Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Tue, 18 May 2021 04:45:38 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.18 Il cannocchiale del tenente Dumont, di Marino Magliani https://www.carmillaonline.com/2021/05/17/il-cannocchiale-del-tenente-dumont-di-marino-magliani/ Mon, 17 May 2021 20:15:06 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=66350 L’Orma, Roma 2021, pagg. 296, € 20

[Marino Magliani, classe 1960, è un ex giramondo che ha trascorso una parte della vita in Sud America e in Spagna, vivendo di mille mestieri, e incamerando, forse, dentro di sé la melodia un po’ scalena dell’esule tra gli esuli. Tra l’altro la conoscenza acquisita dello spagnolo gli serve per il mestiere di traduttore e curatore di una collana di letteratura latino-americana. Ora si è fermato in una cittadina dell’Olanda, spazzata da un vento che scorre come uno spiritello sulle acque grigie del mare del Nord. [...]

<em>Il cannocchiale del tenente Dumont</em>, di Marino Magliani è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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L’Orma, Roma 2021, pagg. 296, € 20

[Marino Magliani, classe 1960, è un ex giramondo che ha trascorso una parte della vita in Sud America e in Spagna, vivendo di mille mestieri, e incamerando, forse, dentro di sé la melodia un po’ scalena dell’esule tra gli esuli. Tra l’altro la conoscenza acquisita dello spagnolo gli serve per il mestiere di traduttore e curatore di una collana di letteratura latino-americana. Ora si è fermato in una cittadina dell’Olanda, spazzata da un vento che scorre come uno spiritello sulle acque grigie del mare del Nord. Ma è un ligure, un duro, spartano uomo ligure, con poche smancerie e tanta volontà di sopravvivere e di studiare. E un ligure può emigrare, soffrire, combattere, ma non dimenticherà mai la sua terra, coi carrugi, i boschi, il mare che schiaffeggia e accarezza le rocce. Pertanto i suoi libri lo portano sempre lassù, in quei territori aspri e assolati, coi muretti a secco e i viottoli impervi che bucano i macchioni e incidono quella terra dura e sassosa. Col suo personalissimo stile, un mix consapevole di popolano e di raffinatezza non si dilunga in descrizioni, ma cerca di evocarne le atmosfere, le luminosità e le suggestioni notturne. Sembra fondersi col territorio, in una formula chimica uomo/Liguria, uomo/ambiente, forse l’unico modo per non rinunciare alla sua origine, e al contempo senza negarsi la scoperta del resto del mondo.

Anche in questo nuovo romanzo storico i protagonisti, tre soldati dell’armata napoleonica in Egitto, esausti, ormai disanimati dalla guerra, decidono di disertare e di fuggire, seguiti dal dottor Zomer, che vuole indagare sugli effetti di una nuova sostanza, l’hasisc, che pare sia una delle cause delle numerose diserzioni. Approdano in un visionario paesaggio ligure, incontrando sulla loro strada spie e nemici, ma anche amori più o meno disperati, spinti dalla ricerca, forse impossibile, della libertà.

Di seguito pubblichiamo la “Notizia”, il capitolo iniziale che funziona da prefazione al testo. MB]

“In seguito all’inquietante numero di defezioni subite dal suo esercito in Egitto, nel 1799 Napoleone decise di costituire una commissione composta da ufficiali e uomini di scienza affinche si indagassero le cause del fenomeno.Tra queste furono individuate la desolazione dell’ambiente e il tentativo di fuggire alla peste che aveva infettato gli accampamenti attorno a Jaffa.

La missione di Johan Cornelius Zomer, un dottore di origini fiamminghe al servizio dell’ospedale da campo di Jaffa, fu quella di convincere i colleghi che a determinare l’alto tasso di abbandono dei ranghi avesse contribuito in gran parte una sostanza estratta da piante angiosperme dell’ordine Urticales.

Quella sostanza in Algeria ed Egitto era consumata in un composto chiamato madjound; in seguito, in Europa e altrove si sarebbe diffusa con il nome di hascisc.

L’incarico conferito al dottor Zomer forni uno studio approfondito sugli usi e i costumi dei consumatori di hascisc, i metodi di approvvigionamento, la diffusione, i crimini legati a quel commercio. Il dottor Zomer chiamò attorno a sé alcuni aiutanti, stipendio guide indigene e uomini di azione, reclutando agenti della polizia segreta, tra cui il suo piu fidato collaboratore, Victor Pangloss. Si trattava di monitorare, seguire i consumatori e i rifornitori durante i loro movimenti, intuire e in qualche modo prevenire. E una delle intuizioni del dottor Zomer, sebbene scontata, fu proprio quella di prevedere che prima o poi qualche reduce dalla campagna delle Piramidi avrebbe attraversato il Mediterraneo, in rotta verso la Francia, portando con sé una grossa scorta di hascisc.

Inoltre, nel tentativo di capire come un fenomeno del genere si fosse potuto propagare, al di la delle cause che l’avevano provocato, il dottor Zomer cercò di individuare il periodo preciso e circoscrivere il luogo in cui era iniziato tutto quanto. Le notizie raccolte a questo proposito non lasciavano dubbi: in grande scala, l’armata francese aveva fatto conoscenza con l’hascisc sulle rive di uno strano lago salmastro e paludoso, non distante dalle foci del Nilo. Gli indigeni chiamavano quelle acque Maryut, per gli antichi Greci era Mareotis.”

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<em>Il cannocchiale del tenente Dumont</em>, di Marino Magliani è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Portico d’Ottavia https://www.carmillaonline.com/2021/05/16/portico-dottavia/ Sun, 16 May 2021 21:00:49 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=66347 di Giovanni Iozzoli

E’ all’ombra delle fosche tragedie globali, che di solito si consumano le tragicommedie italiane. Anch’esse, alle volte, assumono risvolti drammatici (pensiamo alla stagione dello stragismo di Stato durante la guerra fredda), ma il più della volte forme ed esiti delle vicende italiane, si collocano nel campo del grottesco. Come per una vocazione nazionale, o una misteriosa inerzia che spinge in quella direzione. In questo senso, la foto di gruppo sul palco della lobby israelita romana, quello su cui l’intero ceto politico italiano, il 12 maggio, si è arrampicato scompostamente, quasi [...]

Portico d’Ottavia è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Giovanni Iozzoli

E’ all’ombra delle fosche tragedie globali, che di solito si consumano le tragicommedie italiane. Anch’esse, alle volte, assumono risvolti drammatici (pensiamo alla stagione dello stragismo di Stato durante la guerra fredda), ma il più della volte forme ed esiti delle vicende italiane, si collocano nel campo del grottesco. Come per una vocazione nazionale, o una misteriosa inerzia che spinge in quella direzione. In questo senso, la foto di gruppo sul palco della lobby israelita romana, quello su cui l’intero ceto politico italiano, il 12 maggio, si è arrampicato scompostamente, quasi sgomitando, sotto l’egida della gloriosa bandiera israeliana, è anche una foto d’epoca, a suo modo. Potrebbe finire nei libri di scuola del futuro – di una scuola finalmente matura, formativa e consapevole – nel capitolo sulla crisi italiana di inizio secolo; la didascalia direbbe: questa era la classe dirigente italiana di allora, quelli che governavano insieme e insieme corsero in aiuto del più forte, dell’oppressore, dell’invasore, sorridendo e stringendosi tra loro. Gli studenti del futuro (più attrezzati di quelli odierni) si stupiranno: ma come? Si schierarono tutti dalla parte dell’invasore? Non potranno capire, quei ragazzi, come sia stato possibile che, nell’Italia del 2021, la distruzione di Gaza City, sia stata raccontata a reti unificate come una proterva aggressione palestinese. Neanche Goebbels nel ’39 ebbe il coraggio di dire ai tedeschi che la Polonia minacciava la sicurezza della Germania.

Per molti politicanti schierati su quel palco, a Portico d’Ottavia, quel tipo di collocazione è stata assunta in modo inconsapevole, automatico, come fosse una postura naturale. Non è il frutto di una discussione politica, di una riflessione, di una scelta di campo ponderata. E del resto in quali sedi sarebbe potuto maturare un eventuale dibattito? I partiti si sono squagliati e le istituzioni rappresentative sopravvivono come feticcio o simulacro. Questo ceto politico non ha conosciuto altro che quel tipo di posizionamento. E’ gente cresciuta in seno all’ortodossia euro-atlantico-sionista, quella in cui il fascio di interessi denominato “Occidente” non presenta più divaricazioni o alternative al suo interno. E’ un fascio compatto, monocromatico.

Foto d’epoca, dicevamo, Salvini, Letta, Meloni e vario sottobosco umano, che petto in fuori impugnano la bandiera bianca e celeste, sotto l’occhio soddisfatto e ammiccante dei dirigenti della rappresentanza sionista in Italia. Immagini storiche, a loro modo, in grado di restituire il sapore di un’epoca – tanto quanto le vecchie foto sgranate degli squadristi in camicia nera, con fez e pantaloni a sbuffo, testimoni viventi dell’epopea gaglioffa e criminale del ventennio; o la foto del Presidente Leone che mostra le corna agli studenti, simbolo di un’Italietta marcia, antica e profonda; o l’istantanea di un Craxi livido e incredulo, che esce dall’Hotel Raphael sotto una pioggia di monetine, mentre crollano gli scenari di cartapesta della Prima Repubblica. Foto gallery antropologica di un paese indecifrabile.

Ah, ecco, giusto: Bettino Craxi. Qualcuno farà mai leggere a quel timido ectoplasma di Enrico Letta, il testo del discorso che l’allora presidente del Consiglio pronunciò alla Camera il 6 novembre del 1985, dopo lo strappo di Sigonella e il caso Achille Lauro – un discorso in cui il Presidente del Consiglio italiano rivendicava il diritto alla lotta armata per il popolo palestinese, paragonando la resistenza araba al nostro Risorgimento? Povero Letta, rimarrebbe a bocca aperta. Che razza di Italia era? – si chiederebbe allibito l’ectoplasma. Era un’Italia altrettanto atlantista, guidata da un Presidente del Consiglio anticomunista, che però qua e là, in politica estera, si prendeva anche la responsabilità di assumere posizioni autonome: perché alle spalle c’era un’idea repubblicana di interesse nazionale – evitare che l’Italia diventasse un campo di battaglia geopolitico, tutelare le linee di approvvigionamento energetico e le reti di commercio internazionale –, dentro un paese ancora vivo, giovane, che discuteva (non ossessivamente solo di vaccini), un paese che si divideva, dibatteva, articolava le sue posizioni. E un ceto politico che allora molti noi osteggiarono (a morte) ma che oggi giganteggia, davanti all’immagine degli eroi di Portico d’Ottavia, coraggiosamente schierati dalla parte dei bombardieri.

E quella foto Letta-Salvini-Meloni, come potremmo chiamarla, per conservarla degnamente nel pantheon bislacco e vigliacchetto della storia patria? La foto di Portico D’Ottavia? No, finiremmo per nobilitarla con accostamenti classicheggianti. Battezziamola piuttosto: foto della Ripresa e Resilienza; si, così, con la denominazione pomposa che hanno affibbiato al loro piano bipartisan di distribuzione di soldi pubblici alle lobbies private. I posteri rideranno della totale incongruenza della didascalia, rispetto alle facce di quella ciurma di sopravvissuti. Perché si capisce bene che l’unica cosa davvero resiliente è il caparbio attaccamento di costoro ai brandelli residui del loro potere – ormai ampiamente commissariato da centri di comando extra-nazionale o extra-istituzionale.

Hanno voglia a mettersi in posa. Non rappresentano più niente. Sono solo utili idioti o sbiadita tappezzeria di quelli che comandano davvero. Nessuno – americani o israeliani – ha bisogno della loro approvazione. Probabilmente, il criminale di guerra Netanyahu non ricorda neanche il nome o la faccia di Salvini, nonostante il piccolo padano esibisca sempre orgoglioso la foto con Bibi. Israele non ha mai avuto bisogno di alibi democratici: rappresenta l’Occidente e agisce senza fronzoli e ipocrisie; gli bastano i carri armati le batterie antimissile.

A proposito di missili: non piacciono a nessuno, e forse non piace neanche Hamas; ma chi ha un po’ di residua onestà intellettuale deve riconoscere che è solo grazie a quei missili che esiste ancora una “questione palestinese”. Sono i missili a tenere aperta la ferita. Fosse per i cantori della pacificazione – quelli che siedono a Washington, Bruxelles, Riad o al Cairo – l’assimilazione coloniale delle terre di Palestina sarebbe già compiuta da tempo. Se settant’anni di resistenza e speranza antisionista, sono ormai affidati a qualche migliaio di Qassam, la colpa non è dei palestinesi, ma dei traditori d’Oriente e d’Occidente che li hanno da tempo condannati a uscire dalla storia.

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Portico d’Ottavia è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Guantanamo Calabro https://www.carmillaonline.com/2021/05/16/guantanamo-calabro/ Sun, 16 May 2021 00:50:25 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=66365 di Cesare Battisti

Premetto che i punti che seguono, riguardanti alcuni passaggi rilevanti della mia storia personale, non possono essere esaustivi, né lo pretendono. Si tratta appena di rispondere, seppure in modo frammentato, alle domande più frequenti che finora mi sono state poste da coloro che, nonostante l’intossicazione mediatica, non hanno rinunciato a voler capire. Anche questi dati non possono che essere parziali, ma l’intenzione è quella di fornire informazioni basilari che possano servire agli interessati per trarre le proprie conclusioni. Mi si perdoni, quindi, la discontinuità oltre a una redazione senza [...]

Guantanamo Calabro è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Cesare Battisti

Premetto che i punti che seguono, riguardanti alcuni passaggi rilevanti della mia storia personale, non possono essere esaustivi, né lo pretendono. Si tratta appena di rispondere, seppure in modo frammentato, alle domande più frequenti che finora mi sono state poste da coloro che, nonostante l’intossicazione mediatica, non hanno rinunciato a voler capire. Anche questi dati non possono che essere parziali, ma l’intenzione è quella di fornire informazioni basilari che possano servire agli interessati per trarre le proprie conclusioni. Mi si perdoni, quindi, la discontinuità oltre a una redazione senza pretese di apparire pubblicamente tale e quale. E comunque, date le circostanze, non mi sarebbe stato possibile un discorso lineare ed approfondito. Per questo rinvio gli interessati a percorrere i miei scritti su Carmilla o a consultare il mio ultimo libro manoscritto attualmente in lettura da “Le Seuil” Francia.

Mi viene naturale, ma anche ovvio,  cominciare  proprio dalla mia prigione in Italia. Durante i 20 mesi di isolamento ad Oristano, solo 6 dei quali in una mezza legalità, coltivavo la speranza che l’Istituzione prima o poi capisse che non si può castigare o vendicarsi, infliggendo a un reduce degli anni 70 lo statuto di fatto di prigioniero di guerra. E’ quanto lascia supporre la privazione dei diritti stabiliti dalle leggi nazionali e dalle norme di diritto internazionale. Alle richieste formali dei motivi che giustificherebbero il trattamento disumano, allegando inaudite  misure di sicurezza, applicate tra l’altro con 41 anni di retroattività, lo Stato risponde letteralmente: “la documentazione richiesta è stata sottratta al diritto di accesso.” Ma allora, ci si chiede, quale è la difesa possibile? E’ la ragione per cui feci lo sciopero della fame ad Oristano.

In tutta risposta, lo Stato indispettito mi ha trasferito nel peggior carcere di Italia, facendomi rilegare a forza nel reparto ISIS-AS2. Ciò, nonostante le minacce ricevute in passato e quelle presenti profferite dai diversi fronti jihadisti nei miei confronti. Ma se Cesare Battisti è stato destinato dall’Autorità Giudiziaria alla media sicurezza, non avendo l’ostativo, cosa ci fa in AS2? La mia presenza nel reparto ISIS comporta grandi difficoltà ed esigui margini di sopravvivenza: senza mai uscire dalla cella per l’ora d’aria; limitato anche nel vitto poiché sono dell’ISIS i lavoranti dello distribuiscono; oggetto di minacce attraverso il cancello; privato di computer per svolgere la mia professione; sorvegliato a vista e oggetto di CED (provvedimento disciplinare) ad ogni accenno di reclamo; soggetto a censura, allegando supposta “attività eversiva” (sic) e via di questo passo, fino ad essere ostacolato anche nel diritto alla difesa, stabilito dall’articolo 24 della Costituzione. Potrei incontrare i miei familiari in Italia, un’ora la settimana per quattro volte al mese ma, data la distanza dal luogo di residenza e l’avanzata età dei miei fratelli che va dai 70 agli 80 anni, questo succede raramente. La mia famiglia residente in Francia ed in Brasile posso solo contattarla con videochiamate al cellulare una volta per settimana, ma devo allora rinunciare a colloqui in presenza. In questo modo, passo mesi senza contatto con i miei figli, per i quali devo chiedere notizie per lettera, quasi sempre trattenute dal censore, perché scritte in lingua straniera. Mi è stato addirittura detto che i miei figli dovrebbero imparare a scrivere in italiano per avere notizie del padre. Questo perché il censore ha difficoltà con il francese o il portoghese che sono le lingue materne dei miei figli. Un trattamento disumano non solo per qualsiasi detenuto, ma soprattutto per qualcuno il cui ultimo reato risale a 41 anni fa. E come se non bastasse, l’esecutivo si impegna a mantenere alto un assurdo livello di pericolosità alimentando un processo di criminalizzazione costante fino a giustificare il sequestro del computer, grazie al quale stavo completando un romanzo sul conflitto nel Rojava e il dramma degli emigranti. Tanto per rimanere in linea col dettato del reinserimento alla vita civile.

Facciamo un passo indietro e veniamo alla mia fuga dal Brasile. Le autorità italiane non hanno mai accettato il mio rifugio in Brasile. Lo Stato si è adoperato con tutta la sua forza, ma anche con mezzi illeciti come la corruzione e offerta di privilegi politici ed economici, per ottenere a tutti i costi la mia consegna fraudolenta! Il Brasile ospita una gigantesca comunità d’origine italiana, equivalente a 35 milioni di cittadini. Un paese nel paese! Questa importante porzione della società brasiliana, oltre a controllare alcuni settori dell’economia, ha una forte influenza nell’apparato militare del Brasile. Numerose sono le figure della dittatura di origine italiana, come lo stesso Bolsonaro. Ma poco importa se l’ex capitano Bolsonaro, perfino espulso dall’esercito, lui e i suoi accoliti siano soggetti senza scrupoli, se non chiaramente criminali a capo di milizie sanguinarie. L’Italia, attraverso l’Ambasciata, ha sempre mantenuto rapporti privilegiati con le lobby militari vicine a Bolsonaro. Tanto da spingere le aziende italo-brasiliane ad entrare attivamente nella campagna presidenziale di Bolsonaro. In cambio di tanta amicizia, Bolsonaro promette la mia estradizione. Anche se la Costituzione glielo impedirebbe – non si può revocare un decreto dopo 5 anni dalla sua emissione – Bolsonaro mantiene la promessa. Con compravendita di influenza nel Supremo Tribunale Federale, è spudoratamente ignorata la  Costituzione e l’intervenuta prescrizione dei reati attribuiti al sottoscritto, nel dicembre 2018 ordine di estradizione è decretato.

La sinistra uscente dal governo mi garantisce contatto diretto con il presidente della Bolivia Evo Morales, il quale permette personalmente al fondatore del MST Juan Pedro Stedile di accogliermi in Bolivia con la concessione del rifugio politico. In un’operazione combinata tra il PT brasiliano (Partito dei Lavoratori) e il Mas boliviano (Movimento al Socialismo) fui trasferito a Santa Cruz de la Sierra. Qui venni preso in consegna da un emissario del Governo alle dirette dipendenze del Cancelliere. In attesa della pratica per il rifugio, fui alloggiato in un Centro di Monitoraggio: locali appartenenti al Ministero dell’Interno, che servivano da base per lo spionaggio della corrente di opposizione a Evo Morales! Ci lavoravano una dozzina operatori informatici, con i quali ho intrattenuto rapporti cordiali. Ogni tanto arrivava qualche alto funzionario dello Stato, allora dovevo restare chiuso nella mia stanza in fondo al cortile. Da subito ebbi l’impressione di essere sorvegliato ad ogni passo, non solo da forze suppostamente amiche. Quando gli appostamenti si fecero più severi, lo feci presente al Responsabile del Governo che dirigeva il centro, ma questi rispose evasivamente. Quando ormai avevo maturato la certezza che qualcosa non girava nel senso giusto, fui prelevato a due passi dal centro, mentre mi recavo a fare la spesa. Improvvisamente, tutti coloro ai quali ero stato presentato per la regolarizzazione del rifugio erano scomparsi.

Anche così non mi perdevo d’animo. Pensai ovviamente al tradimento di Evo Morales, ma contavo ancora sulle leggi boliviane che escludono l’estradizione per reati politici e, soprattutto nel mio caso, per essere intervenuta la prescrizione secondo le leggi boliviane. Perciò, mi dissi, male che vada c’è da farsi un po’ di prigione nel corso del processo di estradizione. Avrei invece dovuto sospettare che era proprio un regolare processo che l’Italia voleva evitare. Gli stessi poliziotti dell’Interpol boliviana, alcuni dei quali avevo avuto modo di conoscere al Centro di Monitoraggio, apparivano piuttosto imbarazzati per quello che stava per succedere. Non ebbero difficoltà a mettermi al corrente che lì intorno brulicavano italiani, brasiliani e agenti di un altro paese che non vollero specificare. Mi dissero chiaramente che si stava negoziando la mia pelle e trattavano i loro governanti da mascalzoni. Capii a cosa alludevano tutti loro al  mattino seguente, quando irruppe una squadra nera incappucciata e mi portarono di peso all’aeroporto internazionale di Santa Cruz de la Sierra.

Collocato e sorvegliato in una sala i cui vetri davano sulla pista, assistevo alle questioni burocratiche tra un nucleo della Polizia Federale brasiliana e alcuni ufficiali dell’Aeronautica Militare boliviana. Mentre a meno di 100 metri sulla pista, scaldavano i motori del turboelica della PF Brasil. Poco dopo seguivo il Delegado (Commissario) e la sua squadra a bordo dell’aereo brasiliano. A un certo punto ci fu un trambusto. Mi fecero scendere e tornammo nella stessa sala. Qui fui preso in consegna dalla polizia boliviana, mentre gli agenti brasiliani decollavano senza di me. Per un momento sperai che Evo Morales avesse dato un contrordine. Speranza effimera,  fino all’arrivo di un nutrito gruppo di persone, con i colori italiani appesi al collo, che mi portarono fino al jet di stato che ci aspettava lontano sulla pista. Tentai anche di resistere: “è un sequestro” gridavo. La risposta fu disarmante: “e allora? Questa volta però ha funzionato.” In Bolivia come in Brasile si gridò allo scandalo e al sequestro vergognoso permesso da Evo Morales. Ci furono proteste e anche manifestazioni. Ovviamente, in Italia non se ne è parlato. Che Evo Morales, già screditato dalla base del suo partito, potesse arrivare a tanto nessuno se lo aspettava. Ma chi ha più sorpreso per vigliaccheria è stato il vicepresidente Linera, con il suo passato, che si è dileguato all’ultima ora per evitare di dare spiegazioni agli amici comuni.

Qualcuno si è opportunamente chiesto se queste procedure a dir poco fraudolente non possono essere oggetto di denuncia alle autorità internazionali. Al proposito informo che ci sono attualmente in progetto tre procedure contro gli illeciti esposti sopra, commessi dal Brasile, la Bolivia e l’Italia. Rispettivamente, il primo ricorso all’OEA e ONU per atto incostituzionale nell’annullamento di un decreto presidenziale di più di 5 anni e separazione forzata del nucleo familiare –  figlio minore e moglie rimasti in Brasile – , il secondo all’ONU contro la Bolivia per sequestro di persona e espulsione illegale; il terzo ricorso all’ONU contro l’Italia per ricettazione di illecito; ricorso alla Corte Europea per trattamento disumano in carcere. Ma una procedura di istanze internazionali ha tempi lunghi e a me urge uscire dall’ Inferno di Guantanamo Calabro: io non ho l’ostativo, che ci faccio in AS2?

Mi dicono che dalla lettura di “Indio”, il mio ultimo romanzo pubblicato in Francia, sì coglie tra le righe  l’intenzione di affrontare la questione con la giustizia italiana. Ho terminato l’ultima stesura di “Indio” quando ancora nessuno credeva seriamente che un soggetto come Bolsonaro potesse diventare presidente. Ciò per dire che certe mie riflessioni sul futuro incerto dell’eterno rifugiato e perseguitato sono insospettabili. La disinformazione che negli ultimi 15 anni ha fatto di me il mostro da abbattere, ha reso impossibile ogni tentativo di fare chiarezza sul mio percorso politico-militante prima, rifugiato dopo. Ci si è guardati bene dal divulgare alcuni miei tentativi di riavvicinamento e di pacificazione con una supposta nuova realtà sociale in Italia. Credevo che la democrazia italiana fosse maturata, capace di affrontare la propria storia con dignità e cognizione di causa. Mi riferisco ovviamente agli “anni di piombo”, un capitolo drammatico della nostra Storia rilegato in una zona d’ombra e di tabù, dove la revisione storica ci sguazza.

Tanto per citare qualche tentativo di riavvicinamento, il più serio e formale fu mentre mi trovavo nel carcere di Brasilia, durante il lunghissimo processo di estradizione. Dopo alcuni incontri con gli addetti dell’Ambasciata d’Italia, feci loro una proposta di dialogo con il Governo italiano. Fu in un momento in cui avevo già la certezza di non essere estradato. Proposi loro che avrei accettato volontariamente l’estradizione se il Governo fosse stato disposto ad aprire un dibattito, con personale qualificato, per fare infine i conti storici sul periodo della lotta armata, “la degenerazione di un 68 represso nel sangue che si è protratto per 15 anni”. Gli addetti dell’Ambasciata, cioè spioni, promisero di riferire ma non si fecero più vedere. Nel frattempo io avevo anche dato il via a una corrispondenza con Alberto Torreggiani -sappiamo che fu ferito dal proprio padre durante l’attentato dei Pac al quale io non partecipai. La corrispondenza con Alberto Torreggiani, che oggi egli rinnega per ordine dello Stato, o semplicemente influenzato dai soliti forcaioli, faceva parte di una più articolata intenzione di riavvicinamento con i familiari delle vittime dei Pac. Ciò nel quadro di creare clima favorevole per tornare senza odio sulle responsabilità di tutte le componenti del conflitto e, chissà, voltare infine quella maledetta pagina degli “anni di piombo”. Purtroppo anche questo tentativo si è scontrato con l’accanita intolleranza di certi settori politici e mediatici sempre pronti ad alimentare l’odio per oscuri interessi di parte. Non si può che assistere con sospetto alle puntuali sortite pubbliche di parenti delle vittime (si parla ovviamente sempre e solo di una parte della barricata) alcuni dei quali non erano probabilmente nati all’epoca: 41 anni fa! E perché prendersela sempre con Battisti, come se fosse stato lui ad inventare la lotta armata? Mentre i fascisti agli ordini di qualche istituzione se la spassano, e nessuno grida in piazza? O sarà proprio per proteggere gli  stragisti che bisogna mettere al rogo un testimone, affinché la disinformazione su quegli anni abbia piena efficacia.

Battisti, ci ricorda la peste dello Stato, deve tacere. La domanda che dovrebbero porsi coloro, gli ignari che con la bava alla bocca reclamano la gogna per Cesare Battisti, dovrebbe essere più o meno questa: “Perché fino al 2003 nessuno si interessava a lui?” Quando ancora Cesare Battisti era appena un altro tra le decine di rifugiati italiani in giro per il mondo? Nel tempo in cui pubblicava libri e articoli anche in Italia e riceveva visite di personalità italiane legate al mondo politico. culturale e anche istituzionale? Cosa è successo ad un certo punto, affinché diventasse improvvisamente il “mostro”, al punto da alimentare l’odio dei parenti delle vittime – fino allora assopito?- e dei media cialtroni? È pazzesco, come a nessuno questi giustizialisti venga in mente di porsi la questione. Eppure la risposta è semplice: Battisti scrive, parla alla televisione, fa interviste e dibattiti in ambito internazionale, scava nel passato, fa autocritica ma allo stesso tempo denuncia una guerra civile che lo Stato ha scatenato e combattuto con le bombe nelle piazze e una repressione inaudita. Ed è rimasto reticente con la Storia.

La lotta armata in Italia non è nata in qualche mente perversa e praticata da quattro disperati. E’ scaturita da un grande movimento culturale e politico incontenibile, che non sopportava più le angherie di uno Stato corrotto e stragista. Un milione di persone nelle piazze e tutti complici rivoluzionari. 6000 i condannati; circa 60 mila i denunciati; più di 100 gruppi armati organizzati; centinaia i morti, la maggior parte nelle file rivoluzionarie. Questo è il contesto sociale in cui sono nati i Pac. Non si trattava di un partito armato, ma l’espressione combattente orizzontale del fronte ampio di protesta, nelle fabbriche, sul territorio e nell’educazione nazionale. Che il loro ideale fosse comunista lo dice il nome stesso (Proletari armati per il Comunismo), ma non si proponevano l’assalto al Palazzo d’Inverno, né di prendere il potere dello Stato. Erano nuclei diffusi e indipendenti che rispondevano a modo loro all’ingiustizia dilagante, all’estrema destra che si armava in difesa dei privilegi del capitale. Forti dell’idea che il comunismo vero non poteva essere quello espresso dall’Unione Sovietica, anzi, ma semplicemente quello di una società futura inevitabile, libera e ugualitaria auspicata con estrema chiarezza nel “Manifesto” di Marx e Engels. Appena questo, senza derive ne accorciatore come invece fu il caso. Che il momento storico e l’uso delle armi fosse stato giusto o meno, l’hanno detto i fatti e ripetuto tutti i militanti coscienziosi. Tra i quali mi colloco senza mezzi termini. Si può ammettere l’errore, senza scadere nell’indecenza di chi si illude di poter rimediare a tutto dichiarandosi pentito. Mai parola fu tanto denigrata. Ho troppo rispetto per la storia e per le vittime che essa ha causato per pensare di nascondermi dietro una spanna d’ipocrisia.

Si pensava che l’Italia avesse vinto certe proprie debolezze, fosse pronta ad affrontare la propria Storia. Invece, 40 anni dopo, attraverso le sue massime rappresentanze, offre ancora ai cittadini lo stesso ignobile spettacolo, con la preda trascinata tra la moltitudine inferocita; gli insulti dei cacciatori che inveiscono sulla preda; i selfie dei ministri; il gozzoviglio della televisione; Battisti nell’arena; godi adesso Popolo! Ecco le torture subite, dopo un sequestro trionfalmente rivendicato. Al punto che persino la Corte di Cassazione ha sentenziato pressappoco in questi termini: “se la Bolivia ha commesso un illecito a noi non importa, ci hanno dato Battisti e noi ce lo prendiamo”. Ce lo prendiamo! Ma allora siete quantomeno dei ricettatori! Ma non basta sequestrarlo e riportarlo nelle patrie galere. Bisogna anche riservargli un trattamento da prigioniero di guerra senza la protezione dello statuto. Non si può dargli legalmente il 41 bis e l’ostativo? Poco male, glieli diamo di fatto tenendolo isolato e impedendogli il percorso trattamentale che gli consentirebbe l’accesso ai benefici riservati a tutti i detenuti. E se reclama, lo facciamo linciare dai media; gli aizziamo contro la vendetta popolare; gli applichiamo la censura; gli togliamo il computer per lavorare; lo mettiamo nel reparto Isis dove sarà costretto a rimanere in isolamento volontario. Eccola la tortura!

Veniamo ora alla mia scelta personale processuale. Dicevo che da diversi anni cogitavo una soluzione decente per metter fine a questa persecuzione, dove forze politiche italiane non si sono risparmiato nessun mezzo coercitivo o di pressione. Devo mettere per inciso, che le mie dichiarazioni di innocenza – mai rivolte all’autorità ma solo ai media – sono intervenute solo dopo il 2004 in Francia, e ciò per costringere lo Stato italiano ad ammettere l’uso deviato della Giustizia nei processi alla lotta armata. Prima di allora, né dopo, non avevo mai negato la mia appartenenza ai Pac assumendone le responsabilità politiche. Quelle penali dovrebbero essere state innanzitutto provate in tribunale, prima di emettere condanne a vita ed aspettare tardive confessioni. Sia perciò chiaro che i paesi che hanno accolto la mia richiesta di rifugio non lo hanno mai fatto, e non avrebbero potuto, in base a una supposta dichiarazione di innocenza – come falsamente dichiarato dall’opportunista Lula – ma esclusivamente per la tipologia politica del reato.

Ho pensato si seriamente a una soluzione collettiva dei nostri anni 70. Il clima politico in Italia non era l’ideale, sapevo però dell’esistenza di personalità e tendenze in seno al mondo giudiziario, che avendo combattuto in prima linea la guerra al “terrorismo”, come si suol dire adesso, conoscevano a fondo la materia e non avevano interesse a ricorrere a propagande oscurantiste per capire la realtà dei fatti. Certi indizi mi dicevano che queste persone, o correnti di pensiero, speravano ancora che si potesse arrivare un giorno a voltare queste tristi pagine di storia nella dignità e per il rispetto della memoria nazionale. Posso citare in merito il pensiero dell’emerito magistrato Giuliano Turone, giudice istruttore del processo ai Pac, che nel suo libro “Il caso Battisti” afferma pressappoco in questi termini: “Paradossalmente, accettando le sue responsabilità politiche e penali, potrebbe essere proprio Cesare Battisti a far sì che si possa infine rivedere e chiudere questo capitolo di storia”. Le parole possono non essere le stesse ma il senso è questo. Mosso da questo sentimento, alimentato dalla speranza che 40 anni erano comunque tanti e la democrazia italiana doveva per forza essere maturata e che anche lo Stato fosse un amministratore forte e responsabile, decisi di affidarmi alla giustizia e chiamai il procuratore di Milano. Quella mia deposizione del 23 Marzo 2019 fu una scelta sofferta. Mancavo dall’Italia dal 1981, e i miei contatti col bel paese erano ridotti a qualche familiare e all’editore. Non potevo certo immaginare che, aldilà dell’ isterismo mediatico, potessi ancora suscitare la vendetta dello Stato. Con l’enorme difficoltà di dover tornare su un processo archiviato da decenni, senza nessun fatto nuovo da apportare, se non gli ormai impossibili distinguo sulle mie proprie responsabilità. Non mi restava che prendere tutto in blocco, comunque, penalmente non avrebbe avuto peso. Di fronte alla scelta di affrontare un processo storico, e a crederlo non ero il solo, che senso avrebbe mettersi a spulciare il codice penale 40 anni dopo?

Sono stato condannato a due ergastoli e sei mesi di isolamento diurno per essere stato ritenuto colpevole di praticamente tutti i reati commessi dai Pac, tra i quali 4 attentati mortali. Dove non è stato possibile allegare la mia presenza fisica sul luogo del delitto, sono stato ritenuto il mandante. Dovrei forse precisare che in un conflitto simile i mandanti non esistono e semmai esistessero bisognerebbe allora cercarli in mezzo al popolo? Comunque, non avrei potuto certo essere io.

Ho ammesso tutto. Ho ribadito la mia autocritica per la scelta di aver partecipato alla lotta armata, poiché politicamante e umanamente disastrosa. Ma non l’avevo già detto mille volte in tutti questi anni? Non avevo nulla di cui pentirmi perché, sbagliato o no, non si può cambiare con il senno del poi il senso di avvenimenti storicamente definiti da un preciso contesto sociale. Assurdo sarebbe dire che non si sarebbe potuto evitare, ma mi risulta che il movimento rivoluzionario non si sia tirato indietro al momento di assumersi le sue responsabilità. Non possiamo dire altrettanto da parte dello Stato. E non avevo neanche niente da chiedere in cambio della mia confessione. Non sarebbe stato legalmente previsto e poi mi bastava che si applicasse la legge, come per qualsiasi altro condannato senza il bruttissimo ostativo, per accedere a qualche futuro beneficio riservato a tutti.

Insomma, è come dire, va bene, avete vinto e sono qui ad assistere ai canti di vittoria immeritati. Ma, finita la festa, tu Stato democratico, ci vogliamo impegnare tutti a riabilitare la storia stuprata, mentre io sconto la mia pena, secondo i termini di leggi nazionali e regole internazionali di umanità, come qualsiasi altro condannato? Pura illusione. Dopo aver sbandierato al mondo intero il frutto di una sporca caccia, cantato una vittoria ottenuta con l’inganno sul sangue delle vittime e l’onore barattato della Storia, lo Stato dei rattoppi non si smentisce e mostra la sua vera faccia. Si dà ai gozzovigli forcaioli, cavalca l’onda populista, sacrifica perfino la parola di quelle autorità che l’hanno servito anche quando non lo meritava.

Questo è il sentimento che mi ha accompagnato da Oristano a Guantanamo Calabro, alla mercè dell’ISIS e sottoposto a un trattamento degno di una dittatura militare. Ma non ho perso la speranza e sono certo che il tempo è galantuomo.

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Guantanamo Calabro è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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ZONA ROSSA: la memoria è un ingranaggio collettivo https://www.carmillaonline.com/2021/05/15/zona-rossa-la-memoria-e-un-ingranaggio-collettivo/ Sat, 15 May 2021 07:00:51 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=66304 di Alexik

Ricordare Genova è un esercizio complicato. Personalmente non sono mai riuscita a farlo con serenità, senza sentir crescere una stretta allo stomaco, né a derivarne degli elementi costruttivi. E’ un bene, quindi,  potermi ritrovare fra le mani un testo che mi consente di andare al di là della mia visione parziale. Nessuna ricostruzione individuale può infatti riuscire da sola a cogliere le complessità e le implicazioni dei giorni del G8, l’insieme delle soggettività  che si sono espresse o che si sono formate sulla base di quella esperienza.

Del [...]

ZONA ROSSA: la memoria è un ingranaggio collettivo è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Alexik

Ricordare Genova è un esercizio complicato.
Personalmente non sono mai riuscita a farlo con serenità, senza sentir crescere una stretta allo stomaco, né a derivarne degli elementi costruttivi.
E’ un bene, quindi,  potermi ritrovare fra le mani un testo che mi consente di andare al di là della mia visione parziale.
Nessuna ricostruzione individuale può infatti riuscire da sola a cogliere le complessità e le implicazioni dei giorni del G8, l’insieme delle soggettività  che si sono espresse o che si sono formate sulla base di quella esperienza.

Del resto, “la memoria è un ingranaggio collettivo”.
Un ingranaggio che Zona rossa, ultimo numero di  Zapruder, prova a rimettere in moto.
Frutto del confronto fra la redazione di Zapruder e SupportoLegale, la stesura di Zona Rossa  ha nella dimensione collettiva la sua stessa origine. Si rivolge a Genova attraverso uno sguardo plurale, riunendo le visuali di generazioni diverse e diversi metodi di linguaggio.
Comprende le voci di chi a Genova non c’era, per motivi generazionali, e che ne ha elaborato la storia dai racconti.
Comprende la voce di chi, pur avendo la massima autorevolezza per parlarne, in tutti questi anni ha usato la parola con parsimonia, responsabilità e coscienza, in mezzo ad ondate di retoriche e di ricostruzioni fasulle o infamanti.
La voce di chi si è rimboccat* le maniche per sostenere compagn* incriminat* per devastazione e saccheggio, mentre altri si esercitavano nei distinguo fra buoni e cattivi, offrendo la sponda alla criminalizzazione mediatica e giudiziaria di una parte del movimento.
Comprende, finalmente, la voce di quell* che hanno pagato per tutti, con più di 10 anni di galera a testa1, e che con serenità ripetono: “in ogni caso, nessun rimorso“.

Uno di loro, Luca, dopo che per anni sono stati spesi da chiunque sul G8 di Genova fiumi di parole, pensa di “non poter aggiungere qualcosa che non sia già stato detto, visto e rivisto“.
E suggerisce una traccia: “più interessante può essere sapere cosa è successo dopo“.
Proprio su questo si concentra  Zona Rossa: sul prima, sul dopo e sull’altrove, e soprattutto sugli elementi da cui trarre utilità per il presente.

Il ricordo di Genova può essere un futuro anteriore, una memoria che ci aiuta a guardare avanti invece che indietro, utile a capire meglio la transizione verso quel qualcosa di indefinito che stiamo vivendo“.

E così impariamo come, nel dopo Genova, un gruppo di compagn* proveniente da Indymedia ha forgiato strumenti metodologici e di contenuto (oltre che competenze tecniche assolutamente non comuni) utili ad affrontare anche il tempo presente.

SupportoLegale nasce dal presupposto di non chiedere mai agli altri cosa avessero fatto nel 2001, né a che area appartenessero. Si è creato un gruppo di persone che aveva come unica finalità riuscire a supportare e dare man forte a chi stava seguendo i processi…
Noi ci siamo battuti su delle parole d’ordine abbastanza brevi, ma su cui siamo stati irremovibili: sul No alla divisione fra buoni e cattivi, sulla legittimità di tutte le forme di dissenso che erano state espresse a Genova, sulla legittimità di tutti i pensieri che sono stati espressi a Genova…
A noi piacerebbe che uscisse questa parte della storia. Proprio perché tanti, ancor oggi, non hanno imparato la lezione, non la vogliono imparare. Vogliono togliere legittimità a dei pezzi di storia, a dei pezzi di senso, a dei pezzi di conflitto
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Noi la pensiamo tutti in modo completamente diverso … tutte le modalità di rappresentazione del conflitto, almeno rispetto a questo pezzo di storia che abbiamo fatto tutti quanti  insieme sono legittimi. Vanno rispettati e vanno difesi. E sentiamo di essere tutti dalla stessa parte della barricata“.

Una coesione nata dalla capacità di attribuire priorità politica all’obiettivo comune, e che non verrà fatta propria dal movimento No Global, uscito dall’esperienza di Genova più diviso che mai, ma diverrà invece punto di forza in Val di Susa, probabilmente proprio a partire dalla riflessione su Genova.
È questo un ulteriore elemento di pregio di Zona Rossa: la ricostruzione di come abbia influito l’esperienza di Genova sulla formazione delle soggettività dei movimenti di oggi, che ci mostra che questa storia non si è conclusa solo nel sangue, nella sconfitta, nelle posizioni dissociatorie, e nella lenta agonia dei social forum.

Per esempio la presenza a Genova 2001 di un nutrito spezzone del giovane movimento No TAV ha favorito “l’identificazione fra quello che la Valle stava iniziando a vivere e le ragioni della protesta contro il G8“.
Emergono dalle interviste ai No TAV da un lato il rafforzamento della coscienza  della portata globale dei contenuti della propria lotta, dall’altro le conseguenze sul territorio, con nuovi comitati locali che nascono in Valle a partire dalla determinazione maturata proprio nei giorni del G8.
Il 23 luglio 2011 il corteo per il decennale di Genova è aperto dallo spezzone della Val di Susa, che ha guadagnato sul campo il diritto alla “testa del corteo” nei giorni dello sgombero della Libera Repubblica della Maddalena e dell’assedio al cantiere di Chiomonte2.
Lo slogan dei valsusini “siamo tutti Black Bloc” sancisce il rifiuto della divisione fra buoni e cattivi, nel luogo esatto in cui tale divisione aveva creato al movimento di 10 anni prima effetti  disgreganti.
E non si tratta solo di uno slogan, perché proprio nell’assedio di Chiomonte il movimento ha  accolto e riconosciuto  metodi di lotta e soggettività differenti, e su questa base si è creata coesione e rispetto.
Genova diviene  dunque generatrice di coscienza anche in negativo, una lezione sugli aspetti da non emulare se non si vuol ripercorrere lo stesso declino del “movimento dei movimenti”.
Uno di questi aspetti è la desolidarizzazione successiva alle incriminazioni per devastazione e saccheggio.
Dice SupportoLegale: “Molte delle persone finite sotto processo sono state completamente abbandonate dai loro gruppi, dalle loro organizzazioni, dai loro collettivi. Sono state lasciate completamente sole e sono sole oggi. Ci siamo stati solamente noi“.
L’esatto opposto di un principio cardine della lotta in Val di Susa, dove “si parte e si torna insieme“.

Zona Rossa identifica in Genova un crinale di crisi che va al di là del declino del movimento No Global, investendo le stesse sorti e pratiche della sinistra radicale maturate nel corso del ‘900.
E’ una cesura nelle modalità delle mobilitazioni, perché “improvvisamente la piazza esonda qualsiasi volontà di controllo, spinta tanto da pratiche di conflitto che rifiutano la mediazione dei portavoce del movimento, quanto dalla repressione degli apparati dello Stato… Segno di una liberazione dalle volontà di controllo (e di mediazione) delle strutture organizzate ? Oppure traccia di una crisi di una idea di organizzazione a cui fa fatica a sostituirsene un’altra ?”

Genova segna anche la crisi delle pratiche di simulazione del conflitto:

“Chi pensava che aver evocato troppo il conflitto avesse portato alla catastrofe organizzativa e chi, invece, condannava la rinuncia a organizzarsi in conseguenza di quella “dichiarazione di guerra” giocata su un piano simbolico, a cui però lo Stato prevedibilemnte credette davvero. Comunque ci si ponga, a Genova si è capito  che la rappresentazione simbolica del conflitto è gestibile fino a un secondo prima dell’esplosione del conflitto vero e proprio, poi è solo pericolosa”.

Va in pezzi, infine, la bizzarra idea di una democratizzazione delle forze dell’ordine, conseguente ai processi di smilitarizzazione e sindacalizzazione iniziati una ventina di anni prima. Idea fallace, visti i risultati, e che non teneva conto di come i poteri di polizia fossero stati particolarmente sviluppati secondo logiche di guerra proprio nei due decenni precedenti. (Continua)


  1. Su 25 compagn* imputat* per i fatti di piazza, 10 vennero condannat* per devastazione e saccheggio a pene variabili da 6 anni e 6 mesi a 15 anni di reclusione. 

  2. Vedi su Carmilla: “Si parte e si torna insieme“. 

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Pascoli poeta maledetto: uno sguardo antagonista https://www.carmillaonline.com/2021/05/13/pascoli-poeta-maledetto-uno-sguardo-antagonista/ Thu, 13 May 2021 21:00:55 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=66282 di Paolo Lago

Francesca Sensini, Pascoli maledetto, Il melangolo, Genova, pp. 156, € 12,00.

Spesso, le narrazioni dominanti che si affermano sui classici li ingabbiano in formule-etichetta che non fanno altro che anestetizzare opere, artisti e pubblico. Sono convinto che ognuna di queste narrazioni dominanti che avvolgono e mummificano determinati autori debbano essere scardinate e smantellate proprio per poter guardare ad essi e alle loro opere con sguardo critico antagonista, teso a nuove letture e interpretazioni. Giovanni Pascoli è sicuramente uno di quegli artisti che è stato inglobato in una vulgata fatta di luoghi [...]

Pascoli poeta maledetto: uno sguardo antagonista è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Paolo Lago

Francesca Sensini, Pascoli maledetto, Il melangolo, Genova, pp. 156, € 12,00.

Spesso, le narrazioni dominanti che si affermano sui classici li ingabbiano in formule-etichetta che non fanno altro che anestetizzare opere, artisti e pubblico. Sono convinto che ognuna di queste narrazioni dominanti che avvolgono e mummificano determinati autori debbano essere scardinate e smantellate proprio per poter guardare ad essi e alle loro opere con sguardo critico antagonista, teso a nuove letture e interpretazioni. Giovanni Pascoli è sicuramente uno di quegli artisti che è stato inglobato in una vulgata fatta di luoghi comuni, grazie anche alla colpevole complicità della scuola, che non ha fatto altro che mummificarlo: cantore delle ‘piccole cose’ campestri e della natura, poeta-fanciullo ipersensibile e pronto ad arrossire di fronte all’eros nonché placido signore borghese succube della sorella Maria. Certo, la narrazione dominante che lo ha ingabbiato è scaturita, non in minima parte, dal ritratto che ne ha offerto proprio la sorella. Adesso, a scardinare questa vulgata fatta di luoghi comuni interviene un brillante studio critico di Francesca Sensini, dal significativo titolo di Pascoli maledetto. Come la studiosa scrive nell’introduzione, si tratta di “un lavoro a tesi ed un lavoro di parte. La tesi è che Pascoli sia il nostro poeta maledetto o, detto altrimenti, che debba essere ricondotto a quella temperie estetico-filosofica e studiato in una prospettiva risolutamente europea. Pascoli maledetto, dunque, à la Verlaine e a modo suo, con un’originalità che ne fa un maestro unico della poesia europea moderna”.

Se guardiamo alla biografia del poeta, grazie alla studiosa, possiamo riscoprire un Pascoli giovane ribelle e rivoluzionario. Sul versante politico, il poeta si interessa a Aleksandr Ivanovic Herzen, teorico del populismo russo, e a Michail Bakunin, filosofo e rivoluzionario anarchico. Nel 1875, Pascoli ammette senza timore di aver contestato il ministro dell’Istruzione Ruggero Bonghi, “uno dei principali oppositori al monumento di Giordano Bruno in Campo de’ Fiori a Roma, diventato all’epoca simbolo della battaglia del libero pensiero e dell’anticlericalismo”. La ribellione antiborghese degli anni giovanili, oltre che svilupparsi nell’abuso di alcool e laudano, si manifesta anche in alcune composizioni. Nel 1878, ad esempio, pubblica sul “Nettuno” i versi di La morte del ricco, “un testo di grande potenza in cui sfilano tutti gli spettri delle vittime del capitale, incarnato dal «ricco» sul letto di morte, assistito dal prete”. Inoltre, nel 2006, “viene pubblicato un inedito inno per l’Internazionale anarchica che contribuisce ulteriormente a demolire la narrazione sororale di un fratello ingenuo e influenzabile, trascinato da cattivi maestri e peggiori compagni, lontanissimo da ogni forma di violenza”. Bisogna anche ricordare che a Pascoli è attribuita un’Ode a Passanante, l’attentatore di Umberto I di Savoia: se Maria ne smentisce la paternità, gli amici di Giovanni la contraddicono. Nel 1879, il poeta fa parte di un gruppo di manifestanti che solidarizza con alcuni anarchici arrestati e, successivamente, anch’egli verrà arrestato per poi trascorrere tre mesi e mezzo in carcere.

Se poi, dal lato politico ci spostiamo a quello più strettamente privato, possiamo incontrare un personaggio alquanto diverso dal casto poeta spaventato dall’amore e dal sesso. Da giovane, e non solo, Pascoli si è lanciato in diverse avventure galanti: il fatto che, in definitiva, nessuna di queste si sia concretizzata in un matrimonio è ascrivibile proprio alla presenza ossessiva della sorella Maria con la quale il poeta aveva indubitabilmente instaurato un rapporto non del tutto ‘sano’. A Massa, dove insegna al liceo, incontra una ragazza bionda che lo attrae, Barbara Papini, mentre successivamente arriva a chiedere la mano di una cugina, Imelde. Stabilisce inoltre uno stretto legame con Emma Corcos, sposa in seconde nozze del celebre ritrattista livornese Vittorio Corcos, “animatrice di un salotto letterario a Firenze e bellissima donna”. A Bologna, poi, si innamorerà di una sua brillante allieva, Giovanna Pia Marcianti, “soprano dilettante e sua vicina di casa in piazza del Risorgimento”. Dalle testimonianze di amici e amiche, amori, allievi e conoscenze emerge il ritratto di un uomo allegro e incline allo scherzo e alla beffa, legato al piacere della convivialità e dell’amicizia, animato da ideali politici, ribellione e passionalità. Insomma, “la sua vita, anche a Castelvecchio, non è quella di un misantropo, ma è ricca di scambi e di incontri”. Da un punto di vista biografico, inoltre, come sottolinea Sensini, una differenza importante fra Pascoli e i poètes maudits consacrati dalla tradizione sta nel fatto che il primo sceglie la dissimulazione, mentre Baudelaire, Verlaine, Rimbaud e lo stesso Poe scelgono invece l’esibizione e la marginalità sociale. Dopo gli anni giovanili, caratterizzati da un’impronta bohémienne, la vita di Pascoli si fossilizza in una apparente quiete borghese pur covando, in modo silente, una tormentosa, lenta autodistruzione (il poeta non ha infatti mai smesso di abusare di alcool fino alla morte per cirrosi epatica). In modo silente, Pascoli non ha mai cessato la sua “lotta intima, contro i propri demoni, e politico-sociale, contro la violenza del capitalismo in pieno rigoglio, contro la borghesia ipocrita e volgare”.

L’analisi antagonista e ‘rivoluzionaria’ di Francesca Sensini si focalizza successivamente sulla produzione poetica di Pascoli. Secondo la studiosa, non si può ridurre la poesia pascoliana esclusivamente all’idillio delle piccole cose: in questo modo si confonderebbe la categoria estetica del “fanciullino” con il bambino in senso proprio. Il “fanciullino” altro non è che “l’incarnazione della facoltà primitiva di intuire ed esprimere il mondo”(e non si sbaglierebbe a considerare la prosa del Fanciullino come una sorta di ‘versione italiana’ della Lettera del Veggente di Rimbaud). Non si può perciò pensare a un Pascoli in fuga dal presente e dalla realtà per cercare rifugio nel “nido” della famiglia ricomposta: egli, semmai, fugge nella realtà perché “tutta la sua ricerca teorica e tutta la sua pratica poetica sono rivolte al presente e mirano a una sua rifondazione”. Ancora oggi si ricorre alla spiegazione dei testi “psicanalizzando l’autore”, riconducendo gran parte della sua opera a un filone depressivo-funebre. Penso che una interpretazione di questo tipo avrebbe funzionato per i poeti crepuscolari, ma non per Pascoli. La sua poesia, molto più complessa, scoperchia un universo oscuro e misterioso in cui si intensificano le corrispondenze simboliche fra gli elementi naturali e, appunto, immagini e sensazioni che giungono invece da un ‘altrove’ misterioso, da un tormento mai pacificato, come in Baudelaire. Basti pensare alle cavallette che, ne L’assiuolo, componimento della raccolta Myricae, si trasformano in “finissimi sistri d’argento / (tintinni a invisibili porte / che forse non s’aprono più?…)”, in cui vi è un rimando ai misteri di Iside, caratterizzati proprio dall’utilizzo dei sistri, antichi strumenti musicali egiziani. Oppure, si potrebbe pensare alle immagini quasi spettrali, veri e propri fantasmi che compaiono nei versi pascoliani, dalla misteriosa figura che appare ne Il bacio del morto fino alla “tessitrice” nell’eponimo componimento (testo analizzato anche da Francesca Sensini, nel quale è riscontrabile una somiglianza con le atmosfere perturbanti di Poe, autore, tra l’altro, tradotto da Pascoli), rappresentata come un fantasma, “una rediviva che appare solo per il suo amante”, oppure all’“ombra errante” che inquieta i pensieri del poeta in Nella nebbia, nei Primi poemetti. Oppure, ancora, alle immaginifiche visioni di territori fantastici e sconosciuti in Alexandros e in Gog e Magog, nei Poemi conviviali, che possono rimandare alle visioni baudelaireiane di Orienti incantati e visionari o al Rimbaud di Le Bateau Ivre.

Da un punto di vista stilistico, la poesia di Pascoli si nutre di un prolifico squilibrio fra classicismo e anticlassicismo: secondo Sensini, si tratta di una poesia “fortemente anticlassica su classicissime fondamenta, straniante, forse per alcuni anche irritante, il cui significato letterale non soddisfa mai del tutto e sollecita altri piani, additando un percorso più lungo in vista di un piacere intellettuale ed estetico più profondo”. Come ebbe a scrivere Pasolini, inseguendo una suggestione offerta da Gianfranco Contini, Pascoli utilizza un “plurilinguismo” dal quale emerge una vera e propria linea di fuga “dalla lingua maggiore da lui già ridotta a minore, verso il dialetto”. Anche da un punto di vista metrico (lezione, anche questa, recepita da Pasolini che dedicò al poeta di Castelvecchio la sua tesi di laurea), Pascoli ripropone versi e metri classici sui quali opera un continuo scardinamento, una vera e propria opera – si potrebbe dire – di ‘ribellione’ formale.

E anche se in Pascoli manca tutta la dimensione urbana, i suoi splendori e i suoi bassifondi, se mancano riferimenti scoperti al vizio, alla follia, all’orrore e alla crudeltà che costituiscono una vera e propria marca di riconoscimento per i poeti maledetti, tuttavia non possiamo negare la sua vicinanza a questo universo poetico e, soprattutto, a Baudelaire. Grazie al libro di Francesca Sensini, una narrazione dominante e anestetizzante su un autore significativo della letteratura italiana comincia a sfaldarsi, in modo così da permettere il dischiudersi di una nuova prospettiva critica per certi aspetti eccentrica, antagonista e, senza ombra di dubbio, innovativa.

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Pascoli poeta maledetto: uno sguardo antagonista è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Dalla Madre Terra alla Landa selvaggia passando per il Leviatano https://www.carmillaonline.com/2021/05/12/dalla-madre-terra-alla-landa-selvaggia-passando-per-il-leviatano/ Wed, 12 May 2021 21:00:51 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=65879 di Sandro Moiso

Fredy Perlman, Contro la storia, contro il Leviatano, Bepress Edizioni, Lecce 2013, pp. 360, 18 euro

Ancor prima di parlare di questo libro, uscito ormai da diversi anni ma ancora disponibile presso l’editore e nella distribuzione on line, occorre parlare dell’autore: Fredy Perlman. Autentico Phileas Fogg1 del mondo della critica radicale della nostra civiltà, ancor più che del solo modo di produzione attuale, Perlman, nel corso della [...]

Dalla Madre Terra alla Landa selvaggia passando per il Leviatano è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Sandro Moiso

Fredy Perlman, Contro la storia, contro il Leviatano, Bepress Edizioni, Lecce 2013, pp. 360, 18 euro

Ancor prima di parlare di questo libro, uscito ormai da diversi anni ma ancora disponibile presso l’editore e nella distribuzione on line, occorre parlare dell’autore: Fredy Perlman.
Autentico Phileas Fogg1 del mondo della critica radicale della nostra civiltà, ancor più che del solo modo di produzione attuale, Perlman, nel corso della sua breve ma intensa esistenza (Brno, 20 agosto 1934 – Detroit, 26 luglio 1985), è stato influenzato da Guy Debord, Jacques Camatte, dal ’68 parigino cui ebbe modo di partecipare e dall’esperienza di contestazione, in loco, del socialismo titoista.

Ognuna di queste esperienze lasciò sicuramente un segno profondo nel suo pensiero e nelle numerose opere che ne derivarono ma, allo stesso tempo, nessuna di esse fu di per sé definitiva per l’autore, scrittore ed editore di origini ceche ma naturalizzato statunitense, oggi considerato uno dei padri ed ispiratori dell’anarchismo primitivista. Anche se certamente lo stesso avrebbe rifiutato, in vita, questa definizione insieme a tutte quelle che finissero in ista, a meno che non si trattasse, come ebbe a dire una volta, di violoncellista (da suonatore di violoncello quale era).

I suoi scritti e le sue opere sono state tradotte fuori dagli Stati Uniti in diverse lingue e in molti paesi ma questa, scritta nel 1983 e che pur rappresenta una sintesi della sua ricerca, è una delle poche tradotte in italiano. E ciò costituisce una grave pecca su cui torneremo alla fine di questa recensione/riflessione.

Contro la storia contro il Leviatano è un libro affascinante dal quale, una volta iniziata la lettura è difficile staccarsi. Rapisce l’attenzione e la mente nel suo delineare l’evoluzione della comunità umana da quella primitiva, non ancora ossessionata dal possesso e dalla produzione di plusvalenze, alla “civiltà” con l’imposizione di regole, norme e zek (il nome definirebbe i lavoratori coatti dei gulag staliniani e post-staliniani, ma l’autore in spregio alla fallimentare esperienza sovietica lo utilizza per tutti i lavoratori coatti o schiavi) destinati ad arricchire la stessa di beni in eccesso destinati a nutrire e mantenere prima i re e i monarchi, poi i sacerdoti e, susseguentemente, gli scribi e gli Ensi ovvero coloro che già in età sumerica rappresentavano gli interessi del monarca per godere a loro volta di privilegi.

E’ una narrazione che ci spiega come la Storia, nata al maschile con l’utilizzo della scrittura, soppianti poco alla volta la narrazione mitica condivisa del passato. Una narrazione orale che passava di generazione in generazione fondando orizzontalmente la comunità, diversamente dalla narrazione verticale e autoritaria che si imporrà con la nascita delle cronache scritte, destinate a narrare soltanto le verità del potere. Nel fare ciò Perlman usa un registro narrativo che sembra uscire, da un lato, dalla voce degli antenati e dalle loro forme, dimenticate e spesso “al femminile”, di memorizzazione e, dall’altro, dalle riflessioni sul discorso di “verità” su cui si fonderebbero la conoscenza e la memoria moderna così come lo analizzò Michel Foucault a partire dagli anni ’70.

E’ il registro preciso e semplice, ma allo stesso tempo immaginifico, usato dall’autore a coinvolgere il lettore, nonostante le contraddizioni o le semplificazioni in cui incorre nel corso della ricostruzione dell’avvento del Leviatano, destinato a sostituire la comunità umana con lo Stato, le leggi scritte (a beneficio di pochi e a garanzia della miseria dei più), le religioni rivelate e soprattutto la Madre Terra con quella ostile Landa Selvaggia, destinata ad essere combattuta e sottomessa, che sembra affermarsi con la visione del mondo apportata dal cristianesimo, ma non solo.

E’ un assalto selvaggio, radicale, incessante quello che Perlman conduce invece contro tutte le forme di potere istituzionalizzato, contro le religioni che hanno abbandonato l’animismo per rendere l’Uomo (si proprio lui, al maschile) nemico e dominatore della Natura (e conseguentemente della donna creatrice di vita); tanto contro il pensiero liberale del Capitalismo quanto contro la formalizzazione e la razionalizzazione della condizione umana “moderna” avvenuta non solo con l’Illuminismo ma anche attraverso il marxismo e lo stesso pensiero anarchico tradizionale.

Non si fanno sconti e la campagna promozionale del riciclaggio costante dell’esistente come unica forma di vita e di organizzazione viene mostrata per quella che è: una truffa, forse millenaria.
Iniziata quando le donne e, soprattutto, gli uomini iniziarono a perdere quel contatto con l’essenza del mondo che aveva caratterizzato per migliaia di generazioni l’esistenza della nostra specie sul pianeta. Quella sorta di silenzio/assenso nei confronti dell’universo che le circondava che era determinante ai fini di un equilibrio tra specie e Natura oggi definitivamente perso.

Era una coscienza convinta della nullità del singolo di fronte alla Natura, di cui la morte è parte integrante, che è abitata però da forze vive e potenti destinate a riflettersi nelle azioni degli esseri umani finché questi non accettino, per forza, costrizione o convinzione di diventare zek, molle e ingranaggi di una macchina che procede distruggendo tutto quanto la circonda nella finzione del benessere assicurato per tutti. E di cui anche i monarchi, i potenti, i borghesi di oggi e di ieri non sono altro che ubbidienti meccanismi che, in ogni caso, possono essere rapidamente sostituiti con ricambi dello stesso tipo.

Una forma di conoscenza collettiva che obbligava le comunità umane a compiere riti e sacrifici propiziatori destinati a ingraziarsi e rabbonire le forze che le sovrastavano e le divinità che le rappresentavano; oggi sostituiti dal rito del consumo, destinato a celebrare ed eternizzare il capitale nel tempio del mercato, di cui i primi celebranti sono i lavoratori schiavizzati/zek succubi della sua forza e del suo fascino pestifero. Un rito crudele e insensato in cui il prodotto del lavoro in eccesso viene riacquistato e consumato dagli schiavi contenti di ciò. Schiavi ridotti ormai soltanto a contendere ai padroni, e a contendersi tra di loro, un ulteriore surplus di prodotto in cui affogare le proprie vite. Sia nei grandi centri commerciali o cittadini, sia nel mondo virtuale della new economy globalizzata.

Ci mostra Perlman una società che, convinta di essere creativa e fantasiosa, ha in realtà perso gran parte della creatività e della fantasia collettiva che avevano caratterizzato quelle legate alla Natura, finendo col produrre un immaginario individuale e collettivo sempre più miserabile e ristretto. Una società che ha chiamato “luce” la cecità e ha finito col definire ignoranza ogni forma di sapere e conoscenza precedente. Non c’è simpatia per il Rinascimento e i suoi “uomini” in Perlman e tanto meno ne avrebbe oggi nei confronti degli apprendisti scienziati-stregoni che si muovono autoritariamente intorno al Covid, più simili ai bianchi che distribuivano coperte infettate con il vaiolo tra i nativi americani che non ai medici che vorrebbero essere (almeno a parole).

Quello dell’autore americano è un discorso che stride e ancor più spesso urta con le nostre convinzioni, anche con quelle che si pensano più radicali, ma, sia ben chiaro, che non può essere nemmeno digerito in qualsiasi contesto new age o politically correct. E’ un discorso altro, non privo di debolezze intrinseche, ma con cui vale la pena di fare i conti. Anche oggi, mentre la vita viene pian piano spenta dal dio morto del denaro e del profitto. Così come in altre epoche gli dei vivi e vivaci, burloni, feroci e rissosi legati alla Natura furono sostituiti da un dio tetro e morto crocifisso.

Un Dio morto che proclamava «Io sono la vita e la luce» nello stesso momento in cui diffondeva la paura della vita e dei suoi istinti, per rimandare il tutto ad una vita incorporea dopo il buio della Morte della carne, unica vera depositaria della nostra vitalità materiale ed intellettiva.
Non sembri fuori luogo, a questo punto, contrapporre con insistenza Vita e Morte all’interno del discorso sull’evoluzione della società umana e delle sue istituzioni statali, poiché tra le fonti di ispirazione di Perlman vi è proprio l’opera di Norman Brown (La vita contro la morte) che ha segnato, insieme ad Eros e civiltà di Herbert Marcuse, il pensiero anti-repressivo degli anni Sessanta2.

Questa ricerca della vita spinse lo stesso Perlman non solo a girare il mondo in compagnia della moglie Lorraine Nybakken, attuale custode delle sue memorie e continuatrice della sua opera editoriale3, a caccia di esperienze e conoscenze, ma anche a far parte per un periodo del Living Theatre, durante il quale scrisse The New Freedom, Corporate Capitalism e la pièce teatrale dal titolo Plunder.

Ma Perlman fece anche parte del gruppo che fondò la Detroit Printing Co-op e le pubblicazioni della Black and Red, di cui fu l’editore, furono stampate lì, insieme ad altri progetti che andavano dai volantini ai giornali ai libri. Per diversi anni, Perlman fu membro degli Industrial Workers of the World e negli anni Settanta lavorò a diversi libri, sia originali che traduzioni, tra cui la Storia del movimento machnovista di Pëtr Andreevič Aršinov, La rivoluzione sconosciuta di Volin e testi di Jacques Camatte.

Contro la storia contro il Leviatano è un libro da leggere e meditare, anche nelle parti che meno potrebbero convincerci ad una prima lettura (e magari anche ad una seconda), che rivela un autore che forse varrebbe la pena di pubblicare in maniera più consistente anche qui da noi. Numerose sono infatti le sue opere derivate dalle esperienze colte nel suo girovagare e riflettere intorno al mondo e alla vita. Tra tutte, potrebbero essere di interesse per il pubblico italiano: La riproduzione della Vita Quotidiana (The reproduction of daily life,1969) e Il fascino ininterrotto del Nazionalismo (The continuing appeal of Nationalism, 1984), entrambe pubblicate in Italia per Chersi libri nel 2006 con il titolo L’eterna seduzione del nazionalismo. In particolare nella seconda l’autore sostiene che qualsiasi tipo da nazionalismo, sia di destra che di sinistra, è indirizzato al controllo della Natura e delle persone e destinato a sfociare, sia quand’è progressista che conservatore, nel razzismo, nella guerra e nel genocidio.


  1. Phileas Fogg è il protagonista del romanzo d’avventura Il giro del mondo in 80 giorni di Jules Verne.  

  2. Norman O. Brown, La vita contro la morte. Il significato psicoanalitico della storia, Adelphi, Milano 2002 (prima edizione italiana 1971)  

  3. Autrice anche della biografia del marito: Lorraine Perlman, Having Little Being Much. A Chronicle of Fredy Perlman Fifty Years’s, Black and Red, Detroit (Michigan) 1989.  

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Dalla Madre Terra alla Landa selvaggia passando per il Leviatano è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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L’integrale, di Manchette-Tardi https://www.carmillaonline.com/2021/05/11/lintegrale-di-manchette-tardi/ Tue, 11 May 2021 20:15:52 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=66248 Oblomov, Quartu Sant’Elena (Cagliari) 2021, pagg. 359 € 40

di Mauro Baldrati

Escono, per la casa editrice di Igort, le graphic novel di quattro romanzi di Jean-Patrick Manchette (1942 – 1995), organizzate in uno spettacolare volume da poco in distribuzione. I titoli sono Grifu, Piccolo Blues, Posizione di tiro e Pazza da uccidere. La raccolta contiene anche le illustrazioni inedite degli incompiuti Fatale e Nada. Le tavole e l’adattamento dei romanzi sono a cura del disegnatore francese Jacques Tardi.

I quattro testi costituiscono una importante antologia dell’opera del [...]

<em>L’integrale</em>, di Manchette-Tardi è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Oblomov, Quartu Sant’Elena (Cagliari) 2021, pagg. 359 € 40

di Mauro Baldrati

Escono, per la casa editrice di Igort, le graphic novel di quattro romanzi di Jean-Patrick Manchette (1942 – 1995), organizzate in uno spettacolare volume da poco in distribuzione. I titoli sono Grifu, Piccolo Blues, Posizione di tiro e Pazza da uccidere. La raccolta contiene anche le illustrazioni inedite degli incompiuti Fatale e Nada. Le tavole e l’adattamento dei romanzi sono a cura del disegnatore francese Jacques Tardi.

I quattro testi costituiscono una importante antologia dell’opera del noirista per eccellenza francese, autore di culto per l’innovazione che ha introdotto nel genere noir, o “giallo”, come lui stesso definisce la sua opera. Prima di lui la scuola nera era rappresentata dall’hard boiled americano, primo fra tutti Hammet, suo maestro riconosciuto: “Nel romanzo criminale violento e realista all’americana (il noir vero e proprio), l’ordine del Diritto non è equo, è transitorio e in contraddizione con se stesso. In altre parole, il Male domina storicamente. Il dominio del Male è sociale e politico. Il potere sociale e politico è in mano a delinquenti. Più precisamente, capitalisti senza scrupoli, alleati o identici ai gangster delle organizzazioni criminali, hanno assoldato politici, giornalisti e altri ideologi, come pure magistrati e poliziotti, senza dimenticare i sicari. Così avviene ovunque questa gente, divisa in clan, lotta con ogni mezzo per accaparrarsi mercati e profitti. Si riconosce qui un’immagine grossomodo analoga a quella che la critica rivoluzionaria ha della società capitalistica in genere. È lampante (…) Il giallo è la grande letteratura morale della nostra epoca. O più esattamente, dell’epoca che sta ormai volgendo al termine, quella della controrivoluzione che regna incontrastata.”

Nella sua opera deflagrano gli anni Settanta, con tutto il loro splendore estremo, la loro durezza spietata e ultraviolenta. Ma, per usare un concetto del nostro tempo, esiste un’ultraviolenza cattiva e una buona. La prima la subiamo ogni giorno: la corruzione, la disinformazione, l’avidità insaziabile dei padroni, la devastazione dell’ambiente; la seconda è quella del noir, e di Manchette: strappa via la maschera del Potere, scopre la sua smorfia malvagia, ne mette in scena la danza macabra, ne rappresenta il Grand Guignol sanguinario.

Ma il tutto avviene senza didascalie, né moralismi o consolazioni romanticheggianti. I suoi personaggi sono spesso dei perdenti, con interfacce anche patetiche, che non controllano la situazione, ma ne sono dominati, o strumentalizzati. Vivono le storie che l’autore ha assegnato loro combattendo personaggi marci in ambienti segnati dal crimine e dalla totale mancanza di pietà. Come Grifu, un consulente legale che si scontra con una speculazione edilizia che non si ferma davanti a nulla. Jacques Tardi ci dice che Grifu è lui, Manchette, e la vicenda è ispirata alla vera storia degli scandali edilizi de Les Halles, nell’era Pompidou. Oppure Gerfaut, in Piccolo Blues, un medio dirigente d’azienda stressato, che incappa in un incidente d’auto che gli cambierà la vita. Viene aggredito da due killer che tentano di assassinarlo mentre è al mare con la famiglia, e da quel momento dovrà lottare e uccidere per salvare la propria vita, stritolato da una macchinazione infernale. O il killer di Posizione di tiro, Terrier, che ama follemente una ragazza idealizzata che ritrova dopo dieci anni; l’amata lo disprezza, lo chiama “idiota, scemo, sfigato”, e scopa addirittura col sicario che lo tiene prigioniero. Ma lui niente, continua a sognare di rifarsi una vita felice con lei. Combatte furiosamente, braccato, ferito, malmenato, finché si riduce a una patetica, ridicola parodia di se stesso. E l’altro killer, Thompson di Pazza da uccidere, degno di una grande tragedia shakespeariana: malato, maledetto, ossessionato dall’incarico di uccidere una ragazza che fugge con un bambino. Stravolto dai conati di vomito per l’ulcera, con un piede maciullato dai pallettoni, un occhio trafitto da una freccia e un pugnale conficcato nella schiena non si ferma, massacra chiunque si trova di fronte, va avanti in un tripudio di sangue e bile, spinto da una forza demoniaca fino alla disintegrazione terminale.

Le tavole di Jacques Tardi, realiste e al contempo con suggestioni caricaturali, animano questi personaggi spietati, senza un solo brivido di compassione, rotti a ogni orrore, con la gauloises perennemente accesa, la bottiglia di whisky sempre a disposizione, la musica jazz che esce dalle autoradio e dai giradischi analogici. Col loro flusso cinematografico scorrono a “velocità mortale, alla Robert Aldrich”, e fanno di questo libro un’opera storica, con gli scenari dell’epoca, le auto, le insegne, i dialoghi. Chi ha già letto Manchette lo ritroverà, chi non lo conosce difficilmente resisterà alla tentazione di cercarlo. Ed è giusto non resistere, perché questa brutalità stilistica, che sa essere così raffinata e colta, persino con una vena poetica, costituisce una importante arma di resistenza al dilagare di un sentimentalismo peloso che sta colonizzando tutto l’immaginario contemporaneo. E perché no, anche l’oggetto perfetto per un gradito regalo antagonista.

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<em>L’integrale</em>, di Manchette-Tardi è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Colui che ascoltava i marxisti (ma non si fidava di loro) https://www.carmillaonline.com/2021/05/10/colui-che-ascoltava-i-marxisti-ma-non-si-fidava-di-loro/ Mon, 10 May 2021 21:00:34 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=66147 di Gianfranco Marelli

Diego Giachetti, Il sapere della libertà. Vita e opere di Charles Wright Mills, DeriveApprodi, 2021, pp. 208, 17,00 euro

Un tempo, al posto di spoilerare, si sarebbe utilizzato il termine “svelare il finale” per indicare l’intento di riassumere il significato di un’opera con l’obiettivo di rovinarne la sorpresa, rendendo fin da subito noto il “colpevole”. Orbene, nel recensire il libro di Diego Giachetti, Il sapere della libertà. Vita e opere di Charles Wright Mills, si è deciso di spoilerare il testo non per render noto il finale, bensì per [...]

Colui che ascoltava i marxisti (ma non si fidava di loro) è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Gianfranco Marelli

Diego Giachetti, Il sapere della libertà. Vita e opere di Charles Wright Mills, DeriveApprodi, 2021, pp. 208, 17,00 euro

Un tempo, al posto di spoilerare, si sarebbe utilizzato il termine “svelare il finale” per indicare l’intento di riassumere il significato di un’opera con l’obiettivo di rovinarne la sorpresa, rendendo fin da subito noto il “colpevole”. Orbene, nel recensire il libro di Diego Giachetti, Il sapere della libertà. Vita e opere di Charles Wright Mills, si è deciso di spoilerare il testo non per render noto il finale, bensì per rimarcare, con l’autore, l’importanza della riflessione politico-sociologica di Mills, nella speranza di riprendere dall’inizio – questo sì – la critica radicale alla struttura organizzativa della società al fine di cogliere le radici del cambiamento in corso nella struttura del carattere dell’individuo. Cambiamento che – già sul finire degli anni ’50, sottolinea Giachetti – « segnava il passaggio dall’età moderna a quella contemporanea, da Mills definita la “Quarta epoca”, in cui le grandi organizzazioni economiche, finanziarie, amministrative e militari mettevano in discussione i valori di democrazia e libertà, mentre gli uomini comuni, i docili robot, non erano più capaci di comprendere la potenza e il potere di quelle strutture alle quali erano sempre più subordinati e modellati negli stili di vita, nel lavoro, nel divertimento.» [pp. 171-172].

Ebbene, mai come in questo periodo storico abbiamo la percezione di vivere concretamente la “Quarta epoca” descritta, analizzata, criticata dal sociologo americano a partire dai suoi libri sui nuovi leader – The new men of the power. Americas’s Labor Leaders (1948) – e sulla classe media – White Collars: The American Middle Classes (1951) – fino alla sua monumentale opera del 1959, The Sociological Imagination, in cui si impegnò a fornire agli studiosi di scienze sociali una “cassetta degli attrezzi” al fine « di trasformare le difficoltà e le preoccupazioni personali in problemi sociali, per aiutare il singolo a diventare un uomo auto-educantesi, ragionevole e libero». Proprio in questi dieci anni, il sociologo americano si attivò in una strenua lotta per riformare la spiccata concezione pragmatista degli studi sociali che, soprattutto negli Stati Uniti della Grande Crisi del ’29, aveva tralasciato la vocazione di sentinella critica dello sviluppo socio-economico per assumere il compito di oracolo del New Deal – senza specificare né la natura né il ruolo che lo Stato assumerebbe nel nuovo ordine mondiale – quasi che la politica del controllo statale dell’economia risultasse l’unica prospettiva praticabile dell’indagine sociologica, così da assegnare «all’intellettuale una funzione riformatrice, pratica e operativa, più che ideologica e riflessiva, per cui esso tendeva a porsi come critico delle disfunzioni del sistema sociale e voleva usare la sua conoscenza per contribuire alla risoluzione dei problemi individuati». Pertanto, «anche chi criticava il capitalismo, abbandonata l’idea della rivoluzione socialista, condivideva la scelta politica governativa di esercitare il controllo sulla libera concorrenza economica, causa principale della crisi del 1929, e indirizzare il sistema produttivo verso il conseguimento di un maggior benessere per tutti» [p.31].

Ovviamente, la sua polemica in piena Guerra fredda nei confronti di una visione rinunciataria degli studi sociali, sospesi fra «la scuola dei grandi teorici che pensavano e non osservavano e quella degli empirici che osservavano e non pensavano», pose Mills ai margini dell’indagine accademica, anche perché lui stesso «cercava una terza via partendo da domande circa il significato che assume l’oggetto della ricerca per la società nel suo insieme e come il tutto si inserisca in un processo storico di cui gli eventi studiati fanno parte» [p. 91]. Diego Giachetti, nel raccontare per l’appunto il suo ruolo di outsider della sociologia americana, non si limita soltanto ad evidenziare quanto Mills fosse un dissenter – o per dirla con Dahrendorf un maverick (letteralmente capo di bestiame non marchiato, senza padrone) – ma ne sottolinea il suo essere visceralmente anticonformista, al punto che vita e ricerca sociologica si fondevano nella sua personalità di hipster degli anni ’40 (con giubbotto di pelle e moto rombante), da anticipare le successive proteste e contestazioni contro la “società dell’abbondanza”, e divenire tra i gruppi della giovane sinistra degli anni ‘60 uno degli intellettuali americani più letti assieme a Paul Goodman, Noam Chomsky, Murray Bookchin e gli oriundi Herbert Marcuse, Erich Fromm, Theodor W. Adorno . Tutto ciò fece sì che Mills fin da allora fu «considerato un liberale tradito dalla retorica liberale del pensiero conservatore americano, curioso del marxismo, ma non arrendevolmente marxista, democratico e socialista ma non per questo aderente a una ortodossia di partito, a favore di una società di uomini liberi ed eguali, ma anche cosciente che non tutti erano liberi ed eguali allo stesso modo, qualcuno lo era di più, altri di meno, in proporzioni diverse. Mills – chiosa Giachetti – non rifiutava nessuna di queste influenze, se mai voleva trarre da esse spunti per costruire una teoria sociologica dell’azione sociale e del comportamento umano all’interno di una società fondata sul potere di pochi e sulla diseguaglianza per molti» [p. 55].

Di certo il suo anticonformismo, in piena caccia alle streghe scatenata dal senatore repubblicano del Winsconsin Joseph McCarthy all’inizio degli anni ’50, con l’intento di scovare i presunti comunisti infiltrati nelle istituzioni statunitensi, non solo condizionò la sua carriera universitaria, ma la “caccia alle spie sovietiche”, creò soprattutto nell’ambiente intellettuale un’atmosfera di sospetto e diffidenza che, per i più, si tradusse in una rinuncia a una critica del sistema capitalistico e delle sue forme politiche amministrative, al punto che le poche voci dissonanti – come quella di Charles Wright Mills – dovettero faticare non poco per sostenere che la «tanto decantata democrazia liberale americana perdeva di sostanza, le elezioni erano una rappresentazione formale di un balletto democratico privo di senso, mentre il monopolio esercitato dalle élite del potere sui mezzi di comunicazione, riduceva milioni di lavoratori ad “automi”, con pensieri e desideri prefabbricati e indotti dall’esterno» [p. 106]. Pertanto, se il compito della so ciologia doveva svelare i meccanismi sociali che limitano la libertà, gli intellettuali avevano l’obbligo di svolgere consapevolmente il proprio ruolo di critici dello status quo, utilizzando la ragione «contro l’operare non democratico delle élite di potere che, con le loro azioni, deviano il senso autentico della democrazia stessa» [p. 11].

La mancata assunzione di responsabilità di buona parte degli intellettuali americani nel disvelare la realtà della struttura sociale, condusse Mills ad indagare la causa di una simile rinuncia e ad individuarvi come effetto immediato il formarsi poliedrico di una “nuova élite” che compone l’apparato culturale deputato a creare opinioni attraverso istituti, organizzazioni, fondazioni, in cui si produce il lavoro artistico, intellettuale e scientifico: dalla scuola, ai teatri, ai giornali, ai musei , alle stazioni radiotelevisive, al cinema. Come infatti scriverà in Sociologia e conoscenza, l’apparato culturale assolve a funzioni di vario tipo: «crea modelli di carattere e stili di sentimento, sfumature di umori e vocabolari di motivi. Trasforma il potere in autorità. Riempie il tempo libero con distrazioni e divertimenti. Trasforma la natura della guerra; diverte, persuade e manipola; ordina e proibisce; terrifica e rassicura; fa ridere e piangere gli uomini, li spinge a vagare inebetiti, poi improvvisamente restituisce loro vivacità. Predice ciò che accadrà e spiega ciò che è accaduto. Aiuta a modellare e a percorrere un’epoca e ne fornisce la coscienza».

Sennonché l’aspra disamina nei confronti degli intellettuali che avevano abdicato al compito di essere la coscienza critica della società capitalista per paura di esser tacciati come “comunisti” condusse il sociologo americano a distanziarsi altresì da una interpretazione del pensiero di Marx incapace di leggere la trasformazione in atto nella più sviluppata e progredita democrazia occidentale, in quanto eseguita sia da quei “marxisti volgari” che estrapolano alcune varianti della filosofia politica del Moro di Treviri e poi identificano queste parti col tutto della sua opera, sia i “marxisti sofisticati” «che concentrano il loro interesse e le loro analisi su teorie sviluppate su basi marxiste per spiegare le ragioni dell’esistenza di eccezioni storiche, senza per questo porsi il problema di una revisione generale del modello teorico» [p. 61].

Al contrario, Mills si considerava un “marxista puro”, dal momento che ne accettava l’impostazione metodologica, evitando però le trappole del determinismo economico, così come l’affermazione fideistica che la classe lavoratrice fosse il motore del cambiamento economico-sociale e politico, poiché non vi è alcuna automatica corrispondenza tra collocazione di classe – compiutamente segnata dallo sfruttamento del lavoro – e sviluppo di una conforme coscienza di classe che fa del lavoratore tout-court il soggetto rivoluzionario desideroso di rovesciare il sistema capitalista.

Infatti, sebbene Mills fosse pronto a riconoscere che la combinazione tra la fonte e il tipo di accumulazione del reddito avessero un’importanza decisiva per la formazione psicologica e politica sia delle classi più “basse” che di quelle più “alte”, tuttavia – scrisse nella sua opera, The Marxists, uscita postuma nel 1962 – «se non si usano altri criteri, diversi da quello di proprietà, non si può spiegare la coscienza di classe (o la sua mancanza), ne si può capire il ruolo dell’ideologia nella coscienza politica e di classe».

Come correttamente documenta Diego Giachetti nel suo libro, in cui con voce piana ma appassionata traccia il profilo bio-bliografico di Charles Wright Mills, caratteristica centrale del sociologo americano era di saper ascoltare i marxisti, ritenendo tuttora indispensabile il contributo metodologico messo a disposizione dal filosofo tedesco anche se era necessario – come per tutte le altre teorie politico-sociologiche – non farsi ingabbiare da osservazioni e giudizi che si sono dimostrati ambigue e sbagliati; dopotutto Marx era pur sempre figlio del suo tempo e pertanto, secondo il principio della specificità storica che consiste nel riconoscere che ognuno pensa ed elabora all’interno del proprio tempo, non avrebbe saputo usare «il suo apparato di concetti con la stessa attenzione che possiamo avere noi». Non solo: «alcune parti di questo apparato – precisò proprio in The marxists – devono essere migliorate e in alcuni aspetti rifatte da capo»; del resto, rispetto al liberalismo – divenuto l’ideologia dominante dell’élite al potere – il marxismo, a parere del sociologo americano, conservava elementi analitici utili alla comprensione della realtà sociale che, integrati con le analisi sociologiche di Weber, avrebbero potuto por fine al fraintendimento circa il determinismo storico. Infatti, il motore del cambiamento e della lotta politica nel capitalismo moderno non poteva più esser ricondotto alla sola struttura economica, ma occorreva considerare il peso e l’influenza esercitata dalle istituzioni del potere politico e militare, e soprattutto il “nuovo” potere rappresentato dai mezzi di comunicazione di massa.

Certo, anche Weber era “figlio del suo tempo” e pertanto bisognava correggere la sua concezione avalutativa della sociologia, così come era necessario stemperare il suo giudizio positivo dato dealla struttura tecno-burocratica, ritenuta la forma più razionale dell’agire che gestisce e organizza lo sviluppo economico e il conseguente progresso sociale, mentre Marx considerava la formazione sociale capitalista fondamentalmente irrazionale poiché sorretta dalla volubilità del mercato. Tuttavia, la rilevanza weberiana nel denunciare la condizione dell’uomo-ingranaggio della macchina burocratica, offre un’ulteriore e più specifica analisi sulle cause del consenso al sistema, tale da rettificare – senza peraltro escluderla – la fideistica “coscienza di classe” del proletariato, dal momento che essa non è implicitamente insita nel proletariato, ma è una possibilità, una prospettiva; dopotutto lo stesso Marx aveva sottolineato che mentalità e coscienza di classe, soprattutto negli strati subalterni, non coincidono perché «le idee della classe dominante sono generalmente le idee dominanti e i soggetti che non appartengono alla classe dominante, ma che accettano le sue definizioni di realtà, hanno una falsa coscienza della propria condizione» [p. 66].

Pertanto più che esser letto come l’anti-Marx, agli occhi di Mills, Weber è la sua necessaria e indispensabile correzione, il punto di partenza – non certo d’arrivo – per integrare il metodo marxiano, inteso come visione d’insieme della realtà storico-sociale. Ciò che invece doveva essere rivisto e integrato erano gli assi portanti dell’analisi marxiana: il rapporto tra struttura e sovrastruttura, tra classe, sfruttamento del lavoro e coscienza di classe, la polarizzazione di classe e l’impoverimento assoluto, il soggetto agente della trasformazione, lo Stato e le sue funzioni, il concetto di classe dominante, il determinismo economico e la concezione della storia. Soprattutto perché, alla luce dello sviluppo delle società altamente industrializzate della meta del XX secolo e delle nuove formazioni economiche sociali emerse dalla Rivoluzione russa, il concetto di struttura sociale andava riformulato, in quanto composta da una serie di ordini istituzionali che, secondo le categorie della sociologia del potere delineate da Weber, «hanno la funzione di addestrare, educare, selezionare, reclutare o espellere le persone sulla base di regole formali e informali che definiscono la funzione del ruolo sociale dell’attore». Fra questi, «tre spiccano per la loro importanza e per la valenza che hanno nella configurazione della struttura sociale: quello politico, quello economico, quello militare». Gli altri ordini istituzionali «erano quello religioso, che organizza forme di culto collettive, quello parentale che regola i rapporti sessuali, la procreazione e l’educazione della prole, la trasmissione ereditaria, quelli inerenti alla sfera educativa che istituiscono organismi appositi per la trasmissione e comprendono, oltre all’istituzione scolastica, la formazione politica mediante i partiti, le varie chiese, le accademie militari» [p. 96].

Come giustamente osserva Diego Giachetti, il rapporto con la teoria marxista fu per Mills improntato sulla necessità di interpretare e comprendere il mondo nuovo, così come si era configurato dopo la Seconda guerra mondiale, per poterlo cambiare. Solo partendo da questa necessità era possibile comprendere che la “coscienza di classe”, la consapevolezza di interessi comuni, non sono la conseguenza logica, determinata e immediata della realtà oggettiva della struttura di classe; «occorre considerare altri fattori, per capire come e perché nasce o non nasce la coscienza di classe, quali l’avere o non avere una vita associata e solidale, la presenza di una leadership capace di sintetizzare e organizzare il malcontento, la possibilità concreta di migliorare la propria posizione, il peso esercitato dai moderni mezzi di comunicazione monopolizzati dalla classe dominante dai quali i lavoratori salariati acquisiscono formule, vocaboli, mentalità che sfociano in comportamenti politici ed elettorali contrari ai propri interessi, definiti dalla loro posizione economica di classe» [p. 100].

In modo particolare, l’attenzione rivolta ai media diede la possibilità a Mills di analizzare quanto fosse determinante la frattura fra tempo di lavoro e tempo libero, in cui la maggior importanza di quest’ultimo nella coscienza delle persone è determinata dal fatto che fra «la rappresentazione del mondo che le persone si danno e la loro vita materiale s’interpongono interpretazioni, ricevute e manipolate, che influenzano e formano la coscienza». Infatti, gran parte di quello che l’individuo crede di sapere sulla società e sul mondo – precisa Giachetti – «non è il frutto di una conoscenza diretta, di prima mano, ma subisce la mediazione interpretativa di chi ha il monopolio delle informazioni e dei commenti. L’accettazione o meno di un’informazione sottintende un già precostituito sentimento, un modo di concepire la società già consolidata sulla base di informazioni precedenti. È a partire da questi schemi che si scelgono o si rifiutano determinate opinioni, non sulla base della loro coerenza logica ma per affinità emotiva» [p. 118]. Ne consegue che la “falsa coscienza” propugnata dall’apparato culturale mediatico, più che basarsi su elaborazioni filosofiche o proclami politici, si afferma su quelle concezioni del mondo che si presentano come dati di fatto che gli uomini-robot reputano scontati e che caratterizzano la nostra epoca di individui prosumer (produttori/consumatori).

Che dire di più a proposito di questo libro sulla vita e le opere di Charles Wright Mills che ascoltava i marxisti ma non si fidava – non a torto – di loro? Di tener presente – ricorda Diego Giachetti sin dalle prime pagine del suo prezioso e convincente studio – che quando l’8 ottobre 1967 Che Guevara fu catturato e ucciso dai militari boliviani «aveva nello zaino agende le quali contenevano appunti per un progetto di studio sul capitalismo, l’imperialismo, la transizione al socialismo. Assieme a un collage di citazioni tratte dalle opere di Marx ed Engels, Lenin, Trotsky, Luxemburg e altri ancora, c’erano anche annotazioni prese dai libri del sociologo americano». Sarà forse il caso di riprendere un serio studio sul capitalismo, magari dando proprio una sbirciatina a quegli appunti annotati non certo a caso, riscoprendo l’interesse per gli autori citati. Non ultimo, l’autore che del marxismo seppe fare uno studio per nulla accademico.

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Rete del potere, reti di solidarietà e vie di fuga https://www.carmillaonline.com/2021/05/10/rete-del-potere-reti-di-solidarieta-e-vie-di-fuga/ Mon, 10 May 2021 00:09:13 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=66271 di Marc Tibaldi

Luca Queirolo Palmas, Federico Rahola, Underground Europe. Lungo le rotte migranti, Meltemi editore, pp. 479, € 25,00.

Ricordate l’anticonformista Jeremiah Dixon in Mason & Dixon di Thomas Pynchon quando interviene contro gli schiavisti? O Louise Michel che, deportata in Nuova Caledonia dopo il periodo rivoluzionario della Comune di Parigi, solidarizza con le lotte degli indigeni? Se non confondete finzione e realtà storica ma siete coscienti della forza di entrambe, allora siete pronti per leggere Underground Europe. Lungo le rotte migranti (Meltemi Editore, pp. 479, euro 25,00) di Luca Queirolo Palmas [...]

Rete del potere, reti di solidarietà e vie di fuga è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Marc Tibaldi

Luca Queirolo Palmas, Federico Rahola, Underground Europe. Lungo le rotte migranti, Meltemi editore, pp. 479, € 25,00.

Ricordate l’anticonformista Jeremiah Dixon in Mason & Dixon di Thomas Pynchon quando interviene contro gli schiavisti? O Louise Michel che, deportata in Nuova Caledonia dopo il periodo rivoluzionario della Comune di Parigi, solidarizza con le lotte degli indigeni? Se non confondete finzione e realtà storica ma siete coscienti della forza di entrambe, allora siete pronti per leggere Underground Europe. Lungo le rotte migranti (Meltemi Editore, pp. 479, euro 25,00) di Luca Queirolo Palmas e Federico Rahola. I due ricercatori e attivisti – fondendo i piani di studio e di lotta – in questo libro vogliono leggere il viaggio e il movimento dei migranti fuoriuscendo dall’idea della vittima, del soggetto passivo, della pietà, della carità, guardando invece la dimensione della lotta che sta dentro ogni situazione di frontiera, ma anche la dimensione dell’incontro, della fuga attiva. È un libro duro, crudo, ma anche intenso ed emozionante. Un saggio con interi capitoli scritti con grande forza narrativa. Questo libro rievoca un passato sotterraneo con l’ambizione di scrivere una “storia del presente”, scrivono gli autori “a innescarla hanno contribuito due romanzi recenti: La ferrovia sotterranea di Colson Whitehead e Exit West di Mohsin Hamid. Entrambi, con strategie diverse, raccontano in modo affascinante l’esodo, il viaggio, la violenza, la speranza e la disperazione che accompagna i soggetti on the run”.

Il libro è diviso in tre parti. La prima ambientata negli Usa, è la premessa storica e “teorica” alla fuga costituente dei migranti, sulle tracce di un libro che raccoglie i racconti delle fughe degli schiavi dal sud segregazionista attraverso la “ferrovia sotterranea”, potente mito fatto di immaginazione e solidarietà, pubblicato nel 1855, si tratta di A North-side view of Slavery. The refugee: narratives of fuggitive slaves in Canada, di Benjamin Drew, fervente abolizionista, scrittore, giornalista, attivista. La seconda parte “invita a proiettare la storia ottocentesca sul presente europeo, interrogando il lessico della governance delle migrazioni, i dispositivi confinari e l’accoglienza messi in atto per arginare, selezionare e incanalare la mobilità migrante; e invitando a leggere la Borderland Europe puntellata da campi di accoglienza/detenzione, muri e filo spinato nella filigrana di un’Europa sotterranea intessuta di accampamenti informali, zone di transito…”, ma anche di lotte, solidarietà, esperienze e speranze, costruzioni, condivisioni.

La terza parte si caratterizza per un’”etnografia multisituata”, con i caratteri dell’inchiesta, che scava il fuori campo del viaggio, esplorando ciò che, nonostante i sofisticati mezzi di controllo, rende possibili i movimenti intorno e all’interno di regimi confinari come quelli di Calais, Ceuta, Ventimiglia, Patrasso, Atene, Pozzallo… snodi che possono essere letti come trappole ma anche come crocevia e passaggi della ferrovia sotterranea europea.

Importante per la comprensione sia teorica che militante del libro è questa nota degli autori: “Questa luce sul passaggio, scegliamo a tratti di smorzarla: perché la storia che raccontiamo è essenzialmente sotterranea, perché l’efficacia della mobilità undocumented si fonda sull’invisibilità delle pratiche che la rendono possibile, perché contro i fari panottici puntati addosso ai migranti on the run occorre rivendicare un diritto all’opacità, all’ombra”.

George Jackson scriveva dalla prigione: “è possibile che io fugga, ma durante la mia fuga cercherò un’arma”. È una citazione usata da Gilles Deleuze per sostenere la sua idea di fuga come creazione. “Creare delle linee di fuga, perché fuggire significa tracciare una linea, delle linee, tutta una cartografia. Si scoprono dei mondi solo in una lunga fuga spezzata”. Si fugge dalle potenze fisse che vogliono trattenerci… Cercare un’arma non significa necessariamente un’arma da fuoco, ma creare reti di solidarietà e strappi nella rete del potere, individuare alleati, attendere, mimetizzarsi, prepararsi alla nuova fuga. È ciò che fanno i migranti.

In Undeground Europe due sono i concetti-bussola importanti: da una parte l’idea di “rotte” e dall’altra l’idea di “coalizione”. Rotte come spazio carsico, per lo più illegalizzato, ma che viene continuamente costruito e abitato, un modo per far vedere quanto dentro questi percorsi, dentro questo spazio che viene prodotto. L’Europa oggi può apparire come un’enorme trappola, ma diventa anche un crocevia affollato sotterraneo e questa immagine può rovesciare quella di superficie di uno spazio sigillato, inespugnabile. “Dentro questo spazio vedevamo la nostra posizione, non solo come osservatori, ma anche come soggetti politicamente coinvolti. Vedevamo formarsi dei gruppi composti da soggetti politicizzati ma molto diversi tra loro: parliamo di migranti, richiedenti asilo, soggetti in transito ingabbiati, intrappolati”, sostengono gli autori.  Questi gruppi eterogenei aiutavano a costruire queste rotte e ad abitare lo spazio. Le due immagini che emergevano, in base a queste due parole, erano quelle sì di una border land, di una zona di frontiera colonizzata da dispositivi di confine, ma dall’altra la possibilità di un’altra dimensione, di un’altra idea, di un’altra immagine sotterranea che permetteva il movimento e intanto abitava questa trappola, trasformandola in un crocevia. Questa è l’idea di fondo di Underground Europe, un lavoro che vuole apportare una dimensione costruttiva attraverso l’immaginazione e la rilettura dello spazio delle borderlands europee, non unicamente attraverso la lente della necropolitica che esiste, ma raccontando anche l’effervescenza, la fantasia, la politica. Quando Rahola e Queirolo Palmas riflettono sui linguaggi che vengono utilizzati dai migranti per raccontare le loro storie, nel momento in cui vanno di fronte ad una Commissione, segnalano che c’è sì il linguaggio della vittima, però esistono anche altri linguaggi che sono assolutamente fondamentali. C’è soprattutto il linguaggio dell’avventura: per molti giovani africani il viaggio è avventura piena di curiosità e voglia di scoprire; poi c’è il linguaggio della guerra, perché la frontiera in qualche modo è una cosa dura, che fa male, si riproduce attraverso la violenza delle istituzioni alla quale occorre contrapporre un altrettanto disciplinata autorganizzazione per poter aumentare i tassi di successo. Nei campi che stanno a ridosso delle recinzioni di Ceuta e Melilla, troviamo tutto un linguaggio militaresco che costruisce però la possibilità stessa per i migranti di passare dall’altro lato. Il libro prova a scavare e a vedere le possibilità, le tattiche, le strategie e anche i percorsi di immaginazione politica che nascono stazione dopo stazione e attraverso gli incontri che generano prefigurano anche la possibilità di un’altra Europa, così come la ferrovia sotterranea nella guerra civile americana, aveva portato all’abolizione della schiavitù.

Sandro Mezzadra, che a questi temi ha dedicato saggi fondamentali, tra cui il pionieristico Diritto di fuga, pubblicato da Ombre corte esattamente vent’anni fa e ancora oggi punto di riferimento teorico sul nodo migrazione-cittadinanza-globalizzazione, pone al centro del dibattito la determinazione soggettiva dei movimenti migratori, l’insieme di comportamenti e immaginari che fanno della migrazione un movimento sociale, nella situazione contemporanea, in cui il progressivo travolgimento di ogni ostacolo alla libera circolazione di merci e capitali convive con la moltiplicazione e il riarmo dei confini contro profughi e migranti. Proprio Mezzadra, in una recensione sul Manifesto, segnala che in Underground Europe il termine che ricorre insistentemente per definire alleanze e convergenze che lasciano intravvedere la ferrovia sotterranea in Europa è “coalizione”: studenti Erasmus e scout, collettivi noborder e centri sociali, volontari Ong, cattolici di base, medici, infermieri… sono tra i soggetti (con una egemonica presenza femminile) che si impegnano a garantire il passaggio.

“Per noi l’opposizione nasceva dalla natura stessa di quel luogo”, si legge invece in Nemici di ogni frontiera. La lotta contro i Cpt nel Salento, un libro interessante pubblicato dalle Edizioni Anarchismo nel 2020, che racconta le lotte avvenute tra il 2001 e il 2007 contro quelli che allora venivano chiamati Centri di permanenza temporanea, in particolare quello di San Foca, in provincia di Lecce. Gli autori scrivono: “anche un altro aspetto, oggi molto presente nelle lotte contro i Cie (oggi Cpr), all’epoca non è stato per noi centrale, ed è quello del rapporto con chi subisce l’internamento. Per noi l’opposizione non nasceva dalle pessime condizioni di vita che vigevano al suo interno o dalla violenza di chi lo gestiva – condizioni pure, inevitabilmente, pesavano – ma dalla natura stessa di quel luogo. Eppure, nonostante la mancanza di rapporti, se non sporadici, tra noi fuori e loro dentro, ciò non ha impedito che si sviluppasse una lotta comune. Comune, non una lotta assieme, perché non c’è dubbio che i fastidi che si progettavano e si concretizzano fuori andavano inevitabilmente a dialogare con le rivolte e le evasioni che si realizzavano dentro. In un non combinato dialogo a distanza, i fili delle lotte si annodavano, andando a comporre una unica e più estesa opposizione al Centro”.

È proprio così – con questo non combinato dialogo, con questo intreccio di coalizioni, complicità e solidarietà, con diverse pratiche e strategie – che si crea la “ferrovia sotterranea” per lottare, fuggire e provare a creare un altro mondo.

Nota a margine. La casa editrice Meltemi, che ha pubblicato Underground Europe, ha recentemente tradotto e mandato in libreria anche Comunismo e questione nazionale. Madrepatria o Madre Terra di Michael Löwy. Il testo è un tentativo abbastanza inquietante e buffo di riproporre la rivendicazione nazionale – e addirittura lo stato-nazione seppur stemperato dall’internazionalismo – come terreno di lotta al capitalismo. L’autore rivisitando gli scritti di molti teorici marxisti che hanno affrontato l’argomento durante l’’800 e il ‘900 cerca un collegamento tra via nazionale al comunismo e l’ecologismo, l’antirazzismo, il femminismo, le esperienze solidaristiche… un patchwork che vorrebbe valorizzare la complessità ma che in realtà cerca una soluzione riduttivista e semplicistica per affrontare e combattere il capitalismo transnazionale. Non si può combattere i nuovi meccanismi di dominio e governance con concetti arrugginiti del passato. La molteplicità, la produzione di nuove soggettività, la tendenza alla diversificazione creata dal meticciamento e dall’ibridazione sono la vera risorsa della diversità contro le nuove forme di sovranità, di dominio e di controllo. Non lo sono invece le vecchie e presunte identità, culture, lingue che necessitano di codificazioni e istituzionalizzazioni per fingere di avere qualche vitalità. La tendenza alla diversificazione del meticciamento toglie ogni alibi ai teorici dell’omologazione, alla fobia dell´assimilazione, ai nostalgici delle comunità originarie. È quindi controproducente, se non dannosa, l´utilizzazione “progressista” o “ribelle” di politiche e concetti legati a progetti nazionalisti, localisti, etnici, territorializzati. Di conseguenza, la difesa ambientale e il particolare sono preservabili non da improbabili comunità radicate, ma dalla sensibilità ecologica planetaria, che in quanto planetaria è nomade e proprio in quanto nomade interessata ad ogni luogo. La territorializzazione identitaria, anche se portata avanti con intenti apparentemente progressivi, obbliga all´affermazione conservatrice della soggettività, da qui la necessità di smascherare i territorialismi (siano essi “nazionali” o “locali”) e nuovo razzismo differenzialista, cioè quel razzismo che in nome della difesa delle diversità non si definisce come tale. Di contro, ogni progetto di immaginazione creativa non sottomessa, legato a quello che qualcuno chiama ancora arte, userà lingue meticce e culture nate dall´ibridazione, farà riferimento alle ricchezze del pianeta, non più a una tradizione nazionale o territoriale.

Affrontare il capitalismo transnazionale sul suo terreno non è cosa semplice, significa che i movimenti egualitari dovranno funzionare con collegamenti e connessioni planetarie se vogliono essere efficaci.

Insomma se una cosa ci insegnano le ferrovie sotterranee è che è necessaria una globalizzazione dal basso, per riprendere un concetto di Mezzadra, o una pratica e sensibilità planetaria e di classe. Sembra necessario ricordare la portata sovversiva degli scritti di Abdelmalek Sayad, sia rispetto alle teorie della migrazione sia rispetto alle potenzialità politiche dell’azione dei migranti una volta che quest’ultima venga liberata dalla tirannia dell’“ordine nazionale” e dalle determinazioni coloniali che continuano a segnare quell’ordine sotto il profilo dei rapporti di potere a livello globale. Lo “sguardo dell’autonomia” che emerge dagli scritti di Sayad è un contributo prezioso sotto il profilo politico, permette di cogliere e valorizzare i momenti di autonomia che segnano i movimenti migratori contemporanei. Si tratterà di sviluppare condizioni che consentano alla loro autonomia di incontrare altre “autonomie”, altri movimenti con cui costruire coalizioni capaci di riqualificare la libertà e l’uguaglianza al di là della miseria dell’“ordine nazionale”.

 

 

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Rete del potere, reti di solidarietà e vie di fuga è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Riflessioni sulla pena di morte https://www.carmillaonline.com/2021/05/09/riflessioni-sulla-pena-di-morte/ Sun, 09 May 2021 00:20:15 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=66244 di Francisco Soriano

Le “Riflessioni sulla pena di morte” di Albert Camus furono scritte nel 1957. Il testo ebbe una grande eco perché fu pubblicato in un Paese dove la pena di morte venne abolita solo nel 1981 e, la ghigliottina, come totem della rivoluzione rappresentava ancora un valore simbolico molto suggestivo. Il tema della pena di morte non è un argomento banale neppure nella storicizzazione della sua abolizione perché è avvenuta, anche nelle democrazie europee fra le più avanzate, in tempi abbastanza recenti.

È di poche settimane fa la notizia della [...]

Riflessioni sulla pena di morte è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Francisco Soriano

Le “Riflessioni sulla pena di morte” di Albert Camus furono scritte nel 1957. Il testo ebbe una grande eco perché fu pubblicato in un Paese dove la pena di morte venne abolita solo nel 1981 e, la ghigliottina, come totem della rivoluzione rappresentava ancora un valore simbolico molto suggestivo. Il tema della pena di morte non è un argomento banale neppure nella storicizzazione della sua abolizione perché è avvenuta, anche nelle democrazie europee fra le più avanzate, in tempi abbastanza recenti.

È di poche settimane fa la notizia della sorte toccata a Zahra Esmaili, iraniana, condannata alla pena capitale per aver ucciso il marito nel 2018 (accusato da lei e dai figli di aver esercitato sistematiche violenze sui familiari): è stata impiccata quando era già morta. Prima di lei avevano subito l’impiccagione sedici uomini accusati di vari crimini e la donna, spaventata dalla visione delle esecuzioni, è morta in seguito a un arresto cardiaco. Le autorità hanno ritenuto comunque di eseguire il rito della condanna a morte legandola a una gru. Un orrore che si è aggiunto all’orrore.

Per questi esempi di ordinaria disumanità, sempre più copiosi, è attuale e ineludibile discutere di questa pratica mortificante, peraltro incrementata massicciamente in alcuni stati del Mediterraneo ai nostri confini. Il testo delle Réflexions di Camus rappresenta uno degli strumenti più adeguati al fine di analizzare e comprendere anche le dinamiche di questa deriva umanitaria. Cominciando proprio dalla fine delle riflessioni di Camus, lo scrittore transalpino concludeva il suo pamphlet esortando le autorità francesi a desistere dal tenere in vita nei propri codici questo strumento primitivo e, finalmente, cominciare un cammino di civiltà che rappresentasse un esempio anche alle altre comunità dell’intero pianeta. Lo scopo era di scoprire la vera immagine della pena di morte, proprio alla luce della sua irrilevante valenza esemplare di effetto deterrente: “Non vi sarà pace durevole né nel cuore degli uomini né nei costumi della società sin quando la morte non verrà posta fuori legge”. 

La volontà di mitigare le sofferenze dei condannati nel corso della storia, con strumenti e pratiche più o meno dolorose, ha evidenziato quanto ipocrita e disgustosa possa essere questa malcelata idea negli uomini di considerare la pena di morte come un atto “ineluttabile”. È questo uno dei punti più abietti che pervade ancora una schiera consistente di persone, nell’opinione pubblica e nelle destre più regressive, che non perdono occasione per veicolare atteggiamenti giustizialisti in condizioni di fragilità sociale e politica. Molti sono ancora coloro i quali si ritengono non solo favorevoli a questo criminale concetto di giustizia, ma si augurano addirittura un ripristino della pena capitale. Questa dinamica è sopravvissuta in parte anche nelle moderne democrazie occidentali che, pur avendola abolita in un lungo e tortuoso processo di maturazione, rimane sedimentata come idea consolidata di giustizia. Il turbamento che provoca questo atto di assoluta brutalità ci riconduce proprio alle tesi di Camus, che intravedeva una sorta di dominio dell’irrazionalità, della semplicità, della mancanza di capacità dell’intravedere nella complessità degli accadimenti quel riferimento principale che dovrebbe guidare ogni essere al mondo: il senso dell’umano. “Dalla lieve frescura sul collo” prevista dal dottor Guillotin nell’elaborare il suo meccanismo di morte, alle iniezioni letali, alle sedie elettriche, passando per le impiccagioni sulle pale meccaniche, i metodi di esecuzione non hanno certo mutato l’origine della pena che risiede in un atteggiamento specifico degli esseri umani: vendetta ed espiazione della colpa. Ma che cosa provocherà nelle vittime, nei congiunti, nelle persone care che hanno subito il torto, l’esecuzione capitale del carnefice? Forse si è mossi dalla consapevolezza che nessuno possa redimersi, pentirsi, scusarsi, implorare perdono, chiedere una grazia o, forse, a un certo punto della prigionia in attesa della morte di poter addirittura dimostrare di essere innocenti. Una presunzione che, alla base di tutto ciò, sembra profilarsi come un’arroganza legittima nel cono d’ombra della gravità del crimine subito. La consapevole condizione di potersi ergere a giudici supremi e sentirsi legittimati nel vedere esaudite le proprie soddisfazioni con l’esecuzione della pena, rimane tuttavia una dinamica di complessa identificazione e spiegazione nelle moderne comunità umane. Inoltre Camus poneva l’accento sull’“attesa del carnefice” alla morte, una condizione da ricondurre a una ulteriore forma di tortura sottile e mai considerata: il condannato seppur consapevole non è informato da subito del momento della sua fine tanto da provocare, in questa dilatazione del tempo, una pena aggiuntiva e sadica: “Generalmente l’uomo è distrutto dall’attesa della pena capitale molto tempo prima di morire. Gli si infliggono due morti, e la prima è peggiore dell’altra, mentre egli ha ucciso una volta sola. Paragonata a questo supplizio, la legge del taglione appare ancora come una legge di civiltà. Non ha mai preteso che si dovessero cavare entrambi gli occhi a chi aveva reso cieco di un occhio il proprio”.

Chi altro possa essere il boia, ai nostri occhi, se non un assassino per procura: il mandatario del supremo ordine dello Stato ben protetto da una retorica oscurantista e dalle leggi di quella “giustizia” che, finalmente, può dimostrare il trionfo del decreto nella sua definitività e inflessibilità. L’esigenza della necessarietà della punizione è un teorema fondato su una specifica perversione che risiede nel desiderio di vendetta e di espiazione della colpa. Molto spesso gli Stati in cui viene massicciamente praticata si ispirano a “valori” morali e religiosi talvolta millenari. Quanto la mistificazione di questa crudeltà tocchi livelli di insopportabilità risiede proprio nella consapevolezza, statistica, che l’equilibrio sociale non subisca alcun ordine come si vorrebbe far credere. Al contrario la tanto osannata simmetria fra pena ed equilibrio sociale si dissolve in una ulteriore instabilità che è figlia naturale della violenza. La strategia di provocare la morte in chi l’ha provocata non regge sull’altare del “ritorno alla normalità”, con la speranza di ristabilire quell’equilibrio che le classi dominanti vogliono far credere di poter raggiungere e non ci sono mai riuscite. Nella realtà non vi è risarcimento di nessun tipo e, per certi aspetti, questo “desiderio” viene risolto nel senso non voluto: infatti una pena detentiva definitiva potrebbe essere una punizione ben maggiore della stessa pena di morte.

La domanda principale del filosofo francese tornava incessante su ciò che origina l’esecuzione di una pena definitiva. Quando l’individuo che ha infranto le regole con il suo comportamento criminale viene giustiziato, di che cosa usufruisce la società che lo ha condannato? Per Camus una società che condanna a morte un individuo nasconde in realtà la propria dimensione criminale, ponendosi in modo manicheo a “divinità autosacralizzata” che difende la propria autoconservazione: “[la società] Si arroga il diritto di selezionare, quasi fosse ella stessa la natura, e di aggiungere sofferenze immense all’eliminazione, quasi fosse un dio redentore. Affermare che un uomo deve essere assolutamente radiato dalla società in quanto assolutamente malvagio, equivale a dire che la società è assolutamente buona, e nessuna persona sensata può crederlo oggi. Non lo si crederà, e si penserà più facilmente il contrario. La nostra società è diventata così malvagia e criminale perché ha eretto se stessa a fine ultimo, e non ha rispettato più nulla all’infuori della propria conservazione, o della propria riuscita nella storia. Desacralizzata lo è, questo è certo. Ma già dal diciannovesimo secolo ha cominciato a costituirsi un surrogato di religione, proponendo se stessa come oggetto di adorazione”. 

La pena di morte fu in Francia una vergogna spesso taciuta o registrata con un linguaggio ipocrita e allusivo. Per Camus questo delitto era sicuramente uno strumento che veniva perpetrato in una sorta di realtà dormiente: Quando l’immaginazione dorme, le parole si vuotano di senso: un popolo sordo registra distrattamente la condanna di un uomo. Ma che si mostri il meccanismo, che si faccia toccar con mano il legno e il ferro, che si faccia sentire il tonfo della testa che cade, e l’immaginazione pubblica, risvegliata di soprassalto, ripudierà al tempo stesso il vocabolario e il supplizio. Quando i nazisti procedevano in Polonia a pubbliche esecuzioni di ostaggi, per evitare che urlassero parole di rivolta e di libertà li imbavagliavano con bende imbevute di gesso”. Per questo era necessario che la dialettica sulla pena di morte uscisse dal suo limbo, dalla sua necessarietà, dal teorema stesso della sua inevitabilità.

Nella maggior parte degli Stati del mondo è diffusa questa violenza brutale anche come forma di tortura: soprattutto nei confronti di dissidenti, obiettori, libertari e antagonisti ai regimi dittatoriali. Il nostro silenzio verso quello che accade ci rende colpevoli, dolorosamente coscienti di una nostra diretta responsabilità. I diritti umani sono l’essenza stessa dei sistemi di governo che non possono prescindere da valori irrinunciabili e mai negoziabili.

La sfida risiede proprio in questa consapevolezza che trova nell’universalismo di questi valori il dato fondante di una nuova Umanità.

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Riflessioni sulla pena di morte è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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