Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sun, 28 Feb 2021 22:00:26 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.16 Gli Aristocazzi https://www.carmillaonline.com/2021/02/28/gli-aristocazzi/ Sun, 28 Feb 2021 22:00:26 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=65053 di Alessandra Daniele 

Per amministrare i 209 miliardi del Recovery fund, il padronato scende in campo personalmente col banchiere Mario Draghi, detto l’Atermico. Il suo governo è un insieme di tecnocrati e riciclati, Draghi ha piazzato i suoi nei posti chiave, e ha lasciato il resto all’appetito dei partiti. Tutti, tranne Fratelli d’Italia e Sinistra Italiana. Leghisti, piddini, renziani, grillini, forzisti, centristi, leuini, tutti insieme, come nel circense girotondo finale di Otto e Mezzo. Senza differenza. Perché non c’è differenza. Si sono definiti “il governo dei migliori”, l’aristocrazia. Dopo Lega e PD, adesso il Movimento 5 Stelle s’allea anche con Forza [...]

Gli Aristocazzi è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Alessandra Daniele 

Per amministrare i 209 miliardi del Recovery fund, il padronato scende in campo personalmente col banchiere Mario Draghi, detto l’Atermico.
Il suo governo è un insieme di tecnocrati e riciclati, Draghi ha piazzato i suoi nei posti chiave, e ha lasciato il resto all’appetito dei partiti.
Tutti, tranne Fratelli d’Italia e Sinistra Italiana.
Leghisti, piddini, renziani, grillini, forzisti, centristi, leuini, tutti insieme, come nel circense girotondo finale di Otto e Mezzo.
Senza differenza. Perché non c’è differenza.
Si sono definiti “il governo dei migliori”, l’aristocrazia.
Dopo Lega e PD, adesso il Movimento 5 Stelle s’allea anche con Forza Italia.
Ormai è routine, non c’è niente che il M5S non sia disposto a trangugiare pur di restare al governo.
Difficilmente però stavolta riuscirà a toccare palla, il percorso del governo Draghi è già segnato e non prevede nessuna digressione grillina.
L’era Conte è finita.
Renzi è stato un sicario efficiente.
C’è da chiedersi se qualcuno in Italia creda ancora alla democrazia. Perché ormai è come credere alla fatina dei denti.
Il golpe di fatto è la norma. Il nostro vero sistema di governo.
I golpisti italici non assaltano il Palazzo come gli sciamannati di Trump, non ne hanno bisogno.
Loro sono gia dentro.
Come un patogeno cronico.
Sono connaturati al sistema.
Il plauso del media mainstream per Mario Draghi è unanime, un coro di osanna.
Si sono raggiunte vette di idolatria delirante.
I politici non sono da meno, da Matteo Salvini che chiede il ponte sullo stretto di Messina per poterlo chiamare “Ponte Draghi”, a Italia Viva che smette di chiedere il Mes perché “il nostro Mes è Draghi”.
Questi partiti non rappresentano più niente, se non il servilismo verso il capitale, e la miserrima fame di potere, o delle sue briciole.
Opporsi a questa “aristocrazia”, a questo grottesca accozzaglia di tecnocrati padronali e politici cazzari è un dovere basilare, non solo politico, ma anche igienico, per chiunque abbia ancora un minimo di rispetto per se stesso.

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2 film https://www.carmillaonline.com/2021/02/27/2-film/ Sat, 27 Feb 2021 21:33:02 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=65206 di Mauro Baldrati

CORIOLANUS (2011 Prime video) Interessante e originale sversamento del dramma di Shakespeare in un film ambientato ai giorni nostri, con dettagli e scenari contemporanei, mentre i dialoghi conservano la lingua arcaica. Personaggi in tuta mimetica, coi telefoni e mitra d’assalto parlano del “volere degli dei”, oppure dei “tribuni della plebe”, o “la morte, il tenebroso spirito, è nel suo braccio potente” (la madre di lui, Vanessa Redgrave). E’ diretto dall’attore anglo-serbo Ralph Fiennes, che interpreta anche Coriolano, l’eroe romano del VI secolo a.C. che, vinta la [...]

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di Mauro Baldrati

CORIOLANUS (2011 Prime video) Interessante e originale sversamento del dramma di Shakespeare in un film ambientato ai giorni nostri, con dettagli e scenari contemporanei, mentre i dialoghi conservano la lingua arcaica. Personaggi in tuta mimetica, coi telefoni e mitra d’assalto parlano del “volere degli dei”, oppure dei “tribuni della plebe”, o “la morte, il tenebroso spirito, è nel suo braccio potente” (la madre di lui, Vanessa Redgrave). E’ diretto dall’attore anglo-serbo Ralph Fiennes, che interpreta anche Coriolano, l’eroe romano del VI secolo a.C. che, vinta la guerra contro i Volsci, viene nominato console. Ma è un personaggio superbo, che tiene in sommo disprezzo la plebe, vile e sempre pronta ad allinearsi col più forte. Per questo, per essere amato e rispettato dal popolo, deve mostrare le sue ferite di guerra, offrirle al pubblico come prova di onore e di coraggio. Coriolano si rifiuta, si indigna, incrollabile nel suo sdegno. Perché esibirsi, come una scimmia al circo? Umiliarsi per una plebe che non ha partecipato alla guerra e ora dovrebbe godere i frutti della vittoria? Questo atteggiamento intransigente viene usato dai tribuni della plebe per screditarlo, con manovre e calunnie. Così il popolo, irretito e aizzato come un branco di cani, cambia di colpo atteggiamento verso l’eroe, che viene addirittura esiliato come traditore. Coriolano, disgustato dal popolo di Roma, si presenta al cospetto del suo acerrimo nemico Tullo Aufidio, capo dei Volsci, offrendosi come comandante militare per marciare contro Roma e raderla al suolo. Ma, manco a dirlo, di specie umana stiamo parlando; il suo valore è tale che subito suscita la gelosia dello stesso Aufidio, interpretato dall’attore Gerard Butler. E qui sorge una domanda: perché certi attori che primeggiano in ruoli drammatici devono screditarsi con pubblicità sceme di profumi e roba simile? Non potrebbero ereditare un po’ dello sdegno coriolanesco?.

Il testo tragico di Shakespeare contiene un doppio, equidistante pessimismo: la bassezza del popolo, la sua inaffidabilità, e la superbia del vincitore. Invece la regia e l’interpretazione di Fiennes sono completamente sbilanciate sull’eroe, che, tradito e insultato dagli uomini bassi, attira su di sé tutta l’empatia del pubblico.

I MORTI NON MUOIONO (2019 Prime video) Questo film è stato accolto con recensioni contrastanti, alcune alquanto negative (ma anche positive, una proprio qui). Sinceramente non è chiara la motivazione che ha spinto il regista cult Jim Jarmush a girare un’opera come questa. Forse era spinto dal desiderio di creare una parodia dell’horror, in particolare dell’epica degli zombies? Oppure, come qualcuno ha scritto, per rappresentare certe derive materialistiche che proseguono addirittura dopo il fine vita? Se è così, ne è venuto una sorta di patchwork, un cut up di scene horror spinte e dialoghi ironici recitati da attori che sembrano dei manichini, come dei proto-zombies ancora vivi. Per esempio, quando i tre sceriffi, capitanati dall’attore Bill Murray, arrivano sulla scena del massacro, coi cadaveri a terra sventrati dagli zombies cannibali, contemplano la scena immobili, con le braccia penzoloni, e ripetono, uno dopo l’altro: “Forse è stata una bestia selvaggia. O un insieme di bestie selvagge”. Noi a quel punto saremmo chiamati a ridere, ma insomma, la cosa è alquanto resistibile. Invece è divertente l’apparizione di un Iggy Pop irriconoscibile truccato da zombi spaventoso, oppure il personaggio dell’eremita filosofo tra i boschi, impersonato da un altrettanto irriconoscibile Tom Waits, o l’attrice psichedelica Tilda Swinton, armata di una katana con la quale ne decapita a decine, in una sorta di cover di Kill Bill 2. Il sangue scorre a fiumi, certe scene sono rivoltanti quanto basta, tipo uno zombie che gusta un pezzo di intestino come se leccasse un gelato; i mostri aumentano di numero come in un’apocalisse che nulla e nessuno può fermare, ma non ci liberiamo da un senso di inutilità e di insensato che ci accompagna per tutto il film. Siamo in parte risarciti in una scena finale, quando i due sceriffi sono intrappolati nell’auto, circondati da un’orda di zombies urlanti e bavosi; ormai è la fine, i due ne sono coscienti. Così Bill Murray fa al suo socio: “Insomma, si può sapere perché hai continuato a ripetere che questa storia si mette male?” E l’altro, dopo averci riflettuto: “Perché ho letto il copione.” Murray ci rimane. “Vuoi dire… tutto il copione?” Il vicesceriffo annuisce. “A me Jim ha fatto leggere solo la mia parte. Che stronzo!” A questo punto il film finisce come deve finire, proprio come vuole il copione di quello stronzo di Jim.

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Fammi volare capitano https://www.carmillaonline.com/2021/02/27/fammi-volare-capitano/ Fri, 26 Feb 2021 23:01:15 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=65139 di Luca Cangianti

Fabio Pennacchi, Fammi volare capitano. Viaggio nell’universo di Harlock e Matsumoto Leiji, CR, 2020, pp. 96, € 13,00.

Ricordo un corteo dei centri sociali a Roma. Probabilmente era il 1994. Di tratto parte un canto che ogni manifestante conosce: “Fammi provare capitano un’avventura dove io son l’eroe che combatte accanto a te. Fammi volare capitano senza una meta, tra i pianeti sconosciuti per rubare a chi ha di più.” Ricordo centinaia di pugni che si alzano in cielo, mentre i cordoni si stringono e gli sguardi si riempiono di speranza [...]

Fammi volare capitano è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Luca Cangianti

Fabio Pennacchi, Fammi volare capitano. Viaggio nell’universo di Harlock e Matsumoto Leiji, CR, 2020, pp. 96, € 13,00.

Ricordo un corteo dei centri sociali a Roma. Probabilmente era il 1994. Di tratto parte un canto che ogni manifestante conosce: “Fammi provare capitano un’avventura dove io son l’eroe che combatte accanto a te. Fammi volare capitano senza una meta, tra i pianeti sconosciuti per rubare a chi ha di più.” Ricordo centinaia di pugni che si alzano in cielo, mentre i cordoni si stringono e gli sguardi si riempiono di speranza per un mondo migliore.
Molti di quei giovani quindici anni prima avevano seguito su Rai 2 le puntate di un cartone animato giapponese: Capitan Harlock. Scrivendo dei movimenti rivoluzionari che evocano eroi del passato, Karl Marx affermava che questa sorta di “resurrezione dei morti” servisse “a magnificare le nuove lotte non a parodiare le antiche; a esaltare nella fantasia i compiti che si ponevano, non a sfuggire alla loro realizzazione; a ritrovare lo spirito della rivoluzione, non a rimetterne in circolazione il fantasma.”1 Per quella generazione di lottatori e lottatrici sociali dei primi anni novanta potrebbe esser avvenuto qualcosa di simile, soltanto che gli eroi di riferimento non vennero reperiti nel passato, ma direttamente nel regno del fantastico.

Leggendo Fammi volare capitano di Fabio Pennacchi possiamo capire le ragioni di questo processo. Il libro è un’agile e godibile guida alle avventure di Capitan Harlock (manga e anime) e all’opera del suo creatore Matsumoto Leiji. Nel 2977 la Terra è governata da un primo ministro interessato solo al golf, la natura è stata devastata e le macchine hanno sostituito gli umani. Questi vegetano in uno stato di felicità artificiale sotto l’influsso di onde elettromagnetiche che inibiscono ogni dissenso. La caduta di una enorme sfera nera proveniente dallo spazio annuncia l’aggressione aliena dell’Impero Mazone guidato dalla crudele regina Raflesia. Capitan Harlock, bandito dalla Terra per non essersi sottomesso a un sistema che disprezza, è l’eroe anarchico che “combatte per i propri ideali nonostante la sua comunità di appartenenza non li condivida più”. Il ciuffo di capelli che copre parte del suo volto simbolizza la natura ombrosa, solitaria e riflessiva di un eroe segnato da un passato doloroso e dall’estetica del viaggio infinito. Pennacchi dice che questi tratti avvicinano Harlock a una figura della tradizione giapponese: il rōnin, cioè il samurai senza padrone. Ecco perché questo personaggio parla così intimamente al cuore di chi è uscito dall’infanzia troppo tardi per partecipare alle lotte degli anni settanta. In fondo si tratta di una generazione consapevole di essersi persa qualcosa d’importante2, ma che oltre la sconfitta ha continuato a combattere malinconica e caparbia sui vascelli pirata del conflitto sociale.


  1. K. Marx, Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte, Editori Riuniti, 1997, p. 50. 

  2. Cfr. qui

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Il collettivo Moira Dal Sito racconta il clima che ci attende https://www.carmillaonline.com/2021/02/25/il-collettivo-moira-dal-sito-racconta-il-clima-che-ci-attende/ Thu, 25 Feb 2021 22:00:04 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=65176  

di Paolo Lago

Moira Dal Sito, Quando qui sarà tornato il mare. Storie dal clima che ci attende, a cura di Wu Ming 1, Alegre, Roma, 2020, pp. 266, € 16,00.

Il romanzo pubblicato recentemente da Alegre, Quando qui sarà tornato il mare. Storie dal clima che ci attende, costituito da diversi racconti e realizzato dal collettivo Moira Dal Sito, si presenta come un interessante esperimento di geopoetica, la quale si interessa alla riscrittura creativa dei fenomeni naturali e del territorio. Essa si inserisce all’interno delle recenti teorie scaturite dalla geocritica [...]

Il collettivo Moira Dal Sito racconta il clima che ci attende è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Paolo Lago

Moira Dal Sito, Quando qui sarà tornato il mare. Storie dal clima che ci attende, a cura di Wu Ming 1, Alegre, Roma, 2020, pp. 266, € 16,00.

Il romanzo pubblicato recentemente da Alegre, Quando qui sarà tornato il mare. Storie dal clima che ci attende, costituito da diversi racconti e realizzato dal collettivo Moira Dal Sito, si presenta come un interessante esperimento di geopoetica, la quale si interessa alla riscrittura creativa dei fenomeni naturali e del territorio. Essa si inserisce all’interno delle recenti teorie scaturite dalla geocritica – di cui il massimo esponente è Bertrand Westphal – che predilige una visione multifocale del paesaggio e dello spazio di un determinato territorio. Si tratta di una dimensione in cui si intersecano flussi continui di informazioni, percezioni sensoriali, esperienze vissute, migrazioni identitarie. La riscrittura creativa attuata da Moira Dal Sito, ponendosi dichiaratamente dal punto di vista del cambiamento climatico e assumendo così uno sguardo ecocritico, si focalizza sul territorio del basso ferrarese, che viene inglobato in una futura dimensione distopica.

Il romanzo è il frutto di un’esperienza che si è sviluppata dal 2018 al 2020 nelle sale della biblioteca “Mario Soldati” di Ostellato, in provincia di Ferrara, coordinata da Wu Ming 1, che firma anche la prefazione del volume. Si è così formato un gruppo di scrittura collettiva, animato da uno spirito antigerarchico, i cui partecipanti non seguivano delle lezioni ma si ritrovavano in riunioni. Il nome del collettivo nasce da un anagramma del nome Mario Soldati, omaggio allo scrittore e alla biblioteca in cui il gruppo si ritrovava. Vi è però anche un significato più profondo nella scelta di questo nome: “Moira”, infatti, in greco significa “destino”, “fato”, una forza che tiene a bada gli dei e punisce il loro arbitrio. Come scrive Wu Ming 1, “oggi più che mai serve una ‘Moira’ per porre un freno alla distruzione di ambiente e risorse. “Dal Sito”, invece, significa “dal posto”, “dal luogo”. Come ribadisce l’autore della prefazione, “«Moira Dal Sito» suona dunque come un fiducioso auspicio che venga dal basso, dai territori, dalle loro singolarità, la forza che fermerà l’ecocidio e il disastro climatico”.

Come accennato, la prova narrativa offerta dal collettivo assume anche una dichiarata impronta ecocritica. Negli ultimi anni, del resto, le connessioni fra letteratura ed ecologia si sono fatte sempre più strette fino a divenire oggetto di studio di una particolare branca della critica letteraria, l’ecocriticism, di matrice anglo-americana. Essa studia le complesse relazioni fra la letteratura e l’ambiente fisico, approcciando gli studi letterari da una prospettiva rigorosamente incentrata sulla Terra. Anche in Italia, recentemente, sono stati dati importanti contributi a questa nuova branca della critica: basti ricordare gli studi di Serenella Iovino o di Niccolò Scaffai nonché un interessante sito come Zest. Letteratura sostenibile, che raccoglie interventi narrativi e critici incentrati sulla relazione fra letteratura e ambiente e promuove la pubblicazione periodica di “Tellus. Quaderni di letteratura, ecologia, paesaggio”, un progetto editoriale che consiste in una raccolta di saggi di ecocritica, approfondimenti e recuperi letterari.

La prospettiva ecocritica adottata da Moira Dal Sito coinvolge un determinato territorio, il quale diviene oggetto di una riscrittura creativa. Secondo gli scienziati, l’area più a rischio di tutto il continente europeo, per quanto riguarda l’innalzamento del livello dei mari, è quella nord-adriatica. Il basso ferrarese, nel territorio che giunge fino al delta del Po, “in ottant’anni” subirà inondazioni e allagamenti fino alla scomparsa di gran parte del suo territorio. La letteratura che si situa in una prospettiva ecocritica ha perciò il compito di smuovere le coscienze, di creare una diffusa consapevolezza nella popolazione a partire dal basso, come appunto si propone il collettivo coordinato da Wu Ming 1. Tra l’altro, questi territori non sono nuovi a una intrusione di acqua salata nel Po, evento che ha creato problemi all’agricoltura e pericoli per la falda di acqua potabile. Nel 2006 – ricorda lo scrittore nella prefazione – l’ingressione fu di trenta chilometri e dai rubinetti usciva acqua salata. Se di queste problematiche la politica non si occupa, impegnata soltanto a racimolare voti, è giusto allora che se ne occupino gli scrittori, i quali, per “raccontare il disastro climatico in una chiave che non sia soltanto quella ‘postcatastrofica’”, forse, “possono cantare la mappa. Scegliere un territorio e raccontare com’era, com’è e come sta per diventare”. Ecco che il territorio del basso ferrarese si trasforma in un luogo letterario, rivestito della magia della scrittura che, proponendolo in forma fantastica come sarà nel 2070 o giù di lì, solletica l’immaginario dei lettori. Si dipana di fronte ai nostri occhi un luogo devastato dall’acqua, disseminato di villaggi costruiti su palafitte dove vigono l’abbrutimento e la violenza (ma anche una solida auto-organizzazione comunitaria) come in uno scenario distopico che si rispetti. Lo spazio fantastico che ci viene dispiegato è inesorabilmente collegato all’oggi: è adesso, infatti, che è ancora possibile, forse, scongiurare molte catastrofi climatiche prima che sia troppo tardi. D’altronde, se volgiamo lo sguardo alla stringente attualità, come scrive Wu Ming 1, “la pandemia da Sars-Cov-2 ha aggravato la situazione imponendoci svariati passi indietro. Si veniva da due anni di mobilitazione planetaria, dalla discesa in campo delle nuove generazioni grazie a movimenti come Fridays for Future ed Extinction Rebellion. Sembrava che finalmente il clima fosse all’ordine del giorno, e poi… Puff!”. Eppure il clima c’entra, eccome se c’entra. Se le mascherine, come i sistemi effimeri per arginare l’innalzamento delle acque, riescono temporaneamente a fermare la ‘mareggiata’ del virus, le cause vere e proprie che stanno alla base della pandemia sono ben lungi da essere affrontate: “È così che una pandemia reale diventa una narrazione diversiva. All’ombra della quale la situazione peggiora”.

Diversi romanzi recenti hanno già affrontato le problematiche del cambiamento climatico e dell’inquinamento sempre più pervasivo: basti pensare a molte opere di Amitav Ghosh oppure, in ambito italiano, a Qualcosa, là fuori (2016), di Bruno Arpaia, in cui è affrescato lo scenario futuro di un’Italia e di un’Europa desertificate, solcate da migranti climatici in fuga verso i paesi del Nord. Si potrebbe pensare anche a Bambini bonsai (2010) di Paolo Zanotti, che mette in scena una Genova del futuro, cementificata dall’edilizia selvaggia e devastata da piogge acide, nella quale si muove, alla stregua di migranti, un gruppo di bambini alla ricerca di uno spazio incontaminato dove potersi fermare. Sempre in ambito italiano, si può ricordare il recente Pietra nera (2019), di Alessandro Bertante, nella cui narrazione viene descritta una abbandonata Milano del futuro in cui la natura ha ripreso il sopravvento. Per quanto riguarda, nella fattispecie, scenari apocalittici legati all’innalzamento dei mari, un romanzo interessante è invece Terre sommerse (After the Flood: A Novel, 2019) di Kassandra Montag, che narra di un mondo completamente sommerso, in cui le cime delle montagne più alte sono diventate isole fra le quali fanno la spola degli avventurieri che, anche qui, si configurano come una sorta di migranti climatici in cerca di una terra dove potersi insediare.

Il romanzo di Moira Dal Sito si articola in cinque “atti” seguiti da un “ultimo atto”. Si tratta di racconti indipendenti fra di loro ma, anche, tutti legati dal filo comune del territorio che si trasforma in un vero e proprio scenario fantastico. Come ha scritto Bertand Westphal in Geocritica. Reale Finzione Spazio a proposito dell’Odissea e delle Argonautiche di Apollonio Rodio, “è il discorso che fonda lo spazio”. Sono le parole del poeta che rivestono di nuovo significato lo spazio e quasi lo creano: “Giasone e gli argonauti inanellano i luoghi come perle sulla collana di parole del poeta”. Lo stesso avviene per i luoghi di Quando qui sarà tornato il mare: cantando la mappa, gli scrittori creano nuovi luoghi e nuovi spazi rivestiti di un immaginario resistente. I vari “atti” raccontano il territorio e il suo scempio per mezzo di svariati personaggi caratterizzati da continue migrazioni identitarie: da G.F., che scruta gli spazi del basso ferrarese devastato dai rifiuti tossici avendo “ormai abbandonato il suo corpo fisico”, alla biologa marina Diana Carli (che, come in un ecothriller – al cui centro vi è solitamente un giornalista o uno scienziato che deve fronteggiare e sventare un’emergenza ambientale – avrebbe voluto distruggere una diga dispensatrice di scempi ambientali e naturalistici); da Teresa che, insieme a Jesus, si reca in quei luoghi spinta da vecchi ricordi di famiglia, fino a Celso e Nena, legati da un nodo d’amore che investe anche il territorio e, per finire, fino alla piccola Miriam, la cui “fiaba” chiude il libro con un finale di speranza, nel quale si dischiude la possibilità di un cambiamento.

La prova narrativa che ci offre Moira Dal Sito è sicuramente interessante. Si tratta di una narrazione che riveste di connotazioni mitiche e fantastiche dei territori ben precisi, oggetto, tra l’altro, di un precedente esperimento di geopoetica realizzato da Gianni Celati con il suggestivo Verso la foce (1989), diario di un viaggio a piedi verso il delta del Po. Ma, soprattutto, come già ampiamente discusso, Quando qui sarà tornato il mare porta allo scoperto problematiche ambientali e climatiche di fronte alle quali non possiamo più chiudere gli occhi. Ne va veramente della nostra vita. È necessario, allora, riprendere in mano, per intero, la nostra dimensione umana e compiere un atto di resistenza creativa, di liberazione di un immaginario che vada anche e ben oltre l’immaginario stesso. Esempi di letteratura resistente come il romanzo di Moira Dal Sito stanno inequivocabilmente dalla nostra parte e ci accompagnano nella lotta.

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Il collettivo Moira Dal Sito racconta il clima che ci attende è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Una sfida per i protocolli di un vecchio partito (e di una vecchia storiografia) https://www.carmillaonline.com/2021/02/24/una-sfida-per-i-protocolli-di-un-vecchi-partito-e-di-una-vecchia-storiografia/ Wed, 24 Feb 2021 22:00:22 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=65064 di Sandro Moiso

Mauro Boarelli, La fabbrica del passato. Autobiografie di militanti comunisti (1945-1956), prefazione di Carlo Ginzburg, Quodlibet, Macerata 2021, pp. 334, 19,00 euro

Bene ha fatto Quodlibet a riproporre, in occasione di un centenario della nascita del Partito Comunista d’Italia, soltanto più tardi Italiano, passato quasi sottotraccia, il testo di Mauro Boarelli già pubblicato nel 2007 presso l’editore Feltrinelli. La ricerca dell’autore, infatti, non soltanto riporta i lettori in una situazione spazio-temporale che Carlo Ginzburg, nella sua prefazione, paragona a quella di “un libro di fantascienza”, ma anche, e forse [...]

Una sfida per i protocolli di un vecchio partito (e di una vecchia storiografia) è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Sandro Moiso

Mauro Boarelli, La fabbrica del passato. Autobiografie di militanti comunisti (1945-1956), prefazione di Carlo Ginzburg, Quodlibet, Macerata 2021, pp. 334, 19,00 euro

Bene ha fatto Quodlibet a riproporre, in occasione di un centenario della nascita del Partito Comunista d’Italia, soltanto più tardi Italiano, passato quasi sottotraccia, il testo di Mauro Boarelli già pubblicato nel 2007 presso l’editore Feltrinelli. La ricerca dell’autore, infatti, non soltanto riporta i lettori in una situazione spazio-temporale che Carlo Ginzburg, nella sua prefazione, paragona a quella di “un libro di fantascienza”, ma anche, e forse soprattutto, li costringe a riflettere su una metodologia usata per ricostruire la storia del “partito comunista più grande dell’Occidente” che è diventata anche strategia politica. Mentre l’indagine di Boarelli sfugge, per scelta, alle norme che hanno prodotto le più scontate indagini storico-politiche, quasi tutte basate sull’esperienza dei vertici del partito stesso e sui documenti prodotti nel tempo da quegli stessi.

Come afferma ancora Ginzburg nella prefazione alla presente riedizione, al suo primo apparire: «La fabbrica del passato lanciava una sfida originale alla corporazione degli storici, invitandoli a superare l’ottica verticistica formulata in maniera esplicita da Paolo Spriano nella sua Storia del Partito comunista italiano»1. Sfida che non consisteva tanto in una differente lettura di quella storia, ma nell’utilizzo di un archivio costituito da circa milleduecento autobiografie che i militanti del partito erano stati invitati a scrivere nel periodo intercorso tra il 1945 e i 1956 in quel di Bologna.

In quel decennio il Partito obbligava di fatto i propri militanti a narrare pubblicamente oppure a scrivere la propria storia e molto spesso li sollecitava ad esplicitare il racconto della propria vita in entrambe le forme. Prima di procedere all’analisi dei motivi politico-ideologici che fecero sì che il Partito comunista, a livello nazionale, avesse adottato questa modalità di integrazione e controllo dei militanti all’interno delle proprie strutture, val la pena di sottolineare subito che la scelta operata nei confronti delle fonti utilizzate da Boarelli è già di per sé molto importante dal punto di vista storiografico.

Una sfida che, anche se è rimasta ancora in gran parte inevasa fino ai nostri giorni, ribalta l’ordine della storiografia partitica precedente, tutta rivolta ai documenti prodotti dall’alto, riportando l’attenzione sui documenti prodotti, si potrebbe dire, dalle gambe su cui il partito marciava.
Un autentico ribaltamento di prospettiva che nella scelta delle fonti aveva, e ha tutt’ora, il suo autentico punto di forza. Un punto di vista che, a differenza della prospettiva scelta anche da coloro che ieri e oggi hanno continuato e continuano a sottolineare e criticare il sostanziale stalinismo delle scelte espresse da Togliatti e dal suo “partito nuovo”, permette di allargare lo sguardo all’essenza del metodo di funzionamento dei partiti comunisti e della loro percezione e introiezione da parte dei militanti politici di base.

Non è certamente un caso che, più volte, Boarelli si richiami all’esperienza, in gran parte ancora unica e poco compresa, di Danilo Montaldi e alle sue scelte metodologiche, che Pier Paolo Poggio ha avuto modo di definire come una sfida ai protocolli ideologici del PCI2. Sfida che diventa, per forza di cose e lo si vedrà meglio più avanti, anche tale nei confronti dei rigidi protocolli di una storiografia imbalsamata ancora troppo spesso nei paramenti dei documenti e delle fonti “ufficiali” ovvero “alte”.

Un metodo storiografico rigido di cui si avvalgono ancora oggi sia la storiografia modellata dal togliattismo e dallo stalinismo che quella di “opposizione interna” nel ricostruire fatti ed eventi della storia della politica comunista. Da cui già si distaccava Montaldi quando nel suo Saggio sulla politica comunista in Italia3 ricordava, solo per fare un esempio, gli episodi di autentica e violentissima lotta di classe verificatisi nelle fabbriche dell’URSS all’epoca dello stakanovismo.

Un testo che all’epoca era stato rifiutato da editori come Einaudi e Feltrinelli proprio perché scomodo, non soltanto dal punto di vista politico ma anche storiografico. Mentre l’irrequietezza di Montaldi, dalla sua esperienza con gli internazionalisti della Sinistra Comunista, ancora ben radicata all’epoca della sua gioventù nel cremonese e nella Bassa Padana, agli incontri con i rappresentati degli Zengakuren giapponesi e di Socialisme ou barbarie fino ai prodromi dell’Autonomia operaia, è ancora ravvisabile, fatte le dovute differenze epocali e soggettive, nel lavoro di Mauro Boarelli.

Ma se l’inquietudine di Montaldi scaturiva da una passione politica che costringeva il cremonese a modificare i canoni della ricerca sociologica e storica, nel caso di Boarelli è proprio l’insoddisfazione nei confronti delle metodologie e dei protocolli di ricerca a far scaturire, poi, nei fatti un differente sguardo storico-politico sulla storia del partito, anche se forse sarebbe meglio dire dei partiti comunisti. Rovesciando il punto di vista delle fonti scelte evidentemente si è costretti a rovesciare anche la narrazione storiografica. Semplificando: dal basso è possibile cogliere ciò che dall’alto è impossibile percepire (oppure si vuole nascondere).

Il problema vero, e più importante, è però costituito dal fatto che il lettore si troverà davanti non soltanto ad un’epoca in cui i militanti di base erano costretti a “confessare” ai funzionari del partito le loro convinzioni e, eventuali, debolezze, all’interno di un inquadramento e disciplinamento che si riscontrava in tutti i partiti stalinizzati, ma anche alla riflessione sul fatto che quella pratica, scritta e orale, discendeva dritta dritta dal gesuitismo dell’epoca della Controriforma.

Scoprendo in questo modo che quella pratica e quell’organizzazione partitiche erano tutt’altro che di ispirazione laica, facendo così che la fede religiosa, apparentemente, cacciata a pedate dalla porta del partito, si ripresentasse nella fede e fiducia nello stesso, rientrando così da una finestra nemmeno troppo stretta. Una fede di carattere religioso che riposava comunque sul fondo dell’“anima” di molti militanti dell’epoca e che veniva sostituita da una fede “laica” di uguale o maggior portata e potenza simbolica.

Ecco allora che la ricerca sulle “scritture” dei militanti comunisti rivela un aspetto ancora troppo accantonato dell’esperienza e del successo epocale dell’ideale comunista, in un contesto in cui il “partito nuovo” di Togliatti riproponeva la tradizione staliniana ancor più che bolscevica cercando di adattarla opportunisticamente alle necessità politiche dei tempi, affidandosi all’arma di coinvolgimento più potente per un’istituzione politico-religiosa (che fosse la Compagnia di Gesù o il PCI poco importa dal punto di vista della ricerca): la confessione pubblica e la dichiarazione della piena appartenenza alla causa ideale.

Fino ad ora però si è qui tralasciato l’aspetto più interessante sottolineato da Mauro Boarelli, quello riguardante la cultura d’origine degli autori delle biografie esaminate: una cultura ancor prevalentemente orale in cui l’uso della scrittura costringeva spesso i militanti ad autentiche contorsioni espressive che costituivano effettivamente la “forma” della resa e dell’accettazione di un certo tipo di inquadramento politico che era, forse, prima di tutto culturale.

L’ideale progressista che animava le scuole di partito finiva così col ricalcare il metodo di una scuola che, dal punto di vista linguistico, più che tener conto delle differenze individuali, culturali e di classe, mirava ad un inquadramento unico dei soggetti/oggetti destinati ad essere istruiti e che della cancellazione delle radici sociali e delle lingue ad esse collegate faceva, e ancora troppo spesso fa, il suo obiettivo primario.

Lo sradicamento dalle radici culturali significava, in ambito istituzionale e partitico, non solo impoverire la ricchezza espressiva posseduta in partenza dai subordinati, ma anche, ridefinendone i linguaggi e le terminologie usate (spesso impropriamente), ridisegnarne i confini del pensiero e della capacità di autonoma riflessione, sia dal punto di vista individuale che collettivo. Motivo per cui si può cogliere come la resa dei partiti comunisti all’ideale progressista di acculturazione e alfabetizzazione finisse col ridurre quegli stessi partiti a strumenti di un’evoluzione politica e sociale che poco per volta avrebbe rimosso dal suo orizzonte qualsiasi cambiamento radicale dei rapporti di classe, economici e culturali.

Come dire: la trasformazione dell’immaginario partitico da antagonista a sostenitore dell’esistente aveva origine, più ancora che nelle scelte ideologiche e nella praxis politica, negli strumenti usati per inquadrare i militanti. Strumenti educativi che si pensavano imparziali e disinteressati, ma che di fatto non lo erano.
E non a caso qui l’autore pone attenzione alle diverse interpretazioni dell’uso e dell’avvento della scrittura nelle società prevalentemente orali, mettendo a confronto le ipotesi di Walter J. Ong e Jack Goody che sono stati due dei maggiori studiosi, da punti di vista differenti e, sostanzialmente, contrari del fenomeno, sia a livello storico che antropologico.

Togliere ai militanti, o a chiunque altro, il proprio retroterra linguistico, rappresentava, e significa ancora adesso, una sorta di colonizzazione culturale destinata a privarli della “voce” nel senso più vero e profondo e “togliere la voce” significa anche ricomporre, oppure reprimere, il disaccordo compreso in una differente e più articolata organizzazione del discorso. Ecco allora che l’esercizio forzoso della scrittura si trasformava in un disarmo profondo della base del partito, dopo di che qualsiasi alterazione del percorso politico programmato dai vertici sarebbe stato più facilmente digerito dalla stessa. Fino alla cancellazione della sua memoria e della sua esperienza storica.

Sia ben chiaro: questa recensione si è basata principalmente sui presupposti metodologici espressi dall’autore sia nella prima introduzione che in in quella aggiunta per la nuova ma, anche se la ricchezza e la varietà delle testimonianze contenute nelle autobiografie citate costituisce il vero cuore del testo, è proprio in quelle che è possibile cogliere il problema di quella disciplina della memoria cui Boarelli ha rivolto principalmente la sua attenzione.

La lettura del testo non può dunque che rivelarsi utile e stimolante per chiunque sia interessato ad uscire dalle peste, ideologiche e metodologiche, che hanno caratterizzato un secolo giunto da tempo al suo tramonto, ma che ancora tardano a lasciare libero il campo a più approfondite conoscenze e riflessioni sulle cause delle sue tragedie, dei suoi errori e delle sue sconfitte. Cui la sola critica di carattere ideologico non può certamente più bastare.


  1. Carlo Ginzburg, Prefazione a Mauro Boarelli, La fabbrica del passato, Quodlibet, Macerata 2021, p.7  

  2. Pier Paolo Poggio, Montaldi e i protocolli ideologici del PCI in Gianfranco Fiameni ( a cura di), Danilo Montaldi (1929-1975), azione politica e ricerca sociale, Atti del seminario svoltosi a Cremona il 9 maggio 2003, Annali della biblioteca statale e libreria civica di Cremona, volume LVI, 2006, pp. 17-209  

  3. Danilo Montaldi, Saggio sulla politica comunista in Italia. 1919 – 1970, Centro d’Iniziativa Luca Rossi e Cooperativa Colibrì, Milano 2016 (Prima edizione edizioni Quaderni Piacentini, Piuacenza 1976)  

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Una sfida per i protocolli di un vecchio partito (e di una vecchia storiografia) è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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La crisi di governo come spettacolo https://www.carmillaonline.com/2021/02/24/la-crisi-di-governo-come-spettacolo/ Tue, 23 Feb 2021 23:01:33 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=64999 di Fabio Ciabatti

La triste commedia messa in scena dalla classe politica durante l’ultima crisi di governo è stata unanimemente e fortemente condannata dai media main stream. Siamo di fronte a una crisi sanitaria, economica e sociale senza precedenti, si lamentano commentatori di ogni risma, e i partiti sono capaci soltanto di fare giochi di palazzo dimenticandosi dell’interesse generale. Vergogna! Alla gogna! Eppure la maniacalità con cui viene seguito ogni sussurro proveniente dalle stanze e dai corridoi del “palazzo” suscita molti dubbi sul significato reale dell’indignazione sbandierata da giornalisti e opinionisti. Se del [...]

La crisi di governo come spettacolo è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Fabio Ciabatti

La triste commedia messa in scena dalla classe politica durante l’ultima crisi di governo è stata unanimemente e fortemente condannata dai media main stream. Siamo di fronte a una crisi sanitaria, economica e sociale senza precedenti, si lamentano commentatori di ogni risma, e i partiti sono capaci soltanto di fare giochi di palazzo dimenticandosi dell’interesse generale. Vergogna! Alla gogna! Eppure la maniacalità con cui viene seguito ogni sussurro proveniente dalle stanze e dai corridoi del “palazzo” suscita molti dubbi sul significato reale dell’indignazione sbandierata da giornalisti e opinionisti. Se del solito teatrino della politica si tratta, perché puntare ossessivamente i riflettori su questi attori di serie B? In realtà quello che è andato in scena con la complicità di giornali, televisioni e media digitali non è tanto una rappresentazione teatrale di pessima fattura quanto un vero e proprio spettacolo, nel senso che a questo termine attribuiva Debord.
“Lo spettacolo – sostiene il padre del situazionismo – riunisce il separato, ma lo riunisce in quanto separato”.1 Per quel che qui ci interessa possiamo sostenere che lo spettacolo della crisi di governo ha riunificato, a suo modo, la sfera politica e quella economica; la prima intesa come l’istanza che si presume possa garantire l’interesse generale e la coesione complessiva di una società,  la seconda come l’ambito in cui i singoli capitali organizzano la produzione finalizzata al perseguimento del profitto. 

A questo proposito chiediamo un po’ di pazienza perché vorremmo ribadire, come si sarebbe detto un tempo, alcune banalità di base.  E ci piace farlo, a mo’ di omaggio, attraverso un testo di qualche anno fa di Ellen Meiksins Wood, importante esponente del marxismo politico, scomparsa nel gennaio di cinque anni fa.2 Ebbene, secondo l’autrice il sistema capitalistico è caratterizzato da una separazione senza precedenti della sfera economica da quella politica. Lo stato rimane essenzialmente separato dall’economia anche quando interviene in essa. In altri termini il capitalismo è caratterizzato da una divisione del lavoro in cui i due momenti dello sfruttamento capitalistico – l’appropriazione e la coercizione – sono separati: il primo viene assegnato a una classe privata appropriatrice, i capitalisti,  il secondo a una istituzione pubblica specializzata nella coercizione, lo stato.  Quest’ultimo, da una parte, ha il monopolio della forza coercitiva; dall’altra, attraverso questa forza, sostiene un potere economico “privato”, la proprietà capitalistica che è investita dell’autorità di organizzare la produzione. Un’autorità probabilmente senza precedenti storici nel suo grado di controllo sull’attività produttiva e sugli esseri umani impegnati in essa.
Ciò significa che l’appropriazione del surplus avviene nella sfera economica con mezzi economici. Data la separazione dei produttori diretti dalle condizioni di lavoro, la pressione diretta extraeconomica, l’aperta coercizione, per principio, non sono necessarie per costringere i lavoratori a cedere al capitale il loro pluslavoro, cioè il tempo di lavoro eccedente rispetto alla produzione dei beni necessari alla loro riproduzione. A tal fine è sufficiente il bisogno economico che si esplica nell’ambito dello scambio di merci, basato sulla relazione contrattuale tra “liberi” produttori. Le società precapitalistiche, invece, sono caratterizzate da mezzi extra-economici di estrazione del surplus: coercizione politica, legale, militare, vincoli e doveri consuetudinari, obbligazioni religiose, deliberazioni comunitarie regolano il trasferimento del pluslavoro ai signori privati o allo stato attraverso corvée, rendita, tasse ecc.
Il processo attraverso cui si afferma l’autorità della proprietà privata, unendo il potere dell’appropriazione con l’autorità di organizzare la produzione nella mani di un proprietario privato per il suo beneficio, può essere visto come la privatizzazione del potere politico, cioè l’assunzione da parte di un proprietario privato di funzioni che erano originariamente appannaggio di un’autorità pubblica o comunitaria. Allo stesso tempo, questo potere non porta più con sé l’obbligo di adempiere a funzioni pubbliche, sociali. In ogni caso la separazione tra economia e politica svaluta la sfera politica e di conseguenza il significato della cittadinanza che perciò può essere estesa, tendenzialmente, senza limitazioni. La cittadinanza si fa formale non potendo investire una vasta area delle nostre vite quotidiane: i luoghi di lavoro, la distribuzione del lavoro e delle risorse ecc.
Non vorremmo essere fraintesi. Meiksins Wood non vuole affermare una rigida separazione concettuale tra economico e politico, cosa che avrebbe la conseguenza di svuotare il capitalismo del suo contenuto sociale e politico. Sostiene invece che i rapporti di produzione devono essere presentati nel loro aspetto politico, come rapporti di dominazione, diritti di proprietà, potere di governare e organizzare la produzione e l’appropriazione e perciò come terreno di lotta. In questo senso le relazioni politiche e giuridiche non sono riflessi secondari o meri supporti esterni, ma  parti costituenti dei rapporti di produzione. Economico e politico vanno dunque intesi come momenti la cui unità interna si muove attraverso opposizioni esterne. Da ciò deriva una conseguenza: come sostiene Marx, “Se il farsi esteriormente indipendenti dei due momenti, che internamente non sono indipendenti perché si integrano reciprocamente, prosegue fino ad un certo punto, l’unità si fa valere con la violenza, attraverso una crisi”.3 E con ciò torniamo all’attualità. 

Quella cui stiamo assistendo in Italia, e non solo, è una crisi di sistema, già da tempo in incubazione ma accelerata dalle conseguenze della pandemia, mascherata da crisi politica. L’ossessiva attenzione nei confronti dei rumor di palazzo sono funzionali a un processo di villanizzazione della classe politica, cioè alla creazione del villain della storia, del cattivo colpevole di tutti i mali sofferti da una nazione che altrimenti sarebbe in grado di reagire all’attacco del virus e, come la Roma di Nerone/Petrolini, rinascere “più bella e più superba che pria”. Risulta allora chiaro che la separazione tra sfera economica e sfera politica, per quanto possa sembrare a prima vista una debolezza del sistema perché limita la concentrazione del potere, risulta in realtà un suo punto di forza in quanto consente di affrontare le sue crisi senza investire direttamente i suoi fondamenti, i rapporti sociali di produzione capitalistici. La politica diviene il perfetto capro espiatorio. A essa, infatti, viene attribuito il compito di risolvere i problemi socio-economici, ma al contempo ha limitate capacità di intervento in questi campi, fermi restando il potere di appropriazione del surplus e l’autorità di organizzazione della produzione nella mani dei singoli capitali.
Non è un caso, sostiene ancora  Meiksins Wood, che le moderne rivoluzioni si siano verificate laddove il modo di produzione capitalistico era meno sviluppato e coesisteva con più antiche forme di produzione, in particolare la produzione contadina. In questi casi, infatti, la coercizione extraeconomica esercitava un ruolo maggiore nell’organizzazione della produzione e nell’estrazione di pluslavoro e lo stato agiva non soltanto in appoggio alle classi proprietarie ma, similmente allo stato precapitalistico, anche come diretto appropriatore. In breve dove il conflitto economico e quello politico apparivano immediatamente come inseparabili e lo stato rappresentava un nemico di classe più visibile e centralizzato. Di contro, nei paesi a capitalismo sviluppato la lotta di classe, che nella storia ha sempre riguardato il potere sul pluslavoro, tende a convogliarsi nel luogo della produzione perché è lì che si concentra e si esercita questo potere. In altri termini la lotta di classe da politica diventa economica, trasformandosi tendenzialmente in qualcosa di locale e particolaristico. Una lotta che riguarda i termini e le condizioni di lavoro che, per quanto feroce possa essere, non mette direttamente in questione il rapporto tra capitale e lavoro, almeno finché non esce dalle mura dei luoghi di lavoro. 

A maggior ragione, come già accennato, il conflitto tra i diversi attori nella sfera politica, non potendo oltrepassare il suo limitato ambito di competenza, non è in grado di prendere di petto il tema del rapporto tra capitale e lavoro. Ma, a differenza del conflitto che si dà sul luogo della produzione, è in grado, per così dire, di sublimarlo. Proprio per questo nella sfera politica si può dare una ricomposizione spettacolare tra economico e politico. Una ricomposizione di cui abbiamo un esempio nell’esito dell’ultima crisi di governo. Non c’è nulla di più spettacolare, infatti, di un salvatore della patria cui vengono attribuiti connotati spudoratamente eroici: “Super Mario” Draghi, appunto. Un individuo straordinario che ha già mostrato le sue eccezionali capacità decisionali quando, come ci viene ripetutamente ricordato, affermò in pubblico che per salvare l’euro avrebbe fatto  “whatever it takes”. Frase che si concludeva così: “And believe me, it will be enough”. Una dichiarazione che starebbe bene in bocca anche al più coatto dei cowboy hollywoodiani.
Draghi è con ogni evidenza un esponente di spicco dell’élite economico-finanziario europea chiamato a rimediare al fallimento della politica nazionale. Non è perciò esagerato parlare di un commissariamento dell’Italia da parte del capitale finanziario continentale sotto lo sguardo attento dei poteri atlantici. Però, a ben vedere, c’è qualcosa di più da dire. La questione ripetutamente sollevata sulla natura tecnica o politica del suo governo, per quanto stucchevole, indica in modo confuso una difficoltà reale che affiora dalla profondità della crisi socio-economica in corso: è proprio l’andamento dell’economia, così come governato dal capitale, a costituire un problema. In altri termini, sebbene in modo tutt’altro che trasparente, affiora la necessità di scelte, propriamente politiche, che modifichino questo andamento interferendo con il governo capitalistico della produzione. Questo, per meglio dire, è il fantasma che va esorcizzato.

Prendiamo il caso della campagna vaccinale, uno dei compiti prioritari cui si dovrebbe dedicare il nuovo governo. E’ chiaro che le decisioni sovrane delle case farmaceutiche, basate ovviamente sulla ricerca del massimo profitto, sono un ostacolo fondamentale per una efficiente programmazione della campagna di immunizzazione di massa. Il potere e gli enormi profitti delle grandi imprese farmaceutiche sono normalmente giustificati dal loro ingente investimento nella creazione di nuovi farmaci. Ma le cose non stanno così. Con riferimento agli Stati Uniti, Marianna Mazzuccato rilevava qualche anno fa come tra il 1994 e il 2003 siano stati gli Istituti Nazionali di Sanità finanziati dal governo americano a condurre le ricerche che hanno portato a tre quarti dei nuovi farmaci (le cosiddette nuove entità molecolari), mentre le case farmaceutiche si limitavano ad investire prevalentemente sulle varianti meno rischiose (in termini di profitti attesi) dei farmaci già esistenti.4 Con la crisi pandemica l’impegno pubblico sarà con ogni probabilità ancora più significativo. Soltanto il governo statunitense, nell’ambito dell’Operazione Warp Speed, avrebbe inizialmente stanziato 9 miliardi di dollari per finanziare lo sviluppo e la produzione dei vaccini. Ma non è tutto. La scelta dei vaccini come arma principale, se non unica, per sconfiggere la pandemia non è un’opzione obbligata come dimostrano le efficienti strategie di contenimento messe in atto principalmente dai paesi asiatici (per non parlare di Cuba). Si tratta in realtà di una scelta dettata dagli interessi di Big Pharma che in tutto l’Occidente ha trasformato la medicina in senso ospedale-centrico e farmaco-centrico, trascurando prevenzione e medicina territoriale.5
E si tratta anche di una scelta che consente di alimentare una perniciosa illusione a beneficio del potere capitalistico complessivamente inteso: si può contrastare l’epidemia proseguendo nel nostro stile di vita quasi come se nulla fosse.
Business as usual. Avremmo a che fare, in altri termini, con un’opzione che, per sconfiggere la pandemia, non necessiterebbe, nel breve periodo, di adottare provvedimenti coercitivi sul governo capitalistico dell’economia evitando la limitazione del movimento di merci e persone (leggi lockdown) e, nel medio-lungo periodo, di ripensare un modello di sviluppo che stravolgendo gli ecosistemi planetari favorisce la possibilità del salto di specie dei virus.
Insomma proprio quando appare che alla politica venga richiesto uno sforzo straordinario per modificare il corso degli eventi nella realtà accade che le vengono negati gli strumenti per agire. Solo lo spettacolare intervento di un eroe ci può aiutare in un compito così disperato e al tempo stesso così importante. Vediamo dunque che tutto si raddoppia e si capovolge. La sfera economica invade quella politica, ma è la politica che deve apparire in grado come non mai di governare l’economia: la prassi sociale, direbbe Debord, si è scissa in realtà e immagine. In altri termini la politica può riprendere il comando solo negando se stessa. L’appoggio praticamente unanime al governo Draghi nega infatti uno degli elementi essenziali che si suppone debba caratterizzare la sfera politica moderna: quel politeismo dei valori che implica la possibilità di effettuare scelte diverse, o anche divergenti, nel governare il bene comune. 

E allora di fronte al fantastico mondo di Super Mario chiudiamo ribadendo di nuovo alcune banalità di base, utilizzando le parole di Meiksins Wood: “le battaglie puramente ‘politiche’ sul potere di governare e dirigere, rimangono incompiute finché non  coinvolgono oltre alle istituzioni dello stato anche il potere politico che è stato privatizzato e trasferito nella sfera economica. In questo senso, è proprio la differenziazione dell’economico e del politico nel capitalismo – la simbiotica divisione del lavoro tra stato e classe – ciò che rende propriamente essenziale l’unità delle lotte politiche ed economiche e che deve rendere sinonimi socialismo e democrazia”.6


  1. Guy Debord, La società dello spettacolo, Baldini Castoldi Dalai, 2004, p. 62. 

  2. Cfr. Ellen Meiksins Wood, Democracy against capitalism, Cambridge Universiy Press 1995. 

  3. Karl Marx,  Il capitale I, Editori Riuniti, Roma, 1980, p. 146.  

  4. Cfr. Marianna Mazzuccato, Lo stato innovatore, Laterza 2014. 

  5. Cfr. Alberto Burgio, “Dopo un anno di pandemia: ostaggi di Big Pharma?” in Oltre il capitale, anno III n. 5, gennaio 2015. 

  6. Ellen Meiksins Wood, Democracy against capitalism, cit. p. 48, traduzione mia. 

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La crisi di governo come spettacolo è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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La bufera in una stanza https://www.carmillaonline.com/2021/02/23/la-bufera-in-una-stanza/ Mon, 22 Feb 2021 23:01:41 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=65130 di Mazzino Montinari

Francesca Mannocchi, Bianco è il colore del danno, Einaudi, Stile Libero Big, Torino 2021, pp. 216, € 17,00.

Che cos’è la vita se non lo scorrere accidentato e irregolare di un tempo? Una serie di asperità, di fratture, di interruzioni in cui diverse esistenze avrebbero dovuto confluire in un corpo progressivamente dimentico di se stesso, perso nel presente, che rincorre un passato andato e che intanto si ritrova con nuovi sé, con identità impreviste. Un nome e un cognome offrono l’illusione di una linearità, di un continuum, [...]

La bufera in una stanza è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Mazzino Montinari

Francesca Mannocchi, Bianco è il colore del danno, Einaudi, Stile Libero Big, Torino 2021, pp. 216, € 17,00.

Che cos’è la vita se non lo scorrere accidentato e irregolare di un tempo? Una serie di asperità, di fratture, di interruzioni in cui diverse esistenze avrebbero dovuto confluire in un corpo progressivamente dimentico di se stesso, perso nel presente, che rincorre un passato andato e che intanto si ritrova con nuovi sé, con identità impreviste. Un nome e un cognome offrono l’illusione di una linearità, di un continuum, e poi, però, le esperienze, gli accidenti, le azioni, le reazioni, tutto a rompere ciò che, sin dall’inizio, era già disposto a frantumarsi.
«Mi tocco la gamba. Non la sento. Mi tocco il piede. Non lo sento. Mi tocco il braccio. Pizzica. L’ascella. Non la sento. Il collo. Il collo sì, lo sento. La testa. La testa anche. Dormi, Francesca. Dove sono? Palermo. Perché sono qui? Sto lavorando. Che giorno è? Martedì. […] La mia vita con la sclerosi multipla è cominciata così, senza che lo sapessi, in una stanza laccata bianca che avevo chiamato Gemma». In questo modo si è manifestato il male di Francesca Mannocchi, la sclerosi multipla, una minaccia fantasma che alla fine ha deciso di rivelarsi quattro anni fa in una stanza d’albergo a Palermo. Era già presente, poteva apparire prima, dopo, chissà, forse mai. E invece è successo quel giorno. Un punto di svolta per capire qualcosa della vita? No, solo il moltiplicarsi di domande, ricerche, tentativi di comprendere cosa sia accaduto e, soprattutto, cosa avverrà. In un certo senso, la vita di sempre portata al suo limite estremo, quando si è aggrediti da qualcosa che potrebbe portarsi via le parole, le immagini, i gesti, le azioni, le relazioni, i ricordi… il tempo.

Bianco è il colore del danno è allora un libro autobiografico nel quale Francesca Mannocchi condivide delle esperienze, delle riflessioni, dei sentimenti, dei documenti. Nessuna concessione per una solida costruzione, nessuno smercio di materiali utili a edificare e oscurare le rovine. Il lettore non ne uscirà migliore o consapevole, affranto o consolato. Sbatterà contro la fragilità di Mannocchi e di riflesso contro la propria. Tra il delicato e il ruvido, il conflitto e l’accordo, la vicinanza e la distanza.
«Il Dottore ha detto che la malattia era stata una bufera, in quella stanza, una stanza di isolamento esposta all’aria pungente di montagna, una tormenta che si abbatte di colpo, scoperchia i tetti, spalanca porte e finestre, smucchia tutto. Così ha detto: smucchia. Tra la lingua medica e la mia ha scelto una parola che non esiste. Ha ragione lui, la malattia ha fatto così, ha smucchiato. Ora nella stanza tutto è fuori posto, i cassetti sono stati rovesciati: i ricordi, le abitudini, l’ordinario e lo straordinario, il superfluo e l’indispensabile, i progetti, la vita futura e quella passata, tutto è a terra». Il giorno della scoperta del danno coincide con quello in cui nasce una nuova Francesca Mannocchi, una donna che ha perso le coordinate e non ha un navigatore, perché di fatto non esiste un percorso, una strada. La giornalista dell’«Espresso», la scrittrice di Khaled vendo uomini e sono innocente, la regista insieme ad Alessio Romenzi del documentario Isis, Tomorrow, si è congedata, con uno strappo violento, lasciando a un’altra donna il compito di risalire a un senso. Come la precedente, anche questa Francesca sarà in grado di dire «voglio tutto»?

Bianco è il colore del danno non è esclusivamente la storia di una malattia, di una fragilità interiore. È uno sguardo, spesso spigoloso e doloroso, verso il mondo circostante. Sono i ricordi di una famiglia, di un passato fatto di persone, di un presente colmo di ipotesi e punti interrogativi, di episodi che raccontano certamente vicende private, uniche, nelle quali, però, è possibile intravedere qualcosa che si dilata, che sconfina oltre il muro di una casa, di un quartiere, di una città. Il dialogo tra una madre e una figlia, le parole non dette ma solo immaginate e tenute per sé, i pensieri di quella figlia che a sua volta si è fatta madre e che a se stessa e a suo figlio vorrebbe dare delle risposte, delle speranze, si alternano a ritratti di donne e uomini che hanno lottato, sofferto, rinunciato, nascosto, per andare avanti. E poi i pazienti, già anche loro, quelli “come te ma diversi da te”. Tutte figure reali e, al contempo, proiezioni scaturite da un dialogo impossibile tra due donne, quella sana di ieri, quella malata di oggi.
Tra i capitoli, riemerge anche una visione politica, se con quel termine si fa riferimento a una dimensione plurale, al continuo intercettarsi di esistenze che condividono il quotidiano della loro esistenza. La ricchezza di alcuni contro la povertà di altri, le libertà relative alla propria condizione sociale, le ingiustizie che colpiscono chi è più debole, la periferia e il centro, naturalmente la sanità, i diritti dei malati e l’accesso alle cure. Bianco è il colore del danno non è perciò solo il terrore di apparire scoperti e indifesi di fronte al tempo che passa inesorabilmente, di essere esposti agli arbitri incontrollabili degli accadimenti. Non si esaurisce con la frammentazione di un’identità e lo “smucchiamento” dei pezzi che la tenevano insieme. È la ricostruzione di più mondi, quello in cui si è, quello dove si desidera essere, quello dal quale si cerca di non scomparire.

Potrebbe essere un libro che la scrittrice rivolge a Francesca, il suo alter ego temporaneo, a suo figlio Pietro per fornirgli degli strumenti ma non spiegazioni, all’amata nonna Rita alla quale è stata promessa una memoria, a sua madre per renderle note le parole non dette e tenute per sé, a suo padre che, invece, proprio di quelle parole ha timore e che alla loro semplice pronuncia attribuisce lo smisurato potere di far esistere qualcosa che si vorrebbe non apparisse mai su questa terra.
«Non posso abitare quella stanza come prima, ma posso mettere ordine nei pezzi che la bufera ha sbalzato a terra. Non posso spostare l’asse del tempo e riportarlo indietro, ma posso provare a non essere schiacciata dal passato e dal futuro». Un continuo, affannoso, precipitoso, arrabbiato, ironico, rincorrere i ricordi, le parole inespresse o dimenticate, le aspettative disattese, gli sguardi che continuamente sorpassano ciò che è osservato. Un dissidio perenne tra l’irraggiungibile perfezione (e poi cos’è la perfezione?) e l’imperfezione che si presenta non invitata sotto forma di danni fisici e psichici, di mondi che non corrispondono ai desideri e alle ambizioni a cui ognuno di noi ha diritto. «Io voglio tutto», anche quando il mosaico non presenta più la stessa figura, anche quando le tessere non coincidono più.

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La bufera in una stanza è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Camerino 47. Attore morto che parla https://www.carmillaonline.com/2021/02/22/camerino-47-attore-morto-che-parla/ Sun, 21 Feb 2021 23:01:58 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=64986 di Alfredo Angelici

(Il 23 febbraio i lavoratori dello spettacolo e della cultura scendono in piazza a un anno esatto dal blocco totale di cinema, teatri ecc. Un composito cartello formato da gruppi di lavoratori autorganizzati e sindacati di base ha indetto una manifestazione per rivendicare misure strutturali e universali di sostegno al reddito e una riforma del settore. Tra le diverse iniziative di lotta intraprese negli ultimi 12 mesi, una sta andando in scena, è proprio il caso di dirlo, dal 20 dicembre scorso a Napoli. #zonarossabellini è il nome [...]

Camerino 47. Attore morto che parla è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Alfredo Angelici

(Il 23 febbraio i lavoratori dello spettacolo e della cultura scendono in piazza a un anno esatto dal blocco totale di cinema, teatri ecc. Un composito cartello formato da gruppi di lavoratori autorganizzati e sindacati di base ha indetto una manifestazione per rivendicare misure strutturali e universali di sostegno al reddito e una riforma del settore. Tra le diverse iniziative di lotta intraprese negli ultimi 12 mesi, una sta andando in scena, è proprio il caso di dirlo, dal 20 dicembre scorso a Napoli. #zonarossabellini è il nome di questo progetto che unisce protesta e performance artistica: due attrici, un attore e due drammaturghi/registi sono reclusi all’interno del Teatro Bellini senza poter uscire, senza contatti con l’esterno e sotto l’occhio sempre vigile delle telecamere che riprendono costantemente e mandano in diretta streaming l’intero processo creativo che ha l’obiettivo di dare vita a uno spettacolo teatrale. Questa è la loro storia raccontata da uno dei reclusi. F.C.)

20 dicembre 2020 – Primo giorno di reclusione. Volontaria. C’è il sole a Napoli e il profumo del mare che….

“Sono un carcerato eccezionale e spero di rimanere tale per tutto il tempo che dovrò trascorrere sotto questa rubricazione”.

Subito si impone a schiaffo Gramsci impertinente col suo monito e rovina l’inizio ordinario e rassicurante del mio racconto. Nubi di zizzania coprono di presagi il sole partenopeo.

Entro in teatro con un certo entusiasmo, è quasi un anno che non vedo un palcoscenico. Sorrisi, progetti, buoni propositi, pacche sulle spalle ed abbracci tra i partecipanti. Noi adesso lo possiamo fare, toccarci, siamo tutti tamponati, da oggi siamo “conviventi”, ci tocchiamo molto.

Giornalista all’ingresso – cosa ha pensato quando le è stato proposto di vivere insieme ad altri 5 tra attori drammaturghi e registi dentro il Teatro Bellini di Napoli?
Io (questa la so) – ogni attore amerebbe chiamare casa il teatro.
Giornalista (più provocatorio) – resterete fino a che il governo non si deciderà a riaprire i teatri?
Io – Ah ah ah! (risata di chi ignora ciò che è di là da venire) si.
Giornalista (giudicante) – non crede sia un gesto un pò folle?
Io (pedante) – la follia porta gli eroi dei romanzi al trionfo se viene dalla volontà di chi vuole il mondo come deve essere.
Giornalista (in pressing) – perché lo fate?
Io (preso in contropiede) – perché ho capito che tutti i burli sono zurli, lei vede un burlo, è uno zurlo? Non necessariamente perché non tutti i zurli sono burli (risposta evasiva tipica di chi non ha un solido parere).
Giornalista – (pausa) Ah ah ah (risata di chi cerca il significato laddove potrebbe non esserci)! Grazie.
Io – buonasera.

Clausura, reclusione, isolamento, come devo chiamare questo gesto politico-artistico? Decido di non voler indugiare nel termine coloniale “lockdown”.

Entro, guardo distrattamente il fuori per un’ultima volta e subito sono inghiottito da drappi e velluti, affreschi, decorazioni e ori, costumi d’epoca e…e….luci al neon. Azz… non avevo previsto il fattore luce al neon. Con un guizzo estraggo, non visto, il cellulare.

Io – “ok google” – e poi – “si può sopravvivere senza sole?”

Google – “secondo quanto trovato sul web oltre alla conseguente carenza di vitamina D dovuta alla mancata esposizione solare, vivere nell’oscurità costante indebolisce salute fisica generale e mentale”.

Lo sguardo al “fuori” che da ora in poi chiameremo il “Difuori” diventa meno distratto, più preoccupato, la fantasia scade i pensieri nella nebbia, viaggio nei ricordi e giungo ad un amore impossibile, intorno a me tutto in assolvenza si stinge di bianco e nero, ed io divento Humphrey Bogart e dico addio per sempre al Difuori che ha il volto di Ingrid Bergman. Senza che me ne accorga scappano dalle labbra le parole – “we’ll always have Paris”. Mi allontano lentamente fino a scomparire accompagnato da un gendarme, le trombe squillano. Dissolvenza. Fine

Il camerino dove passerò la mia residenza forzata è il numero 47, faccio la smorfia e mi appare Totò morto accanto a Silvana Pampanini scosciata, che mi da i numeri, 1,75 per 4,80 metri, le misure della mia nuova abitazione. Lo standard stabilito dal Centro Prevenzione Torture del Consiglio d’Europa, stabilisce la misura minima in 6 metri quadri. Ci rientro pelo pelo. C’è il classico specchio con molte lampadine colorate, importante per il trucco scenico. Un po di fondotinta chiaro per me che ho la pelle olivastra, glielo devo a Sasà, il disegnatore luci, che si incazza sempre perché – “non ti illumini! Tu sei buono solo a prendere il buio”. Un letto di Ikea riempie quasi tutto il lato largo del mio loculo, è messo a filoparete e mi guarda onesto. Poi una rella per gli abiti. Bagno senza bidet…non dirò a nessuno che userò il lavandino per un uso promiscuo. La doccia non ha la pressione sufficiente per attivare la caldaia, quindi l’acqua è fredda. Il pensiero va ad una frase  che ho archiviato con un asterisco nel cervello, detta da Rino, l’amministratore di compagnia, l’unica che al momento ricordo tra mille dettagli più utili: “abbiamo tre casse di vino rosso nel camerino numero 9”. Confortante. Ora so dove andare a piangere nei momenti di solitudine.  Sono soddisfatto. 

Evvai! Comincia un’avventura che racconterò ai posteri. Mi dico tra me e me a voce troppo alta. Un tuono risuona spaventoso proveniente dal Difuori scrocchia via il mio pensiero. Comincia a piovere ininterrottamente.

Prima riunione di compagnia, incontro i compagni di squadra:
Personaggi ed interpreti:
Licia, regista drammaturga, di Bari
Lorenzo, drammaturgo regista, di Napoli
Alfredo, io, attore anziano, di Roma
Matilde, attrice lanciata, veneta
Federica, attrice molto richiesta, di Palermo
Pier Giuseppe, performer, che è cancellato perché ha abbandonato il campo di gioco, portandosi via il pallone al trentatreesimo giorno di reclusione. Ma di questo non so se voglio parlare.
Reparto tecnico:
Salvatore, responsabile tecnico, lui ha piazzato mille telecamere in teatro, non puoi scappare al suo sguardo Orwelliano. Lui è The Big Brother.
Noemi le beau, produzione esecutiva, nessuno l’ha mai vista mangiare, si narra che si nutra di scarti di scenografie.
Maurizio e Francesco, gentili, magri e gran lavoratori, macchinisti e all’occorrenza supereroi.

Su tutti Daniele Russo, autore del format, direttore del teatro e uomo estremamente sexy, forse troppo.
Se fossimo nei titoli di coda di un film ora ci sarebbe “e con”, a sottolineare l’importanza dell’attore: Rino, direttore di produzione nonché mamma di tutti noi. Nel tempo libero, addetto ai fornelli. Abbiamo stabilito due regole auree: martedì mozzarella e sabato pizza, per il resto Rino fa miracoli con una piastra elettrica piazzata al bar del teatro. Quando non fa scattare l’allarme antincendio, friggendo i fiorilli ripieni pastellati, spadella lenticchie e vagonate di verdure in genere. Ma per favore, basta con le carote lesse!! Il momento dei pasti è l’unico momento di insieme goliardico in una reclusione di gran lavoro.

Dicevamo. Riunione di compagnia. La prima. Sguardi sconosciuti conditi di gentilezza ci sfiorano negli approcci sorridenti della prima conoscenza. Nessuno sapeva nulla dell’altro. A leggere i curricula l’unico criterio utilizzato per la scelta sono le opposte provenienze artistiche e geografiche. Sarà divertente penso, nella diversità la ricchezza. Si ode ancora un ulteriore tuono nefasto.

Ad ospitare la nostra permanenza è il Teatro Bellini, un tempio del 1870. A Napoli si dice “ ‘O San Carlop’a grandezza e ‘o Bellini ‘p ‘a bellezza!”. Conosco bene questo teatro ci ho recitato molte volte, mai però avrei pensato che un giorno avrei utilizzato la sala grande, 870 posti a sedere tra platea e 5 ordini di palchetti, come mio salotto personale, dove trascorrere in lettura, con un bicchiere in mano, le serate pensose e solitarie, accendendo non la abajour, ma mille lucine di platea e mille proiettori da palcoscenico ad illuminare con 150 kW il libro che mi accompagnerà al sonno. Alla faccia del risparmio energetico. Ed accendo anche l’impianto audio da millemila watt, alla faccia di chi mi vuol male: “Look for the silver lining”, Chet Beker. Mi sdraio sul letto di scena.

“Sono un uomo malato … Sono un uomo cattivo. Un uomo sgradevole. Credo di avere mal di fegato. Del resto, non capisco un accidente del mio male e probabilmente non so di cosa soffro”.

Ora tu dimmi che c’entrano le Memorie dal Sottosuolo in un momento così romantico. Ridacchio del mio pensiero.

“Probabilmente pensate, signori, che voglia farvi ridere?” – di nuovo mi sfuggono le parole del maestro.

“Vi siete sbagliati anche in questo. Non sono affatto l’uomo allegro che forse credete”.

L’ho fatto di nuovo. Mi escono vive le parole di un uomo morto. Perché se tocco qualcosa di sublime mi appare la visione sottosopra del mondo?

Mi alzo in piedi, pronto al confronto con l’altro me, inutile opporre resistenza, conquisto il proscenio, accendo il microfono, distorco dal mixer il suono in uscita e finalmente mi libero stridendo in modo metallico:

“sì, proprio nei medesimi momenti in cui ero più capace di riconoscere ogni sottigliezza di tutto ciò che è sublime ed elevato…mi capitava non già di riconoscere, ma di commettere azioni così indecenti, che … ma sì, insomma, che magari tutti commettono, ma…che non andavano assolutamente commesse. Quanto più ero cosciente del bene e di tutto quel “sublime ed elevato”, tanto più mi sprofondavo nel mio limo e tanto più ero capace di invischiarmene completamente”.

Sento dei rumori dalla platea, guardo avanti e mi aspetto che entri Liza, la prostituta del racconto. Invece è Lorenzo il drammaturgo mio collega, con un pesce rosso in mano. Avrei preferito la prostituta. Provo a chiedere a Lorenzo se vuole interpretare, ora, la puttana, per me  … declina cortesemente.

Ecco, ho parlato di pesce rosso. Un dettaglio del quale devo rendervi edotti. L’esperimento sociale al quale sto partecipando con il mio corpo politico si chiama – “Zona Rossa”-, il simbolo è un pesce rosso in una bolla. Ognuno di noi ha un pesce rosso vivo e vibrante a cui badare. I nomi che abbiamo dato ai nostri animaletti rivelano un pò i caratteri delle persone che siamo:
“Cardone”, che è il nome del fidanzato di Licia, la proprietaria.
“Paura”, che è il sentimento primo provato da Matilde entrando qui.
“Splinter” perchè Federica è una burlona che ama segue le tartarughe ninja.
“Focaptain”, perché Lorenzo a volte è inintellegibile.
“Carmen” che è morta nello scarico del bagno di Giuseppe prima che lui ci abbandonasse perché stufo di noi.

Il mio si chiama Polluce protettore dei naviganti, vive tra l’Ade e l’Olimpo, praticamente un bipolare. E’ figlio di Leda che fu messa incinta da Zeus travestitosi da cigno. Una violenza sessuale mitologica in piena regola. Sento già i passi dei censori revisionisti che annusano discriminazione, pregiudizio ed insulto gratuito e sono pronti a cancellare Zeus dalla storia dell’uomo per metterci al suo posto Don Matteo.

Federica -“Che stiamo facendo qui?”
Licia – “Che senso ha questa scelta?”
Matilde – “Per chi lo stiamo facendo?”
Lorenzo – “………..” sta in silenzio e riflette, è silente e riflettivo.
Si accende una discussione, si infuoca, i punti di vista divergono si intrecciano e danzano in punta di fioretto.
“E sciabbole stanno appese e ‘e foderi cumbattono”. Questa non me la sento di tradurvela. Ed ancora
Licia – “la cultura è necessaria?”
Federica – “Il teatro è necessario?”
Matilde – “Che vuol dire essere artista oggi?”
Lorenzo – “…………” osserva e prende nota, un osservatore notante.
Eccolo di nuovo, il mio pensiero anarchico ed indipendente vola e va a posarsi altrove, più forte della penna. 

Di colpo si abbassano le luci di sala, un controluce color ghiaccio descrive una sagoma. Sono io, anziano, cieco, stanco. Avanzo piano e trovo seduto tra tagli laterali di luce azzurra un sacerdote cattolico. Sono ateo, ma ho chiesto un sacerdote. Mi siedo vicino a lui e parte un effetto sonoro tipo “battito del cuore” ad accompagnare la confessione del mio testamento. 

Io – “ho commesso il peggiore dei peccati che possa commettere un uomo. Non sono stato felice. Che i ghiacciai della dimenticanza possano travolgermi, disperdermi senza pietà. I miei mi generarono per il gioco arrischiato e stupendo della vita, per la terra, l’acqua, l’aria, il fuoco. Li defraudai. Non fui felice. Compiuta non fu la loro giovane volontà. La mia mente si applicò alle simmetriche ostinatezze dell’arte, che intesse nullerie. Mi trasmisero valore. Non fui valoroso. Non mi abbandona. Mi sta sempre a fianco l’ombra d’esser stato un disgraziato”.

Si sente in lontananza un brusio a più voci sempre più forte fino a diventare assordante :

“Franceschini, completando un’opera di destrutturazione della tradizione italiana…..il nostro teatro è girovago per vocazione e storia….oltre ad aver precarizzato il lavoro…volano per il Turismo…il concetto di “alzate di sipario” era ugualmente funzionale….quale effettivo interesse e amore ci sia per la Cultura…il primo obiettivo è il business… oltre che la conservazione della memoria collettiva…lo spacchettamento del Ministero…va colto però un aspetto positivo…” . Silenzio.

Il Teatro ha fallito? I greci antichi non avrebbero mai immaginato che duemila anni dopo una pandemia come quella dell’ Edipo re avrebbe soffocato il teatro. Cancellato i lavoratori dello spettacolo nel silenzio. Abbiamo realizzato che non siamo essenziali. Solo ora. Ma la nostra  pandemia è iniziata da molto prima. Il teatro ha abbandonato la piazza ed il dibattito pubblico tempo fa. 

Ehi, dico a te. In che cosa ti posso essere utile io in quanto attore? Te lo chiedo veramente. Se te lo chiedesse un idraulico, immagino che sapresti precisamente cosa rispondere, se te lo chiedesse un avvocato anche e così via. Ma un attore a cosa ti può essere utile? Ad intrattenere e divertire? Scenderesti in piazza per difendere la cultura? 

La mia regista insiste che il nostro vivere in teatro è testimonianza del corpo politico, mi spiega che ciò che stiamo facendo è far diventare il nostro corpo il centro della comunicazione sociale, culturale, psicologica. Non è soltanto immagine esteriore di sé ma si fa veicolo di valore e disvalore. 

Senza essere visto ordino due Ceres su Glovo.

(continua)

La prima foto è di Michele Amoruso, la seconda di Guido Mencari.

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Camerino 47. Attore morto che parla è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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La mezzaluna occidentale https://www.carmillaonline.com/2021/02/20/la-mezzaluna-occidentale/ Sat, 20 Feb 2021 22:00:29 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=65007 di Giovanni Iozzoli

Massimo Campanini: L’Islam, religione dell’Occidente, Mimesis, Milano-Udine, 2016, pp.158, €15,00

«Questo saggio è uno studio sul problema delle origini. Intendo le origini della civiltà “occidentale” sui cui il cristianesimo ha impresso un’orma profonda. L’Islam, benchè possa spiacere a molti, è parte integrante di questa civiltà. L’Islam è pienamente “occidentale”» (p. 1)

Il volume di Massimo Campanini si apre con questa dichiarazione d’intenti, che potrebbe suonare incongrua o incomprensibile, agli occhi del profano. Questo perché, soprattutto negli ultimi vent’anni, la categoria “Islam” (di per sé abbastanza problematica da definire) è stata [...]

La mezzaluna occidentale è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Giovanni Iozzoli

Massimo Campanini: L’Islam, religione dell’Occidente, Mimesis, Milano-Udine, 2016, pp.158, €15,00

«Questo saggio è uno studio sul problema delle origini. Intendo le origini della civiltà “occidentale” sui cui il cristianesimo ha impresso un’orma profonda. L’Islam, benchè possa spiacere a molti, è parte integrante di questa civiltà. L’Islam è pienamente “occidentale”» (p. 1)

Il volume di Massimo Campanini si apre con questa dichiarazione d’intenti, che potrebbe suonare incongrua o incomprensibile, agli occhi del profano. Questo perché, soprattutto negli ultimi vent’anni, la categoria “Islam” (di per sé abbastanza problematica da definire) è stata associata in “Occidente” (anche questo, concetto pressoché inafferrabile) ad una idea di “alterità” radicale, di differenza irriducibile o addirittura di nemicità. Naturalmente, per chi conosce un po’ l’evoluzione di questo continente e della percezione di sé che ha costruito nei secoli, l’idea di una internità forte dell’Islam alla cultura d’occidente – addirittura di un contributo essenziale alla sua fondazione – dovrebbe essere scontata: lo confermano una infinità di elementi storici, linguistici, urbanistici, che si intrecciano e si sovrappongono nel nostro passato. Ma restando al livello popolare, quanti baresi sanno oggi che la loro città fu un fiorente emirato? Quanti sanno che le categorie del nostro pensiero logico sono state spesso veicolate, rielaborate e trasmesse dalla mediazione di intellettuali arabi, senza i quali il pensiero greco non sarebbe arrivato fino a noi? Quanti conoscono l’apporto del patrimonio, scientifico, tecnologico e medico, che fioriva nelle terre musulmane, durante il nostro freddo medioevo, e si socializzava in perfetta integrazione, tra Oriente e Occidente, dentro quel reticolo fittissimo di relazioni cooperanti o conflittuali che fu il mediterraneo? Non c’è Occidente senza Islam.

La religione di Mohamed fu considerata per alcuni secoli una eresia cristologica: Dante mette il Profeta dell’Islam nel girone dei “seminatori di discordia”, come se egli non avesse fondato una “nuova religione” ma avesse contribuito a spaccare quella egemone. Agli occhi dei cristiani del tempo, le prime traduzioni in latino del Corano, per quanto approssimative, confermavano queste comuni radici, celebrando la nascita virginale di Isa (Gesù) dal seno immacolato di Myriam. Tra l’altro lo stesso Dante Alighieri, secondo l’illustre arabista Asin Palacios, pescò a piene mani nelle opere di Muhamad Ibn Al Arabi – un gigante della mistica islamica, peraltro iberico. Ed è nota la lettera che papa Pio II scrisse nel 1460 – sicuramente mai spedita ma fatta circolare tra le corti europee a scopo polemico –, nella quale il Pontefice invitava al battesimo Mehemet II, fresco conquistatore di Costantinopoli, condizione soddisfatta la quale il capo della Chiesa sarebbe stato disposto anche a conferire al Sultano il titolo di Imperatore Romano, in quanto legittimo padrone della “seconda Roma”. Un paradosso colossale, in cui il conquistatore ottomano avrebbe potuto acquisire il soglio più alto della regalità d’Occidente. Una idea di prossimità, oggi inconcepibile.

Questa “vicinanza” – nonostante le crociate e le guerre – era vantata anche dall’altra sponda. I musulmani consideravano se stessi come lo stadio più alto e avanzato del puro monoteismo nato dal padre comune Ibrahim. Quindi l’Islam non concepiva se stesso come un elemento di rottura, bensì di sviluppo e purificazione degli errori dottrinali accumulati nei secoli dal cristianesimo e dall’ebraismo. E mentre quest’ultimo restava una religione “etnica”, nata dal contesto semitico e strettamente vincolata ai legami di sangue, il cristianesimo e l’Islam si ponevano nella dimensione dell’universalità: la religione di Paolo è post-ebraica e guarda da subito a Roma; quella di Mohamed lascia prestissimo i deserti d’Arabia per meticciarsi con le grandi civiltà vicine, quella persiana e quella siriana. Si definirà per secoli un rapporto di competizione/scontro/prossimità tra Islam e Cristianesimo, i cui cascami, in forme molto traslate (spesso caricaturali) si riproducono anche oggi.

L’autore, Massimo Campanini, islamista e docente universitario, saggista prolifico e personalità assai rispettata tra le comunità islaimiche italiane – purtroppo prematuramente scomparso nel 2020 – si considerava “usando un termine coranico, un hanif, ovvero un puro monoteista”. Nel suo lavoro di ricerca, rivendicava “un atteggiamento né apologetico né fobico”. In questo saggio, preferisce partire dalla comparazione storica, teologica, filologica, dell’Islam e del cristianesimo, e soprattutto delle due personalità chiave del loro sviluppo – il Profeta e il Messia. Due figure radicalmente diverse, soprattutto nella storicità della loro collocazione: di Mohammed sappiamo molto e gli elementi biografici, pur inseparabili dall’agiografia, sono assai robusti. Mentre la figura di Gesù è tutt’ora oggetto di irrisolte dispute scientifiche , accademiche e storiografiche.

Un elemento di parallelismo-differenziazione è necessario rilevare preliminarmente. La sira di Muhammad è una narrazione storica che non prefigura alcuna “tesi” generale, ma solo mira a descrivere nei dettagli una missione: la predicazione dell’Islam come ultimo messaggio di Dio incentrato sull’unità divina e sulla escatologia. Le narrazioni canoniche della vita di Gesù, invece, sono apparentemente storiche, ma “trasfigurate” per così dire, nel senso che intendono dimostrare la tesi forte e precisa che Gesù è il figlio di Dio e dunque a sua volta Dio (…). I vangeli sinottici, come la Bibbia ebraica quando narra le vicende della storia di Israele, sono la “storia” di Gesù. Il Corano si limita ad accennare a Muhammad, in modo sporadico e non sistematico, e ad alludere criticamente ai fatti della sua vita, nel mentre non racconta alcuna storia organica o finalizzata. (…) Alla luce di tutti i problemi evocati, infatti, sembrerebbe che ricostruire in modo assolutamente certo una vita di Gesù e una vita di Muhammad sia un’impresa assai complessa. Tuttavia, anche se ciò fosse vero dal punto di vista dell’individuazione del Gesù “storico” e del Muhammad “storico”, l’impresa deve essere tentata per le sue implicazioni teologiche, filosofiche e e addirittura politiche, insomma per le sue implicazioni “ideologiche”. Che importanza ha se il Corano è stato collazionato nel 650 circa o nell’800 circa? Il Corano è stato un testo vivo, agente per secoli nella coscienza e nella prassi dei credenti. (…) Lo stesso vale per i/il Vangeli/o, evidentemente per i cristiani praticanti. (p. 47)

L’autore continua lo scavo sul “problema delle origini” intrecciando anche i testi sacri. I musulmani rivendicano da sempre che il Periclytos citato in Giovanni 16:7 – di cui Gesù annuncia la venuta – altri non è che Ahmed (Maometto), il Glorioso (o glorificato). Allo stesso modo il Corano dedica una intera sura a Mryam (Maria) e alla storia dell’annunciazione. Cambia radicalmente lo statuto ontologico del messia:

Gesù non deve essere inteso coranicamente come “messia” in senso ebraico: il suo compito non è quello di riscattare gli israeliti né quello di redimere il genere umano. Gesù è comunque nell’Islam una figura escatologica: sarà lui a manifestarsi, quando Dio vorrà, per sconfiggere il Dajjal (l’Anticristo) e preparare l’avvento alla fine del mondo. Gesù è uno dei sei grandi “messaggeri-legislatori” (rasul) dell’umanità: gli altri sono Adamo, Noè, Abramo, Mosè e naturalmente Muhammad. I “messaggeri-legislatori” sono coloro che, oltre a portare agli uomini l’ammonizione dell’unicità di Dio e del giudizio finale, apportano anche una Legge (sharia) (p. 69)

Queste considerazioni rafforzano l’idea che lo “scontro di civiltà”, più volte evocato nei secoli, sia stato anche “incontro di civiltà”, meticciato di culture, credenze, narrazioni, miti e suggestioni spirituali. Ed è evidente che ridurre le radici euro-occidentali alla matrice “ebraico-cristiana”, esprime una parzialità o una lacuna importante.
Ma se per l’autore, questi assunti sono evidenti, più complicato è indagare sul dove/quando le strade dei due mondi “Occidente cristiano” e “Islam”, si sono progressivamente divaricate. Massimo Campanini individua tre snodi fondamentali:

Nonostante cristianesimo e Islam nascano e si sviluppino in un humus comune, c’è un discrimine storico che li ha divisi: le tre rivoluzioni costitutive del moderno “occidentale” (la rivoluzione scientifica, la rivoluzione francese e la rivoluzione industriale) hanno coinvolto il mondo islamico con grande ritardo, condannandolo ad una rincorsa che assomiglia al paradosso di Zenone (…). Le divarizazioni sopravvenute non dipendono però dai fondamenti, dai testi sacri, né dalle figure dei loro fondatori. Chiedersi dove sia accaduto il momento di svolta che ha separato le due ali principali della civiltà occidentale non è domanda futile o oziosa (…). Relativamente alla rivoluzione scientifica, due fattori sono stati determinanti: l’incapacità di sviluppare un “discorso sul metodo” e, soprattutto, a monte di questo, l’ipertrofia del diritto, che ha fagocitato le esperienze speculative. (…) Non c’è stato nell’Islam un Cartesio che abbia, per così dire, “matematizzato” la metafisica ritenendo possibile parlare di Dio in termini apodittici.(…) D’altro canto, l’origine divina della giurisprudenza (sharia), pur elaborata umanamente (fiqh) ha subordinato a quella le scienze speculative come la filosofia, che non hanno avuto modo di rivendicare un proprio spazio epistemologico. (…) Nell’Islam, in età moderna, non si sono avuti né un Kant, né un Hegel, né un Nietszsche né un Husserl o un Heidegger. (pp. 149-151)

E’ la nota tesi di Hans Kung, secondo cui l’inizio del declino dell’Islam, non va ricondotto a fattori esterni – il flagello mongolo o la crisi politica dei suoi grandi Imperi – quanto piuttosto ad un inaridimento “interno” al pensiero islamico, in cui l’ortodossia legalista dei giureconsulti ha preso il sopravvento sulla filosofia e sulla scienza, ingabbiando l’Islam dentro la conservazione e la riproduzione fedele dei paradigmi, delle teologie e delle prassi – il taqlid, l’imitazione degli antichi. Qui il livello di astrazione e generalizzazione – nel tempo e nello spazio – si fa però pericolosamente alto. Di quale Islam stiamo parlando, in che tempo, in che stagione della storia? L’autore conclude con un affermazione, secondo lui largamente condivisa dagli storici: la religione musulmana non è “refrattaria al capitalismo” e quindi non sono le sue basi teologiche ad aver zavorrato le formazioni sociali del suo mondo, “in ritardo” rispetto alla modernità occidentale. Ma se non fosse proprio così? Se cioè l’Islam covasse nel suo seno dei sani elementi di “refrattarietà” al discorso capitalista egemone negli ultimi due secoli? Se cioè il modello “vincente” – quello nostro – fosse poco compatibile con un etica islamica basata sulla sobrietà degli stili di vita, la prevalenza del comune, lo sguardo rivolto alla trascendenza più che all’accumulazione, l’attenzione per i poveri, gli orfani e gli anziani, il rifiuto della finanza: ebbene tutto ciò sarebbe un disvalore, un elemento di “ritardo”, oppure una ulteriore opportunità per opporsi alla marea nichilista che sta soffocando l’esperienza umana e il senso del nostro stare al mondo?

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La mezzaluna occidentale è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Cinema e conflitti sociali https://www.carmillaonline.com/2021/02/19/cinema-e-conflitti-sociali/ Fri, 19 Feb 2021 22:00:23 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=64865 di Gioacchino Toni

“Zapruder World”, “Cinema and Social Conflicts”, Volume 6 (2020) – Daniel Fairfax, André Keiji Kunigami, and Luca Peretti, eds. https://zapruderworld.org/volume-6/

È curioso pensare a come la storia del cinema si apra nel segno dell’intrecciarsi di macchina da presa e fabbrica: in Francia le prime immagini in movimento girate dai fratelli Lumière nel 1895 riprendono i lavoratori, soprattutto donne, che escono dalla loro fabbrica a Lione mentre in ambito statunitense, l’anno successivo, la macchina da presa di William Kennedy Laurie Dickson si focalizza sull’uscita degli operai [...]

Cinema e conflitti sociali è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Gioacchino Toni

“Zapruder World”, “Cinema and Social Conflicts”, Volume 6 (2020) – Daniel Fairfax, André Keiji Kunigami, and Luca Peretti, eds. https://zapruderworld.org/volume-6/

È curioso pensare a come la storia del cinema si apra nel segno dell’intrecciarsi di macchina da presa e fabbrica: in Francia le prime immagini in movimento girate dai fratelli Lumière nel 1895 riprendono i lavoratori, soprattutto donne, che escono dalla loro fabbrica a Lione mentre in ambito statunitense, l’anno successivo, la macchina da presa di William Kennedy Laurie Dickson si focalizza sull’uscita degli operai dalla fabbrica di armi Winchester a New Haven, nel Connecticut. In questo secondo caso avviene anche un altro cuiroso incontro: quello della macchina da presa con il mondo delle armi da fuoco, le stesse che contribuiranno a edificare quell’immaginario western diffuso a livello planetario dal cinema hollywoodiano. Per certi versi il contatto precede addirittura la comparsa della macchina da presa visto che è già il suo progenitore, l’apparecchio fotografico, ad essersi intrecciato con le armi da fuoco, come attesta la celebre “pistola cronofotografica” realizzata nel 1882 da Étienne-Jules Marey. Non a caso in lingua inglese si ricorre al termine “shot” per riferirsi tanto allo sparo di un’arma che allo scatto fotografico.

Che due apparati così rappresentativi della modernità come la macchina da presa e la fabbrica venissero immediatamente a contatto era forse inevitabile. Se ad essere mostrato da queste prime immagini in movimento è il momento in cui gli operai fuoriescono dal luogo di lavoro, è piuttosto l’incontro tra cinema e conflitto sociale ad interessare il nuovo numero della rivista “Zapruder World” in lingua inglese integralmente disponibile in formato digitale.

Se le pionieristiche sequenze cinematografiche mostrano una realtà urbana calma e armoniosa, ad attrarre il pubblico sembrano essere soprattutto le immagini di mondi lontani ed esotici. Insomma al cambio di secolo il cinematografo, nel suo rivelarsi un apparato volto a soddisfare la curiosità eurocentrica, opera frequentemente come strumento di controllo colonialista del soggetto extraeuropeo.

Che il cinema sin dalle origini non abbia la neutralità che superficialmente si tende ad attribuirgli è testimoniato dal fatto che in ambito documentario non manca di immortalare l’invasione colonialista italiana della Libia (uno dei primi conflitti armati ad essere ripreso dalla macchina da presa) mentre il cinema narrativo vanta tra le sue prime prove una pellicola razzista come The Birth of a Nation (1915) di David Wark Griffith. Dunque, si sostiene nell’Introduzione al numero di “Zapruder World” dedicato al rapporto tra cinema e conflitti sociali, lo spettacolo cinematografico sin dai suoi albori non manca di mostrare la violenza su cui è costruito quel mondo moderno di cui è al tempo stesso un prodotto e cantore e lo ha fatto rapportandosi ai conflitti sociali rafforzandoli, reprimendoli e riproducendoli.

Nell’Introduzione al volume si fa brevemente riferimento alla curiosa esperienza di cinema militante della “Proletarian Film League of Japan” (Prokino) che, a cavallo tra gli anni Venti e Trenta del Noecento, grazie a personalità come Iwasaki Akira, Murayama Tomoyoshi e Mizoguchi Kenji, sull’onda del saggio di Sasa Genju “Camera – Toy / Weapon”, pubblicato sulla rivista “Senki” (1928), ha fatto un uso politico della macchina da presa nell’ambito dell’organizzazione dei lavoratori giapponesi e dell’opposizione antimperialista.

A parte qualche esperienza isolata, ricordano gli autori, è soprattutto a partire dal dopoguerra che si delineano esperienze cinematografiche interessate a fare i conti più direttamente con la realtà sociale. A tal proposito l’Introduzione della rivista ricorda l’importanza dell’esperienza neorealista italiana e l’influenza da essa esercitata sul cinema del Terzo Mondo in paesi come l’India, il Brasile e il Senegal, prima dell’avvento della stagione del cinema militante degli anni Sessanta e Settanta.

Altri riferimenti riportati nell’Introduzione riguardano la nascita dell’Istituto Cubano del Arte e Industria Cinematográficos (ICAIC) sul finire degli anni Cinquanta e una serie di manifesti che a partire dalla metà degli anni Sessanta offrono un inquadramento teorico al cinema militante, come ad esempio “The Aesthetics of Hunger” di Glauber Rocha nell’ambito del cinema brasiliano Novo, “Verso un terzo cinema” degli argentini Fernando Solanas e Octavio Getino, “For an Imperfect Cinema” del cubano Julio García Espinosa, “Problemi di forma e contenuto nel cinema rivoluzionario” del boliviano Jorge Sanjinés ecc.

L’onda lunga del cinema militante sviluppatosi negli anni Sessanta investe il decennio successivo dando vita ad importanti esperienze cinematografiche antimperialiste, femministe e incentrate sulle lotte e sui diritti LGBTQI, della popolazione nera, degli immigrati e dei rifugiati. Dopo il ritorno all’ordine degli anni Ottanata, che vede la marginalizzazione di molte delle esperienze militanti strutturatesi nei decenni precedenti, a volte incapaci di trovare un linguaggio adeguato ai nuovi tempi sommersi dall’onda neoliberista, il nuovo millennio sembra avviarsi verso una produzione di piccole opere documentarie realizzate con strumenti digitali e diffuse principalmente attraverso Internet.

Il rapporto tra cinema e conflitto sociale viene indagato da “Zapruder World” sia esaminandolo da una prospettiva storica che facendo riferimento all’attualità attraverso una serie di saggi: Daniel Lawrence Aufmann focalizza il suo intervento sul rapporto tra il cinema popolare e il movimento suffragista di inizio Novecento negli Stati Uniti; Cynthia Porter mette in relazione il film Fury (1936) di Fritz Lang e il recente movimento Black Lives Matter; Alessia Lombardini indaga il ruolo svolto dai cinegiornali nell’ambito de conflitto politico italiano degli anni Sessanta; Daniel Fairfax si sofferma sul tentativo dei primi anni Settanta dei “Cahiers du cinéma” francesi di dare vita al “Fronte culturale rivoluzionario”; Renzo Sgolacchia indaga la storia dell’attivismo mediatico nella scena delle occupazioni di Rotterdam; Dom Holdaway e Dalila Missero ricostruiscono il mondo queer e femminista presente nel recente cinema italiano; Fabio Andrade approfondisce le produzioni dei giovani registi brasiliani nel momento di “sospensione” rappresentato dal passaggio da Dilma Rousseff a Jair Bolsonaro; Ekin Erkan prende in esame le attività del collettivo hacker comunista radicale turco RedHack.


Di seguito il video della tavola rotonda organizzata da “Zapruder World” sul rapporto tra cinema e conflitti sociali.


 

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Cinema e conflitti sociali è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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