Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Fri, 23 Feb 2018 22:08:48 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.4 The Castle of Gela https://www.carmillaonline.com/2018/02/23/the-castle-of-gela/ Fri, 23 Feb 2018 22:08:48 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=43905 di Franco Pezzini

Orazio Labbate, Suttaterra, Tunué 2017, pp. 140, € 12.

Per Borges i sogni rappresenterebbero il più antico genere letterario: non solo perché resoconti di sogni ci arrivano dall’antichità più remota coi più vari (e a volte pragmaticissimi) intendimenti, ma perché, in radice, l’atto stesso di sognare conosce una nostra dimensione “autorale”. Certo, basta intendersi sull’autoralità per qualcosa che erompe da dimensioni tanto profonde e magmatiche. Ma Borges va oltre, avvicinando il sogno alla poesia, linguaggio-ponte tra sogno e veglia e che può indifferentemente originare dall’uno o dall’altra. Queste considerazioni vengono [...]

The Castle of Gela è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Franco Pezzini

Orazio Labbate, Suttaterra, Tunué 2017, pp. 140, € 12.

Per Borges i sogni rappresenterebbero il più antico genere letterario: non solo perché resoconti di sogni ci arrivano dall’antichità più remota coi più vari (e a volte pragmaticissimi) intendimenti, ma perché, in radice, l’atto stesso di sognare conosce una nostra dimensione “autorale”. Certo, basta intendersi sull’autoralità per qualcosa che erompe da dimensioni tanto profonde e magmatiche. Ma Borges va oltre, avvicinando il sogno alla poesia, linguaggio-ponte tra sogno e veglia e che può indifferentemente originare dall’uno o dall’altra. Queste considerazioni vengono alla mente leggendo un romanzo strano e affascinante di Orazio Labbate, ‘Suttaterra’, edito (come il suo primo, ‘Lo Scuru’, 2014, esordio dell’autore e prequel) dalla meritoria Tunué: un testo che non si limita a narrare situazioni fortemente oniriche ma del sogno riesce a restituire addirittura l’impasto espressivo, l’esperienza – usiamo pure questo termine – di smarrimento, l’alterità visionaria. Leggendo abbiamo la sensazione di figure o immagini sempre un passo di lato rispetto a dove stiamo cercando di guardare, o percepite soltanto con la coda dell’occhio ed è impossibile centrarle nel campo visivo; immagini – ancora – avvertite ma con uno scarto di significati, per cui ci pare di dover riconoscere qualcosa e lo incalziamo invano. Un’opera assolutamente in prosa, che tuttavia (si torna a Borges) muove sul linguaggio-ponte tra il sogno e quella veglia che almeno in teoria dovrebbe connotare il lettore: quasi a schiudere nel suo ritmo allucinatorio una dimensione poetica da canto sciamanico. Mi rendo conto che possono sembrare enfatizzazioni da recensore compiaciuto, alla ricerca di frasi a effetto: ma chi ha letto ‘Suttaterra’ può testimoniare per me.

Giuseppe Buscemi vive a Milton, West Virginia (legittimo domandarsi se nella scelta del toponimo sussista qualche eco di Paradisi perduti, ma forse non c’entra): è figlio di un avvocato divenuto predicatore e fanatico religioso, il Razziddu protagonista dello ‘Scuru’ che l’ha cresciuto in un contesto di ossessione e delirio, e ha trovato lavoro come impresario di pompe funebri (“dedicarsi alla dominazione della morte”). Da un anno Giuseppe è rimasto vedovo della moglie, la bellissima e angelicata Maria Boccadifuoco, morta – per ora non abbiamo dettagli – assieme al bimbo che attendevano, e si strugge in piena deriva psicologica ed emotiva. E il lettore con lui, sono pagine coinvolgenti.

Ma succede qualcosa di molto particolare: Giuseppe riceve una lettera dalla defunta. Maria – non può essere che lei – gli dà appuntamento nel loro “posto speciale”, nella Sicilia del viaggio di nozze: e il Nostro parte. Raggiunge la costa, attraversa l’Atlantico su una nave infera dal provocatorio nome di Christmas (ma lui è un anti-san Giuseppe, lei si chiamava Maria e c’è di mezzo un bimbo che non è nato) e si confronta con uno strano capitano che sintetizza un paio di ruoli del ‘Dracula’ di Stoker: e dopo una navigazione lunga e strana infine approda a Gela. Lì viene accolto da una specie di antievangelista a cui dobbiamo il sovraeccitato racconto di tutta la vicenda, il nano Alfonso Scibetta che fa pensare all’Hop-Frog di Poe; e lì inizia a cercare la moglie come un Orfeo sghembo (o come il detective protagonista di ‘Angel Heart’, capiremo poi in che senso). Il fatto è che i deliri del padre sembrano aver trovato una cassa di risonanza nell’interiorità turbata di Giuseppe: e se il vecchio si confrontava con la proiezione allucinata e invertita del Signore dei Puci (una statua un po’ impressionante di Cristo utilizzata in processioni notturne del Giovedì santo a Butera, che causava autentici incubi all’autore bambino e che ha un ruolo importante nello ‘Scuru’) a turbare Giuseppe è un’altra immagine religiosa trasfigurata in chiave demoniaca, la Madonna dell’Alemanna, di cui il nano Scibetta si proclama apostolo. La catabasi di Giuseppe tra personaggi oscuri e onirici è destinata però a far emergere qualcosa che lui oscuramente sa

L’operazione linguistica di Labbate è straordinaria, e nel braciere di questo lessico del delirio si individuano riletture personalissime di autori molto diversi. Autori letterari (Ligotti ma anche i gotici dell’ottocento, e poi Bufalino, Consolo, D’Arrigo…) ma anche cinematografici – ovviamente David Lynch – tradotti in parole: autori avvicinati come i morti con certe droghe iniziatiche, dopo sai che ci hai parlato e ti hanno consegnato qualcosa.

Il sogno, dunque. Ma non un sogno qualunque: un sogno gotico. Come Walpole ci insegna (sulla base anche lì di un sogno da cui sorgerà il suo romanzo, per serendipity – il termine in fondo è suo – seminale di un genere), il Castello può apparirci finto, assurdamente teatrale o di cartongesso: può svelarsi grottesco, lasciarci la sensazione di non riuscire ad afferrarne le dinamiche o scopriamo di averne dimenticato i dettagli – quel dimenarsi di figure dove ognuno finge d’essere qualcun altro, compreso l’autore – appena chiuso il libro. Ma appunto come nel teatro, con la sua schematicità simbolica, quei fondali presuppongono qualcos’altro, un gioco/rito che il partecipe riesce a cogliere. È un Castello che emerge come punta di un iceberg, a ricordare tutto quel che sta sotto, resta rimosso o inconscio: e voler fermarsi a quei singoli dettagli – che non a caso fluiscono via – rischia d’essere il proverbiale fissare il dito invece che la luna. Con ‘Suttaterra’ accade qualcosa di simile, perché è (almeno in parte) simile il meccanismo. Certo, la storia è terribile, ma anche qui c’è il grottesco: come possiamo considerare “seria” una nave il cui capitano si chiama come il pazzo del ‘Dracula’ e rimanda alle coordinate infere del vascello Demeter stokeriano? Eppure, in qualche modo come in Walpole, è “seria” proprio perché è finta: quella serietà è qualcosa che guarda altrove, tra le pieghe della nostra cultura e – soprattutto – da qualche parte dentro di noi. Quel che noi troviamo in ‘Suttaterra’, il teatro eccessivo, strabordante, barocco e in ultima analisi grottesco delle immagini – un teatro pirotecnicamente macabro, a volte straziato ma subito pronto a ricominciare con gli eccessi – è come la punta dell’iceberg. Vi troviamo mascheroni gotici, icone religiose stranianti, incappucciati, catabasi in sotterranei, figure deformi, proiezioni di film onirici in cinema sinistri, locali notturni da Loggia nera e tanto altro, come in certe sarabande surrealiste di Jean Rollin… Terribile quella Madonna che rivela stigmi diavoleschi, come in certe storie devote medievali dove il Nemico si finge la Madre di Dio e viene smascherato per qualche dettaglio stonato, a strappare brividi onirici da Perturbante. Ma terribile in fondo lo stesso castello (non d’Otranto, ma) di Gela, il Petrolchimico che ne corona il panorama infero.

Insomma un sogno, e un sogno gotico. Ma al di là di una suggestione generale e in fondo generica sul linguaggio dell’onirico e del gotico, nello specifico di ‘Suttaterra’ qual è l’iceberg sottostante? O, fuor di metafora, quale il senso profondo dell’operazione, al di là di una straordinaria (ripetiamolo) operazione linguistica e di un’effervescenza visionaria condita di cultura e intelligenza? Tutto si consuma in un semplice gioco di prestigio letterario?

Direi proprio di no, e in realtà Labbate degli indizi li offre. A partire dall’iniziale citazione da Cioran: “Secondo Origene, gli dèi etnici erano idoli, una sopravvivenza del politeismo; e San Paolo li aveva abbassati al rango di demoni”. Nonostante gli orrori onirici descritti, nonostante il finale feroce dell’apologo, in ‘Suttaterra’ non troviamo un discorso sul Male: i demoni di Giuseppe Buscemi sono “il diavolo” solo in termini di approssimazione allucinatoria, onirica. È molto più credibile vederli come l’espressione parossistica, invertita o piuttosto memore di una complementarietà infera, degli “dei etnici” citati da Cioran, gli dei delle genti e di un paganesimo arcaicissimo ancora radicato nello straordinario tripudio di miti della Sicilia. Nell’’Eneide’, prima della catabasi del protagonista agli inferi, Virgilio chiede agli dei dell’abisso che gli sia “lecito dir cose udite, svelare per vostra potenza / il mondo sotto la terra in tenebra fonda sepolto” (VI, 266-267, trad. Rosa Calzecchi Onesti, Einaudi 1967). Labbate ha idealmente chiesto una simile licenza di dire il non dicibile: perché il vero tema di ‘Suttaterra’ è appunto – e fin dal titolo – l’indicibile per antonomasia, la morte. La morte di chi è caro, il senso di vuoto che irrompe e il sogno di poter ricevere una lettera da quel passato che non vuole passare (se notiamo, lì sta il cuore dolente di tutto il testo); i sensi sghembi di colpa, con l’inaccettabilità e le rimozioni che fanno da pendant; il peso dei morti – e di un passato che pure è “morto” – sui vivi, come di Razziddu su Giuseppe; la catabasi in un Ade che abbiamo dentro a questionare con la categoria-morte, a contemplarne l’oscenità e la bizzarria. La morte come unico problema materialmente irresolubile per l’homo sapiens: e non è un caso se nel mondo antico i rituali ancestrali sul misterioso rinnovarsi della natura fossero divenuti col tempo rituali per strappare una vita nell’Aldilà. Rituali misterici che permettevano la rivelazione appunto dell’indicibile, attraverso un linguaggio febbricitante di immagini e simboli. Ma se Maria Boccadifuoco è l’Euridice di un Orfeo in piena deriva, se è la Kore rapita non sulla piana di Enna ma a Gela, allora capiamo, i tasselli vanno a posto: la cripticità onirica e il fluire “poetico” hanno un senso ben al di là dell’esperimento linguistico nel rendere la radicale alterità di un’esperienza; il ruolo di mediatore con il mondo ctonio rivestito dal gestore dei morti Giuseppe non è un puro dettaglio nel segno del macabro; la contrapposizione tra Maria e l’altra Maria, l’Alemanna, si rivela come rifrazione di volti diversi di un’unica Grande Dea (come ricorda Graves, Euridice può ben essere il nome della Signora dei morti); la mascherata grottesca, paradossale, volutamente eccessiva racconta insomma la celebrazione di un Mistero pagano, la discesa nel regno dei morti, in piena coerenza coi miti di una Sicilia arcaicissima. Ma coerente anche con il linguaggio delle nostre profondità interiori: la catabasi tra i morti dell’antico eroe è racconto sussurrato di un’esperienza universale e molto concreta, di rilettura della realtà – il rapporto coi morti, con le stagioni ormai morte, con una percezione più acuta della nostra mortalità – a un certo punto della vita.

Ancora Virgilio, con una scelta che ha fatto scorrere fiumi d’inchiostro tra i critici, al termine dell’avventura negli inferi fa uscire Enea e la Sibilla da una delle porte dei sogni, e più precisamente da quella dei sogni fallaci. Walpole capirebbe, e certamente anche Labbate: quel ramo d’oro che è la letteratura deve apparire farlocca, mentire, giocare, usare maschere. Solo così può accennare all’iceberg – quello sì autentico, indicibile per le parole distratte della vita quotidiana – che si spalanca sotto.

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Il sublime e la fascinazione per la violenza https://www.carmillaonline.com/2018/02/23/sublime-la-fascinazione-la-violenza/ Thu, 22 Feb 2018 23:01:32 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=43472 di Gioacchino Toni

L’atto di vedere la violenza, nelle sue forme più o meno estetizzate, è una pratica quotidiana che negli ultimi tempi si è diffusa a dismisura. Lo spazio dedicato alla cronaca nera dall’infotainment televisivo ha raggiunto livelli prima sconosciuti ed è un fenomeno che accomuna, almeno, l’intero Occidente. Che lo sguardo sia alla ricerca di violenza lo testimoniano anche alcune ricerche che mettono in luce, ad esempio, come negli ultimi decenni il numero di film in cui compare la figura del serial killer sia davvero esorbitante, senza contare le tante serie [...]

Il sublime e la fascinazione per la violenza è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Gioacchino Toni

L’atto di vedere la violenza, nelle sue forme più o meno estetizzate, è una pratica quotidiana che negli ultimi tempi si è diffusa a dismisura. Lo spazio dedicato alla cronaca nera dall’infotainment televisivo ha raggiunto livelli prima sconosciuti ed è un fenomeno che accomuna, almeno, l’intero Occidente. Che lo sguardo sia alla ricerca di violenza lo testimoniano anche alcune ricerche che mettono in luce, ad esempio, come negli ultimi decenni il numero di film in cui compare la figura del serial killer sia davvero esorbitante, senza contare le tante serie televisive proliferate proprio attorno al tema del crimine e la nascita, anche in Italia, di canali dedicati. Sarebbe però limitativo individuare nella sola televisione l’enfasi morbosa con cui si insiste sul crimine visto che si tratta di un fenomeno che riguarda ormai l’intera sfera del tempo libero e del divertimento: dal mondo dell’arte ad alcune tendenze del turismo (dark tourism), dalla letteratura allo shopping di paccottiglia più o meno realmente legata a qualche episodio criminale.

Di tali questioni si occupa il volume di Oriana Binik, Quando il crimine è sublime. La fascinazione per la violenza nella società contemporanea (Mimesis, 2018), testo che indaga i motivi per cui la società contemporanea appare così affascinata dal crimine e lo fa adottando una particolare prospettiva secondo cui la fascinazione per il crimine «fa perno sull’esperienza del sublime, ovvero sul dire l’indicibile, su quello stato d’animo che eccede la parola e travalica ogni limite […] Com’è possibile che sia accaduto? Perché? Quali sono i limiti sino a cui può spingersi l’essere umano? Queste sono le domande che accompagnano il senso del sublime e la fascinazione per la violenza» (pp. 11-12).

Nella sua prima parte il volume propone alcuni strumenti teorici utili per poter poi affrontare l’analisi empirica condotta dall’autrice che si concentra su alcuni casi di studio: la trasmissione Quarto Grado, il turismo nei luoghi del crimine, il collezionismo di oggetti appartenuti a serial killer, il fanatismo di/per Anders Breivik, autore della strage di Utoya. La studiosa si sofferma soprattutto sulle modalità con cui gli intervistati descrivono i loro stati emotivi e i significati assunti ai loro occhi dal crimine. «Si è trattato, per quanto possibile, di presentare il loro sguardo con il loro linguaggio, considerando il detto, il non detto ma anche le difficoltà nel maneggiare l’indicibile. Si è deciso, pertanto, di fare in modo che la colonizzazione del tema di ricerca avvenisse anche attraverso lo sguardo dei diretti interessati, chiamati a dare senso al proprio vissuto attraverso dei suoni per loro significativi» (p. 13).

Diverse letture critiche trattano i soggetti affascinati dalla violenza come «semplici vittime passive del mercato, il cui (cattivo) gusto esprimerebbe l’appiattimento culturale dei tempi odierni» ma, sostiene l’autrice, nelle narrazioni degli intervistati si scopre una «inaspettata profondità di alcuni vissuti attribuiti all’esperienza del crimine, in grado di penetrare negli animi degli spettatori e di scuotere la loro riflessività. Il crimine, da questa prospettiva, pone il soggetto al cospetto del male e dialoga con i limiti dell’umano. La reazione al crimine può essere pertanto considerata come un’ancora racchiusa nelle profondità dell’individuo, in grado di interrogarlo in maniera radicale. Un’ancora perché se da un lato il crimine affascina e seduce conducendo in mondi “sommersi”, dall’altro costituisce un elemento a cui far ritorno, per collocare se stessi e gli altri all’interno della società» (p. 321)

Al fine di comprendere meglio l’ambiguità propria della fascinazione per il crimine Binik riprende una definizione del sublime inteso come «un’emozione che pone di fronte al senso del limite, alla dimensione della distruttività umana e che genera in noi uno stato di spaesamento, ossia un tentativo, spesso destinato al fallimento, di comprendere un gesto ‘altro’ che esula dalla nostra quotidianità» (p. 322). Secondo la studiosa sarebbe soprattutto il processo di mercificazione oggi imperante a dare «origine a una forma di “capitalismo emotivo che porta gli individui a ricercare il crimine come mezzo per soddisfare la propria sete di emozioni, trasformate in beni pronti al consumo. In certi frangenti, inseguendo alcune vertigini, siamo diventati (anche) dei consumatori del sublime, emozione appiattita e banalizzata nella sua versione “commerciale”, proposta dalle trasmissioni televisive dedicate al crimine, dagli organizzatori di tour, dai venditori di murderabilia, persino dagli stessi autori delle stragi. Vaghiamo alla ricerca di attimi di intensificazione dell’esistenza; talvolta, giochiamo ad avvicinarci troppo al male, per poi vergognarci e ritrarci imbarazzati, come hanno raccontato i turisti che si sono recati ad Avetrana. Il crimine, in questi frangenti, costituisce un oggetto irretito da un immaginario che senza ricorrere alle zone estreme sembra non aver più nulla da dire sul mondo. Così, di fronte a una televisione sempre più piatta e alienante e ai suoi tentativi di offrire un “sublime addomesticato”, alcuni soggetti si muovono verso la ricerca autentica dell’estremo, immediata, pura, reale» (p. 324).

Certo, le strutture di potere che mercificano e spettacolarizzano tendono a plasmare gli immaginari, tuttavia, è possibile sottrarsi o combattere tali visioni oggi egemoniche per affermare altre. «Ogni essere umano trova il proprio punto di equilibrio, chi più attivo, chi più passivo, nel negoziare la propria posizione all’interno della rete di significati ed emozioni costruiti, proposti e talvolta “mercificati” dagli altri attori sociali. Così, la mercificazione convive fianco a fianco con […] la capacità di alcuni spettatori di non “subire” passivamente il crimine confezionato ma di saperlo trasformare in un’esperienza significativa. […] la fascinazione per il crimine costituisce, nella sua versione contemporanea, un fenomeno fatto di contraddizioni, di processi apparentemente opposti che convivono pacificamente gli uni giustapposti agli altri. In altre parole, il crimine può essere proposto nella sua versione più beceramente spettacolarizzata e, al contempo, in alcune specifiche circostanze, favorire riflessioni significative sul senso della morte o sul nostro attraversamento dell’esistenza» (p. 325).

Binik definisce il processo di mercificazione come “prima faccia del carnevale del crimine”: «se dal punto di vista dello spettatore il crimine può essere paragonato a un carnevale che tutto ribalta, questo stesso ribaltamento non può essere ricondotto unicamente a un’esperienza di consumo. Nel momento in cui lo spettatore si allontana dalle routines sterilizzate del suo mondo profano, attraverso il crimine egli può accedere nientemeno che a una qualche forma di sacralità. Da questa prospettiva, il crimine affascina perché rievoca il contatto con il sacro sinistro, si aggancia così a quelle “strutture” culturali binarie che si pongono da sempre alla base del funzionamento della società. Ecco dunque “la seconda faccia del carnevale del crimine”. L’abiezione rappresentata da una collezione di capelli di un serial killer si ricollega al male, un male sacro poiché estraneo alla quotidianità profana, precipitato di un mondo “altro”. Un male soprattutto necessario e connaturato all’esperienza umana poiché – nonostante i molteplici meccanismi di difesa – nessuno è avulso dalla catastrofe, anzi ognuno ne conserva quantomeno una sorta di intuizione.” “L’Irreparabile rode col suo dente maledetto!” scriveva Baudelaire, per significare proprio l’irriducibilità del male: sfugge, si sposta, muta nel suo aspetto ma non scompare, continua a “rodere”. La perenne caccia all’omicida raccontata dai media sembra rappresentare una trasfigurazione perfetta di questo concetto: cerchiamo di catturare ed espellere il cattivo (e le nostre parti cattive) utilizzando tutti gli strumenti di cui dispone la razionalità; tuttavia, chiuso un caso se ne apre un altro, le storie si susseguono, sempre più intricate, dando forma a un processo appassionante e, soprattutto, senza fine» (p. 325).

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Murray Bookchin: una nuova prospettiva per il XXI secolo https://www.carmillaonline.com/2018/02/22/murray-bookchin-nuova-prospettiva-xxi-secolo/ Wed, 21 Feb 2018 23:01:50 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=43769 di Sandro Moiso

Murray Bookchin, LA PROSSIMA RIVOLUZIONE. Dalle assemblee popolari alla democrazia diretta, con una Postfazione di Ursula K. Le Guin, BFS Edizioni 2018, pp. 192, € 18,00

Nei suoi ottantaquattro anni di vita Murray Bookchin (1922 – 2006) ha avuto modo di percorrere da critico radicale quasi l’intero ‘900, confrontandosi con le principali ideologie del movimento operaio e militando all’interno delle sue due correnti principali, marxismo e anarchismo, in periodi differenti della sua vita.

Pur ritenendosi anarchico nel corso della seconda e più lunga fase della sua vita, ha però sentito la necessità, dalla seconda metà degli [...]

Murray Bookchin: una nuova prospettiva per il XXI secolo è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Sandro Moiso

Murray Bookchin, LA PROSSIMA RIVOLUZIONE. Dalle assemblee popolari alla democrazia diretta, con una Postfazione di Ursula K. Le Guin, BFS Edizioni 2018, pp. 192, € 18,00

Nei suoi ottantaquattro anni di vita Murray Bookchin (1922 – 2006) ha avuto modo di percorrere da critico radicale quasi l’intero ‘900, confrontandosi con le principali ideologie del movimento operaio e militando all’interno delle sue due correnti principali, marxismo e anarchismo, in periodi differenti della sua vita.

Pur ritenendosi anarchico nel corso della seconda e più lunga fase della sua vita, ha però sentito la necessità, dalla seconda metà degli anni ’90 del XX secolo fino alla fine dei suoi giorni, di ridefinire la critica del modo di produzione vigente a partire dal superamento delle due ideologie principali, insieme a quelle genericamente socialiste oppure legate al sindacalismo rivoluzionario, per giungere ad una sintesi del pensiero rivoluzionario più adeguata ad affrontare le condizioni sociali, politiche, economiche e ambientali che si possono già intravedere per il secolo in cui siamo entrati ormai da quasi un ventennio.

Il testo ora tradotto in italiano è stato pubblicato per la prima volta in lingua inglese nel 2015 e raccoglie otto saggi scritti tra il 1991 e il 2002, coprendo così la parte finale e forse più importante della riflessione di Bookchin. La cui prima caratteristica è sta quella di importare e sviluppare all’interno del pensiero antagonista la questione del rapporto tra uomo e ambiente, non soltanto come problema a latere del movimento rivoluzionario o come semplice visione ecologista della realtà, ma come punto centrale ed essenziale di ogni ipotesi di trasformazione futura dei rapporti sociali di produzione e convivenza con la natura. Di cui la società umana non solo non potrà più definirsi antagonista o dominatrice, ma soltanto accettare di fare parte della stessa, adeguando le proprie necessità a quelle del mondo e delle specie che la circondano.
Così come recita un bel manifesto della lotta NoTav: Noi non difendiamo la natura, noi siamo la natura che si difende.

L’immaginario politico e filosofico di Bookchin non risente però del primitivismo teorizzato da alcune frange anarchiche ispirate al pensiero di John Zerzan, ma si attiene ancora al razionalismo di stampo illuministico e marxista poiché il fine non è quello di lasciarsi alle spalle il pensiero scientifico tout court ma di adeguarlo alle reali necessità della comunità umana e del pianeta con cui convive. L’autore americano rivendica infatti la fiducia nel poter giungere a ciò che definisce come naturalismo dialettico, autentica base di un’ecologia sociale condivisa e non dettata dalle mode o dalle esigenze del capitale.

“Nel complesso, la condizione sociale prodotta dal capitalismo contemporaneo non si accorda con le previsioni, semplicemente classiste, espose da Marx e dai sindacalisti rivoluzionari francesi. Dopo la Seconda guerra mondiale il capitalismo ha subito un’enorme trasformazione e ha creato nuovi e gravi problemi sociali. Problemi che vanno oltre le tradizionali richieste del proletariato per il miglioramento dei salari, degli orari e delle condizioni di lavoro: in particolare riguardano l’ambiente, il gender, la gerarchia e le tematiche civili e democratiche.[…] Si stanno sviluppando nuove e complesse sfumature di status e interessi personali che oggi hanno un’importanza maggiore di quanto avessero in passato. Tutto ciò rende meno definito il conflitto tra lavoro salariato e capitale che prima era centrale, compreso e utilizzato in modo militante dai movimenti socialisti tradizionali. Le categorie di classe si sono ormai fuse con le categorie gerarchiche basate su razza, gender, preferenze sessuali e specifiche differenziazioni nazionali o regionali. Differenze di status e caratteristiche gerarchiche tendono a convergere con differenze di classe, e sta emergendo un mondo capitalistico diffuso in cui per l’opinione pubblica le differenze etniche, nazionali e di genere spesso sono più importanti delle differenze di classe.
Allo stesso tempo, il capitalismo ha prodotto una nuova contraddizione, forse la più importante: lo scontro tra un’economia basata sulla crescita infinita e la distruzione dell’ambiente naturale”.1

Anche se talvolta Bookchin sembra un po’ troppo affascinato dal capitalismo liberale del primo Novecento e poco propenso all’analisi delle dinamiche imperialiste e finanziarie passate e presenti, non vi è dubbio che nella sua opera ha saputo largamente anticipare le questioni poste sempre più in evidenza dalla società del terzo millennio cercando, allo stesso tempo, di superare i facili mantra e le eccessive semplificazioni ideologiche derivate dalle pratiche novecentesche, sia in campo marxista che bolscevico o anarchico.

“Nessuna delle ideologie anticapitaliste professate nel passato – marxismo, anarchismo, sindacalismo e varie forme di socialismo – ha ancora oggi la stesa importanza avuta nella fase precedente […] Nessuna di queste ideologie può comprendere integralmente la moltitudine di problemi, opportunità, incognite e interessi che il capitalismo ha creato più volte nel corso del tempo.
Evidenziando sia i presupposti storici e materiali che quelli soggettivi di una società di nuovo tipo, il marxismo ha rappresentato il tentativo più completo e coerente per organizzare un socialismo ben organizzato. Dobbiamo molto al tentativo di Marx di fornirci un’analisi coerente e stimolante dei rapporti di mercato e delle connessioni tra il mercato e il pensiero progressista, oltre a una teoria sistematica sociale, un concetto oggettivo o «scientifico» di sviluppo storico e una strategia politica flessibile.[…] Allo stesso modo l’anarchismo rappresenta, anche nella sua forma autentica, una prospettiva fortemente individualista che promuove uno stile di vita radicalmente libertario, spesso in sostituzione all’azione di massa.
In realtà. L’anarchismo rappresenta la più estrema formulazione dell’ideologia liberalista, fino alla celebrazione di atti eroici di sfida dello Stato. Il mito anarchico dell’autoregolamentazione – l’affermazione radicale dell’individuo al di sopra o anche contro la società e la personalistica assenza di responsabilità per il benessere collettivo – porta ad un’affermazione di una volontà personale onnipotente che sarà centrale nel percorso di Nietzche.[…] Il destino del sindacalismo rivoluzionario è stato condizionato in vari modi da una patologia chiamata «operaismo» e tutto ciò che possedeva a livello storico, filosofico o politico è stato preso in prestito, spesso in modo frammentario e indiretto, da Marx “.2

Ciò che poi accomuna, secondo Bookchin, le tre principali correnti del movimento anticapitalista è l’aver quasi sempre confuso la «politica» con il governo dello Stato, senza riuscire a comprendere come il secondo sia sostanzialmente destinato ad esercitare il dominio sulla società da parte di una classe o di un partito, o ancora di un modo di produzione dei suoi funzionari, più che a promuovere una razionale e condivisa organizzazione della stessa.

“Una caratteristica distintiva della sinistra è proprio la convinzione marxista, anarchica e sindacalista rivoluzionaria che non esista alcuna distinzione, in linea di principio, tra la sfera politica e la sfera statalista. Enfatizzando lo Stato-nazione – incluso lo «Stato operaio» – come centro del potere economico e politico, Marx (così come i libertari) non è riuscito a dimostrare come i lavoratori possano controllare in maniera piena e diretta un tale Stato senza la mediazione di una potente burocrazia e di istituzioni di tipo statalista ( o, nel caso dei libertari, governative). Di conseguenza, i marxisti hanno concepito inevitabilmente la sfera politica – che hanno definito Stato operaio – come entità repressiva, apparentemente fondata sugli interessi di una sola classe: il proletariato. […] Gli anarchici hanno a lungo considerato ogni governo come uno Stato e lo hanno condannato – un punto di vista che rappresenta la ricetta per eliminare ogni vita sociale organizzata, qualunque essa sia. Mentre lo Stato è lo strumento con cui una classe oppressiva e sfruttatrice regola e controlla in modo coercitivo il comportamento delle classi sfruttate, un governo – o meglio ancora, un sistema politico – è un insieme di istituzioni progettate per affrontare i problemi della vita consociativa in modo ordinato e, si spera, equo. Ogni associazione istituzionalizzata che costituisca un sistema di gestione degli affari pubblici – con o senza la presenza di uno Stato – è necessariamente un governo. Al contrario, tutti gli Stati, anche se sono di fatto una forma di governo, sono una forza di repressione e controllo di classe. Per quanto possa dar fastidio sia ai marxisti che agli anarchici, la classe degli oppressi ha richiesto per secoli, a gran voce e in maniera articolata costituzioni, governi responsabili e sensibili e perfino leggi o nomos, che la difendessero dal potere volubile dei monarchi, dei nobili e dei burocrati. L’opposizione libertaria alla legge, per non parlare del governo in quanto tale, è sciocca […] Ciò che rimane, alla fine, non è altro che un’immagine residuale sulla retina che non esiste nella realtà”.3

Qual è allora la proposta di Bookchin?

“Mentre entriamo nel ventunesimo secolo, i radicali sociali hanno bisogno di un socialismo – libertario e rivoluzionario – che non sia né un prolungamento dell’«associazionismo», di tipo contadino e artigianale, che troviamo al centro dell’anarchismo, né l’«operaiolatria» che troviamo al centro del sindacalismo rivoluzionario e del marxismo.[…] Tentare di rianimare il marxismo, l’anarchismo o il sindacalismo rivoluzionario, dotandoli di un’immortalità ideologica, sarebbe un ostacolo allo sviluppo di un importante movimento radicale.[…] E’ mia opinione che il comunalismo sia la categoria politica generale più adatta a comprendere pienamente una visione ben ponderata e sistematica dell’ecologia sociale […] Come ideologia, il comunalismo attinge alla migliore tradizione delle vecchie ideologie di sinistra –marxismo e anarchismo o, più propriamente, la tradizione socialista libertaria – offrendone una visione più vasta e rimarchevole per il nostro tempo. […] La scelta del termine comunalismo per affrontare le componenti filosofiche, storiche, politiche e organizzative di un socialismo per il ventunesimo secolo non è avventata . Il termine trae origine dalla Comune di Parigi del 1871, quando nella capitale francese il popolo armato salì sulle barricate non solo per difendere il consiglio comunale di Parigi e le sue sotto strutture amministrative, ma anche per creare una confederazione nazionale di città e paesi, in sostituzione dello Stato-nazione repubblicano. Il comunalismo, come ideologia, non è contaminato dall’individualismo e dall’antirazionalismo, spesso esplicito nell’anarchismo; né porta il peso dell’autoritarismo marxista esplicitato nel bolscevismo. Esso non si concentra sulla fabbrica come suo principale campo sociale o sul proletariato industriale come suo principale agente storico e non riduce le libere comunità del futuro in comunità irreali di stampo medievale”.4

Non è nemmeno un caso che le esperienze di lotta più significative attualmente, dalla Valle di Susa qui in Italia alla ZAD in Francia, si siano in qualche modo conformate a questa visione che, d’altra parte, non può nemmeno e non potrà mai darsi per definitiva una volta per tutte. Così come non può essere un caso che la visione di Murray Bookchin sia stata adottata o, almeno, sia così vicina alle forme di lotta e organizzazione sociale adottate nel Rojava curdo e fatte proprie anche dalle teorie esplicitate da Abdullah Öcalan nelle sue ultime opere dopo la revisione del marxismo-leninismo sulle cui basi si era formato il PKK.5

Così come forse non è nemmeno un caso che a curare la traduzione e l’introduzione italiana al testo pubblicato da BFS sia stato Martino Seniga, giornalista e inviato della RAI, che ha viaggiato a lungo nel Kurdistan, dove ha realizzato una serie di reportage televisivi e programmi per il web sul progetto confederalista democratico in Siria (Rojava) e Turchia.

Come afferma Ursula Le Guin, scrittrice americana di fantascienza utopica e femminista recentemente scomparsa, nella sua Postfazione:

“Certamente oggi il pensiero filosofico e sociale deve confrontarsi con l’irreversibile degrado ambientale prodotto da un capitalismo senza freni: un fatto evidente di cui la scienza ci parla da più di cinquanta anni, mentre i progressi della tecnica cercano solo di mascherarlo. Ogni vantaggio che ci hanno portato l’industrializzazione e il capitalismo, ogni miglioramento nella scienza, nella salute, nella comunicazione e nel benessere getta ormai la stessa ombra letale.[…] Il capitalismo si fonda per definizione sulla crescita; come dice Bookchin: «per il capitalismo desistere dalla sua crescita insensata significherebbe commettere un suicidio sociale». Evidentemente abbiamo semplicemente preso il cancro come modello del nostro sistema sociale.
L’imperativo capitalista di «crescere o morire» si scontra radicalmente con gli imperativi ecologici dell’interdipendenza e della sussistenza. Queste due visioni non possono più coesistere tra loro, né potrà sopravvivere una società fondata sul mito di questa coesistenza impossibile. O sapremo realizzare una società ecologica o non ci sarà più una società per nessuno, indipendentemente dal suo status.
Murray Bookchin ha speso la vita opponendosi allo spirito rapace del capitalismo del «crescere o morire». Gli otto saggi che compongono questo libro rappresentano la sintesi del suo lavoro: le fondamenta teoriche per una società ecologica, egualitaria e democratica, con un approccio pratico alla sua realizzazione. Analizza i fallimenti dei vecchi movimenti per il cambiamento sociale, rilancia la prospettiva della democrazia diretta e, nell’ultimo capitolo, disegna il suo progetto di trasformare la crisi ambientale globale in un’opportunità per superare le stantie gerarchie di genere, razza, classe e nazione, l’occasione di trovare una cura radicale per il «male» che governa il nostro sistema sociale. Ho letto questo libro con emozione e gratitudine”.6

Non saprei trovare parole migliori per concludere questa recensione.


  1. M. Bookchin, Il progetto comunalista (novembre 2002), in LA PROSSIMA RIVOLUZIONE, pp. 32-33  

  2. Bookchin, op.cit. pp. 34-37  

  3. pp. 38-39  

  4. pp. 39-41  

  5. Sulle interrelazioni tra il pensiero di Abdullah Öcalan quello di Murray Bookchin, si veda Janeth Biehl, Dallo Stato-nazione al comunalismo. Murray Bookchin, Abdullah Öcalan e le dialettiche della democrazia, Edizioni Tabor 2015  

  6. Ursula K. Le Guin, Postfazione, pp.180-181  

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Murray Bookchin: una nuova prospettiva per il XXI secolo è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Lo ribadisco: io voterò, con orgogliosa convinzione, Potere al Popolo! https://www.carmillaonline.com/2018/02/21/lo-ribadisco-votero-orgogliosa-convinzione-potere-al-popolo/ Wed, 21 Feb 2018 02:36:50 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=43883 di Valerio Evangelisti

[Questo testo è un ampliamento di quello che trovate negli editoriali a fianco, in cui si confrontavano due posizioni divergenti interne a Carmilla. Inutile ricordare che nella redazione della nostra testata convivono, su questi e su altri temi, tesi differenti, e che ognuno è libero di esporre la propria.]

Il raggiungimento del numero di firme necessario per presentare alle elezioni Potere al Popolo!, conseguito in tempi rapidissimi, la successiva veloce espansione sul territorio nazionale, hanno del prodigioso. Ma è conseguenza del prodigio che sta all’origine dell’avventura.

Espulsi dal Teatro [...]

Lo ribadisco: io voterò, con orgogliosa convinzione, Potere al Popolo! è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Valerio Evangelisti

[Questo testo è un ampliamento di quello che trovate negli editoriali a fianco, in cui si confrontavano due posizioni divergenti interne a Carmilla. Inutile ricordare che nella redazione della nostra testata convivono, su questi e su altri temi, tesi differenti, e che ognuno è libero di esporre la propria.]

Il raggiungimento del numero di firme necessario per presentare alle elezioni Potere al Popolo!, conseguito in tempi rapidissimi, la successiva veloce espansione sul territorio nazionale, hanno del prodigioso. Ma è conseguenza del prodigio che sta all’origine dell’avventura.

Espulsi dal Teatro Brancaccio, in cui si sarebbe dovuta rifondare per l’ennesima volta la “sinistra” (con i D’Alema, i Bersani, i Civati, gli Speranza e altri walking dead), i giovani e meno giovani del centro sociale Je so’ pazzo, ex OPG, tra i più attivi sul territorio napoletano,  decidono di continuare da soli.

Riescono a riunire ottocento persone di tutte le età, ed è l’inizio di una valanga. Si tengono, in breve tempo, affollatissime assemblee in ogni regione d’Italia, incluse quelle in cui l’antagonismo politico-sociale sembrava spento per sempre. Aderiscono al progetto nomi storici della sinistra “vera” e non liberale, di integrità non discutibile: Heidi Giuliani, madre di un martire divenuto simbolo di lotta, Nicoletta Dosio, l’instancabile ribelle e fuggiasca, Giorgio Cremaschi, una vita per i metalmeccanici e per il riscatto operaio. E tanti, tanti altri.

Soprattutto, si adunano sotto la nuova sigla – Potere al Popolo! – i frammenti di una classe subalterna modellata, nel presente, dai rantoli di un’economia antiumana, che solo in nuove guerre e oppressioni trova slancio vitale. Precari, disoccupati, pseudo-apprendisti licenziati e riassunti (se va bene) ogni quattro mesi, gente che sbarca il lunario come può. Moltissimi giovani ma anche molti anziani, dal pensionamento spostato di continuo, quanto basta per sopprimere occasioni di lavoro per chi non le ha.

Sono il frutto di una tragedia sociale. Consumata in nome di cosa? Del neoliberismo trionfante, del liberalismo (ideologia portata agli estremi da Emma Bonino, da Eugenio Scalfari, da Giorgio Napolitano: vecchiaie malvissute). Una dottrina e una posizione politica malsane, che di continuo contraddicono i principi che sbandierano. Basti guardare le scelte internazionali di chi vi si richiama. Per l’Occidente liberale, per i suoi leader, per i partiti che li esprimono e per quelli che fingono di opporsi. il Venezuela è una dittatura e l’Honduras dalle elezioni truccate no; Israele, che non rispetta i trattati internazionali e tiene in ostaggio milioni di palestinesi, è un modello di democrazia; l’Arabia Saudita fa “grandi progressi” nel campo dei diritti umani, visto che ormai permette alle donne persino di guidare l’automobile. Altrettanto vale per l’Etiopia, per la Colombia in cui ogni giorno vengono uccisi oppositori, per il Brasile del golpista Temer, per il Messico delle stragi di studenti coperte dal governo. E così via, a non finire.

Bisognerebbe ricordare che il fascismo si affermò in Italia non per le sole violenze degli squadristi, ma anche e soprattutto per la connivenza con le camicie nere della classe dirigente che si diceva “liberale”. La quale si traveste da socialdemocratica quando le conviene, salvo affidarsi alla peggiore repressione reazionaria non appena vede scosso il suo dominio. D’altra parte, si diceva socialdemocratico D’Alema, quando consegnò il curdo Ocalan ai suoi persecutori turchi. Era “di sinistra” (sic!) Emma Bonino quando vestì l’uniforme croata per appoggiare la dissoluzione della ex Jugoslavia. Era “di sinistra” Giorgio Napolitano allorché fece pressione perché la Libia fosse bombardata (in linea con i tempi in cui plaudiva alla fucilazione di Imre Nagy e al soffocamento nel sangue della rivolta operaia ungherese).

Tutte le guerre recenti sono state scatenate da liberali, col concorso di socialisti per ridere, finti democratici e sedicenti progressisti. Il motivo sta nel fondo, nel capitalismo eretto a valore indiscutibile ed eterno, nel profitto esaltato quale motore della storia, nella competitività famelica considerata come equivalente della modernità. Assunti questi postulati, dopo è questione di sfumature. Ci sono i liberali brutali e quelli “umanitari” e compassionevoli. I primi si limitano al puro uso della forza e dell’inganno, per piegare persone, nazioni, continenti. I secondi addolciscono la condivisa implacabilità dei conservatori con elemosine, piagnucolii, promesse, parole consolanti, mance ridicole (è la sostanza vacua e la ragion d’essere del PD). L’importante è che non siano messi in discussione gli assetti del capitale internazionale o i meccanismi di estrazione del profitto.

A questo fine servono un ceto politico unito sui capisaldi fondamentali, un’informazione asservita e bugiarda prona agli interessi di finanza e grande industria (che la possiedono in toto), una massa subordinata da abbindolare agitando i “valori eterni” e inevitabili della flessibilità (leggi malleabilità), del merito (cioè della concorrenza al ribasso, nelle singole nazioni o su scala mondiale), e soprattutto dell’obbedienza e della disciplina sociale. Più un tocco quasi religioso di rassegnazione.

Poco importa se, a questo scopo, si scompagina e si getta nell’incertezza del futuro una generazione intera (anzi, più d’una), Di spiegazioni fuorvianti i mentitori al potere hanno una riserva inesauribile. Sono gli anziani che rubano il lavoro ai giovani. Sono gli immigrati che drogano il mercato delle braccia. Non si fanno abbastanza figli per indolenza, e l’industria ne risente. Chi ha un lavoro sicuro se la spassa da furbetto e non fa il suo dovere. Scommetto che tutti hanno sentito proclamare queste stronzate. Sono ripetute ogni giorno per addormentare il conflitto di classe. Sono alibi, che oscillano tra il falso e l’ignobile.

E’ agitato, per celare il crimine, il fantasma del debito pubblico, nascondendo la truffa. Da Reagan-Thatcher in avanti si occulta, anche e soprattutto nelle università, che le dottrine dell’economia politica sono molteplici. Per parte di esse il debito è un’astrazione. Visto che tutti gli Stati sono indebitati (specialmente gli Stati Uniti, favoriti dall’emissione della principale moneta di scambio, oggi al tramonto), si fissavano una volta i tempi di restituzione su scale trenta o cinquantennali. A molti paesi africani è stato condonato il servizio sul debito, e talora il debito stesso. L’economia mondiale non ne ha avuto contraccolpi.

Ma l’Unione Europea si affida solo alla teoria economica monetarista, mai verificata scientificamente (si fonda su pure statistiche, come rilevò tra gli altri Federico Caffè), di Milton Friedman e seguaci, poi fatta propria da Reagan, Thatcher e sotto-canaglie, fino a scendere a Renzi, Gentiloni e ai guitti nostrani. Soprattutto l’UE ne fa propri i corollari. Per competere su scala globale, il capitalismo deve rendere debole e vulnerabile la forza-lavoro. Fiaccarne la forza collettiva, disperderne l’unità, distruggerne una soggettività comune pericolosa. La precarietà eterna è l’arma suprema. Guerra di tutti contro tutti, per un posto che assicuri una sopravvivenza da difendere giorno per giorno. Come? Con l’acquiescenza, la docilità, la rinuncia alla ribellione. Il costo del lavoro scenderà ai minimi. I profitti si allargheranno.

Quella del debito (e dell’austerità per ripararlo) è dunque un’ideologia di asservimento, non una scienza obiettiva. Al pari dell’introduzione del pareggio di bilancio nelle Costituzioni, per sfigurarle una volta per tutte. Quando furono varati i trattati istitutivi dell’UE vi fu chi disse, con franchezza, che essi erano un’assicurazione permanente contro ogni rischio di socialismo. L’esito si è visto. Nato sulle ceneri di una guerra, che ha distrutto la ex Jugoslavia (e c’è chi osa dire che in Europa non si fanno guerre da settant’anni!), il nuovo ordinamento europeo ha alimentato innumerevoli conflitti, spesso a carattere esplicitamente coloniale. Con la dominanza al suo interno del capitale finanziario, ha spossessato un’intera leva giovanile dei suoi diritti, ha creato disoccupazione e smarrimento, ha spostato quantità spropositate di reddito verso le classi privilegiate, ha depauperato aree e Paesi, ha rubato democrazia al popolo. Al popolo: visto che al proletariato vanno ormai sommate frazioni di ceto medio spinte sull’orlo della rovina.

Avere qualche deputato in Parlamento cambierebbe le cose? Certamente no, solo un ingenuo potrebbe crederlo. Ma un’azione politica anche modesta (sul modello di quella svolta in valorosa solitudine da Eleonora Forenza nell’europarlamento), unendosi all’azione di piazza, potrebbe valorizzare quest’ultima, conquistare spazi di visibilità, imporsi a media che grondano ignominia e menzogna, spernacchiare il nemico di classe. Andrea Costa, primo parlamentare socialista italiano, e Lenin, primo trionfatore comunista, dicevano, su questo tema, la stessa cosa. Non lasciare la tribuna all’avversario. E se poi il tentativo non riesce, quanto meno ci si sarà provato. Lo stesso sforzo propagandistico pagherà col tempo.

Servono, in questo quadro, proclami libreschi, esortazioni a una rivoluzione fuori portata, dispiegamento di stendardi polverosi e di vecchie insegne? No, è puro folklore (anche simpatico, a volte). La composizione di classe è cambiata e bisogna prenderne atto. Il che non vuol dire rinunciare a essere ribelli, rivoluzionari, internazionalisti o altro. Semplicemente, il nuovo antagonismo deve prendere forma all’interno delle articolazioni reali del proletariato, quale oggi si presenta. Nessuna supposta avanguardia esterna, mummificata in antiche ritualità, riuscirebbe a scuoterlo e mobilitarlo. A tal fine, anche la spinta elettorale, in sé insufficiente, risulta preziosa.

Potere al Popolo! è la prima, vera espressione politica in Italia, spontanea e non ideologica, del nuovo assetto delle classi subalterne, in primo luogo giovanili. Trascurarla sarebbe un delitto. Pagheremmo l’errore per un altro decennio, a essere ottimisti. Interessante sarà il dopo, al di là del numero di deputati ottenuti in questa sortita esplorativa, finora coronata da successi a dir poco incoraggianti.

 

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Lo ribadisco: io voterò, con orgogliosa convinzione, Potere al Popolo! è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Marcello Introna tra gotico e neo-feuilleton https://www.carmillaonline.com/2018/02/19/marcello-introna-e-il-suo-castigo-di-dio-tra-gotico-e-neo-feuilleton/ Mon, 19 Feb 2018 22:18:58 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=43876 di Giuseppe Ceddia

Marcello Introna, Castigo di Dio, Mondadori 2018, pp. 296, € 19.

La grande capacità di Introna, che un tempo definii ruffiana ma che oggi invece assurge a una nuova forma di indagine all’interno della scrittura stessa dei suoi intrecci, sta nello scovare storie che molti, troppi oserei dire, hanno dimenticato o addirittura mai conosciuto.

Gli ignari non sono soltanto cittadini dell’Italia tutta, lontani da certe dinamiche del territorio meridionale, bensì anche gli stessi abitanti della città di Bari i quali, per inconsapevolezza antropologica o semplice pigrizia intellettuale, per troppo [...]

Marcello Introna tra gotico e neo-<i>feuilleton</i> è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Giuseppe Ceddia

Marcello Introna, Castigo di Dio, Mondadori 2018, pp. 296, € 19.

La grande capacità di Introna, che un tempo definii ruffiana ma che oggi invece assurge a una nuova forma di indagine all’interno della scrittura stessa dei suoi intrecci, sta nello scovare storie che molti, troppi oserei dire, hanno dimenticato o addirittura mai conosciuto.

Gli ignari non sono soltanto cittadini dell’Italia tutta, lontani da certe dinamiche del territorio meridionale, bensì anche gli stessi abitanti della città di Bari i quali, per inconsapevolezza antropologica o semplice pigrizia intellettuale, per troppo tempo hanno ignorato casi di  cronaca nera (come fu la strage ad opera di Franco Percoco, tematica “romanzata” del primo lavoro di Introna) oppure questo malsano e mefitico universo della Socia, quasi un universo parallelo, un meta-mondo, una meta-società interna alla società virtualmente e ossimoricamente reale.

Ma cos’è stata la Socia? Mi viene in mente l’incipit geniale di Edgar Allan Poe al suo magistrale racconto “The Fall of the House of Usher” che vale la pena riportare: «Durante un giorno triste, cupo, senza suono, verso il finire dell’anno, un giorno in cui le nubi pendevano opprimentemente basse nei cieli, io avevo attraversato solo, a cavallo, un tratto di regione singolarmente desolato, finché ero venuto a trovarmi, mentre già si addensavano le ombre, della sera, in prossimità della malinconica Casa degli Usher» (E. A. Poe, Racconti, trad. it. di Maria Gallone, Rizzoli, Milano 1949, p. 295).

Ecco, la Socia era un enorme e fatiscente palazzo che, nel corso degli anni, è crollato, si è accartocciato su se stesso, mangiato un po’ dal tempo (e dai suoi colleghi agenti atmosferici) e un po’ dal vizio, quello dell’uomo che permea e si fa permeare dai luoghi in cui vive, respira, imbruttisce, si brutalizza e si annienta.

Siamo nel periodo della caduta del fascismo e dei colpi ai fianchi che subisce la Germania nazista, questo è il contesto storico in cui si sviluppa Castigo di Dio, i personaggi essenziali attorno ai quali si avvita la vicenda sono il prefetto corrotto Nicola Arpino, “Amaro” (nome d’arte di quello che sarà il re della Socia) e Luca “il Bracco”, giornalista come ce ne dovrebbero essere e come non ve ne sono più da tempo.

Ho rammentato la novella di Poe perché davvero, sia per una questione meramente estetica (il Sublime di Burke), sia per fattacci avvenuti all’interno di quelle mura, la Socia assume – in maniera se vogliamo ancora più degradata e degradante – le caratteristiche “marce” del luogo maledetto, del posto in cui il buio regna sovrano, in cui si consumano azioni che la luce del sole si offenderebbe a guardare, infanticidi e aborti, prostituzione e spaccio, puttane letterate (non certo ottimiste e di sinistra come cantava Dalla) e poveri ragazzini che hanno un corpo da uomo ma sanno di esser donna, ecco, la Socia è un luogo “gotico”, un “cronotopo” (per dirla con Bachtin), dove gli umori e gli amori dei suoi abitanti, derelitti romantici in cerca d’identità, sono frutto del luogo che abitano, è il luogo stesso – in sostanza – a farsi potere decisionale nei confronti della psicologia degli individui. Ma è vero anche il contrario, l’uomo deturpa, distrugge, annichilisce i luoghi che abita, se la sua condotta è sporca, incancrenita, marcescente.

Un bel romanzo questo di Introna, superiore al suo precedente soprattutto per una maggiore consapevolezza linguistica (anche se, in verità, la scrittura è molto semplice, elementare oserei dire), una scrittura che è in parte giornalistica e in parte cinematografica, un romanzo che avrebbe potuto tranquillamente comparire a puntate in appendice a un quotidiano (cosa erano, d’altra parte, I misteri di Parigi di Sue o la sua diretta filiazione I misteri di Napoli di Mastriani se non indagini “molecolari” di certa società, di certi bassifondi dell’animo umano?). Il romanzo di Marcello Introna è tutto questo, sarebbe nocivo svelarne la trama, il lettore deve sprofondare in queste pagine senza moralismi, deve approcciarsi al lato oscuro dell’animo, deve penetrare con la mente e con il corpo questi luoghi di sapore mefistofelicamente decadente.

Un romanzo corale nell’accezione più blasonata del termine ma anche una cronaca “romanzata” (perché la letteratura, non dimentichiamolo, è sempre finzione) di fatti assurdamente presenti nell’iter della vita umana. Immergiamoci nel mondo della Socia, rischiando di affogare tra lo sporco e il sangue, tra lo sfruttamento e le lacrime, tra le bugie e gli impossibili amori. In fin dei conti, analizzando al dettaglio queste pagine, la Socia rappresenta nel suo grigiore squallido il lato nascosto dell’uomo, quello che l’individuo stesso nega e si vergogna di possedere, un lato che – però – in fondo è anch’esso rovescio della medaglia della buona azione, è anch’esso arcaicamente presente nell’inconscio umano.

Introna ha scritto un romanzo che si legge d’un fiato, perché è inchiesta e invenzione, è amore e morte, è squisitamente poco buonista e molto realista nel non abbellire certe tematiche e, di conseguenza, il lessico che le ispira. Certo Introna non è il Curzio Malaparte de La pelle, lui lo sa e probabilmente non vuole esserlo, ne dovrebbe prendere atto Paccagnini quando menziona il nome dello scrittore di Prato nel recensire Introna sul “Corriere della Sera”.

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Monocolore https://www.carmillaonline.com/2018/02/18/monocolore/ Sun, 18 Feb 2018 18:40:41 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=43853 di Alessandra Daniele

Matteo Salvini è stato bravo a seguire il vento. Ciò che gli ha consentito di rianimare la Lega, riportandola vicina alle percentuali di Forza Italia, è stato l’aver sostituito il Federalismo con la Difesa della Razza. A quante delle ripugnanti stronzate razziste che la Lega predica oggi Salvini creda veramente non importa, il suo compito è raccogliere il “voto utile” dei fascisti e consegnarlo a Berlusconi, che si prepara a portarlo al PD. Questo però non sarà un tradimento, perché ciò che Salvini promette, Marco Minniti lo realizza. [...]

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di Alessandra Daniele

Matteo Salvini è stato bravo a seguire il vento.
Ciò che gli ha consentito di rianimare la Lega, riportandola vicina alle percentuali di Forza Italia, è stato l’aver sostituito il Federalismo con la Difesa della Razza.
A quante delle ripugnanti stronzate razziste che la Lega predica oggi Salvini creda veramente non importa, il suo compito è raccogliere il “voto utile” dei fascisti e consegnarlo a Berlusconi, che si prepara a portarlo al PD.
Questo però non sarà un tradimento, perché ciò che Salvini promette, Marco Minniti lo realizza.
Per quel Governissimo al quale sia Minniti che D’Alema si sono dichiarati disponibili, Berlusconi ha già cominciato la campagna acquisti: i mancati donatori grillini smascherati dalle Iene Mediaset saranno espulsi dal M5S, ma non dalle liste elettorali bloccate. Quindi chi voterà M5S li eleggerà comunque, rischiando di spedire in parlamento uno dei futuri scilipoti di Minniti.
Anche questo però non sarà un tradimento, visto che Di Maio è stato fra i primi a unirsi al linciaggio delle ONG che salvavano i migranti dall’annegamento, chiamandole Taxi del Mediterraneo.

Commentando la tentata strage neofascista di Macerata, il ministro dell’Interno Minniti ha dichiarato “Il Fascismo è morto”.
In realtà è esattamente il contrario: oggi il Fascismo è mainstream.
In tutte le sue declinazioni, dal fascismo sovranista che promette dazi e muri, a quello “sociale” preoccupato per la fertilità delle italiane, a quello squadrista e securitario dei manganelli di Stato e del Daspo urbano, a quello padronale che cancella lo Statuto dei Lavoratori e reintroduce lo schiavismo, a quello razzista e colonialista del “Prima gli Italiani” e dei campi di concentramento in Libia.
Anche quella che viene (grottescamente) definita la “Sinistra Radicale” di D’Alema s’è infilata la divisa da gendarme che Berlusconi gli ha ben cucito, e ha scelto un magistrato come frontman.
E dagli spot pubblicitari, l’ossessione per l’italianità è ormai dilagata a tutto l’immaginario collettivo nazionale.

Oggi il Fascismo occupa tutta la scena politico-istituzionale.
Gruppi come CasaPound o Forza Nuova, che ancora ne adottano i gadget più vistosi, sono superati.
L’ideologia fascista adesso è mainstream. Senso comune. Pensiero unico.
La nostra però è considerata una democrazia, perché dopotutto possiamo ancora scegliere la sfumatura di fascismo che preferiamo.
Possiamo decidere quale votare dei fascisti che poi governeranno tutti insieme.

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La Letteratura dell’infanzia in Italia https://www.carmillaonline.com/2018/02/18/la-letteratura-dellinfanzia-italia/ Sat, 17 Feb 2018 23:01:47 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=42710 di Iuri Lombardi

Il simbolismo di De Amicis e Collodi, tra socialismo e sentimento popolare. L’approdo di Giovanni Pascoli

Storicizzare sul simbolismo come corrente letteraria e nel suo insieme e in Italia nello specifico non è assolutamente semplice, soprattutto riguardo l’influenza che esso ha avuto nella narrativa per l’infanzia. Non è difficile sostenere che il Simbolismo a differenza di quello Europeo di Valéry e Mallarmé, del suo capostipite e iniziatore Baudelaire sia lontano dal nostro e che quello italiano coincida per buona parte con una sorta di patriottismo. Si tratta di un sentimento non solo di fedeltà alla patria che proprio [...]

La Letteratura dell’infanzia in Italia è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Iuri Lombardi

Il simbolismo di De Amicis e Collodi, tra socialismo e sentimento popolare. L’approdo di Giovanni Pascoli

Storicizzare sul simbolismo come corrente letteraria e nel suo insieme e in Italia nello specifico non è assolutamente semplice, soprattutto riguardo l’influenza che esso ha avuto nella narrativa per l’infanzia. Non è difficile sostenere che il Simbolismo a differenza di quello Europeo di Valéry e Mallarmé, del suo capostipite e iniziatore Baudelaire sia lontano dal nostro e che quello italiano coincida per buona parte con una sorta di patriottismo. Si tratta di un sentimento non solo di fedeltà alla patria che proprio in quel periodo nasceva, ma di una attitudine a pensare la letteratura come mezzo popolare di trasmissione.

Un mezzo che a differenza della Francia e dell’Europa che nulla ha di politico (si può parlare di sentimento patriottico in Francia con Hugo come in Inghilterra nell’età pre-romantica) agisce sul piano dello stile come netto tentativo sperimentale, al punto di intervenire propriamente solo sul piano dei significanti e per buona parte in poesia. Si tratta quindi di due aspetti che non sono marginali al discorso e non possono esserlo e che vanno valutati attentamente. Al di là dell’aspetto patriottico nel nostro caso il Simbolismo come corrente entra anche nella narrativa trovando terreno fertile e con prepotenza esplica una serie di elementi tipici nel suo insieme.

Stabilisce nelle pagine dedicate ad un pubblico ragazzo, ad i lettori bambini, uno stato di possibilità rivoluzionario, un modus operandi del tutto nuovo; il simbolismo di De Amicis e di Collodi inaugura una letteratura che si cala nel quotidiano, tra le piccole cose e ne fa oggetto di narrazione. Il decadentismo in Italia, o l’età propriamente così definita, che dall’ottocento di Collodi arriva sino agli scapigliati di Praga e Boito, mette in moto una dinamica senza precedenti; avvia ad uno svelamento sinora inedito in cui la poesia – in senso lato- scivola dall’olimpo, dal grande regno del sublime e della liricità ad un piano più basso e popolare: creando una eguaglianza tra le cose per cui tutto diventa degno di essere oggetto narrativo.

Si tratta in poche parole, come ebbero a battezzarlo voci autorevoli della critica e della storiografia: di un socialismo letterario. Di un modo di scrivere e di fare letteratura calando il sipario dell’austerità, al punto di stravolgere la logica per cui la storia la fanno i vincitori e rendendo eroe ogni personaggio; si tratta quindi di una lettura drammaturgica che si inserisce in un quadro di scala sociale capovolto. Da qui il patriottismo come sentimento che unisce e non divide rendendo universale il più piccolo e ovvio gesto umano.

Si parla quindi di una rivoluzione che a mio avviso prende avvio con la stampa di Pinocchio nel 1883 dello scrittore Fiorentino Carlo Lorenzini e che prosegue nel 1886 con Cuore di Edmondo De Amicis per raggiungere il suo apice, spostandosi dalla narrativa alla poesia, con la edizione del 1891 di Myricae del poeta romagnolo Giovanni Pascoli (il vero innovatore della poesie italiana).

Ma vediamo in dettaglio la dinamica.

Il simbolismo per una certa parte di narrativa, almeno quella ispirata ad un pubblico bambino, che è forse quella più strumentalizzata per certi versi- ed è sufficiente pensare i romanzi per l’infanzia di certi autori sotto il periodo fascista, dove gli adolescenti vivevano eroiche vicende legate alla guerra- in Italia coincide con una sorta di patriottismo, almeno nella stagione prossima all’unità del paese e che compie una rivoluzione sul piano dei contenuti mai vista in precedenza: si ha lo svelamento del quotidiano.

Il bambino, l’adolescente, la persona comune si fanno protagonisti di vicende epiche, eroiche al punto di scombinarne la logica per cui sull’ordinario prevale un senso dello straordinario. Si tratta quindi uno svelamento, di un tentativo di successo di squarciare il velo dell’olimpo, di togliere il sipario consunto della letteratura classica e di fare ascendere su di uno stato completamente nuovo, rovesciato dal punto di vista antro-sociologico, i vinti e non più i vincitori. È il caso di Cuore del ligure Edmondo De Amicis in cui il corpo del romanzo dal punto di vista stilistico non è altro che una cronaca di un anno scolastico, dal semplice diario di un alunno del Piemonte savoiardo, intervallato da novelle di grande impatto emotivo.

Se nel diario la narrazione punta il proprio obiettivo sulle vicende quotidiane di una Italianetta tutta patriottica e monocorde, i racconti spezzano la monotonia e compiono nel loro insieme quella rivoluzione appena detta. Ragazzi della patria regia, giovinastri senza arte e ne parte diventano eroi, diventano straordinarie figure e simbolo di un sentimento universale. È il caso del Piccolo scrivano fiorentino, che di notte all’insaputa del padre, si mette alla scrivania del genitore portando a compimento i suoi lavori di ragioniere. Il ragazzo, l’umile giovane sanfredianino è oggetto quindi di una metamorfosi sociale e di ruolo; da umile figlio diventa il risolutore delle fatiche del padre, il salvatore della famiglia che, altrimenti, sarebbe in procinto di fallire.

Stessa sorte avviene per la piccola vedetta lombarda nel cui caso un ragazzotto di campagna si presta per spirito di cortesia a fare un favore a degli ufficiali dello stato italiano e salendo su di un albero per spiare gli austriaci – siamo durante il conflitto dell’impero Austroungarico- riceve una fucilata e muore. L’eroismo di questo personaggio è straordinario; in esso si riscontra l’amore non solo per le vicende politiche di un paese (non ancora nazione) ma una serie di sentimenti che non sono più relegabili o leggili da un solo piano prospettico. Stessa sorte si ha nella novella Sangue Romagnolo il cui protagonista Ferruccio difende fino a rimanerne colpito a morte la propria nonna dall’incursione dei ladri. Il discorso della valenza eroica dell’infanzia e del patriottismo nella narrativa per ragazzi di De Amicis prosegue con la novella di Gennaio del Tamburino Sardo storia in cui il bambino protagonista per amore del proprio reggimento perde una gamba.

Patriottismo, buon senso, sentimento per la famiglia ed il creato lo si ritrova in una logica del tutto sua nel Pinocchio di Carlo Collodi. Storia universale, che non ha bisogno di presentazioni, l’opera dello scrittore fiorentino stravolge ogni canone previsto della narrazione e muovendosi su di una sequenza spazio-temporale, allegorica e simbolista porta a mio avviso a termine l’apogeo del percorso “sovversivo” della letteratura simbolista in Italia. E per ovvie ragioni.
Collodi non solo si allinea in termini più poetici alle dinamiche del modus operandi del suo tempo ma compie un passo ulteriore; il raccontare per simboli, cioè per significanti permette lui di nascondere dietro l’ausilio della metafora altre realtà in apparenza scomode. L’allegoria in Lorenzini diventa scudo, il significante il passaporto per mondi sommersi. La figura stessa del burattino di legno che si incarna in un bambino ogni qualvolta fa il bravo, l’immagine di un povero falegname di paese, di un borgo sperduto nel Gran Ducato di Toscana, talmente povero da non potersi permettere neppure il fuoco in casa e che viene premiato dal divino con l’arrivo di un bambino non era stato detto sino ad allora, è cosa inedita.

Nell’opera delle opere, nel Pinocchio di Lorenzini attraverso la figura del burattino confluisce tutta l’intera cultura occidentale, dall’età socratica sino ai giorni dell’unità d’Italia; vi confluisce il cristianesimo – il burattino di legno ha un anima soggetta a metamorfosi proprio come Cristo, è oggetto di passione per un ricatto unanime-: infine vi approda l’idea della polis intesa in termini egeliani come la summa dello spiritualità di un popolo. Tutti aspetti che si evincono dagli altri personaggi dell’opera come il Gatto e la Volpe, la Fata dai capelli turchini (metafora di dio, di una divinità al femminile), Mangiafuoco (il burattinaio cui si nasconde l’immagine dello scrittore che, accantucciato dietro la teatrale immagine dell’uomo di spettacolini di marionette, sintetizza colui che tira le fila della favola stessa), sino ad arrivare a Lucignolo attorno al quale il romanzo pare realizzare a pieno la questione allegorica.

Lucignolo infatti, se scoviamo dietro i significanti, se apriamo il sipario di tale finzione, non è e non vuole rappresentare un semplice amico per Pinocchio, il ragazzaccio toscano che lo conduce al paese dei balocchi (esempio traslato di perdizione), ma un possibile compagno. Dietro quindi l’allegoria di questa amicizia nata tra i banchi di scuola si nasconde un amore omosessuale e perfetto: un amore-specchio in cui il protagonista Pinocchio si identifica nel corpo del compagno sino ad essere poi una unica persona. Per Lucignolo Pinocchio tocca il fondo della perdizione, arriva ad essere oggetto di una punizione e prima da parte delle autorità e dopo da parte di dio (la fata turchina) trasformandosi in un asino venduto per due scudi alla fiera del bestiame. Si tratta di un legame che solo attraverso l’uso della traslazione astratta del simbolismo si può ottenere visto i tempi, e che solo attraverso il nascondiglio dei significanti possiamo interpretare con il senno di poi.

Questa tipica impronta tetralogica non è da ritenersi scontata e per varie ragioni; in primo luogo, perché il simbolismo di una certa letteratura cancella ogni tradizione prestabilita e precedente e in secondo luogo, nell’età in cui tramonta il positivismo e quindi la scientificità nelle lettere – da qui il naturalismo di Zola e il verismo di Verga, il romanzo della stagione londinese di Dickens – il tempo del simbolismo in Italia permette di accedere alla modernità. Attraverso la nuova stagione la letteratura si fa oggetto di sperimentazioni inedite, di grandi atti di coraggio stilistico: si fa attentatrice della storia. E l’attentato e sul piano dello stile e sul piano del contenuto avviene nel 1891 quando Giovanni Pascoli dà alle stampe Mirycae.

L’avventura pascoliana non solo si trova al centro di questa stagione, non solo essa stessa è promotrice di una rivoluzione universale; non solo scardina le regole della poesia rendendole moderne; non solo ripristina certi archetipi per scompaginare una logica e servendosene come alibi per il suo armato ideologismo: Giovanni Pascoli con la poetica del Fanciullino canonizza le tematiche presenti nel suo tempo restituendo una dignità storica e al contempo sublime. In altre parole, il poeta romagnolo ricostruisce un mondo per sopperire alla civiltà precedente che aveva fallito; da umanista accoglie nelle proprie pagine tutti quegli esclusi dalla storia e ne fa non eroi, come nel caso di Collodi e De Amicis, come nel caso del Prati o del Carducci: ma uomini in quanto figli di un medesimo creato.

Il poeta diventa così cantore dell’universo e delle armonie del creato e non solo ha la capacità leopardiana di mirare il cielo ma ha il coraggio di scendere sulla terra e di raccogliere a sé tutti gli elementi per edificare una nuova drammaturgia della storia. Gli umili, i peccatori, i contadini popolano i versi del poeta come fossero Re Magi giunti al presepe del signore. L’idea della civiltà in Pascoli viene quindi a collimare con un senso tipico del proprio tempo ma applicata su di una dimensione georgica, paleo-industriale. Esperimento che sia in Myricae sia nei Primi Poemetti riesce a maturare sino ad inaugurare un nuovo filone della poesia in uno spirito europeista. Pascoli diventa la summa del simbolismo; il poeta maggiore della modernità. Per assurdo, cioè per paradosso in lui si sintetizzano tutti quegli aspetti che apriranno una nuova stagione europea, quello strano senso dello stare come riscatto della storia.

Un riscatto che il simbolismo come corrente e Pascoli nella poesia nello specifico e Collodi e De Amicis per la narrativa, ha esplicato edificando una nuova concezione umanista; una teatralizzazione del reale senza precedenti e di grande impatto emotivo. Un estetismo socialista, nel senso lato della parola, che fa dell’escluso la promessa e il protagonista di un’altra età la cui alba accenna orizzonti ancora tutti da esplorare.

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La Letteratura dell’infanzia in Italia è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Appunti per una tesi di laurea sul personaggio Nazi Super Soft https://www.carmillaonline.com/2018/02/17/appunti-tesi-laurea-sul-personaggio-nazi-super-soft/ Sat, 17 Feb 2018 02:45:03 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=43857 di Nico Sánchez* 

Nella sua unica apparizione nella serie Captain America, il personaggio di Nazi Super Soft è seduto in poltrona e legge un quotidiano. Le righe del giornale sono sostituite da linee rette. Ciò rende impossibile ricostruire l’argomento dell’articolo che Nazi Super Soft sta leggendo, ma la parte visibile del titolo (questa sì, scritta a caratteri cubitali) riporta le parole SHOCK TH.

Il resto appare coperto da un’ombreggiatura piuttosto stilizzata, probabilmente frettolosa.

 

SHOCK TH. Shock the Monkey? La citazione da Peter Gabriel sembra improbabile.

 

Nella sua unica apparizione nella serie [...]

Appunti per una tesi di laurea sul personaggio Nazi Super Soft è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Nico Sánchez* 

  1. Nella sua unica apparizione nella serie Captain America, il personaggio di Nazi Super Soft è seduto in poltrona e legge un quotidiano. Le righe del giornale sono sostituite da linee rette. Ciò rende impossibile ricostruire l’argomento dell’articolo che Nazi Super Soft sta leggendo, ma la parte visibile del titolo (questa sì, scritta a caratteri cubitali) riporta le parole SHOCK TH.

Il resto appare coperto da un’ombreggiatura piuttosto stilizzata, probabilmente frettolosa.

 

  1. SHOCK TH. Shock the Monkey? La citazione da Peter Gabriel sembra improbabile.

 

  1. Nella sua unica apparizione nella serie Captain America, il personaggio di Nazi Super Soft è seduto in poltrona e legge un quotidiano. È impossibile ricostruire l’argomento dell’articolo che Nazi Super Soft sta leggendo: inquadratura di quinta o campo medio? Si possono applicare queste categorie all’analisi del fumetto?

 

  1. S’intravvede un televisore in buzzing, sullo sfondo. BZZZ

 

  1. Nella sua unica apparizione nella serie Captain America, il personaggio di Nazi Super Soft è seduto in poltrona e legge un quotidiano. Le righe del giornale sono sostituite da linee rette: non è possibile ricostruire…

Riuscissi a scrivere questa prima parte del secondo capitolo per sole apocopi, potrei sentirmi anch’io come Queneau.

 

  1. Nella sua unica apparizione nella serie Captain America, il personaggio di Nazi Super Soft è seduto in poltrona e legge un quotidiano. Le righe del giornale sono sostituite da linee rette: non è possibile ricostruire l’argomento dell’articolo che Nazi Super Soft sta leggendo, ma la parte visibile del titolo (questa sì, scritta a caratteri cubitali) riporta le parole SHOCK TH.
    Il personaggio dice ad alta voce – forse è il caso di prestare attenzione a questo dato, poiché il balloon è incorniciato da un tratto pesantemente marcato, probabilmente intenzionale – Nazi Super Soft dice: “Ho combattuto la buona battaglia...”.

 

[…]

 

 

  1. Questa è facile, se hai una Bibbia in casa. Ed è strano, questo, di scrivere una tesi sul fumetto negli Stati Uniti, dagli anni Quaranta a oggi, ricorrendo ad una Bibbia nascosta da qualche parte in casa, tipo sotto il materasso.

Molto strano, o forse non così tanto; non è che me ne farò una colpa, ma di sicuro se non di questo sarà di qualcos’altro, e anzi certamente: me ne farò una colpa.

 

Trovo una scatola di Lexotan – vuota – sotto il materasso.

 

 […]

 

  1. 2Tm 4, 7: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede”.

 

[…]

 

  1. Provare a utilizzare la nozione di “dispositivo”, anche se non sembra aver nulla a che fare con il personaggio di NSS.

In alternativa, “biopolitica”.

 

[…]

 

  1. Prestare attenzione alla debolezza del tratto.

Il tratto è sempre debole, nei confronti di Nazi Super Soft, mentre riprende vigore altrove.

Prestare attenzione, di conseguenza, anche alla grafia degli appunti: NSS può trasformarsi in altre sigle a causa di una semplice indecisione della matita.

Inoltre, un tratto troppo leggero potrebbe ridurre NSS a una coppia di lettere.

  1. SS.

O entrambe?

 

Prestare estrema attenzione.

 

  1. Agamben. Foucault. Agamben. Foucault. Agamben. Žižek. (Importante: riequilibrare)

 

  1. Nella sua unica apparizione nella serie Captain America, il personaggio di Nazi Super Soft è seduto in poltrona e legge un quotidiano. Inquadratura di quinta – almeno parziale – campo medio – in buzzing – non mi ero ancora accorto che di Nazi Super Soft non si vede mai il volto.

Potrebbe essere il volto di chiunque.

 

[…]

 

  1. Agamben. Foucault. Agamben. Foucault. Lexotan. (Importante: riequilibrare)

 

  1. Scrivere una tesi di laurea può creare una forma di sottile disagio.

 

[…]

 

  1. L’analisi di Nazi Super Soft non permette di identificare alcun potenziale simbolico.

 

  1. L’analisi di Nazi Super Soft non permette di identificare alcun potenziale allegorico.

 

  1. La lettura politica del personaggio di Nazi Super Soft è ambigua.

 

[…]

 

  1. Ne deriva, per sillogismo, che la lettura politica di una tesi di laurea, che non ha alcun potenziale allegorico o simbolico, è ambigua.

 

[…]

 

  1. In The Secret Empire (2017), si legge che, in realtà, Captain America lavora per l’Hydra, l’organizzazione clandestina di ispirazione nazista da lui combattuta a lungo nelle serie precedenti. Nazi Super Soft non compare: nella sua unica apparizione nella serie Captain America, il personaggio di Nazi Super Soft è seduto in poltrona e legge un quotidiano. Le righe del giornale sono sostituite da linee rette, la parte del titolo visibile riporta le parole SHOCK TH. Il resto del titolo appare in ombra, come se vi fosse un’altra testa intenta a leggere il quotidiano: è visibile parte del naso e la curvatura della mascella, ma potrebbe trattarsi anche di un’idra.
    L’ombreggiatura, o anche la messa in ombra, pare frettolosa.

 

  1. Cospirazione… “Cospirazione” o “complotto”?

 

  1. Il mio relatore insiste sulla pochezza degli appunti presi finora, li intende di scarso valore teorico, mal argomentati, impossibili da trasformarsi in un lavoro scientificamente corretto. Mi invita a rivedere l’intero impianto teorico-metodologico del lavoro: “è importante riequilibrare, anche in senso politico, se vuol fare un buon lavoro” dice. “Se poi si vuole laureare in questa sessione…”

 

  1. Ad una conferenza organizzata per il mese prossimo dall’Università alla quale sono iscritto, il mio relatore terrà un intervento dal titolo: “Captain America. Note sulle trasformazioni e manipolazioni del dispositivo mortifero nell’era di Donald Trump”. Mi ha chiesto di assistere alla conferenza “per farmi un’idea più precisa di dove voglio andare a parare” – perché parla così, il mio relatore.

 

[…]

 

  1. “Ha di meglio da fare?” Silenzio. “Non dovrà mica andare a rinnovare il permesso di soggiorno?”. Silenzio. P

 

Perché parla anche così, il mio relatore.

 

[…]

 

  1. Nella sua unica apparizione nella serie Captain America, il personaggio di Nazi Super Soft è seduto in poltrona e legge un quotidiano. Le righe del giornale sono sostituite da linee rette, la parte del titolo visibile riporta le parole SHOCK TH. Il resto del titolo appare in ombra.

 

  1. SHOCK TH. Shock the Monkey? La citazione da Peter Gabriel sembra improbabile.

 

  1. Nella sua unica apparizione nella serie Captain America, il personaggio di Nazi Super Soft è seduto in poltrona e legge un quotidiano.  S’intravvede un televisore in buzzing sullo sfondo.

 

BZZZ è uno stile, in fondo, per sole apocopi.

 

  1. Nel giro di settant’anni, Captain America ha combattuto contro i nazisti, contro i comunisti, contro i terroristi, contro Captain America. Ha pianto in un angolo per il Watergate, ha pianto in un angolo per l’elezione di Obama. Non ha mai incontrato il personaggio di Nazi Super Soft, il cui volto potrebbe essere il volto chiunque, potrebbe essere chiunque…

 

BZZZ BZZZ.

SHOCK TH. BZZZ BZZZ BZZZ. SHOCK TH. TH. TH.

 

[…]

 

  1. Zang Zang Tumb Tumb…!

 

Questo mi dice qualcosa, ma non so cosa. Ed è strano, questo, di scrivere una tesi sul fumetto negli Stati Uniti, dagli anni Quaranta a oggi, ricorrendo al manuale di storia della letteratura del liceo, nascosto da qualche parte in casa, tipo sotto il materasso, per andarsi a rileggere qualcosa sui futuristi, e poi ricordarsi di tutti i problemi del liceo, di quando non dovevo andare ogni tot di tempo a rinnovare il permesso di soggiorno…

 

Essere iscritto a un corso di laurea non può essere un gioco che la vale, la candela.

 

[…]

 

  1. Pause. Ffwd. Pause. Play.

 

…Shock the Monkey?

*Nico Sánchez si occupa di fumetti statunitensi del secondo dopoguerra. È impegnato nella stesura di una serie di appunti che dovrebbero poi confluire nella sua tesi di laurea.

 

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La farcitura https://www.carmillaonline.com/2018/02/15/la-farcitura/ Thu, 15 Feb 2018 22:35:48 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=43805 di Diego Leandro Genna

Il magistrato De Angelis non ha più una vita privata. Proprio lui, paladino della legge ed eroe della giustizia, integerrimo e incorruttibile esempio di lotta alla criminalità, ha letteralmente perso la libertà. Chiuso tra aule bunker, sballottato da un tribunale all’altro in auto dai vetri oscurati e scortato giorno a notte nella sua casa, non può certo definirsi un uomo libero. Il magistrato De Angelis è costretto a nascondersi e a spostarsi segretamente, nemmeno fosse lui il ricercato o il boss latitante di turno. Succede spesso a [...]

La farcitura è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Diego Leandro Genna

Il magistrato De Angelis non ha più una vita privata. Proprio lui, paladino della legge ed eroe della giustizia, integerrimo e incorruttibile esempio di lotta alla criminalità, ha letteralmente perso la libertà. Chiuso tra aule bunker, sballottato da un tribunale all’altro in auto dai vetri oscurati e scortato giorno a notte nella sua casa, non può certo definirsi un uomo libero.
Il magistrato De Angelis è costretto a nascondersi e a spostarsi segretamente, nemmeno fosse lui il ricercato o il boss latitante di turno. Succede spesso a chi decide di combattere la criminalità organizzata, è la fine che tocca a tutti: la perdita -in un modo o nell’altro- della propria vita.
Il magistrato De Angelis è il classico esempio di chi si è dato per la causa. Per questo dovrebbe essergli riconoscente la collettività, poiché ne va della salute di tutti, e lui si è sacrificato per gli altri, e se adesso è costretto a vivere come un sorcio è a causa delle battaglie per scoprire, smascherare e smantellare lo sporco affare dei rifiuti tossici.
Il suo appellativo, “La Ruspa”, è legato, oltre che alla ferrea determinazione, al ruolo decisivo nelle inchieste per scavare a fondo e dissotterrare il sottosuolo di un racket incurante dell’ambiente, la salute e le generazioni future. De Angelis ha portato alla luce la pratica della “farcitura”, ha fatto arrestare politici, imprenditori, appaltatori e intere cosche che si arricchivano nascondendo sotto terra le peggiori varietà di rifiuti. Riempivano il territorio di porcherie industriali e chimiche, metalli pesanti, scorie radioattive e veleni vari, zitti-zitti, di nascosto, sempre con la solita tecnica. La farcitura. In breve, chi doveva costruire e aveva in mano un pezzo di terra si lasciava corrompere o ricattare da dei bravi signori che, poverini, si trovavano con questi rifiuti sul groppone, e chiedevano la clemenza di potersene sbarazzare occultandoli lontano dagli occhi dei cittadini. Se per caso c’era un cantiere, si stava costruendo un palazzo o qualsiasi cosa che prevedesse fondamenta e scavi, allora si presentavano questi individui e si facevano carico di riempire il suolo della costruzione in corso con una bella e ricca farcitura, poi si faceva la colata, si copriva il tutto, scompariva ogni traccia sotto un muto strato di cemento, ci si scambiava una bella stretta di mano con mazzette annesse, promesse di favori e protezione, ci si puliva la coscienza con assegni generosi e arrivederci, chi si è visto si è visto. La farcitura, quella massa mostruosa, nessuno l’avrebbe più rivista, tumulata per sempre, sotto il cemento e la reticenza, scomparsa, anzi, mai esistita. Nessuno doveva più saperne nulla. Orrore sepolto e bocche cucite.
A questo punto arrivava De Angelis, “La Ruspa” appunto, che fiutava il marcio e andava a indagare proprio in quelle aree farcite. È stato lui a scoprire l’enorme giro d’affari, a scoperchiare e denunciare tutto lo schifo che stagnava in pentola. Ha smascherato i colpevoli, messo sotto sequestro decine di beni immobili e cantieri. Le farciture emerse in tutta la regione hanno travolto la stampa e l’opinione pubblica. Ne è esploso un caso che ha coinvolto l’intero paese. E la vergogna ha fatto il giro del mondo.
La furia della Ruspa non ha risparmiato nessuno. Farciture pubbliche e private, dal complesso turistico alla cittadella dello sport, dai centri commerciali al polo universitario, e chissà che non siano state fatte farciture persino al camposanto. Nessuno se ne stupirebbe ormai. Al male, specie se mosso dal denaro, non c’è mai fine.
E tuttora si continua a scavare, spuntando rifiuti tossici qua e scorie radioattive là, scoprendo farciture in luoghi impensabili e svelando disastri sotto i piedi di tutti, mentre le pile di documenti, prove, atti e deposizioni nei processi s’innalzano come palazzi sui banchi della legge. Il tribunale è diventato un’azienda di macchine scavatrici, e gli avvocati squadre di demolitori.
Il magistrato De Angelis paga le conseguenze dirette, sulla sua vita privata e su quella dei suoi cari, di questo smottamento tellurico-giudiziario. Ha ricevuto minacce di ogni tipo, avvertimenti e intimidazioni, e con lui, in questo vortice di pericolosa giustizia è stata trascinata anche la sua famiglia.
Maria Pia, la moglie, è stanca di nascondersi, di vivere con la paura di un attentato, intrappolata in un timore indelebile, il pericolo dietro l’angolo, senza volto, sempre in agguato.
Maria Pia non ce la fa più, vorrebbe una vita come le altre, patisce, soffre e sta zitta, per amore del marito, per il bene dei figli. Ha imparato a convivere con il terrore, lei che non può nemmeno uscire da casa come le persone normali, fare la spesa o andare al teatro, e ha rinunciato a una vita sociale, amicizie, cene, viaggi, chiusa in casa, sempre controllata a vista da giovani militari, niente più che soldatini, forze ottuse di un ordine che si rivela in tutta la sua debolezza, ragazzi appena maggiorenni dentro divise anonime, che impugnano armi inutili e temono quanto lei la vendetta spavalda dei malfattori.
Però questa santa donna ha deciso che non può arrendersi così all’ingiustizia, rinunciare alla libertà, darla vinta ai nemici del marito e sottomettersi al male.
Ha deciso di riprendersi la sua vita e quella della sua famiglia.
Riscattarsi da coloro che li vorrebbero morti.
Maria Pia vuole smetterla di nascondersi e basta.

– Sei sicura?
– Certo che lo sono, ho già organizzato tutto.
– Ma lo sai com’è fatto, sarebbe capace di arrabbiarsi…
– Tuo fratello ha bisogno di staccare dal lavoro. È solo una festa di compleanno, i suoi sessant’anni! Gli farà bene una giornata in compagnia di un po’ di gente.
– Quanti saremo?
– Una trentina di invitati.
– E la sicurezza, hai pensato anche a quello?
– Certo, ci sarà la scorta, come sempre. Figurati! Senza quelli non muoviamo più un dito. Non ne posso più…
– È per il vostro bene,-
– Già… Ma è anche per questo che mi sono impuntata per la festa a sorpresa, così non ha modo di farmi desistere. Dobbiamo smetterla di nasconderci.
– E lui come verrà?
– Sarà il suo amico, l’avvocato Santoro, a condurlo alla villa. Inventerà una scusa, il bisogno di parlargli di cose importanti, questioni di lavoro. Saranno con l’auto del tribunale e le guardie del corpo. Dirà all’autista di condurli alla villa, cercando di non far capire nulla. Noi ci faremo trovare tutti là, ad accoglierlo con l’aperitivo, sarà tutto pronto, il buffet, le bevande, la musica e la torta. Lui dovrà pensare soltanto a godersi una giornata fra amici.
– Posso aiutarti in qualche modo?
– Non ce ne bisogno, grazie, ho pensato a tutto io. Ho già mandato il giardiniere, sai, non andandoci mai sarà un disastro. Per il catering mi sono affidata al Bar Eden, sono i migliori, arriverà tutto la mattina alle dieci. Ho già ordinato i fiori. Per la musica ci pensano i ragazzi. E poi la signora delle pulizie verrà a darmi una mano con i tavoli e le sedie. Fa come vuoi, vieni un po’ prima se preferisci, io sto dicendo a tutti di trovarci là per le dodici. Lui dovrebbe arrivare intorno all’una.
– Va bene, cercherò di arrivare prima per darti una mano.
– Porta anche i bambini!

Il magistrato De Angelis non amava trascorrere le vacanze in quella villa e cercava di andarci il meno possibile. Anni prima, nel bel mezzo della sua carriera, proprio quando cominciava a diventare l’eroe anti farcitura, era stato accusato per un abusivismo edilizio. Le foto della villa erano finite sui giornali. Niente di che. Una dependance costruita senza il regolare permesso. Faccenda da poco, ma che data in pasto ai cittadini aveva messo in imbarazzo il magistrato. Già, i cittadini! I primi a scagliare le pietre del giudizio, sempre pronti a criticare le travi altrui facendo finta di non vedere i propri scempi, costruiti abusivamente sulla spiaggia. Chi non possiede in casa qualche metro cubo, una finestra o una tettoia non dichiarata?
I nemici di De Angelis volevano screditare e infangare la reputazione del magistrato con una bazzecola del genere, che peraltro risaliva ai vecchi padroni della villa e che lui si era dimenticato di sanare. Tuttavia, per uno come De Angelis era un neo, un punto debole nella condotta ineccepibile della sua vita, una pecca che non aveva di certo fermato la Ruspa ma che stagnava in un vago rancore nei confronti di quel bene immobile con vista mare.
Solo il pensiero della villa lo metteva di cattivo umore.
Tuttavia quel giorno del suo sessantesimo compleanno il magistrato gioì per la sorpresa, contento di trovare inaspettatamente la villa piena di amici, la famiglia riunita, i parenti e i nipoti che non vedeva mai, il giardino così curato, i tavoli con gli aperitivi, tartine e salatini; i camerieri che giravano con i vassoi pieni di calici, i bambini che giocavano tra le piante, i colleghi sorridenti, la villa immersa in una cascata di luce, il mare che brillava oltre le siepi, le composizioni di fiori e la musica di sottofondo, swing e be-bop, la sua musica preferita. Fu felice nel ricevere gli auguri e tutti quei regali, scartarli uno per uno e rallegrarsi per il contenuto anche quando non era proprio di suo gradimento, fu felice di trascorrere una giornata come una persona normale, festeggiando in compagnia, bevendo e scherzando, dimenticandosi delle inchieste e i processi, e per un attimo pensò che ne aveva piene le scatole di questa storia delle farciture.
Fece un brindisi alla salute di tutti i presenti e quando fu il momento della torta anche i suoi nemici si accorsero che era felice. Si erano organizzati per fargli il più grandioso dei regali e trepidavano dietro lo schermo di una microcamera piazzata tra la panna e le fragole della torta a tre livelli. Sì, lo videro bene in faccia. Era proprio felice.
Di fronte alla torta – bellissima, senza dubbio -, accerchiato da tutti gli invitati intonanti la canzoncina di rito, il magistrato De Angelis s’inclinò per soffiare e spegnere le candele.
In quel preciso istante fu schiacciato il pulsante.
I soliti nemici, fedeli da sempre, fuori dalla villa ed esclusi dalla festa, così premurosi da adoperarsi in tutti i modi per rendere indimenticabile quel giorno.
I cari vecchi nemici che avevano seguito ogni passo dell’organizzazione, spiato i movimenti della moglie, ascoltato le sue telefonate, ed erano stati capaci di penetrare nei retroscena della festa, nel laboratorio di pasticceria, con infiltrati e complici, pali e spie, camerieri e cuochi.
E infine, sorpresa nella sorpresa, erano riusciti a imbottire la torta con una farcitura degna dell’occasione.

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Autogestione versus homo oeconomicus https://www.carmillaonline.com/2018/02/15/autogestione-versus-homo-oeconomicus/ Wed, 14 Feb 2018 23:01:25 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=43658 di Sandro Moiso

Guido Candela – Antonio Senta, La pratica dell’autogestione, Elèuthera 2017, pp. 224, € 16,00

Nei primi giorni di febbraio, Wall Street (quella che potremmo definire ancora come la Borsa di riferimento a livello mondiale) ha perso in sole due sedute 1.700 punti. Nella prima seduta la Borsa è arrivata a perdere il 6 per cento e 1.500 punti in pochi minuti, in quello che, secondo gli esperti di Market Watch, potrebbe essere il peggior calo giornaliero di sempre per la Borsa americana. In un periodo di apparente tranquillità e [...]

Autogestione versus homo oeconomicus è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Sandro Moiso

Guido Candela – Antonio Senta, La pratica dell’autogestione, Elèuthera 2017, pp. 224, € 16,00

Nei primi giorni di febbraio, Wall Street (quella che potremmo definire ancora come la Borsa di riferimento a livello mondiale) ha perso in sole due sedute 1.700 punti. Nella prima seduta la Borsa è arrivata a perdere il 6 per cento e 1.500 punti in pochi minuti, in quello che, secondo gli esperti di Market Watch, potrebbe essere il peggior calo giornaliero di sempre per la Borsa americana.
In un periodo di apparente tranquillità e crescita del mercato azionario, ma sostanzialmente turbolento in termini di investimenti e speculazioni, ciò potrebbe costituire un effetto non del tutto imprevisto e non così catastrofico.

Quello che colpisce, però, in questo caso è l’unanimità con cui tutti i commentatori economici, gli analisti finanziari ed esperti di vario genere, hanno messo al primo posto tra le cause dell’improvvisa caduta degli indici di borsa e dei valori azionari l’inflazione salariale risalita ai massimi da gennaio 2014, seguita dal timore di una nuova stretta della Fed sui tassi di interesse a marzo. Inflazione salariale ovvero aumento, spesso ancora soltanto previsto, dei salari.

Uno strano paradosso in base al quale se l’economia “va bene” il mercato azionario scende. Secondo Josh Barro: “Siccome l’economia sta migliorando e le imprese si stanno espandendo, la maggiore capacità produttiva porterà a un taglio dei prezzi per mantenere i propri clienti. E come conseguenza si dovranno pagare ai lavoratori salari più alti per gestire questa maggiore produzione.
Questa maggiore concorrenza per lavoratori e clienti significa prezzi più bassi, salari più alti e minori profitti per le aziende “.1

E’ davvero la prima volta in cui, in tanti anni di attenzione all’andamento economico dell’attuale modo di produzione, mi capita di vedere così spudoratamente dichiarato qual è il vero motore di ogni intrapresa economica e quale il suo avversario più indesiderato: profitto individuale (o di impresa) da una parte e miglioramento delle condizioni economiche di una parte consistente della società dall’altra. In altri termini l’interesse dell’1% contro quello del 99%. Anche se, è evidente, è l’implacabile forbice tra salari e profitti a ridisegnare ogni volta, e anche solo in prospettiva, il conflitto sociale. In altre parole lavoro salariato versus capitale.

Le “spontanee dichiarazioni” appena citate dimostrano la spudoratezza raggiunta negli ultimi anni dai rappresentanti politici, mediatici ed economici degli interessi del capitale di cui, pur rimanendo semplici funzioni, danno per scontato il predominio degli interessi e dei profitti su quelli della rimanente, e maggioritaria, umanità. Salariata o meno, occupata o meno. Arroganza che raggiunge, proprio qui in Italia, il suo massimo in alcune pubblicità per l’iscrizione ad alcuni licei, là dove si dovrebbe iniziare a formare la futura classe dirigente, in cui le scuole superiori si vantano, sul sito del Ministero della Pubblica (?) Istruzione, così: “Qui niente poveri né disabili né immigrati”.2

Per aggiungere poi al danno anche la beffa, però, occorre segnalare che nella realtà, come ha scritto Maurizio Ricci :

“L’82 per cento dei lavoratori americani continua a non vedere, ormai da due anni, la busta paga gonfiarsi di colpo. I salari di questi lavoratori, mese dopo mese, aumentano ad un ritmo che è la metà di quello registrato prima della crisi: 2 contro 4 per cento.
A fare saltare verso l’alto, a gennaio, la massa totale dei salari è bastato quello che si sono messi in tasca non i lavoratori in generale, ma manager e dirigenti. Il Wall Street Journal calcola che gli stipendi della fascia più alta di dipendenti sono aumentati, nell’arco del 2017, del 5 per cento. Lo 0,8 per cento in più solo a gennaio. Quanto basta per rinfocolare le polemiche sulla crescente ineguaglianza dei redditi.
Ma, forse, neanche di tutti i dirigenti. Scavando più a fondo, il Financial Times conclude che l’effetto busta paga di gennaio è, in buona misura, il risultato dei bonus generosamente distribuiti, a fine anno, nel settore finanziario. Al quotidiano della City non sfugge l’ironia della situazione: lo scossone in Borsa scatenato dagli operatori per il timore dell’inflazione è il risultato diretto dei generosi bonus che gli stessi operatori hanno intascato per aver cavalcato, nei mesi precedenti, il frenetico boom generato dall’assenza di inflazione”.3

Diventa così particolarmente interessante, se non addirittura necessaria, la lettura del testo pubblicato, pochi mesi or sono, da Elèuthera che pone al centro dell’attenzione il conflitto tra gli interessi egoistici dell’homo oeconomicus, così almeno come i teorici di vari modelli economici vogliono prefigurare il tratto distintivo dell’agire umano, e quelli della società nel suo insieme. Nel fare questo gli autori non possono naturalmente limitarsi agli aspetti economici dei rapporti intessuti all’interno della società per cui una parte significativa del testo, dichiaratamente di ispirazione anarchica, affronta anche i rapporti di potere e di organizzazione che si affiancano ai primi, giungendo ad una radicale critica dello Stato, in tutte le sue possibili forme.

Rovesciando la logica dell’”io” (dell’interesse egoistico individuale) in quella del “noi” (dell’interesse comune razionalmente gestito), gli autori oppongono all’homo oeconomicus l’homo reciprocans, scegliendo una delle definizioni che si danno all’interno della letteratura economica alternativa. Letteratura economica alternativa che, al contrario di quanto si potrebbe pensare, non appartiene soltanto al circuito dell’antagonismo, ma si manifesta in un gran numero di riviste, anche “istituzionali”, che vanno dal Journal of Behavioral and Experimental Economics (derivato dalle ricerche pubblicate agli inizi degli anni Settanta del XX secolo nel volume Research in Experimental Economics, a cura di Vernon L. Smith, e da quelli successivi pubblicati nella stessa collana) fino all’American Economic Review e a Nature e Science. A riprova dell’attenzione che anche il mondo accademico dimostra nei confronti di tutti i “possibili” comportamenti all’interno di una gestione delle risorse economiche e produttive considerata troppo spesso come univoca e scontata.

“L’economia sperimentale consente di investigare il comportamento umano in date condizioni simulate in cui avviene l’interazione tra due o più controparti: fra le molte situazioni su cui si indaga – la motivazione delle scelte, la definizione delle preferenze e perfino le questioni di ordine morale – vi sono anche quelle dell’altruismo e della volontà di cooperazione. La metodologia sperimentale fa riferimento appunto a esperimenti che realizzati in laboratorio riproducono degli scenari, quindi problemi in versione semplificata e in condizioni controllate. Sulla coerenza, adeguatezza ed efficacia degli esperimenti in economia […] vi sono dubbi e cautele, sostanzialmente non diversi da quelli che si avanzano nei confronti della ricerca sperimentale nelle scienze dure, riconducibili alla difficoltà di isolare le cause in laboratorio. Per l’economia si aggiungono altre e proprie difficoltà, alla pari di quanto avviene con le altre scienze sociali, imputabili alla non spontaneità del contesto umano”4

Il testo così indaga, in particolare nel quarto capitolo attraverso l’uso della teoria dei giochi applicata in tali contesti sperimentali, e comprova l’effettiva razionalità e i benefici derivanti dal comportamento dell’homo reciprocans, in opposizione alle teorie economiche dominanti che si ostinano a ritenere razionali soltanto i comportamenti collegati all’egoismo individuale. Giungendo così, ma tale considerazione è qui soltanto una semplificazione dovuta alla necessità di condensare in poche righe un discorso altrimenti ben più complesso, a definire un’”autogestione” delle risorse economiche che può liberamente manifestarsi soltanto all’interno di un modello in cui sia completamente assente lo Stato ovvero quell’insieme di rapporti di potere e di dominio che intervengono pesantemente nella definizione della normalità dell’agire economico basato esclusivamente sull’interesse individuale.

Nella forma-Stato odierna:

“Ogni barriera è crollata, ogni maschera caduta. Il government si dispiega nella sua potenza per mezzo di gruppi trasversali di potere, corporations, eserciti transnazionali, milizie private, agenzie finanziarie, climatiche, sanitarie.
Gli zapatisti dicono che l’idra capitalista ha perso alcune teste: lo Stato nazionale,il mercato interno, la politica classica, le frontiere nazionali, le classi politi che locali, la piccola e media impresa. Ne ha guadagnate altre però, tra cui quelle del consumo e dei poteri finanziari transnazionali con cui oggi le entità statali sono indebitate per alte percentuali del loro prodotto intero lordo. Il capitalismo non si è fatto più solo modo di produzione ma modo di vita.
La trasformazione dello Stato è data da una parte da una sua degenerazione, dalla perdita cioè delle sue caratteristiche di legittimità e costituzionalità così come delle sue prerogative di regolazione e garanzia, e dall’altra da un suo aumento di potenza, uno strabordare delle modalità coercitive pronte a invadere sfere prima non regolate gerarchicamente. Al ritirarsi dello Stato regolatore, garante e costituzionale fa da contraltare l’accrescimento dello Stato come dominio e government, che guadagna a sé spazi attraverso un meccanismo di accumulazione e per mezzo di attori anche formalmente non statali che occupano mercati «incivili». Il terzo datore di lavoro al mondo, dopo Wal-Mart e Foxconn, è la britannica Group 4 Security (G4S), corporation che sviluppa tecniche di controllo dell’ordine pubblico e di repressione del dissenso negli Stati Uniti e nel Medio Oriente e alla quale è appaltata la costruzione di recinzioni e muri (tra Messico e Stati Uniti, tra Cisgiordania e Israele), carceri private, scuole-blindate, centri di detenzione per migranti, così come la loro deportazione.”5

“L’autogestione, con le sue pratiche di organizzazione orizzontale di gruppi sociali, è chiamata così ad opporsi ai molteplici piani del government che, slegati da qualsiasi legittimità democratica, dominano progressivamente la vita sociale, secondo modalità transnazionali gerarchiche, oppressive e falsificanti. Lo fa dando spazio e consistenza a una volontà di libertà in grado di creare forme più o meno durature di organizzazione sociale, solidali, orizzontali e «acefale», che si oppongono alla ricerca esclusiva dell’interesse personale, alla sublimazione della competizione, all’assoggettamento psichico e fisico, in definitiva al dominio.”6

Soprattutto

“trasforma tutta la vita e i suoi ritmi: richiede infatti impegno e tempo quotidiani. Ma non è totalitaria. Non limita cioè il pluralismo e la possibilità di dissenso, tanto più che si occupa di porzioni, o settori, di società (al plurale), realizzando quanto le è possibile qui e ora, evitando accuratamente di provare a imporsi come modello che debba essere accettato da tutti. Non fa opera di colonizzazione.”7

I network economici e mediatici, il dominio delle agenzie finanziarie e delle banche, delle milizie privatizzate e delle compagnie energetiche potrà essere messo in discussione, pertanto, non dal risorgere dello Stato nazionale e dei suoi (orrendi) confini, ma soltanto dal dispiegarsi di una miriade di comunità libere, autogestite e confederate tra di loro nel pieno rispetto delle proprie autonomie. Autentiche macchie di leopardo distribuite su una tavola dal colore potenzialmente unico che, come tarli di libertà e uguaglianza sono destinate a corroderla e a farla crollare, insieme alle fasulle discipline economiche spacciate per scientifiche che ne sostengono e giustificano gli orientamenti repressivi . Come tante esperienze recenti, dal Chiapas al Rojava e dalla Val di Susa a Notre-Dame –des-Landes, hanno iniziato a fare.

Naturalmente il testo di Guido Candela, già docente di Politica economica e attuale professore Alma Mater nel Dipartimento di Scienze economiche dell’Università di Bologna e Rimini, e Antonio Senta, ricercatore presso il Dipartimento di studi umanistici dell’Università di Trieste e membro del comitato scientifico dell’Archivio Famiglia Berneri-Chessa di Reggio Emilia, amplia ancora moltissimo gli argomenti fin qui trattati e molti altri ancora ne propone, e proprio per tale motivo si pone come un testo di grande interesse anche per tutti coloro, come il sottoscritto, che non professano esclusivamente la fede anarchica.


  1. cfr. https://it.businessinsider.com/tre-spiegazioni-per-il-piu-grande-crollo-di-wall-street-in-termini-di-punti/ ma si veda anche https://it.businessinsider.com/tre-spiegazioni-per-il-piu-grande-crollo-di-wall-street-in-termini-di-punti/ e Massimo Gaggi, Lo sconto fiscale di Trump, l’aumento dei salari e quell’effetto boomerang, Corriere della sera 7 febbraio 2018  

  2. cfr. Repubblica.it, News del 7 febbraio 2018  

  3. Su Repubblica.it, Eurobarometro: L’illusione dei salari in crescita: tanto rumore, poca sostanza in busta paga, 10 febbraio 2018  

  4. Candela e Senta, La pratica dell’autogestione, pag. 81  

  5. op.cit. pp. 70-71  

  6. pp.71-72  

  7. pp. 68-69  

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