Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Wed, 23 Sep 2020 20:54:13 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.15 L’armata a cavallo (che non cambiò i destini del mondo) https://www.carmillaonline.com/2020/09/23/larmata-a-cavallo-che-non-cambio-i-destini-del-mondo/ Wed, 23 Sep 2020 20:00:44 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=62642 di Sandro Moiso

Mikhail Nikolayevich Tukhachevsky, MILLENOVECENTOVENTI. La “marcia sulla Vistola” e la rivoluzione alle porte d’Europa, traduzione a cura di Fabio Pellicanò, Circolo Internazionalista Francesco Misiano, supplemento a Pagine Marxiste n° 48, gennaio 2020, pp. 160, 10 euro

Isaak Babel’, giornalista e scrittore sovietico, nel 1940, quando fu fucilato nella prigione di Butyrka a seguito di un ennesimo processo farsa, pagò duramente l’onesta descrizione della campagna militare in Polonia durante la guerra civile russa fatta nei racconti contenuti nella sua opera più famosa: L’armata a cavallo (titolo originale “La cavalleria rossa”). [...]

L’armata a cavallo (che non cambiò i destini del mondo) è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Sandro Moiso

Mikhail Nikolayevich Tukhachevsky, MILLENOVECENTOVENTI. La “marcia sulla Vistola” e la rivoluzione alle porte d’Europa, traduzione a cura di Fabio Pellicanò, Circolo Internazionalista Francesco Misiano, supplemento a Pagine Marxiste n° 48, gennaio 2020, pp. 160, 10 euro

Isaak Babel’, giornalista e scrittore sovietico, nel 1940, quando fu fucilato nella prigione di Butyrka a seguito di un ennesimo processo farsa, pagò duramente l’onesta descrizione della campagna militare in Polonia durante la guerra civile russa fatta nei racconti contenuti nella sua opera più famosa: L’armata a cavallo (titolo originale “La cavalleria rossa”). Testo, pubblicato in prima istanza nella rivista LEF di Vladimir Majakovskij nel 1924, che era il risultato delle osservazioni fatte sul campo dallo scrittore che era stato assegnato, come giornalista, alla prima armata a cavallo del Feldmaresciallo Semën Michajlovič Budënnyj, diventando così testimone diretto della campagna di Polonia che cercava di portare la rivoluzione comunista fuori dalla Russia. In quell’occasione l’Armata Rossa penetrò fin quasi a Varsavia, ma fu infine respinta nella battaglia del 1920 svoltasi in prossimità della capitale polacca.

Anche l’autore del testo qui recensito, Mikhail Nikolayevich Tukhachevsky, finì col pagare con la vita nel 1937, tra le altre cose, le posizioni sostenute nel corso di quella campagna militare e la critica alle scelte militari dell’incipiente stalinismo. Ma con una non piccola differenza, rispetto al primo: egli aveva diretto, in qualità di generale dell’Armata Rossa, le operazioni sul fronte polacco ed era stato testimone degli errori politico-militari che avevano minato la riuscita di una campagna militare che avrebbe potuto cambiare le sorti della storia d’Europa e del mondo, se le armate sovietiche fossero riuscite a congiungersi con la classe operaia tedesca ed occidentale nei turbolenti anni del primo dopoguerra.

A Tukhachevsky, già sottotenente dell’esercito zarista, dopo la Rivoluzione era stato affidato il comando della I Armata che combatté sui principali fronti della guerra civile. La sua carriera militare fu notevole: capo di stato maggiore dell’Armata Rossa nel 1924, fino al più alto grado, quello di maresciallo dell’Unione Sovietica. Nonostante le divergenze d’opinione su questioni di carattere militare e politico mantenne sempre ottimi rapporti – ufficiali e personali- con Trotsky, nei confronti del quale mai espresse giudizi sfavorevoli o critiche, ignorando così le pressioni del partito. Arrestato nel maggio 1937 nel corso delle grandi purghe staliniane, Tukhachevsky venne condannato per spionaggio con false prove ed eliminato.

La pubblicazione italiana del testo, curata dal Circolo Internazionalista Francesco Misiano, in occasione del centenario di quella guerra, riproduce sia le conferenze tenute dal generale sovietico per il Corso di Complemento dell’Accademia militare di Mosca dal 7 al 23 febbraio del 1923 che una lettera dello stesso Tukhachevsky a Zinov’ev del 18 luglio 1920, in cui veniva tracciata una prima e importante valutazione politica delle ragioni del fallimento dell’offensiva sul fronte occidentale.

Il lettore, infatti, troverà tra le sue pagine, oltre ad un’ attenta disamina sulla questione Crisi, guerra e rivoluzione in Marx, Engels e Lenin e sullo specifico della guerra russo-polacca contenuta nella Postfazione curata dai militanti del Circolo Misiano, la possibilità di riflettere su alcune problematiche di carattere sia storico che politico che a cent’anni di distanza non hanno ancora perso significatività.

Quelle di carattere storico riguardano la superficialità con cui negli ultimi decenni, ma forse anche già da prima, si è guardato a quella guerra, interpretandola soltanto come un primo passo dell”imperialismo’ sovietico nei confronti della Polonia, prima, e del resto dell’Europa centrale poi.
In questa dominante vulgata la Polonia del Maresciallo Józef Klemens Pilsudski, che dopo l’entrata in vigore della Costituzione parlamentare nel 1921 e la vittoria elettorale dei democratico-nazionali nel 1922 avrebbe, nel 1926, preso il potere con un proprio partito di ispirazione fascista (Sanacja – Risanamento), abolito il Parlamento e assunto poteri pienamente dittatoriali che avrebbe poi mantenuto fino alla sua morte nel 1935, di solito interpreta il ruolo della giovane e orgogliosa nazione, tutta unita al suo interno, che lotta contro l’aggressione del gigante vicino.

In realtà, prima e durante la guerra con le armate rosse, il paese fu sconvolto da lotte operaie che furono duramente represse e da una ribellione serpeggiante fin nelle file dell’esercito. Motivo per cui, durante lo stesso conflitto, almeno un reggimento tentò di passare, al completo di armi e bagagli, sotto il comando dell’Armata Rossa.

Smontata questa impostazione patriottarda della resistenza polacca al “dilagare” delle armate sovietiche, il passo successivo sarà dunque costituito dall’esame degli errori militari e politici che contribuirono al rallentamento prima e alla sconfitta poi dell’offensiva rivoluzionaria verso il cuore dell’Europa occidentale e della sua ribollente, all’epoca, classe operaia.

E qui militare e politico si intrecciano inequivocabilmente, come d’altronde avviene quasi sempre in ogni guerra, poiché molto spesso gli errori compiuti sul campo derivano da scelte operate lontano dal fronte e intorno ai tavoli della politica.
Nelle settimane dirimenti per l’offensiva, inutili furono i richiami e gli ordini di Tukhachevsky affinché tutti gli sforzi e tutte le forze disponibili sul fronte della Vistola fossero concentrate nel tentativo di prendere Varsavia. Una parte dello Stato Maggiore sovietico, tra cui lo stesso Budënnyj, preferì non dare ascolto alle richieste del comandante delle operazioni, per puntare invece tutte le altre risorse disponibili nel tentativo di conquistare la città di L’vov (Leopoli), obiettivo assolutamente secondario, se non inessenziale, rispetto alle ragioni della campagna rivoluzionaria voluta dagli stessi Lenin e Trotsky.

Qualunque fossero le scelte di carattere personale operate dagli altri generali (tattiche oppure semplicemente legate a motivi di invidia e rancore personale nei confronti del nascente astro di Tukhachevsky), si manifestò proprio in quel momento l’inizio del contrasto tra due differenti concezioni delle finalità della stessa rivoluzione russa.
La prima, fatta propria da Lenin, Trotsky e dallo stesso Tukhachevsky, intendeva la rivoluzione dei Soviet come un primo passaggio verso una rivoluzione internazionale permanente, destinata ad essere esportata anche con le armi o, come si diceva allora, “sulla punta delle baionette”, al fine del rovesciamento su scala mondiale, o almeno europea, del capitalismo.
La seconda, che si rivelò poi vincente con l’ascesa di Stalin ai vertici del potere, intendeva invece ciò che era successo dal febbraio del ’17 in poi come un movimento indirizzato alla creazione del “socialismo in un solo paese”. Sostanzialmente una rivoluzione nazionale il cui compito sarebbe stato quello di rendere indipendente e potente la nascente Unione Sovietica.

E’ facile capire come, su un fronte in movimento, qualsiasi ritardo possa trasformarsi in disfatta per gli eserciti che avanzano e in motivo di rafforzamento per quelli schierati a difesa dell’obiettivo principale che i primi intendevano raggiungere, così, nel giro di poche settimane, l’offensiva fallì, trasformandosi in disfatta.
E qui occorre aggiungere un paio di altre considerazioni.

La prima è che quella offensiva nulla ebbe a che spartire con l’espansionismo sovietico nei confronti dell’Europa centrale e germanica alla fine del secondo conflitto mondiale, compresa la scelta di lasciare massacrare gli insorti polacchi dalle truppe naziste, dopo che i primi avevano già liberato Varsavia dalle truppe tedesche, molto meglio armate, nell’estate-autunno del 1944.
Tanto meno con gli interventi militari a favore dei paesi e dei partiti fratelli (Berlino Est 1953 – Ungheria 1956 – Praga 1968 – Polonia 1981). Operazioni militari e interventi repressivi che invece servirono a manifestare in pieno il volto imperialista del “socialismo in un solo paese” .

La seconda è data dal fatto che, pur tenendo conto delle scelte autoritarie del governo rivoluzionario e del ruolo di comandante svolto da Tukhachevsky nelle operazioni nei confronti dei rivoltosi di Kronstadt e di Tambov, il tentativo di sfondare in Occidente era dettato dal sincero convincimento che soltanto con la partecipazione degli operai e dei comunisti occidentali ad un allargamento internazionale della Rivoluzione questa avrebbe potuto affermarsi in maniera stabile e, forse, definitiva. In un momento in cui in Europa, dalla Germania all’Italia del Biennio Rosso, le insurrezioni e le acque della rivolta sociale erano tutt’altro che placate.

Ed è proprio nella lettera a Zinov’ev che possiamo ritrovare alcune considerazioni, svolte dal generale sovietico, utili ancora oggi, esattamente ad un secolo di distanza, ed estremamente significative per cogliere appieno il significato delle scelte politiche e militari di Tukhachevsky:

La guerra civile, che non fu una piccola guerra né una guerra partigiana, ma una guerra civile vasta, materialmente logorante, durata due anni e mezzo, ci colse di sorpresa per ciò che riguardava le sue proporzioni.
Per ciò che riguarda un esercito proletario regolare, in generale il complesso dei membri del nostro partito non era preparato.
Questa nostra mancanza di preparazione alla guerra fa sentire ancor oggi le sue conseguenze. Il principale motivo di questi errori sta nel fatto che non sono stati studiati né la forma teoretica né i mezzi per resistere alla borghesia nel periodo della rivoluzione socialista. La strategia e la tattica delle guerre civili da una parte e di quelle imperialiste e nazionali dall’altra non sono eguali (per ciò che concerne le forme e i mezzi) neppure in una stessa epoca. E’ necessaria un’indagine sulla teoria della guerra civile: questo tipo di guerra interessa più di ogni altro la classe operaia e quindi il Partito comunista, come elemento attaccante; e quindi essi devono studiarla […]1

I principii fondamentali della strategia della guerra di classe cioè della guerra civile su cui si dovranno basare tutti i calcoli e che sono nettamente diversi dai principi fondamentali della strategia della guerra imperialistica sono i seguenti:

1) La guerra si potrà concludere solo con l’instaurazione dell’universale dittatura del proletariato, perché la borghesia mondiale non permetterà all’isola socialista di vivere in pace.
2) Da questo primo principio segue che lo Stato, una volta soggetto al potere della classe operaia, non dovrà proporsi in guerra uno scopo politico conforme alle sue forze armate e mezzi militari, bensì creare forze bastevoli alla conquista degli stati borghesi in tutto il mondo.
3) La fonte da cui l’esercito trarrà i suoi uomini sarà il proletariato di tutto il mondo, senza riguardo per le nazionalità.
4) Non vi sarà mai pace sulle frontiere tra l’isola socialista e lo Stato borghese. Esse saranno sempre un fronte, sia pure in forma latente.

[…] La guerra civile mondiale non deve coglierci completamente di sorpresa. La classe operaia deve essere addestrata a combatterla […] Mi sembra che la situazione non permetta indugi2.


  1. Lettera a Zinov’ev, compresa in M.N.Tukhachevsky, Millenovecentoventi, pag. 95  

  2. Lettera, op. cit., pp. 96-97  

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L’armata a cavallo (che non cambiò i destini del mondo) è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Territorio, sfruttamento, migrazione e conflitto: la lezione siciliana https://www.carmillaonline.com/2020/09/22/territorio-sfruttamento-migrazione-e-conflitto-la-lezione-siciliana/ Tue, 22 Sep 2020 20:00:49 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=62608 di Jack Orlando

Antudo Info (a cura di), Si resti arrinesci, Deriveapprodi 2020, 9,00€

È da quando l’Italia è fatta che la famigerata Questione meridionale torna ciclicamente ad agitare il dibattito politico, con la sua coda di narrazioni vittimistiche e di paternali da vecchia borghesia, di scrollate di spalle e promesse solenni; un nodo mai sciolto perché in fondo non si può sciogliere uno dei pilastri dell’edificio del paese Italia, costruito sul sottosviluppo consapevole e strutturale del Sud a vantaggio del motore capitalistico collocato al Nord.

Un Sud buono per essere [...]

Territorio, sfruttamento, migrazione e conflitto: la lezione siciliana è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Jack Orlando

Antudo Info (a cura di), Si resti arrinesci, Deriveapprodi 2020, 9,00€

È da quando l’Italia è fatta che la famigerata Questione meridionale torna ciclicamente ad agitare il dibattito politico, con la sua coda di narrazioni vittimistiche e di paternali da vecchia borghesia, di scrollate di spalle e promesse solenni; un nodo mai sciolto perché in fondo non si può sciogliere uno dei pilastri dell’edificio del paese Italia, costruito sul sottosviluppo consapevole e strutturale del Sud a vantaggio del motore capitalistico collocato al Nord.

Un Sud buono per essere usato come bacino di forza lavoro da trapiantare altrove, alle catene di montaggio della fabbrica, tra gli scaffali del terziario precarizzato o tra i banchi delle università-aziende delle metropoli, usato come discarica dove buttare gli scarti tossici di produzione e le colpe ataviche e primigenie del popolo italico pigro, truffatore e violento, la culla mitopoietica di un discorso dal sapore semirazziale, sempre buono per la legittimazione di politiche di sfruttamento sociale e avanzamento capitalistico da riversare poi su tutto il Belpaese.

Il Sud Italia come colonia interna, conquistato e assorbito a colpi di cannone e baionetta, normalizzato attraverso l’emorragia sociale delle migrazioni, desertificato attraverso la politica predatoria: è da questo assunto che parte il lavoro politico che la piattaforma siciliana Antudo ha sintetizzato nelle cento pagine del libro Si resti arrinesci (“se rimani riesci”), slogan che ribalta il vecchio e triste adagio cu nesci arrinesci (“chi parte riesce”), nel tentativo di dare corpo materiale e discorsivo alla battaglia contro l’emigrazione (soprattutto giovanile) dall’isola.

Più che tratteggiare i contorni essenziali di questa esperienza politica, quello che si rivela di importanza strategica nella riflessione proposta è l’assunzione di un punto focale per una prassi politica radicale (radicale nel senso originario, di andare alla radice delle cose) che sappia assumere attorno e dentro di sé tutto un caleidoscopio di contraddizioni e frizioni che vivono dentro lo schema del presente.

Assumere l’emigrazione come terreno di scontro vuol dire quindi andare a riscoprire quella storia, rimossa dalla storiografia ufficiale, che fa da trampolino alla riscoperta di un’identità culturale e collettiva sepolta sotto cumuli di giudizi inferiorizzanti. Insegnava Fanon che la scoperta di una propria identità e dignità costituisce una delle basi per il dischiudersi di una soggettività in grado di reclamare la propria emancipazione ed esercitare la propria coscienza. Non solo: significa ragionare sui meccanismi che si celano sotto quell’identità spezzata e sulle logiche politiche che hanno dato la forma alla realtà del meridione – quale posto assegnare alla sua gioventù, quali funzioni produttive (o improduttive) consegnare ai territori, quale tributo di sangue e denaro collocare sulla bilancia di disoccupazione e tassazione, quali nodi devono stringere più dolorosamente il corpo sociale per mantenerlo nella sua condizione subordinata.

Oppure, ancora, significa agire su una condizione oggettiva, materiale, che informa però soggettivamente tutto il tessuto sociale, ne crea le condizioni psicologiche ed emotive: dalle amicizie perse ai tornelli del porto, agli abbracci di congedo nelle famiglie, fino al senso di impotenza che aleggia su chi rimane e guarda gli altri andare altrove e quello di ineluttabilità che contorna gli emigranti. La dimensione strutturale si fa qui fatto intimo, di un personale che è immediatamente collettivo perché accomuna tutta una popolazione; il fattore particolare sgrana il rosario delle contraddizioni per disegnare tutto lo spettro del sistema di dominio e sfruttamento.
La battaglia per fermare l’emigrazione è allora battaglia per costruire le condizioni per rimanere, rimanere è il presupposto per la ricostruzione di una forza collettiva in grado di incidere e scardinare le strutture del nemico e costruire delle ipotesi concrete di cambiamento reale.

Se quello di Antudo è un lavoro pensato, costruito e agito particolarmente sulla dimensione locale della Sicilia è anche vero che, come vuole il luogo comune per cui ogni Nord ha il suo Sud, non è una dimensione esclusivamente siciliana quella dell’emigrazione come problema sociale, che, anzi, accomuna non solo tutto il meridione italiano, ma anche buona parte delle sue province, in cui il futuro ha i contorni stretti e grigi del cemento. Un minimo comune denominatore quindi, su cui ritorna quella possibilità di andare alla radice delle cose e dare corpo a focolai di resistenza e costruzione del dissenso e del contropotere.

Azzardando l’ipotesi di salire ancora di più nella catena della violenza sistemica, il marchio a fuoco impresso a suo tempo da casa Savoia alle terre del fu regno borbonico, non ricorda molto da vicino la collocazione che l’Italia ha assunto giocoforza nello scacchiere europeo? Fornitore di manodopera specializzata e rassegnata, discarica di colpe e rifiuti, peones cui dare pacche (o randellate) sulla testa; assunta con una punta di sarcasmo e saccenza padronale nel novero dei Pigs, i paesi scarsi d’Europa, i maiali che stanno nel primo mondo giusto a patto di stare nel fango del porcile.

Seguendo il filo del dominio coloniale non si tratta più (o non solo) di una faccenda localistica, di una Questione meridionale, ma di una questione dei territori, del loro uso capitalistico ma anche del loro contro-utilizzo all’interno di un disegno di antagonismo radicale di ampio respiro. Non si sta parlando qui della vetusta e mai chiarita parola d’ordine “ritornare nei territori”, ma di impugnare quei punti focali, quale è ad esempio l’emigrazione, che assumono su di sé la carica delle emozioni proprie del soggettivo e la dimensione delle contraddizioni oggettive che il capitale mette in bella mostra sui marciapiedi, di coniugare un’azione capillare e localizzata con una strategia di costruzione organizzativa e politica il più ampia e articolata possibile, sulla base di elementi centrali e riproducibili. Tale è la scommessa ambiziosa che, in controluce, le pagine di Antudo sembrano suggerire all’occhio militante, levandosi di torno quelle sfumature morali da sinistra pretesca che nessun interesse suscitano nel soggetto reale, per affrontare invece battaglie che sono prima di tutto materiali e che, proprio in quanto materiali, vanno a mutare l’orizzonte dei peones convertendoli in guerrilleros, e a ridisegnare i territori da luoghi d’accumulazione di capitale ad avamposti di conflitto.

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Processi di ibridazione. L’immagine (è) mutante https://www.carmillaonline.com/2020/09/21/processi-di-ibridazione-limmagine-e-mutante/ Mon, 21 Sep 2020 21:05:51 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=62275 di Gioacchino Toni

«io cerco sempre di mostrare […] quel momento in cui ci si rende conto che la realtà non è che una possibilità, debole e fragile come tutte le altre possibilità» David Cronenberg

Agli inizi degli anni Ottanta esce nelle sale Videodrome (Id., 1983) di David Cronenberg, opera con cui il regista canadese inaugura una serie di pellicole in cui, in maniera più esplicita rispetto ad altre sue realizzazioni, pone lo spettatore di fronte allo sconvolgimento dei piani di realtà. Si tratta di un film incentrato sul rapporto dell’individuo con quell’apparecchio [...]

Processi di ibridazione. L’immagine (è) mutante è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Gioacchino Toni

«io cerco sempre di mostrare […] quel momento in cui ci si rende conto che la realtà non è che una possibilità, debole e fragile come tutte le altre possibilità» David Cronenberg

Agli inizi degli anni Ottanta esce nelle sale Videodrome (Id., 1983) di David Cronenberg, opera con cui il regista canadese inaugura una serie di pellicole in cui, in maniera più esplicita rispetto ad altre sue realizzazioni, pone lo spettatore di fronte allo sconvolgimento dei piani di realtà. Si tratta di un film incentrato sul rapporto dell’individuo con quell’apparecchio televisivo, vero e proprio generatore di immagini all’interno della realtà domestica che, come scrive Riccardo Sasso – L’immagine mutante. Il cinema di David Cronenberg (Edizioni Falsopiano, 2018) –, agisce «come un organismo patogeno, inizializzando un meccanismo virale grazie al quale l’uomo è stato trasformato, mutato in un un nuovo individuo, un homo tecnologicus, che ha incorporato in sé la tecnologia e da essa trae un sostentamento vitale necessario alla sua sopravvivenza»1. L’essere umano contemporaneo è giunto a cibarsi di televisione, tanto che i poveri che nel film si recano alla Cathode Ray Misison, al posto di un pasto caldo, ricevono la loro dose quotidiana di immagini televisive. Non è difficile leggere in Videodrome la convinzione mcluhaniana della televisione come strumento antropogenetico in grado di incidere sulla biochimica umana.

La televisione, suggerisce l’opera cronenberghiana, non si limita più a riprodurre la realtà, si è fatta «più reale della realtà stessa: ha agito fisicamente sulla struttura del […] cervello, creando al suo interno dei tumori, veri e propri organi di senso, capaci di costruire in lui un nuovo sistema percettivo»2. L’immagine è mutante, in questo caso nel senso che agisce, mutandolo, sull’individuo che ne viene a contatto. L’essere umano messo in scena da Cronenberg, a partire da Videodrome, è un essere che «ha assorbito in sé la tecnologia e nello stesso tempo l’ha corporeizzata»3; il protagonista del film, dopo essere stato contagiato dal virus, si è ibridato con la macchina, «ha penetrato la tecnologia (come nella famosa scena in cui si fonde con il televisore), l’ha resa carne pulsante (la televisione è divenuta un organismo, che respira e vomita frattaglie) e al contempo ne è stato violato, penetrato – gli si è formata un’apertura sull’addome dal quale escono ibridi biomeccanici»4.

Con Videodrome, sostiene Gianni Canova nella sua monografia dedicata al regista – David Cronenberg (Editrice Il Castoro, 2007)5 – «Cronenberg riflette sull’intossicazione iconica derivata dal consumo di immagini televisive e sulle modificazioni fisiche e antropologiche che la diffusione della tv sta apportando all’apparato percettivo umano»6. Il film pone inquietanti interrogativi «sulla natura riproduttiva delle immagini e sul rapporto di ambivalente fascinazione e repulsione che l’occhio umano prova di fronte ai propri sogni e ai propri incubi reificati e incessantemente riprodotti sullo schermo della tv»7. Il regista decide di mettere in scena un mondo condannato a vivere in uno stato di perenne allucinazione, in cui gli esseri umani sembrano poter essere programmabili al pari degli apparecchi di registrazione audiovisiva. In anticipo di alcuni decenni rispetto alla serie televisiva Black Mirror (Id., dal 2011 – in produzione, Channel 4; Netflix), Videodrome si pone come opera audiovisiva politica in quanto riflettendo sul consumo di immagini fa provare direttamente allo spettatore «le potenzialità e le aberrazioni insite nel […] desiderio di consumare tecnologicamente immagini»8.

Oltre a palesare i processi di contaminazione fra organico ed elettronico, con una televisione che diviene carne e una carne che a sua volta funziona come un videoregistratore, in Videodrome, suggerisce Canova, Cronenberg «applica anche al linguaggio (al cinema) quei processi di contaminazione e confusione che mostra all’opera sul piano dei corpi»9. Ecco allora che il film può essere visto come il paradigma di uno stile fondato sull’instabilità enunciativa: Videodrome non permette allo spettatore di considerare la macchina da presa come un “narratore onnisciente”, diviene impossibile, continua Canova, attribuire alle immagini un aprioristico statuto ontologico di verità. Il continuo cambiamento di punti di vista non consente di stabilire se ciò che si osserva è “realtà”, allucinazione o sogno. Insomma, ad essere messa in discussione in questa pellicola è (anche) la stessa nozione di “realtà” cinematografica.

La questione della mente come terreno di conflitto presente in Scanners (Id., 1981) e Videodrome, torna prepotentemente anche in La zona morta (The Dead Zone, 1983) con il protagonista che, risvegliatosi da uno stato comatoso dopo un incidente, si ritrova alle prese con una vera e propria mutazione mentale che gli permette di viaggiare nel passato e nel futuro degli individui con cui viene a contatto. Come in Scanners, anche in questo film non è difficile individuare suggestioni cristologico-messianiche; il protagonista in questo caso “muore” (in un incidente), “risorge” (dal coma) e si “immola” per la salvezza dell’umanità. Se rispetto ad altre opere cronenberghiane qua i personaggi sembrano più definiti nel palesarsi buoni o malvagi, basta attendere la parte finale della pellicola per veder vacillare tali certezze.

In La zona morta Cronenberg rilegge Stephen King con la lente di McLuhan, interpretando la “seconda vista” [del protagonista] come una prerogativa tipicamente mediale, cioè come un’estensione illimitata dei suoi organi di senso. La “zona morta” [del protagonista], quel buco nero coscienziale che gli consente non solo di “vedere” l’altrove spazio-temporale, ma anche di alterare e cambiare il corso degli eventi, significa proprio questo. Che l’utopia mass mediale si è come “incistata” nel suo corpo, si è fatta corpo essa stessa. O che il suo corpo si è trasformato in una sorta di medium totale10.

Se nel romanzo le capacità mentali del protagonista vengono ricondotte a un trauma infantile, Cronenberg fa derivare la “nuova vista” dall’incidente stradale, a sua volta causato da una carenza visiva: il non aver saputo vedere l’autocarro, «un’insufficienza visiva funziona insomma da preludio all’acquisizione di una visione “panottica”: e proprio qui, in questa mirabolante onnipotenza del vedere, si insinua il “virus” cronenberghiano dell’ambiguità»11. Dunque, conclude Canova, a essere messo in dubbio dal regista è ancora una volta lo statuto di verità delle immagini. Allo spettatore non resta che dubitare di esse: messa da parte la convinzione di trovarsi di fronte a una macchina da presa che funziona come “narratore onnisciente”, non è più possibile accordare incondizionata fiducia alle immagini; da un momento all’altro tutto potrebbe palesarsi come allucinazione di un personaggio.

Se così stanno le cose, allora il protagonista di La zona morta non è tanto un “eroe positivo”, quanto piuttosto, continua lo studioso, un semplice testimone del fatto che ormai l’unica realtà è quella percepita dai sensi. Rispetto al romanzo, inoltre, il regista elimina i riferimenti politici diretti «per concentrarsi esclusivamente su ciò che negli anni Ottanta sta trasformando radicalmente le forme e le strutture di una civiltà mass mediale planetaria che obbliga tutti a fare i conti con la viralità delle immagini e con la necessità di ridefinire lo statuto comunicativo»12.

A ben guardare è la medesima convinzione a cui, qualche tempo prima, è giunto James Ballard che, infatti, in un’intervista sostiene esplicitamente che «ciò che siamo abituati a chiamare realtà, oggi è una fantasia creata dai mass media, dai film, dalla televisione, dalla pubblicità, dalla politica»13. Dunque, conclude lo scrittore inglese, ai giorni nostri risulta “più reale” la pubblicità di un film di un mito di fine Novecento come Arnold Schwarzenegger che non un prato ai bordi di una strada.

L’interesse per le modalità con cui l’individuo contemporaneo percepisce e vive una realtà ormai trasformatasi (anche) sotto la spinta dei media audiovisivi è sicuramente uno degli aspetti che accomunano Ballard e Cronenberg, autori che anticipano con le loro opere quel dibattito teorico che nel corso degli anni Novanta vede numerosi studiosi porsi “il problema della realtà”, ragionando a proposito della progressiva scomparsa del “reale”. A tal proposito l’antropologo Marc Augé, ad esempio, giunge a parlare di “finzionalizzazione”, di messa in finzione della realtà14.

Nel film La zona morta viene messo in evidenza anche un altro aspetto del ruolo mutageno televisivo: l’invadenza esercitata da tale medium nei confronti del protagonista nel momento in cui le sue facoltà diventano di pubblico dominio. Sull’incidenza televisiva sulla vita dei personaggi, una volta che questi finiscono per qualche motivo sotto l’occhio morboso delle telecamere, torna anche A History of Violence (Id., 2005). Come a dire che non importa da che parte dello schermo ci si trovi: la televisione si rivela in grado di mutare la vita degli individui anche soltanto prendendoli di mira e mettendoli sotto i riflettori.

Oltre a riprendere la riflessione sulla “nuova carne” intrapresa, sotto diverse sfaccettature, da Videodrome, Scanners e La zona morta, con La mosca (The Fly, 1986) Cronenberg presenta un film mutante al pari del corpo che mette in scena, tanto che Charles Tesson15 vi individua un’opera di finzione che mette in scena la natura e il meccanismo dell’immagine-video palesando il problema della “perdita” che tocca inevitabilmente ogni passaggio dalla realtà alla sua riproduzione. Scrive a tal proposito Canova che il teletrasporto messo in scena dal film rinvia al trasporto dei corpi dalla realtà all’immagine attuato dai mezzi audiovisivi: in tutti i casi nel trasporto qualcosa si perde per strada. «Ed è su questo qualcosa che si concentra Cronenberg in La mosca. Che è dunque, ancora una volta, un film sul meccanismo generativo delle immagini e sull’orrore che la perdita (cioè la “mutazione” sottrattiva) implica in questo procedimento non può non generare»16. La capsula di teletrasporto del film potrebbe allora essere letta, suggerisce lo studioso, come metafora dell’impotenza visiva del cinema, come esplicitazione della «sua “cecità” nei momenti cruciali: quelli in cui l’immagine nasce staccandosi dal corpo e facendosi altro da lui»17 e l’orrore scaturirebbe proprio dalla percezione di tale impossibilità.

Riflessioni sulla natura delle immagini sono presenti anche in Inseparabili (Dead Ringers, 1988). Se nei due gemelli ginecologi alcuni studiosi hanno individuato riferimenti al ruolo del regista, ossia colui che mette al mondo immagini, il film è però anche un’opera che si confronta con l’attrazione per ciò che abita l’interno dei corpi umani e con l’ossessione di mostrare il non-filmabile. «Inseparabili è uno straordinario film su questo paradosso. Non solo un film sul “doppio”, sui gemelli, sulla simmetria e sulla specularità, ma anche (e soprattutto) un vertiginoso periplo intorno all’irrappresentabiltà del corpo, sempre in bilico fra il visibile e il non mostrabile, fra ciò che vediamo e ciò che non potremo mai (o non possiamo ancora) vedere»18. In questo caso il regista opta per un’opera implosiva anziché esplosiva decidendo di non mostrare la carne, di non squarciare i corpi e di lasciare che le immagini scivolino sulle superfici concentrandosi piuttosto sull’orrore del guardarsi dentro.

Con eXistenZ (Id., 1999) ancora una volta Cronenberg inserisce in una sua opera la questione dell’obsolescenza del corpo, la sua inadeguatezza di fronte alle nuove tecnologie. A tale inadeguatezza eXistenZ risponde con un coinvolgimento diretto del corpo umano nella dimensione del gioco, senza bisogno di ricorrere a macchine, schermi ecc. La connessione avviene tramite una consolle semiorganica che attraverso una bioporta si lega, con una sorta di cordone ombelicale artificiale, alla spina dorsale, dunque al sistema nervoso dell’essere umano. Non si tratta più di un collegamento con l’universo simulatorio ottenuto tramite lo sguardo; qua è l’apparato percettivo umano ad essere condotto in un’altra dimensione.

Si può affermare che con questo film Cronenberg estremizzi ulteriormente Videodrome a proposito della «indicibilità circa lo statuto linguistico e mediatico delle immagini di volta in volta proposte, in una perenne oscillazione fra il registro mimetico-riproduttivo e quello allucinatorio-visionario »19. La percezione dello spettatore viene lasciata in balia del dubbio nell’impossibilità di distinguere tra realtà del mondo e realtà videoludica. Per far ciò Cronenberg elimina ogni artificio retorico codificato con cui la grammatica audiovisiva è solita indicare il livello di rappresentazione. eXistenZ è film del tutto privo di sviluppo narrativo, costruito su una vertiginosa mise en abime in cui reale e virtuale risultano indistinguibili, combacianti, forse ormai persino inseparabili.

Di nuovo Videodrome, praticamente: ma al posto di una video-arena nella quale emittenti televisive si contendono il possesso delle menti a scapito di spettatori persi in un ginepraio allucinatorio, qua è nella game-arena della realtà simulata che le corporazioni e le sette […] combattono fra loro per conquistare le masse, e che i personaggi gareggiano per sopravvivere, in quella forma di allucinazione consensuale che è il videogioco. […] Ai poveri che ricavavano la loro “dose di televisione” nella basilica tecnologica della Cathode Ray Mission [di Videodrome] si sostituiscono gli uomini e le donne di tutti i giorni per la loro dose di evasione, la loro dose di esistenza20.

L’impossibilità dell’essere umano di prescindere dal processo di “vetrinizzaizone”21 mediatica la si ritrova in Maps to The Stars (Id., 2014), opera dalla struttura più convenzionale che insiste tanto sulla dipendenza dell’individuo dall’immagine quanto sull’instabilità della sua identità e lo fa ambientando la narrazione nella fabbrica di immagini e immaginari per eccellenza: Hollywood.


Processi di ibridazione


  1. R. Sasso, L’immagine mutante. Il cinema di David Cronenberg, Edizioni Falsopiano, Alessandria 2018, p. 64. 

  2. Ivi, p. 65. 

  3. Ibid

  4. Ibid

  5. G. Canova, David Cronenberg, Editrice Il Castoro, Milano 2007. La monografia, uscita la prima volta nel lontano 1993, è stata aggiornata più volte; in questo scritto si fa riferimento all’edizione del 2007 

  6. G. Canova, op. cit., p. 52. 

  7. Ibid

  8. Ivi, p. 59. 

  9. Ivi, p. 56. 

  10. Ivi, p. 64. 

  11. Ivi, p. 65. 

  12. Ivi, p. 67. 

  13. James Ballard, All that Mattered was Sensation, Krisis Publishing, Brescia 2019. Testo bilingue con intervista e prefazione di Sandro Moiso e un saggio critico di Simon Reynolds. 

  14. Si veda la serie di interventi Il reale delle/nelle immagini di G. Toni pubblicati su “Carmilla”. 

  15. C. Tesson, Les yeux plus gros que le ventre, “Chaier du cinéma”, n. 391, gennaio 1987. 

  16. G. Canova, op. cit., p. 74. 

  17. Ibid

  18. Ivi, p. 79. 

  19. Ivi, p. 109. 

  20. R. Sasso, op. cit.,  pp. 120-121. 

  21. La tendenza alla “vetrinizzazione”, secondo il sociologo Vanni Codeluppi, deriva dalla necessità dell’individuo contemporaneo di creare e gestire la propria identità attraverso una pratica di esposizione/narrazione di sé attuata soprattutto, anche se non esclusivamente, attraverso i social media. Si tratta di un tentativo di catturare l’attenzione attraverso un adeguamento agli standard di rappresentazione sociale prevalenti. Si vedano i volumi: V. Codeluppi, La vetrinizzazione sociale. Il processo di spettacolarizzazione degli individui e della società, Bollati Boringhieri, Torino 2007; Id., Mi metto in vetrina. Selfie, Facebook, Apple, Hello Kitty, Renzi e altre “vetrinizzazioni”, Mimesis, Milano-Udine 2015. 

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Processi di ibridazione. L’immagine (è) mutante è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Gli uccelli della tempesta di Pierluigi Sullo https://www.carmillaonline.com/2020/09/20/gli-uccelli-della-tempesta-di-pierluigi-sullo/ Sun, 20 Sep 2020 20:30:04 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=62819 Lastaria, Roma 2020, pagg. 242 € 15

di Maria Rosa Cutrufelli

Dire ‘romanzo’ non basta più. Tutti vogliono sapere a quale genere letterario appartiene. Dapprima gli editori, per metterlo in questa o in quest’altra collana. Poi i librai, per posizionarlo su questo o quest’altro scaffale. Infine il lettore, per capire se rientra nelle sue preferenze. Insomma, a quanto pare, non si può sfuggire alle catalogazioni. E allora mi adeguo e vi dirò che il libro di Pierluigi Sullo, Gli uccelli della tempesta, potrebbe essere classificato come un ‘romanzo del noi’. Sostanzialmente, un [...]

<em>Gli uccelli della tempesta</em> di Pierluigi Sullo è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Lastaria, Roma 2020, pagg. 242 € 15

di Maria Rosa Cutrufelli

Dire ‘romanzo’ non basta più. Tutti vogliono sapere a quale genere letterario appartiene. Dapprima gli editori, per metterlo in questa o in quest’altra collana. Poi i librai, per posizionarlo su questo o quest’altro scaffale. Infine il lettore, per capire se rientra nelle sue preferenze. Insomma, a quanto pare, non si può sfuggire alle catalogazioni. E allora mi adeguo e vi dirò che il libro di Pierluigi Sullo, Gli uccelli della tempesta, potrebbe essere classificato come un ‘romanzo del noi’. Sostanzialmente, un ‘autoritratto di gruppo’ (per citare un saggio importante di Luisa Passerini). In altre parole, un romanzo in cui la memoria di una generazione (quella che nasce alla politica nel ’68) si fa storia collettiva. Dunque romanzo politico e insieme generazionale.

Un abbinamento classico, per così dire. Ma tutt’altro che semplice da un punto di vista narrativo, perché richiede (fra l’altro) la capacità di misurarsi con le forme tradizionali del genere e di innovarle.

Qualche anno fa si cimentò in questa impresa Annie Ernaux, con un libro dichiaratamente autobiografico: Gli anni. Nel romanzo, storico e memoriale assieme, l’autrice ripercorre le svolte politiche, i cambiamenti avvenuti nelle nostre vite dal dopoguerra a oggi, affidandosi a una narrazione in prima persona plurale. Chi narra, nel testo, è un ‘noi’ che riassume tutti gli ‘io’. La critica parlò di una ‘pratica della memoria’ che fonde la voce personale con il ‘coro’ della Storia. Pierluigi Sullo fa un’operazione simile, ma, al contrario di Annie Ernaux, racconta in terza persona singolare, dando a ogni singolo personaggio il posto che gli spetta nella narrazione. Non è la voce di un ‘noi’ astratto a raccontare. Sono, viceversa, le biografie individuali che vanno a comporre il mosaico e che diventano, pur mantenendo le loro irriducibili e inevitabili differenze, coscienza e parola collettiva. Fino a formare un autoritratto di gruppo, per l’appunto. Dove è il ‘coro’ della Storia a fondersi con le tante storie personali, così che il ‘noi’ non faccia sparire ‘l’io’.

Ma per parlare di questo secondo romanzo di Pierluigi Sullo devo fare un passo indietro e tornare al primo (La rivoluzione dei piccoli pianeti). Intanto perché i due testi sono strettamente legati, anche se ognuno possiede un’autonomia narrativa che lo rende compiuto in sé. E’ vero che nel secondo romanzo ritroviamo i personaggi del primo (in particolare il giovane Enrico, figura centrale), ma ognuno può essere letto indipendentemente dall’altro. E tuttavia, per cogliere il senso pieno dell’operazione concettuale, storica e letteraria, compiuta dall’autore, è necessario metterli assieme (perciò vi invito a farlo).

Del resto è l’autore stesso a indirizzarci su questa strada. A ciascun romanzo infatti, oltre al titolo, dà un sottotitolo (cosa rara in letteratura) che li lega esplicitamente con un marchio temporale. Un romanzo nel 68, è il sottotitolo del primo. Un romanzo nel 74, il sottotitolo del secondo. Quasi fossero due capitoli di una stessa storia. Come in effetti sono. Due date che tuttavia segnano due svolte esistenziali. E ci rammentano, se mai ce ne fossimo dimenticati, che la vita procede per tappe e ogni tappa ha la sua rivoluzione. Così Enrico, il ragazzo che nel ’68 ha diciassette anni e vive la rivolta studentesca, la scoperta del sesso, la libertà dalla famiglia, nel ’74 non è più il ragazzo dai “pensieri sbilenchi”, che “non sa cosa cercare”. Il suo apprendistato è giunto al termine. Ora deve compiere scelte più responsabili, e anche più tormentate. Per farla breve, deve diventare adulto.

E’ stato detto e più volte ripetuto che il titolo rappresenta ‘la soglia’ di un libro, il varco che ci permette di entrare nel testo. E in effetti noi entriamo nel primo romanzo di Pierluigi Sullo, La rivoluzione dei piccoli pianeti, con la suggestione che ricaviamo da questa immagine. Enrico, con le sue timidezze e i suoi interrogativi su se stesso e sul mondo, è un piccolo pianeta. E piccoli pianeti sono (almeno nella mia interpretazione) i suoi compagni, che nell’anno scolastico ’67-’68 si misurano con le ipocrisie sociali e le tante ingiustizie nascoste che i loro occhi vedono improvvisamente. Il lavoro in fabbrica. L’emigrazione in Germania. Le guerre passate e le guerre presenti, ma lontane.

Poi anche i piccoli pianeti crescono e tutto cambia. Intorno a loro e dentro di loro. I sentimenti, il senso dell’amore e quello della politica. E’ il 1974, come preannunciato dal sottotitolo. L’anno terribile delle stragi (Brescia, l’Italicus). La politica è un campo di battaglia, dove si contano morti e feriti. E i ragazzi scoprono “che la vita inciampa, precipita, è vulnerabile, e il futuro può essere molto breve”. Ma ormai, come le procellarie, sanno affrontare la bufera. Sono diventati uccelli della tempesta.

Il dolore, il piacere, la crescita, i tradimenti, le esperienze felici e quelle infelici, tutto è raccontato con una sintassi larga, generosa. Con un flusso vitale di parole che corre assieme ai ragazzi, con la loro stessa irruenza e voglia di vivere. Una scelta stilistica che apre la prospettiva e permette al lettore di spingersi più in là, oltre il limite della pagina. Verso il futuro.

Non a caso forse, in entrambi i romanzi, l’ultima immagine è proiettata in avanti, verso una speranza di futuro che è quasi una promessa. Nel primo romanzo, c’è Enrico che torna da un viaggio e “cammina contento” verso la casa del suo amore, “convinto di essere già alle porte” della sua rivoluzione. Nel secondo, c’è sempre Enrico. Stavolta triste, pensieroso. Seduto davanti allo zio, un anarchico sposato a una miliziana della guerra civile spagnola, gli chiede com’è possibile essere ancora forti e combattivi dopo una simile sconfitta. E lo zio gli risponde: “La sconfitta non esiste”. Non esiste perché “la resistenza è vivere”.

Ma sapranno continuare a vivere e resistere quei piccoli pianeti che il tempo ha trasformato in uccelli della tempesta? Lo scopriremo a breve, si spera, quando uscirà l’annunciato terzo volume di questa ‘trilogia del noi’. Sarà un romanzo nel 2001, l’anno di Genova. L’anno, dice l’autore, Pierluigi Sullo, “che cambiò di nuovo tutto”.

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<em>Gli uccelli della tempesta</em> di Pierluigi Sullo è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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La Cina è tornata vicina, ma non la si vede… https://www.carmillaonline.com/2020/09/19/la-cina-vicina/ Sat, 19 Sep 2020 21:30:25 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=62792 di Nico Maccentelli

 

Ritorno alla sinistra. Politica di classe e immaginazione comunista nell’alleanza operai-studenti – di Pun Ngai, sul web: China Files, Reports from China

Questo breve saggio della sociologa Pun Ngai(1) sulle lotte operaie  alla Jasic Technology di Shenzhen nell’estate del 2018 e che potete leggere qui, è uno spaccato delle condizioni operaie cinesi, che definire brutali è un eufemismo. Ma è anche un’analisi della resistenza operaia e dell’unificazione tra movimento operaio e quello studentesco sotto l’egida di una ripresa del marxismo e del maoismo. In tempi di pessimo [...]

La Cina è tornata vicina, ma non la si vede… è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Nico Maccentelli

 

Ritorno alla sinistra. Politica di classe e immaginazione comunista nell’alleanza operai-studenti – di Pun Ngai, sul web: China Files, Reports from China

Questo breve saggio della sociologa Pun Ngai(1) sulle lotte operaie  alla Jasic Technology di Shenzhen nell’estate del 2018 e che potete leggere qui, è uno spaccato delle condizioni operaie cinesi, che definire brutali è un eufemismo. Ma è anche un’analisi della resistenza operaia e dell’unificazione tra movimento operaio e quello studentesco sotto l’egida di una ripresa del marxismo e del maoismo. In tempi di pessimo marxismo nostrano, in cui ciò che si è voluto tenere è un nostalgico peggio, un razzolare nelle macerie del socialismo reale senza voler analizzare seriamente ciò che non ha funzionato, le degenerazioni burocratiche, dando chiavi di lettura astratte e stravaganti dell’integrazione della Cina “comunista” ai processi di accumulazione e produzione del capitalismo mondiale, il contributo di questa sociologa di Hong Kong è piuttosto eloquente e illuminante: getta luce su una situazione sociale, quella cinese, di cui si sa e si vuole sapere molto poco. E sulla quale molte forze comuniste si accontentano delle versioni ufficiali dei ceti dirigenti di Pechino.

Pun Ngai descrive una situazione di fabbrica alla Jasic Technology che è comune a tutte le zone speciali in Cina:

“Gli operai devono lavorare dodici ore al giorno, senza un giorno di riposo e senza pause a eccezione dei pasti e del sonno. Persino quando andiamo in bagno siamo sotto la stretta sorveglianza degli uomini della sicurezza. Inoltre la ditta obbliga gli operai a sprecare il proprio giorno di riposo alla fine del mese in escursioni organizzate, al termine delle quali devono tornare al lavoro.”

Ma descrive anche le lotte operaie per poter migliorare le condizioni di lavoro, i tentativi di avere un sindacato, la discesa in campo degli studenti, i gruppi di studio marxisti e il forte retroterra politico e culturale maoista ancora ben presente nella società cinese. E di contro la repressione spietata della polizia con arresti, pestaggi.

“Sempre più società di studio del marxismo (makesizhuyi xuehui 马克思主义学会) e gruppi di studenti di sinistra provenienti da università di tutto il Paese affluirono a Shenzhen, chiedendo il rilascio degli operai. Con manifestazioni di strada, comizi e canti dell’Internazionale, catturarono l’attenzione di numerosi media stranieri.”

La Pun Ngai poi articola la sua analisi, di cui menziono questo passaggio eloquente sulla ripresa del maoismo in Cina:

“Il processo di politicizzazione del movimento dei lavoratori durante la lotta alla Jasic ha riattivato e conferito nuova sostanza alla teoria marxista e al pensiero di Mao. Per la prima volta si è levata forte e chiara una voce per l’avvenire della rivoluzione comunista. All’interno del triplice ritorno di cui sopra, il ritorno alla politica di classe è il nodo più fondamentale delle lotte operaie nell’era della riforma e apertura. Secondo gli attivisti di sinistra che operavano alla Jasic, compresi operai e studenti, tutta la storia dell’umanità è storia di lotta di classe. Pur costituendo la forma politica più importante della transizione socialista in Cina all’epoca di Mao, la politica di classe è stata abbandonata con la condanna, seguita alle riforme, della Rivoluzione culturale e della linea politica di Mao. La politica di riforma e apertura simboleggia l’ingresso della Cina nel capitalismo globale, con la trasformazione dei rapporti di produzione e di riproduzione e l’abbandono dei binari storici del socialismo. Dopo quarant’anni di riforme, la Cina è divenuta la “fabbrica del mondo”, con oltre 280 milioni di lavoratori migranti dalle campagne alle città, 90 milioni di operai licenziati dalle aziende statali e milioni di laureati universitari che ogni anno entrano a far parte della massa dei nuovi operai. Per “fabbrica del mondo” non si intende soltanto l’enorme capacità produttiva della Cina nell’ambito della produzione mondiale, ma anche la cristallizzazione del processo attraverso cui il capitalismo globale, mediante la riproduzione allargata, ha convogliato le vite sociali dei Paesi non capitalisti all’interno della globalizzazione.”

Un abisso rispetto alle narrazioni dei comunisti nostrani, quelle che ormai considero un meta-pippone propagandistico, quindi occasionale e opportunistico, sulle “magnifiche capacità economiche” della “Cina socialista”. La questione riguarda la Cina, ma anche il socialismo reale sovietico in una totale cesura con quelle posizioni rivoluzionarie che dalla seconda metà del secolo scorso avevano operato una rottura con i limiti e le degenerazioni di tali esperienze. Un bel modo di rifondare.

Visto che poco o nulla si muove dalle nostre parti e la vulgata dei “vincitori di fine secolo” sulle “perfidie del comunismo” si afferma tranquillamente in ogni interstizio sociale e culturale, ho iniziato a riconsiderare le esperienze del movimento comunista internazionale del secolo scorso. Per prima cosa ho pensato che Che Guevara non vada lasciato solo sulle magliette, dato che ritengo il guevarismo ancora oggi una guida per l’azione politica. In un intervento sul mio blog, dal titolo: “Elogio del guevarismo” (che potete leggere qui), ho avuto modo di enucleare ciò che ancora di attuale c’è nella somma di esperienze politico-rivoluzionarie collocabili nel guevarismo: capostipite quella colonna guerrigliera che diede l’assalto alla caserma Moncada nel 1953 e con il Movimiento 26 de Julio, che diede vita con Cuba (a fare da centro internazionalista) a quella grande stagione degli anni ’60 e ’70 di lotte di liberazione antimperialiste nel Terzo Mondo. Ma anche diede l’avvio alle sinistre rivoluzionarie che caratterizzarono alti livello di scontro con il potere borghese sin dentro le metropoli imperialiste. In  specifico, ho evidenziato i quattro punti essenziali di rottura del guevarismo con l’ortodossia marxista sovietica: il superamento delle politiche eterodirette da Mosca dei vari partiti comunisti, il rilancio di un percorso rivoluzionario nei paesi dove vi fossero le condizioni, la visione internazionalista oltre “il socialismo in un solo paese”, che aveva permeato la politica sovietica anche dopo la destalinizzazione, oltre i tatticismi dei comunisti a vantaggio della politica estera della superpotenza socialista e last but not least, essere la genesi delle sinistre rivoluzionarie dal Terzo mondo all’Occidente. Sono elementi politici e strategici collegati tra loro e non se ne dà uno senza gli altri.

L’altra questione rimasta in sospeso tra macerie e orfanelli nostalgici è il maoismo. Riprendere anche l’impianto politico e metodologico di Mao Tse Tung sembra sia più facile per i comunisti rivoluzionari cinesi che regolarmente vengono sbattuti in galera e costretti ad abiure da burocrati borghesi camuffati da comunisti. Da noi tutto è lasciato a qualche gruppetto dogmatico che si fregia del titolo “il partito”. Dell’esperienza maoista già ne avevo accennato nell’articolo sopra citato, dandole il giusto valore non solo storico, ma anche e soprattutto politico. Per altro in Asia ha dato e continua a dare vita a esperienze rivoluzionarie differenti dal guevarismo, piuttosto rilevanti come in India, Nepal (al governo c’è il Partito Comunista del Nepal), in generale in Indocina… anche se non sempre positive (si pensi al polpottismo). In definitiva il maoismo riveste anch’esso un’attualità che in Occidente neppure possiamo immaginarci.

Io mi limito ad alcune considerazioni preliminari, senza ripetere l’ottima analisi della sociologa di Hong Kong (3).

Oggi all’interno delle compagini comuniste di vario tipo, si sentono argomentazioni sulla Cina come “socialista”, esaltandone le capacità pianificatorie. Bisogna capire da che premesse si sviluppano e caratterizzano queste “capacità”. Da quali rapporti di classe partono. E allora bisogna dirlo forte e chiaro che la democrazia sovietica non c’era più nell’URSS, così come quella cinese è finita con la morte di Mao. Questi sono alcuni aspetti su cui non si sono mai fatti veramente i conti.

E qui apro un inciso doveroso: quando parlo di democrazia, non mi riferisco certo alla democrazia borghese parlamentare. Direi che le argomentazioni di Lenin sulla posizione di Kautsky in merito siano ancora piuttosto attuali e dirimenti la questione da un punto di vista comunista. Non piacerà il termine, ma quando i comunisti parlano di democrazia sovietica, o per dirla all’italiana, dei consigli, si riferiscono alla dittatura del proletariato, ossia citando Lenin:“…dittatura non significa obbligatoriamente la soppressione della democrazia per la classe che esercita questa dittatura contro altre classi, ma significa obbligatoriamente soppressione (o forte limitazione, che è anche un aspetto della soppressione) della democrazia per quella classe contro cui la dittatura è esercitata”(2). Dunque è al contrario la forma più alta di democrazia popolare poiché si basa sulla soppressione del dominio classista della borghesia che sotto la veste della democrazia borghese esercito il suo dominio reale attraverso una democrazia tra pochi, tra ceti borghesi dominanti. Ciò lo vediamo tanto più oggi nella sottrazione di sovranità delle istituzioni parlamentari verso circoli ristretti, burocrazie. Nella situazione italiana lo riscontriamo nel trasferimento dei poteri politici ed economici alle euroburocrazie e quelli militari al comando NATO. Ma se questo metro di lettura vale per l’Occidente e i comunisti sono così giustamente puntigliosi nell’analizzarne gli aspetti politico-istituzionali di dominio, perché allora ciò non dovrebbe valere per i “paesi socialisti”, andando a vedere la vera natura dei rapporti sociali di classe e individuare dunque di conseguenza la lotta di classe stessa? Si scoprirebbe per esempio che nel caso della Cina di socialista non c’è nulla.

L’opposizione borghesia proletariato creatasi in Cina, in URSS, nei paesi socialisti (sarebbe meglio dire a capitalismo di stato) dell’orbita sovietica in genere, pur tra esperienze diverse ha un denominatore comune: è espressa dalla contraddizione tra  burocrazia e classi proletaria e contadina, o classe operaia sola, a seconda della tipologia geo-economica del paese, delle caratteristiche economico-sociali. L’opposizione tra classi nei paesi imperialisti è invece tra capitalismo privato da una parte e classe operaia, proletariato dall’altra. Ovviamente schematizzo per poter meglio comprendere gli opposti, ma l’analisi delle composizioni sociali e di classe è questione ben più complessa e uno dei tasti dolenti del marxismo nostrano. Dunque, ciò che da un certo punto in poi numerose entità comuniste non hanno più voluto ammettere è il revisionismo che ha segnato la storia delle esperienze socialiste, il loro crollo, il loro mutamento in qualcosa d’altro. Lo si è spesso sussunto acriticamente facendo fare passi indietro al movimento di classe anche sul piano politico e ideologico.

Il revisionismo cinese in particolare, iniziato con la morte di Mao, è spiegato molto bene in questo articolo della Pun Ngai. Così come è spiegato molto bene che con le contraddizioni di classe che si sono acuite in conseguenza dell’internità della potenza cinese nei cicli di produzione delle multinazionali occidentali e di un modello di produzione capitalista che è totalmente adeguato e integrato nella società cinese, le avanguardie marxiste cinesi stanno riprendendo il maoismo come bandiera di un nuovo e poderoso ciclo della lotta di classe in Cina.

Il marxismo esiste in Cina come formazione, permea tutta la società. Ma il revisionismo cinese lo ha distorto, e cerca da decenni, di fase in fase, di pianificazione in pianificazione, di piegarlo ai suoi scopi che sono di tutt’altra natura e che rispecchiano l’ascesa e l’affermazione della borghesia cinese, dei suoi apparati burocratici, della grande classe media fino alle élite ben connesse con il Partito Comunista Cinese, che ormai è loro espressione sin dalla svolta controrivoluzionaria denghista.

Per fare un paragone con il revisionismo italiano, il PCI, ha fatto presto: essendo a differenza del PCC dentro una formazione economico-sociale capitalistica, ha cancellato il marxismo ed è direttamente approdato al liberalismo borghese passando per la svolta della Bolognina. Arrivando a essere un partito reazionario borghese che oggi ha il volto orrido e spietato del neoliberismo… il PD.
Ovviamente l’operazione di demarxistizzazione è molto più facile in un partito, che in una società come quella cinese che ha nel marxismo uno degli elementi costitutivi sul piano della cultura. Per cui il processo revisionista cinese assume il percorso della mistificazione e non quello della rimozione.

Tuttavia è questo il punto debole politico e culturale del regime pseudo-comunista cinese. La lotta di classe di orientamento comunista-maoista, marxista-leninista, in Cina c’è ed è destinata a svilupparsi alla faccia della forte repressione fascista delle autorità.

Ora, dunque, comprendiamo come il maoismo (e come per altri versi il guevarismo) non sia un “cane morto” e abbia un’importanza fondamentale per l’intero scontro di classe mondiale. E non possa essere relegato a mera questione cinese.

Pertanto, quando si incensa la Cina per la sua politica di pianificazione, occorre però comprendere il contesto socio-economico e che non si sta facendo un bel servizio né alla classe operaia cinese, né a quella mondiale, a causa di un’arretratezza analitica dei comunisti nostrani che nella ricerca di riferimenti persi da oltre 30 anni, hanno sussunto dei nuovi “piccoli padri” come Xi Jinping.

Se si vuole affermare nel nostro contesto la pianificazione come modello sociale e politico di transizione al socialismo, l’operazione politica che ne va fatta è ben diversa. Sulla Cina  è bene farsi due domande che sono indispensabili anche a livello generale: chi è al potere? Pianificare per chi e per cosa?

Aspetto secondario ma neanche tanto: l’arma spuntata del contrasto politico alle vulgate critiche dei media e dell’opinione pubblica sul “totalitarismo cinese” per attaccare il comunismo in generale. Difendere una burocrazia totalitaria e classista contrapponendola ai regimi borghesi occidentali e filo-USA che la controparte spaccia per “democratici” è decisamente una forma di autolesionismo politico.

Non c’è proprio nulla di nuovo da proporre compagni?

———

NOTE

(1) Professore associato alla Hong Kong University of Science and Technology e autrice di numerose pubblicazioni personali e collettive.

(2) La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky, V.I. Lenin

(3) Segnalo anche: https://www.connessioniprecarie.org/2016/06/06/il-sogno-cinese-alla-prova-della-classe-unintervista-a-pun-ngai/

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La Cina è tornata vicina, ma non la si vede… è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Orbital Blues https://www.carmillaonline.com/2020/09/19/orbital-blues/ Sat, 19 Sep 2020 00:00:25 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=62788 di Carmelo Barbaro

Non è che ci sia molto spazio all’interno né tantomeno grandi comodità. Il contrario in effetti…

Bisogna fare pace con se stessi per essere produttivi, rispettare le scadenze, adattarsi all’assenza di forza-peso, allenarsi come si deve, dormire imbracati, andare di corpo con le chiappe sigillate alla tazza. Dicono però che il panorama, la vista, valga qualunque sacrificio.

E che abbia a che fare con il Sogno di tutti i bambini.

La purezza del significato in quanto tale: svincolarsi da una condizione assiomatica e universale che imbriglia e [...]

Orbital Blues è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Carmelo Barbaro

Non è che ci sia molto spazio all’interno né tantomeno grandi comodità. Il contrario in effetti…

Bisogna fare pace con se stessi per essere produttivi, rispettare le scadenze, adattarsi all’assenza di forza-peso, allenarsi come si deve, dormire imbracati, andare di corpo con le chiappe sigillate alla tazza. Dicono però che il panorama, la vista, valga qualunque sacrificio.

E che abbia a che fare con il Sogno di tutti i bambini.

La purezza del significato in quanto tale: svincolarsi da una condizione assiomatica e universale che imbriglia e soggioga ognuno di noi fin dal primo malfermo passo.

Il Sogno può cambiare nel corso degli anni, modificarsi, crescere e addirittura sparire.

Nella gran parte dei casi, il Sogno conduce, nella sua forma matura, a una cabina di pilotaggio più o meno militare, ai deltaplani, al paracadutismo, allo skydiving e via elencando.

In alcuni esseri speciali, invece, il Sogno permane e resiste, limpido e semplice, come una notte d’estate sulla spiaggia senza Luna. In queste anime, il Sogno ha radici profonde e solide, simili a leghe di tungsteno e non riesce ad accettare compromessi di alcun tipo.

Il volo meccanico è solo un sotterfugio dinamico, un modo come un altro per ingannare la gravità sfruttando la portanza, con enorme dispendio di materiali, tempo, carburanti; il volo planato è un banale e passeggero palliativo… Tutto ciò può essere accolto solo in prospettiva; navigare nel cielo azzurro è un passo necessario per raggiungere il traguardo ora più che mai illuminato.

Librarsi, volteggiare, essere privi di catene, volare nell’universo infinito e nero.

Questo e non altri sogni porta in un unico posto.

 

– Attracco riuscito. Equilibratura, lockdown, sistemi sul verde. Benvenuti ragazzi. –

Il comandante Temuera Harrison della N.A.S.A., un bell’uomo sui quarant’anni e in forma, dai lineamenti marcati e bronzei, diede il benvenuto ai tre astronauti appena giunti sulla I.S.S. con la Sojuz. A sua insaputa, era noto nell’ambiente come “Cap”, diminutivo di Captain America: lo stereotipo del militare americano pronto a primeggiare in tutto senza nemmeno capire il perché, ma di ascendenza polinesiana. Non si sarebbe potuto neanche definire malizioso o ipocrita; ignaro più che altro e in grado di affrontare problemi già studiati, lacunoso in fantasia. Perfetto per il ruolo di responsabile di missione.

Divideva da qualche settimana la permanenza sull’avamposto orbitale con Henrietta Bonocore, franco-italiana in forza all’E.S.A., ex-pilota imbarcato dell’Aéronavale però molto più sveglia di Harrison. Donna minuta e tenace, laureata in fisica dei materiali, aveva risalito il pozzo gravitazionale per testare un nuovo film protettivo a base colloidale per i pannelli solari principali dell’astronave che ne avrebbe, in teoria, triplicato la vita operativa. Dopo quel mese di convivenza forzata, reputava Cap un emerito idiota. Peculiarità di Henri era una polidattilia al piede sinistro: aveva due mignoli che diceva le garantivano una presa migliore agli agganci mentre svolazzava tra i moduli. Non vedeva l’ora di poter parlare con qualcuno di interessante e, soprattutto, simpatico.

La prima testa a comparire dal portello di connessione fu quella della dottoressa Devī Battu, autorità riconosciuta nel campo della biologia molecolare avanzata e prima cosmonauta dell’I.S.R.O., il programma spaziale indiano. Ragazza brillante e spiritosa, aveva idee rivoluzionarie sulle modifiche genetiche agli organismi: avrebbe eseguito degli esperimenti in microgravità su O.G.M. vegetali. Induista osservante, gran giocatrice di bridge, si sentiva orgogliosa come donna di aver raggiunto tali traguardi. Cap le diede il benvenuto formale ed Henri la abbracciò.

Giancarlo Parmesani, E.S.A., Aereonautica Militare Italiana, specialista tecnico. Giovane uomo molto nella media, candidato di compromesso, era stato selezionato più per equilibri di poteri politici ed economici che per bravura. Si era sempre sudato la vita con mezzi modesti: era la sua più grande soddisfazione poter raccontare, un giorno, molto in là da venire, che era stato un astronauta, che aveva ammirato il pianeta da centinaia di chilometri di altezza… Avvinghiò tutti con grandi sorrisi.

Irina Nikolovna Dhomochevski dell’RKA. Tenente colonnello della VKS, ingegnere aerospaziale, progettista e sviluppatore del nuovo sistema di pilotaggio remoto della capsula russa, figlia d’arte: il padre Lev era stato astronauta nel Programma Spaziale Sovietico, ufficialmente deceduto in un incidente di lancio negli anni Ottanta. Il suo compito era aggiornare e rimodernare tutti i software della Stazione e montare uno specifico set di antenne parte integrante dell’apparato di guida a distanza, coadiuvata da Parmesani nell’impresa. Era lì per il Sogno, in verità.

Salutò tutti con cortesia e freddezza. Seguirono le scanzonate foto di rito, le interviste banali e preparate con i grandi network, i collegamenti con le orgogliose famiglie a terra (per chi le aveva) e con i politicanti di turno, tutto sapientemente moderato da Ioannis Papadopulos. L’Uomo a Terra, come veniva identificato: il coordinatore generale di tutte le agenzie coinvolte oltre che il Jolly del mazzo. Quasi nessuno dei suoi conoscenti o collaboratori era mai riuscito a pronunciarne correttamente il cognome. Versatile e pragmatico, mente appuntita e battuta pronta, sostituiva in quell’occasione la responsabile delle relazioni esterne Theresa Karrel.

Ristabilita una certa calma ed esauriti convenevoli e smancerie si passò a faccende più prosaiche.

– Bene giovani. Il programma lo avete, il calendario è compilato, le paraculate le abbiamo espletate… Che dire più? Ah, quando uscite ricordate di chiudere la porta. –

Ioannis adorava quella conclusione e si adoperava per farla venire a noia a chiunque

L’unica a farsi una genuina risata fu la dottoressa Battu, prestata all’ambiente del volo spaziale. Gli altri ghignarono per il suo divertimento. L’Uomo a Terra si aggiustò fiero il colletto della camicia bianca alla reazione di Devī.

– D’accordo Ioannis. Se nessuno ha altro da aggiungere, ci sentiamo tra diciotto ore. Salvo complicazioni. –

La sagoma di Harrison cominciava a ruotare di millesimi di grado in senso orario, quando una microcorrente d’aria incontrò la forma resistente del suo piede. Si rimise dritto con esperienza, bilanciando lo spostamento con il braccio di richiamo.

– Salvo complicazioni. – replicò Papadopulos.

– Dov’è Terry? – chiese a bruciapelo Henri, che aveva afferrato in quell’istante un pensiero evanescente e gassificato come il radon.

– Oh, si è buscata un’influenza con i controfiocchi. Sarà il cambio di stagione… – rispose il contatto sul pianeta. Mentre lo diceva, si passò una mano tra i capelli grigi, pettinati alla Mascagna. Era uno dei pochi segnali non verbali che quel riservato professionista non riusciva a controllare. Henri intuì che non era la verità, o almeno non tutta la verità. Decise che l’aria riciclata le stava annebbiando i neuroni e lasciò andare quella paranoia in caduta libera, dritta contro l’Australia che transitava lì sotto.

– Salutatemi Irina. – aggiunse Ioannis mentre il collegamento svaniva.

Giancarlo e Devī si resero conto in quell’istante che erano solo in quattro, la russa non era lì con loro. Si scambiarono sguardi interrogativi.

Il comandante Harrison e la Bonocore risposero a Papadopulos con un cenno e fluttuarono verso i rispettivi compiti. Erano cosmonauti esperti, avevano già lavorato con la Dhomochevski e sapevano che si trovava nella Cupola.

La novellina Battu e Parmesani, incuriositi, andarono a sbirciare.

La trovarono in posizione accosciata, un fiore di loto che scivolava su impercettibili fenomeni cosmologici, in apparenza immobile. Manteneva la posizione desiderata appoggiando l’indice destro al montante più vicino. A una più attenta analisi, osservando la curvatura dei cristalli, si poteva intravedere un sincero sorriso su un volto ammirato. Irina viveva per quei pochi attimi: concepire la forma concreta di un intero pianeta, poterne identificare gli ecosistemi con precisione, distinguere il terminatore tra notte e giorno e nell’oscurità scorgere foreste di luci che erano città nelle tenebre. E lasciare che lo sguardo andasse oltre, lontano nel tempo remoto, nelle sfere siderali illuminate da gamma-ray burst. Come sempre accadeva, dopo questa magnifica idea di totalità, Irina si rendeva conto della sua marginalità come essere umano e della pochezza della sua specie, chiedendosi come avrebbe mai potuto fare la differenza…

“Il retaggio, figlia mia. Ciò che lasciamo a chi viene dopo di noi. E io lascio te, il mio più grande e insperato successo.”, le parole di suo padre le riecheggiavano adamantine nella mente, ogni qualvolta si trovava a più di cento chilometri di altitudine.

Gli oceani scorrevano veloci, le giungle e gli erg si susseguivano in un balletto antico e per certi versi misterioso, grandi cirrocumoli sfilacciati offuscavano parte della Siberia, il Rio delle Amazzoni si presentava verde smeraldo e marrone…

Nel silenzio ovattato, Giancarlo e Devī assistevano a quel singolare evento a qualche religioso metro di distanza finché i loro sguardi non si incrociarono. Lui notò la splendida sfumatura caramello della sua pelle, lei percepì una distinta vacuità nei suoi occhi.

– È un rito di pacificazione, mi ha detto tempo fa. –

Henri, appesa a mo’ di pipistrello, con i capelli gonfi parlò senza preavviso.

Gesù Cristo, Bonocore! – sussultò l’italiano con una mano stretta sul petto.

Anche la giovane indiana era trasalita ma non lo diede a vedere. Contemplava la naturalezza della collega nell’inedito ambiente, saldamente afferrata con i piedi a delle maniglie. La francese inarcò un sopracciglio e mosse le labbra formando la frase muta “Il mio dito in più!”. Battu sorrise e un istante prima di esporre una delle tante domande che come mercurio fluivano attraverso i suoi pensieri, Irina li spaventò di nuovo.

– Forza novellini. Abbiamo del lavoro da fare. – disse con nuova voce, dolce e priva di accento. Henri si lanciò negli stretti meati della Stazione ridacchiando, portandosi dietro i pivelli e Irina a chiudere la fila galleggiante mentre il mondo ruotava ancora.

 

Le due settimane successive trascorsero serene e lisce come una lastra di cromo, la giovane indiana le trovò quasi noiose abituata com’era al contatto con il suolo e ai movimenti con attrito e gravità. Tutti sulla Stazione erano concentrati sui loro compiti e giusto un paio di volte vi furono degli screzi. “Quel bambolotto di Harrison si dovrebbe dare una bella calmata…” lo aveva apostrofato tra sé Henrietta sentendolo redarguire la Battu per un banale cambio di orario tra due esperimenti. Devī era mortificata e umiliata perché non le sembrava di aver fatto chissà quale danno ma quello lì era il responsabile della missione… Accettò con un filo di stupore e sollievo le scuse di Temuera qualche ora dopo, quando Irina aveva saputo dell’incidente e lo aveva chiamato per una chiacchierata. Anche le parole, in orbita, appaiono più leggere.

La Dhomochevski era troppo navigata per non comprenderlo e quindi insegnarlo: quando si è in isolamento nello spazio esterno, costretti alla routine e all’assenza di privacy, l’universo assume contorni ben definiti e talvolta soffocanti, molto similmente ai reticoli cristallini degli elementi densi. Si tende a provare un’insolita leggerezza mentale oltreché fisica, i problemi a terra non sono i problemi in orbita e ogni azione o parola ha immediate conseguenze. Erano così in alto che non si accorsero nemmeno di qualche assenza ingiustificata di troppo, nel team sul pianeta. Essere sopra il mondo non significa essere al di sopra dei problemi normali del mondo.

Da quell’episodio, il comandante Harrison si dimostrò molto più elastico e paziente e ne diede prova durante un’importante uscita E.V.A. necessaria al montaggio delle antenne.

La prima passeggiata extraveicolare fu di tutto riposo: Henri doveva operare una valutazione quantitativa esatta dei pannelli solari tramite misuratore laser a due fotocellule allo scopo di settare correttamente lo spruzzatore modificato per spargere la soluzione protettiva. In quell’occasione si portò fuori anche la Battu come rinforzo, visto che era stata addestrata solo in ambiente subacqueo e che il giretto esterno era relativamente tranquillo. Per la ragazza, rimanere in balia delle correnti gravitazionali, senza un sotto o un sopra, dovendo controbilanciare movimenti privi d’inerzia, era stata un’esperienza esaltante. Per la Bonocore, un’altra tacca da aggiungere al curriculum. Parmesani, Harrison e Irina li avevano seguiti passo dopo passo, dando suggerimenti e scherzando nei momenti giusti.

– Occhio a non cadere… – aveva chiosato Giancarlo rivolto a Devī, che nella sua ignoranza militare trovava carina seppur di colore non proprio adeguato.

L’uscita si era risolta in poco più di un paio d’ore, senza intoppi, rispettando le scadenze e la novizia era rientrata piangendo dallo stupore di essere stata da sola nel vuoto cosmico.

L’attività successiva coinvolgeva i tre rimasti in disparte: Harrison in qualità di supervisore e rinforzo data la delicatezza delle operazioni, Parmesani e Dhomochevski come operatori e tecnici specializzati responsabili dell’assemblaggio.

I tre scafandri pressurizzarti si stagliavano candidi sui mari cobalto e le vallate ematite e nell’osservarli non si poteva fare a meno di rimanere a corto di parole e di fiato.

Irina aveva l’abitudine di fischiettare arie di opere liriche, Giancarlo si raccomandava a Sant’Antonio da Padova e Temuera ripassava incessantemente l’addestramento, da buon hard-disk allo stato solido.

La difficoltà si presentò all’installazione della seconda delle quattro grandi parabole.

Parmesani era incaricato di avvitare i bulloni e i primi tre non fecero alcuna resistenza ma l’ultimo non convinse l’italiano.

– C’è qualcosa che non va… – sibilò all’interno del casco.

La Dhomochevski, lontana alcuni metri e sospesa a testa in giù rispetto a lui, aggrottò la fronte.

– Specifica. – intimò al collega.

La protezione micrometrica in lamina d’oro della visiera di Parmesani si voltò prima verso la russa e poi verso Captain America, che stazionava circa dieci metri “sopra” di loro, protetto da uno dei pannelli fotovoltaici principali.

– Secondo me manca mezzo giro abbondante. Forse la filettatura non è perfetta. – si arrischiò ad affermare l’astronauta su cui nessuno avrebbe scommesso.

Calò il silenzio nella silenziosità ghiacciata dei pochi Kelvin dell’orbita bassa.

– Chiedo il permesso di escludere il limitatore di coppia e procedere manualmente. – disse infine Giancarlo dopo un profondo sospiro.

All’interno della I.S.S., Henri masticava sferette di succo d’ananas con i lineamenti dello stupore e Devī si era spiaccicata conto un oblò per poter assistere a un vero e proprio disastro da miliardi di dollari.

– Dhomochevski? – domandò Harrison, dopo qualche secondo relativisticamente dilatato.

– Se il Tovarishch Parmesani così crede allora sono d’accordo. Proviamo. – disse la donna, con il pollice alzato all’indirizzo degli altri due astronauti.

– Molto bene. Bonocore, trasmetti la richiesta all’Uomo a Terra per favore. – impartì il comandante.

Henrietta non si preoccupò di replicare e si diede subito da fare per stabilire un collegamento con la base operativa.

Gli unici rumori erano i riecheggianti e ritmici respiri negli elmetti da vuoto, lenti e calmi: Devī, oscillando inconsapevolmente, osservava inebetita le persone a poche decine di metri nel cosmo buio, protette da sottilissimi strati di fibre sintetiche, dove un piccolo imprevisto significa morte certa. E realizzò che anche lei era stata lì: un brivido da dieci ampere le attraversò la pelle. Si sentì al sicuro nei meandri ingombri di cavi e imbottiture, legacci e piastre di velcro. Il Pianeta intanto, come nulla accadesse, scivolava sotto le loro fragili esistenze, maestoso e insignificante al tempo stesso.

“Ci sta mettendo troppo.” considerò Captain Temuera.

– Abbiamo un problema, mes amies. Buona parte del personale a terra è impegnata in un briefing straordinario: mi ha risposto tale Jack Shaw di Warwick, ingegnere gestionale. Non è roba per lui e ha rimesso a noi la decisione. Comandante, Irina siete di scena. –

“Questa non me l’aspettavo…” pensò il comandante. Di nuovo, ripassò la formazione e non trovò casi simili con una procedura pre-definita. Titubava.

– Io dico di andare avanti. – esclamò la russa, togliendo le castagne dal fuoco all’americano.

– Harrison? – si accodò Giancarlo.

Era in minoranza e almeno uno dei suoi compagni di viaggio spaziale conosceva il mestiere perciò diede il suo assenso modellando la mano guantata e tondeggiante nel simbolo universale di “ok”.

– Procedo. – affermò Irina con una nota d’argento nella voce. Dava per scontato il suo coinvolgimento in prima persona. Iniziò a modificare l’assetto della E.M.U. con estrema delicatezza.

– No, lo faccio io. È responsabilità mia. – ribatté Parmesani con il ferro nel tono.

Nessuno se la sentì di controbattere ma la cosmonauta non frenò la sua avanzata. Era adesso al fianco del giovanotto.

– Avanti Tovarishch. – lo esortò standogli accanto.

“Ha le palle!” si disse Henri sgranocchiando una barretta proteica.

“È tutto scemo.” rifletté la Battu, prendendo appunti sul suo taccuino personale.

Aveva in mente di farne un best-seller, una volta rientrata.

Le ombre proiettate in maniera non convenzionale dalle scheletriche strutture della Stazione intimidirono per un attimo il giovane uomo.

Irina Dhomochevski seguiva le linee spezzate del profilo dell’habitat, così grande all’esterno e minuscolo all’interno: un mostro dalle ossa cave ed epidermide di Kevlar.

Giancarlo Parmesani cominciò a canticchiare.

“We get it on most every night

When that moon is big and bright

It’s a supernatural delight

Everybody was dancin’ in the moonlight…”

La chiave si mosse di tre millimetri.

“Everybody here is out of sight

They don’t bark and they don’t bite

They keep things loose, they keep things light

Everybody was dancing in the moonlight…”

Un altro millimetro.

Tornò indietro nel tempo, quando da ragazzo truccava le Vespe con il cugino alla periferia di Palermo. Bisognava stare attenti; più d’una volta il motore era schizzato via per colpa di un dado stretto con poca cura. Manteneva la concentrazione distraendosi con la canzone, percependo lo strumento e la massa da stringere.

“Dancing in the moonlight

Everybody’s feeling warm and bright

It’s such a fine and natural sight

Everybody’s dancing in the moonlight…”

Stop.

Parmesani sganciò con cautela l’attrezzo e illuminò l’opera. Sentiva il cuore rimbombargli nelle orecchie. Mise le mani in alto.

Irina si sporse da “sopra” la sua spalla sinistra e notò la chiavarda perfettamente avvitata e sicura.

– A posto. – annunciò con fierezza.

– Bravo ragazzo. – disse a Giancarlo, dandogli delle pacche sull’esoscheletro.

– E pulisci il sudore della visiera appena puoi. – aggiunse per postilla.

– Ottimo lavoro, ragazzi. Completiamo la sequenza e rientriamo. – concluse Temuera.

Dovettero interrompere lì, tuttavia. Henri e Devī li fecero rientrare di fretta al Modulo Unity: Ioannis aveva terminato la riunione e doveva parlare con tutto l’equipaggio.

 

Le notizie di Papadopulos li lasciarono sconfortati e attoniti, a tratti sconvolti: per almeno un’ora buona, nessuno riuscì a formulare un pensiero coerente o un’emozione precisa.

Il mondo intero era sotto attacco. Il nemico era invisibile, adattabile e all’apparenza invincibile. Non era un’epidemia d’influenza come gli era stato accennato nelle settimane precedenti; era qualcos’altro, qualcosa di molto antico e di molto cattivo. L’Uomo a Terra spiegò che sembrava trattarsi di un tipo ignoto di arbovirus, una creatura vecchia qualche milione di anni che era rimasta relegata e sonnolenta nelle impenetrabili foreste pluviali del Borneo finché qualche stronzo di prospettore minerario sudafricano non era andato a fargli una visita. Di più, lo aveva portato nella civiltà umana. Come liberare uno squalo bianco in una piscina di otarie, come accendere un fiammifero in una stanza satura di idrogeno. Non era chiaro nemmeno come fosse avvenuta la trasmissione: una teoria affermava che i geologi, per compiacere i locali e accattivarsene le simpatie per poter concludere affari, avessero banchettato insieme a loro con carne di scimmia infetta. Un’altra ipotesi, molto più verosimile e forse più aderente alla realtà dei fatti, voleva che il vettore dell’agente virale fosse un artropode sconosciuto, entrato in simbiosi con il microrganismo nel corso di migliaia di anni, che aveva punto quei deficienti di esploratori. Il problema che si stava riscontrando a livello globale non era tanto l’aggressività del patogeno quanto la sua estrema mutabilità.

– Quindi il test di privazione emotiva era tutto una balla? – chiese d’un tratto la Bonocore.

Ioannis li guardò fisso dallo schermo, i pixel leggermente sgranati, deglutendo un po’ di saliva.

– Sì. Non esiste alcun test di privazione emozionale. – affermò.

Aveva mentito per tenerli buoni e annichilire i sospetti, inventando di sana pianta uno studio sull’astensione sentimentale dell’equipaggio: niente contatti con gli affetti più vicini, compilazione di alcuni questionari e controllo delle reazioni somatiche in ambiente estremo. Dati per i futuri viaggi interplanetari.

Ah, le petit fils de pute… – esclamò Henri, quasi divertita.

Parmesani si scaldò.

– Sei un bastardo, Ioannis. Che ti dice il cervello? – latrò all’indirizzo dell’immagine digitale.

La Battu si mordicchiava le unghie e il comandante era misteriosamente taciturno.

Irina galleggiava in ultima fila.

– Ragazzi calmatevi. Non potevamo prevedere le vostre reazioni. Dovevamo prima capire con cosa avevamo a che fare e… –

– È pandemico? – domandò interrompendolo la dottoressa Devī, quasi rannicchiata nella sospensione gravitazionale.

Papadopulos si sistemò la pettinatura e lasciò vagare per qualche istante lo sguardo.

– Sì, altamente. Stanno evacuando anche noi. Questo è il nostro ultimo contatto diretto. In molte zone degli Stati Uniti e del Nord Europa la legge marziale è già in vigore. Da quattordici ore non abbiamo notizie dell’Ucraina e in mezza Africa è scoppiato il panico puro… Il permesso di rientrare è revocato fino a nuovo ordine. Cercherò di passarvi le informazioni che recupero. –

– Siamo in quarantena nella quarantena… – si lasciò sfuggire Harrison, con parole stanche e volteggianti nell’aria dal sapore di azoto.

– No, forse siamo l’ultima speranza. – concluse la Dhomochevski.

La frase restò lì, a ondeggiare con le penne e i tablet, sospesa come l’ultima foglia di un ramo morente.

Quando sei troppo in alto, i problemi dei terrestri sembrano non riguardarti. Ma ti sbagli, ti sbagli sempre.

Nessuno osò aggiungere altro.

 

Devī Battu non si accorse di nulla, era troppo assorta nello studio dei dati che Ioannis aveva lasciato nel cloud. Erano passati solo sette giorni dalla terribile notizia…

Centosessantotto lunghissime e logoranti ore, esasperanti nella loro banalità. L’assenza di peso funzionava come una specie di placebo per le preoccupazioni. Ciascuno di loro cercava di metabolizzare l’evento catastrofico come meglio poteva.

Giancarlo si allenava di continuo, convincendosi che la sua fidanzata e il suo piccolo Mario di tredici mesi stessero bene, al sicuro e in salute.

Henri teneva d’occhio tutti i parametri della Stazione: la parvenza di avere tutto sotto controllo le rendeva più sopportabile il pensiero di sua moglie e delle loro due figlie così lontane e indifese.

Temuera sfogliava su un device portatile le foto del suo clan: partite di football, barbecue in giardino, tramonti infuocati e si assicurava che tutti rimanessero calmi e concentrati. O così voleva che si pensasse.

Irina leggeva molti manuali e riguardava con una certa attenzione l’ultimo video che Ioannis era riuscito a inviare.

Gli studi preliminari erano assolutamente affascinanti: quel piccolo infame non rimaneva lo stesso per più di quattro generazioni. Si era manifestato come una potente influenza e dopo dodici giorni era diventato una bronchite, quindi una grave polmonite interstiziale. L’ultima analisi rimarcava una vicinanza alla dengue. Non ci avrebbe messo molto a evolversi per attaccare il sistema nervoso periferico per poi passare a quello centrale. La giovane biochimica leggeva le estrapolazioni ammaliata: le proprietà assassine della Natura non smettevano mai sorprenderla.

All’improvviso sentì nell’interfono Henrietta, emozionata.

– Comandante Harrison, che stai facendo? –

– Io… Io devo tornare a casa… – udì rispondere Captain America, nel gracchiante tono della cassa. Si lanciò verso lo schermo più vicino e scorse rapida le schermate delle telecamere interne. Vide Harrison aprire il portello interno del Modulo Uno. Se lo chiuse alle spalle e senza dire altro aprì il boccaporto esterno, nel vuoto cosmico senza la protezione della E.M.U.: Temuera Harrison venne risucchiato e fatto implodere all’istante dai gradienti negativi di pressione e temperatura. Il sangue si cristallizzò in piccoli rubini svolazzanti nella camera di equilibrio. Irina e Giancarlo, i più vicini, erano accorsi e rollavano nei pressi del raccordo di Unity, appesi agli agganci, fissando il nero universo che adesso e per sempre era diventata la dimora del loro compagno.

 

– Potrebbe toccare a chiunque di noi, l’Apocalisse non è per i deboli. – affermò convinto Parmesani, osservando la Terra da uno degli oblò centrali. Alludeva ovviamente al crollo psicologico di Harrison.

– E meno male che ha lasciato chiusa la porta interna. Forse è il caso di considerare un tentativo di rientro… – propose.

Le tre donne lo guardarono con un misto di rabbia e comprensione.

– Dobbiamo attenerci alle istruzioni. E poi, come dovremmo fare a rientrare? La capsula ne porta tre, tanto per cominciare. Non c’è nessuno al centro controllo, anzi non sappiamo nemmeno dove li abbiano portati. Ammesso poi che riuscissimo ad arrivare a terra, in Kazakistan, non abbiamo idea se verranno a recuperarci o ci fucileranno sul posto. Inoltre, abbiamo una responsabilità non indifferente: siamo gli unici esseri umani sicuramente mai entrati in contatto con la pandemia. – riassunse Henri, provando ossessivamente i canali radio.

Dhomochevski ascoltava ad occhi socchiusi e prestava particolare cura alla Battu che, accosciata e beccheggiante, scriveva sul suo blocconote.

Erano soli e disperati, in orbita, nel pericolo controllato sorvolando costantemente una minaccia di livello estintivo. Si lasciarono scappare sbuffi e sospiri.

La Bonocore si sdraiò lunga nell’assenza di gravità.

– Devo tornare giù. – disse improvvisamente la dottoressa Devī.

Irina le sorrise apertamente e gli altri due si guardarono interrogativi.

– Adesso vi spiego. – proseguì la giovane studiosa, accingendosi a illustrare le sue conclusioni.

Savitar, il dio del moto e della velocità, così lo aveva soprannominato. Aveva la straordinaria capacità di variare radicalmente la sua struttura ancor prima che gli scienziati lo studiassero nella sua interezza e trovassero contromisure efficaci. Un micrometrico perfido bastardo ma pur sempre una parte della biosfera e come tale doveva avere dei punti deboli, bisognava solo trovarli. Devī, dopo averci riflettuto a lungo, era convinta di aver trovato una strada promettente. Con buona approssimazione di certezza, raccontò, dell’emergenza se ne stavano occupando le strutture sanitarie pubbliche e private, lavorando spasmodicamente a un vaccino, a un antagonista sierologico, a un farmaco o a una cura. Era un vicolo cieco: Savitar era troppo rapido, troppo furbo; avrebbe frustrato tutti i loro sforzi. Dal poco materiale che Papadopulos era stato in grado di caricare, era riuscita a dedurre la vera potenza del virus: l’incompletezza. I dati di base confermavano veri e proprio buchi nell’RNA che il microbo colmava di volta in volta con creatività. Il probabile motivo di questa variabilità stupefacente, secondo la ragazza, risiedeva nella sua longevità: si era fatta convinta che Savitar fosse uno dei progenitori di tutti i virus, il patriarca di tutte le piaghe. La Natura lo aveva tenuto nascosto per una ragione ben precisa, gli umani avevano turbato un equilibrio ancestrale e ne stavano pagando le devastanti conseguente.

– La soluzione più efficiente è costruire il suo avversario. Se riusciamo a capire i suoi meccanismi di mutazione, possiamo creare delle cellule-bersaglio facilmente espellibili. Se riusciamo a mappare con precisione gli agganci proteici, possiamo costruire degli anticorpi appositi. Posso… Possiamo batterlo ma non qui. – concluse Devī con gli occhi lucidi. Le lacrime, prive di peso e d’inerzia, assumono forme oblunghe per via del quantitativo di minerali e ricordano le gocce di pioggia.

Henri le poggiò una mano sulla spalla, muovendosi dolcemente nell’atmosfera artificiale: voleva farle sentire la sua empatia e riportarla alla realtà.

– Dici sul serio? Puoi far finire questo casino? – chiese Parmesani eccitato, arrampicandosi verso le colleghe.

– Io… Non lo so. Quello che so è sono più utile in un laboratorio che qui. – rispose la Battu, tirando sul col naso.

La Bonocore la abbracciò e le accarezzò i capelli corvini.

– Non abbiamo modo di scendere sul pianeta… – replicò la francese tristemente.

Irina Dhomochevski lanciò ai colleghi cosmonauti un’occhiata dura come l’osmio corredata di un sorriso smagliante.

 

– Hai capito l’Uomo a Terra… – sussurrò Giancarlo.

La russa aveva assicurato che, con le dovute modifiche effettuabili da loro stessi, il sistema di guida a distanza era compatibile con il modello di Sojuz che li aveva trasportati in orbita. Ciò che rimaneva un’incognita era una zona di atterraggio sicura. A quell’interrogativo, Irina iniziò a fare scorrere l’ultimo filmato di Ioannis Papadopulos, spedito nell’etere tre giorni avanti. Si vedeva un uomo molto stanco e affranto eppure fiero e tenace. Riferiva che la situazione precipitava e si faceva più grave ogni ora, la malattia si propagava senza freni e con diversificazioni sempre più letali, decine di governi erano già crollati, le rivolte per il cibo scoppiavano ovunque, gli invasati stavano prendendo il sopravvento, la civiltà stava per crollare. Tendeva a massaggiarsi spesso le tempie e gli occhi, segno che era al chiuso, in un bunker. L’ipotesi era confermata dall’assenza di finestre nel suo alloggio.

– Guardate qui. – disse la donna, mettendo in pausa il video. Indicò l’orologio digitale sulla parete alle spalle dell’uomo. Segnava le 62 e 55: era certamente guasto.

Gli altri tre rimasero per un attimo molto poco convinti.

– E osservate bene il riflesso negli occhiali poggiati sul tavolo… – aggiunse.

Le lenti rispecchiavano quattro cifre al contrario digitate su di una calcolatrice: lette nel verso giusto erano 40,34.

Sotto controllo militare, tutte le trasmissioni erano monitorate perciò il coordinatore aveva escogitato un modo per far filtrare un’informazione vitale separandola in due componenti distinte cosicché almeno una parte raggiungesse la destinazione.

– È un messaggio per me. Mi sta dicendo dove sono. – affermò Irina con soddisfazione.

Cosmodromo di Pleseck: 62°55’32” N, 40°34’40” E. Ottocento chilometri circa a nord di Mosca: Lev Dhomochevski era morto lì e la figlia sapeva che lo spazioporto non era l’unica struttura nell’area. Nel sottosuolo, era stato costruito un alveare antiatomico segreto durante la Guerra Fredda ed evidentemente lo avevano riciclato per l’occasione.

Irina misurò i suoi compagni di avventura galleggiare fra strette pareti cilindriche, non proprio puliti e molto provati.

– Vi porto io giù. –

 

I preparativi furono febbrili. Irina, Henri e Giancarlo lavorarono a turni di due sulla navetta, risparmiando Devī dagli incarichi perché troppo importante per rischiare un incidente e perché troppo inesperta nei compiti extraveicolari. La Sojuz venne rinforzata nei punti strategici e vennero esclusi i giunti esplosivi automatici in quanto, citando la Dhomochevski, le servivano un po’ di aereodinamica e un po’ di massa per farle cambiare traiettoria nell’atmosfera. La superficie del velivolo venne irrorata con il colloidale protettivo rimasto per darle qualche secondo di resistenza in più alla ionizzazione da attrito. Era un azzardo di livello finale: Henri paragonò il loro piano a quello di Wile E. Coyote quando, beffato da Beep-beep, piombava giù dalle rupi e apriva l’ombrellino colorato per frenare lo schianto. Un giorno intero fu dedicato alla ricalibratura dei parametri dei software per essere certi che il mezzo orbitale rispondesse in maniera pronta e adeguata. La discussione successiva era senza uscita: la Battu era necessaria, Henri e Giancarlo avevano famiglia e quello era l’ultimo volo per chissà quanto tempo.

Irina doveva rimanere per forza sulla Stazione: non c’era spazio nell’abitacolo della Sojuz per un quarto membro anche se Parmesani aveva proposto di saldare un altro seggiolino. Senza contare che per far rientrare la Sojuz il quel modo bisognava in sostanza pilotare a vista almeno per un tratto e controllare una serie di strumenti con attenzione meticolosa. Il rientro dall’orbita non è l’ideale per aggiustamenti millimetrici.

La russa fu inflessibile come il diamante; avrebbe atteso nello spazio la fine del disastro, fiduciosa e serena.

– Senza voi tre e tirando un po’ la cinghia, quadruplicherò il tempo di permanenza. Posso reggere un altro anno, se sarà necessario. – disse l’astronauta stringendo i capelli ramati in una coda alta, mentendo spudoratamente. Parmesani, Bonocore e Battu non seppero come ribattere e andarono a indossare le protezioni.

– Cercherò di portarvi il più vicino possibile alle coordinate stabilite. Trasmetterò su tutte le frequenze il motivo del rientro, voi restate dentro le tute con l’ossigeno. Andrà tutto bene. – li rincuorò mentre li aiutava a trasferirsi dalla I.S.S. alla Sojuz.

Giancarlo Parmesani le strinse forte la mano, serrando la mascella e scese nella capsula prima che l’emozione prendesse il sopravvento.

Devī Battu guardò la sua compagna con un’ammirazione sconfinata e Irina la fissò di rimando, mentre le serrava il casco.

– Il tuo nome farà la differenza. “Devī”: colei che risplende. Porta la luce, ragazza. – le disse, spingendola senza sforzo nel cockpit.

Henri Bonocore la guardò e non trovò le frasi per salutarla poiché sapeva che quella era l’ultima volta che si vedevano. Entrambe erano coscienti che si trattava di un biglietto di sola andata. Si abbracciarono senza parlare.

Irina sganciò la Sojuz per trovarsela “sotto”, la sistemò in assetto con i razzi di posizione e attese qualche attimo che la traiettoria calcolata s’illuminasse di verde.

– Buon viaggio, ragazzi. Ci vediamo presto. –

La navetta iniziò il percorso di rientro come da programma, acquisendo velocità attirata dal pianeta. Riusciva ancora a intravederla, poi passò alla guida strumentale. Le componenti non si divisero, le modifiche reggevano. La schermatura anti-calore resse quei sei secondi che le servivano. Utilizzò i pannelli solari come alettoni per deviare il volo pre-caricato e la portò sopra lo spazio aereo russo.

– A tutti coloro che posso sentirmi: Sojuz in rientro con prezioso carico. NON ABBATTERE. RIPETO: NON ABBATERE. –

Ripeté quella comunicazione molte volte, in tutte le lingue che conosceva.

Una volta che ebbe la certezza di averli portati sulla verticale dello spazioporto in disuso, fece detonare i cuscinetti esplosivi e liberò i paracadute.

Adesso aveva un’altra missione da portare a compimento.

 

La videocamera aveva il led rosso acceso e riprendeva correttamente.

Si schiarì la voce e si diede una rassettata, quindi cominciò a parlare.

– Mi chiamo Irina Nikolovna Dhomochevski e sono un’astronauta. Sono un essere umano del pianeta Terra: troverete tutte le informazioni astrografiche negli hard-disk che ho allegato. Quarantotto giorni fa, una pandemia con mortalità certificata del 91% nella sua ultima forma, Savitar, ha colpito la mia specie. Tredici giorni fa ho rimandato al suolo una speranza per tutti noi. Undici giorni fa ho avuto conferma che la speranza era stata presa in carico e messa al lavoro. Da allora, non ho avuto più aggiornamenti. Ho recuperato tutta la conoscenza e le nozioni che ho potuto: arti figurative, architettura, geologia, geografia, letteratura, storia, medicina, matematica, astronomia, filosofia, fisica, filmati, giornali: qualunque testimonianza della nostra presenza e dei nostri errori su questo sperduto globo che ruota attorno a una stella di Classe spettrale G2 V. Non ho idea, allo stato attuale, della mia sorte. È probabile che non potrò essere recuperata e anche se avvenisse le ripercussioni sulla mia condizione fisica saranno permanenti. –

Fece una pausa e sorrise all’obiettivo: pensava alla perdita inesorabile di densità ossea e all’incessante progredire dell’atrofia muscolare.

– Ho stivato tutti i dischi di memoria in una sezione del satellite artificiale dove sono stata confinata insieme a un campione di sangue che contiene il nostro codice genetico, il nostro D.N.A., un esoscheletro E.M.U. e tutto ciò che sono riuscita a salvare. Procederò allo sgancio del modulo dopo avervi fissato dei propulsori di fortuna e lo lancerò nello spazio esterno, contando che non si abbatta su qualche luna: il messaggio nella bottiglia di un’intera razza. È tutto ciò che posso fare. È questa l’eredità che lascio: se c’è qualcuno là fuori, se riuscite a comprendermi, volevo solo che sapeste che siamo esistiti anche noi, in questo sconfinato universo.

Dhomochevski, chiudo.

 

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No al mezzo voto per un caffè https://www.carmillaonline.com/2020/09/18/no-al-mezzo-voto-per-un-caffe/ Thu, 17 Sep 2020 23:26:09 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=62785 di Luca Baiada

Nel 1947, quando fu scritta la Costituzione, si stabilì di eleggere un deputato ogni 80.000 abitanti e un senatore ogni 200.000. Dopo, nel 1963, i numeri delle Camere divennero fissi: 630 e 315; di fatto, rispetto al popolo, la stessa proporzione del 1947 per la Camera, e una proporzione più rappresentativa (un eletto, all’incirca, ogni 160.000 abitanti) per il Senato.

Oggi gli italiani sono molti di più. Quindi, perché i votanti contino come nell’Italia fresca di Liberazione e Repubblica, il numero dei parlamentari deve crescere, non diminuire. Con la [...]

No al mezzo voto per un caffè è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Luca Baiada

Nel 1947, quando fu scritta la Costituzione, si stabilì di eleggere un deputato ogni 80.000 abitanti e un senatore ogni 200.000. Dopo, nel 1963, i numeri delle Camere divennero fissi: 630 e 315; di fatto, rispetto al popolo, la stessa proporzione del 1947 per la Camera, e una proporzione più rappresentativa (un eletto, all’incirca, ogni 160.000 abitanti) per il Senato.

Oggi gli italiani sono molti di più. Quindi, perché i votanti contino come nell’Italia fresca di Liberazione e Repubblica, il numero dei parlamentari deve crescere, non diminuire. Con la modifica che ci propongono, che riduce i parlamentari a 600, la proporzione è di un deputato ogni 150.000 e un senatore ogni 300.000 abitanti. Altro che un terzo di meno: il voto ne esce quasi dimezzato. Lo slogan «uno vale uno», ripetuto dai Cinque stelle, si aggiorna in «uno vale la metà».

E poi, non è una questione di semplici proporzioni aritmetiche. Con Camere più piccole il dibattito si impoverisce, il potere delle segreterie e le risse fra capetti aumentano, gli orientamenti politici si appiattiscono. Cioè, il voto sbiadisce e perde senso. Va ancora peggio se la legge elettorale è cattiva; e di questi tempi, il tema delle elezioni sa di inganno avvolto nell’enigma.

Secondo le versioni ufficiali, come quella sul sito «riformeistituzionali.gov.it», la riforma fa risparmiare cinquecento milioni di euro a legislatura. È un calcolo discutibile, ma i governi dicono sempre la verità, quindi lo prendiamo per buono. Il risparmio è di cento milioni all’anno, e visto che gli italiani sono sessanta milioni, ognuno risparmia un euro all’anno più centesimi. Un caffè, e non ci aggiungi neanche un cornetto.

Il voto è dimezzato, ma in cambio ti offrono un caffè. All’anno, non al giorno, che sarebbe uno scialo. Achille Lauro, che dava agli elettori un paio di scarpe, era più generoso. Era più largo anche il Piano di rinascita democratica della loggia massonica P2: gli incappucciati di Licio Gelli proponevano 450 deputati e 250 senatori, totale 700[i]. Questa riforma disgraziata ce ne toglie altri cento. Caso strano, anche fra quelli che hanno tenuto viva la denuncia delle malefatte della P2, c’è chi, come la direzione del «Fatto Quotidiano», vuole ridurre la rappresentanza.

La voglia di castigare i parlamentari – purtroppo, a sentire certi dibattiti, c’è da mandarli alle scuole per analfabeti – non deve far danno agli elettori. Il proverbiale omino con le forbici, quello che volle fare un dispetto alla moglie, si privò di parti non sostituibili.

Chi vuole ridurre il numero fa confronti con paesi vicini e lontani, diatribe sul costo dei portaborse e dei barbieri di Montecitorio, oroscopi costituzionali, trucco e parrucco. Invece il firmatario della prima proposta per la riduzione, Gaetano Quagliariello, nel 2018 in Senato ha citato Cesare Balbo e ha detto la sua sulla legge elettorale; secondo lui è sopravvalutata. Sentiamo: «Appare ora inevitabile la presa di consapevolezza che sia necessaria una riforma più ampia che investa il Parlamento e soprattutto la forma di governo e soltanto a valle, e in modo coerente, la legge elettorale». A monte preparano quello che vogliono a valle: dirigismo, governismo e una legge elettorale su misura. Mackie Messer ha il coltello, ma vedere non lo fa.

A proposito. Cesare Balbo, Sommario della storia d’Italia, prima edizione 1846, sull’antica Roma repubblicana: «Lo spendere per il pubblico, il capitalizzare il lavoro delle generazioni presenti a pro delle avvenire, è proprio sempre di tutte le generazioni forti, che han fiducia nel proprio avvenire»[ii]. Insomma, appunto: a valle c’è quello che hai preparato a monte.

Quanto alla sinistra, brilla la sua capacità di fare gli scambi perdenti, i «paghi tre e prendi nulla»: si mette mano alla Costituzione, con perdita secca di democrazia, in cambio di regole elettorali da fare il 31 settembre, per legge ordinaria, scritta in ostrogoto con l’inchiostro invisibile, e ritoccabile in qualsiasi momento da Camere mortificate. La trappola è grossa: il diritto di voto che si azzoppa è vero, il caffè che si offre è avvelenato.

Non resta che tenersi il voto intero e al referendum rispondere No, anche sapendo che se cerchi candidati decenti, fai una fatica indecente.

[i] Piano di rinascita democratica, voce ProgrammiMedio e lungo termine, punto a3), Ordinamento del Parlamento. La Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2 nota nel Piano, «calata in una prospettiva genericamente tecnocratica, l’immagine chiusa e non priva di grigiore di una società dove si lavora molto e si discute poco. […] La logica del controllo contrapposta a quella del governo balza qui in evidenza con tutta la cinica conseguenzialità di una visione politica che tende a situare il potere negli apparati e non nella comunità dei cittadini, politicamente intesa» (Camera dei deputati, Senato della Repubblica, IX legislatura, Relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2, pp. 147 e 149).

[ii] Cesare Balbo, Sommario della storia d’Italia, Sansoni, Firenze 1962, p. 54.

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Il razzismo, la democrazia e il male assoluto https://www.carmillaonline.com/2020/09/16/il-razzismo-la-democrazia-e-il-male-assoluto/ Wed, 16 Sep 2020 21:00:19 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=62585 di Sandro Moiso

James Q. Whitman, Il modello americano di Hitler. Gli Stati Uniti, la Germania nazista e le leggi razziali, LEG edizioni, Gorizia 2019, pp. 180, 20,00 euro

E’ un tema spinoso, un argomento scottante e soprattutto un terreno minato quello in cui si avventura James Q. Whitman, docente di Diritto comparato presso la Yale Law School, nell’analizzare i rapporti tra le leggi razziali e razziste americane (riferibili come “leggi Jim Crow”) e l’insegnamento che ne trassero e l’uso che ne fecero i legislatori nazisti che diedero vita alle leggi di [...]

Il razzismo, la democrazia e il male assoluto è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Sandro Moiso

James Q. Whitman, Il modello americano di Hitler. Gli Stati Uniti, la Germania nazista e le leggi razziali, LEG edizioni, Gorizia 2019, pp. 180, 20,00 euro

E’ un tema spinoso, un argomento scottante e soprattutto un terreno minato quello in cui si avventura James Q. Whitman, docente di Diritto comparato presso la Yale Law School, nell’analizzare i rapporti tra le leggi razziali e razziste americane (riferibili come “leggi Jim Crow”) e l’insegnamento che ne trassero e l’uso che ne fecero i legislatori nazisti che diedero vita alle leggi di Norimberga nel 1935.
Molti studiosi, storici del diritto e non, avevano già in precedenza rilevato il collegamento tra i due regimi giuridici, ma, quasi tutti, hanno cercato poi di sminuirne il valore o, almeno, di separare e distanziare nettamente le due realtà, tendendo a negare che le Leggi Jim Crow possano davvero avere avuto importanza nella costituzione del modello nazista.

Invece, fin dalla Prefazione, Whitman afferma che:

Si dice spesso che il razzismo americano sia incompatibile con i valori della democrazia americana – e in particolare che lo schiavismo su base razziale abbia rappresentato una macchia sulla Fondazione, una contraddizione con le promesse della nuova repubblica. Ma […] democrazia e razzismo andavano a braccetto agli albori della storia americana […] E’ dura convincere le persone ad accettare di essere tutte uguali. Una delle strategie migliori per ottenere questo risultato, come sappiamo, è di farle unire contro un comune nemico razziale -convincendo bianchi poveri e bianchi ricchi, ad esempio, a unirsi nel disprezzo per i neri. John C. Calhoun, un personaggio oggetto di una lusinghiera biografia nazista nel 1935, descrisse i punti chiave di questa strategia nel 1821. Lo schiavismo su base razziale, diceva, era necessario in quanto si trattava della “migliore garanzia di eguaglianza fra i bianchi. Esso produce fra loro un livello di parità […]”.
Anche la politica nazista era una politica che promuoveva una forma di egualitarismo nello stile di Calhoun – egualitarismo per quelle persone che i nazisti consideravano membri del Volk, a spese di quelli che non lo erano. Quando esaminavano la mostruosa legislazione razziale americana all’inizio degli anni ’30, i giuristi nazisti stavano esaminando un qualcosa le cui fondamenta politiche non erano poi così diverse dalle loro. Entrambi i paesi erano culle di un egualitarismo fatto di risentimento razziale.1

Nelle pagine successive l’autore ci ricorda poi che, il 5 giugno 1934, i più importanti giuristi della Germania nazista si erano riuniti per progettare quelle che sarebbero poi diventate le Leggi di Norimberga, vero impianto legislativo su cui si sarebbe fondato, fino alla sua caduta, il regime.
In queste l’esclusione dai diritti dei cittadini non ariani, la loro emarginazione e successiva proibizione dei matrimoni misti, si sarebbe accompagnato ad una vera e propria definizione e creazione del “vero” cittadino nazista e della sua bandiera.

Fu una riunione importante, e uno stenografo presente produsse una trascrizione letterale, un documento che la diligentissima burocrazia nazista conservò a testimonianza di quello che era un momento cruciale nella creazione del nuovo regime razziale […] Nel corso dei minuti iniziali, il Ministro della Giustizia Gürtner presentò un promemoria sulle leggi americane sulla razza, una nota redatta con grande accuratezza dai funzionari del ministero proprio in vista di quell’incontro; e durante la discussione i partecipanti tornarono più volte ai modelli americani di legislazione nazista. E’ assolutamente sbalorditivo scoprire che tra i presenti, i nazisti più radicali fossero i più appassionati sostenitori della lezione che l’approccio americano offriva alla Germania. Questa trascrizione, inoltre, non è l’unica testimonianza dell’attenzione dei nazisti alle leggi razziali americane. Fra la fine degli anni ’20 e l’inizio degli anni ’30 molti nazisti, fra i quali persino lo stesso Hitler, mostrarono grande interesse per la legislazione razzista degli Stati Uniti. Nel Mein Kampf Hitler lodava l’America come niente di meno che “l’unico stato” che fosse riuscito a progredire in direzione di quell’ordine razzista che le Leggi di Norimberga miravano a realizzare […] Per dirla con le parole di due storici del Sud, negli anni ’30 la Germania nazista e il Sud degli Stati Uniti si guardavano “come allo specchio”: si trattava di due regimi apertamente razzisti e di straordinaria crudeltà. Nei primi anni ’30 gli ebrei tedeschi erano braccati, picchiati e talvolta assassinati sia da bande organizzate che dallo Stato stesso. Negli stessi anni, i neri del Sud americano erano a loro volta braccati, picchiati e talvolta assassinati.2

Certo nella vulgata comune la vicinanza tra i due sistemi è una realtà negata e difficile da digerire.

Quali che siano state le analogie fra i regimi razzisti degli anni ’30, per quanto disgustosa possa essere la storia del razzismo americano, siamo abituati a pensare al nazismo come a un orrore senza precedenti. I crimini nazisti rappresentano l’abominio, l’orribile sprofondare verso quello che viene spesso definito “male radicale”.3

Eppure, eppure… la realtà è, secondo l’autore, che l’interesse dei nazisti per l’esempio americano di leggi razziali «fu duraturo, significativo e in certi casi persino entusiasta. Sicuramente volevano imparare dall’America».
Prova ne sia che appena dopo la proclamazione della Legge sulla cittadinanza del Reich, di quella sulla protezione del sangue e dell’onore tedesco e di quella sulla bandiera del Reich, quarantacinque avvocati nazisti salparono per New York sotto gli auspici dell’Associazione nazionalsocialista tedesco dei giuristi. Il viaggio fu una ricompensa per gli avvocati, che avevano codificato la filosofia legale basata sulla razza del Reich.

Lo scopo dichiarato della visita era quello di ottenere “uno speciale spaccato del funzionamento della vita legale ed economica americana attraverso studi e conferenze”. I precedenti americani ebbero così modo di informare altri cruciali testi nazisti, tra cui il Manuale socialista nazionale per la legge e la legislazione. Un saggio fondamentale in quel volume, le raccomandazioni di Herbert Kier per la legislazione razziale, dedicava un quarto delle sue pagine alla legislazione degli Stati Uniti, che andava oltre la segregazione includendo le regole che governano gli indiani d’America, i criteri di cittadinanza per filippini e portoricani e gli afroamericani, i regolamenti sull’immigrazione e divieti contro l’incrocio di razze in circa 30 stati. Nessun altro paese, nemmeno il Sudafrica, possedeva un insieme così sviluppato di leggi pertinenti.

Non si confonda quindi il lettore nel pensare agli Stati Uniti degli anni Trenta, quelli dell’età di Roosvelt e del New Deal e poi avversari del nazismo e dell’espansionismo nipponico dopo l’attacco di Pearl Harbor, come al regno della democrazia e del diritto. Il Partito Democratico aveva una buona parte delle sue radici e del suo elettorato proprio in quel Sud in cui le leggi segregazioniste erano particolarmente diffuse mentre, nello stesso periodo, anche i bianchi poveri e i piccoli contadini sfuggiti alle tempeste di polvere dell’Oklahoma avrebbero dovuto fare i conti con una nuova forma di segregazione di classe nei campi che “accoglievano” i migranti interni in California. In attesa di essere impiegati come manodopera e braccianti a bassissimo costo nelle grandi imprese agricole del Golden State.

Lavoro coatto nella sua forma schiavista (o quasi) che dagli afro-americani si era esteso al proletariato bianco, non troppo dissimile da quello che sarebbe diventato poi d’uso comune per i prigionieri di guerra e gli internati dei campi di concentramento che, nel corso del secondo macello imperialista, avrebbe caratterizzato economie e società di gran parte dei paesi belligeranti. Non soltanto in Germania.

Come afferma Whitman, l’intento della sua ricerca «è quello di raccontare una storia trascurata: la storia di come i nazisti, al momento della redazione delle Leggi di Norimberga, andarono a scavare nella legislazione americana in cerca di ispirazione. Ma è anche quello di interrogarci su cosa questo ci dica della Germania nazista, della storia moderna del razzismo, e soprattutto dell’America».

Molto spesso ricerche come quella del Whitman sono state tacciate, a torto o a ragione, di costituire una sorta di reductio ad Hitlerum, ovvero una tattica tendente a screditare qualcuno o qualcosa comparandolo ad Adolf Hitler o al nazismo tout court. Per alcuni interpreti tale tattica potrebbe poi avere, in alcuni casi, anche la funzione di ridurre le responsabilità politiche e morali del nazismo dimostrando che anche altri avrebbero operato in passato nello stesso modo.

Peccato però che anche tale interpretazione potrebbe servire a mascherare le responsabilità dei disastri militari, politici, economici e sociali (oltre che morali) tipici del modo di produzione attualmente dominante, la cui distruttività non è merito soltanto di singoli individui (Hitler o Trump, solo per citarne due fin troppo facili da indicare) o partiti, ma soprattutto delle insopprimibili regole di divisione di classe e di appropriazione privata della ricchezza socialmente prodotta che ne costituiscono le fondamenta, fin dal suo primo apparire nel XVI secolo.

A ben guardare, poi, è proprio l’America di oggi, quella che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni attraverso i canali televisivi e tutti gli altri media, a confermarci la ferocia del razzismo sotteso dalla libertà americana. Una pur rapida disamina dei recenti atti di violenza poliziesca nei confronti della popolazione afro-americana ci conferma infatti ancora che gli Stati Uniti, dalla loro originaria fondazione fino all’uccisione di George Floyd e a quelle successive verificatesi a Kenosha, Los Angeles e Washington, hanno fondato la loro struttura sociale su una rigida divisione etnica basata su quella che è stata definita “linea del colore” e, anche all’interno delle etnie escluse, su una ferrea divisione classista tra chi ha e chi non ha.

Lo stesso estensore della Dichiarazione di indipendenza, Thomas Jefferson, poteva infatti lanciare l’idea di una indefinita ricerca di uguaglianza e felicità cui sarebbe stato destinato il popolo americano, pur mantenendo nelle sua piantagioni 250 schiavi, dimostrando così nei fatti (nonostante la sua successiva promessa di contribuire a liberare tutti gli schiavi mai veramente andata in porto) come segregazione razziale e sfruttamento o sterminio delle altre etnie ad opera dell’uomo bianco non fossero che l’altra faccia della medaglia del progressismo liberale. Cosa che già anche Marx aveva notato, nel 1847 in Miseria della filosofia, affermando che la schiavitù del Sud degli Stati Uniti poco o nulla aveva a che fare con quella antica, mentre invece costituiva un moderno sistema di sfruttamento, peraltro indispensabile allo sviluppo del capitalismo manifatturiero inglese ed europeo4.

Anche se è pur sempre indubitabile che se gli Stati Uniti sono entrati negli anni ’30 come l’ordine razziale più consolidato del globo, i percorsi di Norimberga e le leggi Jim Crow si sono svolti in modo molto diverso, uno culminante nel genocidio di massa, l’altro, dopo molte lotte, in conquiste dei diritti civili. Ma, come ha rilevato Ira Kratznelson, politologo e storico americano specializzato nell’analisi dello stato liberale e delle disuguaglianze negli Stati Uniti presso la Columbia University, in una recensione del libro di Whitman: «nessuna di queste conquiste, nemmeno la presidenza di un afroamericano, ha rimosso le questioni di razza e cittadinanza dall’agenda politica. I dibattiti attuali su entrambi i punti ci ricordano chiaramente che i risultati positivi non sono garantiti. Le stesse regole del gioco democratico – elezioni, open media e rappresentanza politica – creano possibilità persistenti di demagogia razziale, paura ed esclusione». Per cui occorre ricordare che se Donald Trump, da un lato, minaccia l’uso della forza e delle armi per riportare l’ordine nelle città in rivolta, dall’altro il candidato “democratico” Joe Biden, nel discorso tenuto proprio alla Grace Lutheran Church di Kenosha il 3 settembre, non ha mancato di ribadire che: “Non conta quanto sei arrabbiato, se fai razzie o appicchi il fuoco, devi poi risponderne. Punto. Non puo’ essere tollerato, su tutta la linea”.

Il male, quello vero che ci attanaglia in ogni luogo e in ogni momento, ha il volto di un modo di produzione giunto alla sua fase terminale e che sopravvive grazie al mantenimento delle sue strutture più arcaiche e odiose, destinate a reprimere e dividere subdolamente la massa di coloro che dovrebbero affossarlo per sempre. Di queste strutture, ed eterne exit strategy per il capitalismo, certamente il razzismo, negli Stati Uniti di Trump e dei suoi predecessori oppure qui nell’Italietta di Salvini, Minniti, Meloni, Di Maio e Conte, costituisce ancora uno degli aspetti più insopportabili e verminosi.

N.B.
In memoria di Michael Reinoehl, “100% Antifa” come era solito definirsi, ucciso dagli agenti federali giovedì 3 settembre a Lacey, Stato di Washington, per essersi attivamente opposto alla manifestazione suprematista di Portland la settimana precedente.


  1. J.Q. Whitman, Il modello americano di Hitler, pp.11-12  

  2. J.Q. Whitman, op. cit. pp.15-16  

  3. Ivi, pag. 16  

  4. Per una più approfondita disamina dell’evoluzione del pensiero e dell’analisi di Marx sullo schiavismo si veda: J. Bellamy Foster, H. Holleman e B. Clark, Marx e la schiavitù, Monthly Review, qui  

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Alfonsina Storni, tra quattro mura matematiche https://www.carmillaonline.com/2020/09/16/alfonsina-storni-tra-quattro-mura-matematiche/ Wed, 16 Sep 2020 00:11:01 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=62779 di Francisco Soriano

Alfonsina Storni fu una poetessa carismatica e di successo, elzevirista, saggista, autrice di testi teatrali e regista, performer “ante litteram” nonostante il suo stile fosse, almeno ai suoi esordi, abbastanza lontano da quel modernismo che si andava diffondendo fra i poeti del secolo scorso. Infatti gli anni venti e trenta furono connotati, soprattutto nel mondo ispanofono e in sud America, da fermenti artistici straordinari con personaggi del calibro di Rubén Darìo, Victoria Ocampo fondatrice della rivista Sur, Jorge Luis Borges, Horacio Quiroga, José Enrique Camilo Rodó Piñeyro, Leopoldo Lugones, [...]

Alfonsina Storni, tra quattro mura matematiche è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Francisco Soriano

Alfonsina Storni fu una poetessa carismatica e di successo, elzevirista, saggista, autrice di testi teatrali e regista, performer “ante litteram” nonostante il suo stile fosse, almeno ai suoi esordi, abbastanza lontano da quel modernismo che si andava diffondendo fra i poeti del secolo scorso. Infatti gli anni venti e trenta furono connotati, soprattutto nel mondo ispanofono e in sud America, da fermenti artistici straordinari con personaggi del calibro di Rubén Darìo, Victoria Ocampo fondatrice della rivista Sur, Jorge Luis Borges, Horacio Quiroga, José Enrique Camilo Rodó Piñeyro, Leopoldo Lugones, Juana de Ibarbourou, Adolfo Bioy CasaresErnesto SábatoJulio Cortázar, Gabriela Mistral, Amado Nervo, Pablo Neruda e Federico García Lorca. I suoi testi sono diretti e capaci di emozionare il lettore che ben si immedesima negli spazi lirici disseminati dalla poetessa in percorsi ricchi di visioni: non scadono mai in un romanticismo stucchevole e fine a se stesso. L’idea poetica di Alfonsina Storni ebbe, come riferimenti contenutistici e formali, una distinta libertà espressiva e una consapevole narrazione dell’eros e dell’amore mai concepiti come subalterni alla morale imposta dalla tradizione. La biografia della poetessa conferma l’orgogliosa interpretazione della sua breve vita, spesso in perfetta solitudine, talvolta coinvolta in dinamiche che testimoniavano quanto la sua relazione con il mondo maschile fosse di cosciente incontro o di pacifica lontananza, senza mai ricorrere alla retorica banale dell’abbandono e del predominio dei bisogni del maschio: 

“Por veces te propuse viajes absurdos. – Vàmonos, // te dije, adonde estemos solos, el clima sea suave y // buenos los hombres. Te veré al despertarme y desayunaremos // juntos. Luego nos iremos descalzos a // buscar piedras curiosas y flores sin perfume”.

Alfonsina Storni nacque nel maggio del 1892 a Sala Capriasca, vicino Lugano nel Canton Ticino. La famiglia tuttavia emigrò ancora nella cittadina di Rosario, in Argentina. Era il 1906 quando il padre Alfonso Storni prima di ammalarsi gravemente e spegnersi di lì a poco, svolgeva l’attività di costruttore edile e fabbricante di birra, attività che in passato gli avevano consentito di ottenere ottimi profitti. In questa sfortunata deriva familiare le condizioni economiche si aggravarono e Alfonsina, con spirito di abnegazione, si diplomò maestra rurale nel 1910. Questa professione le diede la possibilità di vivere dignitosamente mentre, con il passare del tempo, cominciava a ottenere riconoscimenti e tributi per la sua opera di scrittrice. In realtà, giovanissima, prima della morte del padre Alfonsina lavorava già come sartina, operaia a cottimo e nel bar di famiglia a Rosario quando, nel 1907, iniziò un tour in tutta l’Argentina grazie al ruolo di attrice in una compagnia teatrale. La scrittrice aveva una personalità forgiata dalle difficoltà quotidiane in un mondo stratificatosi su equilibri maschilisti, dove per una donna trovare una posizione professionale di qualsiasi tipo era pressocché impossibile: immigrata e povera, attivista per i diritti delle donne e socialista, diventò madre di Alejandro nel 1912 senza che al bimbo venisse mai confessato chi fosse il padre. La poetessa e futura giornalista era ben cosciente delle sue attitudini alla lotta e non dimostrava alcun timore nell’affrontare le vicissitudini della vita: 

“Yo soy como la loba. Ando sola y me río // Del rebaño. El sustento me lo gano y es mío // Donde quiera que sea, que yo tengo una mano // Que sabe trabajar y un cerebro que es sano. //La que pueda seguirme que se venga conmigo.  // Pero yo estoy de pie, de frente al enemigo, // La vida, y no temo su arrebato fatal // Porque tengo en la mano siempre pronto un puñal. // El hijo y después yo y después… ¡lo que sea! // Aquello que me llame más pronto a la pelea. // A veces la ilusión de un capullo de amor // Que yo sé malograr antes que se haga flor.” 

Nonostante le numerose difficoltà esistenziali la sua produzione poetica raggiunse un ragguardevole numero di opere pubblicate, in considerazione anche della sua prematura scomparsa: dal 1916 vedono la luce La inquietud del rosal, El dulce da daño (1918), Irremediabilmente (1919), Languidez (1920), Ocre (1925), Poemas de amor (1926), Mundo de siete pozos (1934), fino al 1938 con la raccolta Mascarilla y trébol. Importantissime e talvolta precedenti alla pubblicazione dei suoi testi poetici furono le collaborazioni giornalistiche, soprattutto su riviste letterarie come Mundo Rosarino, Monos y Monada e Mundo argentino: quest’ultima ricopriva un ruolo particolarmente significativo nel mondo letterario sudamericano per aver dato spazio ai versi del messicano Amado Nervo e il nicaraguense Rubén Darìo. Dalle colonne di questa rivista Alfonsina ebbe la possibilità di esprimersi in versi e di farsi conoscere, rafforzando la consapevolezza di essere pronta per la sua prima opera in versi pubblicata nel 1916. Nei contenuti questi suoi primi versi rappresentavano il preludio di quel sistema valoriale su cui Alfonsina Storni insisterà anche nelle sue opere future: la donna mirava alla critica e alla demolizione di un sistema sociale e culturale maschilista basato su un’idea verticistica del potere. La poetessa argentina riteneva che alle donne dovessero essere riservate la libertà di pensiero, l’indipendenza nella vita quotidiana, l’eguaglianza dei diritti di voto e di partecipare alla vita civile e politica del proprio Paese non per mera concessione, ma perché il riscatto da questo stato di sudditanza era un irreversibile processo di crescita e autodeterminazione. Stupenda la Preghiera al Tradimento di questa prima raccolta poetica, La inquietud del rosal, dove la poetessa smaschera senza crollare nel disincanto, la contraddizione dell’amore che tradisce le aspettative sentimentali e, nello stesso tempo, canta delicatamente la gioia delle pasque del sole:

¡Entra traidor! ¡Intenta algún milagro! // ¡Pase tu soplo vívido como una // Llama de vida donde el alma pueda // Despertar a la dulce Primavera // Y olvidar el invierno despiadado! // ¡Entra traditore! Y vénceme, sofócame // Hazme olvidar la tempestad pasada, // Arrúllame, adorméceme y procura //Que me muera en el sueño de tu engaño, // Mientras me cantas, suave, la alegría // De las pascuas del sol!” 

Alfonsina Storni cominciò a frequentare circoli socialisti e concepì il ruolo di poetessa come fondamentale per la causa politica e sociale degli ultimi. Su questa strada l’incontro con due intellettuali dell’epoca fu fondamentale per la sua formazione: Baldomero Ugarte che si distinse grazie a una vastissima attività di scrittore, diplomatico e politico di area socialista e la poliedrica personalità del medico e filosofo italo-americano Josè Ingegnieros, che contribuì allo studio della storia e dello sviluppo del pensiero socialista, comunista e anarchico sia in Argentina che in tutto il sud America. Alfonsina interpretava il suo impegno sociale con serietà e dedizione in una città come Buenos Aires che diventerà la protagonista principale in molti dei suoi “racconti urbani”. Proprio a conferma di questa ispirazione politica e sociale la poetessa dedicava tutta se stessa alla recitazione di poesie nelle biblioteche popolari socialiste e di quartiere, contribuendo alla loro sussistenza e organizzazione. Nella raccolta El dulce daño del 1918 la scrittrice enuncia un suo presentimento che, qualche anno più tardi, diverrà realtà per la scelta di togliersi la vita dopo aver ricevuto la notizia di essere stata colpita da un male incurabile: 

Tengo el presentimiento que he de vivir muy poco. // Esta cabeza mía se parece al crisol, //
purifica y consume, // pero sin una queja, sin asomo de horror. // Para acabarme quiero que una tarde sin nubes, // bajo el límpio sol, // nazca de un gran jazmín una víbora blanca // que dulce, dulcemente, me pique el corazón
”. 

L’attività di Alfonsina in questo periodo fu irrefrenabile, infatti pubblicò due opere poetiche nel 1919, Irrimediablemente e, nel 1920 Languidez, che le valsero riconoscimenti e premi. In questi scritti la poetessa cominciò un certo distanziamento dagli stilemi del periodo tardo-romantico e interpretò, in modo sempre più personale e libero, la propria scrittura connotata da accenti fortemente pessimistici e di maggiore sofferenza interiore. I versi infatti rappresentavano, con toni sempre meno ridondanti, una cosciente natura del dolore spesso dovuta dall’impossibilità del raggiungimento di un sentimento amoroso sublimante. Alfonsina Storni fu autobiografica nei versi delle sue poesie soprattutto nei momenti lirici in cui raccontava quell’intimità femminile, assolutamente impermeabile, a qualsiasi condizione di subalternità all’uomo. Al contrario la poetessa rappresentava un esempio davvero originale e simbolico nell’interpretazione del ruolo di una donna nuova, in un secolo e in un’area geografica, connotati da derive autoritarie e regressioni oscurantiste sul terreno dei diritti. In questo contesto si batté per l’insegnamento dell’educazione sessuale nelle scuole e per il diritto al voto per le donne, méta raggiunta in Argentina solo nel 1946. Negli stessi anni in cui la poetessa cominciava la pubblicazione delle sue opere, dal 1919, ebbe l’incarico dal settimanale La Nota e dal quotidiano La Naciòn di raccontare una crònica, che rappresentò un esperimento letterario di successo basato su un genere di scrittura ibrido. In questi articoli la scrittrice si firmava con lo pseudonimo Tao Lao. Fu molto interessante questo contributo in veste di “giornalista d’introspezione” in una realtà urbana, come quella bonaerense, davvero intrigante per il vorticoso sviluppo urbanistico e sociale di cui era protagonista. Questa volta Alfonsina dimostrava le sue qualità anche in prosa, inaugurando uno stile di scrittura fra il satirico e il realistico, cogliendo aspetti nelle trasformazioni sociali soprattutto delle donne: quadri e affreschi che oggi ereditiamo anche come testimonianza storica e di costume. Nonostante l’attenzione per la realtà urbana soprattutto nei confronti della capitale argentina, la poetessa non distaccò la sua attenzione dalla contemplazione della natura nella sua immanenza. L’elemento naturale preferito era quello marino: uno spazio che, alla stregua di un ventre pacificatore, l’accoglierà nella morte come culmine di un gesto drammatico e definitivo. È a questo punto che la sua combattività sembra venir meno e, infatti, è solo un’apparenza: Alfonsina prima di darsi la morte nei vortici del mare da lei tanto amato scriverà un testamento in forma di poesia. I suoi versi sono tuttavia sublimi già nel temibile presagio vissuto nel 1919:

En el fondo del mar // hay una casa/de cristal. // A una avenida // de madréporas // da. // Un gran pez de oro, // a las cinco, // me viene a saludar. // Me trae // un rojo ramo // de flores de coral. (da: Yo en el fondo del mar) 

Decid, oh muertos, ¿quién os puso un día // Así acostados junto al mar sonoro? // ¿Comprendía quien fuera que los muertos // Se hastían ya del canto de las aves // Y os han puesto muy cerca de las olas // Porque sintáis del mar azul, el ronco // Bramido que apavora? (da: Un cementerio que mira al mar) 

La morte è un conforto e una scelta libera prima che la malattia possa determinare la sua opera devastatrice. Ancora una volta Alfonsina si pone come un essere consapevole che decide e sceglie per sé, anche nel momento più drammatico della sua vita. La scrittrice è stata testimone e cronista della marginalità sociale determinata dallo sviluppo di un capitalismo selvaggio, della violazione dei diritti umani e di genere in un mondo maschile artefice di un equilibrio di potere e di controllo che rende “sistematica la sfiducia delle donne dell’ambiente, quella tremenda e costante presenza del sesso in ogni cosa che la donna fa per il pubblico, tutto contribuisce a comprimerci”. 

Alfonsina Storni con enormi sacrifici si era creata un suo “habitat letterario”, una dimensione che non era un avamposto solitario ma una poderosa posizione di lotta e di denuncia. Nei primi anni Venti cominciava l’insegnamento di Lettura e declamazione alla Escuela Normal de Lenguas Vivas. Nello stesso periodo non abbandonava il suo interesse per il teatro e componeva un dramma teatrale dal titolo El amo del mundo, insieme a una serie di altri racconti brevi. Nel 1925 una nuova opera poetica venne pubblicata da Alfonsina, la sua quinta raccolta dal titolo Ocre. Questa volta la poetessa si distingue per una maggiore maturità versificatrice, proprio nel momento in cui il suo stile poetico dipinge immagini che colpiscono per un connotante simbolismo mentre, nei contenuti, si evincono una delusione per la vita e gli affetti in una prospettiva più generale, allargata, addirittura disperata. Il tema del mare pervade sempre i suoi scritti: con la sua forza incontenibile non travolge ma la lascia sprofondare in una pacificazione irreale che prende il sopravvento su altri aspetti del suo intimo sentire, descritto con maggiore sarcasmo e una lucida follia. Il richiamo del mare è, in definitiva, il richiamo di morte che tutto cancella e lascia cadere nell’oblio. Ocre apre l’ellissi del cambiamento profondo di Alfonsina Storni nel suo poetare, con quella forza evocativa vorticosa che conduce al Mundo de sietes pozos dove il verso si rinnova dalla rima allo stile libero, rimanendo pur sempre musicale e ricco di colorazioni e tonalità di altissima intensità emotiva:

Tristes calles derechas, agrisadas e iguales, // por donde asoma, a veces, un pedazo de cielo, // sus fachadas oscuras y el asfalto de suelo // me apagaron los tibios sueños primaverales. // Cuánto vagué por ellas, distraída, empapada // en el vaho grisáceo, lento, que las decora. //De su monotonía mi alma padece ahora. // -¡Alfonsina!- No llames. Ya no respondo a nada “. 

A nove anni dalla pubblicazione di Ocre, intervallando questo tempo abbastanza lungo con la pubblicazione nel 1926 dei Poemas de amor, Storni darà alla luce nel 1934 la sua opera forse più significativa: Mundo de sietes pozos. I Poemas de amor rappresentano davvero un momento di riflessione esistenziale caratterizzata da testi semplici e piuttosto scarni come prova dell’evoluzione stilistica della poetessa verso quelle modalità di scrittura tracciate dalle avanguardie letterarie, così come dimostrato dal suo interesse per la dialettica sviluppatasi fra gli intellettuali del gruppo ispanico Generazione del ‘27. Questa novità innovativa nei testi di Alfonsina originava anche da un periodo di viaggi in Europa e in sud America che la donna intraprese a più riprese. I concetti espressi nelle sue poesie hanno una maggiore carica visionaria e la sua narrazione è pervasa di miraggi seppur immersi in una dolorosa quanto realistica consapevolezza della forza dirompente del destino, solitamente infausto:

“Se balancea, // arriba, // sobre el cuello, // el mundo de las siete puertas: // la humana cabeza … // Redonda, como dos planetas: // arde en su centro // el núcleo primero. // Osea la corteza; // sobre ella el limo dérmico // sembrado // del bosque espeso de la cabellera. // Desde el núcleo // en mareas // absolutas y azules, // asciende el agua de la mirada // y abre las suaves puertas // de los ojos como mares en la tierra // … tan quietas // esas mansas aguas de Dios // que sobre ellas // mariposas e insectos de oro // se balancean”.

Storni si trasferiva spesso a Montevideo e cominciava, negli anni Trenta, una serie di viaggi anche in Europa. Nel Vecchio continente Storni incontrò Pirandello e Marinetti e, a Buenos Aires, conobbe Federico García Lorca a cui dedicò Ritratto di García Lorca, poderoso contributo in stile postmodernista. A Montevideo, in particolare, stabilì sodalizi e relazioni di amicizia con scrittori uruguayani: soprattutto con l’elegante poetessa Juana de Ibarbourou e Horacio Quiroga, un personaggio davvero originale nel panorama degli intellettuali dell’America latina. Quiroga fu incontestabilmente il padre del racconto ispanoamericano moderno, famoso soprattutto per i suoi Cuentos de la selva. Nel 1939 lo scrittore decise di suicidarsi e Alfonsina visse dolorosamente questo evento tragico, dedicandogli una lirica dal titolo A Horacio Quiroga, già consapevole forse di quanto avrebbe deciso anche per se stessa:

“Morir como tú, Horacio, en tus cabales, // y así como siempre en tus cuentos, no está mal; // un rayo a tiempo y se acabó la feria … // Allá dirán. // No se vive en la selva impunemente, // ni cara al Paraná. // Bien por tu mano firme, gran Horacio … // Allá dirán. // “Nos hiere cada hora –queda escrito-, // nos mata la final.” // Unos minutos menos … ¿quién te acusa? // Allá dirán. // Más pudre el miedo, Horacio que la muerte // que a las espaldas va. // Bebiste bien, que luego sonreías … // Allá dirán. // Sé que la mano obrera te estrecharon, // mas no si Alguno o simplemente Pan, // que no es de fuertes renegar su obra … // (Más que tú mismo es fuerte quien dirá.)”

La poesia di Alfonsina Storni assumeva sempre più valore anche oltre confine: nel 1938 il Ministero dell’Istruzione dell’Uruguay riconosceva il contributo culturale dell’opera poetica di donne originarie di tre diverse nazioni sudamericane e organizzava una cerimonia in loro onore. Vennero acclamate e insignite Juana de Ibarbourou, Gabriela Mistral futura vincitrice del Premio Nobel e Alfonsina Storni. Nello stesso anno la poetessa pubblicò la sua ultima opera Mascarilla y trébol, in cui è contenuta la famosa poesia Voy a dormir, atto finale di una vita brevissima ma vissuta con eroica passione poetica alla stregua di altre grandi poetesse, cadute nell’oblio, come María Eugenia Vaz Ferreira, Luisa Luisi e Delmira Agustini:

“Dientes de flores, cofia de rocío, // manos de hierbas, tú, nodriza fina, // tenme prestas las sábanas terrosas // y el edredón de musgos escardados. // Voy a dormir, nodriza mía, acuéstame. // Ponme una lámpara a la cabecera; // una constelación; la que te guste; // todas son buenas: bájala un poquito. // Déjame sola: oyes romper los brotes… // te acuna un pie celeste desde arriba // y un pájaro te traza unos compases // para que olvides… Gracias. Ah, un encargo: // si él llama nuevamente por teléfono // le dices que no insista, que he salido …”

Tuttavia Mundo de sietes pozos fu l’opera poetica che più destò interesse e non perché nella cronologia delle pubblicazioni di Storni rappresentò forse il vero epilogo drammatico della sua esistenza. La metafora del pozzo in cui ognuno si cala alla ricerca del proprio intimo sentire è il vero capolavoro di Alfonsina Storni, di rara bellezza nelle sue alchimie poetiche che pongono le parole su un piano di totale armonia musicale e lessicale. Senza contraddire il percorso stilistico verso forme poetiche moderne, Alfonsina Storni richiama molto frequentemente a uno stile piuttosto barocco in alcune sue descrizioni, quelle di un volto che accoglie con le sue parti la profondità dei segni e dell’anima di ognuno di noi.

“Se balancea, // arriba, // sobre el cuello, // el mundo de las siete puertas: // la humana cabeza … // Redonda, como dos planetas: // arde en su centro // el núcleo primero. // Osea la corteza; // sobre ella el limo dérmico // sembrado // del bosque espeso de la cabellera. // Desde el núcleo // en mareas // absolutas y azules, // asciende el agua de la mirada // y abre las suaves puertas // de los ojos como mares en la tierra // … tan quietas // esas mansas aguas de Dios // que sobre ellas // mariposas e insectos de oro // se balancean. // Y las otras dos puertas: // las antenas acurrucadas // en las catacumbas que inician las orejas; // pozos de sonidos, // caracoles de nácar donde resuena // la palabra expresada // y la no expresa: // tubos colocados a derecha e izquierda // para que el mar no calle nunca // y el ala mecánica de los mundos // rumorosa sea. // Y la montaña alzada // sobre la línea ecuatorial de la cabeza: // la nariz de batientes de cera // por donde comienza // a callarse el color de vida; // las dos puertas // por donde adelanta // — flores, ramas y frutas — // la serpentina olorosa de la primavera. // Y el cráter de la boca // de bordes ardidos // y paredes calcinadas y resecas; // el cráter que arroja // el azufre de las palabras violentas, // el humo denso que viene // del corazón y su tormenta; // la puerta // en corales labrada suntuosos // por donde engulle, la bestia, // y el ángel canta y sonríe // y el volcán humano desconcierta. // Se balancea, // arriba, // sobre el cuello, // el mundo de los siete pozos: // la humana cabeza. // Y se abren praderas rosadas // en sus valles de seda: // las mejillas musgosas, // Y riela // sobre la comba de la frente, // desierto blanco, // la luz lejana de una muerta … “. 

La suggestione delle descrizioni con forme aggettivali davvero connesse in un mosaico di forti emozioni, rendono i componimenti crepuscolari, metafisici, simbolici e sinestetici.

Nell’ottobre del 1938, dopo tre anni dalla notizia di essere stata colpita da un tumore che non le lascerà scampo, Alfonsina Storni si mette alla ricerca di un revolver, inutilmente. È a questo punto che, nella stanza dell’albergo dove risiede, scrive una accorata lettera all’amato figlio Alejandro e una poesia commovente: decide di suicidarsi lanciandosi dalla spiaggia La Perla di Mar del Plata. Finalmente il mare ha compiuto la sua opera pacificatrice:

Soy un alma desnuda en estos versos, // alma desnuda que angustiada y sola // va dejando sus pétalos dispersos”.

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Alfonsina Storni, tra quattro mura matematiche è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Ignora chi t’ignora https://www.carmillaonline.com/2020/09/14/ignora-chi-tignora/ Mon, 14 Sep 2020 20:30:45 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=62659 di Mauro Baldrati

Il 21 agosto, un venerdì, ho scritto una mail – corredata da queste foto – al Comune di Casalecchio di Reno (BO), all’attenzione dell’assessore all’Ambiente: “Gentile dottoressa, a Cesenatico, dove mi trovo, nel parco del Levante ci sono queste postazioni, piccole palestre all’aperto, molto utilizzate. Perché nel parco Talon, visto che ora è un insieme di prati, non ne impiantate di simili? Il parco è frequentato da sportivi, e penso che la cosa sarebbe molto apprezzata. Cordiali saluti.”

A tutt’oggi non c’è risposta. Ma è normale. Questo comune [...]

Ignora chi t’ignora è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Mauro Baldrati

Il 21 agosto, un venerdì, ho scritto una mail – corredata da queste foto – al Comune di Casalecchio di Reno (BO), all’attenzione dell’assessore all’Ambiente: “Gentile dottoressa, a Cesenatico, dove mi trovo, nel parco del Levante ci sono queste postazioni, piccole palestre all’aperto, molto utilizzate. Perché nel parco Talon, visto che ora è un insieme di prati, non ne impiantate di simili? Il parco è frequentato da sportivi, e penso che la cosa sarebbe molto apprezzata.
Cordiali saluti.”

A tutt’oggi non c’è risposta. Ma è normale. Questo comune ha la caratteristica di non rispondere alle mail. Un anno fa ne ho inviata un’altra al settore Lavori Pubblici che recitava: “Ma come avete potuto permettere all’impresa che ha effettuato gli scavi per le canalizzazioni della fibra di ricoprire gli stessi col cemento e non con l’asfalto? Ora si sta spaccando, e sarà necessario rifare il lavoro.”

Nessuna risposta. Anzi, il comune ha eliminato i link dei settori dall’home page, così se qualcuno vuole scrivere o telefonare alla Cultura, all’Ambiente, deve procurarsi i recapiti per conto suo. E’ un segnale. Un segnale di modernità. Infatti l’ente pubblico si ritira, dai territori, dai cittadini, che probabilmente sono visti come rompiscatole, portatori di richieste e osservazioni “basse”, che disturbano il manovratore.

Questa modalità si è estesa a tutto il paese, in tutti i settori. Visto che siamo tutti scrittori, è arcinoto che gli editori e gli agenti non rispondono alle mail. Viene da dubitare della loro stessa esistenza. O meglio, gli agenti talvolta rispondono, specialmente quelli medi o piccoli, ma chiedono compensi per valutare le opere. Poi, si vedrà.

E pensare che io, che ho attraversato vari periodi storici, gli anni Sessanta, Settanta, Ottanta (dei Novanta e 00 cosa si può dire?), ho avuto la fortuna di conoscere l’era antica in cui tutti rispondevano. Editori, critici, altri autori. E non con le mail, ma con lettere scritte a mano o a macchina, affrancate e spedite.

Durante l’adolescenza scrivevo di getto, con una sorta di furore, dei poemi con la modalità prosa spontanea, che copiavo da Jack Kerouac, uno dei miei eroi, insieme a Allen Ginsberg e Henry Miller. Un giorno decisi di spedirne uno a Fernanda Pivano, che aveva tradotto quasi tutti i beat, e a Mario Praz, che aveva scritto l’introduzione al Tropico del Cancro. Della Pivano ero riuscito a procurarmi l’indirizzo, per Praz scrissi semplicemente sulla busta: Mario Praz c/o Accademia dei Lincei, Roma.

Arrivarono le risposte, a pochi giorni di distanza l’una dall’altra. La Pivano scriveva a macchina, Praz con la stilografica, con una calligrafia chiusa, acuminata. La Pivano diceva che se volevo continuare a scrivere dovevo rendere le mie emozioni, le mie storie, dopo averle ripulite dalle scorie intimiste, universali. Così chi leggeva poteva trovare, nella mia scrittura, emozioni e istanze sue. Per anni quelle parole mi sono tornate alla mente, mentre cercavo la mia strada. E ancora oggi le considero un insegnamento importante. Mario Praz scriveva semplicemente che non capiva i giovani. Ci provava, si impegnava, ma era inutile. Per lui eravamo dei mondi lontanissimi. Non era affatto contento di questo. Lo considerava un suo limite, ma non riusciva a superarlo.

Dunque questa è la situazione. Può peggiorare? Immagino di sì, visto che sembra non esserci limite al peggioramento. Forse gli editori più potenti si rinchiuderanno dentro cittadelle fortificate, con guardie armate all’ingresso, assediate da folle di scrittori inferociti mutati in zombies. E potrebbe verificarsi un’effrazione improvvisa che manderebbe tutti nel panico: “E’ entrato uno scrittore!” Sirene, guardiani armati di mitra a canna corta che corrono in tutte le direzioni.

Pertanto, cari scrittori e aspiranti tali, bisogna prenderne atto, e adeguarsi. Ma come? Incazzandosi. Sì, è un sentimento non solo inevitabile, ma utile. Ma quale tipo di incazzatura? Se non ha sbocchi rischia di rivolgersi contro se stessi, provocando depressione, rancore, e malattia che va ad aggiungersi ad altra malattia. Perché è risaputo che gli scrittori sono quasi tutti dei sociopatici che reagiscono con la fantasia ai problemi di rapporto con loro stessi e con gli altri. Migliorano la realtà, senza uscire di casa, senza viverla veramente.

Invece, se proprio non si può fare a meno di perseverare, non c’è che uno sbocco possibile. Gli editori e gli agenti vi ignorano? Non continuate a insistere, ad aspettare risposte che non arriveranno. Loro vi ignorano e voi ignorate loro. Anzi, cancellateli dalle vostre menti, fate tabula rasa. Nessuna polemica coi vari vincitori dei campielli e delle streghe, e coi grandi editori che pubblicano certi libri fetentissimi. E se fossero creature virtuali create dai computer quantici delle cittadelle fortificate?

Ovviamente detto così, col punto finale, significa qualcosa di molto brutto. Significa la solitudine, privata e pubblica. Il vuoto, l’oscurità. Invece bisogna lavorare. Come? Studiando, non solo scrivendo.

Intanto bisogna capire come hanno fatto, i nostri antenati degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta, a creare un mondo parallelo alternativo. Infatti questa era la parola: ALTERNATIVA. Quelli della controcultura, del do it! si organizzavano. Fondavano dei movimenti di assistenza e di supporto, distribuzione abiti, coordinamenti di avvocati, giornali autogestiti, teatri, concerti. Il concetto era quello di fondare cellule alternative sane in un organismo malato, che diffondendosi potevano guarirlo.

Questa modalità è continuata nei due decenni successivi con l’underground, il do it yourself! dei punk e della new wave, soprattutto nel campo della musica, che resta un sistema di comunicazione universale, perché sconta in misura minore il limite della lingua.

Per cui sarebbe interessante studiare i loro linguaggi, le loro iniziative, cercando documenti e filmati. Esistono anche dei libri utili, uno dei quali è il sempre attuale L’orda d’oro.

Ma non basta. Lo studio deve riguardare anche le opere. La ricerca della propria strada non deve fermarsi. Questo è il punto più delicato. Non è che il mitico esordiente una mattina scende dal letto, butta le braccia in alto e grida alè!!! scriverò un libro che spacca! Magari sì. Magari è nato un nuovo Rimbaud, ma c’è da dubitare fortemente. Lo studio deve uscire dalle viscere, dallo stomaco, dallo stato di esaltazione, e guardare i dintorni. Come sono i tempi, i luoghi, i flussi? Cosa accade dentro il tempo morto, nello spazio trafitto dalla deiezione umana e dai virus? Anche perché, rispetto agli antenati, è sorto un nuovo problema. Anzi, IL problema: l’omologazione di ciò che resta dei lettori. Gli antenati avevano un seguito, un pubblico. Avevano i cittadini del mondo alternativo. Oggi, sembra che il pubblico moderno si precipiti negli store per allungare la mano verso le gigantesche pile dei colibrì e compagnia bella. Quella è la merce che bisogna comprare. Che deve essere non solo letta, ma piaciuta.

Poi, a quel punto, poiché lo stato delle cose riguarda anche gli editori minori, che cercano di sopravvivere all’esterno della cittadella, potrebbe nascere un consorzio di tutela, tipo quello del Parmigiano. Una gabbia per le copertine uguale per tutti, con libertà di immagini, di grafica, di titolo e, in basso, la dicitura Editori Alternativi, seguita dal nome dell’editore affiliato al consorzio. Per esempio, Gli Imperdonabili, hanno elaborato un decalogo con le istruzioni per scrivere narrativa. Si può non essere d’accordo, si può non adottarlo, ma l’idea di un gruppo di tipi che scrivono in modalità collettiva è intrigante. Il tutto sotto l’ombrello del consorzio. Un marchio di identità e di qualità.

E’ un sogno?
Chissà.
Però sarebbe l’inizio di una costruzione, una fondazione, una macchina da guerra.
E come in ogni guerra è indispensabile studiare anche il Sun Tzu.
L’arte di combattere senza combattere.

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Ignora chi t’ignora è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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