della prima pagina.

In quell’anno lavoravo in redazione. Un giorno ci informò della cosa il direttore, Vincenzo Sparagna. Era in compagnia di un giovane giornalista lituano collaboratore di Der spiegel, Shavik Shuster. Era in preparazione una copia del famoso giornale sovietico, dove si informavano i soldati che la guerra era finita. Raccontava il fantastico gesto eroico compiuto da due soldati/cuochi, i cugini Chonkin. Questi, tramite un complotto culinario, avevano fatto addormentare i vertici militari sovietici, senza i quali si apriva una nuova era: democrazia, ritorno in patria dei dissidenti, niente più guerra, addirittura in Afghanistan i soldati russi fraternizzavano con i mujaheddin. Sarebbe stata distribuita a Kabul e a Mosca. Il progetto era di Frigidaire e della francese Actuel, con la quale da tempo collaboravamo con scambi di servizi. Avevo già capito che Actuel ci avrebbe messo i soldi e noi i testi e l’organizzazione. Ovvero Shavik li stava scrivendo in russo e in italiano, insieme a Sparagna. Inoltre le spedizioni di due task force per la distribuzione sarebbero state a carico nostro. Tanino Liberatore disegnò un soldato russo che spezzava un Kalashnikov, mentre io immortalai la coppia di eroi, ovvero Shavik e Vincenzo in versione baffuta.

Gli stessi Shavik e Sparagna avrebbero raggiunto la Kabul occupata, via Pakistan, insieme al fotografo Cesare Dagliana. Della seconda task force il fotografo sarei stato io. L’azione consisteva nell’attacchinare alcune copie sui muri di Kabul e nelle edicole di Mosca, e fotografare le persone che si fermavano a leggere la stupefacente notizia. La cosa mi incuriosiva alquanto, ma subito arrivarono i dubbi. Il compenso, mille dollari più le spese, mi sembrava basso. Inoltre non c’erano garanzie sui tempi di pagamento. Anzi, sul pagamento vero e proprio. Conoscevo le difficoltà finanziare di Frigidaire. E forse il percorso di arrivo dei soldi dalla Francia sarebbe stato un po’ tortuoso. Inoltre eravamo – ero – ancora frastornati dalla retorica imperante post guerra fredda, per cui l’URSS era il regno del male assoluto, pertanto se fossimo stati catturati dopo la tortura saremmo finiti in un gulag in Siberia, dove saremmo morti di fame e di freddo in sei o sette mesi. Quindi rifiutai. Non era la storia giusta per me in quel periodo. Forse ero debole. E poco motivato. Oggi probabilmente accetterei, se fosse possibile tornare a quel tempo con la testa di oggi. Ma allora rifiutai.

Così fu necessario trovare un altro fotografo. ‘Na parola, si diceva a Roma. Alla fine il lavoro fu affidato a uno di quei tipi un po’ sui generis che bazzicavano in redazione, ogni tanto per vendere qualche droghetta, ma anche per proporre articoli o foto. Io non sapevo se sentirmi pentito o non pentito del mio rifiuto. Eppure una forza contraria mi aveva bloccato. Dovevo accettarlo.

Il servizio di Sparagna-Shuster andò abbastanza bene. Purtroppo il fotografo Dagliana realizzò le foto molto chiare, quasi bruciate, per la tensione (scattavano di notte col flash, scortati dai mujaheddin in condizioni molto più pericolose di quelle di Mosca). In quanto al servizio di Mosca… una tragedia. Il tipo aveva cannato tutte le foto. Inservibili. Non sono mai riuscito a capire cosa diavolo fosse successo. Più volte ho chiesto a Vincenzo, ma lui scrollava la testa e ringhiava: “Sta’ buono ti prego, sta’ buono!” Fatto sta che uscì solo il servizio su Kabul, con un bel reportage, l’arrivo in città, la convivenza coi mujaheddin, i dialoghi, le cene a base di litri di jogurth di capra, il terribile stato di occupazione russa. Fu anche presentato in alcune conferenze stampa molto affollate. Io devo proprio confessare che, accanto al disappunto per il servizio monco, provavo anche una sotterranea forma di soddisfazione, probabilmente perversa: io non sono andato? Ben gli sta! Come se fosse stata colpa di qualcuno se io stesso avevo rifiutato.

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I Falsificatori è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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“Welcome Venice” e il cambiamento dello spazio urbano https://www.carmillaonline.com/2021/10/25/welcome-venice-e-il-cambiamento-dello-spazio-urbano/ Mon, 25 Oct 2021 21:00:04 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=68884 di Paolo Lago

Il protagonista del recente film di Andrea Segre, Welcome Venice (2021), è sicuramente lo spazio. Uno spazio urbano soggetto a un profondo cambiamento, come quello di Venezia. La storia è incentrata sui difficili rapporti fra tre fratelli, Piero, Alvise e Toni, pescatori di moeche (piccoli granchi che vengono pescati nel loro periodo di muta) dell’isola di Giudecca. Per una serie di circostanze, Piero e Alvise dovranno decidere se affidare la loro casa natale della Giudecca all’industria immobiliare che sta cambiando il volto di Venezia: Piero vorrebbe restare ma Alvise ha [...]

“Welcome Venice” e il cambiamento dello spazio urbano è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Paolo Lago

Il protagonista del recente film di Andrea Segre, Welcome Venice (2021), è sicuramente lo spazio. Uno spazio urbano soggetto a un profondo cambiamento, come quello di Venezia. La storia è incentrata sui difficili rapporti fra tre fratelli, Piero, Alvise e Toni, pescatori di moeche (piccoli granchi che vengono pescati nel loro periodo di muta) dell’isola di Giudecca. Per una serie di circostanze, Piero e Alvise dovranno decidere se affidare la loro casa natale della Giudecca all’industria immobiliare che sta cambiando il volto di Venezia: Piero vorrebbe restare ma Alvise ha già preso la decisione di trasformare l’abitazione in un bed and breakfast per turisti.

Lo spazio veneziano tratteggiato nel film, come nel precedente documentario realizzato dal regista, Molecole (2020), è segnato nel profondo dall’emergenza pandemica e dalle conseguenti chiusure e viene mostrato mentre i suoi abitanti cercano di uscire da una situazione di estrema crisi. Merito del film è sicuramente quello di offrire una visione ‘alternativa’ di Venezia, una città da sempre oggetto di una sovraesposizione spettacolare nel cinema e nelle pubblicità. Non ci viene mostrata la parte più esteticamente attraente della città, quella divenuta una vera e propria icona dell’industria dello spettacolo e del turismo, ma la parte più popolare, meno nota, l’isola di Giudecca e le “barene” (terreni lagunari periodicamente sommersi dalle maree) dove si recano i pescatori di moeche. E comunque, nei rari momenti in cui vediamo Piazza San Marco e la Venezia più ‘turistica’, quest’ultima viene inquadrata da lontano, carezzata dalle luci del tramonto e incastonata perciò in uno sguardo poetico che la libera di qualsiasi incrostazione spettacolare.

Il cambiamento cui è soggetto lo spazio veneziano è lo stesso che investe i centri storici di diverse altre città ma Venezia ha la particolarità di essere costruita sull’acqua, un luogo in cui ci si sposta soltanto a piedi o in barca. Si tratta di un cambiamento sottoposto ai processi di gentrificazione (termine che traduce l’inglese gentrification), per cui uno spazio cittadino ‘autentico’ e proletario si trasforma in un luogo di pregio, dove le abitazioni originariamente semplici e popolari, una volta ristrutturate e riqualificate, diventano di lusso. Cambia quindi profondamente anche la composizione sociale di questi spazi: al posto degli abitanti ‘nativi’, costretti a emigrare fuori città o nelle periferie, subentrano ricchi abitanti stranieri che trasformano quelle case in residenze per le vacanze, perciò chiuse per gran parte dell’anno. Il film racconta assai bene questa trasformazione: Alvise vuole entrare a far parte della nuova industria immobiliare che sta trasformando Venezia mentre Piero cerca di opporre una resistenza che diviene anche una significativa resistenza culturale. Del resto, il personaggio di Piero non è tratteggiato in modo banale, non è l’ingenuo e ottuso pescatore che non vuole lasciare il proprio luogo natìo. Si tratta invece di una figura molto complessa, piena di contraddizioni, alle prese con un passato non facile (diversi anni di galera alle spalle), quasi egli stesso ‘straniero’ nella sua piccola comunità. Appare perciò simile alla figura di Bepi, soprannominato “il Poeta”, il pescatore di Chioggia che stringe amicizia con Shun Li, immigrata dalla Cina, in un precedente film di Segre, Io sono Li (2011). Come il “Poeta”, immigrato dalla Jugoslavia nella piccola comunità di Chioggia trenta anni prima, anche Piero, a causa della sua vita irregolare, sembra vivere ai margini della sua comunità, che comunque ama e sente sua. Proprio per questo, il pescatore veneziano sembra così ostinatamente attaccato ai suoi piccoli spazi di libertà.

Piero è vittima di un vero e proprio sradicamento dal suo spazio: come un nuovo migrante, vittima della gentrificazione, è costretto ad abbandonare l’isola di Giudecca per andare a vivere a Mestre. Si tratta “solo di dieci chilometri più in là, cosa vuoi che sia”, gli dice Alvise, ma sembra proprio che quei dieci chilometri rappresentino uno spazio insormontabile, una distanza incolmabile come quella che separa dai loro paesi di origine altre figure di immigrati raccontati dal cinema di Andrea Segre, come la già citata Shun Li, giovane cinese emigrata prima a Roma poi a Chioggia in Io sono Li, o il togolese Dani che, dopo aver attraversato il Mediterraneo a rischio della propria vita, è accolto con la sua bambina in una comunità del Trentino in La prima neve (2013). È in una prospettiva straniante che la macchina da presa ci mostra il risveglio di Piero nella sua nuova casa di Mestre, nel momento in cui si affaccia alla finestra e scruta i tetti cittadini solcati da fumi industriali mentre lo sfondo sonoro è occupato dagli invasivi rumori del traffico. È un altro mondo, estremamente lontano dagli spazi della casa della Giudecca, in cui Piero cucinava i suoi granchi all’aperto, in un affaccio sulla laguna.

Il mutamento cui è stato sottoposto lo spazio cittadino veneziano può essere leggibile attraverso la chiave di interpretazione offerta da Franco La Cecla in Mente locale, la cui analisi procede secondo un’ottica diacronica, prendendo in considerazione il cambiamento cui è stato sottoposto lo spazio abitativo cittadino. L’assunto principale è che il «nostro spazio», oggi, «è sempre meno nostro»1. La dimensione spaziale cittadina, dai marciapiedi alle strade fino agli spazi interni degli appartamenti, è stata sottoposta a un graduale processo di incasellamento, di creazione di griglie e di canali, di flussi preordinati entro i quali si svolge la nostra vita. La ricollocazione turistica degli spazi urbani ha agito quasi come le demolizioni e gli sventramenti cittadini operati nel corso del Novecento. Secondo La Cecla, «viene spazzato via dal paesaggio urbano uno spazio irregolare e invadente, quello di un abitare fuori e dentro la porta e di un modellare per casupole, banconi, affacci, tende, mercati, impasses e cortili lo spazio delle città, delle piazze e dei monumenti»2. La pratica di incasellamento cui le città sono state sottoposte – continua lo studioso – provoca un vero e proprio «spazio sradicato» generando negli ultimi decenni una sempre più frequente «mobilità volontaria o forzata», che «non è quella del muoversi dei nomadi, ma del vagare di chi si è perduto»3. Anche Piero vaga come chi si è perduto: al mattino lo vediamo seduto in un autobus diretto da Mestre a Venezia, in uno spazio non suo, solcato dagli impianti industriali. Il personaggio è stato sradicato dal suo piccolo spazio di libertà che, a fatica, si era riguadagnato dopo le sue vicissitudini esistenziali. È stato allontanato dalla laguna, dall’isola di Giudecca e dal suo microcosmo popolare.

Venezia è stata profondamente cambiata dall’industria turistica e il suo stesso spazio è divenuto qualcosa da ‘vampirizzare’, una bellezza da rubare e da portare via. La città si è trasformata in una sorta di non luogo: ai turisti che vediamo nel film e che hanno affittato il bed and breakfast, alla fine, non importa nulla vivere lo spazio veneziano. Se ne sono stati tutto il tempo del loro soggiorno chiusi in casa a mangiare pizza e sushi, anch’essi cibi che caratterizzano i ‘non luoghi’ perché si possono trovare ormai in qualsiasi parte del mondo globalizzato. Il turismo, come ha osservato Rodolphe Christin, velocizza e spersonalizza qualsiasi dimensione di viaggio compiendo una vera e propria «usura del mondo»4.

Forse, gli unici spazi veneziani rimasti autentici sono quelli in cui si recano i pescatori a svolgere il proprio lavoro, caratterizzati da una natura ostile. La macchina da presa inquadra i personaggi inseriti nello scenario lagunare e sembra iconograficamente consegnarli alla propria solitudine, fra i pochi rimasti a svolgere il loro lavoro tradizionale, fra i pochi rimasti a potersi permettere di vivere in una città che da anni sta inesorabilmente cambiando. Perché ormai, come sottolinea il regista in un incontro col pubblico dopo la proiezione del film, sono davvero pochi i veneziani che possono permettersi di vivere a Venezia. Sono davvero poche le persone ‘normali’, con uno stipendio ‘normale’, che possono rimanere nella propria città, trasformatasi in una sorta di museo a cielo aperto e, per questo, ormai troppo costosa per essere vissuta a meno di non essere ricchi uomini d’affari o milionari americani o inglesi che comprano appartamenti per abitarli sì e no quaranta giorni all’anno. Il centro storico di Venezia si è ormai trasformato in un museo e in una boutique. Come sottolinea ancora La Cecla, alla luce dell’emergenza Covid, è necessario

liberare i centri storici dalla boutiquizzazione, che non vuol dire liberarli da negozi e mercati, ma farvi tornare una densa residenza. E poi l’insieme delle città dovrebbero prendere la strada del plein air, considerare come la chiusura della gente nelle proprie case sia il principio di diffusione dei contagi. La vita all’aperto, in centro, significa tornare a una città di gallerie, passages, pensiline, cortili, ponti sospesi, giardini pensili, campi da gioco, tavoli e sedie, esposizioni, padiglioni, chioschi, giardini, corridoi di piante, fruttivendoli, friggitorie, banchetti di venditori, barbieri, teatri e cinema di strada, fiorai, musicisti e funamboli, rigattieri. Se vi sembra una visione del passato, aggiungeteci quello che vi piace, dal digitale per strada all’intelligenza artificiale, ma attenzione perché le smart cities sono già un fallimento dentro alla pandemia, anzi sono quello che la pandemia ci offre, un surrogato di vita en plein air e in presenza5.

Non dimentichiamo, infatti, che la Venezia mostrata dal regista è anche uno spazio reso fantasma dall’emergenza pandemica, come già nel precedente Molecole. La troupe si trova a girare in spazi quasi surreali e intende testimoniare narrativamente la condizione quasi ‘surreale’ di una città attraversata da mille problemi e contraddizioni, anche legate alla stringente attualità. Il cinema di Andrea Segre si conferma ancora una volta potentemente militante, un cinema che riesce a parlarci del mondo reale e delle sue contraddizioni, qui e ora. A parlarci di spazi contemporanei in cui a dover fare i conti con la realtà sono, più che mai, esseri umani immersi fino al collo in quella stessa realtà, come ad esempio i migranti, coloro che per cause indipendenti dalla loro volontà sono costretti a lasciare i propri luoghi e i propri cari. Una realtà che però non suona mai banale, sempre guardata per mezzo di un filtro artistico e poetico. Un filtro che, comunque, non nasconde le sue mille problematiche e contraddizioni ma che, anzi, per mezzo di un sapiente gioco di contrasti, sembra metterle ancora più in evidenza.


  1. F. La Cecla, Mente locale, elètheura, Milano, 2021, p. 34. 

  2. Ivi, p. 36. 

  3. Ivi, pp. 62-63. 

  4. Cfr. R. Christin, Turismo di massa e usura del mondo, trad. it. elèuthera, Milano, 2019. 

  5. F. La Cecla, Mente locale, cit., p. 203. 

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La storia segue vie diverse, come la rivoluzione https://www.carmillaonline.com/2021/10/25/la-storia-segue-vie-diverse-come-la-rivoluzione/ Mon, 25 Oct 2021 04:05:47 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=68485 di Fabio Ciabatti

Umberto Melotti, Marx passato, presente, futuro. Una visione alternativa dello sviluppo storico, Meltemi, Milano 2021, pp. 312, € 20,90

Il multiculturalismo è stato una delle ideologie delle classi dominanti durante gli anni rampanti della globalizzazione. Non bisognerebbe dimenticarlo quando ci si accinge a criticare l’idea che la storia sia un percorso unilineare dalle società primitive a quelle più evolute. Certamente questa visione ci può condurre facilmente a una concezione eurocentrica che, volenti o nolenti, finisce per essere di supporto alle politiche colonialiste e imperialiste dell’Occidente. Un relativismo poco accorto, però, [...]

La storia segue vie diverse, come la rivoluzione è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Fabio Ciabatti

Umberto Melotti, Marx passato, presente, futuro. Una visione alternativa dello sviluppo storico, Meltemi, Milano 2021, pp. 312, € 20,90

Il multiculturalismo è stato una delle ideologie delle classi dominanti durante gli anni rampanti della globalizzazione. Non bisognerebbe dimenticarlo quando ci si accinge a criticare l’idea che la storia sia un percorso unilineare dalle società primitive a quelle più evolute. Certamente questa visione ci può condurre facilmente a una concezione eurocentrica che, volenti o nolenti, finisce per essere di supporto alle politiche colonialiste e imperialiste dell’Occidente. Un relativismo poco accorto, però, ci può portare con altrettanta facilità all’accettazione acritica non solo delle culture “altre”, ma anche degli effettivi sistemi politico-sociali extra-occidentali perché considerati espressioni dirette o indirette di quelle culture. Anche quando questi sistemi colludono di fatto con il dominio imperialistico.

Se vogliamo orientarci in questo orizzonte problematico non possiamo prescindere dal contributo del vecchio rivoluzionario di Treviri. Ma come, si potrebbe obiettare, non fu Marx artefice di una filosofia della storia finalistica e meccanicistica che lascia poco spazio alla pluralità delle traiettorie storiche? Le cose non stanno così secondo Umberto Melotti: “L’unilinearismo costituisce indubbiamente una delle tentazioni del pensiero di Marx, e più ancora di Engels, così come di tutti i sistemi storicistici e positivistici dell’Ottocento. Eppure Marx unilinearista non è”.1 Fu infatti lo stesso Marx a scrivere che “La storia non fa niente, non possiede alcuna ricchezza, non combatte alcuna lotta! È l’uomo, l’uomo reale e vivente, che fa tutto, possiede tutto e combatte tutto”.2 Un pensiero che viene così completato da Melotti: “Come risultato dell’agire degli uomini, la storia non è, né può essere, unilineare sviluppo di un processo finalisticamente necessario, ma è manifestazione multilineare e disgiuntiva di qualcosa di variamente possibile, se pure non privo di senso”.3

L’autore argomenta questa posizione nel libro Marx passato, presente, futuro. Una visione alternativa dello sviluppo storico, testo ripubblicato e ampliato a circa cinquant’anni dalla sua prima edizione. Secondo una visione ortodossa, scrive Melotti, Marx sosterrebbe l’esistenza di uno sviluppo unico della storia che parte dalla comunità primitiva, passa per la società antica e per quella feudale, per approdare al capitalismo, dal quale scaturisce il socialismo. Lo schema multilineare proposto dall’autore, invece, sostiene che allo stesso livello storico della comunità antica Marx pone (senza pretesa di esaustività) le comunità slavica, asiatica e germanica. Dalle prime due scaturiscono rispettivamente la società semi asiatica (Russia) e quella asiatica (Egitto, Cina e India). La società schiavistica, ben lungi dall’essere uno stadio storico necessario, è frutto della dissoluzione della sola comunità antica. La società feudale europea è a sua volta il frutto di due fattori: la crisi del sistema schiavistico e le cosiddette invasioni barbariche, portate avanti da popolazioni appartenenti alla comunità germanica. La dissoluzione del feudalesimo dà infine luogo al capitalismo. Fermiamoci qua, per ora, e notiamo subito che il capitalismo europeo è figlio di uno specifico percorso storico che nulla ha di universale (per una schematizzazione completa, vedi la tabella pubblicata di seguito, ripresa dal libro di Melotti). 

Ciò nonostante, secondo Melotti, Marx non rinuncia all’idea che la storia sia un processo orientato alla liberazione dell’uomo. Questa concezione si basa in ultima istanza sull’idea che il procedere della storia porti con sé lo sviluppo delle forze produttive e dunque la possibilità oggettiva che cessi la necessità dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Ogni generazione, infatti, può elaborare e accrescere le proprie forze produttive a partire da quelle conquistate dalle generazioni precedenti.
Sebbene l’argomento sia solo sfiorato da Melotti, vale la pena sottolineare che oggi possiamo vedere con maggiore chiarezza di Marx gli immani rischi ecologici legati alla crescita senza limiti della produzione. Rimane però il fatto che nel mondo contemporaneo, popolato da quasi 8 miliardi di esseri umani, stipati per più della metà nelle metropoli, le soluzioni che portano ad una società in equilibrio con la natura non possono essere le stesse delle società precapitalistiche. In questo senso è difficile pensare di fare a meno di un ponderato sviluppo delle forze produttive, profondamente diverso da quello finalizzato al profitto, anche da un punto di vista strettamente tecnologico. Non sarà proprio lo stesso sviluppo che aveva in mente Marx, ma ne contiene alcuni elementi importanti, primo fra tutti la produzione finalizzata al valore d’uso e non al valore di scambio.

Tornando a temi più attinenti al libro di Melotti, bisogna notare che Marx non può essere considerato un ingenuo evoluzionista. È lo stesso rivoluzionario tedesco a sottolineare che la crescita della produttività del lavoro nei primordi della storia non consente solo di liberare l’umanità dalla tirannia della natura, ma produce anche la divisione della società in classi perché permette a una porzione della società di non occuparsi della produzione diretta e di sfruttare il lavoro altrui. Questo fatto ci segnala che la produzione materiale non è mai un affare che riguarda solo il rapporto tra uomo e natura, ma avviene sempre nell’ambito di determinati rapporti tra esseri umani che tendono a riprodursi  ponendo dei freni più o meno significativi e una specifica direzione allo sviluppo delle forze produttive. Fino a che, fatalmente, i rapporti di proprietà di ogni società si trasformano in vere e proprie catene per l’ulteriore sviluppo delle forze produttive, dando luogo a intere epoche di rivoluzione sociale. I differenti contesti naturali e i differenti rapporti sociali, dunque, fanno sì che lo sviluppo materiale non possa avvenire nella stessa misura e nella stessa direzione in tutti i tipi di società. Rimane il fatto che, per quanto diluito nel tempo, il solo effetto dello crescita della produttività del lavoro e dell’aumento della popolazione impedisce nel lungo periodo la riproduzione senza mutazione anche delle società più statiche.  

Queste dinamiche sono accelerate massimamente con il modo di produzione capitalistico, mentre il sistema storico (cioè successivo alle comunità primarie) che è caratterizzato maggiormente dalla staticità è quello asiatico. Quest’ultimo, ci ricorda l’autore, è definito da Marx sulla base di tre caratteristiche: la proprietà in ultima istanza dello Stato sulla terra e, parallelamente, la scarsissima diffusione della proprietà privata del suolo; la persistenza di comunità di villaggio separate e autosufficienti, data l’integrazione tra  attività agricola e artigianato domestico; il ruolo centrale dello Stato nell’esecuzione di grandi lavori idraulici o di altra natura, condizione per un’agricoltura in grado di far fronte alle necessità derivanti dall’aumento della popolazione.
Attorno al modo di produzione asiatico si è sviluppato un ampio dibattito in ambito marxista che l’autore passa in rassegna. C’è chi lo ha equiparato a una variante del sistema feudale o schiavistico, chi l’ha considerato una fase precedente al modo di produzione antico e chi ne ha negato del tutto l’esistenza. Di fatto, ci ricorda Melotti, l’utilizzo di questo concetto  può avere due esiti opposti: da una parte la conferma dell’eccezionalismo della società occidentale di fronte al dispotismo orientale, soprattutto se la riproposizione di quest’ultimo nell’Unione Sovietica e nella Repubblica Popolare Cinese viene interpretata come una sorta di meccanica fatalità; dall’altra la confutazione di una visione unilineare della storia incentrata sull’eurocentrismo in considerazione del fatto che larghe porzioni dell’umanità hanno seguito uno sviluppo storico differente rispetto a quello che ha portato alla modernità capitalistica.

Le forti resistenze delle società caratterizzate dal modo di produzione asiatico o semi-asiatico alla penetrazione del capitalismo hanno inoltre posto i marxisti di fronte ad un profondo dilemma: questi sistemi dovevano passare sotto le forche caudine del capitalismo prima di poter aspirare a uno sviluppo socialista o potevano, a partire dalle proprie forme comunitarie ancora persistenti, incamminarsi su un percorso autonomo verso la società senza classi? Marx, con riferimento all’impero zarista, si è espresso per la seconda ipotesi, anche se ha segnalato la necessità di una rivoluzione in Russia che interagisse per tempo con quella occidentale anche al fine di potersi appropriare delle forze produttive più moderne.
Come risulta chiaro dal testo di Melotti la posta in gioco non è meramente teorica ma ha a che fare con questioni direttamente politiche. Per sostenere la concezione dell’URSS come stato guida, per esempio, Stalin obliterò completamente l’idea di un modo di produzione asiatico perché essa avrebbe indicato la specificità del percorso storico russo, mettendone in dubbio la replicabilità universale. Sta di fatto che la rimozione della specificità storica della Russia ha avuto come contrappasso la replica, sebbene in forma nuova, di alcune delle sue caratteristiche: l’URSS, secondo la concezione di Bruno Rizzi, ripresa parzialmente da Melotti, si è trasformato in un collettivismo burocratico che riproduceva in forma differente la centralità dispotica dello stato, tipica delle società asiatiche.  L’URSS, dunque, non era né capitalista né socialista, ma un nuovo tipo di società antagonistica caratterizzata da una “nuova classe” sfruttatrice che, grazie alla proprietà collettiva, si era “saldamente insediata nello Stato” assicurandosi il controllo dei mezzi di produzione e del plusprodotto.
E questo vale anche per la Cina nonostante il tentativo di Mao di contrastare l’involuzione burocratica del paese, promuovendo la “grande rivoluzione culturale proletaria”. Ma quel movimento, sostiene Melotti, era in realtà un’ambigua e contraddittoria iniziativa, configurandosi  come una sorta di “rivoluzione per decreto reale”, disposta a rientrare nei ranghi non appena se ne fosse impartito l’ordine relativo.
Ciò detto, secondo Melotti,  sarebbe un errore ritenere, come ha sostenuto Rizzi, che il collettivismo burocratico sia stato regressivo rispetto al capitalismo. In realtà capitalismo e collettivismo burocratico sono formazioni economico-sociali parallele che, in diversi contesti, hanno assolto, e assolvono, la funzione primaria di assicurare un forte sviluppo delle forze produttive.  Oggi sappiamo che il collettivismo burocratico alla lunga non si è dimostrato capace di fronteggiare la concorrenza economico-militare del capitalismo. E questo spiega sia la dissoluzione dell’Unione Sovietica sia le riforme sempre più significative che hanno introdotto in Cina elementi di capitalismo di Stato e di capitalismo privato, inserendola nel processo di globalizzazione e rendendola, con sorprendente rapidità, la seconda potenza economica del mondo.

In conclusione, la concezione multilineare della storia porta Melotti a sostenere che “Il passaggio a quel socialismo di cui parlava Marx è possibile tanto nei paesi economicamente più avanzati che negli altri, anche se a determinate condizioni, date anche le loro specificità strutturali e culturali”.4 A dire il vero, per argomentare fino in fondo questa posizione, sarebbe stato utile, quantomeno, accennare a quelle forze sociali e politiche interne alle rivoluzioni extraeuropee che, in alcuni frangenti storici cruciali, avrebbero potuto avviare una traiettoria storica diversa da quella che ha portato al collettivismo burocratico. In mancanza di ciò una concezione unilineare ed eurocentrica della rivoluzione si può ancora nascondere sotto il manto della storia multilineare, contro le intenzioni dello stesso autore. Per comprendere la traiettoria della rivoluzione russa, per esempio, è necessario richiamare il mancato scoppio della rivoluzione in Europa: dall’Occidente si aspettavano alleati in grado di mettere a disposizione della rivoluzione i frutti dello sviluppo capitalistico, ma di lì vennero potenti nemici che si sommarono a quelli interni. Certamente queste circostanze condizionarono pesantemente gli esiti della rivoluzione. Ma altra cosa è sostenere che li determinarono tout court, quantomeno perché si innestarono su dinamiche endogene alla rivoluzione stessa, favorendone alcune (la centralizzazione del potere e la taylorizzazione dei rapporti di produzione) a scapito di altre (la pluralità dei poteri rappresentata dai Soviet e dalle forme di autogoverno contadine). 

Se accettiamo l’idea che esista un’unica via per la rivoluzione, d’altra parte, la pretesa esemplarità dell’Occidente può essere facilmente ribaltata. E questo è effettivamente accaduto con la Russia stalinista. Uno schema che qualcuno oggi prova a ripetere con la Cina. Se, invece, coerentemente con il multilinearismo storico, assumiamo la molteplicità delle possibili traiettorie rivoluzionarie, non possiamo che essere diffidenti, insieme a Melotti, nei confronti di “ogni residuo mito di ‘paesi guida’.  Russia e Cina non sono mai state, né sono, più avanti dell’Occidente sulla strada del socialismo, così come l’intendeva Marx”.5
Ciò detto, una cosa è parlare di modelli da replicare pedissequamente, cosa assai diversa è sostenere che certe realtà possono rappresentare uno sprone, un’ispirazione e un concreto aiuto per altre. Differenti esperienze possono, anzi devono, dialogare tra di loro, essere reciprocamente traducibili. Certamente, ci dice l’autore, sul piano valoriale i paesi extraeuropei sono portatori di istanze importanti per l’affermazione del socialismo come lo spirito solidaristico e comunitario, la concezione di un necessario equilibrio fra uomo e natura, l’idea dell’integrazione del mondo sociale nell’ordine naturale, ma li hanno spesso elaborati in chiave repressiva. Per questo è importante che tali istanze possano dialogare con la migliore eredità del mondo occidentale, come il rispetto dell’individuo e delle libertà personali o la concezione laica del potere e della conoscenza. A condizione di non dimenticare, aggiungiamo, quanto scriveva Fanon a proposito dell’Europa che non la finisce mai di parlare dell’uomo pur massacrandolo dovunque lo incontra. 


  1. Umberto Melotti, Marx passato, presente, futuro. Una visione alternativa dello sviluppo storico, Meltemi, Milano 2021, Introduzione, edizione Kindle. 

  2. K. Marx, La sacra famiglia, cit. in U. Melotti, Marx passato, presente, futuro, Introduzione, ed. Kindle. 

  3. U. Melotti, Marx passato, presente, futuro, Introduzione, ed. Kindle. 

  4. Ivi, Premessa, ed. Kindle. 

  5. Ivi, Indicazioni conclusive, ed. Kindle. 

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La storia segue vie diverse, come la rivoluzione è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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“Ostaggi d’Italia” di Dario Borso https://www.carmillaonline.com/2021/10/23/ostaggi-ditalia-di-dario-borso/ Sat, 23 Oct 2021 21:00:00 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=68845 di Antonio Gatti

Dario Borso, Ostaggi d’Italia. Tre viaggi obbligati nella storia, Exòrma, Roma, 2021, pp. 227, € 15,50.

Ostaggi d’Italia. Sin dal titolo che evoca la costrizione, il vincolo non voluto, si disvela uno dei punti cardine dell’opera di Dario Borso: l’annichilimento della volontà, la riduzione dell’umanità attraverso la esperienze della sconfitta, della cattura nelle mani di un nemico che sembra avere, nelle testimonianze dei tre soldati veneti qui raccolte, più le caratteristiche di un fato inesorabile che non i contorni di una creatura simile che si trova semplicemente dall’altra parte della barricata.

Il [...]

“Ostaggi d’Italia” di Dario Borso è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Antonio Gatti

Dario Borso, Ostaggi d’Italia. Tre viaggi obbligati nella storia, Exòrma, Roma, 2021, pp. 227, € 15,50.

Ostaggi d’Italia. Sin dal titolo che evoca la costrizione, il vincolo non voluto, si disvela uno dei punti cardine dell’opera di Dario Borso: l’annichilimento della volontà, la riduzione dell’umanità attraverso la esperienze della sconfitta, della cattura nelle mani di un nemico che sembra avere, nelle testimonianze dei tre soldati veneti qui raccolte, più le caratteristiche di un fato inesorabile che non i contorni di una creatura simile che si trova semplicemente dall’altra parte della barricata.

Il sottotitolo – Tre viaggi obbligati nella storia. – è parimenti rivelatore: i protagonisti si trovano immersi nella storia, le loro testimonianze sono oggi preziosi squarci nella coltre del tempo, ma essi non intraprendono questi viaggi spontaneamente bensì sotto costrizione, prima della loro patria e poi del nemico che li ha presi in ostaggio. Le loro preoccupazioni sono legate alla sopravvivenza; avere salva la ghirba , come dice uno di loro, la fame, la sete, la lontananza da casa.

E’ un viaggio obbligato anche per noi lettori, che ci ricorda quanto i grandi eventi della storia, specie quella militare, siano edifici composti da molti piccoli mattoni: quei mattoni sono le emozioni, gli istinti, le esigenze dei soldati che sono diretti da quei grandi eventi che in qualche modo a loro volta dirigono.

Nell’opera sono raccolte le testimonianze di tre soldati che hanno vissuto tre sconfitte-simbolo della storia militare italiana; tre sconfitte che, per alcuni versi, ancora sono presenti nel sistema nervoso e spirituale più profondo del paese: Adua, Caporetto e l’8 settembre. Ad Adua, un esercito europeo viene travolto e sconfitto da forze armate africane, evento che getterà profonda impressione in tutta Europa, fino alla Russia di Tolstoj; a Caporetto, tre anni di guerra sanguinosa, con avanzamenti minimi pagati a carissimo prezzo vengono annullati dalla offensiva dei Germanico, come li chiama il narratore; l’8 settembre con la vergognosa fuga delle autorità e l’abbandono dell’esercito, è il peccato originale dell’Italia moderna. Questi eventi sono narrati dal punto di vista dei tre protagonisti: soldato semplice Marco Callegari, granatiere Giuseppe Giuriati, marinaio Figallo (soprannome di Luigi Pavanello), tutti e tre veneti.

La paziente trascrizione che Borso fa delle tre autobiografie non è integralmente basata sugli originali e non è la prima: il trevigiano Giovanni Comisso, soldato, legionario dannunziano a Fiume, scrittore e saggista prolifico, anima profondamente novecentesca con le sue contraddizioni e i suoi tormenti, pubblicò per primo le autobiografie dei tre protagonisti, riscrivendo quelle parole, frasi, espressioni contadine in un italiano colto, aggiungendo e tagliando a piacimento, permeando del suo spirito e della sua epoca quei ricordi. Il dialogo tra Borso, Comisso e i tre militari non è il minore interesse del libro: epoche, uomini e culture diverse che si guardano, si scrutano e si interrogano a vicenda; ognuno cerca delle risposte nel testo dell’altro e questo aspetto è sicuramente molto affascinante. La personalità di Comisso è dominante, cerca di piegare a sé i testi dei tre soldati, mentre Borso si impegna in una difficile, preziosa opera di ricostruzione parziale degli originali.

Dal punto di vista letterario, il volume è prezioso come può esserlo un tentativo di abbracciare la Storia senza subirla passivamente, ma entrando in comunicazione dialettica con essa. Il racconto africano di Callegari è fascinoso, a tratti asciutto, la preoccupazione dell’autore è pratica: come mangiare, come tornare a casa. Borso impreziosisce il tutto con la personalità prorompente di Comisso e sui suoi contatti con l’Africa, regalandoci brani di grande suggestione come questo:

miscuglio di razze difficile a trovarsi altrove. Abissini, Dancali, Yemeniti, Berberi, Somali, Ebrei, Arabi di passaggio per andare alla Mecca […]. Fermento di razze, fermento di colori, profumi e puzze: strade delle città africane per le quali ci resta poi per sempre un desiderio di ritorno!

Desiderio di ritorno: come se Comisso volesse in qualche modo correggere e raffinare il contatto di Callegari con il Continente Nero e il suo desiderio opposto, di levare le tende e tornare in Italia!

Il secondo diario, quello di Giuriati a Caporetto, è quello dove più intensamente si vede la meticolosa ricostruzione degli originali da parte di Borso: l’italiano povero e sgrammaticato di Giuriati rende incredibilmente viva l’esperienza infernale di Caporetto, le marce tra le fiamme, sotto l’acqua, affamati, bersagliati da fuoco amico e nemico, gli ordini che vengono contraddetti subito dopo, la cattura, la prigionia e le lacrime all’annuncio dell’armistizio.

Infine Figallo, l’unico dei tre conosciuto personalmente da Comisso, con la sua chitarra e le sue interessate osservazioni sulle generose forme delle tenentesse russe; con lui il confine tra Storia e ricostruzione di Comisso si fa sempre più labile, fino quasi a sparire, facendo di Figallo una sorta di modello ideale di vita avventurosa che sicuramente lavorava sulla fantasia del nostro scrittore trevigiano.

Dal punto di vista storico, l’interesse per l’opera di Borso non è minore. La letteratura militare, specialmente negli ultimi decenni, ha certamente riscoperto una vasta letteratura di racconti bellici “dal basso” riscoprendo piccoli capolavori come Co.Aytch di Sam R. Watkins, o Boschetto 125 di Ernst Jünger. La storiografia della prima guerra mondiale, in particolare, è stata impreziosita da una serie di pubblicazioni di memorie, diari, sulla guerra vista dal basso. L’opera curata da Borso si immette in questo filone, ma allo stesso tempo se ne distingue: racconta la sconfitta, racconta non tanto o non solo gli orrori, ma anche l’eroismo spontaneo delle unghie e dei denti, popolano, che affascina e parimenti repelle lo storico Comisso, la cui quintessenza dell’eroismo era più aristocratica, fiumana. Lo storico può desumere dall’opera due cose, a mio avviso: l’atteggiamento di un popolo preso “in ostaggio” dalle avventure militari del proprio paese, ma drammaticamente staccato da esse, un popolo che può sfoggiare un eroismo primordiale, quasi atavico, fatto di espedienti anche ingegnosi e del coraggio di non accettare la sconfitta come parola definitiva della propria esperienza umana; e anche l’interpretazione che storici successivi possono dare di questi ricordi, personalità forti come Comisso e Borso infatti si misurano a loro volta con i testi che cercano di ricostruire, o di riscrivere.

Considerando i pregi del volume, concluderei che questo viaggio nella storia è davvero obbligato.

 

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“Ostaggi d’Italia” di Dario Borso è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Riotta VS Riot https://www.carmillaonline.com/2021/10/22/riotta-vs-riot/ Fri, 22 Oct 2021 21:55:26 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=68813 di Nico Maccentelli

Non entrerò nel merito di tutte le scemenze che Gianni Riotta ha scritto nel suo “dotto” articolo di ieri l’altro su La Repubblica: “Sinistra radicale e green pass un legame pericoloso”, dove cita i Wuming e il sottoscritto. Non merita neppure una risposta. L’unica osservazione che mi viene da fare in questo mio intervento a titolo personale, è che il mio accenno a Mosca, che Riotta menziona, è palesemente falso, dato che non ho mai parlato della Russia di Putin nei miei articoli, in particolare in [...]

Riotta VS Riot è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Nico Maccentelli

Non entrerò nel merito di tutte le scemenze che Gianni Riotta ha scritto nel suo “dotto” articolo di ieri l’altro su La Repubblica: “Sinistra radicale e green pass un legame pericoloso”, dove cita i Wuming e il sottoscritto. Non merita neppure una risposta. L’unica osservazione che mi viene da fare in questo mio intervento a titolo personale, è che il mio accenno a Mosca, che Riotta menziona, è palesemente falso, dato che non ho mai parlato della Russia di Putin nei miei articoli, in particolare in quello menzionato dai Wuming e ripreso dal Riotta. 

Ma si sa, i nemici dell’Occidente vengono sempre messi in unico calderone e dall’alto delle loro tribune queste penne strapagate possono raccontarci anche che Cristo è morto dal freddo, così come la Lamorgese, ministra degli interni, può dire in Parlamento che il poliziotto infiltrato tra i manifestanti a Roma stava collaudando le sospensioni del blindato.

Fatta questa doverosa precisazione, voglio cogliere l’occasione per affrontare due punti che emergono dagli sproloqui del Riotta: l’antiscientificità della “sinistra radicale” e la sua pericolosità se associata al movimento no green pass.

Chi sostiene il maistream vaccinale sarebbe depositario della scienza infusa e chi critica questo approccio sarebbe invece antiscientifico? Così come la solita sinistra antagonista? In realtà vero è il  contrario e questi giornalisti alla Riotta, Mentana e compagnia bella sembrano diventati degli imbonitori di elisir miracolosi da farwest.

Poliziotto mentre verifica l’oscillazione del blindato con la supercazzola prematurata come fosse antani

In questi mesi, infatti, abbiamo visto come la scienza sia diventata ancor di più un soggetto economico rilevante al servizio di interessi dominanti. Persino uno dei massimi esponenti della grande borghesia statunitense, Robert Kennedy jr, è intervenuto per svelare il vero complotto, la vera manovra a dir poco criminale attuata nei confronti di intere popolazioni. L’intervista che gli ha fatto Giletti su La7 è stata illuminante. Siamo in presenza di una scienza che diviene il suo contrario, un dogma, una religione che nessuno può mettere in discussione, che viene veicolata con una campagna messianica, fanatica, ossessiva che azzera ogni voce critica, anche la più autorevole. I talebani del vaccino. E chi dissente viene criminalizzato.

Con l’inizio della pandemia e la gestione che ne hanno fatto due governi, abbiamo avuto un ulteriore imbarbarimento della democraiza stessa, o meglio: di ciò che ne restava dopo anni di Parlamento svuotato delle sue funzioni, inciuci, super esecutivi decisionisti in un autoritarismo montante.

Un astensionismo mai visto così stratosferico dovrebbe allarmare chi ha a cuore la democrazia, basata sula partecipazione popolare alla politica. E invece assistiamo alle dichiarazioni trionfali di politici “di sinistra” come il segretario del PD Enrico Letta, che esulta per i successi di Roma e Torino. A questa classe politica sta bene questa situazione, perché in questo modo nessuno arriverà a disturbare il manovratore se non altro in ambito istituzionale. E poi non c’è nessuno nella classe politica che voglia riconoscere e collegare questo astensionismo a una vera e propria rivolta sociale che sta animando le piazze italiane da mesi. Tanto qualsiasi cosa tu faccia, il governo non ascolta, il governo va avanti col suo ruolino di marcia.

Qualcuno ha usato un termine che ritengo molto appropriato: Draghistan. E il batustan italiano del capitale multinazionale è da sempre un suo laboratorio. Quindi personaggi come Riotta devono solo darci una visione edulcorata se non oscurata di quanto sta avvenendo.

Al comando del paese (comando è il termine più appropriato) è stato chiamato uno dei massimi esponenti della nomenklatura internazionale della finanza, uno degli uomini più fedeli del sistema Europa, che doveva portare a termine il compito lasciato a metà da un Conte meno ferreo e affidabile. La coalizione doveva prendere dentro tutta la partitocrazia e avere una falsa opposizione esterna come i fascisti, per obbedire ai dettami dei burocrati della UE. Chi meglio di Draghi?

Già sin dai primi tempi della gestione pandemica si era capito che l’emergenzialismo non aveva nulla di sanitario, tra mezzi di trasporto pieni zeppi nelle ore di punta, aziende prive di sicurezza e di controlli, il tutto condito con il terrorismo mediatico che colpevolizzava gli inadempienti, in tandem con l’azione poliziesca che sanzionava i cittadini pescati a girare col cane in pieno coprifuoco. Un’Italia arlecchino demenziale che ha macinato morti in tachipirina e vigile attesa, in attesa del grande business dei vaccini. Nulla doveva disturbare il ruolino di marcia degli uomini in conflitto di interessi, messi ai posti giusti dalle multinazionali del farmaco. Qualsiasi approccio terapeutico alternativo è stato semplicemente cassato e boicottato dai vertici corrotti della “scienza” ufficiale e del governo. Altrimenti come si poteva autorizzare in emergenza i vaccini?

Un giorno, nel ricostruire questi fatti, se le future generazioni vivranno in una vera democrazia, sarà doverosa una Norimberga.

Si è capito subito che a essere colpiti da misure contraddittorie, che spesso poco o nulla avevano a che vedere con la profilassi sanitaria erano i lavoratori/trici, costretti a lavorare in condizioni di insicurezza, senza controlli, le piccole attività commerciali e artigianali che non avevano la forza di sostenere i costi delle fermate e degli orari contingentati dai coprifuoco. Le misure governative a sostegno sono state del tutto insufficienti sia per i salariati che per le attività. Ho già analizzato in contributi precedenti queste tendenza che è ascrivibile sostanzialmente a due grandi processi economici: la concentrazione di capitali e la ristrutturazione capitalistica a favore delle filiere del grande capitale, che per esempio col delivery prendevano non solo quote di mercato ma anche il controllo dei processi di circolazione delle merci e di erogazione dei servizi. Questi due processi sono sintetizzati nel concept di distruzione creatrice di Draghi, una sorta di selezione della aziende utili e “sane” da quelle obsolete e non funzionali alle filiere, in cui si inserisce perfettamente il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, che non prevede alcun sostegno né alla popolazione, né allo stato sociale, nella misura in cui questi non siano funzionali i cicli di produzione e circolazione di capitali.

Per articolare questi processi, l’esecutivo di governo che è espressione di questi interessi dominanti del capitale finanziario e monopolistico, doveva piegare ulteriormente il mondo del lavoro nella sua complessità a questi desiderata e aumentare la soglia di controllo sociale utilizzando i livelli tecnologici raggiunti.

Quindi, il ragionamento di Agamben che rovescia la questione: non è il green pass a essere funzionale alla vaccinazione, ma è la vaccinazione come espediente a essere funzionale al progetto autoritario, quindi a un primo importante tassello come il green pass, è sostanzialmente azzeccato.

Il green pass è un dispositivo autoritario che impone l’obbligo vaccinale di fatto, lasciando sulla carta la “libera scelta” per non far pagare allo Stato le conseguenze degli effetti collaterali, di cui ancora non abbiamo nemmeno una vaga idea. È dunque qualcosa di ignobile, vigliacco, un abuso di potere sui cittadini, l’espressione dell’arroganza a cui è arrivato un regime politico al soldo di potenti lobbies private. Tutto questo milioni di persone, vaccinati e non, l’hanno capito e vivono il green pass proprio come un abuso di potere, come l’ingresso in un orrido tunnel che ha stravolto la vita di tutti e da dove non si vede l’uscita. Ma Riotta vive nel mondo della fate e gli basta definire scienza questo abominio. E partecipa attivamente alla grande menzogna, al dividi et impera tra pro e contro pass, pro e contro vaccini, questo sì arma di distrazione di massa. Sin dal mio primo intervento, a luglio, vado sostenendo che non è questo il punto, i vaccini, non è la strada terapeutica, ma il salto autoritario che un potere classista, di ristretti circoli borghesi, esercita in un’emergenza permanente con la scusa della pandemia.

È di questi giorni la manovra del governo. In un paese di oltre 6 milioni di poveri (1), la risposta è l’aumento delle bollette di luce e gas, la “ridefinizione” del reddito di cittadinanza verso un taglio drastico e una più difficile possibilità di ottenerlo e di condizioni per mantenerlo in essere, il taglio dell’assegno di invalidità se hai un reddito anche da fame, la “riforma” dell’estimo catastale che prelude a una bella tassa sulla prima casa, e via così. Non va dunque dimenticato che l’attacco ai diritti sociali e sul lavoro è organico all’intero pacchetto neoliberista, a questo ero e proprio massacro sociale. Per cui s c’era qualcuno che pensava che la lotta contro il green pass fosse il ribellismo edonista di qualche appassionato cultore della ristorazione, ebbene questo qualcuno ha pensato proprio male, perché il contesto riassume tutta la sofferenza sociale diffusa nel paese., imposta con dei diktat autoritari che di sanitario non hanno nulla ma che palesemente esprimono una prova di forza da parte del comando statale su tutta la popolazione, a partire da chi non ci sta a subire.

Ed è in questa stretta autoritaria che si inserisce un vasto movimento di massa che giuste o sbagliate che siano la miriade di visioni sulla pandemia di cui è contenitore, in sintesi rappresenta oggi una forma variegata ma potente di resistenza popolare a questa dinamica reazionaria e liberticida. E visto che sotto attacco e la messa in discussione dei rapporti economici e sociali del paese sono più strati sociali, è evidente che è la borghesia ad avere assunto sul piano ideologico la visione dominante del movimento stesso. Anche il piccolo capitale sta subendo il reset economico imposto dalla grande borghesia oligarchica della finanza e delle multinazionali.

Questo non toglie che quella parte sociale salariata, che ricopre una posizione sociale ed economica decisiva: la classe operaia, non stia dimostrando in queste ultime settimane nell’ambito del movimento no green pass la sua forza materiale e sociale nel corso del conflitto di classe. È il caso dei lavoratori della logistica, che del resto sono da anni in prima linea nello scontro capitale/lavoro: uno scontro duro, che vede arresti, violenze poliziesche, denunce e che ha i suoi morti nelle vertenze come Abdel Salam e Adil. Il capitale e lo Stato sanno bene infatti che l’attacco alla circolazione delle merci va a toccare quell’aspetto di cui il capitale stesso è più sensibile: i profitti, la realizzazione del plusvalore nella fase della circolazione, il mondo dei consumi.

 

SOGGETTIVAZIONE operaia e popolare… Un’esponente del coordinamento No Green pass di Trieste su La7: “… stiamo portando avanti una scintilla che sta esplodendo, abbiamo bloccato un porto per giorni, abbiamo fatto un danno all’economia enorme…”

La lotta dei portuali a partire da Trieste segue la stessa dinamica ed è questo che ha preoccupato il governo, le associazioni padronali e i sindacati concertativi. L’attacco poliziesco violento di lunedì 18 contro il presidio pacifico di lavoratori, che faceva addirittura passare chiunque volesse lavorare, la sinistra di lotta e il sindacalismo di base lo conoscono bene, non è una novità. Ma a maggior ragione il messaggio del governo e dei sindacati socialfascisti venduti arriva forte e chiaro: non tollereranno alcun impedimento ai cicli di produzione e circolazione del capitale, non permetteranno alcuna rottura con l’ordine esistente che prima che politico e ideologico è economico.

Dunque, ha poca importanza la cifra ideologica della soggettività che si esprime ai fini della decisione di essere interni a un movimento che ha questa qualità conflittuale nei confronti dello Stato e del capitale. Quello che è importante è stare nella contraddizione e orientare il movimento sui contenuti politici antagonisti, di classe e socialisti. Esattamente quello che gruppi dirigenti della sinistra di classe non hanno fatto. Riotta lo capisce, certe anime candide e puriste no. Niente politica rivoluzionaria dunque (2).

Nello scontro sociale in atto cosa sta accadendo? Che una punta avanzata della classe operaia ha preso la direzione dello scontro, introducendo spontaneamente, senza marxismo, un concetto fondamentale: o tutti o nessuno, o tutto o niente. I portuali di Trieste hanno rifiutato la corsia preferenziale dei tamponi gratuiti perché ritenuta discriminatoria rispetto a tutti gli altri lavoratori. Questo mentre c’erano puristi che disquisivano sul pope Gapon di turno, sul sindacato FISI su risi e bisi, chi ci sta dietro e menate utili solo a restarsene fuori.

E qui si entra nel secondo punto, che poi è quello centrale e che dà il titolo all’articolo di Riotta.

Come tutti gli scagnozzi borghesi, anche il Riotta ha il fiuto di capire da dove provenga il vero pericolo per il sistema di potere che si è incardinato nelle istituzioni del paese. La saldatura tra le istanze espresse dal sindacalismo di base e dalle realtà politiche della sinistra rivoluzionaria con questo movimento, avrebbe dato un’impronta coscientemente anticapitalistica allo scontro sociale. La lotta per l’egemonia sarebbe stata incerta, ma la presenza dei comunisti, organizzati con intelligenza nel movimento, avrebbe prodotto un salto qualitativo al conflitto sociale.

La borghesia imperialista questo lo sa bene, ma al momento sembra che possa dormire tra due guanciali poiché non c’è nulla di tutto ciò. Per il momento…

Tuttavia noi non possiamo sapere se e come questo conflitto sociale continuerà. Ma certamente la soluzione per vaste masse popolari alle loro condizioni di precarietà, di discriminazione al lavoro e a una vita sociale, di accesso a cure adeguate con la sanità pubblica e all’istruzione, in un quadro di impoverimento generale del paese è il riot, la rivolta sociale. Che sia a gatto selvaggio, sfruttando ossia la sospensione dal lavoro imposta con il green pass o lo sciopero generale, non ci sono altre strade per contrastare il progetto di regime e andare a incidere sui rapporti di forza. La vera strada è stata aperta non da dei marxisti, da dei sistematici della rivoluzione, ma da dei portuali, dei lavoratori. E su questo dovremmo imparare e molto.

Riotta ha mostrato la sua preoccupazione per il riot, che è quella del capitale e dei governanti. Ed è ora che in Italia avvenga proprio questo: una rivolta sociale generalizzata perché le classi dominati ci stanno togliendo sempre di più diritti sociali e sul lavoro, spazi democratici, servizi del welfare pubblico. E continueranno a farlo se restiamo fermi e ci limitiamo a delle innocue sfilate.

Riotta e quelli come lui devono indorarci la pillola. Questo sistema di potere sta svuotando la stessa democrazia borghese come un cucchiaio fa con un uovo alla coque, lasciandone il guscio, il vuoto involucro. Impadronendosi poi di concetti come  “antifascismo”, svuotato anch’esso del suo valore primario di antiautoritarismo. Così una democrazia inesistente diviene nuova forma di fascismo operante per gli interessi e le politiche di un capitalismo che sta vivendo la sua stessa democrazia borghese come un orpello. La gestione pandemica ci insegna questo.

Riot contro Riotta è blocco totale, è ribellione contro il senso dominante e le campagne da fanatismo orwelliano imposte dal mainstream, è rivolta negli spazi e nei modi che il comando impone dal lavoro al territorio, è rendere ingovernabile lo stato di cose presente, finché questi signori non arriveranno a più miti consigli e anche oltre. È lotta di classe per ottenere salario, reddito e una vita dignitosa, ma soprattutto per inquadrare il conflitto sociale in una prospettiva di potere politico da parte delle classi subalterne e di rivoluzione socialista che spazzi via un sistema economico-sociale che oltre a essere profondamente ingiusto, vorace e liberticida, ha dimostrato di non essere all’altezza dei grandi problemi che affliggono l’umanità intera. Di essere proprio lui, il capitalismo, il vero problema.

Ancora una volta è il Movimento NoTav(3) a centrare la questione con alcune semplici ma efficaci considerazioni (non ci vuole molto a capire, se ci si toglie gli spessi occhiali del moralismo politico che lancia strali se la piazza non è a modino):

«… non abbiamo dubbi nel dire, che delle piazze di Trieste, ci ha colpito il carattere popolare delle iniziative e la varietà di soggettività che si sono ritrovate a condividere quelle strade in un contesto di rivendicazione di un diritto necessario, come quello al lavoro, visto che la vita che ci viene offerta è ormai impiccata alla corda delle ingenti spese quotidiane. Un crogiolo variegato che, in barba ad apparati precostituiti e istituzioni dai lunghi tentacoli, ha saputo esprimersi e darsi dei linguaggi che hanno colto nel segno, inserendosi in un percorso di lotta sociale che, prima o poi, era chiaro sarebbe esploso.

Quella piazza, forse più di altre, fa paura ai nostri cari politici per tutto quello che porta con sé e proprio per dare prova di forza e dimostrare che uno dei suoi obiettivi primari sia quello di lavorare indisturbato, sono state messe in atto le forme di repressione del dissenso che ben conosciamo qui in Valsusa: il presidio davanti al porto di Trieste è stato sgomberato con violenza dalle forze dell’ordine in tenuta antisommossa che hanno utilizzato manganelli, idranti e lacrimogeni.

Il malcontento diffuso su più fronti apre a delle possibilità di riconquista di quegli spazi di libertà necessari per chiamare davvero “vita” quello che facciamo tutti i giorni.»

Nelle prossime settimane vorrei vedere nei sabati di resistenza popolare le bandiere rosse e i cartelli di una sinistra di classe e rivoluzionaria che si riscatta dal rimbambimento iniziale. Ma so che al momento sarà difficile.

 

NOTE:

1) https://coniarerivolta.org/2021/10/20/aumentano-i-poveri-e-il-governo-attacca-il-reddito-di-cittadinanza/

 

2) Riporto un post di Emilio Quadrelli, che tra tutte le considerazioni che ho letto in questo periodo, mi sembra la più pertinente e azzeccata riguardo l’atteggiamento che i comunisti, i leninisti, devono tenere di fronte ai movimenti di massa:

“Ammettiamo pure, anche solo come semplice ipotesi di scuola, che quanto sta andano in scena intorno al Green Pass sia frutto di un radicalismo di destra che sta conquistando quote non proprio irrilevanti di masse subalterne. Un movimento che, pur con tutte le tare del caso, possiamo considerare affine alle SA. Tutti sanno che furono proprio le SA a svolgere un ruolo determinante nell’ascesa del nazismo al potere. Gran parte delle SA erano ex operai comunisti, disoccupati e piccola borghesia declassata. Il loro “credo” si sintetizzava in una mitica “rivoluzione del popolo” sicuramente senza costrutto e prospettiva ma tanto bastò per farli battere con non poca determinazione. Furono loro, infatti, che distrussero le scarne forme organizzate di resistenza comunista e socialdemocratica e consegnarono la Germania a Hitler. Certo, dietro a loro, si muovevano altre forze di ben altra natura le quali, non per caso, una volta conquistato il potere si liberarono manu militari di questi imbarazzanti compagni di strada. “La notte dei lunghi coltelli” pose fine alle SA e alla fantasiosa “rivoluzione del popolo”. Queste cose, immagino, siano note a tutti. Quanto andato in scena fu un fulmine a ciel sereno oppure, in ciò, una qualche non secondaria responsabilità deve essere attribuita al movimento operaio comunista e socialdemocratico. Tutto ciò era così inimmaginabile? Nessuno aveva compreso cosa avrebbe comportato il radicalismo di destra di non secondarie masse di subalterni? No. Qualcuno lo aveva compreso e non si trattava proprio di un personaggio di poco conto. Dimitrov era il capo dell’Internazionale Comunista e nel podio del movimento comunista si posizionava al secondo posto a pochi millimetri da Stalin. Dimitrov rimproverò, e non proprio in maniera leggera, ai comunisti tedeschi l’incapacità di interagire con la multiforme realtà che le SA e i gruppi affini rappresentavano in virtù di un atteggiamento snobistico e intellettualizzato. Oggi diremmo radical chic. Dimitrov rimproverò ai comunisti tedeschi il non intervento nelle situazioni di massa o il farlo in maniera intellettualistica. Con non poca ironia,se non ricordo male, fece anche l’esempio in cui, di fronte a una assemblea di disoccupati, l’oratore comunista si dilungò in una dotta esposizione in merito alla caduta tendenziale del saggio medio di profitto. Dimitrov, sulla scia di Lenin e della sua nota asserzione sul carattere spurio e contraddittorio dei movimenti di massa (in fondo il 1905 “nasce” a opera di Gapon), raccomandò e spronò i comunisti tedeschi a stare dentro la contraddizione. Su ciò i quadri comunisti tedeschi fecero per lo più orecchie da mercante con il risultato che quote sempre più ampie della base operaia comunista, che aveva bisogno di azione e non di proclami, transitarono verso le SA o gruppi a queste coevi. Allora, se quanto sta andando in scena, ha qualche attinenza con ciò è più sensato reiterare l’esempio dei comunisti tedeschi o fare proprie le indicazioni di Dimitrov?”

 

3) https://www.notav.info/post/a-trieste-si-respira-aria-di-lotta-sociale/

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Riotta VS Riot è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Dare a Cesare quel che è di Cesare (e ai sindacati confederali quel che spetta loro) https://www.carmillaonline.com/2021/10/21/dare-a-cesare-quel-che-e-di-cesare-e-ai-sindacati-confederali-cio-che-spetta-loro/ Thu, 21 Oct 2021 20:00:13 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=68768 di Sandro Moiso

Poiché siamo abituati a dare a Cesare ciò che è di Cesare e al cielo ciò che gli appartiene, va detto che un merito, per ora forse l’unico, che il movimento No Green Pass può vantare è quello di aver contribuito indirettamente a far sì che, non certo per la prima volta ma in maniera più consistente, i sindacati confederali risplendessero alla luce del servilismo e del collaborazionismo che da sempre ne contraddistingue azione e funzione politica.

Contro la marmaglia ribelle, nei giorni precedenti il 15 ottobre, i media, [...]

Dare a Cesare quel che è di Cesare (e ai sindacati confederali quel che spetta loro) è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Sandro Moiso

Poiché siamo abituati a dare a Cesare ciò che è di Cesare e al cielo ciò che gli appartiene, va detto che un merito, per ora forse l’unico, che il movimento No Green Pass può vantare è quello di aver contribuito indirettamente a far sì che, non certo per la prima volta ma in maniera più consistente, i sindacati confederali risplendessero alla luce del servilismo e del collaborazionismo che da sempre ne contraddistingue azione e funzione politica.

Contro la marmaglia ribelle, nei giorni precedenti il 15 ottobre, i media, il PD e il governo stesso si sono sperticati gola e mani nell’esaltazione dell’opera di pacificazione sociale portata avanti da CGIL, CISL e UIL e in particolare dalla figura, ormai prossima alla beatificazione, di Luciano Lama in occasione delle celebrazioni per il centenario della sua nascita.

Mentre si sorrideva, giustamente, della richiesta di Salvini a Draghi affinché il presidente del consiglio contribuisse a riportare la pace sociale in vista delle elezioni amministrative e dei successivi ballottaggi, molti, quasi sempre offuscati da qualsiasi superficiale richiamo alla mistica dell’antifascismo istituzionale, ignoravano o sembravano soprassedere sull’autentica e definitiva dichiarazione d’intenti manifestata dai leader sindacali, “unitari” nel sostenere la necessità di evitare qualsiasi tipo di conflittualità sociale al fine di permettere la ripresa economica promessa dal PNRR.

Certo non è la prima volta che i sindacati della concertazione, uscita pari pari dalla Carta del Lavoro di mussoliniana memoria, chiedono sacrifici e compartecipazione dei lavoratori in nome del supremo interesse nazionale. La storia degli ultimi cinquant’anni ne è piena, ma tale funzione di collaborazione spesso è apparsa più sfumata rispetto alle dichiarazioni attuali.

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza con le sue “opportunità”, o spacciate come tali ai giovani e alle donne soprattutto, appare come una sorta di novello Piano Marshall, cui è stato paragonato più volte. Un’occasione da non perdere sia per gli imprenditori che per i lavoratori e le lavoratrici e i disoccupati. Discorso che, basandosi sulla promessa della crescita del PIL, dovrebbe annullare qualsiasi altra reazione alle sue reali e differenti conseguenze per i primi e per i secondi.

Come ha scritto l’economista, saggista ed editorialista di Limes, Geminello Alvi: «La percezione del mondo in forma di Pil serve non alla conoscenza, ma alla retorica degli stati. […] Il Pil e i suoi abusi sono il più perfetto esempio […] di omologare chiunque, equalizzandolo alle proprie manie di benessere e di potenza […] Il Pil è un indice della potenza statale, e di una qualche vera efficienza solo in tempo di guerra.»1

Per questo motivo l’idea di reddito netto, che era nata nel Seicento proprio per misurare ed accrescere tale potenza, «evolvette a prodotto o reddito nazionale moderno durante la seconda guerra mondiale, per opera di mediocri burocrati ai quali neppure Keynes credeva[…] E cosa si propone oggi nel tanto dissertare sul Pil? Di renderlo ancora più comprensivo, della felicità e di indici ecologici alla moda. Quando si dovrebbe invece lavorare per restringerlo, indi per limitare l’economicizzazione omologante.»2

Il riferimento a Keynes non è casuale poiché proprio il teorico dell’intervento dello Stato nell’economia finì con l’essere il vero, anche se spesso indiretto, ispiratore delle politiche che finirono col caratterizzare le scelte delle maggiori economie uscite devastate dagli effetti della Grande Crisi o Grande Depressione.
Nella competizione allora in corso per uscire da quegli effetti e per la ridistribuzione di quote importanti del mercato e della ricchezza mondiale, sempre secondo Alvi, sulla base degli studi di Costantino Bresciani Turroni3:

il keynesismo hitleriano funzionò pure meglio del New Deal. Nel 1938 gli Stati Uniti producevano un reddito nazionale del 23% inferiore a quello del 1929, e la Germania hitleriana già nel 1938 aveva raggiunto un reddito superiore del 5% a quello del 1929. La svolta tedesca era certo dipesa dal riarmo che provocò inflazione ma anche da spese pubbliche non troppo diverse da quelle dei borgomastri che negli anni venti indebitarono la Germania: autostrade e stadi. Per non dire degli aumenti salariali4.

Il fatto che la ripresa definitiva dalla Grande Depressione fosse poi giunta soltanto con la guerra (mondiale) non può costituire altro che un corollario delle scelte basate su un incremento gigantesco delle spese statali destinate a “grandi opere” (tra le quali occorre inserire il “riarmo” delle maggiori potenze dell’epoca), maggiori consumi (e quindi maggior produzione di merci) e controllo e uso indiscriminato di risorse umane, naturali ed energetiche.

Lo spesso declamato, ancor oggi da certa sinistra, keynesismo necessita di governi autoritari, oppure per usare un eufemismo “fortemente centralizzati”, spesso imposti attraverso la forza, il ricatto o l’inganno (e spesso da tutti e tre questi elementi insieme), in un contesto in cui: «Fare della statistica il criterio della verità è l’ipocrisia indispensabile di qualunque democrazia, la quale favorisce l’omologazione capitalistica.»5
E se qualcuno si stupisse del sentire parlare di democrazia in un contesto in cui si è parlato anche di nazismo, è sempre utile ricordare il fatto che Hitler andò al potere come cancelliere, nel gennaio del 1933, dopo aver vinto le elezioni del 6 novembre 1932 con il 33,1% dei voti (pur perdendo circa il 4% dei voti rispetto a quelli ottenuti nel luglio dello stesso anno) ed essersi alleato in parlamento col Partito Popolare Nazionale Tedesco (8,5% dei voti e 52 seggi).

In democrazia vincono i numeri delle maggioranze, vere o artefatte che siano, e da lì sembra derivare anche l’alto valore assegnato alle scienze statistiche come strumenti di “verità assolute” (Pil, numero dei vaccinati sulla popolazione, etc. solo per fare degli esempi). Pertanto oggi, anche se spesso il tema è rimosso ed ignorato, a farla ancora da padrone è lo schema keynesiano dell’intervento pubblico in economia, che si tratti di TAV, ponti sullo stretto, riarmo dell’esercito, dell’aviazione o della marina militare, reddito di cittadinanza a 5 (o meno) stelle o altro ancora.

Subissati di cifre e da una girandola di informazioni sulla ripresa o meno dei consumi, sull’aumento o diminuzione dei posti di lavoro, tutte basate su dati spuri e nudi che non tengono conto della qualità dei beni necessari ed effettivamente consumati o dei lavori riproposti a salario ribassato e orario inalterato, precipitiamo in un mondo indifferenziato di cittadini consumatori e utenti di servizi (sempre più spesso privati, ma finanziati col pubblico denaro come accade soprattutto per la sanità) in cui il problema delle “tasse” sembra sopravanzare quelli della “classe”6.

La democrazia rappresentativa, ovvero quella che ci ostiniamo a chiamare “borghese”, si nutre innanzitutto di cifre e se i numeri non ci sono, all’occorrenza, come nel caso dell’attuale governo o di quello Monti, si trovano. Gli utili idioti dei partiti, di ogni cifra e colore, disposti a tutto pur di restare a galla sugli scranni parlamentari, nonostante la presenza di quasi un 60% di cittadini non votanti, delusi, scazzati e arrabbiati, si troveranno sempre.
Talmente idioti da non rendersi conto di come questa ripetuta, ormai, tradizione di presidenti del consiglio non eletti, ma nominati, tutto sommato risalente in Italia fino al primo governo Mussolini, non contribuisce ad altro che a privarli ulteriormente di qualsiasi autorità e funzione reale.

Così, mentre si urla al lupo fascista e si convocano grandi manifestazioni di pensionati antifascisti (Che è…sarà mica che poi vengono quelli e ce decurtano la pensione e i diritti acquisiti. Daje, non pensamoce, cantamo n’altra volta “Bella ciao”…), il settore sindacale che conta ormai il più alto numero di iscritti ma di peso specifico politico ed economico pari a zero, l’autoritarismo si rafforza all’ombra della vulgata democratica e delle coperture finanziarie europee o straniere. Perché, lo si dica con chiarezza almeno per una volta, Draghi sembra ripetere i fasti di un altro “grande statista italiano”: Alcide De Gasperi.

Quello eletto con l’appoggio del Vaticano e del Piano Marshall, cui guarda caso oggi spesso si paragona il Recovery Fund europeo, l’attuale con alle spalle i voti delle burocrazie finanziarie europee e i fondi da distribuire con il PNRR. Entrambi autorizzati ad esercitare la loro autorità e portare a termine un disegno politico in nome di interessi altri da quelli della maggioranza dei lavoratori e dei cittadini meno abbienti. Evviva la ricostruzione! Evviva tutte le ricostruzioni post-belliche e post-pandemiche, sempre a vantaggio di pochi ma ripagate dal sudore, dal sangue (che diciamo a proposito del vertiginoso e vergognoso aumento dei morti sul lavoro?) e dai sacrifici di tutti gli altri, soprattutto se proletari, giovani disoccupati e donne.

Pil docet et impera. Tanto che anche il premio Nobel per la fisica Giorgio Parisi, appena celebrato dai media nazionali con lo stesso clamore riservato ai vincitori di medaglie d’oro nelle competizioni olimpiche o paralimpiche, è stato bruscamente messo da parte e dimenticato appena ha osato affermare, criticando in parlamento questa misura delle prestazioni economiche di un paese, che incremento del Pil e lotta contro le cause del cambiamento climatico non possono essere compatibili7. Evidentemente per i soloni della politica e dell’informazione un fisico non può vantare competenze nel campo di scienze economiche sempre più attente al paranormale finanziario che alla quotidianità della vita della specie.

Il sindacato invece può farlo, eccome: basta che dica sempre sì e sia più realista del re nel promuovere la partecipazione dei lavoratori agli interessi dell’incremento del Pil e del capitale privato (spacciato per “nazionale”). Soprattutto se nel farlo invoca, come a Trieste ed ovunque vi sia anche soltanto il fantasma di una lotta, l’intervento delle forze dell’ordine contro i facinorosi, quasi sempre dipinti a prescindere come violenti e fascisti.

Per quanto riguarda la generazione cui appartiene chi scrive, si può tranquillamente affermare che diede una sonora ed inequivocabile risposta a tale scelta, sia a Roma in occasione della cacciata di Luciano Lama, gran promotore delle politiche dei sacrifici e della pace sociale insieme al suo sindacato, dall’Università che sulle scale delle Facoltà umanistiche di Torino, pochi giorni dopo i fatti romani. Era il 1977 e tanto basti per restare dell’idea che proprio ciò è quanto compete ai sindacati confederali, adusi a sedersi al tavolo delle trattative ancor prima di dichiarare scioperi o manifestazioni, per definire in partenza con i funzionari del capitale e dello Stato ciò che sia lecito richiedere ed attendersi.

Atteggiamento sindacal-confederale che, insieme all’opportunismo e alla vaghezza delle proposte politiche della sinistra istituzionale e limitrofa, ha finito col determinare la sconfitta del movimento operaio italiano. Nella riclassificazione del Pil italiano in profitti, rendite e salari, tentata da Geminello Alvi, lo stesso ha scritto:

Nel 2003 ai lavoratori toccava il 48,9% del reddito nazionale netto; nel 1972 era il 62,9%. La quota dei redditi da lavoro dipendente è regredita, ora è circa la stessa del ’51. dell’Italia prima del boom. Il che vuol dire, esagerando in furia del dettaglio, non troppo distante da quel 46,6% che era la povera quota del 1881. Siamo regrediti, e intanto però mi arresterei dal dire altro. Perché so che al nostro lettore verrebbe da eccepire: “ Bella forza, ma di quanto nel 2004bpartite Iva e indipendenti sono più numerosi di trentacinque anni fa? “. Lecita obiezione, che ha tuttavia pronta replica statistica: nel 1971 c’erano 2,13 lavoratori dipendenti per ogni indipendente, nel 2004 sono 2,15. Il che significa che i dipendenti sono addirittura cresciuti in proporzione rispetto a ventiquattro anni prima. Si può dire: la quota dei lavoratori dipendenti è regredita alle cifre di un’Italia della memoria, quella prima del boom8.

Dall’epoca dei dati appena ora citati molta acqua sporca e alluvionale è corsa sotto i ponti: crisi del 2008, ristrutturazioni aziendali, tagli alla spesa pubblica, riduzione dei lavoratori dipendenti o garantiti, trasferimento delle imprese all’estero o in mani straniere, crescita dei settori maggiormente caratterizzati dal lavoro precario e non garantito, automazione sempre più diffusa anche nel settore dei servizi, aumento della povertà assoluta, concentrazione della ricchezza in un numero sempre più ristretto di mani. Eppure, come al solito, eppure…

Quei dati ci servono, forse ancora di più adesso, per mostrare come il taglio del personale nei settori produttivi, la riduzione dei salari e, per converso, una falsa redistribuzione delle ricchezze basata su “redditi di cittadinanza” ridicoli, se non offensivi per chi ne avesse realmente bisogno, fanno parte di quello stesso processo e stanno alla base delle attuali promesse di ripresa legate al PNRR.

Piano che, nonostante le sonore sberle pur affibbiate al ceto medio e ai lavoratori autonomi, continuerà a poggiare principalmente sull’incremento dello sfruttamento dei lavoratori produttivi e/o a basso reddito. La legge dell’estrazione del plusvalore non è cambiata mai, nonostante tutti gli artifici messi in campo per negarla o giustificarla, in nome dell’interesse nazionale, agli occhi di chi la subisce quotidianamente.

Nonostante le fasulle promesse del segretario della UIL di portare a “zero” le morti sul lavoro e la solita, retorica, citazione delle stesse ad opera di Landini durante la manifestazione romana oppure del presidente Mattarella e del presidente del consiglio Draghi, è inevitabile che gli omicidi sul posti di lavoro siano destinati ad aumentare. Motivo per cui, lasciatelo dire per una volta a chi scrive, sia la richiesta del Green Pass per accedere al posto di lavoro che la “fiera” opposizione alla stessa, in termini di vite dei lavoratori e di qualità del lavoro, non cambieranno nulla. Assolutamente nulla, anche quando si parla della difesa di “posti di lavoro”, in un senso o nell’altro.
La lotta di classe per la liberazione della specie dal giogo capitalistico si giocherà su altri fronti e in altre forme, al di fuori delle logiche confederali, dell’antifascismo istituzionale e delle logiche liberali e individualistiche.
Speriamo, prima o poi, di ritrovarle e, soprattutto, di saperle riconoscere.

Dixi et salvavi animam meam.


  1. Geminello Alvi, Il capitalsimo. Verso l’ideale cinese, Marsilio Editori, Venezia 2011, pp. 31-32  

  2. G. Alvi, op. cit., pp. 32- 40  

  3. Costantino Bresciani Turroni, Osservazioni sulla teoria del moltiplicatore, «Rivista bancaria», 1939, 8, pp. 693-714  

  4. G. Alvi, op. cit., p. 93  

  5. Ivi, pp. 70-71  

  6. Si vedano qui un interessante articolo uscito su Codice Rosso, oltre all’intervento pubblicato su Carmilla sabato 16 ottobre da Jack Orlando  

  7. Si veda qui  

  8. Geminello Alvi, Una Repubblica fondata sulle rendite, Mondadori, Milano 2006, p. 9  

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Dare a Cesare quel che è di Cesare (e ai sindacati confederali quel che spetta loro) è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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L’anno degli anniversari / 1941 – 2021: Manifesto di Ventotene https://www.carmillaonline.com/2021/10/20/lanno-degli-anniversari-1941-2021-manifesto-di-ventotene/ Wed, 20 Oct 2021 20:00:36 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=68587 di Sandro Moiso

Ad agosto ci siamo dovuti sorbire una farlocca celebrazione di un manifesto che, a dire di autorevoli europeisti come Sergio Mattarella, costituirebbe il fondamento ideale dell’attuale Unione Europea. Peccato, però, che a leggerne anche soltanto alcune pagine, guarda caso poste proprio all’inizio dello stesso, la narrazione europeista autorizzata non regga.

Il Manifesto, il cui titolo completo è “Per un’Europa libera e unita. Progetto di un manifesto”, fu infatti elaborato da Altiero Spinelli e Ernesto Rossi nell’agosto del 1941, in piena seconda guerra mondiale, mentre i due antifascisti si trovavano confinati, insieme ad un migliaio di altri oppositori [...]

L’anno degli anniversari / 1941 – 2021: Manifesto di Ventotene è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Sandro Moiso

Ad agosto ci siamo dovuti sorbire una farlocca celebrazione di un manifesto che, a dire di autorevoli europeisti come Sergio Mattarella, costituirebbe il fondamento ideale dell’attuale Unione Europea.
Peccato, però, che a leggerne anche soltanto alcune pagine, guarda caso poste proprio all’inizio dello stesso, la narrazione europeista autorizzata non regga.

Il Manifesto, il cui titolo completo è “Per un’Europa libera e unita. Progetto di un manifesto”, fu infatti elaborato da Altiero Spinelli e Ernesto Rossi nell’agosto del 1941, in piena seconda guerra mondiale, mentre i due antifascisti si trovavano confinati, insieme ad un migliaio di altri oppositori del regime, sull’isola di Ventotene (al largo di Formia).

L’autore principale fu Altiero Spinelli (n. 1907), che aveva iniziato la sua attività politica nelle file dell’allora Partito Comunista d’Italia e proprio per il suo ruolo di segretario giovanile dello stesso per l’Italia centrale era stato condannato nel 1927 a dieci anni di carcere e successivamente al confino, da cui fu liberato soltanto nel 1943 dopo la caduta “istituzionale” di Mussolini. Nel 1937, però, a seguito dei processi di Mosca e di una lunga riflessione sull’esperienza dello stato sovietico stalinizzato, era uscito da quello che era diventato il PCI.

Ernesto Rossi, che pure diede un importante contributo alla stesura del Manifesto, fu tra i fondatori e i principali animatori di Giustizia e Libertà e poi del Partito d’Azione e proprio attraverso gli scambi di idee con Spinelli, durante il periodo di confinamento forzato, divenne un sostenitore del federalismo europeo.

Idea di federalismo che, non dimentichiamolo, era nata e si era sviluppata proprio a seguito di quel secondo conflitto imperialista che stava macellando la gioventù europea e mondiale sui campi di battaglia ed era conseguenza non solo delle brame imperialiste delle potenze coinvolte, ma anche di un feroce nazionalismo che, in varie forme, aveva precedentemente finito con l’ingabbiare le stesse masse dei lavoratori.

Forse prendendo a prestito, almeno in parte, quell’idea di Stati Uniti d’Europa che Leone Trockij era andato sviluppando fin dal 19231, con l’intento di dar vita ad una federazione europea degli operai e dei contadini che desse una risposta concreta alle questioni più scottanti dell’evoluzione europea, anche se nel 1915 lo stesso Lenin si era dichiarato contrario a tale parola d’ordine2, con argomentazioni che sarebbero poi in seguito state usate da Stalin per giustificare la teoria del “socialismo in un paese solo”.

Trockij, al contrario, era invece convinto che soltanto dall’unione tra le due parole d’ordine «governo operaio e contadino» e «Stati Uniti d’Europa» fosse possibile ingabbiare e controllare in chiave socialista quelle forze produttive capitaliste che superavano, già allora, il quadro nazionale degli Stati europei ed avevano costituito la vera forza motrice del Primo macello imperialista.

Proprio come la guerra rifletteva il bisogno di un ampio campo di sviluppo per le forze produttive compresse dalle barriere doganali, così l’occupazione della Ruhr, funesta per l’Europa e per l’umanità, riflette il bisogno di unire il ferro della Ruhr con il carbone della Lorena. L’Europa non può sviluppare la sua economia nelle frontiere doganali e statali che le sono state imposte dal trattato di Versailles. Essa deve abbattere queste frontiere, altrimenti è minacciata da una completa decadenza economica. Ma i metodi impiegati dalla borghesia dirigente per sopprimere le barriere che essa ha creato non fanno che aumentare il caos e accelerare la disorganizzazione.
L’incapacità della borghesia di risolvere i problemi fondamentali della ricostruzione economica dell’Europa si manifesta sempre più chiaramente di fronte alle masse lavoratrici. La parola d’ordine «governo operaio e contadino» va incontro a questa crescente aspirazione dei lavoratori a trovare una via di uscita con le loro forze. Ora, è necessario indicare in maniera più concreta questa via d’uscita: è la cooperazione più stretta tra i popoli d’Europa, l’unico mezzo per salvare il nostro continente dalla disgregazione economica e dall’asservimento al potente capitale americano3.

Messe da parte alcune considerazioni forse oggi superate sul tema delle “foze produttive” e del loro inarrestabile sviluppo, va qui compreso come in quelle poche righe già il leader bolscevico prefigurasse quelle che sarebbero state le conseguenze del trattato di Versailles prima e del secondo conflitto mondiale in seguito.

Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi si trovarono invece a scrivere in un periodo in cui erano fallite le speranze di un governo operaio e contadino europeo oppure di una federazione di governi di tal fatta, mentre Stalin si accaniva nella costruzione forzosa di un nuovo e potente capitalismo di Stato, non troppo diverso da quello rimesso in piedi da alleati ed avversari del devastante conflitto in corso. E forse fu proprio a partire da questa constatazione che, nella terza parte del Manifesto, Compiti del dopoguerra – La riforma della società, i due poterono affermare:

La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista, cioè dovrà proporsi l’emancipazione delle classi lavoratrici e la creazione per esse di condizioni più umane di vita. La bussola di orientamento per i provvedimenti da prendere in tale direzione, non può essere però il principio puramente dottrinario secondo il quale la proprietà privata dei mezzi materiali di produzione deve essere in linea di principio abolita, e tollerata solo in linea provvisoria, quando non se ne possa proprio fare a meno. La statizzazione generale dell’economia è stata la prima forma utopistica in cui le classi operaie si sono rappresentate la loro liberazione del giogo capitalista, ma, una volta realizzata a pieno, non porta allo scopo sognato, bensì alla costituzione di un regime in cui tutta la popolazione è asservita alla ristretta classe dei burocrati gestori dell’economia, come è avvenuto in Russia4.
Il principio veramente fondamentale del socialismo, e di cui quello della collettivizzazione generale non è stato che una affrettata ed erronea deduzione, è quello secondo il quale le forze economiche non debbono dominare gli uomini, ma – come avviene per forze naturali – essere da loro sottomesse, guidate, controllate nel modo più razionale, affinché le grandi masse non ne siano vittime. Le gigantesche forze di progresso, che scaturiscono dall’interesse individuale, non vanno spente nella morta gora della pratica “routinière” per trovarsi poi di fronte all’insolubile problema di resuscitare lo spirito d’iniziativa con le differenziazioni dei salari, e con gli altri provvedimenti del genere dello stachanovismo dell’U.R.S.S., col solo risultato di uno sgobbamento più diligente. Quelle forze vanno invece esaltate ed estese offrendo loro una maggiore possibilità di sviluppo ed impiego, e contemporaneamente vanno perfezionati e consolidati gli argini che le convogliano verso gli obiettivi di maggiore utilità per tutta la collettività.
La proprietà privata deve essere abolita, limitata, corretta, estesa, caso per caso, non dogmaticamente in linea di principio. Questa direttiva si inserisce naturalmente nel processo di formazione di una vita economica europea liberata dagli incubi del militarismo e del burocraticismo nazionali. In essa possono trovare la loro liberazione tanto i lavoratori dei paesi capitalistici oppressi dal dominio dei ceti padronali, quanto i lavoratori dei paesi comunisti oppressi dalla tirannide burocratica. La soluzione razionale deve prendere il posto di quella irrazionale anche nella coscienza dei lavoratori. Volendo indicare in modo più particolareggiato il contenuto di questa direttiva, ed avvertendo che la convenienza e le modalità di ogni punto programmatico dovranno essere sempre giudicate in rapporto al presupposto oramai indispensabile dell’unità europea, mettiamo in rilievo i seguenti punti:

a) non si possono più lasciare ai privati le imprese che, svolgendo un’attività necessariamente monopolistica, sono in condizioni di sfruttare la massa dei consumatori; ad esempio le industrie elettriche, le imprese che si vogliono mantenere in vita per ragioni di interesse collettivo, ma che per reggersi hanno bisogno di dazi protettivi, sussidi, ordinazioni di favore, ecc. (l’esempio più notevole di questo tipo di industrie sono in Italia ora le industrie siderurgiche); e le imprese che per la grandezza dei capitali investiti e il numero degli operai occupati, o per l’importanza del settore che dominano, possono ricattare gli organi dello stato imponendo la politica per loro più vantaggiosa (Es.: industrie minerarie, grandi istituti bancari, industrie degli armamenti). E’ questo il campo in cui si dovrà procedere senz’altro a nazionalizzazioni su scala vastissima, senza alcun riguardo per i diritti acquisiti;

b) le caratteristiche che hanno avuto in passato il diritto di proprietà e il diritto di successione hanno permesso di accumulare nelle mani di pochi privilegiati ricchezze che converrà distribuire, durante una crisi rivoluzionaria in senso egualitario, per eliminare i ceti parassitari e per dare ai lavoratori gl’istrumenti di produzione di cui abbisognano, onde migliorare le condizioni economiche e far loro raggiungere una maggiore indipendenza di vita. Pensiamo cioè ad una riforma agraria che, passando la terra a chi coltiva, aumenti enormemente il numero dei proprietari, e ad una riforma industriale che estenda la proprietà dei lavoratori, nei settori non statizzati, con le gestioni cooperative, l’azionariato operaio, ecc.;

c) i giovani vanno assistiti con le provvidenze necessarie per ridurre al minimo le distanze fra le posizioni di partenza nella lotta per la vita. In particolare la scuola pubblica dovrà dare la possibilità effettiva di perseguire gli studi fino ai gradi superiori ai più idonei, invece che ai più ricchi; e dovrà preparare, in ogni branca di studi per l’avviamento ai diversi mestieri e alla diverse attività liberali e scientifiche, un numero di individui corrispondente alla domanda del mercato, in modo che le rimunerazioni medie risultino poi pressappoco eguali, per tutte le categorie professionali, qualunque possano essere le divergenze tra le rimunerazioni nell’interno di ciascuna categoria, a seconda delle diverse capacità individuali;

d) la potenzialità quasi senza limiti della produzione in massa dei generi di prima necessità con la tecnica moderna, permette ormai di assicurare a tutti, con un costo sociale relativamente piccolo, il vitto, l’alloggio e il vestiario col minimo di conforto necessario per conservare la dignità umana. La solidarietà sociale verso coloro che riescono soccombenti nella lotta economica dovrà perciò manifestarsi non con le forme caritative, sempre avvilenti, e produttrici degli stessi mali alle cui conseguenze cercano di riparare, ma con una serie di provvidenze che garantiscano incondizionatamente a tutti, possano o non possano lavorare, un tenore di vita decente, senza ridurre lo stimolo al lavoro e al risparmio. Così nessuno sarà più costretto dalla miseria ad accettare contratti di lavoro iugulatori;

e) la liberazione delle classi lavoratrici può aver luogo solo realizzando le condizioni accennate nei punti precedenti: non lasciandole ricadere nella politica economica dei sindacati monopolistici, che trasportano semplicemente nel campo operaio i metodi sopraffattori caratteristici specialmente del grande capitale. I lavoratori debbono tornare a essere liberi di scegliere i fiduciari per trattare collettivamente le condizioni a cui intendono prestare la loro opera, e lo stato dovrà dare i mezzi giuridici per garantire l’osservanza dei patti conclusivi; ma tutte le tendenze monopolistiche potranno essere efficacemente combattute, una volta che saranno realizzate quelle trasformazioni sociali 5.

E’ evidente che numerose affermazioni qui contenute potrebbero, oggi, essere ampiamente riviste, ma ciò non toglie che la domanda da porsi sia: cosa c’entrano il contenuto del Manifesto e le idee dei suoi estensori con l’Europa di Draghi, del capitale finanziario e della BCE oggi celebrata proprio attraverso le sue pagine? Visto che l’Europa unita sognata all’epoca dai due estensori e, prima, forse anche da Trockij andava in una ben diversa direzione.

La prima domanda, però, deve essere accompagnata anche da un’altra: cosa c’entrano gli attuali difensori dello Stato-nazione e dei suoi sacri confini, in un contesto di capitalismo avanzato, col socialismo, il comunismo e la rivoluzione?


  1. Si veda L.Trockij, Sull’opportunità della parola d’ordine Stati Uniti d’Europa (Per la discussione internazionale), «Pravda», 30 giugno 1923, ora in L. D. Trockij. Europa e America (a cura di David Bidussa), Celuc Libri, Milano 1980  

  2. Lenin, Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa, «Sotsial-Demokrat» n. 44, 23 agosto 1915  

  3. L. Trockij, Sull’opportunità della parola d’ordine Stati Uniti d’Europa (Per la discussione internazionale), «Pravda», 30 giugno 1923, in op. cit., p. 100  

  4. Per i lettori che dovessero strabuzzare gli occhi davanti a tali affermazioni, occorre qui ricordare che tale principio era in linea con la Nep, la Nuova politica economica, con cui Lenin aveva cercato di rivitalizzare l’economia dell’U.R.S.S. al termine della devastante guerra civile del 1919- 1921, mentre la statalizzazione assoluta di ogni attività economica e proprietà fu alla base delle politiche staliniane di industrializzazione forzata e competizione economica sul mercato mondiale. – N. d. R. 

  5. Altiero Spinelli, Enesto Rossi, Il Manifesto di Ventotene, Celid per conto del Consiglio Regionale del Piemonte, Torino 2001, Parte Terza: Compiti del dopoguerra- La riforma della società, pp. 24 – 26  

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L’anno degli anniversari / 1941 – 2021: Manifesto di Ventotene è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Estetiche inquiete. Joy Division e dintorni. Immaginari ed eredità https://www.carmillaonline.com/2021/10/19/estetiche-inquiete-joy-division-e-dintorni-immaginari-ed-eredita/ Tue, 19 Oct 2021 20:00:27 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=68729 di Gioacchino Toni

Dopo aver preso in considerazione [su Carmilla] le radici e il contesto del fenomeno Joy Division protrattosi nel tempo ben oltre la breve apparizione della band a cavallo tra gli anni Settanta e gli Ottanta, continuando a far riferimento al volume curato da Alfonso Amendola e Linda Barone, Our Vision Touched the Sky. Fenomenologia dei Joy Division (Rogas, 2021), vale la pena soffermarsi tanto sugli immaginari che hanno plasmato la produzione dei Joy Division quanto sull’incidenza da loro esercitata sulla scena coeva e sulle generazioni dei decenni [...]

Estetiche inquiete. Joy Division e dintorni. Immaginari ed eredità è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Gioacchino Toni

Dopo aver preso in considerazione [su Carmilla] le radici e il contesto del fenomeno Joy Division protrattosi nel tempo ben oltre la breve apparizione della band a cavallo tra gli anni Settanta e gli Ottanta, continuando a far riferimento al volume curato da Alfonso Amendola e Linda Barone, Our Vision Touched the Sky. Fenomenologia dei Joy Division (Rogas, 2021), vale la pena soffermarsi tanto sugli immaginari che hanno plasmato la produzione dei Joy Division quanto sull’incidenza da loro esercitata sulla scena coeva e sulle generazioni dei decenni successivi.

Nell’analizzare l’immagine grafica dei Joy Division, Alfredo De Sia evidenzia come questa si esprima soprattutto attraverso le cover dei dischi capaci di condensare la tematica della band rivelando tanto la matrice ermetica e dolente quanto la cultura poetico-letteraria di Ian Curtis.

Il primo elemento che contraddistingue l’immagine grafica del gruppo viene indicato dallo studioso nella copertina dell’EP, nella sua prima edizione autoprodotta, An ideal for living (1978) in cui campeggia un giovane tamburino nazi-style in bianco e nero su di una cover bianca che – in modalità do-it-yourself – “si espande” in alcune pagine con immagini, compresa una foto del gruppo. Il nuovo nome della band, che sostituisce il precedente Warsaw, in tale circostanza scritto con caratteri goticheggianti, richiama le “divisioni della gioa” (Freudenabteilungen) istituite dai nazisti e composte da prigioniere obbligate al soddisfacimento sessuale maschile. I riferimenti all’universo nazista non hanno mancato di suscitare perplessità all’epoca, tanto che con il passaggio della band alla Factory l’EP viene ristampato adottando una nuova copertina recante l’immagine di un fitto ponteggio edile con il nome del gruppo in sovrastampa sviluppato in maniera cruciforme.

Il secondo elemento grafico, destinato a restare nella storia, riguarda la cover del primo LP Unknown pleasures (1979) realizzata da Peter Saville con la celebre sequenza grafica di segnali pulsar su sfondo nero che, sostiene De Sia, è divenuta «il vessillo di coloro che, negli anni Ottanta, rifiutavano l’omologazione edonistica legata ai brand commerciali ma si identificavano in una cultura che, pur avendo perso la rabbia del punk, era immersa in una romantica ed ermetica disperazione» (p. 76).

Il terzo elemento riguarda ancora una volta una copertina, quella di Closer (1980), LP uscito pochi mesi dopo il suicidio di Curtis, recante un’immagine che Peter Saville deriva da uno scatto fotografico realizzato da Bernard Pierre Wolffa alla tomba della famiglia Appiani nel cimitero genovese di Staglieno. Il titolo dell’album è scritto con l’elegante font classicheggiante – il Palatino disegnato da Hermann Zapf nel 1948 –, mentre non compare il nome della band. Tale copertina – color avorio nell’edizione originale inglese, bianca nella versione diffusa negli altri paesi – si rivela del tutto in linea con la dolenza emanata dalla musica del gruppo in un album che può, secondo De Sia, essere considerato un epitaffio sulla parabola dei Joy Division.

Incentrando il suo contributo sulla “danza esistenziale” di Ian Curtis, scrive Manolo Farci:

Il post-punk fu un genere musicale che contribuì notevolmente ad accelerare quel processo di decostruzione dell’ideale virile maschile che era stato già profondamente eroso a partire dal secondo dopoguerra. Lo fece, anzitutto, a livello stilistico, preferendo alla mitologia del guitar hero la preminenza della linea ritmica basso-batteria, mettendo in primo piano l’uso dei sintetizzatori, che permettevano l’identificazione simbolica dello strumento come oggetto sessualmente ambiguo o, ancora, prediligendo uno stile di canto più elegante e raffinato rispetto alla rudezza del punk […]. Ma lo fece, soprattutto, sostituendo all’immaginario machista del cock-rock americano dei decenni precedenti, con l’ostentazione di una sessualità attiva, esplicita e spesso aggressiva […], una rappresentazione della mascolinità differente, intellettualmente complicata, apertamente vulnerabile, languidamente passiva o sessualmente inetta. Prima ancora che le innovazioni del post-punk colonizzassero i consumi di massa di milioni di adolescenti degli anni Ottanta, […] fu la breve e intensa parabola dei Joy Division a mettere in scena gli sforzi di una mascolinità che tentava di ripensare se stessa. In un momento storico in cui un intero mondo (socialdemocratico, fordista, industriale) manifestava la sua obsolescenza, e i contorni di una nuova realtà sociale (neoliberale, consumista, informatica) cominciavano a diventare visibili […], la loro musica offrì una delle più lucide testimonianze dello smarrimento di una intera generazione di giovani maschi (pp. 79-80).

Sebbene Curtis rappresenti un’anomalia rispetto ai frontman delle band di area punk dell’epoca, allo stesso tempo, sottolinea Farci, non è poi così diverso da tanti altri suoi coetanei.

Come la maggior parte dei giovani delle white working class travolti dalla spirale discendente dei vertiginosi Settanta, Ian Curtis sapeva bene che le certezze ingenue della civiltà postbellica erano crollate. L’ideologia patriarcale del capofamiglia non era più credibile, l’automatizzazione andava sostituendo il lavoro dipendente dalla forza muscolare, e l’aumento della disoccupazione creava sentimenti di impotenza in una intera generazione di uomini. I ragazzi sentivano di non poter più contare su quella idea di mascolinità tradizionale che i loro padri avevano contribuito ad affermare (p. 81).

Nei Joy Division tale angoscia risulta palpabile, così come nella danza di Curtis è ravvisabile il tentativo di confrontarsi con l’alterità femminile o nera mettendo in scena «la sofferta estraneità di una intera generazione maschile rispetto a un mondo in cui altre identità iniziavano a reclamare il proprio spazio» (p. 83).

La danza di Ian Curtis rappresentò anzitutto un modo attraverso cui la mascolinità bianca reagiva alla forte ondata di immigrazione post-bellica che stava vivendo l’Inghilterra in quel periodo e alla conseguente diffusione di nuove sonorità provenienti, in particolar modo, dalla Giamaica e dalla cultura caraibica. Nonostante la sua importanza sia stata innegabile, la black culture è stata spesso mal rappresentata nella musica rock. Il pubblico bianco ha storicamente richiesto che i musicisti neri si conformassero alle loro aspettative di esotismo e primitivismo e che incarnassero sensualità, spontaneità e grinta (p. 83).

Il mito del “selvaggio” non “addomesticabile” alle relazioni sociali della società moderna ha fortemente permeato l’immaginario rock che non di rado ha riprodotto lo sguardo colonialista che vuole “l’uomo nero” in balia dalla propria libido del corpo. Il fastidio provato dalla mascolinità rockettara bianca nei confronti della disco music è secondo lo studioso in parte riconducibile al suo mettere in scena una sessualità alternativa, lontana dal machismo tradizionale.

Il post-punk ha saputo rompere con tale immaginario e, nonostante sia stato un fenomeno in buona parte di matrice bianca, ha saputo rapportarsi con “la musica da ballo” in maniera meno oppositiva pur evitando, come ne caso dei Joy Division, di desumerne fisicità e ritmicità gioiose. Nel caso di Curtis il richiamo è piuttosto all’immaginario del disagio psichico e fisico desunto dall’iconografia del genio romantico in cui la malattia diventa un dono di sensibilità accresciuta.

Lo Sturm und Drung emotivo di Ian Curtis raccontava, così, il fallimento e la frustrazione della corporeità bianca rispetto alla ritmicità erotizzata della black culture. Alla virilità dell’Altro razziale sostituiva l’ideale del genio portatore di un dolore sofisticato espresso in un corpo fragile: una immagine iconica per una generazione di giovani uomini che cercava di rimarcare la propria differenza rispetto alla musica di derivazione nera e ritrovare, così, una qualche forma di legittimazione sociale (p. 86).

La “danza esistenziale” del frontman dei Joy Division consente, inoltre, ai giovani bianchi di rapportarsi con l’alterità femminile in linea con l’allontanamento dal machismo di matrice punk intrapreso da gruppi come Siouxsie and the Banshees, Bauhaus, Southern Death Cult e Sex Gang Children. Si può pertanto affermare, sostiene Farci, che la danza esistenziale di Curtis mette in scena la tematica della depressione in netto anticipo rispetto al suo divenire una preoccupazione sociale diffusa. Inoltre, continua lo studioso, il funereo nichilismo dei Joy Division si rivela non dissimile dall’immagine freudiana del malinconico «che mette in scena la perdita stessa come centro del suo affetto, facendo dell’assenza l’oggetto del proprio desiderio» (p. 88).

La malinconia e l’autocommiserazione da un lato, il masochismo e la debolezza dall’altro diventarono così alcuni tra i tratti più caratteristici attraverso cui la mascolinità post-punk si riappropriava dell’alterità femminile per tentare di riaffermare la propria differenza identitaria, la propria specificità maschile in un periodo in cui, disconosciuto l’ideale virile del passato, molti uomini erano alla ricerca di una rotta nuova su cui avventurarsi (p. 90).

Se quello tratteggiato sin qua riguarda l’immaginario Joy Division tra fine anni Settanta e inizio degli Ottanta, l’intervento di Paolo Bertetti e Domenico Morreale si sposta invece sul lascito del gruppo alle generazioni successive soffermandosi sul progetto “Unknown Pleasures Reimagined” organizzato dalla Warner Music in occasione del quarantesimo anniversario dall’uscita di Unknown pleasures nel 1979. Coordinata da Warren Jackson della Warner e da Orian Williams, che aveva già collaborato al film Control, (2007) diretto da Anton Corbijn sulla figura di Ian Curtis, l’iniziativa prevede di affidare a registi di diversa provenienza la produzione di dieci audiovisivi low budget, incentrati su altrettanti brani contenuti nell’album. La distanza di tempo che separa la produzione degli audiovisivi dall’opera del gruppo è tale per cui l’allontanamento dall’estetica dei Joy Division è risultato quasi inevitabile.

L’idea dei produttori è dunque quella di reimmaginare un immaginario e non di rielaborare quello esistente e consolidato attraverso i prodotti mediali e le pratiche fan. Inevitabilmente, tuttavia, gli autori coinvolti si sono, più o meno consapevolmente, confrontati con quel repertorio di immagini sedimentato nella memoria collettiva e che ha plasmato, negli anni, l’identità della band (p. 94).

Al fine di comprendere a fondo i nuclei tematici estetico/narrativi propri dell’immaginario dei Joy Division occorre, secondo i due studiosi, considerare attentamente il rapporto tra le rappresentazioni mediali della band e della Factory Records e il sistema mediale che ne ha consentito la circolazione nei decenni successivi. Si possono pertanto individuare tre fasi di circolazione delle rappresentazioni mediali che contribuiscono a edificare l’immaginario della band lungo i quattro decenni che separano il progetto dall’uscita del loro primo LP.

Una prima fase viene individuata nel periodo a cavallo tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, in cui la circolazione mediatica del gruppo avviene attraverso la distribuzione discografica e radiofonica, oltre che sulle pagine delle riviste musicali. L’immagine dei Joy Division è in tale periodo delegata alla grafica delle cover e ai servizi sui magazine in cui spiccano il celebre scatto del 1979 di Kevin Cummins che ritrae il gruppo su Princess Parkway a Manchester e quello di Anton Corbjin che mostra la band di spalle nella stazione metropolitana londinese di Lancaster Gate con il solo Curtis che, attardandosi dagli altri, si gira verso il fotografo. «Queste rappresentazioni individuano alcune costanti estetiche che ricorreranno negli anni: il bianco e nero delle fotografie, la dimensione urbana del sound che rispecchia il soundscape di una Manchester postindustriale, l’incomunicabilità e l’isolamento […], la normalità antidivistica dei membri della band, la “serietà”» (p. 96).

La seconda fase individuata da Bertetti e Morreale riguarda il lasso di tempo compreso tra gli anni Ottanta e l’inizio del nuovo millennio e in questo caso si aggiungono il medium televisivo, soprattutto i canali videomusicali, l’home-video e il compact disc su cui vengono rimasterizzati i vecchi brani. Alla dimensione urbana e all’antidivismo si aggiunge poi la danza particolare di Curtis con inevitabili riferimenti all’epilessia che diviene, insieme al suicidio, centrale nelle narrazioni mediali relative al frontman della band. Tra le produzioni più celebri del periodo occorre citare il video musicale Atmosphere (1988) realizzato da Anton Corbjin per promuovere la compilation Substance (1988) fatta uscire dalla Factory Records.

Infine, una terza fase si apre con la diffusione del web e dei social network che permettono nuove forme di riappropriazione e rielaborazione dell’immaginario gravitante attorno ai Joy Division.

Bertetti e Morreale si soffermano sul legame tra l’estetica della band e gli scenari (post)industriali e i sobborghi proletari di Manchester. «La musica dei Joy Division trasforma il paesaggio industriale degradato della provincia inglese in un paesaggio interiore, nel quale lo straniamento materiale diventa straniamento esistenziale, in un “no future” più intimo e adulto – e per certi versi anche più intellettuale – di quello punk, un’alienità urbana giocata su lacerti burroughsiani e ballardiane atrocità in mostra» (p. 100).

Se l’estetica originaria del gruppo si lega al contesto storico-sociale della Manchester dell’epoca, sostengo i due studiosi, le reinvenzioni tendono invece a svicolare la musica dei Joy Division dal contesto in cui è stata prodotta riproponendola «in chiave più universale e internazionale (più facilmente commercializzabile?), caricandola di temi, figure, immaginari e persino valori ideologici diversi, legati a una dimensione più attuale e globale, in grado di connetterla a generazioni e vissuti anche assai distanti da essa» (pp. 100-101).

L’immagine lo-fi dei Joy Division è invece al centro dell’analisi di Jennifer Malvezzi che ragiona, appunto, su come buona parte delle immagini riguardanti la band siano “poor images”, immagini a bassa risoluzione, sgranate, derivate da quella logica artigianale del do-it-yourself introdotta del punk, quasi a enfatizzare a livello tecnologico il divario sociale tra i “figli della Manchester in disgregazione” e il nascente yuppismo dall’immagine patinata nel passaggio dai Settanta agli Ottanta. D’altra parte, però, sottolinea Malvezzi, in netto anticipo sui tempi, «le immagini mediali e i prodotti audiovisivi dei Joy Division hanno saputo incarnare molte delle derive esistenziali divenute sempre più comuni con l’avvento massivo del digitale: l’alienazione, la solitudine, il rapporto di disparità crescente tra i nostri corpi e l’ambiente urbano» (p. 112).

Lo scritto di Fabio La Rocca evidenzia come i Joy Division rappresentino perfettamente una particolare cultura incarnata nel quotidiano propria del periodo in cui nasce ma capace di parlare all’attualità funzionando da

eco di un tempo culturale che persiste nell’immaginario della memoria collettiva e risuona grazie alle immagini che rappresentano altresì una modalità narratologica […] L’effervescenza collettiva generata dal suono di Joy Division e dalle caratteristiche simboliche che ne derivano rappresenta una potenza societale in cui il residuo emozionale attiva un campo di forza che permette […] quel processo di proiezione/identificazione in atto nella relazione che l’essere umano intraprende nei processi culturali e nelle susseguenti forme di adorazioni collettive e passioni comuni. Ciò genera una certa “affettologia” sociale da intendere come una sensibilità che alimenta e struttura l’immaginario culturale creando forme di adorazioni e condivisione emozionali (pp. 134 e 137).

Non è nei successivi New Order che secondo lo studioso è possibile rintracciare il persistere del mito della band, bensì «in quella sorgente di memoria collettiva del suono autentico dei Joy Division e dei movimenti rapidi e nervosi sulla scena di Ian Curtis che contribuiscono all’edificazione della storia culturale-musicale e a quelle immagini che ne alimentano il mito» (p. 139).

Giuseppe Allegri situa l’epopea del gruppo tra due polarità coincidenti da un lato con l’impresa comune generazionale post-punk della Menchester di fine anni Settanta e dall’altro con la «vocazione isolazionista, introspettiva e solitaria di questo manipolo di dropout ventenni del nord-ovest inglese, riuniti intorno a un ragazzo carismatico, dolce e al contempo iroso come Ian Curtis» (p. 186).

Francesca Ferrara evidenzia come l’immaginario incarnato dal gruppo – le cui canzoni ruotano attorno a concetti quali freddezza, pressione, oscurità, crisi, fallimento, cedimento, perdita di controllo – sia associabile a una poetica della distanza che si palesa innanzitutto nei confronti dei propri fan, evidenziata dal ricorso a una sorta di strategia “anti-immagine” pubblica contraddistinta da un modo di presentarsi old-fashioned in contrasto con la tradizione rock e punk. Il gruppo pare persino disinteressato all’interpretazione che viene data ai loro testi. I Joy Division anziché enfatizzare rabbia ed energia, trasmettono emozione ed espressività aprendo la strada ad un versante di sound malinconico poi diffusosi negli anni Ottanta. Ribaltando un certo atteggiamento ribellistico rock di matrice politico-sociale, la band incarna piuttosto una tendenza introspettiva, desolata, claustrofobica, disperata.

Ma quella distanza e quella freddezza percepite dal pubblico erano in primo luogo enfatizzate dalla figura del frontman del gruppo. Quella di Ian Curtis era una «presenza assente» […], la cui indifferenza al mondo circostante era talmente evidente da emergere in modo chiaro financo dalle fotografie che gli venivano scattate […] Con quei movimenti convulsi e scoordinati, quindi, le esibizioni di Ian sembravano manifestare ancora più direttamente, attraverso una mescolanza di finzione e autenticità, di artisticità e malessere, la distanza del cantante dall’attualità della situazione presente: Ian Curtis era in primo luogo assente a se stesso, la distanza tra lui e il resto del mondo era in primo luogo distanza tra sé e sé (pp. 213-214).

Lo stesso sound, caratterizzato dell’eco e del riverbero nel mixaggio degli strumenti, enfatizza ulteriormente, secondo Ferrara, «una percezione sonora di distanza e lontananza, sottolineando la stretta connessione tra spazio acustico ed effetto emotivo nell’ascoltatore» (p. 215). Passando in rassegna anche i testi delle canzoni, la studiosa conclude che, in generale, «Dimensione pubblica, dimensione psichica e dimensione artistico-compositiva sembrano […] rimandarsi, lasciando emergere una dialettica tra presenza ed assenza, tra elementi che si intrecciano, toccandosi a distanza» (p. 217).

Il volume Our Vision Touched the Sky. Fenomenologia dei Joy Division, tratteggiato nei due scritti che gli sono qua stati dedicati prendendo in esame, per motivi di spazio, soltanto alcuni tra i tanti contributi che lo compongono, si rivela un’analisi preziosa dell’esperienza Joy Division. Oltre alla prefazione di Roberta Paltrinieri, nel libro sono presenti contributi di: Alfonso Amendola e Linda Barone, Alfonso Amendola e Novella Troianiello, Daniele De Luca, Eugenio Capozzi, Donato Guarino, Alfredo De Sia, Manolo Farci, Paolo Bertetti e Domenico Morreale, Jennifer Malvezzi, Andrea Rabbito, Fabio La Rocca, Alessandro Gnocchi, Vincenzo Romania, Linda Barone, Massimo Villani, Giuseppe Allegri, Fortunato M. Cacciatore, Francesca Ferrara, Caterina Tomeo, Emiliano Ilardi, Raffaele Federici, Giada Iovane e Giovanni Maria Riccio, Michelle Grillo.

Joy Division: Shadowplay, She’s Lost Control & Transmission (Live 1978)


Estetiche inquiete serie completa su Carmilla

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Estetiche inquiete. Joy Division e dintorni. Immaginari ed eredità è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Bullismo filosofico https://www.carmillaonline.com/2021/10/19/bullismo-filosofico/ Mon, 18 Oct 2021 23:47:16 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=68743 di Pierandrea AmatoAlberto Giovanni BiusoRoberta LanfrediniDavide MiccioneValeria Pinto, Nicola Russo

Se gli oltre cento estensori del piccolo manifesto dal titolo Non solo Agamben avessero scritto un testo a favore delle politiche governative italiane sul Covid 19, a favore del lasciapassare sanitario, sarebbe stato un documento legittimo, per quanto non condivisibile. E invece hanno voluto attaccare in tanti una sola persona, un filosofo italiano molto noto, con argomenti -rispetto alla complessità delle tesi di Giorgio Agamben– sinceramente imbarazzanti. Ma la cosa grave non è il merito della questione, la cosa [...]

Bullismo filosofico è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Pierandrea AmatoAlberto Giovanni BiusoRoberta LanfrediniDavide MiccioneValeria Pinto, Nicola Russo

Se gli oltre cento estensori del piccolo manifesto dal titolo Non solo Agamben avessero scritto un testo a favore delle politiche governative italiane sul Covid 19, a favore del lasciapassare sanitario, sarebbe stato un documento legittimo, per quanto non condivisibile. E invece hanno voluto attaccare in tanti una sola persona, un filosofo italiano molto noto, con argomenti -rispetto alla complessità delle tesi di Giorgio Agamben– sinceramente imbarazzanti. Ma la cosa grave non è il merito della questione, la cosa grave è il rivolgersi contro una persona priva di potere politico e accademico indicandola alla pubblica riprovazione. Un atto di bullismo, di violenza organizzata. Hanno formulato solo un nome, quello di Agamben appunto, e non – ad esempio – quello di Massimo Cacciari, che insieme ad Agamben ha redatto e pubblicato un documento che stigmatizza la logica, le radici, le implicazioni del green pass sanitario.

Forse perché Cacciari ha un potere mediatico e accademico che Agamben non possiede? Forse perché un documento senza nomi sarebbe stato in gran parte ignorato mentre il nome di Agamben, internazionalmente noto, attira l’attenzione di molti? Si tratta quindi di un atto di bullismo che ha come motivazione un fatto di marketing, di ascolto, di eco mediatica?

Un atto di bullismo condotto poi con ‘argomentazioni’ degne dei  luoghi più culturalmente deprivati della Rete. Al centro del documento, ripetuto addirittura per due volte, c’è il paragone del lasciapassare sanitario con la patente di guida. Vale a dire si argomenta con serietà che una competenza tecnica precisa e circoscritta, il guidare un’automobile, sia la stessa cosa di un lasciapassare relativo all’inoculazione nel corpo di un vaccino. Ma non è neppure questo il punto centrale. Si pongono sullo stesso piano il divieto di guidare senza patente e il divieto di utilizzare treni e aerei; di frequentare concerti, cinema, musei, biblioteche, ristoranti, corsi universitari; il divieto soprattutto di lavorare, di esercitare cioè un diritto fondamentale, e quindi di vivere, di sopravvivere, di esistere. Vivere non è qualcosa di più ampio del guidare un’automobile? Qualcosa di più originario, fondante, essenziale? Un riduzionismo ‘automobilistico’ grave se adottato da chiunque, incredibile se sostenuto da professori universitari.

I filosofi firmatari non sono capaci di argomentazioni più profonde, più sottili, più inscritte nella complessità del mondo? Non solo: nel documento si afferma che i filosofi critici verso il green pass «rappresentano soltanto il loro punto di vista su questi temi». E che cos’altro dovrebbero rappresentare? Forse la verità assoluta della quale invece gli estensori del documento si ritengono evidentemente i portatori? Per loro non vale il fatto che ciò che hanno scritto rappresenti «il loro punto di vista su questi temi»?

Logiche e atteggiamenti escludenti come quelli che emergono da quelle righe non descrivono la complessità del mondo. La vita individuale e le esistenze collettive sono composte da sfumature, accenti, molteplicità. Da quel povero testo emerge una grande superficialità, che è un limite imperdonabile per chi si definisce filosofo.

17 ottobre 2021

 

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Bullismo filosofico è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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