Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Tue, 10 Dec 2019 22:00:04 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.12 Pensare la “zona grigia” https://www.carmillaonline.com/2019/12/10/pensare-la-zona-grigia/ Tue, 10 Dec 2019 22:00:04 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=56527 di Armando Lancellotti

Giuseppe Varchetta, Un andare pensando. Primo Levi e la “zona grigia”, Mimesis, Milano-Udine, 2019, pp. 160, € 14.00

Giuseppe Varchetta, psicologo dell’organizzazione di formazione psicosocioanalitica, in questo denso e molto documentato lavoro, recentemente uscito presso l’editore Mimesis come primo volume della collana “Le carte della memoria”, in un centinaio di pagine affronta un argomento di considerevole complessità teorica, nonché di interesse ed importanza immutati nel corso dei poco più di trent’anni che ci separano dal 1986, anno in cui Primo Levi pubblica “I sommersi e i salvati”, teorizzando ed esponendo [...]

Pensare la “zona grigia” è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Armando Lancellotti

Giuseppe Varchetta, Un andare pensando. Primo Levi e la “zona grigia”, Mimesis, Milano-Udine, 2019, pp. 160, € 14.00

Giuseppe Varchetta, psicologo dell’organizzazione di formazione psicosocioanalitica, in questo denso e molto documentato lavoro, recentemente uscito presso l’editore Mimesis come primo volume della collana “Le carte della memoria”, in un centinaio di pagine affronta un argomento di considerevole complessità teorica, nonché di interesse ed importanza immutati nel corso dei poco più di trent’anni che ci separano dal 1986, anno in cui Primo Levi pubblica “I sommersi e i salvati”, teorizzando ed esponendo il concetto della “zona grigia”, che – secondo Varchetta – è presente in modo latente fin dalla prima prova narrativa di Levi – “Se questo è un uomo” (1947) – e che attraverso percorsi carsici è andato strutturandosi e dettagliandosi nei trentanove anni successivi. Infatti, già in una pagina molto letta ed altrettanto nota del suo primo romanzo, Levi dà inizio all’elaborazione della “zona grigia”, scrivendo:

Moltissime sono state le vie da noi escogitate e attuate per non morire: tante quanti sono i caratteri umani. Tutte comportano una lotta estenuante di ciascuno contro tutti e molte una somma non piccola di aberrazioni e di compromessi. Il sopravvivere senza aver rinunciato a nulla del proprio mondo morale, a meno di potenti e diretti interventi della fortuna, non è stato concesso che a pochissimi individui superiori, della stoffa dei martiri e dei santi

Come tutti i sopravvissuti dei Lager che scelgono di essere testimoni, anche Primo Levi è mosso alla testimonianza dalla ferma volontà di lottare contro l’oblio, la rimozione o la negazione della storia. Nel caso di Levi, inoltre, l’instancabile lavoro del testimoniare, interrottosi solo con la sua morte nel 1987, si pone delle finalità innanzi tutto “conoscitive”, a cui si aggiungono – ripete più volte Varchetta – quelle “etico-estetiche”: Levi, infatti, con la pazienza analitica dell’uomo di scienza, porta innanzi una ricerca quarantennale che sfocia in una gnoseologia del Lager, che è al contempo narrazione letteraria e riflessione morale. Citando Giorgio Agamben, Varchetta sottolinea come Levi non sia “testimone” in quanto testis, cioè colui che è terzo in un processo o in una contesa e quindi opera in funzione di una neutrale raccolta di fatti ed indizi, ma in quanto superstes, cioè superstite, ovvero colui che ha attraversato, che ha vissuto fino in fondo un evento, che è sopravvissuto ad esso e può testimoniarlo, cogliendone anche i lati più nascosti, rischiarandone gli angoli ciechi, addentrandosi tra le pieghe più contorte della realtà e tra gli interstizi più perturbanti della natura umana. Ed è in questo modo che attraverso la “narrazione”, il “testimone” Primo Levi diviene “filosofo morale”. “Andare pensando”, allora, non è solo l’espressione che Varchetta pone come titolo del suo libro, ma soprattutto è l’immagine che meglio descrive il cammino umano e intellettuale intrapreso da Levi, percorso in cui entra come testimone, per diventare poi narratore ed infine filosofo morale, capace di elaborare una propria antropologia del Lager, che trova nel concetto della “zona grigia” il fondamento primo.

La testimonianza di Levi è sensibilmente diversa da quella di Elie Wiesel, che «colloca l’esperienza della Shoah in una dimensione religiosa, trascendentale, rinviante all’abbraccio di un Dio lontano/vicino l’ultimo respiro delle vittime innocenti e collocando il testimone in una prospettiva sacrale» (p. 22). La prospettiva di Levi è tutta laica, “scientifica” e tale da non arretrare nel lavoro di scavo neppure di fronte all’«aspetto più oscuro della realtà del Lager» (p. 22), la “zona grigia”. Nel percorso esistenziale ed intellettuale di Levi, sostiene Varchetta, si coglie via via in modo crescente il senso di colpa di essere un “salvato”, in un qualche modo a spese di tutti i “sommersi” che non hanno fatto ritorno. Solo questi ultimi sarebbero i veri ed autentici testimoni della Shoah, che pertanto nella sua negativa “ontologia della morte”, che ne costituisce l’essenza, non potrà mai essere conosciuta fino in fondo, rimanendo quindi un qualcosa di testimoniabile e non testimoniabile al tempo stesso.

Questa «interrogazione incessante» – riflette Varchetta – si inoltra e avanza in territori insicuri e perturbanti non sempre alla luce della razionalità scientifica, a cui il chimico e scienziato positivista Levi accorda così tanta fiducia, ma anche – a volte consapevolmente e a volte no – per le vie traverse di forme di conoscenza quali «l’illusione per esempio, il “pensare sognando” e l’immaginazione [che] possono aiutare a riconoscere e a scoprire realtà intermedie, mondi sotterranei, non sempre presenti alla mente dei loro attori, ma non per questo meno strutturalmente in relazione con le stesse menti, quando queste ultime siano in sé aperte, come è stata la mente di Primo Levi, allo stupore e alla meraviglia» (pp. 60-61). In particolare questo accade quando la materia su cui si applica l’esercizio della conoscenza non è un oggetto neutro, posto dinanzi al soggetto, distante e distaccato da esso, ma piuttosto un’esperienza di sofferenza o addirittura, come per Levi, la memoria «dal regno dell’orrore, abitato dai “sommersi”. In questi casi con alta probabilità la mente lavora per intermittenze, un vedere a occhi aperti e alternativamente a occhi chiusi» (p. 29).

Per queste ragioni Varchetta ritiene che un approccio psicanalitico al lavoro di Levi, che sia però rispettoso della sua ben nota «avversione nei confronti della psicanalisi e delle sue interpretazioni delle vicende umane» (p. 41), possa dare un contributo importante alla comprensione delle procedure mentali ed intellettuali di elaborazione della “zona grigia”. Levi, infatti, non nasconde di aver letto ed apprezzato l’acuta e brillante scrittura freudiana; usa più volte nelle sue opere termini presi a prestito dal lessico psicanalitico; l’esperienza del sogno compare di frequente nelle sue pagine e «il reiterarsi nel corpus leviano dell’elemento onirico è una traccia che legittima l’ipotesi di una attenzione fattuale di Primo Levi ai meccanismi psichici non solo computazionali» (p. 46). Infine, è proprio Levi che paragona l’urgenza, in parte intenzionale e in parte inconsapevole, di narrare alla «sensazione che si avverte durante una terapia psicanalitica, quando raccontando la propria storia è possibile liberarsene» (p. 48). Pertanto, Varchetta ricorre alle categorie della psicanalisi post-bioniana, per cui «il pensare ad un’esperienza anche di natura profondamente traumatica, si articola in pre-concezioni, pensieri e concetti. I concetti, in quanto connotati da nomi, possono essere intesi come pensieri definiti. Il lungo “andare pensando” di Primo Levi dal 1947 al 1986 va interpretato come una trasformazione, fino a poter cogliere quella “piega” dell’esperienza concentrazionaria, la “zona grigia”, realtà ultima, cosa-in-sé» (p. 48).

In altri termini, l’“andare pensando” leviano si configura come una fenomenologia della emersione e della costruzione del senso della realtà, che si articola per tappe non sempre lineari, ma piuttosto per intrecci ed interazioni intermittenti di vissuti, ricordi, esperienze, frammenti di vita e di realtà con ancora giunti pienamente alla forma della «conoscenza effettiva, ma carichi di una forte intensità emotiva» (p. 48) e che concorrono tutti assieme a delineare la cosa-in-sé dell’esperienza. Forzando il ragionamento di Varchetta e quindi mettendo da parte il suo accostamento tra l’elaborazione da parte di Levi della “zona grigia” e la teoria della “trasformazione del pensiero” della psicanalisi post-bioniana, pare possibile invece utilizzare il concetto di cosa-in-sé in riferimento alla “zona grigia” con un significato gnoseologico ed ontologico: la “zona grigia” esprime l’essenza dell’esperienza concentrazionaria in quanto, del fondamento ontologicamente negativo della Shoah – ossia della cosa-in-sé del Lager che trova nei “sommersi” la sua più vera e compiuta manifestazione, che però si sottrae all’ordine del dicibile – costituisce la rappresentazione che più si avvicina a quel qualcosa che conserva però sempre un margine di irrappresentabilità.

Un altro spunto di riflessione di sicuro interesse che propone Varchetta riguarda l’accostamento della scrittura di Levi alla modalità di pensiero “prossimale”. Mentre il pensiero “distale”, cioè il pensiero argomentativo proprio di un approccio solo scientifico, «mette in evidenza i confini e le divisioni, la distanza e la chiarezza, la gerarchia e l’ordine» (p. 54) degli oggetti del pensiero e dell’azione, il pensiero “prossimale” «coglie invece ciò che è continuo e “incompiuto” […]. Il prossimale è sempre parziale e precario, destinato per sempre a ripetersi nel tentativo (vano) di compiersi pienamente. Il distale si compie nell’azione a distanza, il prossimale nell’azione per contatto» (p. 54). Pertanto, per Varchetta, mentre è “distale” il giudizio etico di Levi nei confronti della colpa dei carnefici dei Lager, “prossimale” è invece la modalità dell’approccio all’oggetto della testimonianza, della narrazione e della riflessione: un “andare pensando” aporetico e mai concluso, che procede stando a stretto contatto col proprio oggetto (il Lager) e che da esso è coinvolto, così da risultare la maniera migliore per pensarne la complessità.

È Levi stesso che spiega come la realtà sia ben più complessa e confusa di quanto non appaia dopo che su di essa si sia esercitato quel lavoro di semplificazione in cui di fatto consiste la conoscenza umana:

Ciò che comunemente intendiamo per “comprendere” coincide con “semplificare”: senza una profonda semplificazione, il mondo intorno a noi sarebbe un groviglio infinito e indefinito […]. Questo desiderio di semplificazione è giustificato, la semplificazione non sempre lo è […] la maggior parte di fenomeni storici e naturali non sono semplici, o non semplici della semplicità che piacerebbe a noi (pp. 52-53).

Si tratta di considerazioni epistemologiche, riflette Varchetta, assimilabili a quelle dell’epistemologia della fisica contemporanea, per le quali l’osservazione scientifica modifica tanto il fenomeno osservato quanto l’osservatore. «Levi sa che il Lager lo ha mutato profondamente, per sempre. Sa anche che non è possibile osservarlo con un abito mentale puramente scientifico, benché faccia di tutto per riuscirci» (p. 55). La comprensione profonda del fenomeno concentrazionario e della natura umana costretta a sopravvivere in condizione estreme a cui Levi aspira si sottrae alle troppo semplicistiche rappresentazioni dualistiche del Lager che contrappongono con nettezza di giudizio le vittime ai carnefici, il bene al male. «Lo spazio tra carnefici e vittime» – scrive Levi nel 1977 in un articolo per La Stampa – «è una zona grigia, non è un deserto» (p. 63). In questo modo ha inizio la lenta e progressiva elaborazione del concetto della “zona grigia”, che Varchetta ripercorre in tutti i suoi snodi principali, a partire dal 1976 – quando, nell’introduzione ad un libro di Jacob Presser, Levi spiega come sia «ingenuo, assurdo e storicamente falso ritenere che un sistema demoniaco, quale era il nazionalsocialismo, santifichi le sue vittime: al contrario esso le degrada e le sporca, le assimila a sé» (p. 63) – fino alla pubblicazione de “I sommersi e i salvati” nel 1986, opera di insuperata profondità di analisi e di rigorosa efficacia conoscitiva della realtà del Lager e della Shoah.

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Il blues cyber punk di Terminator https://www.carmillaonline.com/2019/12/09/il-blues-cyber-punk-di-terminator/ Mon, 09 Dec 2019 22:13:43 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=56547 di Mauro Baldrati

Esiste un genere/fusion di generi, che potremmo definire fantascienza/thriller/action (di seguito fta). La fantascienza rappresenta il luogo, il tempo, la proiezione; il thriller è la trama, l’intreccio, il divenire; l’action è la velocità, il dinamismo, il colpo di scena.

Questo genere triplo vale per i romanzi, e per il cinema. Forse soprattutto per il cinema, che ha prodotto alcune opere che possiamo definire pietre miliari: il primo Matrix, il primo Predator, La cosa, il primo Alien, Blade Runner. E il primo Terminator, che nell’arco di 28 anni ha [...]

Il blues cyber punk di <em>Terminator</em> è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Mauro Baldrati

Esiste un genere/fusion di generi, che potremmo definire fantascienza/thriller/action (di seguito fta). La fantascienza rappresenta il luogo, il tempo, la proiezione; il thriller è la trama, l’intreccio, il divenire; l’action è la velocità, il dinamismo, il colpo di scena.

Questo genere triplo vale per i romanzi, e per il cinema. Forse soprattutto per il cinema, che ha prodotto alcune opere che possiamo definire pietre miliari: il primo Matrix, il primo Predator, La cosa, il primo Alien, Blade Runner. E il primo Terminator, che nell’arco di 28 anni ha generato una saga di sei capitoli. Ora, dopo l’ottimo n. 2, sempre diretto da James Cameron, un buon n.3, il discreto n.4 (Salvation), e il meno che mediocre n.5 (Genisys), è arrivato il n.6 (Destino oscuro). Cameron è tornato, anche se non come regista (è direto da Tim Miller), ma come sceneggiatore e produttore (ovvero nothingall). E si vede. Infatti anche se non può arrivare alle vette del n.1, perché i capolavori sono quasi sempre unici, si tratta di un fta di ottima fattura, con effetti speciali di ultimissima generazione che non scivolano mai nel videogioco, una storia avvincente, e un ritmo serrato.

Il effetti il “plot” sembra lo stesso: l’arrivo dal futuro di un terminator spaventosamente indistruttibile, un Rev-9, una ulteriore versione del metallo liquido, il T-1000 che abbiamo già visto nei n. 2 e 3. La creatura da incubo deve eliminare qualcuno, che tuttavia non è John Connor, perché morirà infettato da un nano-terminator in un altro segmento di futuro. E’ una ragazza, Dani, che proprio come Sarah Connor non sa di essere l’unica speranza di salvezza dell’umanità. E non ci crede, teme che un’altra ragazza, Grace, una sconosciuta che continua a ripeterglielo, sia una pazza.

Grace è arrivata a sua volta dal futuro, proprio come il terminator Schwarzenegger T-800 arrivò nel n. 2. Ma non è una macchina. E’ un’umana potenziata, alta, dinoccolata, con un collo da giraffa e un viso bellissimo. La sua missione è proteggere Dani, come quella del Rev-9 è di ucciderla. Due cavalieri insomma, uno del bene e uno del male, contrapposti in uno scontro che ha come unico epilogo la morte. Lei non conosce Sarah Connor né suo figlio John, perché il futuro è cambiato, grazie all’azione di Sarah, di suo figlio e del T-800. Skynet, il programma diventato autocosciente che ha scatenato la guerra, è stato distrutto, ma alla nuova catastrofe ci penserà Legion, un nuovo sistema di guerra cibernetico che infetterà i computer, i telefoni, l’intera rete delle comunicazioni e delle attrezzature.

Si rinnova la caccia spietata, ossessiva, e la fuga senza fine. Gli inseguimenti in macchina, obbligatori per legge in qualsiasi film americano, sono ancora più estremi, e non ne manca uno addirittura in aereo, tra un enorme velivolo da trasporto e una cisterna, con effetti spettacolari e un uso magistrale del rumorismo.

A un certo punto ritroviamo anche un’invecchiata, sarcastica, antipatica Sarah Connor, interpretata dalla stessa Linda Hamilton, e il T-800, a sua volta invecchiato, con la barba e le rughe. Per cui uno potrebbe chiedersi come fa un robot a invecchiare, a sgonfiarsi la muscolatura da body builder. Ma non ce lo chiediamo. E’ troppo fascinoso il ritorno di Schwarzenegger umanizzato, che ha addirittura messo su famiglia, con moglie e figlio.

Insomma, una riscrittura dei n.1 e 2? Un’ottima cover?

In realtà no. Sarebbe un giudizio semplicistico. Non è la copia di un quadro coi colori appena cambiati e qualche dettaglio spostato. E’ come il blues, che a un ascolto superficiale sembra la musica più ripetitiva della storia. Ma l’anima del blues non è solo tecnica. E’ il sentimento, l’intensità. Basta l’intonazione della voce, il tocco della chitarra, il soffio dell’armonica, per creare un nuovo viaggio, e godere di un’altra avventura. Il blues è un’immanenza che non si estingue, tocca corde profonde perché è nata come musica vitale, di resistenza e di speranza nell’inferno sulla terra. Per questo è sempre diversa. Non ha bisogno di distinguersi a tutti i costi, per non perdere l’appeal.

Così Destino Oscuro fa rivivere la gioia degli appassionati, perché richiama quello stupore, quell’empatia. Infatti ogni viaggio non è mai uguale, anche se all’interno dello stesso paesaggio, lungo la stessa strada.

E può piacere anche ai non specializzati di fta, gli spettatori per così dire generalisti, purché non siano snob, ovvero che non si neghino il piacere di amare le storie, e le favole avventurose.

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Il blues cyber punk di <em>Terminator</em> è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Le Iene della Marmotta https://www.carmillaonline.com/2019/12/08/le-iene-della-marmotta/ Sun, 08 Dec 2019 21:00:42 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=56570 di Alessandra Daniele

È un trope classico del noir: un’eterogenea banda di criminali si mette insieme controvoglia per organizzare una rapina. Il colpo riesce fortunosamente, ma subito dopo i complici cominciano a litigare per spartirsi il bottino, finendo per ammazzarsi tutti a vicenda. Una delle caratteristiche del trope è sembrare sempre un po’ una forzatura fatta apposta per dimostrare che il crimine non paga,  che tutti i fuorilegge sono sociopatici autodistruttivi, e che possono sfuggire alla polizia, ma non al karma. Spesso si finisce per pensare “Ma dai, nella realtà nessuno [...]

Le Iene della Marmotta è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Alessandra Daniele

È un trope classico del noir: un’eterogenea banda di criminali si mette insieme controvoglia per organizzare una rapina. Il colpo riesce fortunosamente, ma subito dopo i complici cominciano a litigare per spartirsi il bottino, finendo per ammazzarsi tutti a vicenda.
Una delle caratteristiche del trope è sembrare sempre un po’ una forzatura fatta apposta per dimostrare che il crimine non paga,  che tutti i fuorilegge sono sociopatici autodistruttivi, e che possono sfuggire alla polizia, ma non al karma.
Spesso si finisce per pensare “Ma dai, nella realtà nessuno sarebbe così testa di cazzo”.
E invece.
Renzi il cannibale punta a ingrassarsi spolpando il PD, il pentito Di Maio rimpiange i suoi precedenti complici e  continua a imitarli, il commissariato Zingaretti sogna di rifugiarsi all’opposizione mentre a Salvini ci pensa lo Spread, il sòla Di Battista cerca come sempre di fare le scarpe a Di Maio.
Mes, Mef, Mise, Mose, ogni crisi è un’opportunità per sputarsi in faccia, spararsi alle spalle, cavarsi gli occhi, buttarselo in culo.
Il governo Conte bis però non è un noir. È un horror.
La versione horror del Giorno della Marmotta.
Sembra uno degli inferni del Bardo Thodol.
Ogni giorno i complici si massacrano, si sbudellano, si fanno a pezzi. E ogni giorno si risvegliano di nuovo al punto di partenza.
Il governo Conte bis non è nato, è stato assemblato con pezzi di cadavere. Non è mai stato vivo, quindi non può morire.
I complici possono soltanto continuare a pestarsi a vicenda, finché servirà a chi li ha assemblati.
Poi cadranno spiaccicati al suolo, come quei pezzi di carne morta che sono già da tempo.

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Abraham Van Helsing e l’ultima crociata https://www.carmillaonline.com/2019/12/07/abraham-van-helsing-e-lultima-crociata/ Sat, 07 Dec 2019 22:22:55 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=56594 di Franco Pezzini

È appena uscito, a cura di chi scrive, Abraham Van Helsing e l’ultima crociata. Tutto Dracula volume 2, pp. 495, € 24, Odoya, Bologna 2019. Se ne riporta uno stralcio, con citazioni dal romanzo tratte da quell’edizione Feltrinelli 2011 a cura di Luigi Lunari, utilizzata a suo tempo per il corso TuttoDracula, 2012-2014, da cui è “figliato” il presente volume come il precedente Il Conte incubo. Il brano che segue, sul cap. 23 del romanzo, vede i cacciatori appostati in uno dei covi acquistati a Londra dal terrorista orientale [...]

Abraham Van Helsing e l’ultima crociata è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Franco Pezzini

È appena uscito, a cura di chi scrive, Abraham Van Helsing e l’ultima crociata. Tutto Dracula volume 2, pp. 495, € 24, Odoya, Bologna 2019. Se ne riporta uno stralcio, con citazioni dal romanzo tratte da quell’edizione Feltrinelli 2011 a cura di Luigi Lunari, utilizzata a suo tempo per il corso TuttoDracula, 2012-2014, da cui è “figliato” il presente volume come il precedente Il Conte incubo. Il brano che segue, sul cap. 23 del romanzo, vede i cacciatori appostati in uno dei covi acquistati a Londra dal terrorista orientale Dracula, e uno dei loro pochi confronti diretti con lui: un episodio che permette d’altronde di aprire finestre verso altri miti eccellenti dell’età vittoriana.

L’occasione mi permette di ricordare con simpatia e gratitudine Lunari (1934-2019), conosciuto proprio in occasione di quella sua traduzione, intellettuale vivace ed eclettico dalla strabordante umanità, morto a Ferragosto di quest’anno.

Dracula il Saltatore

3 ottobre

La narrazione passa ora a Seward per poi tornare ad Harker: si tratta insomma nuovamente di un capitolo a più voci. E la prima parte è ancora datata al 3 ottobre, che riprende dal punto interrotto da Jonathan, in attesa coi due medici del ritorno di Arthur e Quincey [in missione per sterilizzare altri covi del vampiro a Londra]. […]  Nell’attesa Van Helsing cerca di “mantenere attivi i nostri cervelli” non lasciando che i presenti si ripieghino su se stessi. Soprattutto Harker, sopraffatto dalla tristezza [la moglie Mina è stata infettata da Dracula] e improvvisamente invecchiato – non solo nel colore dei capelli ma nei tratti segnati dal dolore – anche se ardente di un’energia febbrile, che può permettergli di reagire alla crisi. Dracula ringiovanisce (potremmo dire) facendo invecchiare gli altri…

Comunque Van Helsing, preoccupato per Jonathan, cerca di intrattenerlo. Ha studiato e ristudiato le carte relative al Conte, ed è sempre più convinto che occorra distruggerlo. Infatti “Tutto dà prova di suo progredire: non solo per quanto riguarda sua potenza, ma anche di sua coscienza di questo”. E il tema dei progressi di Dracula, del suo progressivo imparare e sperimentare nel nuovo stato di non-morto, anche in seguito ritornerà nell’analisi di Van Helsing: un proto-neuroscienziato che, ci aveva informato Renfield, “ha rivoluzionato la terapeutica, con la scoperta della continua evoluzione della materia cerebrale”.

Citando l’amico Arminius dell’Università di Budapest e riprendendo le informazioni già fornite nella lezione al cap. 18, il professore ricorda che Dracula “in vita è stato grande uomo. Soldato, statista, e alchimista – la quale alchimia era il punto più avanzato del sapere scientifico della sua epoca”. Questo tema dell’alchimia è interessante e originale: e da un lato preannuncia i riferimenti che nel capitolo successivo Van Helsing dispenserà sulle bizzarrie geologiche e chimiche della regione in cui il Conte ha abitato per secoli. Però dall’altro richiama quel confronto tra macro e microcosmo che vede il corpo umano stesso farsi athanor, fornello di trasformazione alchemica: e si può pensare a tutto il tema dell’alchimia del sangue, che verrà sviluppato da certi filoni esoterici del Novecento. Ma in realtà Stoker lascia i riferimenti vaghi, a evocare più genericamente un titanismo ermetico nel flirtare coi segreti della Natura, e la romantica, luciferina ambiguità di cui nell’Ottocento si paludava l’idea dell’alchimia.

Van Helsing continua: “Aveva una grande intelligenza, e una cultura senza confronti, e un cuore che non conosceva né paura né rimorso”; un ritratto che, ribadiamolo, non corrisponde che in modica parte a quello del Dracula storico, guardando piuttosto a un profilo di liberissima reinvenzione, a un super-vilain divenuto tale proprio per l’assoluto sprezzo di ogni limite caratteriale o etico: e non a caso il vampiro è proprio la creatura che sfugge limiti e definizioni esistenziali. Van Helsing torna anzi a sottolineare che il Conte aveva “osato perfino frequentare Scholomance [la scuola di magia gestita dal diavolo], e non c’era ramo del sapere del suo tempo che lui non ha provato” (“He dared even to attend the Scholomance, and there was no branch of knowledge of his time that he did not essay”): a innestare la condanna del vampirismo in un dramma faustiano. Che dal titanismo romantico delle fonti ottocentesche d’ispirazione del romanzo (pensiamo agli eroi maledetti portati in scena da Irving) traghetta però idealmente a certi profili di nevrosi e alienazione nichilistica del Novecento.

Eccezionale in vita, il Conte rimane tale da non-morto e “in lui i poteri della mente sono sopravvissuti alla morte fisica; anche se pare che la sua memoria non rimanesse completa”. Una soluzione ovviamente, ancora una volta, funzionale allo sviluppo narrativo, per contenere la forza di un nemico troppo ingombrante per gli eroi: dove però forse Stoker recepisce una delle obiezioni fondamentali all’idea del vampirismo, il tema della rapida degenerazione del cervello dopo la morte, rileggendola in termini di libertà artistica. La morte condurrebbe così a una sorta di nuova, oscura infanzia:

 

In qualcuna delle facoltà del suo cervello era rimasto, ed è anche adesso, un bambino; però sta crescendo, e alcune cose che in principio erano infantili ormai hanno preso una dimensione adulta. Sta sperimentando, e lo fa piuttosto bene; e se non era che noi abbiamo attraversato la sua strada, lui poteva essere – e se noi falliremo, lo sarà – il padre o il capostipite di un nuovo genere di esseri, la cui strada si snoda non attraverso la Vita, ma attraverso la Morte.

 

Cioè – come già accennato – un Adam Dracula, con tutti gli echi possibili impliciti nel concetto, sia sul piano simbolico-religioso che su quello scientifico-evoluzionistico. Sorto in un contesto sociale dove le interpretazioni di Charles Darwin conoscevano recezioni distorte in termini di xenofobia culturale, il minaccioso straniero Dracula capace di allarmanti progressi in termini (anti)evoluzionistici è stato definito da qualche critico un perfetto esempio di mostro darwiniano. Forte infatti dell’antica tenacia, Dracula sviluppa a poco a poco il suo piano complesso: e, insieme al piano, cresce il suo cervello.

A quel punto Harker, angosciato che tutto ciò combatta contro Mina, chiede a Van Helsing di chiarire in che senso il nemico stia “sperimentando”: e il professore risponde che da quando è sbarcato in Inghilterra, il vampiro ha continuato a mettere alla prova il proprio potere; e buon per loro che il suo cervello sia ancora infantile nel senso già accennato, altrimenti sarebbe già stato troppo forte. Ma conta di conseguire i propri obiettivi, e avendo i secoli davanti a sé può procedere con tutta calma.

Harker però nuovamente chiede di capire, visto che dolore e preoccupazione devono avergli rallentato il cervello: e questo meccanismo, per cui il discepolo si rivolge a più riprese all’iniziatore con le proprie domande e quello pazientemente riprende il tema, rimanda simmetricamente ai dialoghi di Seward con Van Helsing nei giorni drammatici della morte di Lucy. Il professore fa notare “come, di recente, questo mostro è avanzato in conoscenza attraverso tentativi e esperimenti”, e spiega – per i lettori meno attenti – che per esempio ha usato Renfield per aggirare il tabù del permesso di entrare; ma anche che ora, evidentemente, ha capito che può spostare da solo le casse, senza farne conoscere l’ubicazione ad altri. Anzi, potrebbe avere l’intenzione di seppellirle sottoterra,

 

così che per lui sia comodo usarle [nel senso di entrarne e uscirne] non solo di notte ma anche in qualsiasi momento voglia cambiare sua forma [torniamo alla cassa come luogo del cambiamento]; e nessuno può sapere dove sono i suoi nascondigli! [So that only he use them in the night, or at such time as he can change his form, they do him equal well, and none may know these are his hiding place!].

 

Però – tranquillizza Jonathan – Dracula arriva tardi. Tutti i rifugi sono già stati esorcizzati, tranne uno che individueranno prima del tramonto, e a quel punto non avrà più una tana: per questo il professore ha scelto di muoversi a un’ora più tarda. Così (sembra intenda) non hanno trovato il vampiro a riposo in una delle basi. Ovvio, devono essere anche più prudenti di lui… Comunque, conclude, è ormai l’una, e Arthur e Quincey dovrebbero essere ormai di ritorno, rinforzando la squadra.

A quel punto un doppio colpo dalla porta d’ingresso li fa sobbalzare, ma è solo il ragazzo del telegrafo che consegna a Van Helsing un telegramma di Mina. Che recita

 

Attenti a D. È arrivato qui ora, 12,45, di corsa da Carfax e di fretta si è diretto verso sud. Sembra voler fare il giro e forse vi cerca. [Look out for D. He has just now, 12:45, come from Carfax hurriedly and hastened towards the South. He seems to be going the round and may want to see you.]

 

Sembra di capire che Mina – che avevamo trovato alla finestra – abbia avvistato il Conte, plausibilmente furioso, mentre imboccava la strada verso sud. Ma può darsi che la condivisione di sangue abbia reso Mina capace di cogliere il suo passaggio anche senza una visione diretta: la dinamica non è troppo chiara.

In ogni caso Jonathan ringrazia Dio, non vedendo l’ora di incontrare il nemico: Van Helsing allora gli rammenta che Dio agisce “secondo suoi tempi e modi”, e lo esorta a evitare timori e baldanza, visto che “quello che adesso noi desideriamo potrebbe essere nostra fine”. Anzi, ad Harker che si dice pronto a vendere l’anima (“I would sell my soul”) pur di spazzare via il mostro, il professore ricorda che Dio non acquista anime in tal modo, e per contro il diavolo non mantiene le promesse: dove il tema del patto col diavolo richiama ancora idealmente alla dimensione faustiana del romanzo, con echi sparsi fin da quei primi capitoli in cui Jonathan contratta – sia pure per conto dello studio Hawkins – col mefistofelico Conte. Torniamo a rammentare che Henry Irving aveva portato in scena il Faust nel 1886, pochi anni prima dell’inizio dell’operazione di scrittura del Dracula.

Van Helsing esorta ancora a una serena fermezza, dal momento il vampiro ha poteri e limiti degli esseri umani e fino al tramonto non può trasformarsi: è l’una e venti, ci metterà ancora un po’ ad arrivare e c’è da sperare che giungano prima gli amici. Questo tema dell’attesa dei cacciatori in tensione è giocato da Stoker con efficacia, ancora una volta in pagine troppo spesso poco considerate.

In effetti una mezz’oretta dopo il telegramma ecco nuovamente bussare alla porta, e i nostri sobbalzano; poi, armati (arma spirituale nella sinistra, materiale nella destra) raggiungono l’anticamera, Van Helsing schiude a metà la porta… e possono finalmente tirare un sospiro di sollievo all’apparire di Arthur e Quincey. Che, chiusasi la porta alle spalle, annunciano di aver trovato i due covi, e sterilizzato in entrambi sei casse; per cui – conclude Quincey – non resta loro che aspettare lì. Se poi il Conte non apparisse per le cinque dovrebbero tornare alla base per non lasciar sola Mina dopo il tramonto. Ma Van Helsing ribatte che Dracula sarà lì tra non molto, e ricostruisce lo spostamento:

  • da Carfax si è diretto verso sud, quindi ha passato il fiume e può averlo fatto solo con la bassa marea poco prima dell’una: in questa fase il Conte nutre solo sospetti sulle mosse avversarie, e dunque si è diretto dove ritiene ci sia minore interferenza della squadra;
  • a Bermondsey (base sud) dev’essere passato poco dopo Arthur e Quincey…
  • …che evidentemente l’hanno preceduto anche a Mile End (base est), per raggiungere la quale, ripassando il fiume, ha però di certo perso un po’ di tempo;
  • ne segue che ormai sta per piombare a Piccadilly, per cui devono aver pronto subito un piano d’attacco.

Ma a quel punto impone silenzio, “Tutti pronti con le vostre armi! In guardia!”, e “nel silenzio tutti abbiamo sentito una chiave introdursi piano nella serratura della porta d’ingresso”. Seward registra ammirato “il modo in cui una personalità superiore riesce a manifestarsi”: Quincey Morris, che era sempre il pianificatore “In tutte le nostre battute di caccia e altre avventure condotte in varie parti del mondo” (a evocare le vacanze esotiche di rampolli di facoltose famiglie anglosassoni, ma in particolare il modello dell’americano cacciatore di tracce), qui obbedisce immediatamente ai segni muti – uno sguardo, un gesto – coi quali Van Helsing li piazza in posizione. Il professore, Harker e lo stesso Seward dietro alla porta, in modo che all’entrata del Conte il primo gli si pari davanti e gli altri gli taglino l’uscita; Arthur e Quincey fuori dall’immediata visuale, ma pronti a bloccare la finestra. “Noi tutti aspettavamo col fiato sospeso mentre ogni secondo sembrava scorrere con la lentezza di un incubo. Risuonarono nell’anticamera passi lenti e prudenti: il Conte era evidentemente preparato a una qualche sorpresa, o comunque la temeva”… finché all’improvviso, “con un solo balzo” se lo ritrovano dentro. Il movimento è tanto veloce che non si accenna neanche all’aprirsi della porta: e il Conte si apre la strada tra gli avversari, prima che chiunque possa tentare qualunque cosa per fermarlo. “Nei suoi movimenti c’era qualcosa di così simile ai movimenti di una pantera – qualcosa di così non umano che subito è sembrato farci superare lo choc del suo arrivo”: dove l’espressione un po’ barocca (“There was something so pantherlike in the movement, something so unhuman, that it seemed to sober us all from the shock of his coming”) sembra significare che lo choc stesso per quell’irruzione così assurdamente veloce viene archiviato da un’altra impressione ancora più scioccante sull’inumanità di quel tipo di movimento. Con Dracula, non solo si iniettano nel racconto di vampiri caratteristiche del genere avventuroso – eroi giovani e dinamici, azione, velocità – ma è lo stesso vampiro che viene dinamizzato come a effetti speciali in modo del tutto nuovo.

Comunque è Harker a reagire per primo, balzando davanti alla “porta che conduceva alla sala sul davanti della casa” (probabilmente il locale ha due porte): e sul volto del Conte l’iniziale ghigno a canini snudati lascia subito posto al “freddo sguardo di un disdegno leonino” (“a cold stare of lion-like disdain”). Seward parlava prima di batture di caccia, e il Conte ha già assommato caratteristiche di pantera (pantherlike) e di leone (lion-like): il contesto è quello di una caccia, ed è interessante notare che la stessa terminologia da caccia grossa tornerà in un racconto di poco successivo su un agguato in una casa abbandonata a un arcicattivo, “L’avventura della casa vuota” (1903) con l’agguato di Holmes ricomparso alla – potremmo definire – seconda incarnazione del Male, il colonnello Moran. Le cui avventure esotiche, il record di tigri uccise e le memorie di caccia attribuitegli giustificano le metafore e similitudini alla “dark jungle of criminal London”, alla caccia a una “wild beast” e specificamente a una tigre, cui Watson assimila il colonnello (anzi nel contesto non stupisce che a sua volta Holmes gli balzi addosso “like a tiger”).

Poi però l’espressione del vampiro muta di nuovo quando gli avversari gli si fanno addosso: e qui c’è un’osservazione curiosa, perché Seward che si era sperticato in elogi sulla capacità organizzativa di Van Helsing ammette che si sono mossi “concordemente, d’impulso” (“with a single impulse”) e che “Era un peccato che non avessimo un piano d’attacco meglio organizzato, perché anche in quel momento io mi chiedevo che cosa dovevamo fare”.

Ammette anche di non sapere se poi, alla prova dei fatti, le loro “lethal weapons” avrebbero funzionato: ma Harker tenta un affondo con il suo “great Kukri knife” e solo il balzo all’indietro diabolicamente rapido del Conte gli evita di restarne trafitto. È interessante che sia lo stanziale Jonathan e non uno dei facoltosi giramondo Arthur, Quincey e Jack a brandire quest’arma esotica usata anche come attrezzo da lavoro, originaria del Nepal e utilizzata in particolare nei reggimenti Gurkha della British Indian Army. Tra la fine della Indian Rebellion, 1857 e la Prima Guerra Mondiale i reggimenti Gurkha operarono non solo in Oriente (Burma, Afghanistan, India, Malesia, Cina, Tibet) ma anche a Malta durante la guerra russo-turca (1877–78), e a Cipro: comunque Jonathan può averlo acquistato in Inghilterra.

La punta però raggiunge la stoffa della giacca del Conte (“the cloth of his coat”), con uno squarcio da cui cadono “un rotolo di banconote e un fiume di monete” (“a bundle of bank notes and a stream of gold”). Mentre un’espressione infernale si disegna sul volto di Dracula, Harker si prepara a un secondo affondo e Seward si fa avanti con crocifisso e ostia, subito imitato da qualcuno dei compagni. Con risvolti mistici – “Ho sentito una straordinaria forza fluirmi lungo il braccio” – del tipo sovrannaturalistico che poi ispirerà autori popolari come Dennis Wheatley quando descrive eroi in lotta col Male, ma che possono essere intesi anche nella loro dimensione emotiva.

Comunque Dracula retrocede, ed

 

È impossibile descrivere l’espressione di odio e di malvagità sconfitta – di rabbia e d’ira infernale – che si è dipinta sul volto del Conte. Il suo volto di cera si è fatto verde e giallastro in vivido contrasto con gli occhi fiammeggianti [“His waxen hue became greenish-yellow by the contrast of his burning eyes”: ancora una volta la maschera di cera, maschera mortuaria e gorgoneion, che acquista tonalità di livore verde/giallastro, quasi in sostituzione dell’arrossamento che avrebbe un vivo forse per la putredine del sangue che irrora il corpo non-morto, cfr. per esempio in Ap 6, 8 il cavallo verde: “Colui che lo cavalcava si chiamava Morte e gli inferi lo seguivano”]; mentre la rossa cicatrice sulla sua fronte spiccava sul pallore della pelle come una piaga palpitante [and the red scar on the forehead showed on the pallid skin like a palpitating wound].

 

Dove torna il tema della ferita inferta da Harker sul capo di Dracula, che però il campione di trasformismo non sembra essere stato in grado di far sparire. O non vuole farla sparire, a memento simbolico della vendetta, come il servo del re dei Persiani con l’ordine di comunicargli ogni giorno: “Sire, ricordati degli Ateniesi”? In ogni caso questa strana cicatrice sembra presentare un peso simbolico: da un lato per le solite specularità richiama il segno sulla pelle di Mina, ma più in generale evoca un intero filone di ferite mistiche, in particolare della letteratura cavalleresca. Si pensi alla piaga incurabile del Re Vulnerato Anfortas delle storie graaliche – del resto se il Graal epifanizza in un castello, Dracula ha ricevuto la ferita mentre si trova ancora nel proprio castello covo di misteri d’immortalità anti-graalica, per il solito motivo della simbologia invertita – o alla mutilazione di Clinschor, castrato da un marito tradito come Jonathan.

Con “un guizzo serpentino” (“a sinuous dive”) il vampiro riesce però a sgusciare sotto il braccio di Harker evitando il colpo; “raccolta una manciata di monete dal pavimento” balza attraverso la sala e sfondando la finestra si lancia giù, tanto che Seward può cogliere anche “il tintinnio delle monete […] sulle pietre”. Ai cacciatori accorsi alla finestra, il Conte appare però rialzarsi indenne, risalire una rampa e attraversare il cortile, spalancando la porta di una scuderia o rimessa che vi si apre (“He, rushing up the steps, crossed the flagged yard, and pushed open the stable door”). E la scena presenta almeno due suggestioni intriganti.

La prima è naturalmente il tema del denaro. Abbiamo visto che Dracula è un avido tesaurizzatore che va in cerca di tesori sepolti, ammassa monete nel suo castello e minaccia il facchino che vuole più soldi: mentre i buoni spendono con larghezza per la buona causa, valorizzano cioè la ricchezza dono di Dio, il Conte mostra verso di essa un rapporto forzato e predatorio. E la sua foga nel chinarsi a raccogliere una manciata di soldi nel pieno dello scontro è in fondo l’ennesima, grottesca icona della profanazione, in questo caso di un bene-benedizione di Dio.

Ma c’è un secondo spunto, legato alle mitologie vittoriane. Dracula balza giù dalla finestra, si rialza illeso in un cortile chiuso e ora lo vedremo sfuggire per quella via: ed è possibile che per questo vampiro acrobata Stoker trovi ispirazione in un personaggio di una leggenda metropolitana del tempo, quello Spring-heeled Jack, Jack dai tacchi a molla o Jack il Saltatore, così chiamato per il suo stranissimo modo di fuggire. Questa creatura che avrebbe infestato le notti di Londra – ma avvistata in seguito anche in altre aree della Gran Bretagna e persino oltreoceano – sarebbe stata infatti in grado di compiere balzi prodigiosi, saltando senza necessità di rincorse dalla base di un edificio fin sul tetto a decine di metri, defilandosi così di fronte agli sguardi basiti di testimoni ed eventuali inseguitori. Se fantasmi saltanti sono menzionati a Londra fin dal primo Ottocento e un misterioso “peculiar leaping man” (un “curioso uomo che salta”) emerge citato dalla stampa britannica nel 1817, la prima testimonianza articolata su Jack il Saltatore rimonta all’ottobre 1837: in due giorni successivi lo strambo personaggio prima forza una ragazza ai propri baci, strappandole i vestiti e toccandola con artigli freddi da cadavere, e poi terrorizza un cocchiere saltando all’improvviso sulla sua carrozza, e dileguandosi con un altro salto oltre un muro di nove piedi (m. 2,7). Nel periodo successivo si moltiplicano le denunce di aggressioni imputategli, e la stampa che inizialmente usa nomi come “Leaping Terror” e “Suburban Ghost” prende via via a parlare di “Spring Heeled Jack”; poi, dopo un periodo di calo, un nuovo picco si ha negli anni Quaranta, con apparizioni un po’ ovunque in Inghilterra. Spesso le testimonianze parlano di una figura umana piuttosto robusta, dal sembiante teatralmente demoniaco: occhi fiammeggianti, viso spaventoso sormontato da un elmetto o da corna, mantello nero e artigli affilatissimi di metallo. Si ipotizzerà un improbabile acrobata deforme, o piuttosto un briccone che capitalizza le paure della gente: come un certo aristocratico irlandese eccentrico e propenso a ubriachezze e vandalismi, Henry de la Poer Beresford, terzo marchese di Waterford, che ha occhi bizzarramente sporgenti e – guarda caso – si trova spesso nei paraggi quando Jack si manifesta. Ma se è possibile che lui sia responsabile di alcune comparsate, è un fatto che dopo la sua morte nel 1859 la creatura continui a colpire, fino a ispirare – si dice – la scelta del nome di un più sanguinario epigono, lo Squartatore. D’altra parte il Saltatore presenta già i connotati di un buon soggetto per isterie di massa: e la sua descrizione vede interessanti punti di contatto con la ben più recente leggenda metropolitana marca USA del Mothman, l’uomo falena, scuro con occhi fiammeggianti e ali non troppo diverse dal mantello del protomodello vittoriano.

Insomma si mobilitano vigilantes e la polizia ce la mette tutta, ma invano: Jack sfugge sempre. Ma nel frattempo del personaggio si stanno impadronendo la carta stampata (tre pamphlet sugli eventi già nel 1838, in seguito vari penny dreadful e romanzi popolari) e il teatro, che amano raffigurarlo con stivali e baffoni. Un nuovo picco di apparizioni si ha con gli anni Settanta: nel 1877 dei soldati gli sparano addosso invano. E se le ultime comparsate si registrano in Inghilterra agli inizi del Novecento (vi riapparirà, secondo alcuni, negli anni Settanta) negli Stati Uniti si sprecheranno denunce tra il 1938 e il 1945. Per la fughe di Dracula Stoker dispone insomma di un ottimo modello.

Comunque, ormai al sicuro in distanza sulla porta spalancata della scuderia, il vampiro – inevitabile pensare al Mefistofele di Irving, con quanto di teatrale ciò comporti – si volta e parla ai suoi nemici:

 

Voi pensate di averla vinta su di me, voi – con quelle pallide facce, lì tutti in fila, come pecore di fronte al macellaio. [“You think to baffle me, you with your pale faces all in a row, like sheep in a butcher’s”: “[…] era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori” è espressione biblica, Is 53, 7]. Ma ve ne pentirete, dal primo all’ultimo! Voi credete di avermi sottratto un luogo dove riposare; ma io ne ho degli altri! E la mia vendetta è appena cominciata! Io vivo nei secoli, e il tempo è dalla mia parte. [Si noti che l’espressione “My revenge is just begun!” – e che connota il classico villain popolare – sembra riferirsi a qualcosa di assai più antico delle manovre dei nostri eroi: di qui lo spazio a infinite letture, ma Stoker lascia il tutto piuttosto generico.] Le donne che voi tutti amate sono già mie; e grazie a loro anche voi e altri come voi sarete presto miei – creature mie, per obbedire ai miei comandi e farsi sciacalli obbedienti quando avrò fame e sete. [“Your girls that you all love are mine already. And through them you and others shall yet be mine, my creatures, to do my bidding and to be my jackals when I want to feed”: Dracula parla di girls, Mina ma anche Lucy, a sbeffeggiarne i partner e fingere d’ignorare il trattamento subito da quest’ultima; e ciò che Jonathan vagheggiava di fare per amore, cioè abbandonarsi al morso di Mina una volta che lei fosse una vampira, Dracula lo vede in funzione strumentale per arricchire le proprie truppe. Se poi, tornando al linguaggio della caccia grossa, Dracula è pantherlike e lion-like, i suoi avversari gli appaiono semplici jackals: forse non tanto in relazione all’idea di obbedienza delle “my creatures” evocata subito prima, quanto al fatto che gli sciacalli campano dei resti lasciati dai grandi predatori. Come i vampiri asserviti, che si nutrono di quanto avanza al loro master.]

 

E con un “Bah!” di sprezzo, varca la soglia della scuderia chiudendosi dentro col catenaccio. Seguirlo lì dentro è molto difficile, e spostandosi verso l’anticamera Van Helsing cerca di sollevare gli animi: hanno imparato parecchio da quell’incontro ravvicinato, e a dispetto delle parole baldanzose Dracula li teme, teme il tempo, teme ciò che (letteralmente) vuole, cioè i suoi stessi bisogni – traduce Lunari – o le privazioni – traduce Saba Sardi (“he fears us. He fears time, he fears want!”). “Non fosse così, perché lui tanta fretta? Anche il tono di sua voce lo tradisce, se mie orecchie non ingannano me. Perché prendere quei soldi?”: e spedisce gli amici, “cacciatori di bestie selvagge” in fretta sulle tracce del Conte, riservandosi il compito di far terra bruciata in quella tana perché Dracula non possa trarne più niente. Raccoglie dunque le monete, preleva i documenti, e il resto lo brucia nel camino.

Arthur e Quincey corrono giù in cortile e Jonathan si cala addirittura dalla finestra, ma ora che riescono a forzare la porta della scuderia non trovano più nulla. Invano Van Helsing e Seward cercano di raccogliere notizie, “le stradine sul retro erano deserte e nessuno lo aveva visto passare”.

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Abraham Van Helsing e l’ultima crociata è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Socialismo in armi https://www.carmillaonline.com/2019/12/07/socialismo-in-armi/ Sat, 07 Dec 2019 01:05:12 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=56588 di Valerio Evangelisti

[E’ uscito di recente il saggio di Manolo Morlacchi La linea del Fuoco. L’Argentina da Perón alla lotta armata (Mimesis, 2019, pp. 226, € 18,00). Questa è la mia prefazione.]

Tra gli inizi degli anni Sessanta e il principio degli anni Ottanta, un movimento tellurico stava scuotendo buona parte del mondo. La guerriglia vietnamita, la rivoluzione cubana, l’insorgenza giovanile cinese, l’uccisione del Che in Bolivia, il maggio ‘68 parigino, le lotte operaie in Italia, i troubles in Irlanda, le guerriglie africane, le proteste negli Stati Uniti, sembravano annunciare un [...]

Socialismo in armi è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Valerio Evangelisti

[E’ uscito di recente il saggio di Manolo Morlacchi La linea del Fuoco. L’Argentina da Perón alla lotta armata (Mimesis, 2019, pp. 226, € 18,00). Questa è la mia prefazione.]

Tra gli inizi degli anni Sessanta e il principio degli anni Ottanta, un movimento tellurico stava scuotendo buona parte del mondo. La guerriglia vietnamita, la rivoluzione cubana, l’insorgenza giovanile cinese, l’uccisione del Che in Bolivia, il maggio ‘68 parigino, le lotte operaie in Italia, i troubles in Irlanda, le guerriglie africane, le proteste negli Stati Uniti, sembravano annunciare un crollo imminente del sistema capitalistico e un cambiamento dei rapporti di potere su scala planetaria. Se ci si procura il volume della Fondazione Lelio Basso Per il diritto e la liberazione dei popoli. Le lotte in Africa, Asia e America Latina, a cura di P. Giamacchio (ed. Mazzotta, 1981), c’è da rimanere esterrefatti: la mappa della conflittualità anticapitalista in tre continenti occupa cinquecento pagine stampate fittissime.

È difficile descrivere quel clima a un giovane di oggi. Sta di fatto che i potenti della terra non sembravano più in grado di comandare. Forze diverse tra loro, ma rette da ideali di fondo comuni, li assediavano e combattevano, spesso ricorrendo alle armi. Di questa pluralità sovversiva fece parte, in Argentina, il Partito Rivoluzionario dei Lavoratori, in seguito dotato di un proprio braccio armato, l’Esercito Rivoluzionario del Popolo. Questo libro ne descrive la storia completa, in maniera partecipe e appassionante.

I pochi che lo ricordano oggi, parlano del PRT come di un partito “trotskista”, In realtà, descrizioni così rigide sono proprie più degli anni correnti, di debolezza o di sfaldamento delle organizzazioni di sinistra, che dei periodi di crescita e di offensiva dei rivoluzionari argentini, A prescindere dalla rottura formale con la IV Internazionale (la principale fra le tante) nel 1973, il PRT, pur dotato di posizioni dottrinarie ferree, aveva un approccio alla realtà tutt’altro che libresco, e aderì profondamente alla società argentina e alle sue particolarità.

Queste sono ben descritte all’inizio de La linea del fuoco, e consistono nel peronismo – quello anteriore alla caduta di Perón nel 1955 – quale asse dell’intera vita politica nazionale, si fosse contro o si fosse pro. Ma risiedono anche in una caratteristica rara nel continente: la presenza di una numerosa e forte classe operaia, capace di rivolte, scioperi prolungati, scontri di strada. Con essa, rappresentata a livello istituzionale dai corrotti sindacati peronisti ma capace di lotte autonome accanite, il PRT seppe legarsi gradualmente. Tanto che l’organizzazione arrivò a superare, in numero di militanti e di influenza, la forza del fiacco e contraddittorio Partito Comunista Argentino, di rigida osservanza filosovietica e legalitaria. Soprattutto i giovani affluirono nelle file ribelli, attratti da coerenza delle idee e intelligenza nell’azione.

Un vantaggio che non si spense nemmeno al momento della creazione dell’ERP, l’Esercito Rivoluzionario del Popolo. Partito e movimento armato furono a lungo una cosa sola, con una direzione saldamente nelle mani del comando politico. Si leggerà, in queste pagine, di imprese audaci (quanto quelle che resero noti i ben più minoritari Tupamaros dell’Uruguay), di azioni militari ambiziose, di offensive quasi quotidiane. Rari, invece, gli omicidi individuali. Il PRT / ERP puntava all’azione di massa, non a una giustizia di strada di dubbio valore propagandistico.

Vale la pena di conoscere, oggi, questo partito e la sua storia? Chi legga questo eccezionale volume, documentatissimo quanto avvincente, lo scoprirà da solo. La sua sconfitta finale, e la sua scomparsa dal suolo patrio (con qualche sopravvivenza nella diaspora argentina in Europa) dipesero da vari fattori, Un prevalere della lotta armata sulla lotta politica, sensibile negli ultimi anni e in parte legato al tentativo “guevarista” di spostare lo scontro nelle campagne, dove costruire basi rosse in espansione. Uno sforzo che, a mio avviso, contraddiceva le radici urbane del movimento. In secondo luogo, l’incapacità di affrontare un nemico pronto a ricorrere a una sadica ferocia (come fu la dittatura atroce del generale Videla, peggiore di quella cilena di Pinochet) per sopprimere chi si opponesse alla supremazia del capitale monopolistico. Come sempre, sotto ogni latitudine, il liberalismo è pronto a liberarsi dei panni democratici quando si sente in pericolo, per indossare quelli del carnefice privo di scrupoli morali.

Last but not least, vi fu la morte in battaglia, nel 1976, di Mario Roberto “Roby” Santucho, uno dei maggiori e più amati dirigenti rivoluzionari dell’America Latina. Il libro di Manolo Morlacchi è anche un poco un omaggio alla figura nobilissima di Santucho, oltre che il quadro di un periodo storico dell’Argentina. Paese oggi, in condizioni tanto diverse, ancora non placato e rivoltoso. Per fortuna.

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I muri oltre Berlino https://www.carmillaonline.com/2019/12/05/i-muri-oltre-berlino/ Thu, 05 Dec 2019 22:00:37 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=56246 di Gioacchino Toni

Ad un decennio di distanza dalla sua prima uscita nel 2009, torna in libreria, in un’edizione rivista e soprattutto aggiornata, il libro di Christian Elia Oltre i muri. Storie di comunità divise (Milieu, 2019). La pubblicazione esce nel pieno della retorica politico-mediatica – più o meno miope, più o meno di comodo – che celebra l’anniversario della caduta del muro di Berlino, presentando  materiale e testimonianze che l’autore ha raccolto in anni di reportage in giro per il mondo, soprattutto nell’Europa dell’Est ed in Medio Oriente, al fine di raccontare [...]

I muri oltre Berlino è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Gioacchino Toni

Ad un decennio di distanza dalla sua prima uscita nel 2009, torna in libreria, in un’edizione rivista e soprattutto aggiornata, il libro di Christian Elia Oltre i muri. Storie di comunità divise (Milieu, 2019). La pubblicazione esce nel pieno della retorica politico-mediatica – più o meno miope, più o meno di comodo – che celebra l’anniversario della caduta del muro di Berlino, presentando  materiale e testimonianze che l’autore ha raccolto in anni di reportage in giro per il mondo, soprattutto nell’Europa dell’Est ed in Medio Oriente, al fine di raccontare “storie di confine”.
L’autore presenta tanto racconti riferiti ai muri più conosciuti – Cipro, Belfast, Israele, Palestina, Sahara Occidentale, Ceuta, Melilla, Iraq –, quanto alle barriere più recenti proprie delle aree più calde delle rotte migratorie tra Serbia-Ungheria, Bulgaria-Turchia e Grecia-Turchia. Nell’introdurre la nuova edizione, Elia spiega come il libro sia nato dall’urgenza di raccontare e dalla necessità di spiegare la situazione vissuta da chi si trova a fare i conti quotidianamente con quelle barriere artificiali poste tra esseri umani.

Se di per sé già lo scrivere dei muri risulta importante, sostiene l’autore, ancora di più lo è raccontare del “filo rosso” che li collega tutti. «Un filo rosso che unisce vicende differenti, che intreccia periodi storici lontani tra loro, che si arrotola su problematiche molto disomogenee. In ogni occasione, però, finivo sempre per incappare in fattori costanti, che si ripetevano, come in una roulette truccata. Sequenze. Fatte non di numeri, ma di storie. Vite di persone che, all’improvviso, hanno trovato un muro sul loro cammino». E ciò, continua Elia, accade quando «l’animale sociale diffida a tal punto del suo vicino da ritenere il muro, la barriera, la divisione l’estrema ratio. Non c’è più tempo per dialogare, litigare e dialogare ancora. Non c’è più fiducia. Meglio chiudere fuori l’altro, senza rendersi conto che allo stesso tempo finisci per chiuderti dentro anche tu». Ed a quel punto le motivazioni storiche, religiose, politiche dei diversi casi diventano del tutto relative e le storie finiscono con l’assomigliarsi tutte.

Se, rispetto alla prima edizione del libro, oggi i muri si sono di gran lunga moltiplicati, il filo rosso che legava le storie di allora è però tutto sommato il medesimo che lega anche le attuali e quel filo rosso è fatto di storie di persone comuni, di esseri umani che vivono all’ombra dei muri senza che nessuno abbia mai chiesto loro un parere prima di chiuderli dentro. A dieci anni dalla prima edizione tante cose sono cambiate ed ora il «muro più grande di tutti» sembra essere divenuto il Mediterraneo. «La strage di questi dieci anni», continua Elia, «ne ha fatto per me, il muro più alto di tutti». Nel solo 2016, secondo la ricercatrice Reece Jones, hanno perso la vita a causa di un muro o di una barriera ben settemiladuecento esseri umani. Da quando è caduto il muro di Berlino «sono stati eretti in tutto il mondo muri e recinti per migliaia di chilometri. Cambiano i materiali, il livello di militarizzazione, gli itinerari, le motivazioni politiche, ma non sono mai stati così tanti».

Metà delle barriere costruite dopo il Secondo conflitto mondiale, racconta Elia, sono sorte dopo il 2000, con buona pace della retorica che vuole che con la caduta del muro berlinese nel mondo gli esseri umani si siano liberati dello spettro dei muri divisori. E proprio a proposito della caduta di quella barriera divisoria tedesca, Nicola Sessa, nella postfazione al volume, racconta la frustrazione provata del regista Andreas Dresen e dello scrittore Ingo Schulze di Berlino Est, poco meno che trentenni nel 1989, attraverso le loro parole: «I tedeschi dell’est hanno dovuto accettare le regole della Germania Federale, fare presa di coscienza che tutto ciò in cui avevano creduto, l’eguaglianza, la solidarietà e il rispetto reciproco fossero tutte cose da mandare al macero. Non è bello dirlo, ma è come se fossimo stati invasi dall’altra Germania che ci ha imposto il loro sistema senza salvare ciò che di buono noi avevamo». Non è passato molto tempo, chiosa Sessa, prima che «le politiche sociali venissero immolate sull’altare del capitalismo rompendo quel delicato equilibrio su cui muovevano in perfetto sincrono le fabbriche, l’istruzione, la sanità e una certa qualità di vita che, a detta di molti, era superiore a quella di oggi. Certo, si dirà, quando su un piatto della bilancia c’è la libertà, nessun altro valore messo sull’altro piatto avrà lo stesso peso. Ma molti tedeschi, dell’est si chiedono oggi se siano davvero liberi: sognavano di viaggiare, ma le condizioni economiche e la disoccupazione non lo permettono a tutti; sognavano di dire liberamente la loro, ma chi li ascolta?».

Se però esiste un luogo ove la caduta del muro di Berlino svela tutta la sua ipocrisia, afferma Elia, questo è l’Europa orientale. «Proprio quell’Europa che, per anni, ha celebrato l’idea stessa di una libertà negata per anni dai regimi del blocco orientale. Una retorica uguale e contraria a quella dell’Europa, che nel 1989 festeggiava la caduta dei muri che tenevano prigionieri milioni di persone. La grammatica era quella dell’accoglienza, l’alfabeto quello del diritto a essere liberi. Cercare una vita diversa era un’aspirazione umana degna del massimo rispetto. Fuggire da una dittatura era un dovere morale, almeno quanto quello di accogliere. Perché oggi tutto questo non vale per siriani, afgani, iracheni, curdi?».

Negli ultimi anni, parallelamente allo sbiadire della retorica europeista ed alla montante disillusione presto trasformatasi in rabbioso malcontento di qui settori sociali che hanno pagato i costi dell’ennesima giravolta politico-economica, ha finito con l’avere buon gioco una montante ondata di demagogia fascistoide che ha fatto dell’edificazione delle barriere “protettive” il proprio cavallo di battaglia. Dal governatore del Friuli Venezia Giulia che promette la costruzione di una barriera al confine con la Slovenia, all’edificazione promossa da Orban di barriere in filo spinato e lamette anti-immigrati sia lungo i confini con con la Serbia che con quelli con la Croazia, o al muro che il Montenegro intende edificare lungo il confine con l’Albania, passando per il Kosovo, fino alla Macedonia del Nord e alla Bulgaria, che a sua volta si è adoperata per costruire una barriera al confine con la Turchia, che si tiene ben separata dalla Grecia sfruttando il fiume Evros. Ed è a questo nuovo scenario europeo che è dedicata l’ultima parte del volume in cui Elia, attraverso una serie di reportage, racconta cosa è accaduto in questi dieci anni che separano le due edizioni del libro, con storie di persone che «hanno perso la vita i questi luoghi di negazione. Negazione dei diritti, delle promesse del 1989, in buona sostanza, di noi stessi».

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I muri oltre Berlino è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Come e perché cadono i muri https://www.carmillaonline.com/2019/12/04/come-e-perche-cadono-i-muri/ Wed, 04 Dec 2019 22:01:35 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=56410 di Sandro Moiso

Sascha Lange & Dennis Burmeister, Oltre il muro di Berlino. Con i Depeche Mode in Germania Est alla ricerca della scena post-punk e new wave, Goodfellas, Firenze 2019, pp. 196 + un cd allegato con 15 brani inediti di band della DDR, 25,00 euro

L’Antico Testamento ha reso celebre il suono delle trombe con cui furono abbattute, per volontà divina, le mura di Gerico. Nel caso del muro di Berlino la volontà divina oppure quella di Karol Wojtyla, pontifex maximus di una strombazzata riconquista imperiale e cattolica dell’Europa al di là dell’Elba in realtà mai avvenuta, non ci [...]

Come e perché cadono i muri è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Sandro Moiso

Sascha Lange & Dennis Burmeister, Oltre il muro di Berlino. Con i Depeche Mode in Germania Est alla ricerca della scena post-punk e new wave, Goodfellas, Firenze 2019, pp. 196 + un cd allegato con 15 brani inediti di band della DDR, 25,00 euro

L’Antico Testamento ha reso celebre il suono delle trombe con cui furono abbattute, per volontà divina, le mura di Gerico. Nel caso del muro di Berlino la volontà divina oppure quella di Karol Wojtyla, pontifex maximus di una strombazzata riconquista imperiale e cattolica dell’Europa al di là dell’Elba in realtà mai avvenuta, non ci azzeccano molto, ma il ruolo del suono, quello sì, rimane.

Lasciato sbollire l’entusiasmo per il trentennale della caduta del muro e lasciate da parte le posizioni da trincea di una guerra mai realmente avvenuta e, forse, nemmeno esistita in potenza tra le forze del Bene o del Male dislocate a Est o a Ovest a seconda degli ormai putrefatti punti di vista con cui alcuni si ostinano a guardare alla Guerra Fredda, può essere utile la lettura (e l’ascolto) del libro (e dei brani musicali) edito recentemente dalla Goodfellas nella sua collana Spittle.

Un testo, quello di Lange e Burmeister, che ci può aiutare a comprendere i fermenti artistici, politici e culturali che pervasero la gioventù della Repubblica Democratica Tedesca negli anni immediatamente precedenti il fatidico 9 novembre del 1989 e le sue cause profonde.
Molto di più delle analisi geopolitiche oppure di quelle incentrate sulla figura di Michail Gorbačëv, autentico battilocchio1 della storia, assurto alla posizione immeritata di gigante della politica o di deus ex-machina di un processo che, ancora una volta, affondava le sue radici e origini nella vita quotidiana, nei fallimenti sociali e individuali, nelle pulsioni e nei desideri repressi di milioni di persone, soprattutto giovani, costrette a viver in un mondo di cui i mezzi di comunicazione di massa e gli immaginari che ne derivavano, producendo a loro volta nuovi ed imprevisti stili di vita, causavano un corto circuito con l’immaginario dominante dei regimi e dei socialismi cosiddetti “reali”. Compresa la noia mortale che era, e rimarrà sempre, espressione del grigiore esistenziale, tipico di ogni regime di qualsiasi colore esso sia.

Riflessione che la storia, non solo musicale, narrata nel libro ci spinge a svolgere non soltanto per il passato, ma anche per il presente in un momento in cui, da una parte, alcuni ostinati conservatori di fasulle ortodossie para-marxiste spargono ancora dubbi e calunnie su movimenti quali quelli dei gilets jaunes o dei giovani di Hong Kong, mentre, dall’altra, una sinistra istituzionalizzata e subdola, perbenista e lontana anni luce dai bisogni reali delle periferie urbane e delle classi diseredate, si eccita come se assistesse ad uno spettacolo osé davanti alle educate e innocue manifestazioni da ZTL convocate dal movimento delle “sardine”.

Manifestazioni ordinate e tutt’altro che pericolose per l’ordine esistente, sia della destra xenofoba che della sinistra parlamentarista, che hanno fatto di Bella ciao, una delle canzoni più trite e ritrite del folklore politico e accettabile soltanto negli episodi salienti della prima stagione della Casa di carta, e dell’inno nazionale italiano una sorta di manifesto disarmante e populista come il nemico che si illudono di combattere.

Già, perché, tornando al nostro tema, oltre alle azioni contano anche i suoni scelti per accompagnarle. E la figura di chi li interpreta anche.
Basta infatti osservare le numerose foto contenute nel testo ed ascoltare con attenzione i settanta minuti di musica proposti dal cd allegato al libro per capire come l’eversione sociale sia anche questione di immagine e di moda, quindi di forme e, in definitiva, di sostanza. E non importa che successivamente, come spesso avviene, immagini e suoni possano essere recuperati dalla società dello spettacolo oppure che gli stessi, in un primo momento, ne costituiscano un utilizzo non previsto dagli ideatori.

L’eversione, come la rivoluzione, vive del momento e sul momento. Momenti che possono essere lunghi o brevi, ma che in un attimo ridisegnano i confini del mondo, portando alla luce ciò che prima non si poteva esprimere oppure non si sapeva nemmeno di voler esprimere.
Nel 1980, Stefan Lasch, jazzista della DDR e vicedirettore della sezione musica presso la radio giovanile DT64, definì così la nuova ondata musicale, la new wave, che stava attraversando la Germania dell’Est:

“Il Punk non ha alcun impatto sull’evoluzione della nostra musica […] in primo luogo, gli elementi di cui si compone non sono altro che i rudimenti del Rock, pertanto risultano inutili ai fini di un eventuale sviluppo del suddetto genere. Inoltre, il Punk trova la sua ragione di esistere esclusivamente in un contesto societario di un certo tipo. Terzo, il Punk si contrappone alle nostre norme etiche e morali di stampo socialista.”

Mai affermazione sarebbe stata più radicalmente rovesciata. Mai la supposta moralità di un socialismo cimiteriale sarebbe stata più decisamente negata. Ma all’epoca nessuno ai vertici del potere avrebbe potuto o voluto dare ascolto a ciò che le strade, i garage e i locali periferici della Germania Est già profetizzavano. Mentre la polizia e gli apparati culturali e repressivi cercavano ancora una volta di far regnare l’ordine a Berlino (Est).

Leggere queste pagine, ascoltare il cd allegato farà probabilmente aprire occhi ed orecchi a molti lettori, giovani o meno, e questo sarebbe il merito più grande degli autori e dell’editore che lo ha pubblicato.
Editore a cui consiglio vivamente, con forza e convinzione, di cercare di far tornare alla luce il bellissimo, documentato e divertente, Compagno Rock (titolo originale Back in the USSR: The True Story of Rock in Russia) di Artemy Troitsky, edito da Vallardi nel 1988 e da allora mai più ripubblicato.

Avrebbe potuto sopravvivere un regime, quello dell’URSS, che costringeva i giovani a comperare ed ascoltare dischi di rock’n’roll venduti clandestinamente e incisi sulle lastra delle radiografie precedentemente utilizzate per le diagnosi mediche? La risposta l’ha già data la Storia, quella con la S maiuscola, che affonda però le sue radici nel quotidiano, e nell’immaginario che lo accompagna, di milioni di potenziali ribelli. Lavoratori, giovani, donne, tutti risvegliati alla coscienza di ciò che avrebbe potuto essere altro per loro magari da un suono elettrico ed esplosivo, come quello dei Rage Against the Machine ascoltati dai giovani combattenti curdi del Rojava mentre andavano incontro alle truppe di Erdogan all’inizio dell’invasione turca del loro territorio.


  1. Battilocchio è nome che definisce a Napoli un individuo lungo, dinoccolato, frastornato. La storia di questo termine risale alla dominazione francese, quando si diffuse anche a Napoli una cuffietta femminile che con la sua falda copriva in parte la vista a chi la indossava (si chiamava appunto battant l’oeil). Avendo poco campo visivo, la persona che la portava assumeva un’espressione frastornata: di qui la trasposizione metaforica napoletana per indicare una persona che sembra non vedere, ma per incapacità intellettiva. Termine usato spesso da Amadeo Bordiga nei suoi scritti destinati a criticare il ruolo della “personalità” nella Storia ufficiale che, troppo spesso, ha fatto assurgere un singolo individuo a una posizione determinante per il corso delle umane vicende, ma i cui contorni, invece, sono decisamente determinati dai secondi e dalle forze sociali e materiali che si muovono al di sotto della superficie evenemenziale in un continuo moto di correnti carsiche che si palesano pienamente soltanto al loro esplodere o implodere  

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Non è tutto verde quel che luccica https://www.carmillaonline.com/2019/12/04/non-e-tutto-verde-quel-che-luccica/ Wed, 04 Dec 2019 01:13:09 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=56555 di Marta Collot

In qualsiasi manuale scolastico di geografia si può trovare un capitolo riguardante il paesaggio. Chiunque abbia fatto le scuole medie in questo paese ha dovuto sottolinearne la definizione e impararne le differenziazioni, in particolare quella che distingue il paesaggio modificato dall’uomo, detto antropico, e quello propriamente naturale, non segnato dall’azione umana. Il modo più semplice per modificare il paesaggio è costruire un ponte o una strada. Per quanto piccolo sia l’intervento, rimane irreversibilmente. È possibile che nei libri più recenti ci sia un paragrafo dedicato agli effetti collaterali di queste modificazioni, e se anche non si è [...]

Non è tutto verde quel che luccica è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Marta Collot

In qualsiasi manuale scolastico di geografia si può trovare un capitolo riguardante il paesaggio. Chiunque abbia fatto le scuole medie in questo paese ha dovuto sottolinearne la definizione e impararne le differenziazioni, in particolare quella che distingue il paesaggio modificato dall’uomo, detto antropico, e quello propriamente naturale, non segnato dall’azione umana. Il modo più semplice per modificare il paesaggio è costruire un ponte o una strada. Per quanto piccolo sia l’intervento, rimane irreversibilmente. È possibile che nei libri più recenti ci sia un paragrafo dedicato agli effetti collaterali di queste modificazioni, e se anche non si è freschi di studi, purtroppo eventi come quelli che hanno segnato lo scorso novembre s’incaricano di ricordarcene l’importanza.

Di fronte alle acque che hanno sommerso Venezia, incuranti di vent’anni di una malsana triade fatta di leghismo, negazionismo climatico e mazzette per il MOSE, a quelle che hanno devastato Matera e Reggio Calabria, che hanno provocato le frane sulla Savona-Torino, i media e le istituzioni non hanno saputo che usare espressioni come “disastri naturali”, che sono molto comode per occultare la devastazione dei territori e dell’ambiente. Se è vero che il luogo comune della scomparsa delle “mezze stagioni” può far sorridere, il sorriso passa subito se si riflette sul fatto che viviamo in un’unica, perenne e continua stagione: quella delle emergenze e delle “allerta meteo”.

Da anni, in tutta Italia, si verificano tragedie in concomitanza con eventi climatici “straordinari”, come i più di cento millimetri di pioggia nei tre giorni centrali di novembre. Etichettarli come naturali ci riporta ai libri di scuola: l’azione dell’uomo non c’entra, o al limite sta in secondo piano. L’asfalto delle nostre strade luccica ancora e il pensiero di quanto accaduto nell’ultimo mese ci impone con maggior forza di riflettere su quanto ci sia di “naturale” nelle catastrofi che segnano il paese ogni volta che è percorso dal maltempo.
Da quando sempre più persone si uniscono alla sacrosanta denuncia dei problemi ambientali, sono sempre più visibili le differenziazioni riguardo a ciò che voglia davvero dire “salvare il pianeta”, a seconda di chi enunci il discorso. Il linguaggio, dopo tutto, è ideologia, e non fermarsi alle parole, guardare dietro la loro apparenza, è sempre un utile esercizio.

Le sfumature di “green” che ci appaiono sono molte: da quella più sincera, verde come i Prati di Caprara, a quella che ricorda di più la filigrana delle banconote. Allo stesso modo c’è chi si prende davvero a cuore la salute del pianeta e degli esseri umani che lo popolano, e chi tiene di più a salvare i bilanci aziendali e il ciclo di accumulazione del capitale.

“L’ambientalismo senza lotta di classe è giardinaggio” diceva Chico Mendes, ma è anche vero che il “giardinaggio” della Green Economy, che le classi dominanti vogliono imporre, non è altro che la loro lotta contro le classi subalterne. Come altrimenti definire la
contraddizione  tra il bisogno di un pianeta vivibile e il profitto? Lo testimoniano da anni il movimento No-Tav e Nicoletta Dosio, pronta ad andare in carcere per mostrare le vere priorità dello stato di fronte alle richieste di giustizia ambientale.

Anche l’Emilia-Romagna, balzata al disonore delle cronache per gli altissimi livelli di inquinamento della sua aria e di consumo di suolo, è teatro di tale scontro: le classi dirigenti di questa regione, Partito Democratico in testa, non perdono occasione, soprattutto in campagna elettorale, di porsi come l’avanguardia di magnifiche sorti all’insegna dell’ecologia. Va da sé che, anche in questo caso, tante chiacchiere servono a distrarre dalla vocazione alle cementificazioni e alle “grandi opere” inutili di quel pezzo locale del “partito del Pil”, trasversale a tutti gli schieramenti parlamentari.

Nei giorni successivi all’esondazione dell’Idice a Budrio (BO), a causa della quale sono state sfollate più di 250 persone, il presidente della regione Bonaccini ha dichiarato di aver richiesto al governo centrale, nel corso del suo mandato, poco più di 100 milioni di euro per finanziare progetti atti a contrastare il “rischio idrogeologico”. Nel contempo, la regione ha deciso di spendere 100 milioni di euro del proprio bilancio nella costruzione della bretella autostradale Sassuolo-Campogalliano. Insieme alle spese per altre opere inutili, compreso il tram bolognese, la regione ha richiesto 1500 milioni: il profitto batte il rischio idrogeologico 15 a 1. Giorni fa il Comune di Campogalliano è stato in allerta idrogeologica e due giorni di piogge intense hanno prodotto la seconda alluvione in paesi della cintura bolognese nel giro di nove mesi. Tutto ciò nel silenzio complice della cosiddetta “opposizione” di destra e dei 5 Stelle.

La Green Economy emiliano-romagnola sembra proprio un lussuoso locale all’ultima moda in cui non si servono bottiglie in plastica, ma in cui un bicchiere d’acqua del rubinetto costa più di un caffè, mentre i dipendenti del locale vengono pagati cinque euro all’ora. Questo si è portati a pensare quando si viene a sapere dei cento lavoratori della BIO-ON, che rischiano di perdere il posto perché l’azienda in cui lavorano non è la punta di diamante del “capitalismo verde” che si è sempre autoproclamata, anche tramite i suoi bilanci.

Se è vero, com’è vero, che nella lunga marcia verso un pianeta vivibile il nemico rischia di marciare alla nostra testa se non lo smascheriamo, la lotta è da condurre su due fronti: contro il capitalismo smart, eco-friendly, che vuole solo accumulare capitali, e contro chi, come la Lega, nega categoricamente il problema, etichettando ogni giusta preoccupazione a riguardo come una mossa propagandistica dei “buonisti” e di Greta Thunberg.

Il bisogno di un’aria respirabile, di un cibo sano, di acque non inquinate, di territori al sicuro da frane e alluvioni non è conciliabile con il profitto su cui si vuole basare la “transizione ecologica”, ed è necessario quindi porsi le domande fondamentali. Un anno fa iniziarono a farlo i Gilets Jaunes: chi deve pagare i costi della transizione, i lavoratori o le multinazionali? Chi deve gestirla, il mercato o gli enti pubblici? Chi deve progettarla, i settori di “ricerca e sviluppo” dei colossi industriali o le università pubbliche?

La giornata del 29 novembre ha visto cortei in tutta Italia per il quarto sciopero globale del clima e uno sciopero generale indetto dall’Unione Sindacale di Base con manifestazione nazionale a Taranto per supportare gli operai dell’ex-Ilva, dopo la resa di CGIL-CISL-UIL e dello stato di fronte al copione già scritto dalla multinazionale ArcelorMittal. Credo si debba partire da qui per costruire concretamente una risposta alle domande di cui sopra.

 

Marta Collot è candidata alla presidenza della regione Emilia Romagna per Potere al Popolo.

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Marxismo e dimensione simbolica secondo De Martino https://www.carmillaonline.com/2019/12/03/marxismo-e-dimensione-simbolica-secondo-de-martino/ Mon, 02 Dec 2019 23:02:58 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=56313 di Fabio Ciabatti

Ernesto De Martino, La fine del mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali, Einaudi 2019, pp. 612, € 28,90 – Nuova edizione a cura di G. Charuty, D. Fabre e M. Massenzio.

Da molti anni assistiamo a quella che sembra la scomparsa della cultura del movimento operaio. Si potrebbe parlare di una vera e propria apocalisse culturale e anche per questo può essere utile tornare all’opera di Ernesto De Martino che a questo tema ha dedicato un’opera uscita postuma e in forma largamente incompiuta nel 1977, da poco disponibile in una [...]

Marxismo e dimensione simbolica secondo De Martino è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Fabio Ciabatti

Ernesto De Martino, La fine del mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali, Einaudi 2019, pp. 612, € 28,90 – Nuova edizione a cura di G. Charuty, D. Fabre e M. Massenzio.

Da molti anni assistiamo a quella che sembra la scomparsa della cultura del movimento operaio. Si potrebbe parlare di una vera e propria apocalisse culturale e anche per questo può essere utile tornare all’opera di Ernesto De Martino che a questo tema ha dedicato un’opera uscita postuma e in forma largamente incompiuta nel 1977, da poco disponibile in una nuova edizione che presenta significative differenze rispetto alla precedente versione. Con La fine del mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali De Martino si propone di fare luce su quella che gli appare come una crisi della civiltà occidentale talmente profonda da avviarla verso un assai probabile declino. Per raggiungere questo obiettivo l’autore tratta la figura teologica e antropologica dell’apocalisse analizzando le apocalissi psicopatologiche (anche attraverso le loro espressioni letterarie), il dramma dell’apocalisse cristiana e il rapporto tra apocalisse e decolonizzazione. Al rapporto tra antropologia e marxismo è inoltre dedicato un apposito capitolo che, rispetto alla precedente edizione, è stato ampliato spostando materiali precedentemente pubblicati in altre sezioni.1

E proprio su quest’ultimo tema ci soffermeremo notando, in prima istanza, che il pensiero di De Martino si iscrive nella tradizione marxista e gramsciana in modo molto originale tanto che, nel testo in questione, si fa ampio utilizzo di categorie di provenienza heiddegeriana ed esistenzialista. L’autore, riprendendo Merleau-Ponty, sostiene che il marxismo carica l’uomo di un’immensa responsabilità. Ed è a causa dello “sforzo estremo che il marxismo richiede alla praxis e al suo ethos, che l’antica metafisica della necessità e del materialismo volgare travaglia la storia dello stesso marxismo, e che, per altro verso, tanta parte dell’umanità si abbraccia disperatamente al vecchio Dio con l’agonia del quale sembra non già crescere l’uomo ma rovinare il mondo”.2 In generale, rispetto al tema della funzione della religione nei rapporti sociali, l’antropologo italiano attribuisce una certa ambivalenza al pensiero di Marx: le sue intuizioni sono profonde ma nel contesto fortemente polemico in cui sono espresse possono dare adito ad un’interpretazione piattamente positivistica, come è poi effettivamente accaduto nel marxismo, anche attraverso la mediazione di Engels.
“La critica ha spogliato la catena dei fiori immaginari che la ricoprivano non perché l’uomo porti catene senza fantasia, disperate, ma perché esso respinga la catena e colga i fiori viventi”. Questa brano di Marx, secondo De Martino che lo cita, segnala i limiti di ogni critica che non sia anche critica rivoluzionaria della realtà che genera le religioni. “Se la critica lascia intatti i tratti ierogonici dell’esistenza sociale, le catene rimangono senza ‘speranza’ scatenando angosce senza orizzonte che preparano inautentiche restaurazioni sospingendo verso miserabili surrogati della religione”.3
Ma questa moderna degenerazione del sacro non ci deve fuorviare. Da una parte abbiamo la tesi del “valore eterno” della religione e, dall’altra, quella opposta della religione come illusione, stupidità, stravaganza, riflesso ecc. che spesso è stata adottata dal marxismo la cui storiografia religiosa, secondo l’antropologo, è “innegabilmente infantile”.  Tra i due estremi sta la concezione della religione come istituto storico che in date condizioni assolve una funzione positiva di reintegrazione e di mediazione dei valori culturali. Se è vero che nella società borghese la religione tende a perdere la sua funzione rappresentando un fattore di ritardo (“una via indiretta e allungata” per il riconoscimento dell’uomo, per dirla con Marx), ciò non significa che sia lecito proiettare questo giudizio sulle società passate in cui, attraverso la religione, è stata percorsa l’inevitabile strada verso il riconoscimento parziale dell’uomo.
Secondo l’autore, infatti, la condizione umana è caratterizzata da una ineliminabile tensione dialettica tra il divenire della storia e il perdurare dei valori che strutturano la società o, per meglio dire, è contraddistinta dal tentativo continuo di riassorbire ciò che diviene nella permanenza di ciò che vale. Questa rapporto dialettico può andare perduto (per esempio con l’apocalisse culturale) ma non può mai essere oltrepassato come pretendono magia e religione. Ogni esperienza di una situazione nuova è potenzialmente critica perché pone in essere per la coscienza la distanza tra l’accadere in senso naturale (che è o può essere contrario all’uomo) e il far accadere in senso culturale (che tende a decidere le situazioni secondo valori sociali nell’ambito dell’operare intrinsecamente umano).
La religione è dunque una tecnica per destorificare il passaggio critico, reintegrare nella società le realtà psichiche alienate e ritornare alla storicità dell’esistere. Destorificazione, in particolare, significa occultare la storicità del passaggio critico mediante il ritualismo dell’agire: si ripete ciò che gli dei hanno già fatto in un’epoca mitica e fondativa, assimilando le vicende storiche in cui si è immersi a un identico metastorico che si ripete. La vita religiosa, in sintesi, è la mediazione che protegge dal rischio di “passare con ciò che passa”, apparendo così storicamente necessaria nelle condizioni in cui questo rischio è imponente e le potenze culturali dell’operare mondano sono a vario titolo anguste, non ancora mature per l’autocoscienza della loro origine e destinazione umana.

Questa discussione non ha un valore meramente storico-religioso per De Martino. Il simbolismo mitico-rituale non è una condizione eterna delle società umane, ma sottovalutare la sua importanza significa non comprendere che la vita simbolica, indipendentemente dalle sue declinazioni religiose, ha una funzione permanente nella società, impossibile da sostituire con le scienze della natura o della società. Questo perché l’ordine simbolico non ha solo una valore conoscitivo, ma “include, in un quadro intuitivo e altamente emozionale, origine e prospettiva”4 di una civiltà. Nel caso dell’ordine simbolico mitico-rituale questa inclusione si ammanta di significati assoluti, metastorici. Il problema che si pone De Martino è invece quello di un simbolismo che accetti il fatto che gli uomini fanno la loro storia e ne portano interamente la responsabilità.
La trasformazione socialista della società è per l’antropologo una condizione fondamentale per il deperimento del simbolismo mitico-rituale. Ma cercando la leva per questa trasformazione il materialismo storico, secondo l’autore, incorre nel limite di ridurre l’attività dell’uomo alla soggettività economica. Ciò non significa sottovalutare l’importanza della sfera economica poiché essa, per De Martino, segna il limite entro il quale possono aver luogo gli altri comportamenti culturalmente significativi, in quanto inaugurale distacco dell’umano dal naturale, dalla mera soddisfazione del bisogno. L’economico è l’orizzonte del domestico, della “datità utilizzabile” secondo un progetto comunitario in cui  “tradizione e iniziativa, memorie e scelte si compongono in una viva dialettica”.5 L’economicità è già un valore intersoggettivo che presuppone una volontà di storia, un trascendere la mera individualità per stare con gli altri nel mondo. Ma si tratta comunque di una distinta potenza del fare alla cui base c’è un’energia, un impulso propriamente umano a trasformare le situazioni date secondo un progetto intersoggettivo culturalmente significativo. E’ ciò che De Martino chiama “ethos del trascendimento”.
Nessuna trasformazione, tanto meno quella che porta al socialismo, sarebbe possibile senza questa “energia morale di trasformazione” che, sebbene possibile solo nella concretezza delle contraddizioni materiali di una data società, è alla base di tutti i regimi economici e di tutte le altre forme di coerenza culturale. La maturazione delle forze economico-sociali costituisce una possibilità concreta di cui l’ethos, se maturato, potrà profittare. Lo stesso Marx, anche se implicitamente, fa riferimento a temi etici. Il marxismo diventa dunque comprensibile solo come questo dover essere “mascherato a se stesso”, “vergognoso di sé”, per ragioni polemiche nei confronti dei “dover essere” astratti del suo tempo. 

A dire il vero c’è almeno un punto nell’opera marxiana in cui qualcosa di molto simile all’ethos del trascendimento prorompe in modo tutt’altro che timido. Il filosofo tedesco, infatti, si chiede nei Grundrisse: cos’è la ricchezza, una volta cancellata la sua limitata forma borghese, se non 

“l’estrinsecazione assoluta” delle doti creative dell’uomo “senza altro presupposto che il precedente sviluppo storico, che rende fine a se stessa questa totalità dello sviluppo, cioè dello sviluppo di tutte le forze umane come tali, non misurate su di un metro già dato? Nella quale l’uomo non si riproduce in una dimensione determinata, ma produce la propria totalità? Dove non cerca di rimanere qualcosa di divenuto, ma è nel movimento assoluto del divenire”?

E non è tutto volendo proseguire nei rimandi tra il pensiero del filosofo tedesco e quello dell’antropologo italiano. Marx, infatti, conclude il brano citato sostenendo che nel mondo borghese 

“questa completa estrinsecazione della natura interna dell’uomo si presenta come un completo svuotamento, questa universale oggettivazione come alienazione totale, e la eliminazione di tutti gli scopi determinati unilaterali come sacrificio dello scopo autonomo a uno scopo completamente esterno”. Perciò, se paragonato con il mondo antico, “il mondo moderno lascia insoddisfatti, o, dove esso appare soddisfatto di se stesso, è volgare”.6

De Martino, dal canto suo, afferma che “La quotidianità non è necessariamente volgare, ma lo diventa se norme, atmosfere domestiche e familiari, abitudini vengono perdendo la segreta carica affettiva di fedeltà a concrete valorizzazioni del mondo comunitariamente raggiunte e trasmesse nel corso di generazioni”.7 Quando questo insieme di “memorie culturali dilegua, è il mondo che sprofonda” con la conseguente “catastrofe dell’esistenza e dell’esistente”.8 Di qui il rischio di non essere più in grado di rielaborare il passato restando esposti  al suo ritorno gravido di paralizzante nostalgia; il pericolo di “perdere la prospettiva del futuro arretrando sgomenti davanti al possibile, di rifiutare il divenire come campo del progettabile e il fare come potenza progettante … invertendo il movimento dal privato al pubblico in quello opposto di una indefinita privatizzazione che recide ogni legame con la vita sociale” e dunque con la storia e la cultura.9 fronte di questo annichilimento, continua, “si configura il sospetto, la mostruosità … e in genere una intenzionalità rovesciata carica di estraneità distruttiva … sotto la specie dell’essere-agito, della trama occulta, della allusività sospetta, e infine della mostruosità figurativa”.10

Sembrano parole scritte per descrivere l’atmosfera politico-culturale dei nostri giorni. L’apocalisse della civiltà occidentale su cui si interrogava De Martino, dopo una crisi economica devastante non ancora superata, ha assunto la forma della strana non-morte del neoliberalismo (per dirla con Colin Crouch) perché nessuna vera alternativa è lontanamente pensabile, data la catastrofe delle culture subalterne: è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo. Ammettere come dato naturale e immodificabile l’ordine cosiddetto neoliberale e più in generale il capitalismo significa oggi per le classi subalterne accettare definitivamente la perdita di quella che De Martino chiamava la domesticità del mondo, vale a dire quell’orizzonte di condivisione intersoggettiva che “riprende il passato e si dischiude al futuro”.11
Al punto in cui siamo, per scongiurare questa catastrofica perdita occorre niente di meno che tornare a pensare, insieme a Marx, un progetto in cui 

“l’uomo socializzato, cioè i produttori associati, regolano razionalmente questo loro ricambio organico con la natura, lo portano sotto il loro comune controllo, invece di essere da esso dominati come da una forza cieca; che essi eseguano il loro compito con il minore possibile impiego di energia e nelle condizioni più adeguate alla loro natura umana e più degne di essa. Ma – prosegue Marx smentendo una sua presunta propensione ad appiattire l’essere umano sulla sua dimensione produttiva –  questo rimane sempre un regno della necessità. Al di là di esso comincia lo sviluppo delle capacità umane, che è fine a se stesso, il vero regno della libertà, che tuttavia può fiorire soltanto sulle basi di quel regno della necessità. Condizione fondamentale di tutto ciò è la riduzione della giornata lavorativa”.12

Per quanto lontano possa sembrare un simile orizzonte, solo in questo modo si può recuperare oggi una domesticità del mondo e ripensare ordine simbolico integralmente umano. E allora, tanto per cominciare, occorrerebbe riprendere in mano la bandiera della riduzione della giornata lavorativa. Potrebbe sembrare una conclusione banale, visto che abbiamo qui evocato questioni che rimandano ai significati ultimi del vivere sociale. Ma in realtà tali implicazioni sono già presenti nelle intenzioni di De Martino:

“Non si entra nel ‘circolo’ della vita ‘spirituale’ indifferentemente attraverso qualsiasi punto del circolo stesso. Un’idea simile poteva nascere soltanto nel pensiero di filosofi ‘padroni’ per i quali la cultura era sempre un otium … Poteva nascere solo … in chi aveva cancellato in sé ogni memoria viva della fatica contadina, e trovando il pane sulla propria mensa ne mangiava lasciando nell’inconsapevolezza la storia umana che si celava dietro quel ‘nome’ che indicava un ‘cibo sicuro’”.13


  1. Il libro si compone, occorre ricordarlo, di un insieme di materiali preparatori, che nella nuova edizione sono pubblicati seguendo una scansione tematica più che cronologica. Inoltre, rispetto alla precedente edizione, pubblicata sempre da Einaudi, alcuni materiali sono stati omessi, mentre altri sono aggiunti. E’ infine presente un nuovo apparato introduttivo formato dai contributi dei nuovi curatori. Il risultato è un volume di minore lunghezza e più facilmente leggibile. 

  2. Ernesto De Martino, La fine del mondo, Einaudi 2019, edizione Kindle, pos. 8183. 

  3. Ivi, pos. 7733

  4. Ivi, pos. 2465. 

  5. Ivi, pos. 3729. 

  6. Karl Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia, La Nuova Italia, 1978, Vol. II, pp. 112-113. 

  7. Ernesto De Martino, La fine del mondo, pos. 6320. 

  8. Ivi, pos. 6752. 

  9. Ivi, pos. 9225. 

  10. Ivi, pos. 6824. 

  11. Ivi, pos. 9219. 

  12. Karl Marx, Il Capitale, Libro III, Editori riuniti, 1972, pp. 231-232. 

  13. Ernesto De Martino, La fine del mondo, Einaudi 1977, pag. 642. Citiamo dalla vecchia edizione perché si tratta di uno dei brani omessi nella nuova . 

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Marxismo e dimensione simbolica secondo De Martino è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Decàde https://www.carmillaonline.com/2019/12/01/decade/ Sun, 01 Dec 2019 21:00:42 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=56471 di Alessandra Daniele

Quest’anno il Movimento 5 Stelle ha celebrato il decimo anniversario della sua nascita suicidandosi. Per andare al governo, s’è svenduto a tutti i Mattei che accusava d’avere distrutto il paese, portando Salvini al 33% dei votanti, e resuscitando Renzi. Ha dato via libera a tutte le rovinose Grandi Opere che prometteva di bloccare. Ha obbedito a tutti i diktat UE, USA, NATO, BCE, come il più diligente dei droni. Ha occupato tutte le poltrone, poltroncine, seggiole, seggiolini e sgabelli che è riuscito a raggiungere. Ha rifinanziato i lager libici. Ha illuso [...]

Decàde è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Alessandra Daniele

Quest’anno il Movimento 5 Stelle ha celebrato il decimo anniversario della sua nascita suicidandosi.
Per andare al governo, s’è svenduto a tutti i Mattei che accusava d’avere distrutto il paese, portando Salvini al 33% dei votanti, e resuscitando Renzi.
Ha dato via libera a tutte le rovinose Grandi Opere che prometteva di bloccare.
Ha obbedito a tutti i diktat UE, USA, NATO, BCE, come il più diligente dei droni.
Ha occupato tutte le poltrone, poltroncine, seggiole, seggiolini e sgabelli che è riuscito a raggiungere.
Ha rifinanziato i lager libici.
Ha illuso i riders, i truffati dalle banche, i terremotati, i lavoratori di centinaia di crisi aziendali, per poi abbandonarli.
Ed ha ovviamente perduto tre quarti dei voti, riducendosi a cercare di ritirare la propria lista dalle elezioni regionali per eccesso di ribasso, come si fa coi titoli fallimentari in borsa.
Un vero e proprio record.
Ministro del Lavoro, ministro dello Sviluppo Economico, ministro degli Esteri, vicepremier, capo politico del M5S, anche la carriera di Luigi Di Maio è da record: in 18 mesi ha ricoperto ben cinque alte cariche, senza mai esercitarne davvero nessuna, perché totalmente privo delle capacità e delle competenze necessarie.
Era più qualificato il cavallo senatore di Caligola.
Al momento, Gigi il Fenomeno è commissariato da Grillo, che lo trattiene per un orecchio dallo scappare a iscriversi alla Lega insieme ai suoi “fedelissimi”. Incapaci, strafottenti, voltagabbana, quelli della banda di Maiana condividono tutte le principali caratteristiche del loro capo corrente, e sono fra i peggiori parassiti che la politica italiana abbia mai prodotto, il che è tutto dire.
Con loro, il Movimento 5 Stelle è diventato l’infestazione che prometteva di debellare. La malattia di cui si fingeva la cura.
Grillo cerca adesso pateticamente di salvarne i resti riciclandoli come minions del PD, come d’alemiana “costola della sinistra”.
Il Movimento 5 Stelle non è di sinistra.
E non è neanche equidistante, trasversale, ortogonale, post-ideologico, o qualche altra stronzata del genere.
Il Movimento 5 Stelle è di destra.
Il qualunquismo è di destra.
Ed è una truffa.
Un buco nero che ha inghiottito e neutralizzato più d’un decennio di proteste e speranze che altrimenti avrebbero potuto fare la differenza. Dieci anni nei quali l’Italia sarebbe potuta cambiare davvero.
Un’arma di distrazione di massa, che invece di realizzare il cambiamento promesso l’ha di fatto impedito.
Il Movimento 5 Stelle è di destra, ed è una truffa.
Quindi è l’alleato ideale del PD.

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