Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sat, 09 May 2026 20:00:59 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 L’incantatrice del villaggio https://www.carmillaonline.com/2026/05/09/lincantatrice-del-villaggio/ Sat, 09 May 2026 20:00:59 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94526 di Francesco Gallo

Giorgia Tribuiani, Pezzi, pp. 320, € 19, il Saggiatore, Milano 2026

Sarebbe un errore chiedersi da quale tipo di sentimento nasca questo romanzo. Dall’odio, forse? Dalla rassegnazione? Dalla nostalgia, dalla rabbia, dalla fiducia? Dall’amore? È che mi pare impossibile immaginare una predisposizione d’animo così esclusiva nonché fornita di una calibratura sufficientemente salda da durare tanto a lungo nel tempo. Nemmeno sono disposto a credere nella capacità di mettere ordine in una congerie di emozioni solo per estrarne di vantaggiose e opportune. Non è tra i sentimenti, e nemmeno tra le emozioni, quindi, che una storia come questa nasconde [...]]]> di Francesco Gallo

Giorgia Tribuiani, Pezzi, pp. 320, € 19, il Saggiatore, Milano 2026

Sarebbe un errore chiedersi da quale tipo di sentimento nasca questo romanzo. Dall’odio, forse? Dalla rassegnazione? Dalla nostalgia, dalla rabbia, dalla fiducia? Dall’amore? È che mi pare impossibile immaginare una predisposizione d’animo così esclusiva nonché fornita di una calibratura sufficientemente salda da durare tanto a lungo nel tempo. Nemmeno sono disposto a credere nella capacità di mettere ordine in una congerie di emozioni solo per estrarne di vantaggiose e opportune. Non è tra i sentimenti, e nemmeno tra le emozioni, quindi, che una storia come questa nasconde la propria origine: risultati più convincenti si otterrebbero indagando l’apparizione di certi funghi quando, incapace di trattenere un moto di raccapriccio, li vedo spuntare sulle cortecce di certi alberi. E che siano vivi o morti, gli alberi, non fa alcuna differenza. Da dove salta fuori, allora, Pezzi, il nuovo romanzo di Giorgia Tribuiani?
Più di una volta, leggendone le pagine densissime, sono stato attraversato da una suggestione: si tratta di una storia che nasce da un’altra storia, da una storia concepita da un’altra penna, e ho pensato, con l’immediatezza di certi ricordi improvvisi, a Il Mar delle Blatte di Tommaso Landolfi. A una delle prime scene. Quella in cui Roberto, il figlio dell’avvocato Coracaglina, mostra al padre le labbra divaricate e sanguinolenti di una ferita (apparsa misteriosamente sul proprio avambraccio) rivelandone il contenuto fantastico: «una bulletta da scarpe, alcuni pallini da caccia, dei chicchi di riso […] un moscone colle ali appiccicate e un vermiciattolo azzurro e diafano». Ecco: più volte sono stato attraversato dalla certezza che Giorgia Tribuiani abbia dato fondo alle proprie riserve di coraggio per rimestare in questa landolfiana «melma sanguinolenta» in modo da estrarne qualcosa che valesse la pena di essere raccontato. Qualcosa di magico, ecco. E di oscuro. Ma di cosa parla questa storia? E dov’è ambientata?
Siamo in un piccolo villaggio perso tra i boschi: il Villaggio di G.: «[…] troppo anonimo e stanco per destare l’interesse di qualcuno già da prima della strage, e troppo arronzatello, e così, anonimamente e stancamente, arronzatellamente, gli abitanti seguivano quel giorno il rintoccare di campane […]». Un villaggio tipico e inconsueto a un tempo, capace di evocare altri modesti agglomerati rurali. Come, per esempio, quelli delle favole, delle filastrocche e delle Fiabe del focolare dei fratelli Grimm. Ma anche, o forse soprattutto, Borgo San Giuda, il «posto che quasi non esiste» – ma che esiste invece, esiste eccome – in XY di Sandro Veronesi, là dove un terribile sconvolgimento si manifesta davanti agli occhi increduli degli abitanti. Un destino, sentenzia Veronesi, quasi sempre invisibile: «[…] ma almeno quella volta, per noi, non avrebbe potuto essere più appariscente.» E quanto è appariscente, e chiassoso, e macabro, per gli abitanti del Villaggio di G., il destino che li attende?
Una mattina, attraverso un sistema di cordicelle legate alle caviglie, una comunità di merli deposita sui gradini della chiesa un pacchetto. Contenuto: due falangi di un indice umano e l’invito a un gioco. Obiettivo: indovinare il nome della persona mutilata prima di commettere il numero massimo delle penalità. Il superamento delle penalità consentite comporterà l’uccisione della persona fatta a pezzi. Tratteggiati i contorni di questa sfida, che assieme all’apparizione della mappa del Villaggio di G., con il BOSCO, i POSSEDIMENTI, la PIAZZA del MUNICIPIO e la PIAZZA della CHIESA, evoca, o meglio: cita, poiché è presente nel romanzo a mo’ di esergo («La gente di qui sta facendo del suo meglio, nonostante molte difficili circostanze.» «Ma questo meglio è abbastanza buono?»), il film Dogville (2003) del regista danese Lars von Trier, Giorgia Tribuiani intreccia e attorciglia le esistenze dei suoi personaggi. Il romanzo ci li presenta un po’ alla volta, capitolo per capitolo, neanche fossero maschere di cartapesta da indossare durante la cerimonia di un santo patrono: il Sarto, la Panettiera, il Pittore, la Pettegola, la Maestra, il Cantante, l’Allettato, il Lustrascarpe, il Becchino, il Mutilato di Guerra… Una comunità, insomma, che condivide un territorio, un passato e una cultura e che improvvisamente si ritrova a fare i conti con delle dinamiche comunitarie sovvertite dall’uomo dei pezzi, colui che, mentre intona un’inquietante filastrocca («gira, gira, volta, viene anche la coda se viene la testa–»), sterilizza la lama di una roncola sulle braci di un fuoco ardente. Cosa prevarrà, alla fine? I legami affettivi e tradizionali, oppure quelli razionali, addirittura d’interesse?
Il talento di Giorgia Tribuiani tutto questo non lo dice, per fortuna, bensì lo mostra. Allestisce un inventario tanto arcano quanto moderno di ripensamenti tardivi, atti brutali e risposte abiette che drammatizzano il modo in cui gli abitanti del Villaggio di G. – a volte restando in piedi, a fatica; certe altre soccombendo, miseramente – affrontano l’apparizione di quella che di continuo, in fondo, si manifesta davanti ai nostri occhi, aperti eppure insensibili, mai mostrando contorni tanto evidenti: l’ineluttabilità dell’esistenza. Pezzi è una storia dalla doppia vocazione: da una parte trovano spazio il rigore, lo scrupolo, l’acribia da naturalista d’accademia, dall’altra spintonano la disinvoltura, la sfrontatezza, l’abbandono quasi romantico al resoconto delle passioni. E, a proposito di passioni: Giorgia Tribuiani pare rispecchiarsi in una specifica genia di narratrici ottocentesche. Quelle che, come ha scritto Pietro Citati riferendosi ad Anna Maria Ortese, sono dotate di «[…] un ardore, un fuoco incontenibile, a cui la letteratura non sembra bastare: gli opposti abissi di tenebra e di eterea letizia: un lieve delirio, che sfuma le sensazioni: il dono di cogliere il reale e l’irreale appena si producono, e di fonderli nell’incantesimo di un unico sogno.» Proprio L’Iguana di Ortese, in effetti, è la creatura che più mi sento di accostare ai merli che popolano questa vicenda e che di fatto posseggono delle “Caratteristiche fisiche” assai peculiari: possono misurare «da 86cm a 145cm», posseggono un peso che va «da 16kg a circa 43kg» e sfoggiano una «estensione alare: da 1,5m a 2,3 m». Come se non bastasse, attraverso le “Credenze popolari” e le “Superstizioni del dopoguerra” veniamo a conoscenza persino della loro “Organizzazione sociale e gerarchia”. Tutto ciò, e non è per niente poco, viene tenuto insieme da una scrittura che è il vero punto di forza del romanzo. Una prosa contraddistinta da un fraseggio elaborato, flessibile e plasmabile, che contribuisce alla restituzione di una realtà in grado di colare dappertutto, terrorizzata dal vuoto. Dal vuoto della memoria, ovviamente. Singola e collettiva. Dall’oblio. E dal momento in cui i personaggi di Pezzi sono ruoli, e maschere intercambiabili, e parole – anzi: forse sono soprattutto parole –, sono le parole di una letteratura che, come ogni letteratura, è carica di memoria. La nostra memoria. La nostra memoria chiamata in causa affinché riesca a colmare quel minuscolo spazio nero e minaccioso che talvolta si inceppa e rende nefasti i meccanismi e le reazioni della nostra coscienza di esseri umani.

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Quante storie per nulla! https://www.carmillaonline.com/2026/05/08/quante-storie-per-nulla/ Fri, 08 May 2026 20:00:35 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=93528 di Marco Sommariva

In un articolo intitolato L’ultimo dei demoni pubblicato nell’inverno del 2008 sulla rivista francese XXI (in Propizio è avere ove recarsi, Adelphi, 2017), Emmanuel Carrère scriveva d’essersi trovato a parlare di Eduard Limonov con più di trenta persone, sconosciuti e amici – artisti, editori e giornalisti –, e nessuna di queste gli aveva parlato male di lui, anzi. Scriveva anche d’aver chiesto a questi amici se il nome Partito nazionalbolscevico di cui Limonov era il leader, non li imbarazzasse, così come i crani rasati, i teschi sulle fasce al braccio e la bandiera del partito che imitava quella nazista, [...]]]> di Marco Sommariva

In un articolo intitolato L’ultimo dei demoni pubblicato nell’inverno del 2008 sulla rivista francese XXI (in Propizio è avere ove recarsi, Adelphi, 2017), Emmanuel Carrère scriveva d’essersi trovato a parlare di Eduard Limonov con più di trenta persone, sconosciuti e amici – artisti, editori e giornalisti –, e nessuna di queste gli aveva parlato male di lui, anzi. Scriveva anche d’aver chiesto a questi amici se il nome Partito nazionalbolscevico di cui Limonov era il leader, non li imbarazzasse, così come i crani rasati, i teschi sulle fasce al braccio e la bandiera del partito che imitava quella nazista, a parte che nel cerchio bianco in campo rosso, invece della croce uncinata, si trovavano la falce e il martello. Carrère raccontava che i suoi interlocutori s’erano stretti nelle spalle e gli avevano risposto che era lui a essere schizzinoso, che faceva delle storie per nulla e che di umanisti con le mani pulite ne avevano quanti ne volevano, mentre i nazbol pagavano di persona, andavano in galera per le loro idee.

Cos’era un nazbol era stato scritto sulla rivista di Limonov, Limonka, il cui titolo rinviava chiaramente al suo nome, ma significava anche “granata”. “Sei giovane. Non ti piace vivere in questo paese di merda. Non vuoi diventare né un qualsiasi compagno Popov, né un figlio di puttana che pensa soltanto alla grana, né un čekista. Sei uno spirito ribelle. I tuoi eroi sono Che Guevara, Mussolini, Lenin, Mishima, Baader. Ecco: sei già un nazbol”. Nell’articolo veniva specificato che i nazbol comprendevano skinhead che andavano in giro con i cani lupo e che si divertivano a fare il saluto nazista per rompere le palle alle persone perbene, fascisti di base, fascisti intellettuali, estremisti di sinistra, fumettisti, bassisti rock alla ricerca di compagni per formare un gruppo, quelli che scrivevano poesie di nascosto, chi sognava vagamente di compiere una strage a scuola e poi farsi saltare le cervella come succede in America, e anche coloro che “prima o poi finiscono per convertirsi all’islam”. Provo a riassumere: sull’argomento nazbol gli amici artisti, editori e giornalisti di Carrère fecero spallucce e gli dissero d’essere schizzinoso e che faceva delle storie per nulla.

Nel 2020 ho il  pubblicato Appropriazione indebita – sottotitolo Ray Bradbury non era di destra –, un mio pamphlet scritto contro quella che ritengo essere, appunto, un’appropriazione indebita da parte di CasaPound della figura dello scrittore statunitense e dell’intera sua opera, specie del romanzo Fahrenheit 451.

Ray Bradbury è compreso fra gli 88 numi tutelari di CasaPound, protettori che, spesso, hanno poco o niente a che fare con chi si definisce “fascista del terzo millennio”. È una lista che comprende personaggi quali George Orwell, James G. Ballard, Geronimo, Alce Nero, John Fante, William Butler Yeats, Corto Maltese, Giordano Bruno e tanti altri ancora, compreso Dante Alighieri. Notare che il numero 88 non è una scelta casuale: al numero 8 corrisponde nel nostro alfabeto la lettera H e, come 1312 sta per ACAB (All Cops Are Bastards), 88 sta per HH (Heil Hitler).

Fra i vari obiettivi di Appropriazione indebita, opera arricchita da un testo di Erri De Luca e dalla postfazione di Elia Rosati, c’era quello di allertare il lettore circa l’avanzata di CasaPound che, da quando è nata, ha sempre viaggiato in parallelo alla crescita esponenziale della destra nel nostro Paese arrivata, oggi, ai vertici del governo. Un’avanzata iniziata a fine anni Novanta quando, prima di occupare CasaPound, un gruppo neofascista romano decise di prendere un romanzo di Bradbury come vessillo facendosi chiamare “Fahrenheit 451”: si era all’inizio di una storia che avrebbe dato vita a una nuova corrente della destra radicale giovanile italiana. Pochi lo notarono e tra questi molti ironizzarono o risero, anche a destra, di quegli strani camerati che non sceglievano nomi sacri e consueti, ma si affidavano a un immaginario che sembrava estraneo all’area.
A distanza di qualche anno questa strategia nera sembrerà decisamente più chiara e lineare: sarà una delle chiavi del successo di quella organizzazione e più in generale di quanti a destra sapranno rendersi mainstream, abbandonando per sempre quell’autocompiaciuto e aristocratico sentirsi esuli in patria, per costruire una comunità di fascisti della porta accanto. E non è certo un caso che tutto ciò sia iniziato col rubare da destra Fahrenheit 451 di Bradbury, un testo del 1953 che, in quegli Stati Uniti militaristi, razzisti e classisti, per primo narrava quanto poteva essere sovversiva la cultura, un libro che, nonostante la fine del nazifascismo, ribadiva che una società che voleva essere ordinata e pura sarebbe finita sempre per ridurre in cenere le diversità.

Questo libello aveva come fine anche quello di mettere a disposizione nuove armi per coloro che desideravano intraprendere una militante controffensiva intellettuale verso una certa destra che già allora – l’idea del pamphlet è del 2016 – stava avanzando, almeno nella mia quotidianità, persino tra colleghi e conoscenti. Non fu un successo. A parte un lettore veneto che mi scrisse quanto utili fossero risultate quelle mie pagine durante le discussioni col figlio adolescente affascinato da Cp (così è chiamata l’organizzazione da chi ne fa parte), non sortii alcun altro ritorno, anzi, l’unica recensione che s’occupò del mio scritto fece presente questo: “Smentire, con dovizia di esempi, ricerche e persino ragionamenti seri, che Ray Bradbury era «di destra» poiché quelli di CasaPound l’hanno messo tra i loro 88 numi tutelari facendoti venire l’orticaria, dai, non è serio. Anzi, è da non credersi: non dico il fatto che quelli l’abbiano messo lì nel loro pantheon, ma che tu, Marco, abbia perso tempo per smentirli, che è tipo catturare l’aria con le mani. Ma che ce ne fotte se Bradbury era o non era di destra o fascista? […] Intellettualmente, CasaPound non è deprecabile, figurarsi, è solo un buco (nero) che si riempie grazie soprattutto a libri come questo” (Stefano I. Bianchi, Blow up, n. 274).

Quindi, “non è serio” provare a smentire, persino con “ragionamenti seri”, ciò che si ritiene falso, che poi sarebbe un tentativo per invitare a non parlare male cosicché, di conseguenza, non si finisca con il pensare male. E dire che fu proprio Orwell – uno dei numi tutelari di CasaPound – col suo 1984, ad allertarci sul fatto che il fascismo non si identifica con un determinato sistema di governo, ma viene praticato da tutti coloro che, indipendentemente dal colore ideologico, parlano male e facciano parlare male, e parlando male e facendo parlare male, pensino male e facciano pensare male. Provo a riassumere: la sensazione è che, sull’argomento CasaPound, io sia risultato schizzinoso, uno che abbia fatto delle storie per nulla.

Mi auguro vada meglio a Paolo Berizzi, inviato speciale de la Repubblica dove lavora dal 2000, autore de Il libro segreto di CasaPound edito nel 2025, che ho avuto il piacere di andare ad ascoltare lo scorso 6 dicembre nella sala Rossa del Comune di Savona, durante un incontro organizzato dalla libreria savonese Ubik.

Berizzi, che s’è occupato anche di lavoro nero, caporalato, droga, narcotraffico e tanto altro ancora, è conosciuto soprattutto per il suo ventennale lavoro di indagine sul neofascismo. Inchieste che mi sa siano state realizzate parecchio bene, dato che dal 1° febbraio 2019 vive sotto scorta in seguito a minacce di morte e atti intimidatori ricevuti da gruppi neofascisti.

“Non so ancora se e quanto resterò in CasaPound. Uscire è ancora più complicato che entrare. Soprattutto adesso. È peggiorato il clima di sospetto e di tensione, anche gratuita, spesso immotivata. Ho partecipato a campagne denigratorie sui fuoriusciti. Anche a trattamenti educativi per chi ha lasciato la comunità, magari con spiegazioni e giustificazioni che non stavano in piedi e che la direzione non gradiva. Se esci per motivi famigliari o lavorativi si accetta: non militi più, va bene, ma resti comunque un simpatizzante. Se invece lasci di punto in bianco, senza motivazioni plausibili, e la cosa non sta bene al capo sezione, scattano le spedizioni punitive. La paura la senti”, comincia così Il libro segreto di CasaPound. Le parole sono di un militante storico di Cp, deciso a rivelare storia, segreti, alleanze e affari di questa struttura di matrice neofascista, a partire dall’occupazione nel 2003 del palazzo in pieno centro a Roma, al civico 8 di via Napoleone III, di proprietà dell’Agenzia del demanio – un’occupazione tuttora in atto.

È una testimonianza straordinaria perché raccolta all’interno di un mondo da sempre inaccessibile, chiuso e protetto. Mai era successo prima che un militante storico di CasaPound rilasciasse una testimonianza così forte, precisa e dettagliata. Dice lo stesso Berizzi: “La voce di un militante di CasaPound da oltre vent’anni solleva per la prima volta il velo nero che copre l’organizzazione e ci guida alla scoperta di un mondo oscuro che riguarda tutti. Perché il neofascismo, quando è sdoganato, sfacciato, protetto e coperto da chi ha in mano il potere, è pericoloso per la democrazia”.

La sollevazione di questo velo nero, intende rivelare la vera storia dell’occupazione del palazzo di proprietà dello Stato in pieno centro a Roma, i nomi dei finanziatori di CasaPound mai resi pubblici prima, il “piano B” eversivo in caso di sgombero da via Napoleone III, i rapporti con Giorgia Meloni, i legami con la destra di governo, la violenza come metodo, i campi di addestramento, la copertura delle istituzioni, i rapporti con i media mainstream e ancora… i capi e i capetti, le donne, le ombre criminali e il sistema su cui s’è retta sinora l’architettura di questo lungo inganno chiamato CasaPound, un movimento che – dopo quasi un quarto di secolo – potrebbe andare incontro allo scioglimento per tentata ricostituzione del Partito fascista.

Prima di addentrarci in questo mondo oscuro, qualche parola sulle origini del libro, un lavoro che nasce da un incontro totalmente inaspettato. È il 6 giugno 2020 e Berizzi, accompagnato dai carabinieri della sua scorta, sta seguendo la manifestazione di CasaPound contro il green pass in piazza Santi Apostoli a Roma, un mezzo flop che, nonostante tutto, verrà ricordato come la protesta delle “mascherine tricolori”. È in quell’occasione che gli uomini della scorta lasciano che una ragazza lo avvicini perché possa dirgli alcune parole: “Le sembrerà strano, ma se vuole sapere la verità su CasaPound contatti questo numero…”. Gli lascia un bigliettino, saluta e s’allontana. La modalità della ragazza sorprende Berizzi e, pensando a uno scherzo, inizialmente sorride, poi smette pensando a una possibile trappola, una provocazione. Dimentica l’episodio, ma mesi dopo, in seguito a un suo tweet su X, un utente gli scrive in privato dicendogli d’essere disposto a raccontargli cose inedite su CasaPound. Al termine di alcuni rapidi contatti telefonici con la presunta fonte e di numerose verifiche effettuate di persona specialmente sul territorio romano, il giornalista scoprirà di non esser stato contattato da un millantatore, ma da un militante di primo livello di Cpi (acronimo di CasaPound Italia). Ottenute le dovute garanzie reciproche, fissano il primo appuntamento a cui ne seguiranno molti altri. La fonte è pronta a “tradire” il gruppo, un gruppo in cui il militante ha molto creduto ma nel quale, così spiega, non crede più. O perlomeno non crede più come prima. Berizzi sa bene di correre il rischio di essere “usato” – è evidente che il neofascista stia mettendo in atto una regolazione di conti all’interno di CasaPound –, ma il materiale messogli a disposizione è davvero tanto e interessante, e capisce che quella mole d’informazioni non solo può reggere un libro, ma è importante che lo diventi.

Verremo così a leggere quella che per Berizzi è la vera storia dell’occupazione del palazzo dello Stato. Un’occupazione che darà vita alla “prima di una serie di stronzate che hanno tolto credibilità al gruppo e creato forti tensioni interne”. Secondo la gola profonda, la prima stronzata è stata quella di convertire gli spazi dell’edificio occupato in quattro alloggi per piano, che avrebbero dovuto ospitare solo famiglie povere in difficoltà – solo ed esclusivamente italiane, ovviamente – mentre, invece, finiranno con l’accogliere anche capi e capetti di CasaPound con tanto di mogli, figli, genitori e parenti vari.

La fonte racconta inoltre che Giorgia Meloni ha fatto tanti “presenti” insieme ai militanti di Cp, quand’era giovane, e che il suo gancio era l’amico Simone Di Stefano – cofondatore di CasaPound, di cui ne è stato anche vicepresidente e segretario nazionale –, lo stesso che l’accolse nella sezione del Msi della Garbatella quando, nel 1992, Meloni iniziò a fare politica attiva: “Quando Giorgia Meloni ha iniziato ad avere ruoli istituzionali non è più venuta ad Acca Larentia. Non da militante, insomma. Ha cominciato a tenere la distanza fisica della prudenza. Ma il suo giro è comunque lo stesso di Di Stefano […]”. Insomma, il libro sostiene che non è affatto vero che Giorgia Meloni non abbia avuto e non abbia rapporti con CasaPound.

Altro passaggio parecchio interessante è quello dedicato agli Unici, una settantina di uomini e donne dei quali si fanno nomi e cognomi, fra cui imprenditori (per esempio, Marco Della Bernardina, presidente dei Giovani di Confindustria Verona), giornalisti (per esempio, Gianluca Mazzini di Mediaset e Davide Burchiellaro per dodici anni vicedirettore di Marie Claire Italia e per altri quattordici anni a Panorama), avvocati (per esempio, Domenico Di Tullio, anche legale di CasaPound), il generale dell’Aeronautica Paolo Pappalepore, l’ambasciatore d’Italia in Giappone Mario Vattani, oltre a docenti universitari, medici, politici, tassisti, una guida turistica e altri insospettabili. Gli Unici nascono nel 2017, un anno prima delle elezioni politiche, quando CasaPound prova a ottenere una rappresentanza parlamentare. Gli Unici sono persone che assicurano a Cp una copertura finanziaria non solo nell’immediato, ma anche nel tempo. Soldi necessari a sostenere campagne elettorali, iniziative, candidature. Risorse che servono a far crescere il movimento e aiutarlo a essere competitivo in mezzo a partiti al confronto dei quali CasaPound scompare. Sino a quel momento Cp era sempre stato un movimento, mai un partito, non aveva mai percepito finanziamenti pubblici. Per loro le elezioni non andarono benissimo: otterranno lo 0,9%, molto al di sotto della soglia del 3%, e il 26 giugno 2019 decideranno di non presentarsi più alle competizioni elettorali.

È un libro pieno di tante altre sorprese che non svelo, anche per rispetto del lavoro dell’autore. Aggiungo solo un passaggio della fonte rivelatasi a Berizzi, che richiama alla memoria tanta Italia degli ultimi cent’anni: “Ci sono state tante aggressioni premeditate, organizzate a tavolino. O comunque che sono partite da noi. E sono state decine. Quella a Trastevere contro i quattro ragazzi del Cinema America; quelle di Torino e Cremona; quella ancora a Roma, nei pressi del Cutty Sark, contro quattro giovani della Rete degli studenti medi e della Sinistra Universitaria dopo la manifestazione del Partito democratico in piazza Santi Apostoli; quella di Torino, contro il cronista de La Stampa Andrea Joly”.

Ma forse anche tutte queste aggressioni, così come l’intero libro di Berizzi, potrebbero risultare, ai più, come delle pratiche da evadere velocemente archiviandole nel fascicolo degli schizzinosi, di chi fa delle storie per nulla, che poi credo sia un po’ quello che successe con le prime aggressioni fasciste avvenute tra il 1919 e il 1922.

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Capitalismo e Neanderthal https://www.carmillaonline.com/2026/05/07/capitalismo-e-neanderthal/ Thu, 07 May 2026 20:00:15 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94238 di Franco Ricciardiello

Rachel Kushner, Il lago della creazione (Creation lake, 2024), 400 pagg, euro 21,00, Einaudi 2026

“Non ci interessa come vivere nell’epoca attuale, ma come vivere contro l’epoca attuale” Bruno Lacombe, pag. 154

Nel precedente, straordinario I lanciafiamme (2013; Ponte alle Grazie, 2014), Kushner raccontava en passant l’Italia degli anni Settanta, introducendo tra l’altro un personaggio nel quale Nanni Balestrini stesso si sarebbe riconosciuto; nel presente Lago della creazione l’autrice statunitense continua ad affrontare, come pure negli altri due romanzi della sua non prolifica carriera (Telex da Cuba, 2008; Mondadori, 2010 e Mars Room, 2018; Einaudi, 2019), gli [...]]]> di Franco Ricciardiello

Rachel Kushner, Il lago della creazione (Creation lake, 2024), 400 pagg, euro 21,00, Einaudi 2026

“Non ci interessa come vivere nell’epoca attuale,
ma come vivere contro l’epoca attuale”
Bruno Lacombe, pag. 154

Nel precedente, straordinario I lanciafiamme (2013; Ponte alle Grazie, 2014), Kushner raccontava en passant l’Italia degli anni Settanta, introducendo tra l’altro un personaggio nel quale Nanni Balestrini stesso si sarebbe riconosciuto; nel presente Lago della creazione l’autrice statunitense continua ad affrontare, come pure negli altri due romanzi della sua non prolifica carriera (Telex da Cuba, 2008; Mondadori, 2010 e Mars Room, 2018; Einaudi, 2019), gli orrori del capitalismo e storie varie di opposizione: dopo l’insurrezione castrista, la spontaneità operaia e l’assistenza nelle carceri private americane, sceglie un’ambientazione europea, la Francia rurale e l’utopia di un ritorno alla natura.

Nella Guienna, entroterra di Bordeaux, una comunità in qualche modo anarchica ha fondato una comune agricola, Le Moulin, ispirata al pensiero del filosofo radicale post-marxista Bruno Lacombe. Quest’ultimo, ex seguace del situazionista Guy Debord, si è ritirato a vivere in una località non specificata, ma vicina alla comune, e da lì spedisce email ai Moulinard in risposta a domande specifiche, ma divaga anche su questioni filosofiche.

I Moulinard, i componenti della comune agricola, sono sospettati di voler boicottare il progetto di un gigantesco bacino idrico che minaccia di dissestare le risorse e l’ecosistema della regione, al quale si oppongono fieramente anche a nome di molti agricoltori. L’autrice sceglie un punto di vista particolare, il personaggio di Sadie Smith, una statunitense giovane e attraente, che però è pagata da committenti che neppure lei conosce per infiltrare i Moulinard e, nel caso in cui non stessero progettando un sabotaggio illegale, indurli a un’azione violenta, così da scatenare la repressione delle autorità e spazzare via la comune.

Sadie si è trasferita a lavorare in Europa dopo essere stata licenziata da un’agenzia federale Usa per la quale agiva sotto copertina: ha sì indotto un adolescente a un attentato terroristico, ma il successivo processo ha sentenziato che il ragazzo è stato convinto all’atto da una agente prezzolata. Non se ne conosce ancora la vera identità, ma giornalisti investigativi stanno lavorando sui documenti, e Sadie sente sul collo il fiato della giustizia.

A Le Moulin il suo incarico di spia e agent provocateur procede come previsto, tranne il fatto che le email di Lacombe suscitano il vivo interesse dell’infiltrata. Lacombe è in effetti il vero protagonista del romanzo, e la sua filosofia di vita è il cuore della riflessione intorno al problema di come opporsi alla massificazione capitalista e consumista. Nelle sue lunghe email, Lacombe espone una propria “teoria unificata dell’esistenza” basata sulla contrapposizione, fra l’alba dell’umanità e oggi, tra i remissivi Neanderthal e gli aggressivi Sapiens, e sulla sopravvivenza di caratteri Thal (così chiama la razza ominide spazzata via dagli uomini) nella nostra genetica.

Dopo il maggio del ’68 c’è stata una scissione tra lui e diversi compagni marxisti. Lacombe era l’unico a sostenere che il proletariato non fosse più in grado di distruggere la società capitalista. Anzi, era diventato parte integrante del capitalismo, un pilastro di quel mondo che, secondo lui, dobbiamo abbandonare. (par. 154)

Il lago della creazione non è un romanzo d’azione, anche se gli ultimi capitoli sono piuttosto concitati; l’autrice ci trascina inevitabilmente a simpatizzare con Sadie Smith, anche se non condividiamo i suoi intenti e disprezziamo i metodi e le motivazioni di chi l’ha inviata. Un colpo di coda nell’epilogo giustifica retrospettivamente la nostra fiducia nel personaggio, senza distoglierci dalla consapevolezza che l’autrice “si è ispirata a vicende reali di infiltrazione poliziesca e persecuzione giudiziaria contro l’attivismo ecologista”, come leggiamo nei risvolti di copertina.

La scrittura di Rachel Kushner è molto particolare; è noto che è stata paragonata a quella di Don DeLillo (da David Ulin sul New York Times); è estremamente adatta a inserire divagazioni, storie collaterali, flashback, documenti apocrifi e tutto ciò che fa di un romanzo come questo una pietra importante nella riflessione su come sostituire il capitalismo con un sistema più umano — e più thal se preferite.

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Memoria selettiva e riscrittura del passato nella Russia contemporanea https://www.carmillaonline.com/2026/05/06/memoria-selettiva-e-riscrittura-del-passato-nella-russia-contemporanea/ Wed, 06 May 2026 20:00:26 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94012 di Gioacchino Toni

Gian Piero Piretto, Il Paese di Putin. 20 parole russe al servizio della propaganda, Raffaello Cortina Editore, Milano 2026, pp. 240, € 19,00

«C’erano una volta parole che raccontavano l’identità di un popolo. Sobórnost’, l’unione spirituale tra individui, prostór, lo spazio sconfinato che attraeva e respingeva con la sua immensità, stabíl’nost’, la stabilità e l’attendibilità di un sistema governativo. Per secoli questi concetti hanno improntato di sé letteratura, filosofia e memoria collettiva russa. Oggi quelle parole parlano un’altra lingua. Con sottile violenza la propaganda del potere le ha svuotate, travisate, trasformate in slogan. La spiritualità è diventata moralismo di [...]]]> di Gioacchino Toni

Gian Piero Piretto, Il Paese di Putin. 20 parole russe al servizio della propaganda, Raffaello Cortina Editore, Milano 2026, pp. 240, € 19,00

«C’erano una volta parole che raccontavano l’identità di un popolo. Sobórnost’, l’unione spirituale tra individui, prostór, lo spazio sconfinato che attraeva e respingeva con la sua immensità, stabíl’nost’, la stabilità e l’attendibilità di un sistema governativo. Per secoli questi concetti hanno improntato di sé letteratura, filosofia e memoria collettiva russa. Oggi quelle parole parlano un’altra lingua. Con sottile violenza la propaganda del potere le ha svuotate, travisate, trasformate in slogan. La spiritualità è diventata moralismo di Stato. L’identità popolare è stata ridotta a nazionalismo. La memoria si è ristretta a un mito glorioso, utile al presente». Così, in quarta di copertina, viene presentato il volume Il Paese di Putin (2026) in cui Gian Piero Piretto, analizzando una serie di parole chiave della cultura russa, indaga come, sfruttando le disillusioni che non hanno tardato a manifestarsi nella Russia postsovietica, gli attuali detentori del potere abbiano operato un recupero selettivo del passato e una sua riscrittura al servizio della costruzione di un immaginario loro utile.

Non si tratta di un processo del tutto nuovo, avverte Piretto. Mentre la cultura nel periodo rivoluzionario sovietico, intenzionata a creare un nuovo mondo, si era focalizzata sulla cancellazione del passato senza operare un vero e proprio processo di riscrittura, sotto Stalin si è data una vera e propria rivisitazione della storia, contemplante una riscrittura dalla stessa rivoluzione volta a neutralizzarne diverse componenti  utopistiche, ricorrendo ad aspetti della cultura russa pererivoluzionaria utili al nuovo corso politico. Analogamente, la politica putinina ha operato una ripresa e una riscrittura di termini e concetti chiave della cultura russa, sia sovietica che presovietica, a proprio uso e consumo.

Nel volume Piretto passa in rassegna venti termini di cui indaga il processo di ripresa e risignificazione dedicandovi altrettanti capitoli: Prostór (Spazio sconfinato); Juródivyj (Folle in Cristo); Stránnik (Pellegrino eterno); Rússkaja dušá (Anima russa); Toská (Malinconia, struggimento, angoscia); Chandrá (Spleen, male di vivere); Sobórnost’ (Unità nella molteplicità); Smirénie (Remissiva accettazione, umiltà interiore); Ikóna (Icona); Rússkaja idéja (Idea russa); Rússkij mir (Mondo, pace, comunità russa); Póšlost’ (Volgarità etica, banalità); Chámstvo (Arroganza gratuita); Nostal’gíja (Nostalgia per il passato); Pobéda (Vittoria); Byt (Peso della quotidianità, atteggiamento comportamentale); Stabíl’nost’ (Stabilità); Monumentál’nyj patriotízm (Patriottismo monumentale); O glávnom (A proposito di ciò che conta); Bátjuška (Caro padre (padrone)).

L’intenzione dell’autore, come lui stesso tiene a sottolineare, non è decretare quali di questi termini siano “autentici” e quali “mistificati”, tantomeno proporre una sorta di controdizionario della Russia attuale, bensì «mostrare come alcune parole della tradizione culturale russa siano oggi diventate dispositivi di potere, strumenti attraverso cui il linguaggio organizza il consenso, legittima la violenza e normalizza l’autoritarismo» (p. 227).

Nel capitolo dedicato al concetto di nostal’gíja, nostalgia per il passato, Piretto riporta alcuni esempi di come nella Russia contemporanea il potere abbia cavalcato il sentimento di nostalgia che ha coinvolto soprattutto la componente meno giovane della società alle prese con le disillusioni per il nuovo corso postsovietico. Del periodo sovietico, sottolinea Piretto, il rimpianto non riguarda l’ideologia comunista in sé, quanto piuttosto la stabilità, la sicurezza sociale e la prevedibilità che esso garantiva. Di fronte all’insoddisfazione per il dilagare di prodotti materiali e culturali occidentali estranei alla tradizione russa non ha tardato a farsi strada, tra i più anziani, un immaginario votato all’autarchia teso a rifugiarsi nel passato.

A testimonianza del rifugio nella nostalgia, l’autore riporta la messa in onda a cavallo del cambio di millennio di programmi televisivi musicali votati al recupero di vecchie canzoni e la riposizione di marchi e prodotti alimentari del passato preoccidentalizzato in cui alle preferenze estetiche si sovrappongono nostalgie emotive derivanti sopratutto dall’insoddisfazione per il presente. Il potere putiniano ha saputo sfruttare tale clima giocando la carta del recupero selettivo e risignificato tanto della vecchia Russia zarista quanto di quella sovietica, in questo ultimo caso piegando il senso di nostalgia non all’ideologia comunista ma alla sua estetica rassicurante in un clima di incertezza come quello attuale. In tal senso può essere letta la scelta del ministro degli Esteri Lavróv di presentarsi all’incontro Trump-Putin in Alaska con una felpa recante la scritta CCCP. Al mito trumpiano del recupero della grandezza di un tempo da parte statunitense, si affianca quello putiniano del recupero della grandezza della Russia di età sovietica. In entrambi i casi si è di fronte a forme di nostalgia costruite su un passato mitizzato al servizio dell’esercizio del potere contemporaneo.

Nostalgia per un ordine allegorico perduto, contro il caos e l’indeterminatezza del presente. Grande investimento sulla retorica dei “nonni che hanno vinto la guerra”, come aveva fatto Stalin nel 1941 (rispetto alla guerra civile) per legittimare le politiche correnti con il recupero del modello di uno Stato forte e centralizzato, rivalutando i meriti di Stalin, sostenendo e investendo in un rimpianto per la potenza perduta e la stabilità simbolica, evitando però di recuperare il comunismo (soprattutto in chiave leniniana) (p. 138).

Nella Russia contemporanea in preda all’incertezza, l’URSS è divenuta un «contenitore simbolico fluido» in cui rifugiarsi, sia che la si pieghi a mito eroico o a feticcio estetico da rielaborare con ironia. Il ricorso a categorie tradizionali è utile al discorso ufficiale per reinventare un “senso comune”; il passato diviene mero arsenale simbolico da cui attingere per prospettare il futuro come un ritorno. «Gli individui provano nostalgia non per l’URSS reale o per la Russia imperiale, ma per la promessa di un futuro migliore che le rappresentazioni mitologiche di quelle realtà raffigurano» (p. 139).

A proposito del lemma pobéda, vittoria, Piretto tratteggia come è cambiata nel tempo la parata del 9 maggio introdotta da Stalin con cui, a partire dal 1945, viene celebrata la vittoria nella Grande guerra patriottica. Tornata per volere dello stesso Stalin giornata lavorativa già nel 1947, la festività viene reintrodotta nel 1965 aggiungendo l’esposizione sulla Piazza Rossa del vessillo della vittoria posto trionfalmente sul Reichstag di Berlino. Il protocollo introdotto da Stalin che prevede che il leader assista alla parata militare senza tradire emotività dall’alto della tribuna del Mausoleo di Lenin viene sostanzialmente mantenuto sino al 1985, quando Gorbačëv adotta atteggiamenti meno austeri nei confronti delle autorità straniere presenti.

A infrangere decisamente la tradizione è invece Putin nel 2005 quando, oltre a conferire un inedito significato nazionalistico al nastro di san Giorgio con i colori coincidenti con quelli del tricolore russo, si concede, insieme alla moglie, di sfilare con passo misurato su di un tappeto rosso steso sulla piazza palesando un atteggiamento di superiorità nei confronti degli ospiti stranieri allineati ad attenderlo, inaugurando una strategia di esibizione ripetuta nel corso dei suoi insediamenti presidenziali. Nonostante le modifiche al cerimoniale tradizionale, la parata di Putin può dirsi a tutti gli effetti all’insegna della nostalgia sovietica, con tanto di canti, uniformi e bandiere del periodo della guerra ed esibizione dei pochi veterani ancora in vita. Una messa in scena studiata per omaggiare la potenza della vecchia Unione sovietica e coloro che erano stati umiliati e dimenticati dal crollo del regime socialista. Soprattutto a partire dalla metà degli anni Dieci del nuovo millennio, per quanto all’insegna di una certa sobrietà, i festeggiamenti si sono via via impregnati di quel nazionalismo e di quella esaltazione del sacrificio in guerra che si sarebbero palesati in maniera amplificata nel 2022 in una vera e propria mitologizzazione del “popolo vincitore”, alle prese con nuove prove.

A proposito del monumentál’nyj patriotízm, patriottismo monumentale, Piretto ricorda come la “propaganda monumentale” lanciata da Lenin nei primi anni di potere sovietico, finalizzata a rifondare l’immaginario collettivo in senso rivoluzionario con l’abbattimento dei vecchi miti imperiali, sia stata ripresa, con scopi parzialmente differenti, da Stalin negli anni Trenta. A sua volta lo stesso Putin ha ripreso la variante staliniana piegandola a un patriottismo che «si presenta come una forma depurata e istituzionalizzata di nazionalismo, funzionale al controllo sociale e all’espansione geopolitica» (p. 173). A differenza del nazionalismo classico, però, sottolinea Piretto, in questo caso non si tratta soltanto di rivendicare «la superiorità del popolo russo, ma anche la centralità dello Stato come polo morale, storico e spirituale» (p. 174).

Nel 2005 il metropolita Kiríll, futuro patriarca, istituisce la giornata dell’Unità nazionale con riferimento alla storica liberazione del Cremlino dai polacchi del 1612 istituendo un parallelo con la vittoria della Grande guerra patriottica alla luce della comune spinta eroica e di massa e della solidarietà di fronte alle minacce di un nemico mortale enfatizzando la componente religiosa della festività volta a ricordare come il popolo russo abbia sempre combattuto con il sostegno di Dio. Una fusione tra religiosità e Stato all’insegna di una sorta di “teologia della guerra” «in cui sia la discesa in campo sia la vittoria sono percepite come convalide divine» (p. 175).

Sostanzialmente la nuova solennità del 4 novembre fu istituita per mettere in ombra la festività sovietica della Grande rivoluzione socialista d’ottobre che storicamente cadeva pochi giorni più tardi, il 7 dello stesso mese. La ricorrenza del 7 novembre non fu annullata, ma venne dedicata non già all’anniversario dell’ottobre 1917, bensì alla parata organizzata in quella ricorrenza da Stalin nel 1941 quando, nell’URSS già occupata da Hitler, i soldati sfilarono al suo cospetto sulla Piazza Rossa marciando verso il fronte (p. 175).

La vittoria sovietica contro i nazisti ha assunto un ruolo centrale nell’ideologia putiniana di grandezza russa con la figura di Stalin posta a simbolo di eroe di guerra per eccellenza.

Nel 2021, in occasione dell’inaugurazione a Pskov di un monumento ad Aleksánder Névskij, santo della Chiesa Ortodossa a cui si lega la vittoria contro gli svedesi nel 1240 e quella sui cavalieri teutonici del 1242, Putin ha parlato di lui come di un sovrano patriota custode della fede, delle tradizioni, della forza spirituale e morale del popolo. La figura di Névskij era stata celebrata anche da Stalin che aveva paragonato la sua guerra contro i cavalieri teutonici a quella condotta contro il nazismo rivendicando la «superiorità morale e identitaria della Russia rispetto al corrotto Occidente» (p. 177).

Piretto evidenzia come anche la roboante colonna sonora di Prokóf’ev composta per il film di Éjzenštéjn del 1938, commissionato da Stalin, dedicato alla figura di Névskij, sia stata utilizzata in chiave propagandistica contemporanea: il perentorio invito al popolo – “Levatevi, genti russe!” –, ripreso dalle parole dalla versione russa dell’Internazionale, lo si ritrova non solo nell’incipit di uno dei canti più importanti della Grande guerra patriottica contro il nazismo, risuonante ad ogni parata della vittoria putiniana, ma anche in una canzone di Shamán, celebrità del pop mistico-nazionalistico russo attuale, in cui si miscelano ortodossia religiosa, folklore e militarismo con espliciti rifermenti a sostegno dell’Operazione militare speciale in Ucraina. «Apologia della belligeranza e macabro culto glamour della morte: guerra e sacrificio della vita unificati nello spirito di una dimensione sacrale» (p. 179).

Putin crede nell’eccezionalità del “mondo russo” a partire dalla conversione ortodossa di Vladímir il Grande nel 988. Disprezza l’ideologia marxista, convinto che la rivoluzione leninista abbia distrutto l’Impero russo. Da una decina d’anni, in occasione delle manifestazioni sulla Piazza Rossa, il Mausoleo di Lenin viene mimetizzato con strutture e pannelli scenografici spesso finalizzati a ospitare la tribuna d’onore e, al contempo, a dissimulare la presenza del monumento (p. 180).

Mentre si è appropriato, selettivamente, di componenti dell’estetica sovietica, Putin ha fatto di tutto, scrive Piretto, per deideologizzare Lenin, in quanto simbolo del comunismo sovietico, a favore di Stalin e di altre figure del passato remoto russo. Non è pertanto un caso se, in Russia, dal Duemila a oggi sono state erette più di cento statue in onore di Stalin e si sono moltiplicati gli omaggi a personaggi impresentabili del passato come nel caso dell’enorme monumento a Iván il Terribile innalzato a Vólogda il 4 novembre del 2025, in occasione del giorno della festa per l’unità nazionale. Il tono assertivo di questi monumenti volti a celebrare personalità del passato russo, sostiene Piretto, mostra il procedere per semplificazioni della storia attraverso operazioni di decontestualizzazione e ricontestualizzazione di eventi e personaggi ad uso del presente e di chi lo governa.

A dare il senso dell’utilizzo politico propagandistico delle religione è il processo di risignificazione dell’ikóna, icona, a cui si assiste da qualche tempo in Russia. Per quanto, puntualizza Piretto, il particolare rapporto nei confronti delle icone che caratterizza l’universo russo non fosse venuto meno nemmeno durante l’epoca sovietica, indubbiamente con la fine dell’URSS la Chiesa ortodossa, insieme all’amor di patria, ha assunto sempre più il ruolo di custode della tradizione e dell’identità russe facendo di essa un interlocutore privilegiato della politica contemporanea di matrice smaccatamente nazionalistica.

La pratica religiosa nella Russia di oggi, strizza l’occhio alla gestione governativa, alimenta una religiosità popolare facile da gestire e carica di simbolismo che oppone, ancora una volta, l’unicità della “Russia spirituale” all’Occidente secolarizzato. Emozione, pàthos e orgoglio nazionale: il sacro diventa strumento emotivo e performativo (p. 96)

La Chiesa ortodossa guidata dal patriarca Kiríll, con le sue concessioni a forme di religiosità legate alla superstizione popolare non in linea con la teologia ufficiale, in cui si accavallano elementi pagani al credo cristiano, ha assunto un ruolo politico sempre più importante nella Russia contemporanea, non a caso le argomentazioni teologiche e morali a sostegno dell’intervento russo in Ucraina portate dal patriarca – che ha esplicitamente parlato di “guerra santa” e di “lotta spirituale” a difesa della fede – sono state riprese dallo stesso Putin che, in occasione del Natale ortodosso del 2026, ha esplicitamente fatto riferimento alla “missione sacra per conto del Signore” portata avanti, da sempre, dai soldati russi. In un tale contesto il culto delle icone ha acquisito valenze politiche ben distanti da quelle primigenie, piegandosi al rafforzamento del potere temporale fino a suggerire che «la leadership di Putin sia non solo politica ma anche spiritualmente ratificata» (p. 102). Frequentemente a fare da sfondo ai comizi politici e agli spettacoli patriottici troneggiano gigantografie di antiche icone così da «ribadire il legame di quanto succede sul palco con la sacralità della nazione e di chi la rappresenta» (p. 102).

Concludendo, stando al volume di Piretto, l’operazione di eclettica riscrittura di termini/concetti tradizionali in funzione della propaganda contemporanea, li ha allontanati dalle radici storiche, materiali, politiche e culturali da cui sono sorti e dalla stratificazione che li ha plasmati nel corso del tempo, riducendoli, spesso, a slogan grossolani, volti a preservare il potere, che parlano all’emotività di un popolo che, paradossalmente, anziché riappropriarsi della storia materiale e culturale che gli è stata sottratta, attraverso tale processo, ne viene ulteriormente privato.

 

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Il nuovo disordine mondiale / 36 – Imperi e fine dei mondi https://www.carmillaonline.com/2026/05/05/le-conquiste-degli-imperi-e-la-fine-dei-mondi/ Tue, 05 May 2026 20:00:31 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94510 di Sandro Moiso

Lucio Russo, Il tracollo culturale. La conquista romana del Mediterraneo (146-145 a.C.), Nuova edizione a cura di Emanuela Salciccia, Carocci editore, Roma 2026, pp. 298, 27 euro

Francesco Borri, Il regno perduto degli dèi. Il paganesimo nell’Europa medievale (300-1200), Carocci editore, Roma 2026, pp. 455, 42 euro

Nei primi giorni di aprile il demi-monde dell’intellettualità liberal si è mostrato estremamente impressionato e preoccupato per le parole espresse da Donald Trump a proposito dello scontro, da lui voluto insieme al degno compare Bibi Netanyahu, con l’Iran: «Questa notte un’intera civiltà morirà». Minaccia preceduta di poche ore da un’altra: [...]]]> di Sandro Moiso

Lucio Russo, Il tracollo culturale. La conquista romana del Mediterraneo (146-145 a.C.), Nuova edizione a cura di Emanuela Salciccia, Carocci editore, Roma 2026, pp. 298, 27 euro

Francesco Borri, Il regno perduto degli dèi. Il paganesimo nell’Europa medievale (300-1200), Carocci editore, Roma 2026, pp. 455, 42 euro

Nei primi giorni di aprile il demi-monde dell’intellettualità liberal si è mostrato estremamente impressionato e preoccupato per le parole espresse da Donald Trump a proposito dello scontro, da lui voluto insieme al degno compare Bibi Netanyahu, con l’Iran: «Questa notte un’intera civiltà morirà». Minaccia preceduta di poche ore da un’altra: «L’Iran potrebbe essere eliminato in una sola notte, e potrebbe accadere già domani sera». Dichiarazioni che sono proseguite negli ultimi giorni, con la promessa di radere al suolo l’Iran, se questo oserà attaccare le navi della marina statunitense schierate nello Stretto di Hormuz.

Lo stupore per tali affermazioni, da un lato, ci obbliga senz’altro a configurare l’orizzonte storico in cui ci troviamo come fine del mondo, un’apocalisse in cui si corre il rischio che non possa più esserci alcun mondo possibile, mentre dall’altro rivela come per la società occidentale, figlia e nipote del colonialismo, del capitalismo e dell’ideologia del progresso, tale idea costituisca «una novità assoluta, una possibilità che finora, sulla nostra trionfale traiettoria storica, non s’era mai affacciata»1.

Uno stupore, però, che può essere manifestato soltanto da chi, in Occidente, non conosca oppure voglia ignorare una storia di dominio che della cancellazione di civiltà, culture e popoli ha fatto la sua essenza a partire da molti secoli addietro. Una tradizione che le operazioni militari di Israele a Gaza e in Libano e le minacce di Trump nei confronti dell’Iran non fanno che confermare.

La fine del mondo è un tema apparentemente sconfinato – perlomeno, è chiaro, fino a che non accade. Il registro etnografico restituisce una varietà di modi in cui le culture umane hanno immaginato la disarticolazione dei cardini spazio-temporali della storia. Alcune di queste concezioni sembrano aver riguadagnato nuova vita a partire dagli anni ’90 del secolo scorso, quando si è formato un consenso scientifico sulle trasformazioni in corso nel regime termodinamico del pianeta. I materiali e le analisi sulle cause (antropiche) e le conseguenze (catastrofiche) della “crisi” planetaria si accumulano con estrema rapidità, mobilitando sia la percezione popolare, debitamente influenzata dai media, sia la riflessione accademica. […] Su questo tema esistono blockbusters di genere fantascientifico, docu-fiction di History Channel, libri di divulgazione scientifica con vari livelli di complessità, videogiochi, opere musicali e artistiche, blog rappresentativi di ogni sorta di ideologia, congressi scientifici, riviste accademiche e reti di informazione specializzate, rapporti e dichiarazioni di organizzazioni mondiali tra le più diverse, summit sul clima invariabilmente frustranti, simposi di teologia e pronunciamenti papali, saggi di filosofia, cerimonie new age e di altri movimenti neopagani, un numero esponenzialmente crescente di manifesti politici – ogni genere di testi, contesti, strumenti, oratori e tipi di pubblico. La presenza di questo tema nella cultura contemporanea si è intensificata sempre più rapidamente2.

Gli autori di queste considerazioni sottolineano, però, che valgono principalmente per “noi” poiché nel corso della storia, per un gran numero di culture, società e civiltà altre dalla “nostra”, tale fine è già avvenuta, a seguito delle conquiste e devastazioni di cui si è macchiato il cammino del progresso o, almeno, di ciò che l’Occidente ha a lungo presentato come tale.

Vicende drammatiche che non basta soltanto inserire nella storia del dominio coloniale europeo sugli altri mondi possibili e i popoli degli altri continenti, poiché tale rimozione forzata di conoscenze, società, culture e religioni è partita proprio dall’interno dello stesso continente europeo, almeno fin dall’espansione di Roma e del suo, successivo, impero. Cosa che invece ci ricordano i due importantissimi testi pubblicati a breve distanza di tempo da Carocci editore.

Nel primo Lucio Russo spiega come il biennio 146-145 a.C. costituisca uno spartiacque drammatico e fondamentale della storia del mondo mediterraneo, durante il quale Roma si impadronì di fatto di tutto il Mediterraneo, distruggendo Cartagine, sottomettendo la Grecia e riducendo Egitto e Siria alle sue dipendenze. L’espansione del potere di Roma si accompagnò a un grave regresso culturale, finora largamente ignorato, che nel testo viene illustrato nei suoi vari aspetti: il crollo della scienza, la fine delle ricerche filosofiche e linguistiche, la profonda trasformazione della tecnologia, che recise ogni legame con la scienza e la cultura scritta, insieme alla drastica riduzione delle conoscenze geografiche. Contribuendo a dimostrare come quel tracollo e l’oblio che lo ha avvolto nella ricerca storiografica abbiano fortemente condizionato tutta la successiva cultura occidentale fino ai nostri giorni.

Lucio Russo (Venezia, 1944 – Bologna, 2025) è stato fisico, filologo e storico della scienza e ha insegnato nelle Università di Napoli, Modena e Roma Tor Vergata, dove si è occupato di meccanica statistica, probabilità e storia della scienza. Tra le sue tante pubblicazioni vanno ricordate in particolare: L’America dimenticata. I rapporti tra le civiltà e un errore di Tolomeo (Mondadori Università, 2013), La rivoluzione dimenticata. Il pensiero scientifico greco e la scienza moderna (Feltrinelli, 2021), Archimede. Un grande scienziato antico (Carocci Editore, 4ᵃ ristampa 2024) e Euclide: il libro degli Elementi. Una nuova lettura (con G. Pirro ed E. Salciccia, Carocci, 10ᵃ rist., 2025).

Proprio nella sua Introduzione al testo, l’autore ricorda la domanda che più volte gli è stata posta a proposito delle conoscenze scientifiche e geografiche antiche, dopo la pubblicazione di La rivoluzione dimenticata e L’America dimenticata: «Se veramente si erano raggiunte conoscenze di così alto livello, come è stato possibile perderle?»3.

Secondo l’autore, per comprendere l’autentica catastrofe culturale succedutasi alla conquista e alla sottomissione da parte romana di Cartagine, della Grecia, dell’Egitto, della Siria seleucide e degli altri stati del Mediterraneo orientale, avvenuta quasi contemporaneamente intorno al 145 a.C., occorre ricordare come l’attività bellica fosse prioritaria nell’economia romana e come l’esercito svolgesse un ruolo centrale nella società romana e nel suo sistema di valori.

Lo Stato romano era un’estensione dell’esercito: i consoli erano innanzitutto comandanti militari e il cittadino esercitava i suoi diritti politici nei comizi centuriati, ossia come membro della particolare unità militare detta “centuria”.
[…] Gli enormi costi, economici e umani, di un esercito che impegnava le migliori forze lavoro disponibili erano sopportabili solo se le guerre fornivano anche una parte essenziale del reddito.
[Così] Il fondamentale contributo della guerra all’economia della Roma repubblicana (senza analogie in città come Cartagine o Alessandria) è stato spesso sottovalutato; tuttavia diversi storici l’hanno sottolineato: in primo luogo Max Weber, che aveva individuato nella Roma repubblicana una forma di “capitalismo imperialistico” basato sulla guerra […] Naturalmente il sistema poteva funzionare, come in realtà funzionò per tanti secoli, solo se le guerre si succedevano senza interruzioni. Le porte del tempio di Giano erano chiuse in tempo di pace e tenute aperte quando si era in guerra. Tito Livio afferma che nei sei secoli e mezzo trascorsi tra il regno di Numa Pompilio e l’ascesa di Ottaviano Augusto quelle porte erano state chiuse una sola volta: nel 235 a. C., durante il consolato di Tito Manlio Torquato, che aveva appena completato la conquista della Sardegna4.

Si capisce così il motivo per cui i Romani siano rimasti celebri più per le opere di ingegneria, spesso dai risvolti militari come nel caso di strade e ponti oppure strutture e macchine da assedio, che non per la scienza, la filosofia o altre forme di conoscenza teorica ben più sviluppate nelle “civiltà” che avevano sottomesso e/o distrutto. E anche se la rete stradale romana raggiunse la lunghezza di 120.000 chilometri, non vi è dubbio che la tecnologia fosse, secondo l’autore, di carattere post-scientifico, ottenuta assimilando molti elementi della tecnologia scientifica precedente, ma eliminando quelli più complessi e raffinati, contenuti nell’antica manualistica, e tagliandone ogni rapporto con la scienza. Una tecnologia di notevole efficacia, che però si trasmetteva da maestro a apprendista, in assenza di una vera letteratura tecnologica. Una situazione che si protrasse fino al Rinascimento.

Gli elementi perduti di conoscenza, riscoperti soltanto molti secoli dopo, furono numerosi: dalla certezza della sfericità della Terra al concetto di atomo, insieme a quello di molecola che già erano appartenuti alla scienza ellenistica. Anche l’idea dell’interazione gravitazionale tra il Sole e i pianeti è stata tramandata da autori che avevano letto i trattati astronomici ellenistici. Senza contare i risultati raggiunti da Euclide che, nei suoi Elementi, pose le basi, soltanto in seguito esaminate da studiosi arabi ed europei delle epoche successive alla caduta dell’impero romano, per una introduzione al metodo scientifico; oppure da Archimede dallo studio delle cui opere matematiche si sarebbe in seguito sviluppata la moderna analisi infinitesimale. Cui, tra le tante altre scoperte ed intuizioni, vanno ancora aggiunte la “scoperta” del continente americano in largo anticipo sulle successive esplorazioni che avrebbero dovuto prime liberarsi dai divieti e dalle superstizioni sorte con la definizione del mare nostrum romano5 oppure, ancora soltanto per citare un’altra conoscenza perduta, l’esposizione di Diogene Laerzio della storia delle diverse scuole filosofiche leggendo la quale si nota che in genere l’ultimo esponente di ciascuna scuola fu attivo nel biennio 146-145 dopo di che ogni scuola di pensiero si estinse.

Riprendendo i brillanti risultati raggiunti con il suo studio sulle scienze ellenistiche6 in cui si sottolineava dettagliatamente il debito delle rivoluzioni scientifiche e del metodo scientifico moderno nei confronti delle conoscenze di età ellenistica, l’autore ci rivela come le conquiste imperiali romane, più che un tratto di continuità ed evoluzione civile e culturale con le società precedenti, quella greca in primis come vorrebbe la vulgata storiografica e politica più diffusa, abbiano costituito un’autentica catastrofe conoscitiva e culturale. Così come avrebbero spesso fatto le conquiste coloniali e imperiali europee successive. Svelando in tal modo il volto di un imperialismo che ha continuato a chiamare progresso ciò che troppo spesso ha significato soltanto ritorno all’oscurità del dominio basato sull’ignoranza, in nome della convenienza tecnologica, economica, politica o morale.

Proprio come corollario di quest’ultimo punto può rilevarsi estremamente utile e istruttiva la lettura del secondo testo qui presentato. Quello di Francesco Borri dedicato al paganesimo diffuso ancora tra il 300 e il 1200 d. C., un periodo in cui, dalla conversione di Costantino alla conquista di Arkona nel 1168, in una vasta regione che dal Mediterraneo raggiungeva il Mar Baltico e l’Irlanda donne e uomini continuarono a seguire usanze antiche, praticandone i rituali. Lasciando tracce sbiadite che ci conducono in luoghi distanti: le zone d’ombra dei grandi regni, foreste tenebrose e stagni profondi, fino alle sconfinate terre che si estendevano oltre i limiti della parola scritta.

Francesco Borri, docente di storia medievale all’Università Ca’ Foscari di Venezia ci racconta il paganesimo nell’Europa medioevale, i cui caratteri più evidenti risiedevano nel culto della natura e degli animali e che i cristiani chiamarono pagani, narrandone il caleidoscopico mondo spirituale in racconti sospesi tra fascinazione e biasimo, cui la propaganda della Chiesa avrebbe dato toni foschi e demoniaci. Così il volume ci guida in un viaggio attraverso un mondo perduto, oscuro a causa delle smarrite testimonianze che non siano di parte cattolica, ma rischiarato qua e là da frammenti che illuminano ancora il buio di ciò che fu definito come “fede autentica”, ma che in realtà avrebbe definito solo una forma obbrobriosa di superstizione autoritaria.

Sì perché, nonostante i sussulti di scontro tra Papato e Impero ravvisabili nelle odierne polemiche tra Donald Trump e Papa Leone XIV, l’autorità della Chiesa, fin dalla sua affermazione in età costantiniana, si è basata più sull’autorità e la forza di carattere imperiale che non sulla pietas, che invece troppe volte è servita soltanto a giustificarne gli aspetti più impositivi e repressivi.

Un’azione, quella della Chiesa romana, che avrebbe costituito proprio qui in Europa, oltre i confini della passate civiltà mediterranea, un’altra autentica catastrofe culturale e sociale e che, comunque, si era già rivelata anche sulle coste del Mediterraneo con la distruzione, ad esempio, da parte dei Cristiani delle antiche biblioteche, poiché «il rogo di libri è parte della cristianizzazione»7.

Heinrich Heine, nel suo Gli dèi in esilio (Adelphi, 1978), fin dall’Ottocento ci aveva narrato come i rimasugli del pantheon greco-romano fossero stati dispersi e trasformati talvolta in santi quando «il cristianesimo conquistò il dominio del mondo». Ma tra le genti delle campagne, delle montagne e dei boschi rimasero a lungo presenti divinità forse ancor più antiche, spesso legate agli elementi della Natura e delle manifestazioni quotidiane della vita umana. Spesso anche a quelle più essenziali, come ad esempio quelle ricollegabili direttamente alle attività e alle norme di tipo sessuale, che la religione cattolica intendeva nascondere, proibire e rimuovere dall’immaginario collettivo. Con effetti di carattere psichico e sociale che avrebbero ben presto rivelato la loro devastante e divisoria funzione, durata fino ai nostri giorni e amplificata dalle attuali sette evangeliche.

D’altra parte, in un testo pubblicato nell’edizione originale nel 2019, Walter Scheidel, professore di Storia Antica presso l’Università di Stanford, nell’esaltare la liberazione di forze sociali, politiche ed economiche avvenuta con la caduta definitiva dell’Impero romano, ha affermato che «se mai il diritto romano ha avuto influenza è stato perché nel medioevo la Chiesa l’ha mantenuto in vita, non solo consentendo al latino di sopravvivere, ma anche sfruttando parte della sua tradizione per i propri scopi e la formazione del clero»8.

Cosa che dimostra che la sventolata importanza e continuità del diritto romano per le istituzioni europee attuali non sia altro che il risultato di un suo collegamento politico con l’altra forza dominante nella storia europea ovvero quella della Chiesa, prima e dopo la Riforma. Un’osservazione che ci obbliga a considerare come l’idea di unità ideale basata sulla tradizione del diritto romano e della fede cristiana altro non sia che una scelta tutta “politica” atta a preservare un’unità di intenti autoritaria e impositiva nei confronti di qualsiasi altra istanza sociale , politica e culturale proveniente dal “basso”. Anche se fin da subito la Chiesa:

stabilì netti confini tra la sua comunità e le autorità secolari: come dicono i vangeli sinottici, “a Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio”. Da cui derivarono pretese di supremazia, come la celebre distinzione di papa Gelasio I di due secoli dopo (proclamata a distanza di sicurezza dal potere imperiale) tra la “sacra autorità” del clero e la “potestà regale”, tra le quali la prima ha “più grave responsabilità”. Una posizione che poteva contare sulla natura divina del fondatore, un concetto subito adottato (in modo un po’ contorto, data la sorte su questa terra del suddetto fondatore) dai tardi imperatori romani9.

In realtà dando vita ad un matrimonio di convenienza in cui la Fede si armava del braccio dello Stato e il Potere si poteva ammantare di derivazione divina. Cosa che la successiva definizione di Sacro Romani Impero riassumerà con sintetica precisione. Soprattutto in un contesto in cui il Diritto, di origine romana, contornava l’azione dei tribunali della Santa inquisizione, prima autentica forma di organizzazione giudiziaria europea dopo la caduta dell’impero d’Occidente10.

In cui, per tornare al testo qui recensito, gli imputati erano spesso gli eretici oppure i pagani, anche se spesso le due definizioni finivano col coincidere, la cui unica colpa era quella di non volersi adeguare alla norma religiosa cattolica per continuare invece a seguire i culti ancestrali11.

Il bellissimo testo di Borri, nel ricostruire il percorso dal paganesimo medievale fino alle attuali e diversificate forme di neopaganesimo, permette di individuare come a sostenere quelle credenze, contro cui tanto si batterono tanto i primi cristiani quanto i “padri della Chiesa”, erano anche forme di organizzazione sociale altre rispetto a quelle che si sarebbero più tardi affermate in Europa attraverso il fuoco della fede e il ferro dei regnanti.

Per imporsi, le nuove leggi del mercato e le nuove forme dello Stato avrebbero infatti dovuto abbattere ogni forma di opposizione in cui la convivenza egualitaria tra Uomo e Natura troppo spesso prevedeva anche forme di egualitarismo sociale che non era certo quello predicato dalla Chiesa o spinto dalla diffusione dell’economia di tipo monetario.

Anche perché il cristianesimo, che pur all’epoca ebbe carattere parzialmente rivoluzionario rispetto alle istituzioni dello Stato e dell’ordine economico romano, apriva nuove linee di faglia tra chi credeva nell’”unico vero Dio” e chi ostinava a fare della diversità, anche tra gli dèi onorati, una forma di riconoscimento del diritto all’esistenza e alla convivenza tra comportamenti e organismi sociali differenti tra di loro. Un contesto in cui anche il ruolo delle donne era radicalmente diverso da quello affermatosi sia con la romanità che con la cristianità.

Non a caso, come sottolinea l’autore, la figura del pagano finì ben presto, nella narrazione e nell’immaginario cristiani, col coincidere con quella del contadino, del villano, dell’ignorante e arretrato “campagnolo” che se non accettava di evolvere verso una fede superiore doveva essere condannato alla pena o alla gogna, non soltanto nella vita ultraterrena ma anche, e forse soprattutto, in quella mondana, in cui rischiava di diventare un ostacolo per il “progresso” della fede e della società.

Definire chi fossero i “pagani” e chi no costituì quindi un modo per riordinare le società in un modello unico, facendo sì che nel giro pochi secoli un vastissimo repertorio di culti e tradizioni, dall’Irlanda al Baltico, fossero quasi del tutto cancellati. Sacche di paganesimo, inizialmente tollerate forse per lo scontro ancora in corso tra Impero con i suoi Numi e i cristiani ancor minoritari, dovettero essere debellate.

Come fece scrivere l’imperatore Teodosio nell’Editto di Tessalonica (380 d.C.): “Chi segue questa norma sarà chiamato cristiano cattolico, gli altri invece saranno considerati stolti eretici. Costoro saranno condannati anzitutto dal castigo divino, poi dalla nostra autorità che ci viene dal Giudice Celeste”. Così pagani ed eretici furono perseguitati con molta più determinazione di quanto lo fossero mai stati i cristiani e i templi e i santuari degli antichi dèi furono utilizzati come chiese oppure, più spesso, dati alle fiamme.

Tutto ciò anticipava soltanto ciò che nei secoli a venire sarebbe avvenuto nel resto del mondo a seguito delle “scoperte geografiche”, delle conquiste coloniali e della sottomissione e della conversione forzata di interi popoli, di cui a lungo in ambito cattolico si discusse se potessero avere o meno un’anima non avendo mai conosciuto il vero Dio.

Tali sono le catastrofi e le fini dei mondi causate dall’espansione degli imperi, anche nella loro forma apparentemente teocratica. Ciò che ci aspetta in futuro dovrà esser per forza di cose radicalmente diverso e certo non ci farà rimpiangere la fine di un mondo che ha fondato i suoi più intimi rapporti sociali sullo sfruttamento dell’uomo e della natura, sulla sottomissione delle donne e dei diversi, sulla devastazione e sulla guerra generalizzate oltre che sulla violenza dello Stato e dei suoi tribunali, in cui la Legge non è mai uguale per tutti.


  1. Stefania Consigliere, Racconti «de paura» sulla megamacchina, di prossima pubblicazione su «Carmillaonline».  

  2. D. Danowski e E. Viveiros de Castro, E quale rozza bestia… in D. Danowski e E. Viveiros de Castro, Esiste un mondo a venire? Saggio sulle paure della fine, nottetempo, Roma 2014 – nuova edizione 2024, pp. 19-20.  

  3. L. Russo, Introduzione a L. Russo, Il tracollo culturale. La conquista romana del Mediterraneo (146-145 a.C.), Nuova edizione a cura di Emanuela Salciccia, Carocci editore, Roma 2026, p. 16.  

  4. L. Russo, Il tracollo culturale. La conquista romana del Mediterraneo (146-145 a.C.), op. cit., pp. 24-26.  

  5. Di cui l’autore si era già occupato nel già citato L. Russo, L’America dimenticata. I rapporti tra le civiltà e un errore di Tolomeo, seconda edizione con postfazione di obiezioni e risposte, Mondadori Università, Milano 2023.  

  6. L. Russo, La rivoluzione dimenticata. Il pensiero scientifico greco e la scienza moderna, Giangiacomo Feltrinelli editore, Milano 1996 – nuova edizione completamente rivista giugno 2021.  

  7. Come ben ci ha raccontato Luciano Canfora nel suo La Biblioteca scomparsa, Sellerio editore, Palermo 1986, p. 199.  

  8. W. Scheidel, Fuga dall’impero. La caduta di Roma e le origini della prosperità occidentale, LUISS University Press, Roma 2022, p. 511.  

  9. W. Scheidel, op. cit., p. 506.  

  10. Cfr. I. Mereu, Storia dell’intolleranza in Europa. Sospettare e punire, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1979.  

  11. Si veda, per il periodo successivo a quello esaminato dal testo di Borri: C. Ginzburg, I benandanti. Stregoneria e culti agrari tra Cinquecento e Seicento, Giulio Einaudi editore, Torino 1966 e, sempre di C. Ginzburg, Storia notturna. Una definizione del sabba, Adelphi Edizioni, Milano 2017.  

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Si alza il vento /1 – La conoscenza dalla nebbia https://www.carmillaonline.com/2026/05/04/si-alza-il-vento-1-la-conoscenza-dalla-nebbia/ Mon, 04 May 2026 20:00:38 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=93704 di Stefania Consigliere e gruppo TUAS (Tutta Un’Altra Storia)

Capita perfino qui in costa, non solo nelle terre laboriose di opifici, capannoni, concerie e OGM: a volte una nebbiolina sale dalle masse d’acqua marina e si diffonde a rotoloni fra i vicoli del turismo blasonato. Da queste parti si chiama caligo, in Sicilia ha il nome, ben più evocativo, di lupa. Fatto sta che, nel nostro eterno malumore ligure, quando la nebbia di mare riduce visibilità e capacità polmonare ci sentiamo traditi: sottosviluppo economico e strade in salita devono accompagnarsi a un clima “impeccabile” (salvo occasionali alluvioni, che a ogni [...]]]> di Stefania Consigliere e gruppo TUAS (Tutta Un’Altra Storia)

Capita perfino qui in costa, non solo nelle terre laboriose di opifici, capannoni, concerie e OGM: a volte una nebbiolina sale dalle masse d’acqua marina e si diffonde a rotoloni fra i vicoli del turismo blasonato. Da queste parti si chiama caligo, in Sicilia ha il nome, ben più evocativo, di lupa. Fatto sta che, nel nostro eterno malumore ligure, quando la nebbia di mare riduce visibilità e capacità polmonare ci sentiamo traditi: sottosviluppo economico e strade in salita devono accompagnarsi a un clima “impeccabile” (salvo occasionali alluvioni, che a ogni modo non contano perché sono, come ovunque, fatalità). Nelle poche ore di caligo che di tanto in tanto ci toccano, la frase che ci rilanciamo più spesso è: «Ma t’immagini passare così tutto l’autunno?». E rabbrividiamo nell’intimo, ringraziando il cielo per averci fatti nascere nel solo posto abitabile del nord Italia.

Per quanto antipatico, questo è, precisamente, il sentimento che ci attraversa quando siamo esposti alla nebbia: il sollievo metafisico di quelli a cui, nella vita, è andata proprio bene. Pensa quei poveretti in Padana. Chissà perché ci restano. Sarà per il lavoro, sennò non si spiega. Eh certo, lassù lavoro ce n’è più che qui… Però comunque che sfiga passar metà dell’anno all’umido, sai che reumatismi? E via dicendo.

In quanto genovese, plasmata fin nel midollo dalle strutture di sentimento di questa terra, solo di recente mi sono accorta di un paio di cose. La prima è che questo senso di sollievo cosmico s’apparenta, per inflessione, a quello dell’Occidente egemone quando, guardando al resto del mondo, pensa «Che fortuna esser nati nella terra della democrazia, del progresso e dell’industria! Certo, dalle altre parti non gli tocca puntare la sveglia alle sei e mezza e bombarsi di sostanze per arrivare a sera, ma vuoi mettere la soddisfazione di sentirsi superiori a chiunque altro?» La seconda è che, come spesso capita, fissare gli occhi sulle cose piccole impedisce di cogliere quelle grandi: si guarda l’albero senza vedere la foresta. Ci sono nebbie ben più fitte, malsane e durevoli della caligo, e perfino dei nebbioni in Val Padana, di cui non abbiamo contezza: grigiori cognitivi, ottundimenti percettivi che non riconosciamo come tali per il semplice motivo che ci viviamo dentro da sempre. Al punto da pensare che si tratti dello stato naturale del mondo.

Ciò che oggi ci obbliga a uscire dal compiacimento è l’alzarsi di un potente vento storico che, da brezza tesa che era verso la fine degli anni Dieci, s’è mosso a burrasca nel periodo della pandemia e ora è tempesta. Come ogni vento, anche questo spazza via la nebbia: non quella dolce di mari e fiumi, ma quella storica in cui siamo nati e cresciuti, la cappa vischiosa e caramellata di miti, narrazioni, credenze (a volte belle, a volte sinistre, quasi sempre false) che hanno costruito il nostro blocco culturale a partire dal dopoguerra e che ora, nel sommovimento parallelo di ciò che chiamiamo “politica” e di ciò che chiamiamo “natura”, si rivela per quel che sempre è stato: un castello ideologico, un giro d’orizzonte storicamente determinato.

Le fondamenta di questo castello di nebbia sono le stesse dell’occidente egemone che, nell’arco dei suoi cinque secoli, ha costruito un mondo particolarmente crudele fatto di colonialismo, capitalismo, scientismo riduzionista, Stato-nazione, individualismo, ideologia del progresso; e quindi, a livello pratico, di estrattivismo, di naturalizzazione di ciò che è storico, di profondo disprezzo per ogni forma di alterità, di imposizione violenta del proprio modo di “fare mondo”. A livello quotidiano, questo si traduce in lotta di tutti contro tutti, depressione, distruzione delle reti ecologiche da cui dipende la sussistenza di tutti. È quel che vediamo intorno a noi.

Talmente solide e blindate erano queste fondamenta che chi, negli ultimi due secoli, ha tentato di bucarle s’è trovato quasi privo di parole, ammutolito di fronte alla fatica immane di spiegare cos’è l’acqua ai pesci che vi nuotano. È l’intuizione dei romantici, sia nelle derive reazionarie che nelle aperture utopiche; dei luddisti, non a caso subito derisi e criminalizzati; di gran parte dei movimenti anarchici nel loro limpido rifiuto della ragione industriale; è il geniale scavo storico di Marx alle origini del capitalismo; è l’allusività di Conrad nel descrivere gli orrori del Congo agli europei che, inconsapevoli, li perpetravano; sono le voci di chi ha subito l’arroganza coloniale e la violenza di classe; e sono le grandi opere dell’archeologia filosofica novecentesca, il loro modo di toccare corde profonde.

Nella seconda metà del Novecento il castello di nebbia ha preso forme ancor più anguste, emotivamente e cognitivamente carcerarie. Negli ultimi ottant’anni abbiamo vissuto, pensato, sentito, amato e odiato secondo i modi imposti dalla nostra appartenenza al blocco atlantico a guida statunitense. Per quanto critici, antagonisti, attivisti e filo-qualsiasi altra cosa, questo fatto ci è intimo, ineludibile: poiché ogni forma umana si costruisce in relazione a un mondo storico specifico, le profondità di noi sono state plasmate dall’egemonia moderna e quindi degli USA, che la incarnavano come nessun altro.

Per capirci, ecco un breve test rapsodico. Quanta parte dei nostri sogni di libertà prevede un motore a scoppio? Che lingua parla la colonna sonora di quei sogni? Quanto ci sentiamo spersi senza un supermercato dove comprare il nostro cibo? Quanto diamo per scontato che il nostro passaporto ci porti ovunque nel mondo? Quali avventure cinematografiche hanno attraversato la nostra adolescenza, plasmando le nostre idee di amore, di eroismo, di famiglia, di giustizia? Con un capo conficcato nelle Alpi e un altro vicinissimo all’Africa, quanto sappiamo di geografia, storia, politica e costumi anglosassoni e quanto di quelli maghrebini? Fino a che punto la nostra idea di incanto è targata Disney? Quale immaginario erotico si è diffuso insieme all’internet delle piattaforme? E via così.

Questo per dire, con Françoise Sironi, che non solo esistono emozioni politiche, ma che, in senso ampio, quasi tutte le nostre emozioni lo sono, visto che perfino l’idea di “mamma”, la cosiddetta “famiglia naturale” o la rabbia sono costrutti storici e culturali, e dipendono quindi dalle scelte, implicite ed esplicite, dei collettivi che le fanno esistere. Il che apre questioni delicatissime sul rapporto di ciò, in noi, reputiamo più intimo e irriducibile e i sommovimenti dell’inconscio collettivo.

Si alza il vento: snebbia. E tocca capire come vivremo. Nell’insieme, il panorama che emerge fa molta paura e non potrebbe essere altrimenti: quando le coordinate fondamentali di un mondo si spostano, si apre la crisi. Se siamo fragili (e chi non lo è?), potrebbe venir voglia di buttarci per terra e fare i morti. Se siamo fortunati, invece, la crisi ci tocca in termini di commozione e lutto, come una chiamata. Come i fantasmi di Avery Gordon: tracce di ferite storiche, memorie di violenza sedimentate nei luoghi, che balenano alla periferia dello sguardo per avvisarci di “qualcosa che dev’esser fatto”. Una riparazione, una consolazione, forse una festa d’addio, o magari la scelta di deporre ogni crudeltà: in ogni caso, qualcosa di bellissimo.

Mentre manifestiamo perché il peggio non si compia (perché bombe e genocidi lascino qualcuno vivo o perché i militari la piantino di importunare gli scolari), c’è chi, sfidando il cretinismo imposto dagli schermi, è tornato a praticare lo studio, e cioè la disciplina della comprensione, come arte da combattimento. Gruppi piccoli e piccolissimi raccolgono biblioteche di base; si aprono cerchi di lettura e discussione; l’argomentazione ha bisogno di farsi precisa. Una notevole letteratura critica sta crescendo ai margini vivi dell’editoria dove, abbandonato il mercato librario, editori e tipografi ancora stampano per l’antica specie dei lettori, e cioè per gente che dalle parole scritte si aspetta qualcosa di non triviale. Oltre a ciò, questi ruggenti anni Venti hanno liberato dalla paralisi accademica molti “classici minori”, regalando loro una nuova leggibilità fatta anche di cuore, fegato e stomaco, oltreché di neocorteccia e note a margine.

Di questa letteratura vorrei (vorremmo) parlare in questa serie di interventi intitolata, per l’appunto, Si alza il vento: dei testi oggi a disposizione per la lettura critica del presente e dell’apertura d’immaginario indispensabile per muovere altrove. Lo farò insieme ai compagni e alle compagne del gruppo Tutta Un’Altra Storia, coi quali, a partire dal rifiuto intellettuale ed etico del governo della pandemia, è stato facile, negli anni seguenti, tracciare la continuità bellica degli eventi.

Nell’attraversare la parte critica potrebbe arrivare sconcerto, magari anche furore, nel percepire fino a che punto siamo stati plasmati nella disvisione e nella scissione. Ma poi anche ci sarà bellezza perché, nel prendere distanza da quel che è stato il nostro mondo, si può infine riprendere contatto in modo gentile e stupito coi mondi degli altri e con tutto ciò che, nella modernità, avevamo reso oggetto e invece (sorpresa!) è soggetto. E per quanto possa sembrare sciovinista detto da me, l’antropologia – questo immenso archivio di modi altri dell’umanità – sarà continuamente in causa, perché da essa emerge che la fine del mondo che ci apprestiamo a vivere è, in fondo, solo la fine di un mondo; e che altri mondi, più giusti e abitabili, sono pur sempre possibili, a volte perfino reali.

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Sophia Loren tra fame, bellezza e determinazione https://www.carmillaonline.com/2026/05/03/sophia-loren-tra-fame-bellezza-e-determinazione/ Sun, 03 May 2026 20:00:47 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94489 di Paolo Lago

Alberto Scandola, Sophia Loren, Carocci, Roma, 2025, pp. 122, euro 13,50.

Se molti sono stati gli studiosi e le studiose che hanno analizzato l’immagine divistica di Sophia Loren, a tutt’oggi l’unica superstite di una stagione del cinema italiano che vede protagoniste le cosiddette “maggiorate”, da Silvana Pampanini a Gina Lollobrigida, pochi o addirittura pochissimi sono stati quelli che si sono focalizzati sulle sue caratteristiche performative, sul contributo da lei offerto alla produzione di senso dei testi filmici. A colmare questa mancanza arriva oggi il bel saggio di Alberto Scandola, studioso dell’Università di Verona, recentemente uscito nella collana [...]]]> di Paolo Lago

Alberto Scandola, Sophia Loren, Carocci, Roma, 2025, pp. 122, euro 13,50.

Se molti sono stati gli studiosi e le studiose che hanno analizzato l’immagine divistica di Sophia Loren, a tutt’oggi l’unica superstite di una stagione del cinema italiano che vede protagoniste le cosiddette “maggiorate”, da Silvana Pampanini a Gina Lollobrigida, pochi o addirittura pochissimi sono stati quelli che si sono focalizzati sulle sue caratteristiche performative, sul contributo da lei offerto alla produzione di senso dei testi filmici. A colmare questa mancanza arriva oggi il bel saggio di Alberto Scandola, studioso dell’Università di Verona, recentemente uscito nella collana “Bussole” di Carocci. Scandola, che già in passato ha lavorato sulla performatività attoriale (basti ricordare il volume dedicato a Ornella Muti, uscito per L’Epos nel 2009, oppure quello dal titolo Il corpo e lo sguardo. L’attore nel cinema della modernità, Marsilio, 2020, qui la recensione su “Carmilla”), si concentra dunque principalmente su ciò che Sophia Loren, al di là della dimensione mitica e ‘favolistica’ che la avvolge, “ha fatto (o non ha fatto) dietro la macchina da presa” (p. 8).

Come ricorda l’autore, anni fa Italo Moscati scrisse che la vita della Loren manca di eventi clamorosi come quelli capitati, ad esempio, a Marilyn Monroe: d’altra parte, possono bastare “poche cose” per fare una grande trama. A detta di Scandola, le “poche cose di cui parla Moscati si possono riassumere in tre parole: fame, bellezza, determinazione” (p. 11). La “fame” caratterizza la nascita e l’infanzia dell’attrice. Nasce infatti a Roma da una ragazza madre il 20 settembre 1934 e vivrà i suoi primi anni nella Pozzuoli degli anni Quaranta, durante i mesi che precedono le Quattro giornate di Napoli. L’attrice, che ancora si chiamava Sofia Scicolone, trascorre l’infanzia nella miseria di una città sottoposta ai bombardamenti alleati finché seguirà la madre a Roma dove entrambe tenteranno la fortuna presso Cinecittà, la Hollywood sul Tevere che, in quel periodo postbellico, era il teatro di grandi produzioni della Metro Goldwyn Mayer come, ad esempio, Quo Vadis (1951) di Mervin Le Roy. Inizialmente, la giovane Sofia (che non sarà ancora Loren, ma si chiamerà Lazzaro, perché talmente bella da far resuscitare i morti) lavora nei fotoromanzi che, come ricorda lo studioso, “hanno svolto un ruolo molto importante nell’evoluzione dei costumi dell’Italia del dopoguerra” (p. 15). La carriera di attrice di fotoromanzi termina nel 1953 e la giovane attrice, che porta adesso il nome più ‘internazionale’ di Loren, comincia ad interpretare svariati film. Alla fame subentra quindi la bellezza, che la porterà a diventare una notissima star internazionale.

La collaborazione con Vittorio De Sica segna un’importante tappa nella caratterizzazione attoriale di Sophia Loren. Inizia con L’oro di Napoli, del 1954 e prosegue con Ieri, oggi, domani (1963) e Matrimonio all’italiana (1964) dove, sotto la guida del grande regista e attore, la sua interpretazione rivestita di ‘napoletanità’ si trasformerà in qualcosa di più complesso e raggiungerà una perfetta affinità con il partner Marcello Mastroianni. La cifra divistica di Sophia Loren è quella della dismisura: “è più alta delle altre donne, cammina più veloce e soprattutto dà la sensazione di essere inafferrabile proprio perché colta in continuo movimento in uno spazio urbano più oleografico che realistico” (p. 26). Il suo corpo – nota l’autore – “non è stanco o inattivo come quelli del cinema neorealista, ma perfettamente classico e quindi impegnato, per dirla con Deleuze, in una catena di immagini-azione al cui interno non trova posto alcuna immagine-affezione” (ibid.). L’obiettivo non sarà la mimesi del vero, “quanto la creazione di un significato simbolico che sarà decisivo per la costruzione del marchio Loren, ovvero l’associazione tra cibo, napoletanità e bellezza sotto il segno della genuinità” (ibid.).

Dopo numerosi film girati in Italia, Sophia approda a Hollywood: è il 1957 e l’attrice, da poco convolata a nozze con il produttore Carlo Ponti, arriva a Los Angeles accompagnata dalla sorella Maria. Che cosa cerca – si chiede lo studioso – l’industria hollywoodiana da Sophia Loren? Importante ed emblematico è, ancora una volta, il linguaggio del corpo. Come scrive Scandola, “mai, forse, il cinema italiano aveva fatto risuonare con tale intensità le corde non verbali di un’attrice che – come dimostreremo anche tra poco – a Hollywood non interpreta personaggi ornamentali, ma «personagge» risolute, mature e autodeterminate, aventi un ruolo attivo nelle dinamiche che regolano i rapporti tra i protagonisti, i quali, nella maggior parte dei casi, sono tre: due uomini e una donna (Sophia)” (p. 57). Ad esempio, nel personaggio di Dita in Timbuctù (Legend of the Lost, 1957), diretto da Henry Hathaway, emergono integrità morale, un istinto di protezione quasi materna verso l’uomo amato e una sensualità priva di accenti volgari: elementi che, come nota l’autore, accomunano Loren a Ingrid Bergman.

È comunque un film italiano a rivelare a tutto il mondo la vis tragica di Sophia Loren: La ciociara (1960), diretto da Vittorio De Sica e tratto dal romanzo di Alberto Moravia del 1957. Come scrive lei stessa nella sua autobiografia, Loren rimase molto colpita dalla lettura dell’opera di Moravia perché vi ritrovò le sue vicissitudini esistenziali. Secondo l’analisi di Scandola, De Sica intende decostruire il sex appeal dell’attrice plasmando un corpo che, anziché posare, agisce in stretta correlazione con l’ambiente. La Cesira di Sophia Loren è una unruly woman irritabile e aggressiva. Cesira non cambia il suo atteggiamento neppure di fronte a due miliziani fascisti la cui proposta (lavorare come cuoca per la milizia) è rifiutata a parole (“Non faccio la serva io”) e col gesto della ‘mano a carciofo’ utilizzato dall’attrice per rendere in scena l’autenticità richiesta da De Sica. Si può ricordare che una unruly woman è anche il personaggio di Catherine, la lavandaia parigina che diventa duchessa di Danzica, in Madame Sans-Gêne (1961) di Christian-Jacque. Di fronte agli ordini di Napoleone, che impone il divorzio a suo marito, Catherine ribatterà così: “Un’occhiata di vostra maestà fa tremare tutta l’Europa, ma io non sono tutta l’Europa, non mi lascerò far tremare”.

La corporalità scenica di Sophia Loren si materializza anche in contesti assai lontani sia da quelli della dimensione popolare italiana che da quelli hollywoodiani. Ad esempio, in I sequestrati di Altona (1962) di Vittorio De Sica, tratto da una pièce di Jean-Paul Sartre, l’attrice interpreta Johanna von Gerlach, moglie di Werner von Gerlach, il figlio di un industriale tedesco implicato negli orrori nazisti. Tra l’altro, Johanna è un’attrice che sta interpretando un’opera di Brecht contro il nazismo. In un curioso gioco metateatrale e metacinematografico, l’attrice Loren si trasforma in attrice brechtiana e si ritrova invischiata in una relazione con Franz, fratello di Werner, ex criminale di guerra, creduto morto ma in realtà nascosto, ormai folle, dalla sorella nella casa di famiglia ad Altona, a Amburgo. Il personaggio di Johanna appare inserito in un contesto connotato dalla tragicità e dalla follia, in spazialità tetre, nordiche ed oscure, lontanissime da quelle mediterranee italiane. A questo proposito, si può ricordare anche un’altra interpretazione di Loren, quella di Jennifer Rispoli Chamberlain, moglie del dottor Chamberlain (Richard Harris) in Cassandra Crossing (The Cassandra Crossing, 1976) di George Pan Cosmatos. Il personaggio, qui, si trova inserito in un altro contesto cupo, tragico ed oscuro, un treno diretto da Ginevra a Stoccolma ma deviato verso la Polonia dopo essere stato sigillato dalle autorità a causa di un virus letale sviluppatosi a bordo. Tra l’altro, riecheggiano anche qui gli orrori nazisti: il campo sanitario dove viene deviato il treno era stato un lager e uno dei passeggeri è un ex deportato. Lo spazio del treno, dove si muove il corpo dell’attrice, è un oscuro cunicolo viaggiante che attraversa un’Europa altrettanto oscura, ferita da un orrore che risuona ancora troppo vicino. Le autorità democratiche che decidono di sigillare il treno e deviarlo verso il Cassandra Crossing, un vecchio ponte pericolante, non sono poi troppo diverse da quelle del nazismo.

La vis tragica di Sophia Loren emergerà ancora in un grande film come Una giornata particolare (1977) di Ettore Scola, che la vede nei panni di Antonietta e nuovamente al fianco di Marcello Mastroianni (come ricorda Scandola, sono numerosi i film che vedono un perfetto sodalizio fra i due). Come Lina Wertmüller in Fatto di sangue fra due uomini per causa di una vedova. Si sospettano moventi politici (1978), anche Scola decostruisce l’icona Loren facendo rivivere una “grazia” raggiunta, forse, soltanto sul set della Ciociara: “Per «grazia» intendiamo l’espressione di una femminilità priva di connotati stellari ma autenticamente umana, emanata per mezzo di un lavoro sul personaggio finalizzato a restituire non la luminescenza della diva, ma la verità dell’emozione e del corpo” (p. 103). Anche Mastroianni, insieme a Loren, è oggetto di decostruzione da parte del regista e viene spogliato di qualsiasi tratto divistico. Il corpo dell’attrice, connotato da capelli non curati, vestaglia sdrucita e calze bucate, osserva l’autore, “non è quello di una maggiorata, ma è ciò che resta di una donna sfiancata da sei maternità e sfinita dai lavori domestici” (p. 104). Anche qui lo spazio scenico è cupo e connotato dagli orrori di un altro regime, quello fascista. La storia si ambienta infatti il 6 maggio 1938, giorno della visita di Hitler a Roma e racconta l’incontro fra Antonietta e Gabriele (Mastroianni), un intellettuale antifascista omosessuale in procinto di partire per il confino in Sardegna, in un grigio appartamento di Palazzo Federici a Roma.

Antonietta è una madre come lo era anche la Cesira di La ciociara e molte altre volte Loren aveva interpretato il personaggio di una madre che, come nota Scandola, diventa il suo “ruolo dominante”: è infatti indispensabile individuarlo per l’analisi semiologica di un attore cinematografico; è “una madre non sempre serena, appagata o spensierata, ma il più delle volte inquieta, ansiosa e, in alcuni casi, dolorosa” (p. 110). Fino a rivestire il ruolo di diverse figure di madri che infrangono il tabù di crescere un figlio da sola, al di fuori del focolare patriarcale, come l’Aurora di Qualcosa di biondo (1984) di Maurizio Ponzi. Un “ruolo dominante” che comunque, come osserva lo studioso, nulla ha tolto all’eclettismo e alla versatilità della bellezza “irregolare” e “smisurata” di Sophia Loren.

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Sport e dintorni – Il governo del pallone https://www.carmillaonline.com/2026/05/02/sport-e-dintorni-il-governo-del-pallone/ Sat, 02 May 2026 20:00:36 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94353 di Gioacchino Toni

Massimo Cervelli, Alberto Molinari, Il governo del pallone. Storia della Federazione Italiana Giuoco Calcio, Il Mulino, Bologna, 2026, pp. 360, € 28,00

La mancata qualificazione della Nazionale maschile maggiore alla fase finale dei Mondiali di calcio 2026 ha indotto il mondo del pallone, dagli addetti ai lavori agli appassionati, a dibattere sullo stato di crisi in cui versa il sistema-calcio italiano mettendone in discussione i vertici e invocando soluzioni drastiche e immediate non sempre derivate da una attenta analisi dell’universo calcistico nazionale nella sua complessità. Come spesso è accaduto in questo Paese, la discussione circa le cause dell’insuccesso della [...]]]> di Gioacchino Toni

Massimo Cervelli, Alberto Molinari, Il governo del pallone. Storia della Federazione Italiana Giuoco Calcio, Il Mulino, Bologna, 2026, pp. 360, € 28,00

La mancata qualificazione della Nazionale maschile maggiore alla fase finale dei Mondiali di calcio 2026 ha indotto il mondo del pallone, dagli addetti ai lavori agli appassionati, a dibattere sullo stato di crisi in cui versa il sistema-calcio italiano mettendone in discussione i vertici e invocando soluzioni drastiche e immediate non sempre derivate da una attenta analisi dell’universo calcistico nazionale nella sua complessità. Come spesso è accaduto in questo Paese, la discussione circa le cause dell’insuccesso della rappresentativa azzurra tende a concentrarsi sulla presenza di calciatori non italiani nei campionati nazionali.

Alla luce dell’attuale interrogarsi sulla salute del calcio italiano, risulta utile ripercorrere la storia della Federazione Italiana Giuoco Calcio (FIGC) a partire dalla puntuale ricostruzione proposta dal volume Il governo del pallone (2026) di Massimo Cervelli e Alberto Molinari, così da poter guardare i risultati sportivi del calcio italiano anche alla luce della sua governance e del suo intrecciarsi con gli interessi economici, le logiche politiche e le questioni sociali. Il lavoro di ricerca degli autori, entrambi membri della Società Italiana di Storia dello Sport con alle spalle pubblicazioni di ambito calcistico relative alla figura dell’allenatore (Cervelli) e alla presenza di atleti  stranieri nei campionati italiani (Molinari), si è basato su un’ampia letteratura secondaria, sull’analisi di numerose testate sportive, di opinione e politiche, sugli scritti prodotti dai diversi organismi sportivi, sugli almanacchi e gli annuari calcistici e sul materiale d’archivio relativo alla storia federale.

Lo stato di salute del calcio italiano andrebbe valutato non solo a partire dai risultanti conseguiti dalla Nazionale maschile maggiore. Il panorama calcistico nazionale è, infatti, un universo complesso che vede, oggi, il Club Italia annoverare le Nazionali maschili e femminili A, Under 21, Under 18, 17, 16, 15, Universitaria, Calcio a 5 e Beach Soccer. Nel periodo compreso tra il 2007 e il 2024, ricordano gli autori, non sono mancati successi sportivi: «il Club Italia ha collezionato cinque titoli europei (Under 19 femminile, Under 19 maschile, Under 17, Nazionale Futsal di calcio a cinque e Nazionale beach soccer), oltre a diversi buoni piazzamenti nelle competizioni internazionali» (p. 324). Inoltre, le buone prestazioni della Nazionale femminile, giunta ai quarti di finale ai Mondiali del 2019, hanno contribuito a far emergere anche a livello mediatico il calcio femminile in un Paese storicamente poco propenso a prestarvi attenzione.

Le cause di ordine sportivo dei recenti insuccessi della Nazionale maggiore maschile vanno a collocarsi all’interno di una serie di criticità strutturali del sistema-calcio italiano tra cui la gestione dei settori giovanili.

Da troppo tempo viene denunciata una carenza qualitativa come se fosse un dato ineluttabile, senza mettere in discussione un modello basato sull’imitazione del calcio professionistico. I giovani calciatori vengono educati, fin da piccolissimi, a giocare come i grandi, inquadrati in un contesto tattico organizzato alla ricerca esasperata del risultato. La selezione privilegia la struttura fisica. Paradossalmente s’insegue la maturazione precoce per poi, rispetto agli altri maggiori campionati, inserirli tardivamente in prima squadra (p. 328).

Esistono poi problematiche di ordine strettamente economico che, spiegano Cervelli e Molinari, derivano da molteplici fattori. In Italia i mancati introiti determinati dalla recente pandemia sono andati ad aggravare problematiche strutturali preesistenti, come una dipendenza dai diritti televisivi maggiore rispetto a quella di altri sistemi calcistici europei e l’elevata incidenza degli stipendi e dei trasferimenti dei calciatori sui bilanci delle società professionistiche. A ciò vanno aggiunti il perdurare di un forte squilibrio regionale in termini di impianti e la scarsissima presenza di stadi di proprietà da cui i club potrebbero ricavare introiti utili al proprio finanziamento. A testimoniare lo stato di malessere in cui versa il calcio nazionale è anche la crescente disaffezione manifestata dagli italiani nei confronti di questo sport, palesata dal calo di presenze negli stadi e di ascolti televisivi, in controtendenza rispetto a ciò che accade in altre nazioni europee.

Guardando alla stretta attualità, è evidente come dell’enorme indebitamento delle società calcistiche italiane stiano approfittando grandi gruppi finanziari stranieri, soprattutto statunitensi, che, di fatto, ricavano profitti dai prestiti alle squadre in cambio dei futuri introiti dei diritti televisivi o della vendita di calciatori.

Diventato uno show business, attraverso la nuova governance economico-finanziaria il calcio si è progressivamente strutturato in un’“economia parallela globale”. Il sistema mira a colonizzare e ristrutturare il modello tradizionale di business fondato sul club come unità calcistica di base e sulla sua capacità di controllare il patrimonio di giocatori posti sotto contratto (p. 330).

Negli ultimi tempi, la dimensione sportiva e agonistica è stata sempre più subordinata a quella finanziaria interessata a far fruttare gli investimenti nel calcio. Di ciò sono corresponsabili gli stessi organismi calcistici internazionale che, sottolineano gli autori, «hanno di fatto assecondato i processi di commercializzazione, finanziarizzazione e spettacolarizzazione del calcio e da tempo non sono più solo enti regolatori del sistema ma “vere e proprie istituzioni finanziarie”» (p. 330). La crisi di credibilità e di governance che investe gli organismi calcistici internazionali deriva anche da una sempre più smaccata concentrazione di potere nelle mani di alcune grandi società calcistiche che, muovendo enormi flussi di denaro, di fatto, pilotano l’agenda dei tornei per club e per nazionali in linea con la «spinta neoliberista impressa al calcio internazionale dalla FIFA del presidente Gianni Infantino» (p. 332).

Quando si parla di crisi del calcio italiano, lo si deve fare certamente guardando alla specificità nazionale, ma anche calandolo all’interno di  un contesto internazionale che sta riscrivendo la mappa calcistica e lo stesso gioco piegandolo sempre più alle esigenze dello spettacolo, dei media e dei fondi d’investimento. Un contesto in cui l’Italia manifesta tutta la sua debolezza assoggettata com’è a dinamiche complesse da cui difficilmente potrà risollevarsi se pensa di cavarsela accontentandosi di riproporre il leitmotiv della regolamentazione dei flussi migratori come panacea di tutti i mali che affliggono il calcio nazionale. La débâcle della Nazionale maggiore maschile – a cui si aggiungono le difficoltà delle squadre di serie A nelle competizioni internazionali, più difficilmente spiegabili con la motivazione dei “troppi stranieri” – può essere un’utile occasione per una riflessione profonda sul sistema-calcio italiano, senza mai separarlo, come detto, dal contesto internazionale.

Il governo del pallone, ripercorrendo la storia della FIGC, ricostruisce le trasformazioni di una delle principali strutture di governance del calcio nazionale che è a tutti gli effetti parte integrante della storia di questo Paese, non fosse altro che per il ruolo assunto da tale sport in termini di immaginario popolare, interessi economici e politici. Il volume delinea i processi di formazione della classe dirigente federale così come si sono succeduti e trasformati nel corso del tempo, le modalità con cui questa si è confrontata con i cambiamenti del sistema calcistico dai suoi albori dilettantistico-artigianali, alla comparsa dei grandi mecenati, sino alla sua attuale finanziarizzazione, spettacolarizzazione, globalizzazione e mediatizzazione. Una storia, quella della Federazione, che ha dovuto confrontarsi con la trasformazione del calcio da originaria pratica elitaria a sport popolare, con il problema della violenza negli stadi e con gli episodi di razzismo, con i mutamenti sociali, le ingerenze della politica e i fenomeni del doping, dei bilanci falsati e delle partite truccate.

Nel primo capitolo vine ricostruito lo sviluppo della Federazione dalla sua nascita al primo dopoguerra, dagli anni pionieristici in cui, sotto le spinte nazionalistiche del periodo, la denominazione abbandona l’originario riferimento al Football (FIF) in favore dell’italiano Giuoco Calcio (FIGC), passando per la gestione di questo sport nel periodo bellico fino alla riorganizzazione della Federazione al termine della Prima guerra mondiale alla luce della repentina crescita di popolarità del calcio. Gli autori ricostruiscono puntualmente come la Federazione si sia trovata a fare i conti in questo periodo con ingerenze politiche e con episodi di violenza sugli spalti riconducibili al più generale clima di tensione che attraversa la società italiana al termine della guerra.

Nel secondo capitolo viene indagata la governance del calcio italiano dalla fascistizzazione dello sport alla Seconda guerra mondiale. Uno snodo centrale nella riorganizzazione del calcio in età fascista è rappresentato dalla stesura della Carta di Viareggio del 1926 che, eliminata qualsiasi istanza elettiva, affida la gestione della Federazione a un direttorio nominato per via gerarchica. Nell’ottica di una generale semplificazione dell’universo calcistico italiano, la Federazione adotta, a partire dalla stagione 1929-1930, il modello a girone unico nazionale per il massimo campionato italiano e incentiva le fusioni societarie fra squadre della medesima città. Attraverso la Carta di Viareggio, il regime vieta alle società, salvo eccezioni transitorie, di ricorrere a giocatori non italiani estendendo il divieto, qualche anno dopo, anche agli allenatori. Abbandonate le resistenze al professionismo, di fatto il regime incentiva i primi fenomeni di spettacolarizzazione e divismo intendendo sfruttare il successo internazionale degli atleti sia al fine di accrescere l’orgoglio nazionale che di fornire un’immagine di efficienza del fascismo all’estero. La virata verso una maggiore spettacolarizzazione dello sport, inoltre, contribuisce a gettare le basi per un nuovo assetto economico dei club di calcio, spesso guidati da presidenti legati alle gerarchie fasciste, che conoscono un inedito apporto di capitali da parte di grandi industriali.

La Carta di Viareggio aprì la strada alla completa fascistizzazione dei vertici sportivi italiani. Il processo di riordino complessivo dello sport fascista si concretizzò nel dicembre del 1926 con la trasformazione del Comitato Olimpico Nazionale Italiano in un organo alle dirette dipendenze del Partito Nazionale Fascista guidato da Augusto Turati. Il principio dello “sport per lo sport”, che aveva caratterizzato l’età liberale, lasciava il posto ad una completa politicizzazione della dimensione sportiva (p. 98).

Negli anni Trenta la Federazione può fregiarsi della vittoria dei Mondali del 1934 e del 1938, successi abilmente sfruttati dal regime sia sul versante interno che su quello esterno, e si trova a fare i conti con la questione dei “rimpatriati”, cioè di quei calciatori sudamericani che, vantando origini italiane, vengono accolti dal regime sia per avvalersi delle loro prestazioni sportive che per mostrarsi paternalisticamente benevolo nei confronti di chi era emigrato in cerca di fortuna. Nel corso dello stesso decennio, la vergognosa promulgazione delle leggi razziali del 1938 non manca di avere ricadute anche sul versante calcistico italiano tenuto a eliminare dalla scena giocatori e allenatori di origine ebraica. Ad essere ricostruito da Cervelli e Molinari è anche il ruolo della Federazione nella parabola finale del fascismo e nell’immediato dopoguerra, in un contesto tenuto a fare i conti con figure dirigenziali legate al passato regime.

Nel terzo capitolo gli autori analizzano il ruolo assunto dalla FIGC nel processo di modernizzazione del Paese, dagli anni della ricostruzione postbellica al cosiddetto “miracolo economico”, quando il calcio acquisisce ormai assoluta centralità tra gli sport popolari. In un contesto segnato da problemi organizzativi, economici, logistici e di ordine politico-sportivo, la governance dello sport italiano torna alle modalità elettive abbandonando l’inquadramento totalitario del regime ma si divide su come operare la riorganizzazione del sistema sportivo: alle spinte per un rinnovamento profondo, comportante la drastica rimozione dei dirigenti maggiormente compromessi con il fascismo, si contrappone una linea più conservatrice votata a una maggiore continuità con il passato. Il prevalere, come in altri ambiti, di quest’ultima tendenza, fa sì che buona parte delle figure che avevano avuto ruoli dirigenziali in ambito sportivo durante il regime vengano mantenute al loro posto limitando, di fatto, il drastico cambiamento auspicato da una parte del Paese.

Nel dopoguerra, la FIGC, che a livello interazionale paga per qualche tempo lo stretto legame intrattenuto con il passato regime, si trova a fare i conti con: le rivendicazioni della Associazione Italiana Calciatori (AIC), sorta alla fine del 1945; le richieste di riapertura agli atleti stranieri da parte dei club; la progettazione del Centro Tecnico Federale destinato a divenire un luogo per la preparazione delle formazioni nazionali e la formazione tecnica delle nuove generazioni di calciatori; la tragedia di Superga del Torino, con le inevitabili ricadute sulla gestione del campionato in corso e sulla stessa Nazionale, costruita sull’ossatura della squadra granata.

L’insuccesso degli azzurri ai Mondiali brasiliani del 1950 riapre la discussione attorno alla partecipazione di calciatori non italiani al campionato contrapponendo chi vede nella loro presenza un’opportunità di arricchimento del panorama calcistico nazionale a chi, invece, ritiene che questi limitino la formazione dei giovani calciatori italiani. Sulla “questione stranieri” si scomoda anche il mondo politico: nel 1953 l’allora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giulio Andreotti vieta la concessione di permessi di soggiorno agli stranieri intenzionati a giocatore nei club di calcio italiani, ad eccezione di chi, tra questi, vanta la cittadinanza italiana in quanto figlio di italiani. Pur non essendo una novità il condizionamento del mondo sportivo da parte della politica, il cosiddetto “Veto Andreotti” resta nella storia come esempio paradigmatico di lesione del principio dell’indipendenza dello sport sancito dal CONI.

Le profonde dinamiche di trasformazione che attraversano l’Italia negli anni del “miracolo economico” coinvolgono direttamente anche il calcio. Se quest’ultimo, presente soprattutto nelle grandi città del Nord, soppianta il ciclismo nel ruolo di sport popolare per eccellenza del Paese, è anche perché al mondo contadino e provinciale, in cui affonda le radici il ciclismo, si sostituisce rapidamente l’universo metropolitano in cui sono presenti i principali club. Alla diffusione del calcio nel Paese nel corso degli anni Sessanta, sottolineano gli autori, concorrono il fenomeno dell’associazionismo sportivo legato all’universo politico, il successo del Totocalcio e, soprattutto, lo spazio sempre maggiore riservato a questo sport dalla radio e dalla televisione.

L’insuccesso della Nazionale nelle competizioni internazionali sul finire degli anni Cinquanta costringe la Federazione a confrontarsi, nuovamente, con la presenza dei calciatori non italiani, con l’elevato numero di squadre nella massima serie, con il potenziamento dei centri giovanili e dei quadri tecnici. In un susseguirsi di lotte intestine alla governance del calcio e di incapacità nel tradurre in pratica buona parte delle misure di rinnovamento pianificate, nel 1959 la guida della Federazione viene assegnata, per un breve periodo, a Umberto Agnelli, espressione diretta del grande padronato delle squadre di club, dunque a Giuseppe Pasquale, destinato a impattare con le feroci polemiche sorte attorno al disastro azzurro al mondiale cileno del 1962 e a quello quello inglese del 1970 mentre, nuovamente, riemerge il dibattito attorno alla presenza dei calciatori stranieri in Italia e continua ad aggravarsi la situazione debitoria delle società. Con Artemio Franchi ai vertici, la Federazione ottiene l’organizzazione e la vittoria dell’Europeo del 1968 e il secondo posto al Mondiale messicano del 1970, oltre che un’importante crescita dei vivai giovanili del Centro e del Sud e si trova a confrontarsi con il desiderio di protagonismo dalla rinnovata Associazione Italiana Calciatori e con la diffusione della violenza negli stadi in concomitanza con l’avvento di nuove forme di tifo organizzato.

L’ultimo capitolo del volume guarda al ruolo della Federazione nel momento in cui il calcio è sottoposto a un processo di industrializzazione e spettacolarizzazione sullo sfondo di un riassetto degli equilibri politico-sportivi ed economici che pongono le basi per la trasformazione globalizzata, finanziarizzata e mediatizzata del calcio contemporaneo. Nella seconda metà degli anni Settanta, in un contesto italiano segnato dalle crisi monetarie ed energetiche e da un incremento vertiginoso dell’inflazione, le società calcistiche italiane continuano a spendere cifre esorbitanti sul calciomercato nonostante siano sempre più indebitate. La crisi economica che attraversa il Paese non manca di riflettersi anche sulla presenza di pubblico negli impianti dovuta anche all’incremento della violenza negli stadi e al palesarsi di un evidente scadimento del livello tecnico a cui la Federazione tenta di porre rimedio facendo di Coverciano una sorta di “Università del calcio” istituendo un corso per dirigenti di società calcistiche.

In un clima di lotte intestine ai diversi organismi sportivi, sul finire degli anni Settanta emerge nuovamente la questione della presenza dei calciatori non italiani nei campionati nazionali alla luce del fatto che il blocco deciso dall’Italia contrasta con le norme sulla libera circolazione delle persone e la libera prestazione di servizi di natura economica del Trattato istitutivo della Comunità Economica Europea. Il mondo calcistico nazionale si trova anche a fare i conti con lo scandalo del calcio-scommesse che contribuisce alla perdita di credibilità del sistema italiano sia tra gli appassionati che a livello internazionale.

La vittoria del Mondiale spagnolo del 1982 contribuisce a riavvicinare i tifosi italiani al calcio e, in un clima di rinnovato ottimismo nel Paese, si apre un profondo cambiamento nella società italiana sotto la spinta neoliberista a cui l’imprenditore Silvio Berlusconi provvedere a fornire il necessario immaginario attraverso le sue televisioni e la gestione vincente del Milan acquistato a metà del decennio. Se da un lato gli anni Ottanta italiani si fregiano di avere “il campionato più bello del mondo”, dall’altro non mancano di palesare la crisi strutturale in cui versa il sistema-calcio nazionale. Ripetutamente alle prese con lo scandalo del calcio-scommesse, il mondo del pallone italiano si dimostra ancora una volta incapace di far fronte all’ulteriore indebitamento dei club derivato dall’euforia di onnipotenza di diversi presidenti di club disposti a spendere ingenti somme per accaparrarsi i campioni stranieri.

A metà degli anni Novanta la “Sentenza Bosman” obbliga il mondo del calcio italiano a non procrastinare ulteriormente l’adeguamento alle direttive europee in termini di libera circolazione dei calciatori. Di fatto la sentenza impone l’abolizione del tetto al numero di atleti comunitari negli organici dei club e riscrive i rapporti di forza tra società e calciatori in favore di questi ultimi e dei loro procuratori. L’apertura delle frontiere tra i Paesi dell’Unione Europea si inserisce all’interno di un generale processo di trasformazione dell’universo calcistico europeo caratterizzato da una sempre più evidente spettacolarizzazione sostenuta dalle televisioni e dalle sponsorizzazioni.

Nel corso degli anni Novanta la Federazione si trova a confrontarsi con la concessione dei diritti calcistici alle televisioni a pagamento, che contribuisce a concedere un inedito potere ai grandi club, con i fenomeni di violenza e razzismo negli stadi, con una lunga serie di scandali, dalle polemiche sugli arbitraggi ai casi di doping e di calcio-scommesse, oltre che con un indebitamento dei club ormai fuori controllo. Anche il nuovo millennio si apre all’insegna di uno scandalo, “calciopoli”, che si conclude con scudetti revocati, retrocessioni e punti di penalizzazione.

Il volume si conclude con uno sguardo disincantato sull’attualità privo di quel senso di nostalgia per una fantomatica età dell’oro andata perduta che, invece, sembra caratterizzare numerosi analisti e commentatori sportivi. Il governo del pallone mostra chiaramente come nell’intera storia del calcio italiano la dimensione sportiva si sia costantemente intrecciata con interessi economici, mire politiche e questioni sociali. Alla luce di ciò, pensare allo stato di salute del sistema calcistico del Paese guardando esclusivamente ai risultati sul campo della Nazionale maggiore maschile, o delle principali squadre di club nelle competizioni internazionali, rischia di essere fuorviante nella sua parzialità. Il volume di Cervelli e Molinari ha, tra gli altri, il merito di opporre allo sguardo selettivo con cui, troppo spesso, si guarda allo stato di salute del calcio nazionale, una serie di dati e riflessioni che mostrano come il sistema-calcio italiano sia stato attraversato da problemi e contraddizioni di ordine strutturale anche nei momenti di successo sportivo.

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Send Help, survival del quotidiano https://www.carmillaonline.com/2026/05/01/send-help-survival-del-quotidiano/ Fri, 01 May 2026 20:00:35 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=93511 di Roberta Cospito

Sam Raimi, classe 1959, a quattro anni dall’uscita di Doctor Strange nel multiverso della follia, ritorna dietro la macchina da presa con Send Help, un film che usa l’idea del survival per mettere in scena la quotidiana guerra che si consuma sul posto di lavoro. La trama è piuttosto semplice: la protagonista Linda Liddle – interpretata da Rachel McAdams – è un’anonima impiegata che trascorre le proprie giornate tra lavoro, cura del suo pappagallino e visione di reality televisivi dedicati alla sopravvivenza che la rendono un’esperta in questo campo. Incurante del suo aspetto esteriore dimesso e poco attraente – indossa per [...]]]> di Roberta Cospito

Sam Raimi, classe 1959, a quattro anni dall’uscita di Doctor Strange nel multiverso della follia, ritorna dietro la macchina da presa con Send Help, un film che usa l’idea del survival per mettere in scena la quotidiana guerra che si consuma sul posto di lavoro. La trama è piuttosto semplice: la protagonista Linda Liddle – interpretata da Rachel McAdams – è un’anonima impiegata che trascorre le proprie giornate tra lavoro, cura del suo pappagallino e visione di reality televisivi dedicati alla sopravvivenza che la rendono un’esperta in questo campo. Incurante del suo aspetto esteriore dimesso e poco attraente – indossa per esempio scarpe comode e resistenti e larghi pantaloni di un colore smorto – un giorno ha l’ardire di ambire al posto di vicepresidente all’interno dell’azienda dove lavora da anni con diligenza e costanza, ma che resta saldamente governata da maschi ipercompetitivi.

L’inizio del film si svolge prima all’interno dell’azienda in cui Linda si muove goffamente, isolata dai colleghi e ignorata dal nuovo capo, poi – diretta a Bangkok per lavoro, insieme al superiore e ai suoi tirapiedi – sull’aereo della ditta dove vengono replicate sull’impiegata le stesse dinamiche di sfruttamento e derisione dell’ufficio. Il seguito di Send Help ci catapulterà in una lussureggiante isola deserta dove Linda e il capo Bradley – l’attore Dylan O’Brien – naufragano e si scoprono essere gli unici sopravvissuti all’incidente aereo che li ha coinvolti.

All’inizio della forzata convivenza, Bradley – in evidente difficoltà a rapportarsi con la nuova imprevedibile e complessa realtà in cui la sua sottoposta pare invece muoversi completamente a suo agio – prova a imporsi, replicando il rodato meccanismo sviluppato in ambito lavorativo, dando ordini e aspettando dalla controparte l’abituale muta obbedienza. Benché i rapporti di forza si siano bruscamente invertiti, per via che “il potere” è in mano alla sempre meno scialba ragazza che riesce a procacciarsi cibo, costruire un riparo dalle intemperie e aver tutto il necessario per sopravvivere, l’elegante uomo – nonostante l’evidente sua incompetenza – non riesce proprio a dimostrarsi gentile e comportarsi in maniera paritaria, malgrado questo sia, a rigor di logica, il comportamento da adottare per sopravvivere sull’isola, anche fosse temporaneamente.

Raimi gioca con gli stereotipi, talvolta ci scivola dentro, ma lascia emergere un aspetto socio-politico difficile da ignorare: quando il potere cambia di mano, chi lo ha sempre posseduto fatica a immaginare una relazione che non sia di dominio. La donna diventa per lo spettatore un triplo simbolo: soggetto della lotta di genere, figura della lotta di classe e paladina dell’ascensore sociale. La donna contro l’uomo, l’impiegata contro il dirigente e la competenza contro il privilegio. Il film alterna commedia nera, tensione thriller e incursioni horror, ma il vero interesse è dato dalle domande che inevitabilmente si affacciano dopo la visione di questo film: come mai nel 2026 siamo ancora qui a discutere sul fatto che se sei donna e non particolarmente attraente spesso vieni ignorata sul posto di lavoro?

Possibile che ancora si debba denunciare un mondo in cui non si riesce a non essere competitivi e in cui “l’altro” non è mai un compagno, ma sempre un avversario? Possibile che ancora si debba denunciare un’idea di maschio che pretende di essere servito e riverito? Le situazioni estreme trasformano una persona o tirano fuori quello che era solo sopito in lei? Cosa resta della nostra morale quando non c’è nessuno a guardarci?

Send Help non offre risposte ma, almeno, sotto la superficie del “survival movie”, lascia intravedere la speranza che il vero naufragio non sia quello su un’isola, bensì quello di un modello di potere che non sa sopravvivere senza subordinare qualcuno e ci invita a riflettere sul nostro comportamento quando vengono meno le infrastrutture sociali che, in qualche modo, lo regolano.

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D’Annunzio a Fiume. Esercizi di rivoluzione nostalgica https://www.carmillaonline.com/2026/05/01/94389/ Thu, 30 Apr 2026 22:01:35 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94389 di Walter Catalano

Claudia Salaris, Alla festa della rivoluzione. Artisti e libertari con D’Annunzio a Fiume, Il Mulino, pp.290, euro 16,00

Chi conosce la prima edizione di questo volume non troverà, nelle pagine centrali del lavoro di Claudia Salaris, nulla di sostanzialmente diverso. La nuova uscita per Il Mulino ripropone il testo nella sua interezza originale, arricchito da un’appendice dedicata al rapporto tra D’Annunzio e le avanguardie artistiche del primo Novecento — un’aggiunta utile che contestualizza meglio la koiné culturale in cui maturò l’impresa fiumana, ma che non modifica l’impianto interpretativo complessivo. Chi dunque ha già il volume in libreria potrà limitarsi a [...]]]> di Walter Catalano

Claudia Salaris, Alla festa della rivoluzione. Artisti e libertari con D’Annunzio a Fiume, Il Mulino, pp.290, euro 16,00

Chi conosce la prima edizione di questo volume non troverà, nelle pagine centrali del lavoro di Claudia Salaris, nulla di sostanzialmente diverso. La nuova uscita per Il Mulino ripropone il testo nella sua interezza originale, arricchito da un’appendice dedicata al rapporto tra D’Annunzio e le avanguardie artistiche del primo Novecento — un’aggiunta utile che contestualizza meglio la koiné culturale in cui maturò l’impresa fiumana, ma che non modifica l’impianto interpretativo complessivo. Chi dunque ha già il volume in libreria potrà limitarsi a recuperare quelle ultime pagine; chi non lo conosce ha ora una buona occasione per farlo.

Il libro resta, a distanza di anni, uno dei contributi più vivaci e documentati sulla dimensione festiva, libertaria e antiborghese dell’occupazione di Fiume (1919–1920). Salaris, studiosa del futurismo e delle avanguardie italiane, ricostruisce con dovizia di fonti e con passo narrativo agile il clima di ebbrezza collettiva che avvolse l’impresa: i concerti notturni sul lungomare, i discorsi dal balcone del Palazzo del Governo, l’incrocio improbabile tra nazionalismo romantico e istanze anarchiche, tra estetismo decadente e utopia sociale. Fiume fu, per sedici mesi, una città-laboratorio: vi confluirono reduci di guerra esaltati e disillusi, sindacalisti rivoluzionari, arditi, futuristi, anarchici, poeti. La Carta del Carnaro, redatta dal sindacalista rivoluzionario Alceste De Ambris con il contributo di D’Annunzio, era un documento ibrido e visionario che mescolava corporativismo sindacale, tutele dei lavoratori, libertà di culto e riconoscimento delle arti come funzione pubblica dello Stato — un testo che non assomigliava a nulla di ciò che il fascismo avrebbe poi prodotto, e che anzi fu guardato con sospetto dagli uomini di Mussolini proprio per la sua vena egualitaria e la sua ispirazione libertaria.

Va detto, però, che tutta questa ebbrezza era ebbrezza solo italiana — e che la prospettiva slava sulla vicenda è radicalmente diversa, e non può essere liquidata come irrilevante o marginale. Fiume era una città a popolazione mista: italiana in maggioranza nel centro urbano, ma circondata da un territorio — il cosiddetto corpus separatum e i villaggi circostanti — a netta prevalenza croata e slovena. L’annessione proclamata dai legionari era, da quella prospettiva, un’occupazione militare condotta con metodi che includevano violenze, intimidazioni e la cacciata sistematica degli abitanti slavi. Lo storico croato Rene Lovrenčić, nel suo studio sull’identità fiumana (Rijeka između dva rata, Zagabria 1988), e più recentemente Dominique Kirchner Reill in The Fiume Crisis (Harvard University Press, 2020) hanno documentato come la popolazione croata e slovena della regione vivesse l’impresa dannunziana non come festa liberatoria ma come occupazione etnica, accompagnata da episodi di violenza squadrista ante litteram contro le comunità slave. Le stesse tecniche di intimidazione — il manganello, l’olio di ricino, la distruzione delle sedi delle associazioni culturali slovene e croate — che il fascismo avrebbe poi sistematizzato furono sperimentate a Fiume e nell’Istria di quegli anni, come ha ricostruito con precisione Milica Kacin Wohinz nei suoi lavori sulla minoranza slovena sotto il fascismo. La festa, insomma, non era festa per tutti: e chi abitava quelle stesse strade con un cognome sbagliato ne faceva un’esperienza opposta e specularmente tragica. Ignorare questi dettagli, come per altro fa Salaris, non è lettura parziale: rischia di diventare falsificazione storica.

In ogni caso il teatrino fiumano è pittoresco. Il personaggio più memorabile — e più sconcertante — che emerge dalla ricostruzione è senza dubbio Guido Keller, aviatore, animatore del gruppo Yoga e figura di assoluta eccentricità. Keller incarnava una concezione della vita come perenne trasgressione: vegetariano radicale, nudista convinto, incline ai gesti simbolici più stravaganti (si narra di un volo sopra il parlamento di Roma da cui lanciò un pitale con un messaggio provocatorio, e di un’aquila ammaestrata che portava sempre con sé come totem personale), era al tempo stesso sinceramente antimilitarista e attratto dalla mistica dell’azione pura. Il gruppo Yoga — nome scelto con gusto per l’ambiguità, a metà tra ironia e ricerca spirituale — raccoglieva attorno a lui artisti, disertori, libertari e irregolari di vario genere, uniti da un rifiuto viscerale dell’ordine costituito e da un’idea di comunità basata sul dono, sulla condivisione e sul rifiuto della proprietà privata. Arrivarono a organizzare spedizioni di razzia nelle campagne e nei mari circostanti – Fiume sopravviveva grazie alla pirateria navale e terrestre dei cosiddetti Uscocchi, così battezzati dal Vate e spesso capitanati proprio da Keller – non per spirito predatorio ma, almeno nelle intenzioni, per portare viveri alla città assediata e distribuirli gratuitamente alla popolazione. Un anarchismo estetizzante e vitalista, lontanissimo da qualsiasi progetto politico organizzato.

Keller era omosessuale, e questo dato non è marginale per capire la natura dell’ambiente fiumano. Lo stesso Giovanni Comisso, che di quell’esperienza lasciò una delle testimonianze letterarie più belle — Le mie stagioni — era omosessuale, e nel suo memoir la sensualità dei corpi, la promiscuità gioiosa, l’eros maschile circolano con una libertà che sarebbe diventata impensabile di lì a pochi anni. D’Annunzio, con la sua visione estetizzante e pagana dell’esistenza, non aveva nulla della sessuofobia puritana e patriarcale che il fascismo mussoliniano avrebbe progressivamente imposto come norma. L’omofobia militante, il culto della virilità eterosessuale obbligatoria, la repressione di qualsiasi devianza dai codici sessuali del regime — codificata anche sul piano legislativo con le circolari Mussolini-Bocchini degli anni Trenta — erano estranei alla cultura dei legionari fiumani, anzi ne costituivano il contrario. È un’ulteriore ragione, e non secondaria, per non confondere quell’esperienza con il fascismo che venne dopo, pur riconoscendo tutti gli elementi che il fascismo poté strumentalizzare e incorporare a proprio uso.

Ed è qui che il libro di Salaris chiede al lettore uno sforzo interpretativo che l’autrice, pur nelle sue simpatie evidenti per l’oggetto di studio, suggerisce implicitamente: quella cultura non è omologabile al fascismo. Keller e i suoi compagni nutrivano un’ostilità profonda verso l’ordine borghese, verso lo Stato, verso ogni forma di gerarchia istituzionalizzata — tutto ciò che il fascismo, nel giro di pochi anni, avrebbe invece esasperato e portato al potere. La traiettoria di molti fiumani non coincise affatto con quella del regime: alcuni, come De Ambris, finirono in esilio e nell’antifascismo; altri si dispersero nell’indifferenza o nella disillusione. Keller stesso morì in un incidente d’auto nel 1929, prima di poter fare i conti fino in fondo con il regime.

La figura di D’Annunzio rimane la più ambigua e la più difficile da maneggiare storicamente. Il Vate non era un fascista, ma non era nemmeno un antifascista. Aveva costruito la sua carriera su un nazionalismo esasperato, sull’esaltazione della guerra come esperienza estetica e rigeneratrice, sul culto della morte bella e del sacrificio — tutti elementi che il fascismo incorporò avidamente nel proprio repertorio. Allo stesso tempo, D’Annunzio disprezzava Mussolini con il fastidio aristocratico del poeta verso il politicante: lo chiamava privatamente mascellone, e non nascondeva di considerarlo un epigono volgare e un innominabile trastullo del destino (Tom Antongini, segretario del Vate per decenni, e altri, riportano la frase nelle loro memorie). Dopo il Natale di sangue del 1920 — il bombardamento di Fiume da parte dell’esercito italiano, ordinato dal governo Giolitti e accettato supinamente da Mussolini, che non mosse un dito per difendere i legionari — D’Annunzio si ritirò sul Garda, nel Vittoriale degli Italiani, dove costruì la sua tomba-monumento e dove visse gli ultimi vent’anni in una sorta di dorato esilio volontario, sorvegliato, finanziato e neutralizzato dal regime. Mussolini aveva capito che D’Annunzio era troppo popolare per essere perseguitato e troppo imprevedibile per essere davvero utilizzato (come scrisse: “D’Annunzio è come un dente marcio: o lo si estirpa o lo si ricopre d’oro”): meglio tenerlo lì, tra i suoi cimeli, i suoi libri, le sue amanti, i suoi veleni. Proverbiale è l’aneddoto, presumibilmente veridico, del saluto che il duce in visita al Vittoriale rivolse al poeta: “Salve, o fante alato!”, al che il Vate rispose “Salve, o lesto fante!”. La morte nel 1938 — forse un malore, forse qualcosa di meno accidentale, come alcuni storici hanno ipotizzato — lo sottrasse alla necessità di schierarsi apertamente di fronte alla guerra imminente al fianco di Hitler.

Il futurismo, d’altra parte, aveva avuto un percorso in parte diverso. Marinetti aveva aderito al fascismo con convinzione, e tuttavia anche il futurismo portava in sé tensioni irriducibili al regime: l’internazionalismo dell’avanguardia, il rifiuto del passato e dei musei (difficilmente conciliabile con il culto romano e imperiale del fascismo maturo), l’irriverenza verso ogni autorità costituita. Quando il fascismo si consolidò come regime conservatore e clericale, il futurismo fu progressivamente marginalizzato, tollerato ma non amato, esibito all’estero come modernità italiana ma tenuto a bada in patria. La storia dei rapporti tra avanguardia e potere fascista è storia di un equivoco reciproco, non di una coincidenza.

Tutto questo premesso — e premesso con la necessaria chiarezza — il distacco critico rimane indispensabile. La cultura fiumana e dannunziana era intrisa di nazionalismo esasperato, di culto della violenza rigeneratrice, di disprezzo per le istituzioni parlamentari e per la mediazione politica. Questi elementi il fascismo seppe efficacemente incorporare e strumentalizzare, trasformando l’estetismo della rivolta in estetica del potere, il gesto liberatorio in parata di regime, la festa anarchica in adunata oceanica. Non confondere non significa assolvere, né significa ignorare le responsabilità storiche di chi, con la propria retorica e il proprio esempio, contribuì a preparare il terreno culturale su cui il fascismo attecchì.

Il punto è tanto più urgente oggi, e qui è lecito alzare la voce. Le formazioni politiche dell’estrema destra italiana, alcune delle quali siedono attualmente al governo, stanno portando avanti da anni un’operazione di recupero sistematico ed edulcorato di quella stagione culturale: il dannunzianesimo come serbatoio di immagini patrie, il futurismo come estetica della modernità nazionalista, Fiume come mito fondativo di un’italianità ferita e rivendicata. Si tratta di un’operazione che funziona precisamente perché selettiva: prende il nazionalismo e lascia l’anarchia, prende l’estetismo del gesto e lascia il contenuto libertario, prende il culto della nazione e lascia la critica alla borghesia, prende D’Annunzio poeta-soldato e lascia D’Annunzio trasgressore sessuale, bisessuale, pagano, irriducibile a qualsiasi ortodossia morale. Lascia, soprattutto, Keller e Comisso — i loro corpi, i loro desideri, la loro allegra estraneità a tutto ciò che di lì a poco sarebbe diventato il modello dell’italiano nuovo. Un’operazione, in altre parole, che non è recupero storico ma travestimento ideologico che svuota quei movimenti del loro senso più conflittuale e li riduce a repertorio iconografico spendibile per un patriottismo di maniera, convenientemente epurato di tutto ciò che risulterebbe, come la libertà sessuale e la fluidità dei costumi che caratterizzarono Fiume, indigeribile all’elettorato conservatore e clericale di riferimento.

Alla festa della rivoluzione è un libro che merita di essere letto, e che in questa nuova edizione torna opportunamente in circolazione — anche se la strumentalizzazione di cui abbiamo appena detto incombe: ne è evidente prova il pessimo filmetto – inutile citare titolo e autore dal momento che ci ha già pensato lo stesso editore del volume riportandoli prontamente in fascetta – mal sceneggiato, mal interpretato e mal diretto che riprende – almeno in teoria – i fatti descritti nel libro. Brutture cinematografiche a parte (1), l’epica e la retorica, ben contestualizzate, possono strapparci un sorriso, a patto di non dimenticare mai che la festa, a Fiume, finì male: con i cannoni del governo italiano, con la dispersione dei legionari, con le illusioni infrante di chi aveva creduto che la storia potesse essere piegata dalla pura forza del desiderio. E che le macerie di quell’entusiasmo contribuirono a costruire qualcosa di molto più cupo di quanto i suoi protagonisti avessero immaginato o voluto.

(1) A questo proposito, al posto del fotoromanzetto paratelevisivo italiano, consiglio la visione del bel documentario del 2025 Fiume o morte! del fiumano Igor Bezinović – vincitore  di un premio al 54° International Film Festival di Rotterdam – in cui l’autore ricostruisce con ironia e caustico umorismo l’impresa dannunziana chiamando a partecipare i concittadini croati dell’attuale Rijeka/Fiume alla rivisitazione e reinterpretazione dell’evento.

 

 

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