Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Fri, 03 Jul 2020 21:09:16 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.15 Un altro Truman Show https://www.carmillaonline.com/2020/07/03/un-altro-truman-show/ Fri, 03 Jul 2020 21:09:16 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=61122 di Franco Pezzini

Les Edgerton, The Rapist, ed. orig. 2013, prefaz. di Cortright McMeel, trad. di Annarita Guarnieri, pp. 116, € 14, Meridiano Zero, Città di Castello PG 2019.

«Cosa mi dici dell’umanità? Non ti interessano i tuoi simili?»

Lo fisso. Parla sul serio?

«I miei simili? Vuoi dire quelle creature il cui solo scopo nell’esistenza è quello di trangugiare una quantità sempre maggiore delle nostre risorse naturali? O di alimentare il loro enorme ego nel nome del “sapere”? Quell’umanità? Stai scherzando, vero?»

 

Les Edgerton è un signore texano vissuto a lungo [...]

Un altro Truman Show è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Franco Pezzini

Les Edgerton, The Rapist, ed. orig. 2013, prefaz. di Cortright McMeel, trad. di Annarita Guarnieri, pp. 116, € 14, Meridiano Zero, Città di Castello PG 2019.

«Cosa mi dici dell’umanità? Non ti interessano i tuoi simili?»

Lo fisso. Parla sul serio?

«I miei simili? Vuoi dire quelle creature il cui solo scopo nell’esistenza è quello di trangugiare una quantità sempre maggiore delle nostre risorse naturali? O di alimentare il loro enorme ego nel nome del “sapere”? Quell’umanità? Stai scherzando, vero?»

 

Les Edgerton è un signore texano vissuto a lungo in Indiana, muscoloso, calvo, con baffoni bianchi. Un’aria da duro. E in effetti prima di diventare scrittore, ha fatto di tutto: ha lavorato nella Marina degli Stati Uniti, si è beccato qualche anno di galera per furto con scasso di secondo grado, all’uscita si è illustrato all’Università dell’Indiana, ha spacciato (e usato) droghe ma anche assicurazioni per la vita, lavorato come bodyguard per anziane madame ricche, poi anche in televisione, nel cinema, come giornalista sportivo eccetera. Matrimoni, come prevedibile, vari – forse non quanti i tipi di lavoro. Insomma una vita vivace, che a un certo punto ha trovato la rispettabilità (quella che non spinge gli ospiti, sogghigna, a far la conta dell’argenteria quando esci da casa loro) attraverso la scrittura, diciannove titoli tra romanzi e saggi sulla tecnica della narrazione.

E che questo signore sappia scrivere – e prima ancora leggere, perché è chiaro che si tratta di un lettore forte – lo mostra The Rapist, un romanzo molto bello e molto strano che mixa e sovverte in modo radicale L’ultimo giorno di un condannato a morte di Victor Hugo (1829), Memorie dal sottosuolo di Dostoevskij (1864), Accadde al ponte di Owl Creek di Ambrose Bierce (1890) e un mezzo scaffale di altre opere di varia nobiltà. L’efficacia è forte, Edgerton trascina dentro la storia che corre fino all’ultima pagina. Ma una prima caratteristica che spiazza è che l’insieme non segue generi o percorsi narrativi noti: non è un thriller giudiziario né un noir né un romanzo carcerario, né né né… e soprattutto non ti immagini dove ti porterà a distanza di mezza pagina. E tantomeno alla fine, una conclusione del tutto inattesa che pare ammiccare a certe storie popolari dal guizzo malizioso finale – i fumetti neri di Stan Lee, per dire – ma con ben altra solidità narrativa. Lo scrittore ed editore Cortright McMeel nell’introduzione avverte:

 

Credo che The Rapist sia il tour de force di Les Edgerton in mezzo ai suoi molti altri meravigliosi romanzi noir. Forse si cercherà di classificare e intellettualizzare questo libro. Considerando i suoi temi esistenziali e il tono a volte nichilistico di Truman [il protagonista narrante], potrebbe insorgere la tentazione di paragonarlo a Lo straniero di Camus o a qualche opera teatrale di Sartre, ma vi vorrei mettere in guardia dal farlo. Con la sua forza esplosiva, la sua furia indignata, la sua rabbia verso l’istituzionalizzazione, la sua violenza ribollente vista tanto in una dettagliata gangbang quanto in uno stupro, esso è – perversamente ma intrinsecamente – un’opera di fiction americana, sfacciata e petulante come un cowboy che varca la porta basculante di un saloon, sicura di sé nella sua imparagonabile individualità come un vanaglorioso Charlie Manson e pervasa di una rabbia pura e di una furia indignata del genere che si può trovare solo negli Stati Uniti d’America, la Terra delle Opportunità, dove si abbraccia la democrazia ma a dominare sono la volontà di potenza nietzschiana e il Might Is Right (ovvero “il diritto deriva dal potere”) di Ragnar Redbeard.

 

L’editore italiano ha scelto di tenere il titolo originale con la sua fredda alienità, ma potremmo tradurlo semplicemente Lo stupratore: ed è appunto per uno stupro con omicidio che il narrante quarantaquattrenne Truman Ferris Pinter si trova in galera, condannato a morte e in attesa del capestro. Fin qui tutto chiaro, come sul fatto che il Nostro sia un sociopatico grave, spocchioso fino all’intollerabilità, dotato per nostra fortuna di un certo humour ma sicuramente non tale da attrarre eccessive simpatie.

Eppure, di nuovo, Edgerton ci spiazza, perché qualsiasi tipo di approccio – rigorista o buonista, e tutte le posizioni intermedie – va in crisi alla voce dell’outsider Truman: lo troviamo orrendo, ogni volta che crediamo di comprenderlo riesce a strapparci il terreno sotto i piedi per l’inaccettabilità di una certa logica, ma poi ogni volta ripropone un nuovo motivo per confondere le tranquillizzanti distanze che vorremmo mettere tra lui e noi. Per renderci impossibile dimenticare che appartiene alla nostra umanità e che qualche volta il suo sguardo – quello che nella copertina italiana si svela come un sesso dietro una zip – coglie dimensioni che ci fanno pensare.

È un ex-bambino morbosamente soffocato nell’infanzia da una madre appiccicosa (“la associo a cose appiccicose, come lo sciroppo di mais o quella pasta bianca per cancellare che ci davano a scuola e che a volte mordicchiavamo per il suo sapore simile a quello del pane”) e ingombrante: candidato a una serie di turbe – di delitto pare ne abbia commesso anche un altro, nel passato, sempre in un contesto malsano – ancora nel braccio della morte abbina a un approccio fantasiosamente infantile una straniante dignità.

È un benestante di piccolo cabotaggio il cui relativo benessere economico – vive con una piccola rendita – è divenuto motivo di invidiosa marginalizzazione al paese, in una provincia americana cattiva e ipocrita.

È un classico represso sessuale, che esplode quando arriva una provocazione – di qui il delitto – ed è un ideale cattivo esempio: un tipo che ancora nell’ultima cella resta a baloccarsi tra uno storytelling di sprezzo di tutto il resto del mondo, di rancorosa pretesa superiorità, e la compulsiva necessità di dimostrare a quel mondo qualcosa…

Si definisce gentiluomo e “democratico – con la d minuscola” ed è dotato di buona cultura: conosce non solo un po’ di Omero, Eschilo, Thoreau e – per dire – i sonetti di Andrew Marvell, ma è in grado di recare nel suo monologo-arringa una serie di critiche non banali e non sempre infondate alla morale corrente, per quanto poi infarcite di commenti spiacevoli e nell’ambito di un discorso eticamente inaccettabile. Certe sferzate di questo show di Truman alla società americana restano in ogni caso esemplari.

Il nostro imbarazzo di fronte a Truman aumenta poi considerando come il suo delitto abbia dettagli particolarmente odiosi. Greta Carlisle, fuggita dopo essere stata picchiata e stuprata, è caduta nel fiume, e lui ha scelto per dispettosa noncuranza di lasciarvela morire. È vero che mentre lui si trovava tranquillo a pescare, Greta era andata a insultarlo con toni di volgare cattiveria (o almeno questo è il punto di vista di Truman, su tale distinguo dovremo tornare): la notte prima lui stava passando in bicicletta nel bosco fuori paese e ha avuto la discutibile idea di fermarsi a occhieggiare Greta, intenta a un’orgetta in situ con tre uomini. Ma l’autore non può essere accusato di equivoca simpatia per il rapist né di aver “giustificato” l’ingiustificabile – tanto più che la scena della violenza, cruda e goffa, è del tutto priva di compiacimenti equivoci. Più semplicemente il quadro complessivo di un certo mondo provinciale è sordido: la stessa supponenza di Truman, la logica del “Feci quello che avrebbe fatto qualsiasi uomo onesto” (cioè, nel caso specifico, rimettersi a pescare dopo il fatto, ignorando la sorte di Greta o piuttosto non ignorandola), presenta in fondo gli stessi stigmi di moralismo autogiustificativo della società degli onesti che godutissima lo condanna alla pena capitale, lo lascia violentare da un altro detenuto, lo sottopone a gratuite vessazioni ancora nel braccio della morte e si appresterebbe a fargli la festa.

Insomma, non si tratta del solito apologo – in fondo tranquillizzante, magari pietistico – dell’uomo che sbaglia e della società che l’ha portato a sbagliare: Edgerton ci precipita in un loop in cui comprensione, ripugnanza, rabbia, disagio si incalzano continuamente, ferocemente. E persino la chiave di un male come miseria, tanto più umana quanto meno vuol esserlo, finisce con lo zoppicare. Questo l’inizio del suo show:

 

Lasciate che vi dica chi occupa questa cella di prigione. Perfido, il suo nome è Perfidia. Il suo nome è Bugiardo, Blasfemo, Profanatore della Verità, Lingua Marcia. Giace in pari misura con tutti i membri della congregazione e a ciascuno dice che è il suo amante, mentre già passa al successivo nel suo incessante consumare anime.

 

Un monologo da attore, col Nostro che appare come da una scena buia e annuncia la propria verità: e badiamo ai titoli che si attribuisce. Per i lettori di un’America nata con la Bibbia in mano, sostenere di essere il Mentitore è immediatamente riconoscibile come griffe demoniaca, anticristica; poche righe dopo Truman si definisce “figlio di Moloch” e in cella leggerà I demoni. Un uomo insomma coperto di nomi blasfemi come la bestia che regge la Meretrice di Babilonia, portatore di tutti i mali del mondo. Si può liquidare tutto come enfasi, ma alla luce del provocatorio finale che apre ulteriori soluzioni (“Forse, dopo aver letto questo resoconto, giungerete a una diversa conclusione riguardo a chi sono, o forse no…”) potremmo dover rileggere tutto il romanzo. A farla breve, Edgerton ci caccia in un bel pasticcio, e non è il caso di spoilerare.

Possiamo però parlare un po’ più puntualmente della trama: The Rapist non è un romanzo carcerario anzitutto perché per una generosa parte del testo Truman riesce a star fuori da quelle mura, immerso nel passato o nel futuro – compreso quello virtualmente post mortem. A spalancarsi davanti al lettore è in effetti – potremmo dire – l’intero, vertiginoso repertorio di possibilità che nei millenni l’uomo ha potuto immaginare, temere o sperare per la propria sorte ultima: tra speculazioni teoriche ed esperienze visionarie (deliri, intuizioni, rivelazioni?), Truman queste dimensioni le attraversa tutte, in una straniante odissea pneumatica. Reincarnazioni (“Forse veniamo riportati in vita sotto forma di zanzare, cosa che di certo spiegherebbe come mai ce ne sono così tante”), riduzioni a cellule, fluttuazioni del corpo astrale, diaspore tra multiversi…

Una chiave – parziale, imperfetta – potrebbe essere il definire The Rapist un romanzo sul tempo. Coronato dal dittico di John Donne “Passato, presente e futuro coesistono nello stesso tempo, / come dimostrato dai nostri sogni”, il lungo monologo di Truman è in effetti articolato in tre capitoli, Il Presente, Il Passato, Il Futuro.

Il Presente parla del braccio della morte, della situazione che vi ha portato Truman (apprendiamo la verità poco per volta), del suo rapporto col mondo ma anche della sua rivelazione di essere stato capace, in giovane età, di sollevarsi nell’aria: sia volando in senso vero e proprio, sia staccandosi dal corpo e librandosi su di esso. È davvero convinto di possedere simili capacità? O la sua misantropia ha preso la china del delirio? O piuttosto mente a se stesso, per costruirsi una realtà alternativa protetta? E in tal caso quanto di ciò che abbiamo ascoltato finora appartiene al dominio dell’illusione o della menzogna? Certo, in questo Presente c’è anche molto passato e persino futuro, che noi sentiamo narrato dall’attore monologante in scena: diciamo che qui il personaggio si confronta con il senso del suo presente. Compreso quanto riguarda la decisione polemica di sfuggire all’esecuzione volando via, come volava un tempo, ma per poi tornare a costituirsi: un segno di sprezzo che non cura neppure la dimensione autoconservativa.

E il primo capitolo termina appunto con un’ultima esercitazione notturna, introducendo al secondo, Il Passato, e all’esperienza del Nostro in volo sul pianeta. Qualcosa che lo porta indietro, ai rapporti a volte drammatici in famiglia, ad altre vicende traumatiche vissute o forse no (un attacco di elicotteri col napalm: il Vietnam?), alle domande sul suo status (perché non vede altri spettri come lui?) in una serie di esperienze psichiche e riflessioni filosofiche che sarebbe sciagurato ridurre a un riassunto. Fino all’incontro, davanti a una scacchiera, con il vecchio dagli occhi rosa che per approssimazione teologica potremmo definire demiurgo. Interessa poco che esista sul serio o costituisca una mera istanza interiore: si presenta come un gestore della matassa degli eventi e provoca Truman, svelandogli realtà sulla sua vita che consciamente non ha mai accettato. Fino a spiegare al Nostro, che pretende di brandire la logica contro la stupidità del mondo:

 

«Truman, credo che la tua “logica” ti abbia fuorviato, e penso che lo imparerai. Spero che tu lo faccia. Non credo che saresti davvero felice di essere un granello di sabbia o una macchiolina d’inchiostro, e che in realtà tu sia soltanto pieno di rabbia. E questo è sconcertante, perché per quanto ne so nessuno ti ha mai fatto del male.»

 

La provocazione è forte (il corsivo è mio) perché da quanto sappiamo – o crediamo di sapere – il passato col padre è stato anche un passato di violenza, e di violenze dall’ambiente Truman sembra averne subite eccome: perché il vecchio non se ne rende conto? È perché il Nostro, nella sua deriva sociopatica, si è inventato quelle vessazioni e in sostanza finora ha mentito? O perché il vecchio (come emergerà nella terza parte), dal proprio punto di osservazione nel futuro non gode di agevole visione di tutti i nessi causali? Oppure sta solo – appunto – provocandolo, e con successo a giudicare dalla reazione di Truman (“Mi credi uno di quegli organismi senza cervello che spendono la vita reagendo agli stimoli? Mia madre mi picchiava, quindi io picchio mia moglie e i miei figli? Mi ritieni quel genere d’idiota senza cervello?”): forse il vecchio intende spingerlo a un’autonomia di scelte, a non subire passivamente – come Truman sembra fare, persino con quella fuga sterilmente dimostrativa – un destino da frustrato. Ma il senso potrebbe essere molto più semplice, che cioè esistono passati diversi, anche solo perché non riusciamo a ricostruire quello giusto: li percepiamo come un intero ventaglio di possibilità, puntini che siamo noi a dover collegare con linee rette attraverso un ordine che resta dubbio – e così quel passato opinabile entra nella costruzione del nostro futuro. A questo punto comprendiamo che l’oggetto del capitolo non è tanto il passato in sé quanto il senso del passato: e termina con Truman che si prepara al volo.

Il terzo capitolo, Il Futuro – inteso, ormai ci è chiaro, come senso del medesimo – inizia così con i preparativi del Nostro per il giorno fatale, l’evasione in volo… e qui ha senso fermare il riassunto.

Un romanzo dunque sul tempo, sul senso del tempo: quel tempo – memoria/coscienza – che apprendiamo andrebbe percepito non come un filo ma come un cappio (forma che si sarebbe tentati di interpretare come suggerita dalla psiche del condannato, più che da qualche rivelazione metafisica). E quindi sul senso della vita: Truman comprenderà a un tratto che la sua filosofia apparentemente tanto liberante – credere d’aver tutto sotto il proprio controllo e fregarsene di tutto – lo rende invece più schiavo degli altri a cui importa cambiare le cose. Ma niente paura, amico lettore, nessun pistolotto moralistico: il Nostro (scopriremo) resta sempre lui. E a noi non rimane che constatare l’abilità sorniona dell’autore e il tipo di gioco in cui – demiurgo dispettoso – è riuscito a trascinarci.

 

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Assedio all’Hotspot https://www.carmillaonline.com/2020/07/02/assedio-allhotspot/ Thu, 02 Jul 2020 20:30:20 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=61074 La brutta vicenda di un bosco in città di Bologna, i Prati di Caprara

di Mauro Baldrati

Quando è iniziata la brutta vicenda dei Prati di Caprara, un bosco selvaggio di 27 ettari che sorge a Bologna, lungo la via Saffi dietro all’ospedale Maggiore? Potremmo dire nel settembre 2015, quando un imprenditore canadese di origini italiane, Joey Saputo, ha acquistato la squadra di calcio Bologna FC. A dire il vero l’inizio sarebbe da anticipare di un anno, con la trattativa che vedeva Saputo alla guida di una cordata di imprenditori, il cui [...]

Assedio all’Hotspot è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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La brutta vicenda di un bosco in città di Bologna, i Prati di Caprara

di Mauro Baldrati

Quando è iniziata la brutta vicenda dei Prati di Caprara, un bosco selvaggio di 27 ettari che sorge a Bologna, lungo la via Saffi dietro all’ospedale Maggiore? Potremmo dire nel settembre 2015, quando un imprenditore canadese di origini italiane, Joey Saputo, ha acquistato la squadra di calcio Bologna FC. A dire il vero l’inizio sarebbe da anticipare di un anno, con la trattativa che vedeva Saputo alla guida di una cordata di imprenditori, il cui procuratore tuttofare era il mitico avvocato italo-newyorkese Joe Tacopina (poi diventato proprietario del Venezia FC). Sappiamo che la trattativa andò in porto, ma la cordata si sciolse, Tacopina si dimise (o fu cacciato da Saputo), e il nostro si trovò unico proprietario.

Subito, col doveroso piglio manageriale, Saputo ha elaborato un progetto di riqualificazione del vecchio stadio, un esempio di architettura razionalista fascista. Consisteva nella nuova edificazione di uno stadio più moderno, più grande e fuori città. Ma l’amministrazione si mise di traverso. Un lavoro enorme, che contraddiceva, tra l’altro, i dettami delle leggi regionali, ovvero non consumare altre aree agricole. Inoltre, come gestire la bega dello stadio dismesso? Il messaggio era: agire sull’esistente.

Esistente significava ristrutturare, con una copertura futuribile degli spalti, la creazione di unità commerciali e di terziario al suo interno, oltre a una piscina. Era anche necessario predisporre uno stadio temporaneo, mentre i lavori erano in corso. Costo stimato 70 milioni di euro, che sarebbero saliti rapidamente a 100. Un investimento troppo oneroso. Necessitava di una compensazione.

Ma torniamo per un attimo agli inizi. Non del progetto, ma della modalità “accordo pubblico-privato” per la gestione della cosa pubblica, che oggi sembra definitivamente acquisito e rappresenta la normalità.

Già negli anni ’80, coi vecchi PRG, erano previsti i “Piani Particolareggiati di Iniziativa Privata”, che affiancavano quelli pubblici. I comuni cedevano aree pubbliche ai costruttori, che le urbanizzavano in cambio della realizzazione di strade, aree verdi o scuole, asili, altri locali di servizio. Erano anni di boom, di bolle edilizie, si costruiva a rotta di collo. Gli effetti sono visibili a tutti: enormi palazzoni nelle periferie, trasformate in quartieri dormitorio.

Bisognerà aspettare una ventina d’anni, quando gli urbanisti della Regione Emilia Romagna, preoccupati dal “sacco delle città”, elaborarono la legge regionale n. 20 del 2000 che imponeva, perentoriamente, il blocco dei consumi dei suoli, soprattutto agricoli.

Ma, oltre al blocco – teorico, come vedremo – la legge 20 introduceva, nero su bianco, un concetto – il concetto: l’urbanistica concertata. Questo niente affatto teorico, ma perfettamente materialista e operativo. Di fatto era una presa d’atto che i comuni non dispongono delle risorse per investire nel patrimonio pubblico, per cui entrano in campo i privati con un dare e avere chiamato appunto concertazione.

A quel punto è partito il mantra che oggi viene ripetuto di continuo di fronte a qualunque proposta o critica: l’intervento dei privati è indispensabile perché non ci sono i soldi.

Curare la manutenzione di un parco? Non ci sono i soldi.
Intervenire sull’edilizia abitativa per l’emergenza abitativa? Non ci sono i soldi.
Potenziare la sanità? Non ci sono i soldi.
Riqualificare le periferie? Non ci sono i soldi.
Potenziare scuole e asili? Non ci sono i soldi.

Invece i privati hanno i soldi. Nel nostro paese dieci uomini possiedono un patrimonio personale che supera gli 80 miliardi di dollari. In centro a Bologna l’affitto di un locale commerciale di medie dimensioni si attesta sui 2.000 euro. Un bilocale a 800. Pertanto la questione non riguarda “se” ci sono i soldi, ma dove sono e come girano.

Ma per tornare alla nostra telenovela dello stadio: dal momento stesso in cui la cordata di Saputo ha incontrato l’assessore all’Urbanistica, che ne ha parlato col sindaco, il progetto non ancora presentato era già approvato. Perché s’aveva da fare. Perché la legge 20, ancora vigente al momento della trattativa (poi “migliorata” con la LR n. 24/2017 – si veda il Titolo II), con un articolato complesso e ben scritto, pieno di buoni propositi sulla tutela dei suoli e dell’ambiente, contiene un articolo non scritto, un articolo ghost: “Quello che s’ha da fare si farà”. E’ questo il codice segreto dell’Urbanistica Concertata.

E’ scattata quindi la fase due. La fase operativa. Viste le dimensioni e le implicazioni sulla città, il progetto doveva essere compreso nel piano principe della legge 20, il POC (Piano Operativo Comunale), lo strumento urbanistico che norma gli interventi, stabilisce i parametri e la capacità edificatoria.

Per cui, considerato che Bologna è una città democratica inserita in un sistema democratico, è partito il decentramento coinvolgendo i territori, cioè i quartieri. I quali ovviamente hanno approvato. D’altra parte si è mai visto un quartiere che abbia respinto un progetto strategico dell’amministrazione? Anche perché viene sempre prospettato come un regalo: riqualificazione, aumento di valore degli edifici esistenti, pulizia, decoro. Tra l’altro, nel bosco si è insediata una tendopoli di senza tetto. Per cui una parte della popolazione era favorevole all’edificazione, che avrebbe “mandato via i rom”. Ma dove? E’ ovvio che, essendo la scelta prioritaria dell’amministrazione quella di non occuparsi attivamente dell’emergenza abitativa ma degli affari, se smantelli un campo poi si riformerà da un’altra parte, oppure un numero sempre maggiore di persone dormirà sotto i portici (come sta avvenendo in questi tempi a Bologna).

Ed ora la domanda è: Prati di Caprara? Via Saffi? Cosa diavolo c’entra con lo stadio?

Appunto. Un bel nulla. E’ un altro quartiere, senza alcun collegamento con le dinamiche dello stadio, che dista mezza città.

Ma parlavamo di compensazione. Niente paura. Quel piccolo capolavoro del “neoliberismo etico” che è la legge 20 ha pensato a tutto. Si parla (e la cosa è ripresa nei vari piani urbanistici comunali), di “perequazione urbanistica” (art.7), ovvero la capacità di trasferire capacità edificatorie da un ambito all’altro. Per cui l’intervento dei Prati Caprara è stato inserito nel progetto complessivo dello stadio.

In effetti il business è di tutto rispetto. Già, perché intanto il progetto nel 2016 è entrato nel nuovo POC. Naturalmente dopo l’iter dovuto, lungo e complesso, che comprende la famosa VIA (Valutazione di Impatto Ambientale): uno studio composto da grafici colorati, tabelle, calcoli, impatto sul traffico (disastroso ovviamente, è prevista anche una nuova strada, nella zona più congestionata e inquinata della città), che ha lo scopo di dichiarare conforme all’ambiente il progetto già approvato all’origine.

E fa impressione: metà abbondante del bosco verrà raso al suolo (il blocco del consumo dei suoli, già) per l’edificazione di 1.164 alloggi, 50.000 mq di superficie commerciale e terziaria, un outlet (la cosiddetta “Città della moda”), una scuola (privata? Pubblica?) e una strada.

Nel frattempo è nato un comitato di cittadini, Rigenerazione no speculazione, che si oppone con tenacia al progetto e cerca di sensibilizzare la cittadinanza sulla follia di distruggere un bene prezioso per la città come un intero bosco. Chiede la tutela del FAI, organizza flash mob e passeggiate sociali per farlo conoscere, avanza proposte alternative e ha raccolto circa 10.000 firme.

Forse è anche per merito del comitato se il progetto, pare, è in via di ridimensionamento? Ma sono voci, annunci, forse gossip. Come le dichiarazioni del sindaco Merola, o un presunto abbassamento dei 182.000 metri quadrati di nuova edificazione a 170.000. La parte giuridica resta, non si conoscono varianti, e intanto è stata costituita la società, presieduta da Saputo, che seguirà l’iter dei lavori. Inoltre una parte dei lavori è già iniziata. 2 ettari di bosco sono stati rasi al suolo, nel comparto dove dovrebbe sorgere la scuola con la strada. Ora è una radura abbandonata, con le erbacce alte due metri. Un classico.

Ma… la follia, si diceva. Sì, c’è un retrobottega di follia nella furia affaristica che prevede la rovina di una parte di mondo dove gli stessi attori ci vivono, coi loro familiari. E la follia comprende anche la megalomania: avanti coi supercantieri, macchine operatrici, oneri di urbanizzazione che permetteranno l’avvio di altri cantieri che forniranno oneri di urbanizzazione, e così via. Ma intanto la crisi, la crisi senza fine, endemica, strutturale, del neoliberismo, lavora dentro e fuori. La sperequazione selvaggia riduce in povertà vaste fette di popolazione, per cui si venderanno tutti questi appartamenti?

Inoltre è subentrato pure il Coronavirus col lockdown, e si prevede una nuova crisi economica, più grave dello stesso virus. Per cui si vedrà?

Ma i soldi… quelli continuano a esistere. Non si ammalano. Non si beccano il Coronavirus. E prima a poi tornano a circolare.

Perché non ci risulta che nessun virologo abbia dichiarato, in televisione, che “100 milioni di euro sono morti per Coronvirus.

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Snowpiercer: Lotta di classe su binario morto https://www.carmillaonline.com/2020/07/02/snowpiercer-lotta-di-classe-su-binario-morto/ Wed, 01 Jul 2020 22:01:16 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=60798 di Walter Catalano

L’allegoria è esplicita, la metafora trasparente. Un treno di 1.001 vagoni con a bordo 3.000 persone è tutto quanto resta dell’umanità dopo che il fallito tentativo di fermare il riscaldamento globale terrestre ha al contrario scatenato una glaciazione, precipitando la temperatura di superficie a -117 gradi. Il convoglio ad alta velocità continua all’infinito a fare il periplo del pianeta grazie a un motore dal moto perpetuo e la società che l’ha realizzato, la Wilford Industries, guidata dal misterioso magnate Mr. Wilford, ha in mano i destini dei [...]

Snowpiercer: Lotta di classe su binario morto è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Walter Catalano

L’allegoria è esplicita, la metafora trasparente. Un treno di 1.001 vagoni con a bordo 3.000 persone è tutto quanto resta dell’umanità dopo che il fallito tentativo di fermare il riscaldamento globale terrestre ha al contrario scatenato una glaciazione, precipitando la temperatura di superficie a -117 gradi. Il convoglio ad alta velocità continua all’infinito a fare il periplo del pianeta grazie a un motore dal moto perpetuo e la società che l’ha realizzato, la Wilford Industries, guidata dal misterioso magnate Mr. Wilford, ha in mano i destini dei superstiti. Sullo Snowpiercer, in prima viaggiano i ricchi che hanno finanziato la costruzione del treno e ora conducono una vita dissipata e parassitaria. Poi, via via, si scende di livello, dalla Seconda dove alloggia la classe dirigenziale amministrativa e burocratica; alla Terza dove i tecnici assicurano la produzione e l’autosostentamento, gestendo i bisogni primari e secondari di un claustrofobico micro-universo, attraverso la conduzione di allevamenti di bovini, frutteti, acquari, nightclub, bordelli, mercati post-industriali e così via; fino al Fondo, the Tail, la coda del treno, dove sopravvivono in semi-reclusione, quelli che non hanno pagato il biglietto, alimentandosi con barrette a stento commestibili e progettando la rivoluzione: irruzione armata nei settori anteriori del treno e rovesciamento dei rapporti sociali.

L’idea originaria da cui questa storia deriva, nasce da un graphic novel francese, Le Transperceneige – Snowpiercer è la traduzione inglese di Transperceneige, «trafiggineve» o «traforaneve» –  bande dessinée post-apocalittica in bianco e nero ideata da Jacques Lob e disegnata da Jean-Marc Rochette, pubblicata a puntate in Francia, con il titolo di La morte bianca, fra l’ottobre del 1982 e il giugno dell’anno successivo prima di essere raccolta in volume dall’editore Casterman nel 1984. Dopo il successo internazionale e la morte di Lob, lo sceneggiatore Benjamin Legrand rimette mano all’universo già delineato, cambia treno sostituendo lo Snowpiercer con il Wintercracker, e fra il 1999 e il 2000 dà alla luce altri due volumi, Il geoesploratore (1999) e La terra promessa (2000), che elaborano ulteriormente gli avvenimenti immaginati dai due autori originari.

Il fumetto è figlio diretto della fantascienza distopica di George Orwell – la data di uscita, del primo episodio, 1984, è già un destino – e, forse ancor di più, Aldous Huxley, ma anche del Robert Heinlein di Universo o Orfani del cielo, che dir si voglia, e di tutte quelle opere appartenenti al sottogenere generation ship, come il ciclo di Rama, di Arthur C. Clarke. Ma i sistemi chiusi non offrono speranza e le piccole comunità replicano e portano all’estremo i meccanismi di stratificazione sociale e diseguaglianza delle grandi: la divisione in classi, qui orizzontale, lì verticale, rimanda al classico cinematografico Metropolis, di Fritz Lang; la derivazione huxleyana si avverte invece nella suggerita identificazione fra disumanizzazione e decadenza dei costumi e per la diffidenza verso l’ipotesi rivoluzionaria vista più come vezzo della borghesia, la seconda classe, che come consapevole necessità del proletariato, gli occupanti delle ultime carrozze del treno, “il terzo convoglio”  (richiamo al Terzo stato della Francia pre-rivoluzionaria). Rispetto alle astronavi-mondo di Universo e simili, il microcosmo ferroviario di Transpeirceneige appare assai più cupo, in una vera e propria inversione di orizzonte: in Heinlein la scoperta della reale natura del mondo prospetta nuove speranze e testimonia la grandezza delle capacità umane, esaltate dalla tecnologia; nella trilogia francese, invece, la tecnologia consente solo una finzione di vita, senza scopo, senza obiettivi, destinata alla sconfitta: se i viaggiatori di Heinlein scoprono di avere a disposizione tutto l’universo, quelli di Legrand  accettano il dato di fatto che non c’è nulla al di fuori delle loro paratie stagne.

Anche stilisticamente il fumetto si evolve (o involve a seconda dei gusti): se nel primo episodio, La morte bianca, il disegnatore Jean-Marc Rochette si ispira al bianco e nero espressionista della scuola argentina e in particolare al Francisco Solano Lopez de L’eternauta, negli episodi più tardi il passaggio al colore conduce a uno slittamento dal grottesco al realistico che già prelude al cinema. Non per caso quindi il regista sud-coreano Bong Joon-ho scoprirà il fumetto, si innamorerà dell’ambientazione e per anni tenterà di avviare un progetto cinematografico liberamente ispirato alla trilogia francese (in particolare al primo episodio) riuscendo infine a realizzarlo solo nel 2013.

Bong Joon-ho, premio Oscar 2020, sia per il miglior film straniero sia per regia e sceneggiatura originale, con il piuttosto sopravvalutato Parasite, passa al vaglio della critica per un regista interessato a recuperare nel suo cinema il concetto di lotta di classe. In realtà il tema è per lui poco più che un pretesto abbastanza superficiale, almeno per come viene affrontato nei due film che maggiormente entrano in argomento: sia la fin troppo acclamata ultima opera, sia il suo indiretto predecessore, proprio Snowpiercer. In Parasite, ancor più che nel film precedente, la lotta di classe nell’unico senso possibile del termine, quello marxiano, viene rimpiazzata, attraverso una lettura sociologica abbastanza approssimativa, dal desiderio collettivo, dettato dal puro istinto di sopravvivenza (un collettivo, per altro, che non eccede mai gli stretti vincoli familiari), di mera emulazione e asservimento al più forte e al più ricco. Lotta fra poveri dunque, invece di solidarietà di classe, in cui il più veloce e il più furbo vince: il principio hobbesiano dell’homo homini lupus e quello concorrenziale del capitalismo, in cui tutti si abbandonano alla lotta più efferata per impedire l’affermazione altrui. Lo scopo finale è il successo performativo, la realizzazione individuale del neo-capitalismo. Un’impresa criminale è comunque un’impresa tesa alla massima soddisfazione personale. Anche la vendetta, quando si consuma, è dettata solo dalla frustrazione personale, da un impulso improvviso e istintivo. Plasmati sul modello vincente del manager i propri bisogni, coronati i propri egoistici desideri di riscatto, resta solo, incancellabile, l’odore proletario, stigmate che marchia e rivela l’inganno e il dislivello di classe. Il film è un ammiccamento agli esclusi, che non innesca un’immedesimazione per la loro condizione di indigenza ma per l’abilità di sfruttare ogni possibile evento in maniera manipolatoria: niente più che la performance richiesta al capitale umano dalla società neoliberista.

Con analoga affettazione, anche Snowpiercer parrebbe denunciare le disuguaglianze del mondo nella lampante metafora del treno. I diseredati senza biglietto promuoveranno un leader, novello Spartaco che guiderà la rivolta per rovesciare lo stato di cose esistenti. Mentre Porloff, protagonista di Transperceneige versione fumetto, però è quasi un flaneur della rivoluzione e il suo itinerario è più un vagabondaggio che solo per caso lo porterà a raggiungere la testa del treno, il percorso di Curtis (interpretato nel film da Chris Evans) ha almeno velleità rivoluzionarie, anche se, nel suo impulso tutto muscolare, l’eroe intende prendere il potere senza sapere poi bene cosa farsene. Si mette in scena una ribellione di corpi senza testa: il mondo è il treno e il treno è il mondo e nessuno, tra chi lo guida e chi si fa guidare, può contestare questo dato di fatto. Per questo i compromessi sono necessari e il rivoluzionario dovrà allearsi con un esperto di sistemi di sicurezza dipendente da una sostanza allucinogena – un po’ il suo alter ego negativo – e sostenere tutta una serie di combattimenti con il piccolo esercito di sbirri che proteggono l’ordine costituito. L’obiettivo è quello di arrivare fino alla locomotiva, rimuovere Wilford (il capo carismatico, circonfuso quasi da un’aureola sacrale) e sovvertire la brutale organizzazione vigente senza un progetto chiaro di gestione alternativa. I luoghi comuni anche qui abbondano: le rivolte già previste come elemento per mantenere l’equilibrio interno del sistema (un po’ Orwell e un po’ Matrix); l’assassino disposto a nutrirsi dei propri simili che diventa capo della rivolta; il capo carismatico che cederà il proprio ruolo al leader degli insorti: chi uccide il re diventa re; la presa di potere rivoluzionaria risolta con un duello “a due” come in un western; e così via.

Almeno da un punto di vista spettacolare però il film funziona; scenografia e regia sono incisive; tutto il cast, in particolare Chris Evans e Tilda Swinton, efficace e, come prodotto di intrattenimento, non c’è troppo da eccepire. Se rifiutiamo ogni pretesa di interpretazione “politica”, possiamo anche divertirci e ritenerci soddisfatti: come il suo successore Parasite, anche Snowpiercer è un lavoro complessivamente riuscito. Il problema sorge invece quando si vuole allungare troppo il brodo e – sfruttando il nome ormai assurto, a torto o a ragione, al Pantheon dei sommi, del cineasta coreano – si cerca di trasformare in serie Tv un testo ben conchiuso proprio nel suo formato breve.

La serie, sviluppata dallo showrunner Greame Manson, condivide con l’omonimo film di Bong Joon-ho l’ambientazione, ma cronologia e trama sono differenti. I fatti raccontati nella pellicola del 2013 si svolgono 15 anni dopo l’apocalisse e principalmente nel Fondo, fra gli ultimi vagoni; il serial visibile sulla piattaforma Netflix, si colloca invece sette anni dopo la glaciazione e, quindi, otto anni prima del film, e molto maggiore spazio viene dato a personaggi e ambienti dei diversi scompartimenti che non sono più quindi, come nel film, solo un territorio ostile da scoprire e conquistare per le avanguardie rivoluzionarie delle carrozze di coda. Il regista coreano figura come produttore esecutivo, così come fra i nomi dei produttori, oltre al suo, compaiono anche quelli di Scott Derrickson (regista di Doctor Strange) e Park Chan-wook (regista di Old Boy e di altri classici del cinema sudcoreano meno noti da noi). Nonostante questi personaggi di rilievo sbandierati; nonostante la raffinatezza del reparto scenografico, che annovera specialisti come Barry Robison, Stephen Geaghan, Paul Alix, Thomas P. Wilkins e Gwendolyn Margetson, a conferire all’ambientazione un’atmosfera sospesa e ambigua di retrofuturo; nonostante le musiche composte da Bear McCreary, che tutti ricorderanno per la colonna sonora di un’altra serie Sci-Fi classica, Battlestar Galactica; il prodotto risulta assai mediocre e di gran lunga inferiore al già non eccelso film. Il fumetto resta alla fine la punta di diamante di tutta la saga multimediale.

Se però film e fumetto almeno erano ben strutturati intorno a un centro, il tema della rivolta sociale – seppur abborracciata – i dieci episodi televisivi tergiversano e debordano, svicolando banalmente sul crime, tanto per allungare il brodo con gli ingredienti più dozzinali, e seguono le indagini di Layton, detective “proletario” cooptato negli scompartimenti “borghesi” per indagare sullo spaccio di droga e medicinali che potrebbe essere all’origine di una catena di omicidi seriali; lo sleuth riluttante, già che c’è, prende anche appunti per scatenare, quando sarà il momento giusto, la rivoluzione: un po’ come voler fare un cocktail fra La Corazzata Potemkin e Assassinio sull’Orient Express

Anche gli attori appaiono poco convinti, dall’attrice premio Oscar Jennifer Connelly (A Beautiful Mind), al rasta, quasi sosia di Bob Marley, Daveed Daniele Diggs, vincitore di un Grammy e di un Tony per il musical Hamilton. La serie spicca come un bell’esempio di dissipazione di risorse ed è utile guardarla: non solo il bello ma anche il brutto va conosciuto. Certo ci sono dei limiti a questa regola: ad esempio la recente serie horror – si fa per dire – Curon, trionfalmente presentata come  debutto di Netflix Italia, è un pastrocchio inguardabile, soporifero e mal scritto sul quale non vale la pena di sprecare neanche un minuto della propria vita di spettatore, ma Snowpiercer non arriva a tanto obbrobrio e una serata con gli amici, a birra, patatine e battute salaci, gliela possiamo anche dedicare… Motivo per cui già la produzione minaccia una seconda stagione: perseverare diabolicum…

 

 

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Snowpiercer: Lotta di classe su binario morto è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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La sola chiesa che illumina https://www.carmillaonline.com/2020/07/01/la-sola-chiesa-che-illumina/ Tue, 30 Jun 2020 23:33:28 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=61086 di Marc Tibaldi

Escuela Moderna / Ateneo Libertario, Chiese in fiamme, Milieu edizioni, 2020, pp. 206, € 22,00.

«L’unica Chiesa che illumina è quella che brucia. Contribusici!». È la scritta che compare sopra un pacchetto di fiammiferi inserito come opera d’arte all’interno della mostra “Un saber realmente útil”, del 2014, del collettivo femminista Mujeres públicas. La frase viene attribuita a Petr Kropotkin, scienziato e teorico anarco-comunista, anche se non ci sembra propria del linguaggio di questo “Cristo dalla barba bianca”, come lo descrisse Oscar Wilde in De profundis.

Chiese in fiamme (Milieu [...]

La sola chiesa che illumina è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Marc Tibaldi

Escuela Moderna / Ateneo Libertario, Chiese in fiamme, Milieu edizioni, 2020, pp. 206, € 22,00.

«L’unica Chiesa che illumina è quella che brucia. Contribusici!». È la scritta che compare sopra un pacchetto di fiammiferi inserito come opera d’arte all’interno della mostra “Un saber realmente útil”, del 2014, del collettivo femminista Mujeres públicas. La frase viene attribuita a Petr Kropotkin, scienziato e teorico anarco-comunista, anche se non ci sembra propria del linguaggio di questo “Cristo dalla barba bianca”, come lo descrisse Oscar Wilde in De profundis.

Chiese in fiamme (Milieu edizioni, 200 pagine, 22 euro, 2019) è curato dal gruppo di lavoro Escuela Moderna/ Ateneo Libertario, che “studia le eredità degli ideali illuministi, repubblicani, socialisti e anarchici nelle prospettive del rapporto tra arte, società, didattica, filosofia e territori” dal titolo e dalla copertina potrebbe far pensare a un libro incendiario. La splendida copertina – una foto di un rogo durante manifestazione a Santiago del Cile nel 2019 – e il curioso titolo del libro portano l’immaginazione del lettore in molte direzioni: storiche, geografiche, immaginative, difficilmente però lontano da approdi non iconoclastici. Dopo la lettura registriamo il libro come fondamentale per la documentazione storica di un fatto significativo avvenuto centodieci anni fa. Sono oltre cento le cartoline d’epoca che documentano l’incendio di circa centocinquanta edifici religiosi (chiese, conventi, collegi cattolici) avvenuto a Barcellona e in altre città della Catalogna durante la cosiddetta “Settimana tragica” – cinque giorni di scontri tra esercito e popolazione che manifestava, sostenuta da anarchici, socialisti e repubblicani, contro l’intervento coloniale in Marocco.

La pubblicazione di tre articoli, scritti nei mesi successivi all’insurrezione, dallo scrittore Joan Margall, contribuiscono a situare l’evento nel clima di un’epoca, ma, vista la ricchezza di pubblicazioni rivoluzionarie di inizio Novecento, forse sarebbe stato meglio registrare la parola anche di chi sostenne e partecipò a quella rivolta. Margall nei suoi articoli tiene una posizione ecumenica, dando un colpo al cerchio e uno alla botte, accusando un po’ (poco) la Chiesa cattolica – che sosteneva il governo – e un po’ (tanto) i manifestanti, insomma la posizione di certi “letterati ‘felici pochi’ […] sempre pronti a rifugiarsi in un soave borgo campagnolo quando l’epoca ruggisce” per citare Paolo Virno. Margall scrive tra l’altro: “bombe ed empietà, in particolare, sono una cosa sola: uno sfogo distruttivo dell’incapacità di creare”. “Confidiamo nell’eterno spirito che distrugge solo perché è la fonte imperscrutabile ed eternamente creatrice di tutta la vita. Il desiderio di distruzione è anche un desiderio creativo”, gli aveva già risposto oltre mezzo secolo prima Michail Bakunin, che aveva studiato bene la dialettica hegeliana, come gli riconosceva anche Marx.

Il lavoro di ricostruzione storica è affidato a Matteo Binci, il contributo più articolato e interessante del volume. Trentacinque pagine in cui si racconta il colonialismo spagnolo, la diffusione delle idee libertarie e socialiste nella penisola iberica, la settimana dell’insurrezione e le conseguenze nella società catalana. Nelle conclusioni Binci inciampa in un commento che forse uno storico avrebbe potuto evitare: scrive che la ribellione “degenerò”, ossia – visto che le parole hanno significato – cambiò in peggio, scadde, e quindi giudicando un fatto storico.

Nel volume inoltre possiamo trovare inoltre un saggio sull’iconoclastia attraverso un parallelismo tra la “Settima tragica” e l’11 settembre, partendo dalle riflessioni di Jean Baudrillard (un’operazione bizzarra, è come confrontare l’impegno delle milizie internazionaliste nella Spagna rivoluzionaria del 1936 con i foreign fighters che si arruolano con l’Isis); una fuorviante analisi della distruzione iconoclasta come premessa alla costruzione modernista di Barcellona; uno strano parallelismo tra “libretti rossi” (di Jung, Beuys, Ferre, Vettori, Mao…) che di analogo hanno il colore della copertina; un contributo sulla pedagogia libertaria; un progetto artistico dell’Archivio F.X. di Pedro G. Romero che si propone di “urbanizzare la provincia del nichilismo”, quest’ultimo sintomatico del nostro presente avvitato sulla Retromania, concetto che Simon Reynolds usa per definire la musica rock attuale ma che è estendibile alla società, e della Retrotopia, ossia della fase contemporanea dell’utopia, come sostiene Zygmunt Bauman. Alberto Asor Rosa in Scrittori e massa, contenuto nell’ultima edizione di Scrittori e popolo (Einaudi, 2015), sostiene che “la Storia è una risorsa formidabile […] ma impone rigide regole all’invenzione e al rapporto con il pubblico. Se si parla del passato, significa che è più importante del presente, ovvero che del presente, non si può parlare come si vorrebbe” e continua, sollecitando gli scrittori che fanno questa scelta, “per andare incontro al futuro si dovrebbe chiarire meglio se la Storia è una scelta o un obbligo insuperabile, e in ambedue i casi perché”. Troppe volte nella letteratura e l’arte contemporanea l’esaltazione di figure storiche segnalano un’incapacità di analizzare e di agire nel presente.

 

Due digressioni a proposito di manifestazioni iconoclaste. In alcuni saggi di Chiese in fiamme emerge l’importanza di Francisco Ferrer y Guardia, il pensatore e agitatore anarchico, che dopo la legge marziale del 1909 seguita alla «Settimana Tragica», fu dichiarato uno dei mandanti dell’insurrezione, processato da un tribunale militare e fucilato. Ferrer fu fondatore della Escuela Moderna, progetto pedagogico libertario per bambini e ragazzi, in particolare quelli provenienti dalle classi più disagiate. Sempre nel 1909, il filosofo Carlo Michelstaedter (che si suiciderà un anno dopo, ventitreenne) dopo aver letto in un giornale che in una manifestazione operaia (una delle moltissime che si svolsero in tutto il mondo) contro la condanna di Ferrer, i partecipanti avevano applaudito un aeroplano, reagì contro quell’entusiasmo scrivendo il “Discorso al popolo”, di cui ci sembra significativo riportare alcuni passaggi: “Se domani voi doveste ancora riunirvi e non con lo sdegno indeterminato d’oggi, ma con l’indignazione fresca, con la ferita viva, con la minaccia presente, se doveste domani riunirvi qui, per affermare la vostra volontà fino in fondo, per far trionfare coi fatti e nella vita attuale, e per l’interesse vostro personale d’ognuno – contro le autorità costituite dalla legge, contro le autorità costituite dal danaro, contro governo e borghesia – quell’ideale che oggi vi muove, fratelli, quel mirabile istrumento che ora avete applaudito misurerebbe su di voi la sua forza – e alle fucilate dall’alto risponderebbero dal basso, davanti e a tergo e ai lati altre fucilate a seminar la morte fra le vostre file, a spegnere nel sangue il vostro sdegno, a rovinare per sempre le vostre speranze più care. Fin che queste speranze sono vaghe e lontane, fin che voi soffrite in silenzio la vostra miseria materiale e sociale, voi siete un’innocua moltitudine d’infelici da sfruttare; e la società borghese vi sfrutta in pace e in silenzio, – e perché vi tiene col giogo del vostro bisogno di farvi sentire la forza micidiale delle sue armi. Ma le sue armi le prepara nel silenzio e nella pace, e le sa coprire con le apparenze luminose d’umanità e di progresso, e voi – voi le applaudite!… – Ma il giorno che voi acquisterete piena coscienza dei vostri diritti e della vostra forza, il giorno che sarete raccolti attorno ai vostri eroi, attorno ai Ferrer della vostra rivoluzione, sotto le bandiere della libertà popolare, il giorno che vorrete affermare l’inizio della nuova vita di giustizia e di fede – quel giorno, fratelli, l’umanità e il progresso della borghesia vi riveleranno la loro vera faccia, vi stringeranno in un cerchio di ferro e di fuoco, senza pietà per gli schiavi che si ribellano. – voi sarete schiavi in terno se non arriverete a smascherare la miserabile ipocrisia della potenza borghese, che copre di fiori le sue difese e nasconde in seno il pugnale”.

A proposito di distruzione e creazione. In Les situationnistes et les nouvelles formes d’action dans la politique et l’art, che segnava l’apertura del fronte di lotta “artistico” dei situazionisti, Guy Debord si chiedeva: “quale omaggio più grande a Van Gogh che prendere in ostaggio i quadri di una mostra e chiedere la liberazione dei prigionieri politici? Quale uso migliore dell’arte del passato per renderla ancora più viva se non impadronirsi delle opere dei musei e portarle sulle barricate?”.

Ma si sa – tranne che in pochi casi – purtroppo oggi l’immaginazione e la creatività non battono più lo stesso tempo della rivolta e della ribellione.

  • Una versione più breve di questa recensione è apparsa su Il manifesto del 31 marzo 2020

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La sola chiesa che illumina è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Sulla convivenza forzata degli umani https://www.carmillaonline.com/2020/06/29/sulla-convivenza-forzata-degli-umani/ Mon, 29 Jun 2020 21:01:39 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=60764 di Gianfranco Marelli

Peter Sloterdijk, Sulla stessa barca. Saggio sull’iperpolitica, traduzione e cura di Alessandro De Cesaris, Edizioni ETS, Pisa 2020, pp. 90

Se c’è un libro che, senza fronzoli e neppure illogiche congetture, può soddisfare la necessità di comprendere i comportamenti umani e il loro complicato rapporto con l’arte della possibile convivenza comune – soprattutto dopo aver subito, colpa di un virus considerato letale, l’obbligatorietà di rimanere segregati entro le quattro mura fino al termine del lock down – questo è sicuramente il libro di Peter Sloterdijk, Sulla stessa barca. Saggio sull’iperpolitica, tradotto e a cura di Alessandro De [...]

Sulla convivenza forzata degli umani è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Gianfranco Marelli

Peter Sloterdijk, Sulla stessa barca. Saggio sull’iperpolitica, traduzione e cura di Alessandro De Cesaris, Edizioni ETS, Pisa 2020, pp. 90

Se c’è un libro che, senza fronzoli e neppure illogiche congetture, può soddisfare la necessità di comprendere i comportamenti umani e il loro complicato rapporto con l’arte della possibile convivenza comune – soprattutto dopo aver subito, colpa di un virus considerato letale, l’obbligatorietà di rimanere segregati entro le quattro mura fino al termine del lock down – questo è sicuramente il libro di Peter Sloterdijk, Sulla stessa barca. Saggio sull’iperpolitica, tradotto e a cura di Alessandro De Cesaris per le edizioni ETS. Un’esagerazione? Lo verificherete non solo dopo averlo letto, ovviamente, ma ancor prima di leggerlo, dal momento che quello di cui tratta è per l’appunto ciò che avete appena provato durante la convivenza forzata, subita con preoccupazione, o accettata con piacere, nei mesi trascorsi.

Chiariamoci subito, non si tratta dell’ennesimo filosofo che prova a spiegarci il disagio provato a seguito dell’infezione pandemica, né ha l’obiettivo di individuare cause e conseguenze del fenomeno. Pubblicato in lingua tedesca nel l993, il libro di Peter Sloterdijk non affronta ovviamente la questione del Covid19 che ha infettato così tanto giornali, riviste, radio, tv, blog, social da non saper più come riuscire a non imbatterci il muso. Oggi il filosofo tedesco, di certo avrà elaborato una sua opinione a proposito, ma ciò che gli interessa è discutere di politica, anzi, di iperpolitica. Perché se la politica è l’arte del possibile, questa coincide con l’immagine di una umanità che nella convivialità ha proiettato la speranza di una società coesa e votata al benessere comune; sennonché – ribatte il filosofo – «il concetto di “umanità” nasconde un paradosso processuale che può essere messo in questa forma: siamo destinati a convivere, ma non siamo fatti per convivere» e «quanto più facciamo esperienza con coloro con cui conviviamo, tanto più marcatamente emerge l’evidenza che non possiamo conviverci» [p.12]. Non è forse l’esperienza appena vissuta nel corso del lock down? Dopotutto, siamo tutti sulla stessa barca.

Una barca che però è cambiata nel corso della navigazione iniziata migliaia di anni fa e che ancora prosegue con la speranza di continuare la convivenza in uno spazio sempre meno adatto e adattabile alla socialità degli umani. Sloterdijk ripercorre questa tormentata navigazione descrivendo e analizzando il comportamento degli umani attraverso l’evoluzione storico-filosofica del fondamento della possibilità della convivenza umana a partire dal suo manifestarsi nell’agire politico; un agire politico che attraversa «tre stadi» – la paleopolitica, la politica classica, l’iperpolitica – mostrando quanto la storia delle idee politiche sia sempre stata «una storia di fantasmi della convivenza, dove l’espressione “fantasma” non va letta nel senso della critica delle immagini, come mera parvenza o come immagine ingannevole, ma va concepita piuttosto nel senso di una teoria dell’immaginazione attiva, come illusione demiurgica, come idea che avvera se stessa e finzione operativa».

«L’illusione demiurgica» ha permesso di immaginare la realtà del mondo plasmata dall’arte della convivenza umana nella società e di concepire l’uomo e l’umanità come la conseguenza del formarsi della «civiltà avanzata»; sennonché – a parere del filosofo tedesco – il concetto di «civiltà avanzata» non è altro che una menzogna, anzi «l’errore più grande non solo della storia e delle humanities, ma anche delle scienze politiche e della psicologia» [p.18], poiché ha determinato una lettura statocentrica della storia, in cui la socialità degli umani dalle prime «orde» che hanno segnato la separazione delle prime comunità dalla natura primordiale e dove la paleopolitica rappresenta «la più antica grammatica della convivenza» [p.26], si è trasformata nella politica classica delle civiltà avanzate che ha fatto degli umani un mezzo per costruire “l’uomo”, colui che si interessa delle grandi cose, ta megala, abbandonando la dimensione familiare dell’orda per occuparsi delle grandi questioni dello Stato.

Se nello stadio paleopolitico l’involucro delle orde protegge gli umani dalla natura, essendo la paleopolitica «l’arte del possibile in piccolo – l’arte di mantenersi piccoli in nome del bene maggiore, della vita animata» [p.30], la politica, nella sua accezione tradizionale, è l’arte del possibile su larga scala, in quanto nasce dalla necessità di estendere il piccolo gruppo, l’orda, trasformandolo in una “civiltà avanzata” in grado di esprimere «la miglior vita» mostrando la capacità di «diventare grande o molto grande senza fallire immediatamente nel compito di trasmettere questa grandezza alle generazioni successive» [p.31]; in questo secondo «stadio», la separazione all’interno della società è fra gli umani e gli “uomini megalopati”, gli esperti delle grandi questioni, in quanto sono stati educati alla «metanoia»: la capacità di «cambiare mentalità, passare dalle piccole alle grandi proporzioni» [p.38]. Educazione, impartita dalla filosofia greca come dalle sue controparti cinese e indiana, atta a formare l’homo politicus, l’«uomo» che si prende cura della “figura uterina” dello Stato – «una grande madre metaforica che pone i cittadini sotto il vincolo sociale di una comunità di grembo immaginaria» [p.42 ] – e ne rappresenta il «tratto più astratto e anaffettivo della nuova arte politica – la politica è ciò che va contro il sentire degli inesperti» [p.44]; in tal modo si determina una «doppia produzione umana: da un lato vengono prodotti, per così dire artigianalmente, degli esseri altamente performanti e individualizzati, grazie a una “educazione” nel corso di un allenamento filosofico; dall’altro vengono prodotte masse umane manovrabili per il lavoro bruto» [p. 52]. I primi educati a prendere decisioni, i secondi a eseguirle.

Fermiamoci un attimo e consideriamo l’assunto di Sloterdijk con quanto, da inesperti, abbiamo vissuto in questi lunghi mesi di lock down decretato dagli esperti. La preoccupante pandemia causata dal coronavirus ha dapprima valorizzato la figura dell’homo politicus, riconosciuto come colui che rappresenta e tutela l’autorità centrale del potere, soprattutto a seguito delle decisioni assunte in sintonia con le analisi scientifiche compiute dall’esperto, al punto che la credibilità del primo è dipesa dalla credibilità del secondo; sennonché la ritrovata fiducia nell’agire dei politici è via via svaporata con i balbettii, le contraddizioni e le reciproche accuse di incompetenza che gli esperti non hanno risparmiato di rivolgersi, provocando confusione fra gli inesperti. Inesperti che non si sono ritenuti più tali se – ritorniamo al testo del filosofo – «Nella nostra situazione la totale ignoranza siede in prima fila. Si vede il personale politico scatenarsi sui media e ci si ricorda dello squallore organizzato dei tornei cittadini. Certo, ogni tanto ci sono ancora megalopati alla vecchia maniera che appaiono convincenti, personalità elevate di vera statura atletico-statale, ma la loro apparizione isolata può solo relativizzare la disproporzione globale tra le forze necessarie e le debolezze a disposizione, non porvi rimedio» [p. 63]. Qual è la causa di un simile «disgusto nei confronti della propria classe politica»? L’incapacità di saper prendere le opportune decisioni per manifesta incompetenza? Incompetenza, peraltro, riscontrata anche presso i non politici: gli esperti tecnocrati?

Infatti, l’incapacità di essere all’altezza delle sfide mondiali è vera a maggior ragione e nella stessa misura per i non politici, che in fatto di consenso presso le masse umane accusano la simile diffidenza, aggravata per lo più dal fatto di volersi mostrare indiscussi esperti al punto da considerarsi i soli in grado di porre rimedio alle storture della Megamacchina tecnoburocratica; dopotutto, se la politica non sembra più essere l’arte del possibile è perché la convivenza sociale – fondata sul perfetto accordo tra disposizioni e compiti – non può più contare, come ai tempi della politica classica, sui «cercatori dello Stato» e i «cercatori di Dio», i politici e i chierici, impegnati a pensare la grandezza in termini assoluti all’interno di «esegesi politiche globali e dottrine ontologiche» in grado di raffigurare un ordine al mondo. Del resto, «in un mondo senza forma e in una società senza identità» [p. 66] proprio dell’attuale stadio iper-politico, la “convivenza” si riduce alla mera “conservazione delle possibilità vitali” soprattutto nei settori più marginali della società, mentre nei settori più ricchi si afferma al contrario «un individualismo quasi post-sociale». E in questo «terzo stadio» dell’iperpolitica, la perdita di consenso nella democrazia forse non è altro che «un nome in codice per una tendenza generale della modernità, che affonda in profondità nella storia europea: l’individualismo moderno» [p.83]; una conseguenza della mancanza di potere nell’ambito politico unitario, che si manifesta come assenza di fondamento nell’ambito logico, e in crisi della genitorialità e del principio genealogico nell’ambito antropologico [p.86]. In una battuta: Dio è morto, Marx pure e noi non siamo messi troppo bene!

Fra rigurgiti nazional-populisti forieri di un futuro di “guerra contro tutti” , individualismi moderni abbarbicati ai propri “piccoli godimenti per il giorno e per la notte”, e inarrestabile espansione del processo industriale su larga scala in grado di distruggere “riserve” naturali e umane più di quante ne possa produrre o rigenerare, il disagio di non sentirci “troppo bene” ha fatto progressivamente salire la febbre anche a chi – in questi tre lunghi mesi di lock down – non è stato affetto dal Covid19. Sembra ormai giunto il momento di darsi da fare, in teoria e in pratica, per promuovere una nuova politica per l’epoca in cui è scomparso un potere unitario nelle civiltà avanzate. Di questa necessità Sloterdijk ha tratteggiato, in questo libro, la proposta di una «iperpolitica» dinnanzi alle pretese sempre maggiori nell’arte della convivenza affidate agli esperti della tecno-struttura burocratica; iperpolitica che «si trova di fronte al compito di produrre dalla massa degli ultimi una società di individui che si facciano carico dell’impegno di rendersi intermediari tra i predecessori e i successori» [p. 90]. Ormai l’arte del possibile si è ridotta ad essere una navigazione a vista, in cui la scommessa in un miglioramento globale della forzata convivenza umana dovrà puntare su di una iperpolitica in grado di «apprendere un modello di comportamento che permetta di vincere in modo che anche dopo di lei ci possano essere ancora vincitori». E quale altro modo si potrebbe escogitare per contrapporsi al culto della dismisura, del pensar in grande della politica classica che ha ingigantito e gonfiato la struttura tecno burocratica, se non riprendere i principi del radicamento territoriale, della limitazione dimensionale, del decentralismo, dell’organizzazione per piccole unità locali solidali e confederate, così da rinverdire la ritrovata «grammatica della convivenza» fra umani, mondo animale e vegetale? Siamo o non siamo Sulla stessa barca?

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Stercocrazia https://www.carmillaonline.com/2020/06/28/stercocrazia/ Sun, 28 Jun 2020 20:00:32 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=61017 di Alessandra Daniele 

È particolarmente difficile scrivere di politica italiana in questi giorni. Perché fa veramente schifo al cazzo. Persino più del solito. È tutta una cacarella di correnti contrapposte, con due soli punti fermi. Matteo Renzi è fermamente deciso a far perdere le elezioni regionali al PD. Uno  scossone che farebbe traballare il governo, rendendo più importante il suo sostegno condizionato. Per Renzi la vendetta è un piatto che si serve quando serve. Matteo Salvini è fermamente deciso a mangiare tutto quello che gli passa davanti. Salumi, mozzarelle, polpette, ciliegie, bulloni, scarafaggi. L’unica cosa che non ha ancora tentato di [...]

Stercocrazia è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Alessandra Daniele 

È particolarmente difficile scrivere di politica italiana in questi giorni.
Perché fa veramente schifo al cazzo.
Persino più del solito.
È tutta una cacarella di correnti contrapposte, con due soli punti fermi.
Matteo Renzi è fermamente deciso a far perdere le elezioni regionali al PD. Uno  scossone che farebbe traballare il governo, rendendo più importante il suo sostegno condizionato. Per Renzi la vendetta è un piatto che si serve quando serve.
Matteo Salvini è fermamente deciso a mangiare tutto quello che gli passa davanti. Salumi, mozzarelle, polpette, ciliegie, bulloni, scarafaggi.
L’unica cosa che non ha ancora tentato di inghiottire sono i cellulari che gli porgono per i selfie, perché quelli sono la sua Sindone: ci lascia impressa la sua immagine di sudore e sugna che gli archeologi del futuro considereranno un falso, perché di tratti evidentemente non umani.
Scrivere di politica italiana in questi giorni è come fare l’autopsia d’un cadavere frollato in una fogna. In mezzo ai topi.
La Destra sfruttta il Covid-19 per istigare all’odio razziale.
I candidati alle elezioni regionali sono una secchiata di riciclati.
Gli Stati Confusionali di Conte non sono serviti a un cazzo.
Ma è davvero questa la politica? No.
La politica, quella vera, è per le strade. Nelle piazze. Davanti alle fabbriche.
La politica, quella vera, non sono le ripicche di Renzi, la bulimia di Salvini, l’inesistenza di Conte. Non è questo teatrino degli orrori.
La politica, quella vera, siamo noi.

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Solo danni colletarali https://www.carmillaonline.com/2020/06/28/solo-danni-colletarali-di-pier-bruno-cosso/ Sat, 27 Jun 2020 22:10:36 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=60588 di Anna Fresu

Pier Bruno Cosso*, Solo danni collaterali, Marlin Editore, Cava de’ Tirreni, 2020, pp. 204, € 11,92.

Immagina che qualcuno mangi un pipistrello, o che una farfalla batta le ali in qualche parte del mondo; o un lutto improvviso, una disgrazia…

O, magari, che un plotone di carabinieri irrompa all’alba di un sabato qualunque nella tua casa. Immagina che quel sabato volevi andare a mangiare al mare, in un ristorante ad Alghero, con la tua famiglia, sul SUV che hai appena comprato.

Immagina di crederti felice, di fare [...]

Solo danni colletarali è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Anna Fresu

Pier Bruno Cosso*, Solo danni collaterali, Marlin Editore, Cava de’ Tirreni, 2020, pp. 204, € 11,92.

Immagina che qualcuno mangi un pipistrello, o che una farfalla batta le ali in qualche parte del mondo; o un lutto improvviso, una disgrazia…

O, magari, che un plotone di carabinieri irrompa all’alba di un sabato qualunque nella tua casa. Immagina che quel sabato volevi andare a mangiare al mare, in un ristorante ad Alghero, con la tua famiglia, sul SUV che hai appena comprato.

Immagina di crederti felice, di fare il lavoro che hai sempre voluto, di avere una moglie che ami e che ti ama, una figlia adolescente che cresce bene, di ricevere stima per quel che sei e per quel che fai, di possedere una bella casa, di aver raggiunto un benessere che sai meritato. Immagina di avere una vita.

Immagina di essere il dottor Enrico Campanedda, di Sassari.

È la sua vita ad essere sconvolta quel sabato mattina da un’irruzione dei carabinieri con un’accusa assurda.

È Enrico Campanedda la voce narrante del romanzo Solo danni collaterali, di Pier Bruno Cosso, recentemente pubblicato da Marlin editore. È lui che ci tira dentro la sua storia facendocene condividere l’angoscia, la frustrazione, il senso di impotenza di fronte a un’accusa da cui sembra impossibile difendersi, al punto di chiedersi dove ha sbagliato, se è davvero colpevole, e di che cosa. Tante domande alle quali è difficile trovare una risposta.

È lui, siamo noi, che crolliamo, che entriamo in depressione, che guardiamo sfumare tutte le nostre certezze, che ci troviamo da un giorno all’altro senza lavoro, che dobbiamo rinunciare alla nostra sicurezza economica, che rischiamo -forse- di perdere gli affetti, di dubitare di tutti, di lasciarci andare.

La colpa è delle ali della farfalla o forse, sì, la colpa è dell’Autore. Che con capitoli serrati, una scrittura pulita e affilata come lama di coltello, con un ritmo che toglie il respiro… ci chiama in causa, accusati/accusatori, a volte troppo sicuri, dimentichi di essere fragili, sospesi sulla corda sottile dell’esistenza, incapaci di dare ascolto alle nostre inquietudini. E quel che resta dietro sono solo “danni collaterali”. O vite spezzate.

E allora tocca farsi coraggio, ritrovare fiducia, iniziare a lottare. Forse andrà bene, forse no. Sarà tutto come prima? O potrebbe essere meglio? Dipenderà da quanto avremo imparato.

Il romanzo si ispira a una storia vera, quella di un medico – come il protagonista del libro – che ha vissuto gli stessi eventi traumatici, in un luogo imprecisato della Sardegna. I personaggi, le vicende narrate, le ambientazioni sono però frutto della fantasia dell’autore che ci tiene a precisare:

“In ‘Solo danni collaterali’ tutto quello che sembra assurdo, che ti pare impossibile, è vero! L’intreccio con amori, passioni e tradimenti, invece è più attinente al mondo della fantasia. Anche per proteggere la vera identità del protagonista reale che ne ha passate abbastanza…” (intervista rilasciata a Massimiliano Perlato, per “Tottus In Pari”.

C’è uno sguardo rivolto anche alle vicende giudiziarie di cui fu vittima Enzo Tortora. Come nella realtà, anche nel libro si parla di un giudice che monta un caso clamoroso per far carriera, con la complicità di altre figure che perseguono i loro interessi personali. Il romanzo non vuole essere un atto d’accusa contro la magistratura, bensì una riflessione sul ruolo che ambizione e invidia possono giocare nella vita di un cittadino comune.

 

*Pier Bruno Cosso è nato nel 1956 a Sassari, dove vive tuttora e che è la sola città in cui vorrebbe vivere. Ha pubblicato i romanzi Il giorno della tartaruga (2013) e Dannato Cuore (2015), entrambi Parallelo45; la raccolta di racconti Fotogrammi slegati (2018), Il Seme Bianco (Gruppo Elliot–Castelvecchi). Solo danni collaterali (Marlin Editore 2020) è il suo ultimo romanzo.

 

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Due vite (in certa misura) parallele https://www.carmillaonline.com/2020/06/27/due-vite-in-certa-misura-parallele/ Sat, 27 Jun 2020 00:18:31 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=61043 di Daniela Bandini

Giorgio Panzzari, Tito Stefanini, Figli delle catastrofi. Ribelli e rivoluzionari, prefazione di Davide Steccanella, Milieu Edizioni, 2019, pp. 195, € 15,90.

Ci sono certe emozioni, così come certi libri, che riescono a rappresentare esattamente un arco temporale. Con il suo linguaggio, le sue aspettative, la sua voglia di riscatto. Che può essere anche sbagliato, ma lo rappresentano. E poi, cosa significa “sbagliato”? La volontà dello storico di farne una analisi al servizio del nostalgico o del giustizialista?

Due vite. Esattamente inscritte negli anni ’70, perfettamente inserite nel bivio di [...]

Due vite (in certa misura) parallele è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Daniela Bandini

Giorgio Panzzari, Tito Stefanini, Figli delle catastrofi. Ribelli e rivoluzionari, prefazione di Davide Steccanella, Milieu Edizioni, 2019, pp. 195, € 15,90.

Ci sono certe emozioni, così come certi libri, che riescono a rappresentare esattamente un arco temporale. Con il suo linguaggio, le sue aspettative, la sua voglia di riscatto. Che può essere anche sbagliato, ma lo rappresentano. E poi, cosa significa “sbagliato”? La volontà dello storico di farne una analisi al servizio del nostalgico o del giustizialista?

Due vite. Esattamente inscritte negli anni ’70, perfettamente inserite nel bivio di un’Italia che si divide tra chi aspira a essere rappresentante del miracolo economico, finalmente dalla parte giusta, del guadagno, illecito e mal definito “facile”, e chi vede nelle piazze e nella sua vita il pegno da pagare ai principi di una  Resistenza tradita. La Resistenza, un valore calpestato dall’imborghesimento di una classe operaia e di un proletariato accecati dalle vetrine della Standa, del Coin, appena aperti, dalla seconda casa.

Due vite, due città, quelle di Giorgio Panizzari e Tino Stefanini che decidono di scrivere, entrambi detenuti nel carcere di Bollate, per Giorgio il sogno e il segno di un’Italia dove la violenza delle piazze e del terrorismo impattava con le stragi di Stato. E dove il carcere era anche luogo di alfabetizzazione, di analisi.  Per Tino il mito di una vita dove le regole le scrivi tu, eternamente in guerra, profondamente convinto che il denaro ti appartiene, non importa chi lo detenga.

Giorgio Panizzari,  fondatore dei NAP poi confluito nelle BR, il cui nome era nell’elenco dei 13 prigionieri di cui le BR chiesero la liberazione in cambio del rilascio di Moro.

“I proiettili traccianti del Bren, quando andavano a colpire la parete di pietra 700 metri più a valle, rischiaravano la strada con le loro scintille fugaci…L’effetto del tracciante è quello di far credere al bersaglio che, seppure indirizzato a dieci o venti metri di distanza, il proiettile arrivi proprio addosso. Era stato Gianni, un vecchio partigiano delle Brigate Garibaldi.. a insegnarmi a sparare con il Bren”

Tino Stefanini, componente di spicco della banda Vallanzasca, una storia di rapine . Ecco alcuni dei suoi capi di i imputazione: “Tre omicidi, tentato sequestro Scavia, traffico internazionale di stupefacenti, associazione di stampo mafioso, vari tentati omicidi e diverse rapine. A Bologna un sequestro di persona dove venne pagato un riscatto di 800 milioni. A Monza per una rapina di 300 milioni a un ufficio postale e a Milano per la rapina alla succursale Rolex.” Altre accuse di rapine a furgoni blindati .

Bellissimo un capitolo da lui scritto che titola “La prima banca non si scorda mai”.

La storia degli anni ’70 in questo bivio.

Tino Stefanini: ” Ho avuto diversi conflitti a fuoco, scontri con le Fdo e appartenenti della criminalità. Nella mia vita in libertà ho fatto solo il rapinatore. Impossibile quantificare quante banche, uffici postali, ditte o furgoni blindati abbia toccato.  Non sono certo stato uno stinco di santo, ma ho pagato con oltre due terzi della mia vita trascorsi dietro le sbarre… Dall’inizio della mia carriera criminale, attorno agli anni settanta ad oggi, ho riscontrato enormi cambiamenti nel sottobosco della malavita, le regole che avevamo nel cuore sono mutate; la nuova generazione è diventata egoista… Nelle camere di sicurezza venivamo torturati, presi a calci e pugni, sputati in faccia e non una parola usciva dalle nostre bocche, pochissimi crollavano…”

Giorgio Panizzari: “La mia collera verso le istituzioni era fuori misura umana!  Le lotte in carcere imperversano e io vi avevo partecipato fin dal primo momento… Molti studenti, compagni operai erano entrati in carcere dalle lotte esterne, si fraternizzava e si parlava. Si discuteva di tutto…. Qualcosa iniziai a capire anch’io! Fui tra i fondatori prima delle Pantere Rosse e poi dei NAP, che nacquero formalmente nel carcere di Perugia nel 1972″.

Concludo con le parole dell’Avvocato Davide Steccanella, ideatore e curatore del libro: ” Il duplice racconto, che si conclude con l’ultimo capitolo di Tino dal titolo Aglio Olio e Peperoncino, regala momenti di riflessione, come la sorpresa di Tino quando dopo dieci anni di galera ritorna nel suo quartiere in cui ‘ormai si viveva  solo spacciando la droga, una cosa che non condividevo e alla quale non avrei mai voluto partecipare, nonostante le numerose offerte’, oppure il commosso ricordo dedicato da Giorgio all’amico Martino Zicchitella, ‘che non era un uomo da situazioni ordinarie’, morto nel corso del fallito attentato al questore anti-terrorismo Alfonso Noce perché ‘Coloro che lo hanno  conosciuto bene, sanno che Martino non avrebbe voluto una morte diversa!’ E ‘Io l’ho conosciuto bene’, aggiunge con orgoglio.

Grazie all’Avvocato Davide Steccanella per questo lavoro,  per il crederci per davvero.

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Dada a Oristano. Piano pandemico, secondo episodio https://www.carmillaonline.com/2020/06/27/dada-a-oristano-piano-pandemico-secondo-episodio/ Fri, 26 Jun 2020 23:44:22 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=61040 di Cesare Battisti

Se a qualcuno fosse sfuggito, ricordiamo che la Costituzione e l’Ordinamento Penitenziario prevedono che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.

Che il trattamento dei detenuti  deve essere integrato da un’azione di assistenza alle loro famiglie, tale azione è rivolta anche a conservare e migliorare la relazione dei soggetti con i familiari e a rimuovere le difficoltà che possono ostacolare il reinserimento sociale.

A questo proposito le regole europee prevedono che la vita in carcere deve essere [...]

Dada a Oristano. Piano pandemico, secondo episodio è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Cesare Battisti

Se a qualcuno fosse sfuggito, ricordiamo che la Costituzione e l’Ordinamento Penitenziario prevedono che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.

Che il trattamento dei detenuti  deve essere integrato da un’azione di assistenza alle loro famiglie, tale azione è rivolta anche a conservare e migliorare la relazione dei soggetti con i familiari e a rimuovere le difficoltà che possono ostacolare il reinserimento sociale.

A questo proposito le regole europee prevedono che la vita in carcere deve essere il più vicino possibile agli aspetti positivi della vita nella società libera. Che i detenuti devono essere autorizzati a comunicare il più frequentemente possibile con la famiglia, con terze persone, con rappresentanti di organismi esterni e a ricevere visite da dette persone.

Che le modalità delle visite devono permettere ai detenuti di mantenere e sviluppare relazioni il più possibile normali.

In questo senso si dovrebbero giustificare le nuove misure di sicurezza previste nell’ineffabile piano pandemico adottato dalla casa di reclusione di Oristano.

Sotto il regime di Covid si è costretti ad accettare condizioni di vita inimmaginabili fino a qualche mese prima. Per alcuni le nuove norme sono comprensibili e adeguate ad affrontare il pericolo virale, per altri rappresentano un’insopportabile forma di controllo sociale.

Da non dimenticare i soliti saggi che ci ricordano come la gisuta misura è sempre la via di mezzo.

Non si tratta di disquisire su ragioni tanto dibattute e suppostamente ponderate. Ci prendiamo però il diritto di dire che una comunità che si aggrappa all’assoluta assenza di rischio, rinunciando al libero arbitrio, è senz’altro decadente.

Il virus fa furore nei media globali, ma non si parla d’altro che di ovvi effetti, di origini più o meno fittizie, spesso fantasiose. Sorprende invece l’assenza di dibattito sulle cause reali della pandemia, che porterebbero inevitabilmente a rivedere il sistema di produzione capitalistico che ha raggiunto l’apice dell’oscenità. In ogni caso opportuno o non, se ci sono misure di sicurezza legiferate, queste non possono essere interpretate in forma discriminatoria.

Devono pertanto valere nella stessa misura tanto per il libero cittadino quanto per i reclusi.

E’ dettato costituzionalmente, non può essere ignorato nemmeno da quei giustizialisti che dell’ignoranza ne fanno una dottrina, salvo poi ravvedersi quando dietro le sbarre ci capitano loro stessi o un parente.

C’è stato il periodo in cui la segregazione (lockdown) ha drasticamente limitato la libertà di movimento dei cittadini con i disagi che conosciamo. Nello stesso tempo i detenuti sono stati privati dei colloqui con i familiari, avvocati, magistrati, e qualsiasi altra istanza esterna. Perfino il servizio sanitario fu ridotto ai minimi termini. Mentre fuori si adottavano alcune misure per contrastare il virus, in carcere erano proibiti guati e mascherine, inesistenti, test o tamponi.

Prima di concedere telefonate e videochiamate di mezzora alla settimana, ci furono varie ribellioni, dove ben tredici detenuti persero la vita. Se fosse successo fuori si sarebbe detta strage, ma trattandosi di semplici detenuti non se ne è più parlato.

Poi fu la fase due e anche la tre e divenne impossibile impedire ai cittadini la libertà di movimento per ricongiungersi, tra l’altro, con le persone care. Sotto pressione per la manifesta cattiva gestione, l’amministrazione penitenziaria dovette prendere alcune misure. Ci fu una circolare dove si avvisava la popolazione detenuta, che le famiglie residenti nella regione avrebbero potuto visitare il parente recluso per un’ora alla settimana e un solo familiare alla volta. Una disposizione che non solo esclude in partenza tutti gli AS, giacché nel carcere di Oristano e nella maggior parte degli altri nell’isola il 70% dei reclusi sono continentali e il 100% di questi  sono in regime di alta sicurezza. Insomma, sembra una disposizione fatta apposta per scoraggiare i colloqui. Anche se in seguito questa disposizione fosse applicata alle famiglie non residenti, chi affronterebbe un costoso viaggio in aereo o in nave per fare un’ora scarsa di colloquio? Se inoltre è permesso l’ingresso a un solo familiare, vuole in concreto dire che è proibito ai detenuti riabbracciare i figli minori, giacchè non è pensabile che questi vengano da soli. Fin qui siamo nell’ordine kafkiano del regime.

E’ entrando nella sala colloqui che ci accorgiamo del salto d’epoca e di stile. Sgabelli divelti e ripiantati due a due, tracce di scasso che evocano scene di guerra,vedi campi minati, tavolini rotondi sovrapposti ad altri rettangolari, gettano l‘ambiente in una sorta di caos psico-geometrico. Ma il tocco di classe si deve senz’altro alla lastra di vetro di circa 60 cm per 80, conficcata nel mezzo di ogni tavolino squadrato.

A questo punto, e senza offendere la memoria del caro Tristan Tzara e complici, non si può non rilevare lo stile inconfondibile del dadaismo puro. Dada è  rifiuto della ragione e della logica, enfatizza la stravaganza, la derisione, l’umorismo insomma. Con le nuove sale colloqui, l’amministrazione penitenziaria ci ha voluto offrire questa composizione artistica per ricordarci quanto stravaganti e irrispettose sono le autorità nei confronti dei propri cittadini reclusi. Inoltre, da rigorosi dadaisti, non potevano assolutamente creare qualcosa di utile. Difatti, a che serve un vetro piantato su un tavolino in una stanza chiusa con altri tavolini e altrettanti vetri piantati su? Visto che  ci si muove tutti nello stesso spazio e si respira la stessa aria?

E’ così che poco a poco si scopre l’ineffabile piano pandemico e con esso si rivelano i talenti nascosti in via Arenula.

Devo concludere con un P.S. perché la notizia che segue mi è arrivata in questo momento. Alla richiesta di accesso agli atti per conoscere i motivi del mio isolamento e della classificazione AS2, il ministero della giustizia risponde quanto segue:

” La documentazione richiesta rientra fra quelle sottratte al diritto di accesso, ai sensi dell’art.3 D.M. 25/01/96 n.115…”

Traduzione: a Cesare Battisti non è dato sapere perché è mantenuto in isolamento e perché è classificato AS con retroattività di 40 anni.

Il sequestro perpetrato a Santa Cruz della Sierra il 12 gennaio 2019 continua in Sardegna sotto i riflettori della giustizia italiana.

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Dada a Oristano. Piano pandemico, secondo episodio è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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La pianta proibita https://www.carmillaonline.com/2020/06/25/la-pianta-proibita/ Thu, 25 Jun 2020 21:00:25 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=60772 di Gioacchino Toni

Mario Catania, Cannabis. Il futuro è verde canapa, Diarkos edizioni, Santarcangelo di Romagna (RN) 2020, € 16,50

«L’unico vero “pericolo” che la canapa rappresenta, è quello di essere alla portata di tutti: una risorsa rinnovabile e inesauribile che non si può controllare a tavolino, che è folle proibire e impossibile sotterrare, senza vederla spuntare di nuovo per poter finalmente dire: “Sono tornata”. Il suo più grande nemico è l’ignoranza e il modo migliore per sconfiggerla è quello di raccontarne i benefici a più persone possibili.» Mario Catania

In questo libro [...]

La pianta proibita è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Gioacchino Toni

Mario Catania, Cannabis. Il futuro è verde canapa, Diarkos edizioni, Santarcangelo di Romagna (RN) 2020, € 16,50

«L’unico vero “pericolo” che la canapa rappresenta, è quello di essere alla portata di tutti: una risorsa rinnovabile e inesauribile che non si può controllare a tavolino, che è folle proibire e impossibile sotterrare, senza vederla spuntare di nuovo per poter finalmente dire: “Sono tornata”. Il suo più grande nemico è l’ignoranza e il modo migliore per sconfiggerla è quello di raccontarne i benefici a più persone possibili.» Mario Catania

In questo libro che si apre con una prefazione di Raphael Mechoulam, tra i padri della ricerca su cannabis e cannabinoidi, Mario Catania, oltre a passare in rassegna i principali utilizzi possibili di una pianta che è stata definita “maiale vegetale” per l’utilizzabilità di ogni sua parte, tratteggia le vicende attorno alle quali si è venuta a creare l’accantonamento della canapa e una censura ideologica nei suoi confronti.

Sull’onda dell’attuale rivalutazione di questa pianta nei più diversi settori, Catania mostra il ruolo che potrebbe avere a livello economico, ambientale e medico. Alla luce dei cambiamenti nazionali e internazionali, nel libro vengono dunque affrontate quelle che possono esser considerate le tre anime del fenomeno canapa: la legalizzazione ricreativa, il futuro come risorsa agroindustriale e il mondo medico.

Se l’ostilità statunitense nei confronti della canapa all’inizio del Novecento può essere collegata al timore dei grandi imprenditori americani che un suo uso industriale potesse minacciare gli affari delle grandi aziende della carta, del petrolio, del cotone e delle fibre sintetiche, nondimeno occorre ricordare come la marijuana sia stata utilizzata per attaccare gli immigrati messicani; d’altra parte la prima legge statunitense di messa al bando di uno stupefacente è quella contro l’oppio di fine Ottocento promulgata per colpire gli immigrati cinesi.

Le aggressive campagne di stampa, la paura per la sostanza legata all’imperante razzismo contro i messicani in quel periodo, unite alla comparsa delle prime fibre sintetiche e al proibizionismo imperante nei confronti della cannabis a livello internazionale, furono tutti elementi che hanno portato la canapa, pianta fino ad allora utilizzata largamente anche negli Stati Uniti, a essere bandita. E l’elemento che fa più riflettere è che una campagna iniziata denigrando e ingigantendo gli effetti psicotropi della sostanza, portò in molti Paesi al divieto anche per gli utilizzi industriali in cui gli effetti stupefacenti avevano davvero poco a che fare. (pp. 88-89)

Se il Marijuana Tax Act viene promulgato nel 1937, supportato a dovere da un’incredibile campagna di stampa, le fake news sulla cannabis create e fatte circolare ad arte per demonizzare questa pianta iniziano già nei primi del Novecento, dopo la rivoluzione messicana, quando i migranti, nel varcare il confine del Texas e della Louisiana, portano in dote anche l’abitudine di fumare marihuana.

Serviva una scusa per criminalizzarli, e quella scusa fu la cannabis. Il primo passaggio fu quello di cambiare il nome a una sostanza che gli americani conoscevano bene, perché la utilizzavano per i propri vestiti, per il cordame, per le navi, per gli equipaggiamenti militari, e la custodivano comunemente nell’armadietto dei medicinali. Però la chiamavano cannabis, o hemp. Così quando iniziò l’ossessiva campagna mediatica che parlava in modo assillante dell’erba assassina che fumavano i messicani, ritenuti inferiori e selvaggi e dipinti come criminali, il termine marijuana, dal messicano marihuana, appunto, suona cupo e sinistro, ma soprattutto è completamente nuovo alle orecchie degli americani. La guerra contro la canapa per come la conosciamo oggi inizia da qui: la demonizzazione della cannabis fu un mezzo per demonizzare i messicani stessi. (pp. 89-90)

Nei primissimi anni Trenta la marijuana viene messa fuori legge da una trentina di stati americani e viene fondato il Federal Bureau of Narcotics, sotto il controllo del dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti. La campagna proibizionista può contare sulla grancassa, tra gli altri, del colosso editoriale del magnate William Randolph Hearst, considerato tra i padri del giornalismo scandalistico, a cui si è ispirato Orson Welles per il suo film Quarto potere (1941). La campagna scatenata contro la cannabis tende ad associarla alla violenza, agli omicidi e agli stupri da parte dei migranti messicani nei confronti delle donne bianche. Nel corso delgi anni Trenta anche Hollywood si mobilita con documentari proiettati nelle sale come Refeer madness (1936) e Marijuana, assassin of youth (1937). È in questo clima che si arriva all’approvazione da parte del Congresso del Marijuana Tax Act nel 1937 che, pur senza vietare il possesso o il consumo della pianta, ne rende impossibile l’utilizzo attraverso una forte tassazione.

Venendo all’Italia, se a cavallo tra Otto e Novecento la canapa viene studiata per le sue proprietà mediche, con il fascismo – che indica nell’hashish un “nemico della razza” e una “droga da negri” – prende ufficialmente il via il proibizionismo in questo paese. Nel 1934 la legislazione sugli stupefacenti introduce il “ricovero coatto” dei “tossicomani” in “case di salute”. Nonostante gli interventi legislativi volti a reprimere la diffusione di “sostanze velenose aventi azione stupefacente”, non mancano pubblicazioni di regime che, attorno alla metà degli anni Venti, celebrano la canapa sia in quanto eccellenza autarchica utile all’emancipazione del paese dalle fibre tessili straniere, che per il suo dare lavoro a oltre 30 mila persone nell’industria canapiera nazionale.

Se negli anni Dieci l’Italia figura tra i maggiori produttori di canapa, a partire dalla crisi del 1929 iniziano i problemi per le fibre tessili naturali e per la canapicoltura in particolare, tanto che nel 1933 si decide di intervenire a livello statale a sostegno della produzione canapicola dando vita ai consorzi provinciali per la difesa della canapicoltura. Alla fine del conflitto mondiale questo tipo di produzione nazionale risente della crisi mondiale che riveste le principali fibre naturali soppiantate da quelle artificiali nella fabbricazione di manufatti a uso industriale. Dopo gli anni Sessanta le superfici coltivata a canapa sul territorio nazionale quasi scompaiono ed a ciò si aggiungono le leggi antidroga.

Venendo agli anni più recenti, è da segnalare come nel 2013, primo paese al mondo, l’Uruguay abbia varato una legge per la legalizzazione della cannabis per contrastare i narcotrafficanti. Nel 2017 in Italia è la stessa Direzione Nazionale Antimafia a invitare il mondo politico a superare la logica della semplice proibizione. Negli Stati Uniti la cannabis legale è attualmente, considerato anche l’indotto, tra i settori che stanno creando più posti di lavoro. Stando ad alcune ricerche pubblicate sul JAMA Internal Medicine del 2014, negli stati nordamericani in cui è stato autorizzato l’uso di cannabis terapeutica si è avuto un decremento del tasso di mortalità annuale per overdose da analgesici oppiacei pari al 24,8% rispetto agli stati in cui è stato mantenuto il divieto. Più in generale, in ambito medico la cannabis si presta al trattamento di varie patologie, mostrandosi efficace nei casi di dolore cronico sia di origine neuropatica che infiammatoria, come dimostrano diverse testimonianze riportate dal libro, tanto che alcune grandi aziende farmaceutiche hanno iniziato ad entrare direttamente nel settore.

I nemici della cannabis legale sono tanti. Le grandi multinazionali di alcolici e farmaci vedono in essa un temibile concorrente in quanto la sua legalizzazione farebbe calare i consumi alcol e quelli di farmaci come gli antidolorifici e gli antipsicotici. Due importanti studi canadesi, realizzati dai ricercatori dell’Università di Victoria e della facoltà universitaria di medicina di Dalhousie, hanno recentemente documentato come la cannabis a uso medico contribuisca in maniera significativa a far diminuire i consumi di farmaci come oppioidi, antidepressivi e benzodiazepine, oltre che di alcol. Secondo una ricerca condotta dagli analisti di New Frontier Data, la legalizzazione della cannabis potrebbe sostituire il 10% dei farmaci da prescrizione negli Stati Uniti. Alcune grandi multinazionali dell’alcol e del tabacco hanno fiutato l’affare e se da una parte finanziano le campagne proibizioniste, dall’altra iniziano a investire nel settore della cannabis legale.

Secondo l’autore del libro il vero cambiamento epocale nelle politiche sulla cannabis è giunto all’inizio del 2019, quando l’OMS ha proposto una sua riclassificazione riconoscendone le proprietà mediche e identificando alcune preparazioni farmaceutiche a base di cannabis come “sostanze con valore terapeutico a basso rischio di abuso”.

Dalla canapa possono essere derivati prodotti nutraceutici o cosmetici; si può ottenere carta di ottima qualità da piante annuali; può essere ricavato materiale per la bioedilizia o bioplastica biodegradabile; può essere trasformata in combustibile green ed essere utilizzata per la scocca delle automobili (come aveva dimostrato sin dal lontano 1941 Henry Ford con la sua Hemp Body car, costituita all’80% da fibra di canapa e alimentata da etanolo ottenuto dalla stessa pianta); da essa si può ricavare tessuto con una coltivazione meno inquinante del cotone, più resistente e con proprietà antibatteriche e antifungine e dagli scarti si possono ricavare materiali per la costruzione di supercondensatori per lo stoccaggio di energia. Dal punto di vista ambientale, inoltre, la canapa “sequestra” dall’atmosfera un quantitativo di CO2 quattro volte quello degli alberi comuni, migliora i terreni in cui viene coltivata arieggiandoli e assorbendo materiali inquinanti.

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La pianta proibita è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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