Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Wed, 24 Apr 2019 22:01:37 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.10 Molti anniversari e troppo sangue https://www.carmillaonline.com/2019/04/25/molti-anniversari-e-troppo-sangue/ Wed, 24 Apr 2019 22:01:37 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=52144 di Luca Baiada

Cent’anni dalla fondazione dei Fasci di combattimento: Milano, piazza San Sepolcro, 23 marzo 1919. Il fascismo, un tipico prodotto di successo del Made in Italy; forse la parola italiana più nota all’estero, insieme a mafia e pizza. Ipocrisia e sangue. Va al potere con le stragi di democratici e sindacalisti, con gli incendi, coi saccheggi; ma le condanne a morte che pronuncia col Tribunale speciale, quelle eseguite, sono poche decine. Lupara bianca e lupara nera. Al fascismo bastano sette anni dal suo primo governo per sforbiciare un pezzo della [...]

Molti anniversari e troppo sangue è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Luca Baiada

Cent’anni dalla fondazione dei Fasci di combattimento: Milano, piazza San Sepolcro, 23 marzo 1919. Il fascismo, un tipico prodotto di successo del Made in Italy; forse la parola italiana più nota all’estero, insieme a mafia e pizza. Ipocrisia e sangue. Va al potere con le stragi di democratici e sindacalisti, con gli incendi, coi saccheggi; ma le condanne a morte che pronuncia col Tribunale speciale, quelle eseguite, sono poche decine. Lupara bianca e lupara nera. Al fascismo bastano sette anni dal suo primo governo per sforbiciare un pezzo della capitale e consegnarlo al papato, e pochi anni in più per legare le sorti del paese alla Germania con risultati disastrosi. Paradosso tutto nostro, quel suicidio differito del Risorgimento passa per patriottico.

Tre quarti di secolo dall’attacco partigiano in via Rasella (non per caso, la Resistenza scelse il 23 marzo) e dalle Fosse Ardeatine, il giorno dopo. L’attacco lo fecero i Gap, Gruppi di azione patriottica; patria non sapeva di populismo e non metteva in imbarazzo. Pochi giorni prima, il 10 marzo e sempre a Roma, per l’anniversario della morte di Mazzini i gappisti avevano disperso a revolverate i fascisti, che in via Tomacelli sfilavano contro il re e per la repubblica, ma quella finta di Mussolini. Brutto colpo, per i repubblichini, che sul «Messaggero» commentarono: «Purtroppo i soliti elementi perturbatori attentano alla serena compostezza del corteo». I comunisti sparano sui fascisti per impedire che si fingano mazziniani. Da approfondire, il senso di quell’accademia a mano armata.

La memoria è rimasta prigioniera del paradigma vittimario delle Ardeatine, crimine sepolto nel monumentalismo; l’azione ben riuscita di via Rasella non ha avuto la considerazione che merita, anzi è stata accusata di tutto: i partigiani che volevano l’eccidio, che dovevano consegnarsi ai tedeschi, che ignorarono moniti e comunicati. Qualche anno fa è stato pubblicato e demistificato il volantino fascista che fabbricò menzogne poco dopo il massacro (una manovra disinformativa persino più zelante di quelle tedesche); ma le smentite razionali non bastano, l’accusa contro la Resistenza risponde a un bisogno emozionale. Ha combattuto, ha spezzato l’inerzia, e nella città santa: è colpevole.

Mezzo secolo dalla strage di piazza Fontana, a Milano. Nel 1969 corre lo sviluppo economico, sono in piena maturazione l’industrializzazione e l’urbanizzazione, si è affacciata la rivoluzione sessuale, si progettano il divorzio, il nuovo diritto di famiglia, lo Statuto dei lavoratori. Si reclamano riforme dei codici, della scuola, dell’università. Una parte del paese vuole entrare nella modernità, un’altra frena: vi entrerà zoppicando.

Piazza Fontana è una strage indiscriminata, la prima di tipo bellico dopo la guerra; le altre, da Portella della Ginestra a Reggio Emilia, hanno un margine di selezione delle vittime. Nel 1969 si colpisce a caso: il bersaglio grosso non è in quei morti, è il popolo. Insieme c’è la violenza poliziesca, la macchinazione che mira all’anello debole della contestazione: gli anarchici, estranei al circuito politico del blocco al governo e di quello all’opposizione, riottosi alla retorica del costituzionalismo ingessato, dissonanti dal reducismo ciellenista. Però la morte di Giuseppe Pinelli, un po’ simmetrica e un po’ decentrata rispetto alla bomba, colpisce mirando ed è un monito per tutti, fitta di segni che parlano di allineamento, di ubbidienza non solo governativa. L’uomo che quel giorno va tranquillo coi poliziotti in questura, fiducioso in un chiarimento, ne uscirà cadavere dopo un interrogatorio che viola ogni norma procedurale.

In carcere, additato come il mostro, finirà un altro anarchico innocente, Pietro Valpreda; ci vorranno anni e una modifica legislativa per tirarlo fuori. Ci si renderà conto, finalmente, che le leggi sono ancora quelle fasciste e che un detenuto può sparire senza garanzie. E insieme c’è la giustizia, così inadeguata che alla verità processuale su quel 1969 mancano ancora pagine importanti. La spiegazione corrente su Pinelli sarà un ossimoro osceno, il malore attivo, in cui – come nei Promessi sposi, con le febbri pestilenziali – l’indicibile si sposta sull’aggettivo. Qualcosa si muove, qualcuno fa, insomma c’è un che di attivo, in quella morte. Ma il sostantivo è incolpevole e sa di vecchio, di malfermo: il malore, meno grave della malattia, più svenevole di un dolorino. Pinelli era quarantenne. Da rivedere, sulla giustizia, il film Processo politico di Francesco Leonetti.

Un quarto di secolo dalla rifrequentazione di un tremendo archivio segreto. Fra il 1943 e il 1945 gli occupanti tedeschi e i collaborazionisti fascisti uccidono italiani in una quantità mai davvero calcolata: probabilmente almeno trentamila. Nel 1945 si decide di concentrare indagini e prove a Roma, negli uffici della giustizia militare, per far meglio chiarezza. Negli anni immediatamente successivi i fascicoli sono usati per celebrare pochissimi processi, poi sono lasciati alla polvere, nel silenzio di tutte le strutture partitiche, politiche, sindacali, combattentistiche. Molti sanno, tutti tacciono, qualcuno manovra. È uno scandalo senza paragoni nell’Italia postunitaria, forse nella storia europea: un paese occulta le prove di due anni di massacro dei suoi cittadini, di ogni età e condizione, compresi i bambini, i militari fedeli al governo legittimo, i partigiani, il clero, gli ebrei.

Un giornalista battagliero, Franco Giustolisi, chiamerà questa cosa orribile Armadio della vergogna, un’espressione fulminante. Dopo che l’Armadio è stato riaperto si muovono commissioni d’inchiesta, si scrivono relazioni, eppure restano oscure sia le implicazioni di un’inerzia così lunga, sia le modalità dell’improvvisa rifrequentazione dell’archivio. Avviene, appunto, nel 1994: cioè dopo il Trattato di Maastricht e dopo la trattativa Stato-mafia con la notte in odor di golpe denunciata da Ciampi, e dopo l’assassinio di Falcone e Borsellino. Soprattutto, a breve distanza dalla caduta del Muro di Berlino e dalla riunificazione tedesca, e subito dopo l’arrivo di Berlusconi al governo. In quell’anno i Modena City Ramblers cantano Quarant’anni: «Ho visto bombe di Stato scoppiare nelle piazze e anarchici distratti cadere giù dalle finestre. Ho venduto il mio didietro ad un amico americano. Ho massacrato Borsellino e tutti gli altri. Ho protetto trafficanti e figli di puttana. Ma ho un armadio pieno d’oro, di tangenti e di mazzette, di armi e munizioni, di scheletri e di schifezze».

La rifrequentazione non ha neppure una data sicura. Di altri misteri italiani si conosce almeno il giorno; nel 1994 l’Armadio ricompare senza un verbale, senza una fotografia. Negli anni che seguono si celebrano una ventina di dibattimenti, l’ultimo termina nel 2015; va in prigione solo un sottufficiale. La Germania non paga nessun risarcimento; anzi, alla Corte internazionale dell’Aia fa condannare l’Italia per lesa maestà, perché uno studio legale ha ipotecato una villa tedesca a Como. Attenzione. La posta in gioco non è solo di crediti italiani e di una villa: con quella sentenza la Corte, cioè la voce giudiziaria dell’Onu, dice che gli Stati non possono mai essere condannati a pagare, neppure per crimini di guerra o contro l’umanità. Vale per il passato e per il futuro, per Sant’Anna di Stazzema e per la Siria. È il 2012: la crisi economica dilaga, terrorismo e destabilizzazioni fanno il doppio gioco sul sangue di interi paesi, e Wikileaks, col Cablegate e coi documenti sull’Afghanistan e l’Iraq, ha svelato intrighi e massacri. Ecco che sul tavolo anatomico dei giuristi, all’Aia, le stragi di italiani dal 1943 al 1945 sono dissezionate e manipolate per fabbricare un salvacondotto legale a quelle future, ovunque. Gli apprendisti stregoni cuciono i lutti della Seconda guerra mondiale col fil di ferro del formalismo; ne esce un mostro alla Frankenstein, servizievole alla ragion di Stato. Sangue assolve sangue.

Settant’anni dalla fondazione della Nato. Voluta contro un blocco politico-economico che non esiste più da un trentennio, è sopravvissuta al suo nemico e continua a condizionare il presente. I responsabili di crimini nazifascisti commessi in guerra sono stati protetti e adoperati; la strategia della tensione è stata l’area in cui la Nato ha incontrato il nazifascismo bellico e la protezione postbellica della sua impunità, cioè l’ombra silenziosa dell’Armadio della vergogna.

Lo stragismo nazista e fascista, sempre antipopolare, sempre collaborazionista, ha disseminato di ingiustizia e reticenza un secolo segnandone le tappe. Durante la guerra è stato usato per fabbricare il complesso di colpa per la Resistenza, la squalifica profonda degli italiani, e per gettare le basi di un senso di inferiorità contrario al Risorgimento, al socialismo e alla democrazia; da rileggere, le pagine di Giuseppe Dossetti su Marzabotto come delitto castale. Dopo la guerra ha stravolto l’ingresso del paese nella modernità, costruendo col metodo terroristico la minaccia del colpo di Stato, lo scacco alle conquiste sindacali e democratiche, la difesa a oltranza dei privilegi di classe. Dopo la dissoluzione del blocco socialista e la riunificazione della Germania, i contraccolpi di quel sangue e quei silenzi hanno continuato a pesare. I segreti della strategia della tensione e l’impunità delle stragi nazifasciste in tempo di guerra hanno ricevuto una protezione solida, dentro l’abitudine del potere all’utilizzo indiscriminato della criminalità organizzata e del fascismo; abiti intercambiabili, in Italia, e sempre con l’ornato di una cultura prostituita alla distrazione. Da rivedere l’intervista al regista (Orson Welles), in La ricotta di Pasolini: «Il popolo più analfabeta, la borghesia più ignorante d’Europa». La ricotta comincia col Vangelo di Marco: «Non esiste niente di nascosto che non si debba manifestare; e niente accade occultamente, ma perché si manifesti».

Ancora da sondare, i rapporti fra le coperture dell’Armadio della vergogna e il reimpiego del fascismo negli anni della conflittualità armata, come le relazioni fra crimine, fascismo e affarismo – riciclaggio, privatizzazione di beni pubblici, traffico di droga e armi – nella prima metà degli anni Novanta, in concomitanza coi delitti più vistosi (Falcone, Borsellino). Tutti da affrontare, i legami con altri delitti che hanno segnato la situazione europea poco prima della liquidazione del socialismo o nell’immediatezza (omicidi Olof Palme, Alfred Herrhausen, Detlev Rohwedder).

Le stragi fasciste dal 1919 preparano la dittatura, che prepara i massacri sociali, coloniali, bellici. Le stragi belliche, massacri dentro l’immane massacro, sorreggono l’occupazione militare, la schiavizzazione, la deportazione, il saccheggio, la repressione materiale e morale. Le stragi della strategia postbellica orientano il cambiamento dell’Italia in conformità alla spartizione del mondo in blocchi. Le stragi del 1992-1993 chiudono quella stagione, mettendo a tacere chi sa troppo e aprendo la strada a un nuovo quadro di potere, che serve alla penetrazione economica nei paesi ex socialisti e alla distruzione dell’originale socialdemocrazia italiana, coi suoi specifici miti e pilastri (democristianesimo, eurocomunismo, partecipazioni statali, banche pubbliche). Questo lunghissimo sacrificio umano ha per costante l’eliminazione mirata di notabili (uomini d’ordine antifascisti, politici onesti, sindacalisti impegnati, intellettuali coraggiosi, magistrati scomodi) e il massacro casuale, indiscriminato, contro il popolo, che la strategia del sangue riduce a massa informe di carne.

Davvero, tanti anniversari. Eppure, a leggerli insieme si capisce meglio. Un uomo diritto che visse per amore, patria e poesia, e morì d’esilio in povertà: «Non accuso la ragione di stato che vende come branchi di pecore le nazioni: così fu sempre, e così sarà: piango la patria mia, “Che mi fu tolta, e il modo ancor m’offende”». Ugo Foscolo, Ultime lettere di Jacopo Ortis, 17 marzo.

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Molti anniversari e troppo sangue è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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«È stata una cosa meravigliosa!» A 45 anni dalla rivoluzione portoghese https://www.carmillaonline.com/2019/04/24/e-stata-una-cosa-meravigliosa-a-45-anni-dalla-rivoluzione-portoghese/ Tue, 23 Apr 2019 22:01:25 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=52116 di Luca Cangianti

Una rivoluzione può iniziare con una canzone. Il 25 aprile 1974, venti minuti dopo la mezzanotte, Teodomiro Leite de Vasconcelos trasmette su Radio Renascença Grândola Vila Morena di José Alfonso. Il Movimento delle forze armate, costituito da militari progressisti, s’impadronisce dei punti strategici, chiede ai portoghesi di rimanere a casa e ripete per ben dieci volte l’invito. Il popolo, tuttavia, non ne vuol sapere: quello che doveva essere un semplice colpo di stato per metter fine a una guerra coloniale dispendiosa (40% delle spese statali) e priva di [...]

«È stata una cosa meravigliosa!» A 45 anni dalla rivoluzione portoghese è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Luca Cangianti

Una rivoluzione può iniziare con una canzone. Il 25 aprile 1974, venti minuti dopo la mezzanotte, Teodomiro Leite de Vasconcelos trasmette su Radio Renascença Grândola Vila Morena di José Alfonso. Il Movimento delle forze armate, costituito da militari progressisti, s’impadronisce dei punti strategici, chiede ai portoghesi di rimanere a casa e ripete per ben dieci volte l’invito. Il popolo, tuttavia, non ne vuol sapere: quello che doveva essere un semplice colpo di stato per metter fine a una guerra coloniale dispendiosa (40% delle spese statali) e priva di speranze di vittoria, diventa una rivoluzione travolgente.

La più longeva dittatura fascista durò 48 anni. Nei tredici anni di conflitto nelle colonie non risparmiò torture e bombardamenti con il napalm sulle popolazioni locali. Infine crollò miseramente, senza resistenza, mentre il popolo si riversava nelle strade: la gente si abbracciava, si baciava, piangeva di gioia, ricopriva di garofani rossi e bianchi i soldati offrendogli pane e zuppa calda. I prigionieri politici vennero liberati, i lavoratori delle banche si organizzarono per evitare le fughe di capitale. A Lisbona, nella prima settimana dopo il 25 aprile sono occupate tra le 1.500 e le 2.000 case popolari e il 1° maggio è festeggiato con un’imponente manifestazione di mezzo milione di persone. Nelle fabbriche si creano le commissioni dei lavoratori che epurano gli elementi fascisti, organizzano scioperi rivendicativi e presidiano gli impianti affinché non vengano asportati i macchinari. Più in là cominciarono a esercitare perfino forme di controllo operaio sulla produzione. Nei quartieri nascono le commissioni degli abitanti che gestiscono occupazioni, asili nido e centri polifunzionali in cui vengono erogati mutualisticamente servizi di ogni tipo. In molti casi si riuniscono tribunali popolari garanti dell’equità delle azioni di esproprio. Infine sorgono le commissioni dei soldati con cariche elettive e revocabili, come in tutti gli altri casi. Si tratta di una ramificata trama sociale di organismi autonomi dai partiti e dal Sindacato che ricordano i soviet russi del 1905 e del 1917, i consigli italiani del 1919-20 e quelli cileni del 1972-73. È un potere parallelo che pratica la democrazia di base e compete con quello dello stato per 19 mesi, cioè fino al colpo di stato del 25 novembre 1975 in seguito al quale la situazione politica portoghese è ricondotta sui binari della democrazia parlamentare.

«Nonostante ci fossero le navi statunitensi davanti alla costa, nessuno aveva paura» ricorda Rigel Polani che arrivò a Lisbona con una Citroën Mehari e quattro amici durante il veraõ quente, l’estate calda del 1975, cioè il periodo di massima conflittualità sociale. «Le manifestazioni spesso non avevano un palco per gli interventi. Si sfilava e si gridavano slogan come in uno spettacolo in cui si era attori e spettatori al tempo stesso. Non ricordo di aver mai visto la polizia. Erano tutti felici, tutti partecipi, tutti impegnati a costruire un mondo migliore. La società autogestita che sognavo si era materializzata di fronte ai miei occhi». Per le strade di Lisbona si sentiva parlare molto spesso italiano. Migliaia e migliaia di giovani militanti della sinistra rivoluzionaria partirono dall’Italia. Attraversarono la Francia e la Spagna in auto, in moto o in treno per raggiungere i confini occidentali dell’Europa: «Eravamo andati in Portogallo per veder sorgere un mondo nuovo» scrive Sandro Moiso in Riti di passaggio, ricordando il clima di gioiosa ubriacatura collettiva: «In quei giorni e in quegli anni non ci sentimmo mai stanchi.»
Rigel fa una pausa, non è sicuro che io possa capire quell’esperienza senza averla vissuta: «Ti faccio un esempio. Una volta per strada incontriamo dei giovani come noi. Erano operai e ci invitano a partecipare a un’assemblea nella loro fabbrica. Si discusse di come gestire e sviluppare la produzione. Malgrado le difficoltà linguistiche non abbiamo mancato di percepire il loro spiccato senso di competenza e di praticità. Il popolo si era impossessato della propria vita. Decideva il proprio destino.»

In verità nella rivoluzione c’era anche un lato oscuro, o forse «imbarazzante»: il dramma delle decine di migliaia di retornados che affluivano dalle colonie con le varie dichiarazioni d’indipendenza. «I pieds noirs portoghesi – ricorda Moiso – scesero sul sentiero di guerra. Come figlioli prodighi infuriati tornavano a una terra che era loro estranea, non essendovi spesso neppure nati. Si temevano disordini come quelli già avvenuti al Nord. Davanti al palazzo di São Bento, sede del parlamento, ci ritrovammo in pochi con un reparto di soldati da una parte e centinaia di manifestanti ostili dall’altra. L’imbarazzo era per noi doppio, perché dall’altra parte vi era una folla di poveracci.»
Erika Dellacasa al tempo aveva ventun anni. Nei mesi di aprile e maggio 1974 era stata inviata in Portogallo per conto del quotidiano genovese “Il Lavoro”: «C’era un’atmosfera di grande euforia che non si fermava mai. Le strade erano sempre affollate. C’erano grandi aspettative per il futuro, grande speranza di giustizia e grandissima voglia di libertà. Era una cosa così tangibile che era commovente. Non è che si parlasse molto, ci si abbracciava e ci si scambiavano grandi strette di mano. Non era raro che qualche uomo piangesse. La prima notte a Lisbona rimasi molto colpita da un gruppo di travestiti visibilmente ubriachi che cantavano e ballavano. Uno cadde per terra e fu aiutato a rialzarsi da un militare con grande gentilezza. Era una scena un po’ incongrua per come era conosciuto il Portogallo in quegli anni: represso e repressivo. Si sentiva aria di libertà, libertà di fare cose proibite o impensabili fino a pochi giorni prima.»
Nel Portogallo fascista il 68% delle donne tra i 20 e i 54 anni erano casalinghe e non avevano il permesso di espatriare senza il consenso del marito che aveva anche diritto ad aprire la loro corrispondenza. Come avviene spesso durante le rivoluzioni, il crollo dei vecchi assetti di potere comportò l’esplosione del protagonismo femminile. Dopo il 25 aprile vennero fondate varie organizzazioni femministe e le donne si trovarono in prima file nelle occupazioni, nei picchetti e nelle lotte contro il carovita.

Con il colpo di stato del 25 aprile, Azione nazional-popolare, il partito unico al potere, fu sciolto; Marcelo Caetano, ultimo presidente del consiglio dell’Estado Novo fascista è arrestato ed esiliato in Brasile; la polizia segreta Pide/Dgs si smembra non prima di aver lasciato a terra quattro persone che manifestavano davanti alla sua sede in rua de António Maria Cardoso 22. Nel fronte degli oppositori, il Partito socialista fino al 1974 era stato poco più che un circolo di esuli intellettuali e lo stesso dicasi per i liberali del Partito popolare democratico che si faceva passare per socialdemocratico (denominazione che assumerà nel 1976 nonostante la collocazione di centrodestra). Diversa era la situazione del Partito comunista portoghese, temprato da quasi mezzo secolo di clandestinità, con ben tremila militanti sotto la dittatura e un forte radicamento nelle fabbriche e nelle campagne. Infine nella rivoluzione portoghese furono presenti una settantina di gruppi di estrema sinistra che coprivano tutto lo spettro delle posizioni eterodosse, dal guevarismo al trotskismo passando per varie sfumature di maoismo. Pur nella loro tipica frammentazione queste formazioni arrivarono a mettere insieme complessivamente una forza militante di tremila persone con impiantamenti maggioritari nelle università e seguiti non trascurabili in molte situazioni lavorative. A differenza del Partito comunista, filosovietico, che, in osservanza degli accordi di Yalta e Potsdam, spingeva per un compromesso tra capitale e lavoro all’interno di una cornice democratico-parlamentare, l’estrema sinistra si preparava a una seconda fase della rivoluzione. Questa avrebbe dovuto comportare lo scioglimento dell’Assemblea costituente votata il 25 aprile 1975, l’abolizione del capitalismo e il passaggio al potere popolare costituito da organismi autonomi di base quali erano le commissioni dei lavoratori, degli abitanti e dei soldati. Socialisti e comunisti si scagliarono contro l’ondata di scioperi “anarchici” che si svilupparono nel 1974-75 e un ministro del Pcp arrivò perfino a dirigere una manifestazione “contro lo sciopero per lo sciopero” alludendo alla presenza di elementi fascisti tra le fila dei lavoratori.

La forte effervescenza sociale e il dualismo di potere che attraversava la società portoghese fu alla base dell’instabilità dei sei governi provvisori che si succedettero alla guida del paese, delle spaccature tra socialisti e comunisti, e dei conflitti tra moderati e rivoluzionari all’interno del Movimento delle forze armate. Nonostante la forza, il radicamento e la pervasività degli organismi di contropotere che si ramificarono anche nello stesso esercito, non vi fu un sufficiente coordinamento nazionale capace di resistere al golpe controrivoluzionario del generale António Ramalho Eanes. I comunisti che con il V governo provvisorio di Vasco Gonçaves avevano accettato l’appoggio dell’estrema sinistra si rifiutarono di reagire, mentre i militari dell’ala rivoluzionaria dell’esercito, impersonata dalla figura istrionica di Otelo Saraiva de Carvalho, furono arrestati in massa.
Secondo la storica Raquel Varela, «la relazione di forza tra classi sociali nella rivoluzione (connotata dalla potenza dei settori operai e dall’indebolimento politico e militare della borghesia portoghese) poneva le condizioni per uno sciopero generale… con carattere insurrezionale. Tuttavia le commissioni dei lavoratori che dirigevano questi scioperi non furono mai unificate in un organismo nazionale a differenza del Sindacato, in maggioranza diretto da elementi filo-Pcp e dunque contrari agli scioperi.»1 Oltre alla riluttanza a mettere in discussione gli assetti postbellici tra Occidente capitalista e Oriente realsocialista, la direzione del Pcp era infatti scettica rispetto alla possibilità di vittoria del potere popolare perché a suo giudizio in Portogallo era predominante il peso delle classi medie e della piccola proprietà.

La potenza della precedente spinta rivoluzionaria obbligò tuttavia la borghesia ad accettare molte nazionalizzazioni per contenere il conflitto sociale e salvare lo stato capitalista della critica congiuntura economica successiva allo shock petrolifero. Anche sul versante dei redditi il rapporto tra quelli provenienti dal lavoro (salari e prestazioni sociali) e quelli provenienti dal capitale (interessi, profitti e rendite) passò dal 50 per cento del pil per ognuna di queste voci nel 1973, a un rapporto del 70 e 30 per cento nel 1975.2 Vennero creati inoltre gli istituti di previdenza, assistenza, invalidità, maternità, abitazione sociale e sussidio di disoccupazione.
Si realizzò in questo modo un “compromesso socialdemocratico” che sarà formalizzato nella Costituzione del 1976 nella quale si stabilì l’irrevocabilità delle nazionalizzazioni, la gratuità del servizio sanitario nazionale, l’obiettivo della socializzazione dei mezzi di produzione, il rifiuto del colonialismo e dell’imperialismo, il diritto di resistenza. Alcuni di questi elementi saranno modificati nel corso di successive revisioni costituzionali, ma ancora oggi nel preambolo della legge fondamentale portoghese si legge che è volontà del popolo «aprire il cammino verso una società socialista».

In un documentario girato a Lisbona nei giorni della rivoluzione, il regista brasiliano Glauber Rocha intervista un uomo in mezzo a una moltitudine di persone nella piazza del Rossio:

«Lei, Signore, è operaio di che tipo d’industria?»
«Edilizia civile.»
«Cosa pensa di ciò che sta accadendo in Portogallo?»
«È stata una cosa meravigliosa!»
«Lei sperava tutto questo o è stata una sorpresa?»
«Speravo questo da molto tempo e solo ora è accaduto3

Se visitate Lisbona potete usare come guida per le vostre esplorazioni 25 de abril – Roteiro da revolução.4 È un volume ricco di foto, luoghi e testimonianze che vi immergeranno nel mare degli eventi e dei sentimenti di quei giorni. Poi andate su uno dei tipici belvedere che sorgono sulle colline della città. Al tramonto stringete gli occhi, sforzatevi d’ignorare i turisti, concentratevi solo sulle grida dei gabbiani e sul cielo infinito, striato dai colori caldi del giorno che finisce. Oggi, nel triste inferno neoliberista dell’Unione europea, noi siamo come l’operaio di Rossio prima del 25 aprile. Lo studio e l’azione quotidiana devono nutrire la nostra speranza.

[Fotografie di Rigel Polani]


  1. Raquel Varela, Historia do Povo na Revolução portuguesa 1974-75, Bertrand, 2014, p. 136. È disponibile anche un’edizione in inglese: A People’s History of the Portuguese Revolution, Pluto Press, 2019. 

  2. Cfr. ivi, p. 487. 

  3. Ivi, p. 54. Il documentario è As armas e o Povo

  4. José Mateus, Raquel Varela, Susana Gaudêncio, 25 de abril – Roteiro da revolução, Parsifal, 2017. 

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«È stata una cosa meravigliosa!» A 45 anni dalla rivoluzione portoghese è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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La pena di morte viva https://www.carmillaonline.com/2019/04/23/la-pena-di-morte-viva/ Tue, 23 Apr 2019 09:00:37 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=52233 di Alexik

Elton Kalica, La pena di morte viva. Ergastolo, 41 bis e diritto penale del nemico, Meltemi, 2019, pp. 189.

“L’ergastolo ti fa morire dentro a poco a poco. Non siamo morti ma neppure vivi. L’ergastolo è l’invenzione di un non-dio di una malvagità che supera l’immaginazione. L’ergastolo è una morte bevuta a sorsi, perché non ci mettiamo d’accordo e smettiamo di bere tutti assieme?” 

Con queste parole, nel maggio del 2007, 310 reclusi a vita nei circuiti della carcerazione speciale chiedevano al Presidente della Repubblica Giorgio [...]

La pena di morte viva è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Alexik

Elton Kalica, La pena di morte viva. Ergastolo, 41 bis e diritto penale del nemico, Meltemi, 2019, pp. 189.

“L’ergastolo ti fa morire dentro a poco a poco.
Non siamo morti ma neppure vivi.
L’ergastolo è l’invenzione di un non-dio di una malvagità che supera l’immaginazione.
L’ergastolo è una morte bevuta a sorsi, perché non ci mettiamo d’accordo e smettiamo di bere tutti assieme?” 

Con queste parole, nel maggio del 2007, 310 reclusi a vita nei circuiti della carcerazione speciale chiedevano al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano di convertire l’ergastolo in pena di morte, considerandola meno dolorosa.
Con sollecitudine il Quirinale scaricava il barile sul Parlamento, impegnato all’epoca nel dibattito sull’abolizione della pena perpetua.1
Come era prevedibile, della riforma non se ne fece nulla.

Del resto, perché mai lo Stato avrebbe dovuto privarsi di strumenti afflittivi così duttili ?
Strumenti costruiti in tanti anni di gestione emergenziale dei conflitti e della devianza, e giunti, nel loro insieme, a costituire un sistema di annichilimento del ‘detenuto speciale’ decisamente avanzato.

Nei circuiti del 41bis e dell’alta sicurezza, nella previsione e applicazione dell’ergastolo ostativo, trovano oggi compimento e sintesi quarant’anni di scienza repressiva, dall’apertura delle carceri speciali nel ’77 – che ha inaugurato l’era della diversificazione dei percorsi penitenziari in base alla ‘qualità’ del detenuto – passando per le norme che sospendono potenzialmente all’infinito le già scarse garanzie del trattamento penitenziario per determinate categorie2, e per quelle che escludono da ogni possibile beneficio (permessi, libertà condizionale) chi non si pente, prospettando per chi sconta l’ergastolo e rifiuta la delazione di poter uscire solo in posizione orizzontale.3

Per l’occasione sono state disposte “strutture attrezzate”4, carceri laboratorio per sperimentare tecniche di “pacificazione”, intesa come riduzione di un particolare gruppo umano ad uno stato di sottomissione pacifica a fronte di pratiche degradanti, caratterizzate da un altissimo livello di violenza intrinseca.
Se in decenni passati ha prevalso l’esercizio della violenza materiale, oggi nelle “strutture attrezzate” si compie la versione contemporanea di una sorta di quaestio medioevale – “veritatis indagatio per tormentum” – dove, ai fini della confessione, la tortura non viene in genere somministrata tutta insieme nella forma dell’intensità del dolore fisico, ma centellinata ogni giorno, per anni, per decenni, con lo svuotamento del tempo, la riduzione al silenzio, l’annullamento di ogni dimensione sociale del detenuto, la distruzione quasi assoluta di ogni rapporto con i suoi amori.

E’ questo ciò che emerge dal prezioso il lavoro di Elton Kalica, un’indagine svolta sulla base di 20 interviste a ergastolani provenienti dal regime di 41bis.
È una ricerca unica, sia  perché è molto raro riuscire ad avere notizie su quello che accade dietro le mura delle “strutture attrezzate”.
Ma anche perché solo Elton poteva riuscire a compierla, unendo alla capacità analitica acquisita durante gli studi accademici la conoscenza dei meccanismi interni al carcere, sperimentati in prima persone nel corso di 14 anni di prigionia, di cui 5 in Alta Sicurezza. Senz’altro utile, in questo suo compito, l’esperienza come redattore di “Ristretti Orizzonti”, e la capacità di porsi in relazione ai detenuti col necessario rispetto.
Oggetto della sua ricerca è quello di “raccontare quanto la somministrazione della sofferenza in carcere superi persino la fantasia”.

Elton ci conduce attraverso la quotidianità di un detenuto al 41bis: 23 ore al giorno di isolamento in una cella singola di 6 metri quadri scarsi, soggetta a perquisizioni giornaliere e battitura sbarre.
La dotazione della cella consiste in una branda metallica e di uno sgabello inchiodati a terra, di un tavolino e un armadietto fissati al muro, di un televisore blindato.
E’ impossibile disporre gli arredi a proprio modo, così come è vietato appendere al muro qualsiasi cosa. Viene impedita qualsiasi personalizzazione.
Gli oggetti che si possono tenere, compresi i capi di vestiario, sono un numero limitato, insufficiente. I libri non superiori a tre.

Qualsiasi spostamento del detenuto – da e per il cortile, da e per il colloquio con l’avvocato o con il giudice, da e per le visite parenti, ecc. – è accompagnato da perquisizione personale, a volte col metal detector, ma più spesso tramite denudamento, al di fuori di ogni limite regolamentare posto a questa pratica.

Sempre, dovunque andavi. Era un’umiliazione… anche se andavi dal magistrato, una cosa  pazzesca…
Io l’ho detto al magistrato: dottoressa, ogni volta che voi mi chiamate qui mi spogliano, mi svestono , mi umiliano. Ma scusate. Io posso capire all’entrata che posso avere un’arma. Ma se mi spogliano all’uscita vuol dire che voi siete corrotta con me..
Il magistrato chiama l’ispettore e gli chiede: come mai all’uscita voi lo spogliate. Risponde che questo è un ordine
.”

Qualcuno riesce anche a scherzarci sopra, presentandosi nudo sotto la tuta da ginnastica.

La custodia e la sorveglianza sono affidate al G.O.M.5
Davanti a loro bisogna spogliarsi più volte al giorno: la nudità del corpo è a disposizione dei carcerieri.
È questo il prezzo per raggiungere un cortiletto circondato da muri di cemento armato alti 5 metri, a volte col cielo sbarrato da una rete e da una lastra di plexiglass, in modo da eliminare anche l’aria dall’ora d’aria.
Alcuni vi rinunciano, perché ritengono non ne valga la pena

L’aria e la “socialità” si svolgono con altri tre detenuti, scelti dall’amministrazione a sua discrezione con i quali, ammesso che ci sia compatibilità, dopo un po’ non si sa più che dire. Ci si può giocare a carte, in una stanza che quando presenta qualche libro e una cyclette assume in nomi pretenziosi di biblioteca e palestra.
A parte i tre del gruppo, con qualsiasi altro recluso è punito ogni contatto, ogni parola.

E’ vietato il dono, lo scambio di vestiario o di cibo, con chiunque.
E’ vietato cucinare, ma non da sempre. L’ha deciso Alfano, nel 2009, ai tempi in cui era ministro della Giustizia del governo Berlusconi IV.
Dichiarando di voler rendere  “ancora più duro” il 41bis, Angelino ha proibito la pastasciutta.
Involontariamente, e senza tema del ridicolo, ha esplicitato il senso prettamente vessatorio di questo regime carcerario, visto che non si capisce come il fatto di potersi cuocere o meno un piatto caldo possa avere una qualsiasi attinenza con gli obiettivi formali del 41bis, ovvero di impedire i rapporti del detenuto con l’organizzazione di provenienza.

Chi ha vietato il dono e la cucina conosce il loro significato all’interno del carcere:
Il dono è segno di amicizia, sostegno materiale e solidarietà, ed ogni meccanismo solidale va colpito.
Mentre le lunghe ore passate a cucinare riempiono il tempo vuoto, i dettagli delle ricette riemergono nei discorsi nell’ora d’aria, la scelta del proprio pasto è un esercizio, ancorché minimale, di decisionalità.
Ma ogni decisionalità del detenuto va negata. Ogni aspetto della sua giornata è a disposizione dei carcerieri :
Quotidianamente si aspettano i comandi dell’agente per andare in doccia, all’aria, in saletta, oppure semplicemente per uscire dalla cella durante la quotidiana verifica dell’integrità delle inferriate e l’esame della camera”.

Sono frequenti i piccoli soprusi per farlo scattare e metterlo in punizione, cioè togliergli l’uso del televisore e l’ora d’aria, ma soprattutto per fare rapporto e ribadirne la pericolosità ai fini del rinnovo del 41bis.

Ma la parte più dura riguarda il rapporto con i familiari, unici titolati – oltre all’avvocato – agli incontri: un’ora di colloquio ogni due settimane, che poi si riduce a 40 minuti, separati dal vetro divisorio, e con un microfono mezzo rotto per parlare.
Un esperienza frustrante e avvilente per il coniuge, shoccante per i bambini, reduci l’uno e gli altri da lunghi e faticosi viaggi fino al carcere speciale.
Ai bambini viene concesso il contatto fisico col genitore, ma al prezzo di restare soli con la guardia che li conduce nella stanza al di là del vetro, e dopo poco li riporta via. “I pochi minuti di abbraccio sono la conclusione di una procedura complessa e traumatizzante per il minore”.
C’è chi rinuncia ai colloqui per non infliggere queste umiliazioni alla famiglia.

In alternativa al colloquio è prevista una telefonata al mese di 10 minuti, ma il parente si dovrà recare per effettuarla al carcere più vicino alla sua residenza, per essere identificato.
Tutti i colloqui, che siano effettuati di persona o per telefono, tranne quelli con l’avvocato, vengono registrati.

Qualsiasi intimità è negata, o alla mercé dei carcerieri, soprattutto le lettere, perché il contenuto della corrispondenza in entrata e in uscita viene valutato dalla guardie carcerarie alla ricerca di contenuti potenzialmente pericolosi. Ogni frase è fonte di dubbio.
Anche dire due volte “ti amo” alla propria moglie può essere considerato un messaggio in codice.
La corrispondenza sospetta viene poi inoltrata al magistrato che potrà esaminarla, senza limiti di tempo.
Di solito ne convalida il sequestro.
Solo poche lettere dal linguaggio neutro e telegrafico riescono a partire.
Così il processo di separazione dai familiari diventa completo, e per gli ergastolani infinito.
Il detenuto vede entrare in crisi il legame di coppia e la funzione genitoriale.
E il suo isolamento cresce, per le ventitré ore da solo in cella, per il silenzio imposto, per l’assenza di argomenti tipica di una vita vuota, per le difficoltà ai colloqui, per il timore che le proprie confidenze cadano in mano a delatori, per non voler mettere a nudo davanti agli agenti parole di tenerezza verso i propri amori.
Gradualmente il linguaggio si atrofizza in monosillabi e frasi incomplete, si perde la capacità di relazione.
Gradualmente alla prigione di cemento si sovrappone una propria prigione interna,  l’assuefazione alla solitudine, che diventa preferibile ad ogni altra situazione detentiva.
Qualcuno va via di testa.

Mi aspetto a questo punto un’obiezione: questo trattamento è riservato ai capimafia, condannati per terribili reati.
Non solo. Non sempre.
Non è detto che la durezza della pena sia commisurata alla responsabilità effettiva attribuita al condannato, non è questo il criterio che la sottende.

Il regime di 41bis rimanda a una legge nata sull’onda emotiva delle stragi mafiose di vent’anni fa… Ne deriva che la risposta della magistratura si sia orientata non solo  a colpire Cosa Nostra, ma in chiave comunicativa, a vincere una guerra, fare terra bruciata intorno ad altre aggregazioni con caratteristiche simili…
I processi sull’accusa di associazione mafiosa sono la manifestazione esemplare, dato che, una volta accertata l’esistenza del consorzio, anche quelle condotte che di per se non avrebbero rilevanze penali, risultano rilevanti ai fini dell’organizzazione
“.

La logica di guerra rimanda all’annientamento del nemico, al “diritto penale del nemico” teorizzato da Günther Jakobs6, a un trattamento speciale che sospende le garanzie dello Stato di diritto principalmente in base all’identità del soggetto, più che al reato compiuto.
La sproporzione è evidente quando il regime speciale cessa per il principale responsabile del sequestro e dell’uccisione del piccolo Giuseppe di Matteo. Giovanni Brusca oggi non è più un nemico dello Stato, è un collaboratore, e pertanto è fuori dal carcere. Personaggi minori con responsabilità molto più marginali nell’ambito dello stesso delitto, rimangono nei circuiti speciali con l’ergastolo ostativo.

Infine, il 41bis non riguarda solo i mafiosi.

Da ormai più di una settimana le anarchiche Silvia, Agnese e Anna, sono state trasferite dalla sezione AS2 (Alta Sicurezza) del carcere di Rebibbia a quella dell’Aquila.Un carcere, quello del capoluogo abruzzese, in cui la quasi totalità della popolazione carceraria è sottoposta al 41 bis. Un regime di carcere duro che prevede l’isolamento 23 ore al giorno, la riduzione delle ore d’aria, l’impossibilità di cucinare in cella, dove l’ingresso della luce è limitato dalla presenza di pannelli opachi di plexiglass, dove c’è una sola ora di colloquio con i familiari che per di più avviene attraverso vetri divisori senza la possibilità di alcun contatto. Non si ha inoltre la possibilità di tenere più di quattro libri in cella, la corrispondenza è sempre sottoposta a censura, è impossibile partecipare ai processi se non attraverso la videoconferenza. Nelle carceri dove è presente il 41 bis, l’ombra di questo regime si estende ben al di là di queste sezioni andando a modificare le condizioni di detenzione del resto dei prigionieri.
Silvia, Agnese e Anna si trovano quindi in celle singole, con i blindi chiusi, nello spazio che era la vecchia sezione 41bis femminile“….7

Le forme più dure della carcerazione speciale travalicano i confini previsti dalla norma, e in un contesto di populismo penale si estendono sempre di più.
Necessita una battaglia di civiltà, affinché nuovi corpi non vengano risucchiati in questo gorgo.


  1. Alberto Custodero, Gli ergastolani scrivono a Napolitano “Siamo stanchi. Condannateci a morte”, La Repubblica, 31 maggio 2017. 

  2. Con la riforma dell’ordinamento penitenziario (Legge 354/75) veniva inaugurato un modello detentivo di tipo trattamentale che prevedeva un percorso a tappe per il reinserimento del detenuto nella società tramite permessi premio, semilibertà, lavoro esterno, ecc.
    Al suo interno l’art.90 permetteva al Ministero di Grazia e Giustizia di sospendere ogni diritto o tutela a suo piacimento per “gravi ed eccezionali motivi di ordine e sicurezza“.
    Nel 1986 la Gozzini (Legge n.663/86) abrogava l’art.90 ma introduceva il 41bis, che autorizzava il Ministero di Grazia e Giustizia a sospendere l’applicazione delle normali regole di trattamento dei detenuti in casi eccezionali di rivolta o di altre gravi situazioni di emergenza interna alle carceri italiane.
    In seguito alla strage di Capaci (1992) la possibilità di sospensione ministeriale veniva  estesa ai gravi motivi di ordine e sicurezza pubblica nei confronti dei detenuti facenti parte dell’organizzazione criminale mafiosa, passando da una norma finalizzata a prevenire e sedare episodi di conflittualità carceraria a strumento repressivo rivolto alla conflittualità esterna. Fra il 2002 e il 2004 ne sono stati ampliati i limiti temporali, rinnovabili potenzialmente all’infinito. Il 41bis non è applicabile unicamente agli appartenenti, presunti e non, alla criminalità organizzata di stampo mafioso, ma anche agli imputati e condannati per una lunga lista di reati, fra i quali l’eversione dell’ordine democratico mediante il compimento di atti di violenza. 

  3. L’art. 4 bis dell’ordinamento Penitenziario esclude dall’accesso ai benefici diverse categorie di reati: 1) di particolare pericolosità 2) commessi in contesti di criminalità organizzata o terroristica 3) che presuppongono il rifiuto del condannato a collaborare con la giustizia. 

  4. Case Circondariali attrezzate per il 41bis: Massama, Uta, Bancali, Novara, Opera, Cuneo, Parma, Tolmezzo, Viterbo, Spoleto, Ascoli Piceno, Terni, Rebibbia, L’Aquila, Secondigliano,Poggioreale, Macomer, Mamone a Onanì, Badu ‘e Carros, Voghera, Reggio Calabria. 

  5. Gruppo Operativo Mobile, corpo speciale di polizia penitenziaria sorto agli “onori della cronaca” per le torture dei manifestanti del G8 di Genova 2001 nella caserma di Bolzaneto. 

  6. Vedi su Carmilla: Il nemico interno/2

  7. Tratto da “Osservatorio repressione“ 

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La pena di morte viva è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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L’ordine delle cose https://www.carmillaonline.com/2019/04/21/lordine-delle-cose/ Sun, 21 Apr 2019 21:00:20 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=47962 di Alessandra Daniele

“Consiglio a Salvini di imitare un po’ più Minniti: fare di più, e parlare di meno” – Marco Travaglio, Tagadà, La7, 13 febbraio 2019

Corrado è un tipo efficiente e ordinato. La sua vita privata è serena. La sua reputazione professionale è ottima. L’ordine è la sua piccola mania. Colleziona souvenir dei paesi dove va per lavoro, bottigliette di sabbia che dispone per sfumatura di colore. Corrado è un funzionario del governo italiano, addetto a organizzare gli accordi con le milizie libiche, e il finanziamento dei lager in Nordafrica. Corrado è un uomo di legge. Alla [...]

L’ordine delle cose è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Alessandra Daniele

“Consiglio a Salvini di imitare un po’ più Minniti: fare di più, e parlare di meno” – Marco Travaglio, Tagadà, La7, 13 febbraio 2019

Corrado è un tipo efficiente e ordinato.
La sua vita privata è serena. La sua reputazione professionale è ottima.
L’ordine è la sua piccola mania. Colleziona souvenir dei paesi dove va per lavoro, bottigliette di sabbia che dispone per sfumatura di colore.
Corrado è un funzionario del governo italiano, addetto a organizzare gli accordi con le milizie libiche, e il finanziamento dei lager in Nordafrica.
Corrado è un uomo di legge. Alla domanda “Hai mai ucciso qualcuno?” risponde che sì, ha lasciato morire di fame un detenuto cercando di farlo parlare.
Corrado è Eichmann.
Con L’ordine delle cose (2017) Andrea Segre ha realizzato un film su Eichmann, sugli Eichmann contemporanei. L’unico film sulla dottrina Minniti-Salvini, e l’ha fatto prima che fosse ufficiale.
Con uno stile impeccabile, e grazie anche alla straordinaria interpretazione di Paolo Pierobon in un ruolo apparentemente semplice, e in realtà difficilissimo, Andrea Segre ha realizzato uno degli unici tre o quattro film italiani dell’ultimo decennio che valga la pena vedere, che dicano qualcosa di vero, attuale, e importante sulla realtà.

Secondo Salvini, in Libia la guerra non c’è, o comunque non ce n’è abbastanza.
Ci sono (testuale) “ancora pochi morti”. Quindi i profughi in arrivo dalla Libia non avrebbero il diritto allo status di rifugiati.
Il ministro che imbraccia il mitra assicura “I profughi veri vado a prenderli io in aereo”, scegliendoli come ha già fatto una volta, cosa che ci ricorda continuamente la propaganda leghista.
Periodicamente anche l’Italia sceglie qualcuno a cui riservare in via del tutto esclusiva la propria ipocrita, auto-assolutoria compassione condizionata. Un token: i ragazzini dell’autobus dirottato, la bambina esclusa dalla mensa scolastica.
Intanto, anche in materia di ordine pubblico e apartheid urbano, Salvini continua a seguire le orme di Minniti.

Boomtown (2005) di Russell T. Davies suggerisce un’intuizione geniale e inquietante: i carnefici di massa, i burocrati dello sterminio, quando scelgono occasionalmente qualcuno da risparmiare, usano all’inverso gli stessi criteri soggettivi e arbitrari adoperati dai serial killer per scegliere le loro vittime. Il colore dei capelli, degli occhi, uno sguardo, un sorriso, un incontro casuale con il carnefice basta a decidere il destino della vittima: sommersa o salvata.
Corrado è un carnefice di massa, un burocrate dello sterminio, abituato alla disumanizzazione sistematica delle vittime, che per lui devono restare solo numeri. Un incontro casuale, e un attimo d’empatia imprevista decideranno quale vittima del lager cercherà di risparmiare, ma solo per un attimo, prima di riconsegnarla all’ordine delle cose.
Perché Corrado è un tipo ordinato.

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Laser game – Ottava puntata https://www.carmillaonline.com/2019/04/21/laser-game-ottava-puntata/ Sat, 20 Apr 2019 22:01:29 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=52178 di Nico Maccentelli

(Capitoli 15 e 16)

15.

— Come, non ci fate ancora aprire?! — Salvatore aveva perso la sua  flemma. Il suo volto era paonazzo e la voce gli usciva in un lamento lungo e accorato. Ciro invece guardava davanti a sé con rabbia. Tamburellava le dita sul tavolo del commissario.

— Signor Russo, si renderà conto anche lei che due omicidi nel vostro locale sono troppi — rispose Improta. — E fintantoché non sapremo chi e come li ha attuati, non possiamo farvi riprendere l’attività. Mi [...]

Laser game – Ottava puntata è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Nico Maccentelli

(Capitoli 15 e 16)

15.

— Come, non ci fate ancora aprire?! — Salvatore aveva perso la sua  flemma. Il suo volto era paonazzo e la voce gli usciva in un lamento lungo e accorato. Ciro invece guardava davanti a sé con rabbia. Tamburellava le dita sul tavolo del commissario.

— Signor Russo, si renderà conto anche lei che due omicidi nel vostro locale sono troppi — rispose Improta. — E fintantoché non sapremo chi e come li ha attuati, non possiamo farvi riprendere l’attività. Mi comprenda, se avvenissero altre morti, noi ci rimetteremmo la poltrona, ma la vostra posizione si aggraverebbe ancora di più.

Ciro sbottò: — Adesso sta a vedere che siamo diventati dei serial killer con lo scopo di rovinare i nostri affari!

Improta fece una smorfia di rabbia. — Mio caro signor Ciro Murolo o Mutolo, si ricordi che se non aveste testimonianze più che solide e concordanti a vostro favore, precise come due orologi…

— … svizzeri tarati su Greenwich. — lo interruppe Cattabriga entrando nella stanza.

Il commissario si girò per un istante verso l’ispettore, lo guardò in cagnesco per avergli rovinato la battuta preferita negli interrogatori e proseguì coi due napoletani: — … sareste in galera già da un bel pezzo!

Ciro e Salvatore restarono attoniti per un istante. Poi il piccoletto sbottò: — Non finisce qui! Sappia commissario che abbiamo già interpellato dei legali e la nostra associazione di categoria.

— Mi sa che tra breve avrete più bisogno dei primi — esclamò Cattabriga.

— È una notifica ufficiale? — chiese Ciro.

— No — rispose l’ispettore. — Ma converrete con me che nel vostro locale ci sono cose poco chiare. Una montagna di cose poco chiare.

— Insomma — piagnucolò Salvatore, — noi siamo venuti qua per riottenere l’apertura del nostro esercizio e voi minacciate di arrestarci?

— Ne avrei la tentazione — gridò Improta. — Per questo vi consiglio vivamente di uscire di qua prima che lo faccia sul serio, se non altro per oltraggio e vilipendio a pubblico ufficiale!

Ciro scosse la testa, cambiando espressione del viso. Disse con voce più accomodante: — Commissà, ci deve scusare: siamo rimasti scossi da quelle morti e preoccupati per la nostra attività. È quindi anche nel nostro interesse che tutta questa faccenda si chiarisca al più presto. Se per questo il nostro locale deve restare ancora chiuso, beh, comprendiamo e accettiamo la vostra scelta. Vieni To’, togliamo il disturbo. I miei omaggi commissario… ispettore…

Salvatore salutò alzando una mano timorosa e seguì Ciro con il passo incerto, dovuto al quintale e venti di stazza.

Appena usciti, il commissario interpellò Cattabriga: — Allora, cosa dicono gli uomini appostati?

— Niente di anormale, commissario. Adesso che il locale è chiuso, c’è poco giro lì davanti. E forse è meglio così, perché possiamo controllare meglio le mosse dei nostri due bei mangiafuochi.

Improta guardò nel vuoto, in direzione della finestra. — Speriamo che la strada che mi hai suggerito sia quella giusta, perché qui ci stiamo giocando tutt’e due le chiappe fino alla quinta generazione.

— È giusta commissario — disse Cattabriga. — Guardi qui. — Appoggiò alcuni fogli perforati dal trascinatore di una stampante ad aghi. Il commissario iniziò a leggerli con occhi stanchi. Ma subito dopo li sgranò. — Accidenti!

— Ha capito il Ciro Mutolo? — commentò Yuri. — Ci ho messo una notte a ricercare tutti questi dati, perché in assenza di incriminazioni non c’era un unico documento nel cervellone. Sono partito dall’ufficio anagrafe di Secondigliano, da quando in data 28 settembre ‘61 il nostro caro Ciro veniva alla luce.

Il commissario lesse da un foglio: — 6 gennaio 1979, il giorno dell’Epifania, giostre di Acerra: per motivi imprecisati si sgancia una catena del calcio in culo e un guaglione di vent’anni si spacca l’osso del collo. Neanche quindici giorni dopo si ripete la stessa scena, stavolta con un ragazzino di quindici anni. — E apprendista alla macchina chi era? — disse Cattabriga. — Il Mutolo! Ma legga qua, estate del 1980, dopo la naia il nostro bel piccione lavora al luna park di Fano, come stagionale. E che succede? Per ben tre volte un carriolino dell’otto volante esce dai binari in piena corsa: tre feriti gravi la prima volta, un morto e due feriti la seconda, quattro morti secchi la terza. Manomissione del circuito frenante. E l’addetto all’impianto chi è? Ciro, sempre lui! Scattò una denuncia contro ignoti. Gli inquirenti pensarono al racket delle estorsioni, molto attivo nelle sale giochi e nei luna park.

— Qui invece fu denunciato — constatò Improta indicando un altro foglio.

— Sì, ma per omicidio colposo: il suo unico scivolone. I dodici passeggeri che il 13 maggio del 1984 a Caserta rimasero centrifugati nel Soyuz, facendo poi un volo di venticinque metri e sfracellandosi al suolo come uova marce, sparpagliati in un raggio di duecentocinquanta metri. Con tutta probabilità il nostro caro Ciro aveva manomesso il motore e il circuito frenante, raddoppiando la velocità e dimezzando la corsa d’arresto. Incuria, sostenne la difesa. E in assenza di movente il caso si concluse con una condanna mite.

— Un serial killer del divertimento — esclamò Improta.

— Se troviamo le prove, ce n’è abbastanza per blindarlo in un manicomio criminale e buttare via la chiave.

— E il ciccione?

— Non risulta nulla. Praticamente Tore Russo ha conosciuto Ciro Mutolo quando sono diventati soci fifty fifty del Laser game. Data la mole, non lo vedo capace di agili incursioni da killer in quel labirinto. Ma bisognerà tenerlo d’occhio lo stesso.

Il commissario si tormentò il mento. — Calma, calma. Dobbiamo agire con prudenza. Ciro… Ciro… Non possiamo incriminarlo per il suo passato, soprattutto perché ne è uscito sempre bene.

— Senza capire come fa, non abbiamo neppure gli estremi per tentare un processo indiziario — commentò Cattabriga.

— Intanto però è sotto controllo e se la sala resta chiusa, altri danni non ne può fare. Ma come fa a sparare nel labirinto se sta alla cassa?

“Già, come fa?” si chiese Yuri due ore dopo nel suo ufficio, davanti ai referti della scientifica. Ormai erano le cinque del mattino. La macchina del caffè liofilizzato in corridoio aveva già sputato gli ultimi scaracchi scuri.

Riguardò per l’ennesima volta le fotografie delle due giovani vittime. Uno aveva un foro in fronte, l’altra all’altezza della base cranica. Le perizie balistiche cosa dicevano? Le lesse velocemente: Traiettoria d’entrata del proiettile per il Casella 45°. Traiettoria per l’Antonella Dettori… 45°. Quarantacinque gradi. Preciso l’amico. Preciso in due punti diversi del labirinto. Troppo. Oltre ad avere il dono dell’ubiquità, cos’è questo stronzo: una macchina?

Gli tornarono in mente le parole del commissario: “… abbiamo già interrogato i ragazzi che aspettavano il turno di gioco all’ingresso e sono tutti concordi nel dire che nessuno dei due napoletani sono entrati nel labirinto durante la partita…”.

All’improvviso picchiò un pugno sul tavolo. — Porca vacca, è vero, può essere andata così!

 

16.

Lo attese per due ore nel bar di fronte al suo portone. Fumandosi quasi mezzo pacchetto. Lo vide uscire, spense l’ultimo mozzicone con la punta della scarpa e uscì.

Stefano se la vide davanti così, all’improvviso. Silvia lo guardava sorridendo, ma con un fondo di tristezza che non poteva dissimulare.

— E adesso cosa vuoi? — chiese lui con rabbia.

— Voglio dirti che non avrei mai pensato che le mie dichiarazioni t’avrebbero creato tutti ’sti casini.

— Bene, ora che me l’hai detto, te ne puoi tornare da dove sei venuta.

Rimasero per un attimo muti, uno di fronte all’altra. Stefano guardava un punto indeterminato, in alto, oltre quell’angelo che l’aveva torturato. Sempre senza guardarla, chiese: — Ti vedi con qualcuno?

— No.

— Ah.

— Senti Stefano, mi rendo conto d’aver fatto una cazzata a lasciarti, ma…

— Sentimi tu, Silvia. Di casini non ne voglio più. Il gabbio mi ha aperto gli occhi su tante cose della mia vita e su di te. Ora ci sono un bel mucchio di questioni che sto risolvendo, cose che non vedo l’ora di buttarmi alle spalle, che diventino passato una volta per tutte. E tu sei una di queste.

Silvia fece una smorfia di rabbia e dolore insieme. — Ha parlato il grande uomo! tre giorni in guardina t’hanno cambiato? Manco avessi fatto vent’anni in un monastero tibetano! Sei solo uno stronzo, Stefano, un presuntuoso che adesso ha trovato qualche cretina che gongola davanti al Conte di Montecristo! — urlò lei, alludendo alla torma di ragazze che ora a scuola gli ronzavano attorno. Stefano girò le spalle alla ragazza e fece per avviarsi.

— Guardalo l’eroe del Laser game, la vittima della repressione, il signor K, Silvio Pellico, cosa scriverai: le mie prigioni? Dovresti scrivere le mie puttanate…

Stefano si girò di scatto lasciando partire un ceffone in pieno viso alla ragazza. Silvia lo guardò per un istante, mentre i suoi occhi si riempivano di lacrime. Poi corse via, lasciando Stefano in mezzo alla strada, inebetito. Una vecchia che aveva assistito alla scena gli urlò: — Mascalzone! picchiare una ragazza!

Ma Stefano non sentiva. Non sentiva nulla. Si sentiva frastornato. Gli ronzava la testa come quella volta là che lei lo aveva scaricato. Si allontanò con passo insicuro tra la gente, immergendosi nella calca brulicante del mercato.

Cattabriga si rigirò nel letto ancora una volta. Ultimamente aveva un sonno irrequieto. Spesso si era ritrovato a correre in quel maledetto labirinto, malamente illuminato dai neon che avevano nei corridoi della questura.

Spesso il labirinto diventava la discoteca che aveva frequentato un tempo, in una casa del popolo della bassa. Ma i volti erano quelli dei ragazzi che aveva interrogato o visto davanti al Righi.

E spesso apriva gli occhi e fissava la sagoma luminescente dell’orologio sul soffitto: una radiosveglia tarata su Greenwich..

La sagoma era biancastra, come fatta da un gesso tracciato su un muro nero. A volte i numeri tracciavano strane geometrie, teste, occhi, dita.

Ma perché questi viaggi? Aveva tutto il pomeriggio e la sera, poteva riposarsi davvero. Poteva dormire, se solo i caffè bevuti fino alle otto di mattina non continuassero a fare effetto. O forse non erano i caffè.

No, non erano i caffè.  Non poteva stare a pancia in giù, per via del membro eretto. Sistemarselo sotto la pancia. No, faceva l’effetto di quelle molle, tirate o piegate, costrette in una sede, ma pronte a partire secondo ineludibili leggi fisiche. “Ma che vai a pensare. Dormi perdio.”

Dopo qualche minuto, tornò ad assopirsi, verso un sonno più profondo. Ma qualcosa gli entrò dentro le orecchie, un sibilo gracchiante e acuto. Sobbalzò sul letto con il respiro affannato.

Era il fottuto campanello di casa. Avrebbe dovuto cambiarlo prima o poi.

Le scampanellate erano insistenti. Si alzò e si diresse verso la porta sbadigliando e grattandosi le natiche. Guardò dallo spioncino. Vide Silvia col volto dilatato e il corpo piccolo dentro un giubbotto nero. — Un momento! — esclamò. Corse in camera a infilarsi i pantaloni, si mise la prima maglietta a portata di mano e si riavviò velocemente i capelli davanti allo specchio.

Aprì la porta di scatto. — Come hai fatto a trovare il mio indirizzo? — domandò con tono indagatore alla ragazza.

— Esistono gli elenchi telefonici.

Cattabriga la guardò un attimo. — Entra — disse.

Silvia gli passò di fianco fissandolo, come per capire il suo umore. Si guardò intorno con curiosità. — Pensavo peggio. Un po’ ordinaria, la tua casa, ma non male.

La ragazza concentrò l’attenzione su un portafoto d’argento sopra il comò. Eva sorrideva seduta su una panchina di chissà quale parco di chissà quale città di chissà quale paese.

— Carina — commentò Silvia. — Allora ce l’hai la ragazza!

Yuri sbuffò. — Perché sei venuta qui?

Silvia gli si fece vicino, troppo vicino. — Non lo immagini?

Appoggiò le mani sulle sue spalle e gli prese delicatamente il labbro inferiore con i denti. Il cuore di Yuri batteva all’impazzata. Dopo un attimo di incertezza l’abbracciò baciandola furiosamente.

Lei si avvinghiò alla sua schiena.

Lui la sollevò passandole un braccio sotto le ginocchia e la fece cadere sul letto.

 

(Fine della ottava puntata, la prossima: domenica 28/04/2019)

Per avere il romanzo completo in formato libro

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Il promovideo

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Laser game – Ottava puntata è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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L’urlo https://www.carmillaonline.com/2019/04/20/lurlo/ Sat, 20 Apr 2019 00:23:24 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=52192 di Diego Leandro Genna

Tutto qui è una prigione.

Il cielo è sporco, è grigio cemento e bianco calce, è un muro, è un cielo solido, chiuso.

Tutto qui è una prigione.

La lentezza delle nuvole. La nebbia che cancella. La pioggia. Il vento senza forma.

Il tempo qui è una prigione.

Le giornate sempre uguali, senza niente da fare e nessun posto dove andare.

Tempo sospeso in un‘attesa assillante. Secondi, minuti, ore. Giorni perduti a fissare il nulla e lunghe notti incolmabili, sotto frammenti di lune tristi.

Tutto qui è una [...]

L’urlo è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Diego Leandro Genna

Tutto qui è una prigione.

Il cielo è sporco, è grigio cemento e bianco calce, è un muro, è un cielo solido, chiuso.

Tutto qui è una prigione.

La lentezza delle nuvole. La nebbia che cancella. La pioggia. Il vento senza forma.

Il tempo qui è una prigione.

Le giornate sempre uguali, senza niente da fare e nessun posto dove andare.

Tempo sospeso in un‘attesa assillante. Secondi, minuti, ore. Giorni perduti a fissare il nulla e lunghe notti incolmabili, sotto frammenti di lune tristi.

Tutto qui è una prigione.

Le strade dritte, infinite, la campagna lugubre e i campi incolti, le dune monotone, smunte, che il sole macchia con i suoi tramonti.

La terra qui è una prigione.

I pascoli deserti e la muta pianura.

Le colline svuotate dai metalli e riempite con il sangue.

Le nostre terre e il nostro sangue.

Black Hills. Badlands.

Prigioni.

Questo silenzio e questo vuoto sono una prigione.

Lo spazio qui è una prigione.

Questa cosa che ci ostiniamo a chiamare “casa” è una prigione. Una scatola di legno, gesso e lamiere in cui viviamo, stretti, schiacciati l’uno sull’altro, in nove.

La neve è una prigione.

Il freddo impassibile è una prigione.

Tutto qui è prigione.

La vita stessa è una prigione e io non riesco più a subirne il peso, a sopportare la sua gravità, no, non ne posso più, è troppo, guardo fuori dalla finestra e vedo sempre lo stesso paesaggio di povertà assoluta, di degrado, abbandono e desolazione, un paesaggio raggrinzito, in cui la fine sembra scritta su ogni cosa, con caratteri indelebili.

Questa fine, questo niente che ci circonda è una prigione.

Guardo fuori la finestra ed è come osservare un quadro, una fotografia, come leggere una poesia, l’elogio del dolore.

I cumuli di neve sporca. Il reticolo di recinzioni metalliche. Il passeggino abbandonato sull’erba, senza una ruota. Il cane legato alla catena, che abbaia tutto il giorno. Il pick-up arrugginito, che cade a pezzi. Il ventre vuoto di una lavatrice e altri piccoli elettrodomestici accatastati. Il sedile sradicato da un furgone, buttato contro un muro, la gomma piuma giallo-urina che spunta dalle ferite. Cerchioni deformi, pneumatici induriti, fossili di arnesi che affiorano dalla terra. I bimbi che si prendono a calci, che scacciano i cani randagi, che girano intorno a sé stessi in biciclette troppo piccole o troppo grandi. Il campo di basket d’asfalto, con un solo canestro, crivellato da ciuffi di erba bruna, grigia e nera. Il cimitero, i fiori finti, le croci di legno fatte a mano, dipinte di bianco, scrostate dal tempo. Quella grossa bombola del gas sepolta dalle sterpaglie.

Le case intorno alla mia, tutte uguali, pallide, decrepite, alcune con porte e finestre sbarrate. Le scritte sui muri con lo spray. Bottiglie di plastica, pezzi di legno, sterpaglie e ciarpame, ovunque.

Questo è quello che vedo dal mio tugurio.

E in lontananza le sagome di alberi scheletrici tra cumuli di terra e rifiuti.

Uno scenario oppresso dal silenzio. L’aria che pesa come una lastra di ghiaccio, graffiata solo dal fruscio del vento e incrinata dai versi sfacciati di uccelli scuri. La nebbia immobile.

Per le strade sempre le stesse facce, maschere inespressive, senza sentimenti, spente, corrose dal freddo e dall’alcol.

Come si fa a vivere così?

No. Non ce la faccio.

Non posso più vedere mio nonno in quello scantinato senza finestre, seduto sul letto, il cappello da baseball in testa, tutto il giorno con la lattina di birra in mano e la sigaretta nell’altra, a rimbambirsi di serie televisive. Non posso più vedere mia madre che si trucca in quel modo, che beve anche lei dalla mattina alla sera ed è costretta a fare quei lavoretti per comprarci cibo in scatola e bevande gassate. Sono stanco di uscire la notte, con il freddo, per andare a pisciare in quella fetida latrina. Sono stanco di non fare niente. Non posso più vedere i miei fratelli e le mie sorelle crescere nella sporcizia, giocare con i rifiuti, con i rottami.

Non posso più accettare una vita così piatta, vuota, un letargo in cui si è spento ogni sogno.

Non riesco più a mandare giù questo schifo, digerire marciume e sforzarsi per cagare speranza.

Già la speranza! Il balsamo del tempo, questa cosa preconfezionata, falsa, il prodotto d’illusioni centenarie, di bugie, tradimenti, la speranza che possa cambiare qualcosa, tornare come prima, come… Quando? Dove?

La verità è che non sappiamo più chi siamo. La verità è che non sappiamo più chi essere. Che cosa scegliere e in cosa sperare.

La verità è che la speranza è essa stessa una prigione.

 

Noi che non sapevamo nemmeno cosa fosse un muro, un edificio, noi che vivevamo liberi nella Natura, che ascoltavamo il cielo e adoravamo la terra, i fiumi, le montagne… Hanno costruito questa prigione apposta per noi, per le nostre anime, una prigione nuova, diversa, la peggiore che potessero inventare: una prigione senza mura. Una prigione di oblio.

Penso ai miei antenati, che hanno lottato, hanno perso, si sono arresi. Penso al massacro, a quello che hanno subito, al genocidio. Penso all’estinzione. La nostra estinzione.

Sento le urla di battaglia, poi le grida di dolore, il lamento e infine, adesso, soltanto il silenzio. Perforante. Avvilente. Un silenzio che annulla. Vuoto e dispersivo.

La mia tribù… Già! Era scritto nel nostro nome, Lakota, Oglala, “coloro che si disperdono”.

Siamo animali morenti, agonizzanti, stiamo marcendo sul ciglio della Storia. Siamo rifiuti dell’umanità, siamo carcasse, siamo carogne in putrefazione di un mondo che per noi è morto più di un secolo fa. Siamo morti viventi.

Quando nasciamo siamo già morti, siamo ante-nati di noi stessi, figli di un ricordo, nipoti di un monumento ai caduti, le vittime, il massacro. Siamo eredi di una sconfitta, di un tradimento. Siamo i resti marci di un’atroce mietitura. E siamo qui, in questa prigione. E nei libri, in tanti libri che nessuno di noi leggerà mai. In prigione dentro la carta, in una memoria di fredde parole, imprigionati nel tempo e nello spazio.

Sì, perché ci hanno preso ogni cosa e soprattutto ci hanno preso il tempo e lo spazio.

Ci hanno preso tutto.

 

Potevo sfogare la mia rabbia, il mio rancore e la mia disperazione in altri modi, con la violenza, con l’alcool, con la droga, come fanno tutti, uccidermi lentamente, giorno per giorno, distruggere il mio copro e la mia mente, prendermela con gli altri, diventare un criminale, oppure starmene a vegetare, continuando a guardare lo spettacolo della morte che si rinnova, immobile, dietro questa finestra sul nulla. E osservare in silenzio gli ultimi rantoli della bestia, in gabbia, prima della fine totale, prima della completa estinzione.

Potevo prendermela con il mio corpo, con queste gambe che a malapena mi reggono in piedi e queste mani piene di noia, con questi occhi asciutti, secchi, senza lacrime da versare.

Potrei continuare a vivere in questa galera di dolore che è il mio corpo, e aspettarne in silenzio l’inevitabile decomposizione.

L’intima biologica prigione.

Sì, perché anche il corpo è una prigione, e per questo ho deciso di abbandonarlo. Per sempre.

Sarò un vigliacco, non sarò un guerriero, non come diceva Toro Seduto con le sue famose parole… Le ricordo a memoria: “il guerriero non è chi combatte, perché nessuno ha il diritto di prendersi la vita di un altro. Il guerriero è chi sacrifica se stesso per il bene degli altri. È suo compito occuparsi degli anziani, degli indifesi, di chi non può provvedere a se stesso e soprattutto ai bambini, il futuro dell’umanità.”.

No, non sarò niente di tutto questo. Non sarò un guerriero. Non lo sarò mai. Perché qui non c’è futuro. Si son presi anche quello, soprattutto quello!

E non c’è neanche un granello di umanità. Nemmeno per sbaglio.

L’indifferenza, ecco cosa c’è!

Il mondo che va avanti, con le sue guerre, con i poveri sempre più poveri, con la distruzione della natura. Indifferenza totale e spregiudicata.

Anche l’indifferenza è una prigione.

Ed io sarò solo un altro caso da aggiungere alla lista, un numero che irrobustirà il penoso primato di questa riserva.

La maggiore densità di casi nel mondo occidentale…

Sarò un emerito nessuno, un’unità anonima, la singola parte di una cifra nella triste statistica.

Non certo un martire, no, non combatterò, non servirebbe a nulla, non sarò un guerriero, non lotterò per evadere da questa prigione, per distruggerla, per liberare o riscattare la mia tribù, non farò la guerra a niente e non prenderò la vita di nessuno. Prenderò solo la mia.

 

Potrei fregarmene, continuare a sopravvivere, bevendo come gli altri, scegliermi una donna e magari mettere al mondo un bimbo inzuppato di alcool, malato di quella maledetta cosa, com’è che si chiama? Sindrome fetale alcolica. Come hanno fatto i mei genitori. Come fanno tutti qui.

Sì, potrei fare dei figli, dare loro un bel nome inglese o un nome cristiano. Mal nutrirli e poi mandarli a scuola in quelle città di confine, un figlio o una figlia, che in quella scuola sarebbero presi in giro per la lingua che parlano, per i loro vestiti, i capelli lunghi, il colore della loro pelle, i loro occhi. Verrebbero picchiati, sottomessi, violentati, forse uccisi. In ogni caso li vedrei crescere come me, con enormi problemi emotivi, disfunzioni fisiche e malessere cronico. Il fardello di essere nativi.

Potrei farlo?

Generare altri disadattati, emarginati, esclusi, squilibrati e disconnessi da ogni realtà.

Senza speranze. Senza futuro. Senza identità.

Potrei farlo?

No, io non farò nulla di tutto questo.

Meglio morire subito.

Adesso.

 

 

Pine Ridge Indian Reservation

South Dakota

United States of America

Ieri, oggi, e forse anche domani.

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Rapporto interstellare https://www.carmillaonline.com/2019/04/18/rapporto-interstellare/ Thu, 18 Apr 2019 21:29:24 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=52101 di Mauro Baldrati

Spett. Comitato permanente interstellare di monitoraggio e analisi dei fatti – Sezione Uman SX 11-11

Da: Unità intermedia ricerca dati e sopralluoghi – Uman SX 11-6

Egregio Presidente, egregi colleghi,

dopo il ritrovamento del documento qui richiamato, le ricerche non hanno dato esito circa la presunta migrazione (su Alpha Centauri? Non risultano tracce in proposito) di gruppi di umani in fuga dal pianeta Terra. Dai recenti sopralluoghi peraltro, effettuati con droni, satelliti e squadre di esploratori, si conferma lo stato di neo-preistoria in cui è precipitato il [...]

Rapporto interstellare è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Mauro Baldrati

Spett. Comitato permanente interstellare di monitoraggio e analisi dei fatti – Sezione Uman SX 11-11

Da: Unità intermedia ricerca dati e sopralluoghi – Uman SX 11-6

Egregio Presidente, egregi colleghi,

dopo il ritrovamento del documento qui richiamato, le ricerche non hanno dato esito circa la presunta migrazione (su Alpha Centauri? Non risultano tracce in proposito) di gruppi di umani in fuga dal pianeta Terra. Dai recenti sopralluoghi peraltro, effettuati con droni, satelliti e squadre di esploratori, si conferma lo stato di neo-preistoria in cui è precipitato il pianeta. L’inquinamento ambientale, atmosferico, idrico, geologico è risultato irreversibile e insostenibile per le cellule viventi. Eppure diverse bande riescono a sopravvivere, nascoste in caverne o nei ruderi ancora in piedi. Si tratta di piccole comunità, spesso in guerra tra loro, con una prospettiva di vita molto limitata e decimate dalle malattie. Sono stati segnalati anche alcuni bambini, nati con gravi malformazioni che, secondo i loro modelli estetici, risultano dei mostri. Possiamo quindi confermare la diagnosi di “fine della civiltà umana”, già evidenziata dagli analisti dell’Unità Uman SX 11 – 9. L’estinzione della specie è un dato sicuro, riteniamo che il processo definitivo si attuerà al massimo entro una decina di anni. Infatti oltre ai sopravvissuti umani restano attive solo alcune specie di insetti, di licheni e di batteri. Poi, secondo le stime, occorreranno dai diecimila ai trentamila anni per il ritorno della vita sul pianeta. E il quesito posto dalla suddetta unità, ovvero se ricompariranno gli umani, allo stato attuale non può avere risposta. Una nuova evoluzione potrebbe prendere direzioni inaspettate. In ogni caso sarebbe indispensabile verificare l’esistenza di queste presunte colonie. Ma dove? Gli umani non possedevano la tecnologia per viaggi interstellari in modalità iperspazio. Per esempio, non avrebbero potuto raggiungere Alpha Centauri. Al massimo potevano sbarcare sulla Luna, o su Marte, ma i satelliti a onde termiche che per mesi hanno circumnavigato le superfici di quei pianeti non hanno trovato riscontri. Pertanto riteniamo che il documento citato sia l’opera di un autore isolato, scritto prima di morire. Sappiamo quanto amassero le opere di fantasia. Per cui l’unica possibilità è che siano rimasti sulla Terra, rifugiati nel sottosuolo, in attesa di tornare in superficie, mutati dalla permanenza in ambienti sotterranei senza luce naturale. Non è una prospettiva molto verosimile, ma neanche totalmente da escludere.

In questo caso è necessario valutare la nostra posizione. Continueremmo a essere neutrali? Continueremmo nell’opera di osservazione senza intervenire? Ovviamente non sta a noi entrare in queste tematiche. Noi siamo degli esploratori, dei semplici raccoglitori di dati. Ma il dibattito è serio, e importante. Dalle nostre ricerche sul campo abbiamo raccolto dati impressionanti, assistito a scene spaventose. Questa specie è davvero riuscita a distruggere un intero pianeta. Non si è trattato di un’invasione, di un attacco dall’esterno con armi nucleari-gamma, ma di una involuzione che l’ha portata all’autodistruzione. Pertanto è nostra convinzione che una sua rinascita costituirebbe un pericolo molto grave per l’intera comunità interstellare. Infatti gli umani, nonostante la continua ricerca scientifica che in breve tempo li ha portati a conquiste notevoli, sembrano conservare sempre e comunque una componente di estrema violenza che li porta, inevitabilmente, verso questa direzione. Sono dei predatori, dei guerrafondai; lo sono sempre stati, la loro è una storia di guerre e di massacri. Temiamo che, nonostante i buoni propositi evidenziati nel documento (una società più giusta, più rispettosa), finirebbero per prevalere questi sentimenti negativi. Dalle ricerche storiche infatti, basate su documenti scritti, audio e video, è emerso che i propositi positivi sembravano diffusi tra la popolazione, ma solo come possibilità virtuali, poiché finivano per prevalere l’egoismo, la paura, la falsità e l’aggressività. L’analisi storica per certi aspetti è stupefacente. Ci si è chiesti come sia possibile che masse enormi continuassero a ripetere gli stessi errori, a cadere negli stessi tranelli, uguali nei secoli, dei loro sfruttatori. E come mai tutti, dominatori, sfruttati, carnefici e vittime, nonostante le lotte e le speranze di alcuni, abbiano fatto la stessa fine. Forse si è trattato di una specie che si è sviluppata troppo in fretta, in maniera convulsa e al di fuori di ogni equilibrio naturale. Una specie maledetta, e ci si perdoni il linguaggio arcaico. Ma dopo uno studio durato decenni non possiamo non temere la loro esistenza, come una malattia contagiosa che può propagarsi attraverso gli spazi stellari e contaminare oppure distruggere in guerre senza fine altre specie viventi.

Per questo ci sentiamo di suggerire l’unica soluzione possibile. La soluzione finale. Ci rendiamo conto che è una prospettiva orribile, che va contro tutte le nostre etiche; una scelta atroce, che può generare molti conflitti al nostro interno, e sorprendentemente potrebbe configurare una sorta di “somiglianza” con loro. Se ciò fosse vero, allora veramente sorgerebbero dei dubbi devastanti sul concetto stesso di creazione, di evoluzione, di vita e di morte. Eppure riteniamo che non vi siano alternative. E’ indispensabile neutralizzare il pericolo. L’infestazione. Il veleno.

Dobbiamo portare a compimento il loro processo di autodistruzione, estirpando ogni sacca di sopravvivenza della specie umana. E cancellarne ogni traccia, ogni ricordo, come esortava a fare uno dei loro dei, quello del libro antico La Bibbia, quando chiamava il “suo” popolo a sterminare gli abitanti delle terre che Lui aveva scelto per loro.

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Gilets Jaunes: la vittoria dei vinti https://www.carmillaonline.com/2019/04/18/gilets-jaunes-la-vittoria-dei-vinti/ Wed, 17 Apr 2019 22:01:57 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=52137 di Giacomo Marchetti

La fine del mondo si annuncia con segni contraddittori

Il movimento iniziato il 17 novembre dell’anno scorso non dà nessun segnale di cedimento. 22 Atti consecutivi di protesta, 2 scioperi generali (il 5 febbraio e il 19 marzo), due “assemblee delle assemblee” che lo stanno strutturando, la prima a Commercy a fine gennaio, la seconda i primi d’aprile a Saint Nazaire…

L’ultimo Atto aveva come appuntamento “nazionale” Tolosa, uno degli epicentri della “marea gialla”, mentre in tutto l’Esagono più di una cinquantina di realtà politico-sociali – tra cui la [...]

Gilets Jaunes: la vittoria dei vinti è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Giacomo Marchetti

La fine del mondo si annuncia con segni contraddittori

Il movimento iniziato il 17 novembre dell’anno scorso non dà nessun segnale di cedimento.
22 Atti consecutivi di protesta, 2 scioperi generali (il 5 febbraio e il 19 marzo), due “assemblee delle assemblee” che lo stanno strutturando, la prima a Commercy a fine gennaio, la seconda i primi d’aprile a Saint Nazaire…

L’ultimo Atto aveva come appuntamento “nazionale” Tolosa, uno degli epicentri della “marea gialla”, mentre in tutto l’Esagono più di una cinquantina di realtà politico-sociali – tra cui la maggior centrale sindacale francese la CGT tra l’altro co-promotrice dei due scioperi generali – hanno manifestato per “il diritto a manifestare”, pesantemente minato dall’approvazione definitiva della cosiddetta “lois anti-casseurs” l’11 aprile.

Il Consiglio Costituzionale ha solamente rigettato la possibilità arbitraria – prevista dalla legge – da parte del prefetto di vietare l’accesso ad una manifestazione a tutti i cittadini considerati come potenzialmente “violenti”, non obiettando nulla sugli articoli che autorizzano perquisizioni a tappetto in prossimità dei luoghi dove si svolgono le manifestazioni ed introducendo il reato penale di travisamento che comporta fino ad un anno di prigione e 15 mila euro di multa!

Sabato 13 aprile a Tolosa il concentramento è stato semplicemente impedito dall’inizio a mezzogiorno circa con il cospicuo lancio di gas lacrimogeni, per disperdere i manifestanti che venivano perquisiti per uscire dalla piazza, confiscando i più banali indumenti protettivi, molto prima del tradizionale afflusso dei manifestanti in piazza Jean Jaurés intorno alle 13.

Un copione che si ripeterà per tutto il pomeriggio con sette momenti di scontro piuttosto pesanti, in cui le forze dell’ordine (800 in tutto) non hanno esitato ad utilizzare tutti i loro dispositivi: le “armi non letali” di cui dispongono, oltre ai lacrimogeni ed il getto di idranti.
Per tutto il pomeriggio, tre o quattro gruppi, hanno manifestato “separatamente”, senza riuscire a convergere in presenza delle figure di spicco del movimento presenti nella città occitana: Priscilla Ludosky, Maxime Nicolle e Eric Drouet.

Oramai, ogni singola manifestazione è una “prova di forza” che monta d’intensità repressiva: i gilets jaunes non sono più semplicemente avversari politici, ma nemici pubblici da togliere dalla scena il più presto possibile con una tecnica di logoramento basata sulla repressione “dura e pura”, per rimettere al centro del cono di luce dei media le elezioni europee, Macron e la sua “assicurazione sulla vita” – come l’ha definita il leader di France Insoumise Jean-Luc Mélenchon – la signora Marine Le Pen…

Nonostante questo la marea gialla è scesa in piazza anche sabato: Amiens, Bencançon, Bordeaux, Caen, Chartres, Clermont-Ferrand, Commercy, Compiège, Dax, Dijon, Dunkerque, Le Havre, Liévin, Lille, Lyon, Marseille, Maubeuge, Montpellier, Mouy-sur-Senne, Nantes, Parigi, Reims, Roanne, Rouen, Strasburgo, Tolone, Tours… Sono tutte città, come mostra il video della pagina FB “Cerveaux non disponibles”, in cui i GJ sono scesi in piazza.

Per l’Atto XXII la pagina FB che recensisce il numero dei manifestanti “Le Nombre Jaune” – creata a causa dei numeri notevolmente al ribasso forniti dal Ministero dell’Interno, che oltre lo sprezzo del ridicolo danno stime assolutamente non attendibili – ha contabilizzato (come cifra minima) 91276 manifestanti; erano poco più di 80.000 contabilizzati in 187 località attorno alle sei del pomeriggio.
Per l’Atto XXIII l’appuntamento principale si dovrebbe svolgere nella capitale.

La marea gialla ha pagato e sta pagando un notevole prezzo repressivo, 800 persone sono in carcere per ragioni legate alle proteste, mentre le violenze poliziesche segnalate – secondo il bilancio “provvisorio” che emerge dallo scrupoloso lavoro del giornalista David Dufresne – sono 623, una persona è deceduta, 23 sono state mutilate e 5 persone hanno avuto la mano distrutta a causa dello “scoppio” delle granate “disaccerchianti” che contengono 25 grammi di esplosivo.

Da una configurazione di rivendicazioni politico-sociali iniziali lo spettro dei desiderata delle giacche gialle si è notevolmente ampliato e si è intrecciato – ed in parte fuso – con i movimenti più importanti dell’Esagono da quello ecologista a quello per il diritto dell’abitare, da quello in difesa della scuola pubblica a quello contro le violenze della polizia, per non citarne che alcuni.

La “marea gialla” è fortemente insofferente al recupero della politica e si è dimostrata ostile nei confronti di coloro che hanno voluto costituire delle liste di Gilet Gialli per le elezioni europee ed alquanto indifferente anche alle stesse forze politiche che ne portano avanti le istanze, così come appare sempre più chiaro la vivace critica alla UE e l’afflato internazionalista almeno nelle parti – come l’assemblea delle assemblee – che cercano di dare al movimento una forma organizzata, senza ingessarlo in una struttura rigida.
Questo movimento ha inscritto la necessità di azione immediata per un ampio spettro di questioni alla sua permanenza temporale, una esistenza che si afferma nella durata, pena il ritorno all’invisibilità dei soggetti protagonisti e delle istanze propugnate.

Allo stesso tempo è consapevole della sua non autosufficienza, ma della necessità di dovere tessere alleanze e consolidare rapporti con tutte le porzioni della società che si stanno muovendo dal mondo della scuola ai giovanissimi che si sono mobilitati contro il cambio climatico, dopo avere fatto cadere quel muro di sospetto reciproco con il mondo sindacale.
Appare imperativo riuscire a interloquire anche con un più ampio raggio procedendo ad una sorta di inchiesta di massa dei bisogni popolari per intercettare una più ampia fetta di cittadini possibili.

A cinque mesi circa dal suo inizio la marea gialla ha posto il conflitto di classe in tutta la sua asprezza al centro dell’iniziativa politica e sta ricreando un immaginario della rottura possibile nel ventre della bestia: la seconda potenza economica della UE, nonché quinta potenza mondiale.

Il movimento ha già vinto la sua battaglia contro la fine della Storia ridando un fine – ed una direzione – alla storia come mai le oligarchie continentali avrebbero immaginato.
In questo senso è già: la vittoria dei vinti…

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Anonima Ribelli https://www.carmillaonline.com/2019/04/17/anonima-ribelli/ Wed, 17 Apr 2019 00:00:02 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=52161 di Valerio Evangelisti

Comitato invisibile (L’insurrezione che viene – Ai nostri amici – Adesso), ed. Nero, Roma, 2019, pp. 356, € 20, 00.

La casa editrice Nero, dalla genesi e dai connotati insoliti, si è specializzata nel pubblicare testi importanti della sinistra antagonista contemporanea. Propone ora, in unico volume, i tre saggi finora apparsi del famoso (per modo di dire) e famigerato (per modo di dire) Comitato invisibile francese, un collettivo rivoluzionario anonimo oggetto di feroci persecuzioni giudiziarie, Di uno di questi saggi, Ai nostri amici, avevamo dato notizia qui; ma [...]

Anonima Ribelli è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Valerio Evangelisti

Comitato invisibile (L’insurrezione che viene – Ai nostri amici – Adesso), ed. Nero, Roma, 2019, pp. 356, € 20, 00.

La casa editrice Nero, dalla genesi e dai connotati insoliti, si è specializzata nel pubblicare testi importanti della sinistra antagonista contemporanea. Propone ora, in unico volume, i tre saggi finora apparsi del famoso (per modo di dire) e famigerato (per modo di dire) Comitato invisibile francese, un collettivo rivoluzionario anonimo oggetto di feroci persecuzioni giudiziarie, Di uno di questi saggi, Ai nostri amici, avevamo dato notizia qui; ma ora esce in traduzione più accurata (di Marcello Tari) e corredato dagli interventi che l’hanno preceduto e seguito.

La “corrente” di appartenenza, se si può definire tale, è quella del situazionismo, con robuste iniezioni di anarchismo. Qualcosa di prettamente franco-francese. Lo è pure lo stile, che mescola paradosso, ironia, intenzione provocatoria, su un sottofondo culturale solidissimo. Siamo lontani mille miglia dal marxismo, e il leninismo non è nemmeno preso in considerazione. Lo si nota anche dal privilegio accordato a un discorso tra il filosofico e il sociologico, con uno spazio solo marginale riservato all’economia (salvo pagine a dir poco brillanti sul tema delle crisi, in apertura di Ai nostri amici).

Quale il tema di questi scritti? Uno solo: descritte le linee di tendenza della società capitalistica attuale, come sovvertirle in senso rivoluzionario mettendone alla luce imbecillità e disumanità di fondo, e proponendo linee d’azione utili allo scopo. Il Comitato respinge tutte le tradizionali forme organizzative del movimento operaio, partiti, sindacati, persino assemblee. Esse contengono, a suo giudizio, inevitabilmente pulsioni autoritarie, oppure sono inani e sfociano in puro chiacchiericcio (per esempio le Nuits début parigine del 2016). L’unico strumento per attrezzarsi a una lotta efficace è il raggruppamento per nuclei di affini, detti “le comuni”, che condividano l’ideale ultimo (la felicità, a ben vedere) e i metodi per realizzarlo.

Un chiamarsi fuori dal sistema, mimando un mondo a sé e accontentandosi di quello? No, per nulla. L’auspicio del Comitato non è da “figli dei fiori”, ma l’inverso. “Che gli atti d’inciviltà diventino metodici, sistematici, e confluiranno in una guerriglia diffusa, efficace, capace di restituirci alla nostra ingovernabilità, alla nostra indisciplina primordiale”.

La “comune” è dunque, al tempo stesso, schizzo di un futuro libero da lacci e condizionamenti della società del capitale e organo di battaglia, che si avvale di mezzi spacciati dal nemico per incivili: dal rifiuto del lavoro (nessun nesso con le tesi dell’Autonomia italiana; Toni Negri, in particolare, è deriso e maltrattato), al sabotaggio, al saccheggio, con l’autoproduzione per cementare il modo di essere della comunità ribelle. La quale, per sopravvivere e crescere, deve avvolgersi in un rigoroso anonimato.

Questi alcuni dei temi centrali, ma ve ne sono molti altri: ogni pagina è un’idea, ogni frase un motto. I limiti? Se il Comitato Invisibile ha interpretato assai bene le rivolte delle periferie, la resistenza della ZAD (zone à défendre) di Notre Dame des Landes, e le turbolenze francesi del 2016, non sembra avere previsto un fenomeno singolare come gli attuali Gilets jaunes. Forse ne tratterà nel suo prossimo opuscolo. Ciò non deve distogliere dalla lettura di questa raccolta di scritti, notevoli anche sotto il profilo letterario, elegantissimo e stimolante.

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Anonima Ribelli è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Una poesia nomade nel Mediterraneo https://www.carmillaonline.com/2019/04/16/una-poesia-nomade-nel-mediterraneo/ Mon, 15 Apr 2019 22:01:33 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=52016 di Paolo Lago

João Luís Barreto Guimarães, Mediterraneo, trad. it. di António Fournier e Alessandro Granata Seixas, Edizioni Erasmo, Livorno, 2018, € 12,00.

La raccolta Mediterraneo, del poeta portoghese João Luís Barreto Guimarães, recentemente proposta da Edizioni Erasmo nella bella traduzione italiana di António Fournier e di Alessandro Granata Seixas, ci presenta una poesia in viaggio, in movimento continuo. Si tratta di una vera e propria poesia nomade. Si può ricordare, d’altra parte, che il nomadismo è una importante categoria dell’immaginario letterario postmoderno, affrontato in modo sistematico soprattutto nell’ambito dei Cultural Studies e [...]

Una poesia nomade nel Mediterraneo è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Paolo Lago

João Luís Barreto Guimarães, Mediterraneo, trad. it. di António Fournier e Alessandro Granata Seixas, Edizioni Erasmo, Livorno, 2018, € 12,00.

La raccolta Mediterraneo, del poeta portoghese João Luís Barreto Guimarães, recentemente proposta da Edizioni Erasmo nella bella traduzione italiana di António Fournier e di Alessandro Granata Seixas, ci presenta una poesia in viaggio, in movimento continuo. Si tratta di una vera e propria poesia nomade. Si può ricordare, d’altra parte, che il nomadismo è una importante categoria dell’immaginario letterario postmoderno, affrontato in modo sistematico soprattutto nell’ambito dei Cultural Studies e dei Gender Studies (ad esempio, la studiosa e critica femminista Rosi Braidotti analizza il concetto di “soggetto nomade”). Il nomadismo, in Mediterraneo, si presenta innanzitutto nella facies esteriore della raccolta: una nota ci avverte infatti che le poesie sono state scritte in diverse località del Portogallo e in alcune città europee. Sono, quindi, poesie scritte in viaggio e la stessa dimensione del viaggio si riflette nei contenuti e nella tessitura poetica.

Il movimento incessante della parola conferisce una indubbia ‘spazialità’ alla raccolta: lo spazio, gli ambienti, i luoghi sono di estrema importanza in Mediterraneo. La silloge, perciò, potrebbe benissimo essere osservata anche attraverso la lente della “geocritica”: secondo l’analisi del massimo esponente di questo campo di ricerca, Bertrand Westphal (autore di un interessante volume dal titolo Geocritica. Reale Finzione Spazio, tradotto in italiano nel 2009), lo spazio è una dimensione in cui si incrociano flussi di informazioni e di immagini, percezioni sensoriali e migrazioni identitarie. Il movimento, il nomadismo, connesso al contemporaneo fenomeno della migrazione, avviene attraverso lo spazio. Ed ecco che, secondo la suggestiva definizione del filosofo Michel Serres, citata da Westphal, oggi, “errando senza radici”, all’interno di un movimento continuo, ci possiamo configurare come “passanti dall’anima di Arlecchino”: “Errando senza radici, associando e mescolando lo spirito dei luoghi che abbiamo attraversato siamo tutti divenuti, nel bene e nel male, passanti dall’anima di Arlecchino”. Sempre secondo Serres, la contemporaneità si presenta come una “pantopia”, cioè un “tutto spazio”, un “tutto luogo”.

Ne L’altro ieri a Pocinho si incontra proprio la parola “nomadi” all’interno di un movimento che si srotola attraverso il “sacro fiume”, il Douro (di incessanti viaggi sul Douro, segnati da sottili malinconie, ci ha cinematograficamente narrato il grande Manoel De Oliveira): “Eccoci qui (tu e io) nomadi / su questo sacro fiume…”. Un movimento di navigazione è anche ne Lo schema delle cose, in cui a fare da sfondo al viaggio (“Abbiamo navigato tutto il giorno lungo lo stretto di Messina”) è l’universo classico, dove antiche divinità come Poseidone ed Efesto entrano in netto contrasto con l’immagine contemporanea di “un banco di yacht”. Una poesia costruita secondo un movimento continuo di navigazione fluttuante è Una barca a vela a Mikonos in cui “la piccola barca a vela danza”, poi “non si allontana dalla sabbia più che un ormeggio teso”; successivamente, “il piccolo scafo sale e / scende liberamente” e “percorre senza motivo lo / stesso punto sulla mappa”. Poi, “guarda come prova / l’illusione del movimento / come i mulini di Mikonos (che girano per / giorni e giorni) / tagliando fette di vento verso / nessun dove” (corsivi miei).

In Mediterraneo incontriamo inoltre un rimando continuo al mondo antico e, all’interno di esso, due figure in particolare diventano l’emblema del viaggio: Ulisse e Giasone. Il primo è il viaggiatore per eccellenza della letteratura occidentale, la grande figura archetipale dello spostamento e dell’erranza. Ulisse è presente in Una spiegazione possibile ma, soprattutto, in Canzone mediterranea, delicata elegia dedicata contemporaneamente all’attraversamento dello spazio e allo scorrere del tempo: “Ora è il momento di lasciare / che sia il mare a toccarci (il / mare interiore primitivo / il caldo primordiale) / ieri squarciato dai remi della Fenicia fino a / Cartagine. Questo è il mare di Ulisse (quello / che Serse frustò) un mare che / non è passato / (poiché il passato è presente) dove il / tempo passa lento poiché avanza posticipato…”. In una corrispondenza continua fra presente e passato, lo spazio da attraversare diviene mitico e carico di significato proprio perché di lì passò Ulisse, il mitico viaggiatore, l’errante per eccellenza, e la sua erranza si riempie di significati simbolici. Il Mediterraneo cantato da João è uno spazio mitico in cui ci si può trasformare in nuovo Ulisse per attraversare i drammi del passato e del presente, per riflettere malinconicamente sullo scorrere del tempo, affrontare il dolore che ne consegue e riemergere con un sorriso di speranza e di lotta. L’altra figura emblematica, Giasone, insieme ai suoi compagni viaggiatori, gli argonauti, si profila ne Gli argonauti ad Oia che vale la pena citare per intero: “Per alcuni la / fine della terra coincide / con la fine del mondo. Per altri la / fine del mondo coincide / con il principio del viaggio. Date loro / una barca a remi e nessuno saprà dire / se fece bene colui / che squarciò l’Egeo ignoto se / il dubbio persistente a chi resta – / è il viaggio”. Il viaggio appare come una dimensione che tutto avvolge, dall’inizio alla fine, e persiste come sfondo e materia del canto poetico.

Se, come abbiamo visto in Canzone mediterranea, lo spazio si carica di significati simbolici in un gioco continuo col tempo, si può ricordare che, sempre secondo le già citate teorie della geocritica, tempo e spazio investono un piano comune, finendo per confondersi. Questo piano comune di tempo e spazio è riscontrabile in Res ipsa loquitur in cui si parla di una scritta che appare su un muro delle rovine del palazzo di Diocleziano a Spalato, una scritta in cui si fa riferimento al “petrolio della Dalmazia” (immagine che rimanda a un contesto di problematiche economiche e sociali contemporanee). Infatti, “non bastava che Costantino / avesse cancellato il passato / ora arriva anche il presente a farsi beffa di Diocleziano / sulla pelle / della sua casa”. L’erranza giunta fino a Spalato, al palazzo di Diocleziano, un movimento espansosi su una scacchiera mediterranea, si incontra col tempo, mentre lo stesso spazio del palazzo imperiale viene dardeggiato dall’imperante presente, dall’incessante ferita della contemporaneità. Quello spazio arcaico e vetusto, però, rimane pressoché indifferente di fronte ad una contemporaneità che appare incomprensibile: “Il romano non sa niente / del petrolio della Dalmazia (nonostante / si proclami divino / all’occorrenza: un figlio di Giove). Primo / perché è in pensione. Poi perché / legge solo il latino”.

Una contaminazione, stavolta segnata da tonalità più tragiche, fra passato e tempo recente, si ha anche in Ebrei erranti, laddove la mitica erranza biblica del popolo ebraico, guidato da Mosè, si trasforma nel viaggio infernale verso Treblinka: diaspore antiche si contaminano con le deportazioni verso i campi di concentramento. Il tempo arcaico – in un nuovo viaggio più ‘infernale’ che ci offre la poesia di Mediterraneo – si mescola con un tempo recente e ferito, segnato dagli orrori del nazismo.

Ma la poesia in movimento di João è caratterizzata nel profondo anche da uno spirito di leggerezza e da istanze libertarie e di liberazione: la volontà di trasformazione, di continuo cambiamento e metamorfosi che può avvenire entro una prospettiva nomadica. Ed è così che lo spazio si trasforma anche in suono, cambiando dimensione, aspirando ad un’altra forma: ne La lenta cantilena di Allah lo spazio si trasforma in voce, in “cantilena” e “immensa glossolalia / arroventata dallo / scirocco”. In un nuovo spazio orientale, segnato da lingue sconosciute, “avresti dovuto avere il dono delle lingue per non / perderti tra i suoni di Piazza Jemaa El-Fna”. Si tratta di una “cantilena che lo straniero non resiste / ad imitare”, una cantilena che è legata indissolubilmente a quello spazio, che si trasforma in esso e che trasforma lo straniero in nomade, in divoratore di liberi spazi, in “passante dall’anima di Arlecchino”. Lo spazio-suono arroventato dallo scirocco è la dimensione del nomade e del suo incedere in una continua scoperta. Perché oggi più che mai c’è bisogno di poesia e di poesia in movimento in particolare, una poesia nomade che voli sul Mediterraneo e ricordi che proprio questo Mediterraneo è uno spazio libero, comune, uno spazio di erranza. Uno spazio oggi purtroppo segnato dall’esclusione, dalla paura e dalla morte, uno spazio in cui si consumano nuove tragedie umanitarie.

Che una libera poesia in movimento, bella come i nomadi accarezzati dal vento, si distenda oggi sulle tristi barriere che vengono erette, barriere di genere, di razza, di nazionalità e nazionalismi, di economie. E che le abbatta, con un colpo di bellezza.

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Una poesia nomade nel Mediterraneo è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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