Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sun, 24 Jun 2018 17:50:14 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.6 La Banda degli Onesti https://www.carmillaonline.com/2018/06/24/la-banda-degli-onesti/ Sun, 24 Jun 2018 17:50:14 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=46584 di Alessandra Daniele

Ogni mattina Salvini si sveglia, e sa di dover twittare una stronzata più grossa di quella del giorno prima, ridicolizzando Di Maio. Ogni mattina Di Maio non si sveglia. Per più d’un decennio, il Movimento 5 Stelle s’è spacciato come argine al fascismo. Alla prima occasione, gli ha consegnato il governo. “O noi, o i fascisti” è diventato “Noi fascisti”. Per più d’un decennio, il Movimento 5 Stelle s’è spacciato come antidoto alla politica clientelare. Alla prima occasione, s’è dimostrato un comitato d’affari manovrato da faccendieri, legulei e palazzinari, nel [...]

La Banda degli Onesti è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>

di Alessandra Daniele

Ogni mattina Salvini si sveglia, e sa di dover twittare una stronzata più grossa di quella del giorno prima, ridicolizzando Di Maio.
Ogni mattina Di Maio non si sveglia.
Per più d’un decennio, il Movimento 5 Stelle s’è spacciato come argine al fascismo.
Alla prima occasione, gli ha consegnato il governo.
“O noi, o i fascisti” è diventato “Noi fascisti”.
Per più d’un decennio, il Movimento 5 Stelle s’è spacciato come antidoto alla politica clientelare.
Alla prima occasione, s’è dimostrato un comitato d’affari manovrato da faccendieri, legulei e palazzinari, nel quale gli eletti servono solo da stolido paravento.
Il Movimento 5 Stelle è la peggiore truffa dopo lo schema piramidale Ponzi, ma gli italiani ci metteranno un po’ ad accorgersene.
Per adesso sono distratti dal capro espiatorio della settimana. I Rom.
Dire che i Rom siano un bersaglio facile è un eufemismo.
Una manciata di superstiti, emarginati, perseguitati e sterminati da tutti i regimi della Storia, e che non riuscirebbero materialmente a rendersi colpevoli di tutti i crimini di cui vengono accusati nemmeno se avessero i superpoteri.
Questa settimana il Cazzaro dell’Interno li ha sfruttati per distrarre gli elettori italiani dal DEF, Documento di programmazione economica e finanziaria col quale Tria, ministro dell’Economia di Forza Italia, in collaborazione col predecessore Padoan del PD, e in ottemperanza alle direttive UE, s’è rimangiato tutte le mirabolanti promesse di elargizioni, sgravi e regalie con le quali la banda Grilloverde è arrivata al governo.
Mentre gli italiani venivano incitati a sfogare vigliaccamente tutta la loro rabbia contro il solito nemico immaginario, tornavano a essere realmente fottuti per l’ennesima volta dal branco di Cazzari che hanno incautamente eletto il 4 marzo.
Gli italiani che pretendono il censimento etnico dei Rom, presunti ladri su base genetica, hanno già i nomi di chi davvero li sta sistematicamente derubando di tutto, compresa la loro anima. Li conoscono, li acclamano, li votano.
L’odio però è una droga, ce ne vuole una dose sempre maggiore, perciò Salvini ha aggiunto ai Rom un altro paio di bersagli, Roberto Saviano, e un’altra nave di soccorso ONG – che il farsesco Toninelli ha definito “pirata” – nella speranza di replicare il successo mediatico dell’Aquarius.
Più di 400 dei profughi a bordo dell’Aquarius ci erano stati trasferiti dalle motovedette della Guardia Costiera italiana.
L’Aquarius è stata caricata come una pistola per sparare nel cervello dell’elettorato italiano un messaggio preciso: “Salvini protegge i confini”. “Salvini è l’eroe che ferma l’Uomo Nero, e ti salva dall’invasione”.
Presto, assicurerà alle milizie libiche che i finanziamenti per i lager erogati da Marco Minniti continueranno ad arrivare.
Poi si accrediterà il merito del calo degli sbarchi dell’80% che è già in atto da un anno.
Salvini è come quei criminali imitatori che cercano di farsi attribuire gli omicidi commessi dal loro serial killer preferito.

“Chi controlla la percezione della realtà, controlla la realtà” – Philip K. Dick
È per questo che la democrazia non può più funzionare. Può solo riprodurre in loop lo stesso errore di sistema all’infinito.
Ogni mattina Salvini si sveglia, e sa di dover twittare una stronzata più grossa di quella del giorno prima.
Il governo Grilloverde è uno schema piramidale, ma gli italiani ci metteranno un po’ ad ammetterlo.
Per adesso sono nella fase del rifiuto.
Poi verranno mercato, ira, depressione, accettazione.
E poi un’altra truffa piramidale.

Share

La Banda degli Onesti è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>
Qualcuno sa chi è Jean Sénac? https://www.carmillaonline.com/2018/06/23/qualcuno-sa-chi-e-jean-senac/ Sat, 23 Jun 2018 21:15:01 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=46165 di Neil Novello

Jean Sénac, Ritratto incompiuto del padre. Per finire con l’infanzia, trad. it. e cura di Ilaria Guidantoni, Oltre edizioni 2017, pp. 240, 16 euro

Il lettore che abbia in sorte di imbattersi nel diario di Jean Sénac, Ritratto incompiuto del padre. Per finire con l’infanzia è dinanzi a un resto, un rudere letterario a testimonianza di una cattedrale autobiografica, dallo scrittore algerino non edificata sino alla fine. Allora il finito dell’opera riguarda propriamente l’anta “Per finire con l’infanzia”, che è per l’appunto il reperto testimoniale di un progetto non-finito, un progetto di scrittura allo specchio immaginato [...]

Qualcuno sa chi è Jean Sénac? è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>

di Neil Novello

Jean Sénac, Ritratto incompiuto del padre. Per finire con l’infanzia, trad. it. e cura di Ilaria Guidantoni, Oltre edizioni 2017, pp. 240, 16 euro

Il lettore che abbia in sorte di imbattersi nel diario di Jean Sénac, Ritratto incompiuto del padre. Per finire con l’infanzia è dinanzi a un resto, un rudere letterario a testimonianza di una cattedrale autobiografica, dallo scrittore algerino non edificata sino alla fine. Allora il finito dell’opera riguarda propriamente l’anta “Per finire con l’infanzia”, che è per l’appunto il reperto testimoniale di un progetto non-finito, un progetto di scrittura allo specchio immaginato fin dal 1959 con il grandioso e ineffabile titolo “Libro della vita”.

«Andare fino al fondo di uno sforzo mi è sempre costato. Non mi sono concesso che con lentezza e pena» scrive Sénac imprimendo nel lettore un’immagine di sé e un modo di essere dell’opera. Ma c’è di più. L’incompiutezza di disegno e il carattere esemplare di una lingua-stile da collocare ai vertici estetici più esemplari della letteratura mediterranea, figura finalmente un’immagine aurorale, qualcosa di unico nell’orizzonte delle scritture autoteliche nel secondo Novecento. Quel che resta del colossale proposito di scrivere un Libro della vita, il tassello Ritratto del padre. Per finire con l’infanzia, appare dunque come un astro venuto da un altro cielo, un objet étranger caduto come in una plaga terrestre.

L’opera di Pier Paolo Pasolini, autore dalla critica talvolta associato a Jean Sénac, con Petrolio fornisce un modello di non-finito, in cui però l’infinibilità è l’esito naturale della contingenza, che comunque riflette un’estetica compiuta. Si potrebbe parlare – così di Petrolio come del Ritratto – di compimento del non-finito intendendo però il Ritratto, non più Petrolio, come un corpo letterario estraneo alla generale convenzione della finibilità, qualcosa che richiama, proprio per questa sua intrinseca natura, un preciso statuto interiore, una qualità psicologica incarnata nello scrittore di Béni Saf. Non finisce, alla lettera, il Ritratto. Anzi, Sénac si autointerroga sull’esperienza stessa di scrivere, d’avere scritto: «Comen avons nou pu écrire?». Nei fatti, il Ritratto appare come un miracolo volontaristico, il sovrumano sforzo di scrivere qualcosa di predestinato a non finire. E anche nella mera apparenza tipografica, non finisce ancora perché il Ritratto si sgretola, esplode. Ciò che era la parola poetica è ora l’esito di una deflagrazione al di là della quale sulla pagina resta sparsa una marea di scorie, di detriti, la polvere di un’apocalisse:

XWZU
Vnoqrstv ssss
Nmonmnopnopmoupmnopmnop
Uuuuuuuuuuuuuuuuuuuu
Ristabilire l’equilibrio, Ristabilire un ordine disequilibrato
La rivolta L’infanzia pura Ma vivere Ristabilire

Non ricordo, a memoria, andando ora all’altro capo del libro, un incipit più potente del Ritratto, forse qualcosa di altrettanto epifanico lo si potrà leggere in un altro libro della vita, Oga Magoga, il romanzo-universo del gran cuntista Giuseppe Occhiato. Ma leggiamo questa prima pagina del Ritratto, ritroveremo insieme il tratto inconfondibile di Journal du voleur di Jean Genet (per Sénac il «più grande scrittore di questo tempo», cui è dedicato proprio il Ritratto) e la rara presenza di quella écriture des astre, la cui memoria rimanda alla pagina indimenticabile di Maurice Blanchot e il cui significato ultimo rinvia a Emmanuel Levinas, nel luogo dove è saldata in uno l’intercambiabilità tra des astre e désastre:

Uno strano esilio il nostro! Tra fuochi spenti, cammino, sogno, parlo. Ricompongo all’uso del mio cuore una terra che già si sfuoca. Strano esilio. Molto lontano, verso la falesia, mia madre accende il suo fornello a petrolio. Leva delle grida nel mentre mia sorella, di fronte allo specchio frantumato, si trucca. Anch’io sono là, tra gli specchi dell’esilio, cercando nella memoria frivola i temi che, proiettando la mia leggenda, ripetono a mezza voce niente meno che le sillabe della mia verità.

Non un «romanzo» il Ritratto, un «poema» in prosa verrebbe da scrivere, da un lato per la presenza ingombrante della lingua poetica e della poesia, dall’altro per la dimensione astrale di uno stile di scrittura scintillante, un mosaico di balenanti frammenti, qualcosa di formalmente inclassificabile. Al Ritratto, per stare alla palpitante materia del suo contenuto, si potrebbe affibbiare una formula nietzscheana, cioè l’opera è una corda tesa tra la figura platealmente presente della madre di Sénac (Jeanne Comma, prima dedicataria del libro, insieme a Jean Miel, Patrich Mac’Avoy, René Char, Antonin Artaud, per l’appunto Jean Genet, e nel nome neanche tanto occultato di un altro dimenticato della cultura francese del Novecento, Paul Nizan), e il grande assente e insieme il vero duende del Ritratto, il padre, la «mia sete e il mio nulla» come si legge a inizio di narrazione. Non diversamente dall’idea di rivelarsi nella parola autobiografica, questo (in parte) journal intime sembra infoltire una linea maestra, la grande dorsale, il meridiano passante tra le Confessions di Jean-Jacques Rousseau e Mon cœur mis à nu di Charles Baudelaire, con il quale il Ritratto condivide – tra le altre cose – l’identità di opera-relitto, cioè di un restante simbolo di una realtà che forse è stata (o di ciò che forse dovrà ancora essere).
La madre e il padre o l’immagine della paternità, la patria, l’Algeria, queste sono per Sénac le orme su cui rincamminare, su cui rincamminarsi per ricomporre, nel Ritratto, i segnavia del perduto paesaggio dell’origine e della memoria. Come in Proust, anche in Sénac («Ho vergogna di non aver letto completamente Proust»), rincamminare è per così dire la promessa, alla fine, di un «Temps retrouvé», qualcosa che permette al vissuto di rifluire sulla pagina, alla vita di diventare letteratura, di diventare cioè un potenziamento stesso della vita e non una sua mendace o tradita riproduzione.

La madre, Jeanne Comma, è la presenza e l’interlocutrice prima del Ritratto. Se il poema è l’incompiuto ritratto del padre, la figura materna vive nel segno della compiutezza, è un organismo vivente, una creatura del sacrificio e la portatrice stessa della sopravvivenza. Il Ritratto dunque è un libro a due superfici riflettenti, l’evidence o la scena in luce è per la madre, la zona di intercapedine destinale, la filigrana del vissuto è per il padre. Entrambi, però, concorrono a comporre il ritratto del figlio, Jean Sénac, anzi la madre e il padre realizzano una cifra di destino, qualcosa da cui è scaturito propriamente l’indeterminabile, il poema chiamato a contenere la «mitologia» di sé tra due forme del tempo, il tempo perduto e il tempo ritrovato. Se allora il Ritratto è anche una recherche, essa è anzitutto l’esperienza di una riscoperta mitologica, cioè riguarda l’esposizione di una realtà materno-paterna al cui centro il diarista tratteggia l’icona del sé. Nel disegno troviamo collocata la materia prima e creaturale di una scrittura automitografica venuta all’evidenza, ciò perché lo scrivente scrive di sé dalle regioni profonde e oscure di un desiderio autoanalitico. La scrittura è dunque uno strumento del raccontare e del capirsi, un mezzo maieutico in cui non conta più estrarre la verità dall’altro ma solo quel che veramente conta, cogliere in boccio una verità, la verità di sé.

Tra orfanità di padre e senso di spaesamento esistenziale, forma della relittitudine, Sénac domanda alla realtà del mondo quale sia infine il mondo della realtà. Qui è esposta la ferita meno medicabile, quella coscienza dell’assurdo che tiene in una sola culla l’esistenza del diarista e il pensiero di Camus, l’interlocutore paterno di un’«amicizia impossibile». Alla memoria e alla tessitura di un ordito disorganico di eventi, laceranti lutti, giochi erotici, visioni, deliri e sogni Sénac affida il compito di develare proprio il mondo della realtà, develarlo non per comprenderlo ma per comprendersi nel profondo, donarsi un nome abitando il sacro mistero della realtà del mondo. Qui la figura assente del padre, il «non-visto, non-nominato», è una sorta di demoniaca divinità, una creatura perturbante venuta ad assumere il ruolo di demiurgo dell’immaginario filiale. Per essere, il figlio dovrà penetrare in quell’«Essere» superiore che è il padre. Non uccidere il padre però ma sopravvivere, divorandone il nome, alla sua mitologia. Il Ritratto allora si rovescia nel suo ideale contrario, diviene cioè un autoritratto in forma di figlio alla recherche del padre, in forma di figlio alla ricerca di una patria, l’Algeria (o le patrie che l’Algeria è), e che resta sempre una terra abitata e anche da abitare, il luogo dell’abitabile espresso nella sua radicalità, nella sua identità rinviante per l’appunto a inestirpabili «radici»: «La felicità, talvolta è questo attimo di radici» scrive Sénac.

Un radicale canto, un canto delle radici, anche questo è il Ritratto. E la forma stessa del poema, la sua struttura poematica, rimanda l’immagine del rizoma. Qui la scrittura incede seguendo una ramificazione visionaria, è propriamente innescata da uno stile per l’appunto rizomatico, questo così mosaicale di Sénac, specie quando la memoria del padre e della madre espone il narratore al recupero (memoriale) non di una narrazione lineare ma come di una costellazione, un informe aggregato, un insieme molecolare di balenii, di pulsanti brani di vita ricamati infine in un arazzo automitografico. Non si è dinanzi a un delirio narcisista né qui è in scena il monologo egotista di un velleitario del ricordo, tra le pagine del Ritratto troviamo un Sénac tutt’altro che imprigionato nel sé, semmai il teatro del sé espone in luce anche uno scrittore sensualmente coinvolto nella vita algerina, una vita per così dire erotizzata in ogni momento della sua afrodisiaca espressione esperienziale.
La più efficacie definizione del Ritratto è fornita proprio dallo scrittore quando parla en passant dell’arte del pittore serbo Petar Omcikous, «macchie appena modulate ma che procedono per sortilegi fino alla sinfonia, all’unità, all’universo». Qual è allora la condizione unica e immodificabile di un siffatto sortilegio? Per una volta, alla ricerca del sortilegio, e per un’icastica occorrenza, Sénac sembra non soccorrere il lettore. Ritratto incompiuto del padre, nel sottotitolo occulta la chiave stessa del diario. Non più allora Per finire con l’infanzia ma il suo speculare e stravolto contrario, non dover mai finire con l’infanzia. Proprio in questa resa alla verità sembra collocarsi il sortilegio. La sua vita infinibile traccia allora l’esemplare via di questa scrittura di abbandono e patimento, di dolcezza e ferocia, questa scrittura votata alla miseria, alla preghiera e al sole, al cuore, al sacrificio, questa visione che procede in circolo dall’infanzia anagrafica in direzione di un’altra infanzia, uno stato di fanciullezza destinato a durare oltre ogni possibile fine.

Share

Qualcuno sa chi è Jean Sénac? è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>
La casa vuota https://www.carmillaonline.com/2018/06/23/la-casa-vuota/ Fri, 22 Jun 2018 22:01:52 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=46460 di Giovanni Iozzoli

Giro per l’appartamentino vuoto di mia suocera, ormai perennemente al buio, con le tapparelle abbassate come un sipario chiuso. L’odore muschiato e dolciastro dei suoi profumi di vecchia signora sembra aver impregnato i mobili, gli ambienti, le pareti, come se lei fosse ancora lì.

Se ne è andata poche settimane fa, con la sobrietà tipica della sua innocua specie – portandosi via le sue metastasi, le sue ansie, le sue piccole fissazioni da anziana. Ovunque i segni di una vita improntata all’ordine, all’ossequio e al pedissequo rispetto del sistema di regole che per decenni ha codificato e fissato [...]

La casa vuota è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>

di Giovanni Iozzoli

Giro per l’appartamentino vuoto di mia suocera, ormai perennemente al buio, con le tapparelle abbassate come un sipario chiuso. L’odore muschiato e dolciastro dei suoi profumi di vecchia signora sembra aver impregnato i mobili, gli ambienti, le pareti, come se lei fosse ancora lì.

Se ne è andata poche settimane fa, con la sobrietà tipica della sua innocua specie – portandosi via le sue metastasi, le sue ansie, le sue piccole fissazioni da anziana. Ovunque i segni di una vita improntata all’ordine, all’ossequio e al pedissequo rispetto del sistema di regole che per decenni ha codificato e fissato il modello di “come dev’essere una signora”. Vedova e acciaccata, usciva poco da anni, riversava tutte le residue energie nella cura scrupolosa della casa: che si è conservata come un perfetto ecosistema chiuso, una specie di riproduzione o allestimento scenico, totalmente spontaneo, dell’ambiente piccolo borghese italiano.

Quando ero ragazzino odiavo la parola stessa “piccola borghesia” – temevo di scorgere in me i residui venefici o genetici di quella classe tremebonda, ne vedevo tracimare i confini, i costumi e i comportamenti, fino a contaminare con il suo conformismo tutta la società, verso l’alto e verso il basso. Leggevo Pasolini (senza capirne né il pathos né il chaos interiore) e mi sembrava di condividere il suo dolore, davanti alle trasformazioni della società italiana: “la cultura piccolo borghese, almeno nella mia nazione, è qualcosa che porta sempre a delle corruzioni, a delle impurezze…”

Piccola borghesia. Non coglievo l’essenza rivoluzionaria di quella categoria, non riuscivo a leggere l’epopea sfolgorante di quel ceto imbastardito ed egemone – eppure ogni stadio di quella traiettoria era squadernato davanti agli occhi di tutti, come processo sociale di massa. Per diventare “piccolo-borghesi” – avanguardie ed esercito della più poderosa e accelerata trasformazione della storia d’occidente – i ragazzi e le ragazze usciti dal dopoguerra italiano hanno dovuto condurre un prodigioso sforzo di autoeducazione, di elevazione, di indottrinamento e perfezionamento. Uno sforzo epocale, ideologico e pratico, magari compiuto con il sorriso sulle labbra, sera dopo sera, seduti su un divano davanti al Carosello: imparare, acquisire, accumulare, conservare, curare, trasmettere – un training infinito che li fa uscire dal freddo pezzente degli anni 50 e li proietta magicamente nel mondo delle plastiche colorate, della cosmesi, delle utilitarie. Un’ascesi, una via quasi mistica di adesione incondizionata alla nuova era.

Apro i guardaroba, in cui regna un ordine maniacale di pulloverini, camicette, foulard: da ogni cassetto si effonde un odore misto di lavande e naftaline, a sfidare l’eternità – cassettoni e armadi come tombe dei faraoni. Quanta fatica è costato arrivare a simili vette di ordine – esteriore ed interiore? Persino il ripostiglio delle scope, esprime un suo codice, una sua precisa cifra simbolica – la rivedo mentre ricorda, agli ascoltatori e a se stessa: la pulizia è la prima cosa! Decenni a strofinare, lavare, lucidare. Aspirare. Anni furiosamente passati a dettare un ordine alle cose, ricostruire un senso nuovo, perché quello antico era ormai superato. La dialettica senza filosofia, delle persone semplici. E questa ricerca di “ordine nuovo” non è forse l’essenza di ogni rivoluzione?

Dietro le vetrinette si vedono le teiere ampollose e dorate, con i servizi di tazze e bicchieri che le contornano; bicchieri che sono coni rovesciati di cristallo, serviti a brindare con poche gocce di champagne in tanti capodanni tristi – buon 1972, felice 1989, una lunga sequenza di auguri domestici, auspici dimessi di salute e stabilità in un mondo ogni anno più instabile. La macchina da cucire Singer, che doveva troneggiare dentro l’ arsenale di ogni casalinga rispettabile. Madonne di varia foggia alle pareti – in una casa dalla religiosità flebile ma costante, come corredo di ogni famiglia morigerata. Pochi libri – una sontuosa Divina Commedia, acquistata a dispense settimanali rilegate; la Bibbia; qualche romanzo sconosciuto e finito lì chissà come; la collezione di Sorrisi e Canzoni; l’Enciclopedia della Donna – perla antropologica del 1969, viaggio tra le cucine regionali e l’importanza dell’igiene intima per la donna moderna.

Aveva conservato fino alla fine il suo aspetto esteriormente impeccabile – i capelli setosi erano diventati delicata stoppa bianca, ma voleva che fossero sempre in ordine, come ai tempi in cui andava ogni settimana dal parrucchiere, a ravvivare la messa in piega colorata. Neanche il prete al momento dell’estrema unzione, doveva coglierla esteticamente in fallo.

Nel bagnetto di servizio sono rimaste un paio di pantofole vecchie e sformate (non da mia suocera!); sono infatti un residuo del passaggio, brevissimo, della sua ultima badante in quella casa – Katrina, un carrarmato moldavo di fabbricazione sovietica, scrupolosissima, onestissima, indefessa lavoratrice. Già anzianotta, la Katrina aveva un solo punto debole: una paura superstiziosa della morte; con i vecchietti vivi era amorevole ed efficiente, ma l’idea di addormentarsi con un anziano moribondo sotto lo stesso tetto, la terrorizzava; per quello che la notte non dormiva, angosciata, vegliando mia suocera con il telefono in mano, pronta a dare l’allarme al mondo. Forse dalle sue parti porta male, dormire insieme ai morti, bho. Le badanti che si vedono in giro sembrano sempre più anziane, forse le leve giovani non sopportano più questa vita ingrata e sono renitenti all’arruolamento. Un’altra signora che era passata in quella casa qualche mese prima, ultra sessantenne, mentre esercitava la sua non facile mansione di assistente domiciliare tutto fare, subiva riservatamente dei pesanti cicli di radioterapia – l’abbiamo saputo dopo. Aiutano economicamente mariti anziani o alcolisti con pensioni da 80 euro al mese (del suo, Katrina diceva con semplicità e un sorrisino triste che “era andato fuori di testa”…), e figli sparsi in ogni angolo dell’immenso est Europa, da Bucarest alle regioni minerarie e selvagge della Siberia.

Le mensole custodiscono ninnoli misteriosi, bomboniere e residui cerimoniali di cui solo la padrona di casa conosceva storia e origine. Poche le foto esposte, di figli e nipoti, dentro belle cornici argentee. Ma i cassetti sono pieni di morti in bianco nero – nonni, zii, cugini, un rosario di defunti, tutti collegati da qualche frammento di DNA, morti chissà come e chissà quando, tenuti lì dentro a mò di ossario, in una specie di coazione al ricordo, nell’assurda idea che smarrire quelle foto avrebbe significato uccidere definitivamente quei parenti antichi.

Mia suocera, con i suoi capelli ordinati e i vestiti modesti e impeccabili, era figlia di campagnoli sfollati in città, in tempo di guerra, dalla provincia modenese in fiamme. Suo nonno, già anziano, era stato torturato e ammazzato dalle Brigate Nere perché sospettato di nascondere partigiani (era vero). Suo padre e sua madre erano operai delle Fonderie Riunite. Le pallottole fischiarono anche sopra la loro testa, il 9 gennaio del 1950, in occasione di una delle tante stragi operaie che furono il biglietto di presentazione della nuova repubblica. La guerra infame, le famiglie spezzate, macerie annerite e carbone, vecchi prosciutti, più preziosi dell’oro, nascosti in cantina; e poi scioperi su scioperi, il freddo delle polmoniti fulminanti e il caldo colerico delle afe estive; il puzzo di stalla, la morchia d’officina nera come pece sulle mani e sui vestiti, invalidi, storpi, poliomelitici, vedove che si prostituiscono e orfani volenterosi ospitati a frotte nella Città dei Ragazzi. Quanta fatica è costata a mia suocera realizzare il salto quantico che l’ha proiettata da tutto questo, verso un futuro fatto di réclame, bon ton, libretti postali e sapiente consumismo? A quale durissimo apprendistato ha dovuto sottoporsi, la sua generazione, per reggere l’impatto devastante dei tempi nuovi, dei nuovi modelli (soprattutto di femminilità) che erano suadenti ma anche spietatamente esigenti? Cosa successe nella testa di lei – e di milioni di altre ragazzine – quando decisero di diventare tante Marisa Allasio, povere ma belle, o tante signore imperlate ai fornelli, come la donnina che ammiccava, cucchiaio alla bocca, dalle scatole del doppio brodo Star? Si capisce che neanche Spielberg potrebbe raccontare degnamente un simile salto nel futuro, una simile odissea tra i flutti della storia, solcati e dominati allo stesso modo da milioni di uomini e donne, pirati indomiti, combattenti dell’elevazione sociale e del perfezionismo piccolo borghese, che si sarebbero immolati, pur di non tradire il loro ideale estremo: uscire dalla miseria rurale del 900 e proiettarsi verso un “altrove” luminoso e fittizio, da gustare nei loro minuscoli salottini di città, spolverando e sorvegliando, armi alla mano, l’ordine estremo delle cose e delle vite.

Mia suocera. Girando per la sua casa vuota, verrebbe voglia di fare il saluto militare, o qualcosa del genere per onorarne la memoria; quelli della sua generazione sono stati fanti anonimi e obbedienti di una guerra incruenta (o solo diversamente cruenta) chiamata modernizzazione. Se Pasolini fosse vivo e attivo, vagherebbe dentro quella casa per delle ore, annusandone i mobili, lisciandone le pareti, cercando di cogliere il segreto, il lato occulto e nascosto di quelle vite, di quella classe in estinzione. Intanto, rivoli di memoria scorrono via, perduti per sempre, man mano che la casa viene smobilitata e liberata – come un museo in fase di trasloco, dalle teche semivuote.

Share

La casa vuota è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>
Fuoco resta con me https://www.carmillaonline.com/2018/06/21/fuoco-resta-con-me/ Thu, 21 Jun 2018 21:01:30 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=46284 di Elena Araldi e Lara De Luna

[Fuoco resta con me, di Elena Araldi e Lara De Luna è, come da titolo, un battesimo del fuoco, un bildungsroman che racconta la fuga di due ragazze che hanno subito gravissimi episodi di violenza e cyberbullismo, un viaggio incalzato da inseguimenti e trappole, che da Desenzano giunge fino al mare. Il romanzo è diviso in due parti, una narrata in prima persona da Satine, l’altra da Carola, novelle Thelma & Louise, senza soldi e disperate, in viaggio quasi sempre a piedi o [...]

Fuoco resta con me è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>

di Elena Araldi e Lara De Luna

[Fuoco resta con me, di Elena Araldi e Lara De Luna è, come da titolo, un battesimo del fuoco, un bildungsroman che racconta la fuga di due ragazze che hanno subito gravissimi episodi di violenza e cyberbullismo, un viaggio incalzato da inseguimenti e trappole, che da Desenzano giunge fino al mare.
Il romanzo è diviso in due parti, una narrata in prima persona da Satine, l’altra da Carola, novelle Thelma & Louise, senza soldi e disperate, in viaggio quasi sempre a piedi o con mezzi improvvisati, cariche delle loro zavorre di sensi di colpa e vergogna, di rabbia e ansia di sopravvivenza. Mentre le illusioni di Satine si sfaldano a poco a poco, quelle di Carola acquisiscono forza anche attraverso la potenza del cinema, grande passione che lei cerca di trasmettere a Satine raccontandole, a intervalli, il lascito più importante della sua serie preferita, Twin Peaks, una storia così decisiva per lei tanto da essersela impressa sul corpo sotto forma di tatuaggio. E non è un caso che la peculiarità della scrittura di Araldi e De Luna preveda la formula sperimentale del romanzo-sceneggiatura: le pagine sono scandite per scene anziché per capitoli (strutturate graficamente proprio come uno script) e rispettano le unità di tempo, di luogo e di azione, salvo qualche flashback. Insomma, è un romanzo già pronto per un film. Ringraziando l’editore e le autrici vi proponiamo la scena in cui viene spiegato il titolo].

Saranno più o meno le dieci e già fa un caldo afro, ci fiondiamo di corsa verso la fontanella che troviamo poco distante. Beviamo con la bocca sotto al getto, ma ci bagniamo la testa. L’acqua schizza da tutte le parti. Un minuto e siamo fradicie. Spero che la stoffa leggera del mio vestitino non si asciughi troppo presto. Carola si toglie la maglietta, la strizza, la arrotola e se la appoggia sulla spalla. Di nuovo il suo tatuaggio cattura il mio sguardo. Ora riesco a leggere bene le parole sul suo costato. Fuoco resta con me.
«Che significa?» le chiedo, indicando la scritta.
«È la frase cult di Twin Peaks, Fuoco cammina con me, solo un po’ rimaneggiata. Hai presente Twin Peaks, no?»
«Mmm… no.»
«Ma sì, dai, è impossibile che non l’abbia mai sentita: la serie di David Lynch.»
«David chi? No, mai sentito.»
«È una serie pazzesca degli anni Novanta. In questo paesino sperduto dell’Oregon, Twin Peaks appunto, in riva al fiume un giorno viene trovato il corpo di una ragazza morta, Laura Palmer, e bisogna capire chi è stato. Ma la trama è molto di più di una semplice indagine su un omicidio.»
Si passa la mano sul tatuaggio, usando il dito come evidenziatore.
Continuiamo a camminare e la sento recitare, come se fosse uno stralcio di una canzone ripetuta allo sfinimento:
«Through the darkness of future past, the magician longs to see.
One chants out between two worlds… Fire walk with me
».
[…]
Io però sono ancora curiosa: «Quindi… perché hai voluto proprio quella scritta?»
«Il tatuaggio l’ho fatto sei mesi fa, dopo aver visto la serie con mio padre. È una frase che mi appartiene.»
«Fammi capire… senti di appartenere al fuoco?»
Lei non coglie che la mia domanda è mezza ironica e mi risponde molto seriamente: «Forse. Sento che mi sono bruciata. E quando tocchi il fuoco e ne vieni scottata, i segni restano su di te per sempre. Ma il fuoco è energia, e da quei segni potresti anche succhiare linfa vitale. Per questo vorrei che l’energia del fuoco mi restasse sempre accanto».
«A proteggerti?»
«Anche. A proteggermi e a farmi sentire viva. Se vivi fino in fondo, devi prendere in considerazione il fatto che potresti scottarti. Non c’è protezione senza rischio.»
Abbassa gli occhi sconfortata, mentre considero che vale lo stesso per me. Anch’io sono piena di bruciature. Anzi, sono una torcia umana e non so se – quando il fuoco ti attacca a questi livelli – per me ci sia ancora una possibilità di salvezza.
Sembra che lei mi legga nel pensiero: «Il fuoco non è poi così male, sai?»
«È di questo che parla Twin Peaks
«Parla del fatto che il male si annida dove meno te lo aspetti, spesso in luoghi e persone così vicini a noi che, anche se ci sbattiamo la testa contro, fatichiamo ad ammetterlo.»
La mia storia, in sostanza. Sembra fatto apposta.
«Grazie tante. Io l’ho imparato anche senza vedere questo capolavoro di serie. Quindi quale sarebbe l’utilità?»
«Il buon cinema è come i buoni libri, dice mio padre: ti aiuta a non crucciarti troppo per la vita. Ti fa sentire meno solo, ti fa capire che i tuoi problemi sono meno importanti di quel che credi e che comunque ce li hanno in tanti: anzi, molti stanno anche peggio di te.»
«Se ti riferisci a quello che mi è successo, sappi che con me non funzionerà mai nessun film, per quanto grandioso possa essere.»
«Ah, sì? Lo sai che Laura Palmer, la ragazza trovata morta all’inizio, quella che fa partire le indagini, insomma, era considerata una poco di buono? Lo sai che suo padre l’aveva spiata mentre lei faceva sesso?»
La guardo stupita, lei prosegue: «Laura lo aveva deluso. Ma lui le voleva un mare di bene. Lo sai che quando è morta, di punto in bianco a suo padre sono venuti i capelli bianchi? Ma non voglio dirti altro».
«No, no, raccontami… Quindi suo padre le voleva bene come ne vuole a me mia madre? E ha superato la vergogna per ciò che si diceva di lei?»
«Questo non posso anticipartelo. Ma non conta quello che succede nei film. Conta quello che succede dentro di noi, mentre guardiamo un film. Conta quello che ti lascia dentro, lo sguardo nuovo che ti regala sul mondo e sulla tua vita.»

Fuoco resta con me di Elena Araldi e Lara De Luna, Baldini e Castoldi, Milano 2018, 225 pagine, € 10,00 (in promozione fino al 30 giugno, poi € 15,00)

Share

Fuoco resta con me è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>
Immagini del conflitto / Spazi https://www.carmillaonline.com/2018/06/21/immagini-del-conflitto-spazi/ Wed, 20 Jun 2018 22:01:02 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=46243 di Gioacchino Toni

Di pari passo alla propagazione delle nuove tecnologie digitali di comunicazione si è diffusa tra gli esseri umani la sensazione di trovarsi di fronte a nuovi spazi abitativi. Del carattere politico-conflittuale di tali universi – ciberspazio, web, infosfera… – si occupa il libro di Antonio Tursi, Immagini del conflitto. Corpi e spazi tra fantascienza e politica (Meltemi, 2018), volume di cui abbiamo già avuto modo [su Carmilla] di approfondire la sezione che dedica alla trasformazione del corpo in un orizzonte post-umano.

La questione del carattere politico del nuovo mondo tecnologico con cui ci troviamo a [...]

Immagini del conflitto / Spazi è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>

di Gioacchino Toni

Di pari passo alla propagazione delle nuove tecnologie digitali di comunicazione si è diffusa tra gli esseri umani la sensazione di trovarsi di fronte a nuovi spazi abitativi. Del carattere politico-conflittuale di tali universi – ciberspazio, web, infosfera… – si occupa il libro di Antonio Tursi, Immagini del conflitto. Corpi e spazi tra fantascienza e politica (Meltemi, 2018), volume di cui abbiamo già avuto modo [su Carmilla] di approfondire la sezione che dedica alla trasformazione del corpo in un orizzonte post-umano.

La questione del carattere politico del nuovo mondo tecnologico con cui ci troviamo a fare i conti viene affrontata da Tursi recuperando alcuni celebri esempi di narrazione di “mondi nuovi” del passato per poterli confrontare con i nuovi scenari contemporanei. L’analisi prende il via dalla constatazione di come a partire dalle grandi scoperte geografiche cinquecentesche si originino due grandi narrazioni metaforiche caratterizzate da differenti connotazioni socio-politiche: «da un lato, verso il consolidamento di un utopismo popolare, soprattutto contadino, che aveva radici nel medievale Paese di Bengodi e che si manifestava nelle tante variazioni sull’antico tema del Paese di Cuccagna; dall’altro, verso l’elaborazione di costruzioni colte e moderne come l’Utopia di Tommaso Moro e la Città del Sole di Tommaso Campanella» (p. 101). La prima direzione, che si protrae addirittura fino all’epoca illuminista con Candido e l’Eldorado, insiste con il descrivere utopisticamente un mondo paradisiaco. Per quanto riguarda il secondo filone lo studioso si sofferma sul celebre Libellus relativo all’isola di Utopia di Moro in cui il mundus novus, nella sua volontà di neutralizzare ogni tipo di “lotta di parte”, «si pone come tramite tra la Repubblica disegnata da Platone […] e il Leviatano di Hobbes» (p. 106).

Dopo tali premesse storiche Tursi approda al romanzo di genere distopico di Aldous Huxley, Brave New World (1932), in cui si narra di uno Stato Mondiale che genera i suoi abitanti in provetta per poi collocarli in rigide caste pianificandoli ed educandoli a mantenere e desiderare l’ordine stabilito. In ossequio all’obiettivo della stabilità sociale, in cambio dell’apatia a questi cittadini del nuovo mondo, prodotti attraverso una sorta di catena di montaggio, viene garantita la felicità materiale e fisica. Huxley avrà modo, diverso tempo dopo aver steso il romanzo, di puntualizzare il ruolo della comunicazione di massa e dell’intrattenimento nel creare e soddisfare gli appetiti dell’uomo moderno soffocandone ogni minima propensione politica.

Attraverso queste tappe lo studioso giunge a ragionare sulla definizione di Metaverso proposta da Neal Stephenson nel suo romanzo Snow Crash (1992), opera che tocca questioni che hanno a che fare con l’intrecciarsi di arcaico e contemporaneo, con i linguaggi, la religione, i cyborg, i migranti, la cultura popolare e le urgenze ambientali. Ad essere preso in esame è soprattutto il rapporto tra «realtà (o meglio ciò che siamo abituati a considerare tale) e Metaverso, tra territorio e nuovo mondo virtuale per cogliere il tracciamento politico di entrambe queste dimensioni [al fine di comprendere] la cifra politica che emerge dal loro inestricabile intreccio» (p. 114-115). Diversamente dalle utopie e dalle distopie moderne, «il Metaverso (o ciberspazio) richiede una pratica politico-polemica proprio perché non è scisso degli spazi della nostra vita quotidiana» (p. 115). Rispetto alle narrazioni utopiche e distopiche della modernità in questo caso occorre fare i conti con l’ambiguità del rapporto tra il territorio e la simulazione del ciberspazio.

Snow Crash a cui fa riferimento il titolo è tanto un virus informatico che si propaga in rete provocando “l’effetto neve” sui monitor, quanto un virus mentale che, propagandosi attraverso i liquidi corporei e gli agenti atmosferici, colpisce “la carne viva” degli esseri umani imponendo loro di obbedire agli ordini ricevuti attraverso un codice sotto forma di linguaggio monosillabico. Il medesimo virus neurolinguistico può dunque attaccare nel Metaverso e nella realtà incidendo tanto sugli avatar quanto sui corpi. «Sin nel titolo, dunque, è racchiuso il rapporto stretto e inscindibile tra quella che siamo soliti considerare realtà e il nuovo spazio dei flussi informativi, tra mondo materiale e mondo del codice digitale. Unico è lo strumento di cui avvalersi per dominare in entrambe queste dimensioni: il virus Snow Crash. Unico perché queste dimensioni sono sempre più interconnesse» (p. 116).

Le vicende narrate da Stephenson sono collocate in uno scenario futuro postatomico e postnazionale in un territorio corrispondente agli attuali Stati Uniti ma smembrato in una miriade di autonome enclave recintate e protette. Soltanto alcuni luoghi sottostanno al governo federale degli Stati Uniti mentre i restanti appartengano alle più svariate entità: «il territorio non è più lo spazio in cui si manifesta il potere assoluto del governo statale bensì un patchwork di micropoteri privati, extraterritoriali, conflittuali e instabili. […] Quello che resta, dunque, non è più uno Stato e forse neppure, più genericamente, una unità politica di qualsiasi tipo. Eppure in questo patchwork frastagliato, che tende a isolare spazi chiusi, si tessono legami, alleanze, comunanze» (p. 118).

Il Metaverso di cui narra nel romanzo è invece “un mondo di simulazione” ove gli utenti accedono connettendosi attraverso il web. Il romanzo descrive l’aspetto e la funzionalità di questi spazi in cui gli individui si presentano e agiscono attraverso degli avatar. «Del linguaggio-macchina che controlla i computer e dunque il Metaverso, gli hacker […] sono a tal punto esperti da averlo interiorizzato nelle strutture profonde del proprio cervello, nei propri percorsi neurolinguistici, nel proprio bioware. Questo li rende adatti a gestire il linguaggio di programmazione ma anche particolarmente vulnerabili al virus neurolinguistico Snow Crash. Ma dov’è il pericolo anche ciò che salva cresce. Gli hacker combattono approntando da sé i mezzi di produzione-lotta. […] Questa élite tecnologica non si caratterizza solo per una abilità tecnica ma anche per un nuovo paradigma di legame sociale. Ci che contraddistingue gli hacker, infatti, è lo spirito altruistico di condivisione […] Ciò che gli hacker mostrano è prima di tutto una nuova etica» (pp. 121-122).

Nel romanzo si confrontano una tendenza all’appropriazione ed una alla condivisione. «Di fatto gli scontri nel Metaverso non sono altro che scontri tra software e capacità di gestirli. […] “Il Metaverso è una struttura fittizia costruita con un linguaggio di programmazione. E il linguaggio di programmazione non è che una forma del discorso – quella comprensibile ai computer”. Dunque, lo scontro è innanzitutto uno scontro discorsivo, uno scontro tra capacità di farsi ascoltare (attraverso la mediazione del linguaggio di programmazione) e volontà di non ascoltare e di non far ascoltare (simbolicamente resa dal barbuglio insensato delle vittime di Snow Crash)» (p. 124). La comunità degli hacker non ricalca le comunità nazionali e non è nemmeno una era e propria classe sociale omogenea.

In realtà, ci troviamo di fronte una comunità che non ha nome proprio e dunque potrebbe averne molti. Nel racconto di Stephenson, significativamente e nello stesso tempo paradossalmente, gli hacker assurgono a nome proprio di quella “comunità immaginata” che riconosciamo come gli States. Un riconoscimento che per i protagonisti del romanzo è nostalgia di una comunità ormai polverizzata negli spazi frammentati del territorio-patchwork. In questo modo, la memoria di una comunità ormai disgregata resiste sorprendentemente nella nuova comunità dispersa degli hacker […] In generale, quello degli hacker è “un nome improprio” attraverso il quale un processo di soggettivazione politica può aver luogo nel nuovo spazio dei flussi informativi. […] Gli hacker non sono una comunità che combatte solo per sé, per una rivendicazione particolaristica. Come i poveri nell’antichità greca e il proletariato nell’Europa moderna, gli hacker combattono per un proprio (per sopravvivere al virus neurolinguistico, per affermare la loro etica di condivisione) ma anche e soprattutto per un comune, per preservare un comune, uno spazio del comune: e cioè l’anarchia sostanziale rispetto al tentativo del potente magnate dei media di imporre il suo dominio pervasivo sul territorio così come sul Metaverso. […] Il conflitto nel Metaverso serve a preservare un luogo comune, nel quale riconoscere una comunità degli eguali, una comunità che dà voce tanto all’élite tecnologica quanto agli immigrati disperati e ridotti a essere parlati da un barbuglio insensato. Questo conflitto è politico perché [per dirla con Rancière] “la politica esiste nel momento in cui l’ordine naturale del dominio viene interrotto dall’istituzione di una parte dei senza-parte”. Una parte la cui funzione è politica perché è precipuamente quella di dispiegare una scena comune, cosa che gli hacker fanno letteralmente con il loro lavoro di programmazione. Affermare, cioè, un mondo comune del senso e della visibilità rispetto al precedente e ‘naturale’ mondo sotterraneo dei rumori confusi. In altri termini, rompere una certa configurazione del sensibile, ridefinendo il campo dell’esperienza e facendo balenare una pluralità del sensibile prima invisibile (pp. 126-128).

Dunque, sostiene Tursi, «l’attività politica si rivela essere quell’attività che permette a un corpo di dislocarsi, di uscire fuori dal luogo che gli era stato assegnato, ovvero quell’attività che cambia la destinazione prefissata di un luogo. In questo modo, però, nessun luogo può ritenersi un luogo irenico, bensì sempre un luogo di con-divisione» (p. 129). Moro, Huxley e Stephenson, continua lo studioso, attraverso i loro racconti ci invitano a guardare il nostro mondo nella sua contingenza che non esclude quell’altrimenti che è l’essenza di ogni decisione politica.

Una parte del libro è dedicata all’architettura della/nella trilogia di Matrix dei fratelli Larry e Andy Wachowski in cui Tursi individua «una struttura narrativa chiasmica […] percepibile già visivamente: si passa dal primo The Matrix (Usa, 1999) a Matrix Revolutions (Usa, 2003), capovolgendo il rapporto tra visione della simulazione del culmine della civiltà occidentale e visione del mondo postconflitto di un non determinato futuro. Così, se nel primo episodio almeno due terzi delle scene mostrano la simulazione di una metropoli in cui si potrà riconoscere New York o anche altre città nordamericane, come per esempio Atlanta, in Matrix Revolutions due terzi delle scene mostrano invece luoghi postmetropolitani, quali Zion e la Città delle macchine, poco, narrativamente e visivamente, frequentati in precedenza. Il capovolgimento è operato dall’equilibrato Matrix Reloaded (Usa, 2003): è il secondo episodio che non solo inverte in termini visivi ciò che si era affermato in precedenza ma complica la lettura della narrazione filmica. Infatti, mentre l’episodio iniziale ci permette di leggere una ontologia – e quindi, una estetica e una mediologia – definibile come della scissione, Matrix Reloaded indebolisce questa visione unitaria» (pp. 133-134).

Tursi si occupa dunque degli aspetti estetici legati all’architettura degli spazi metropolitani e postmetropolitani con l’intenzione di delineare «un’estetica-architettura della scissione e, soprattutto, un’estetica-architettura della connessione» (p. 134).

L’ultima parte del volume è dedicata alla «ridislocazione del conflitto» nell’opera letteraria di William Gibson che, sbrigativamente, viene solitamente suddivisa in due periodi distinti. Al primo sarebbero riconducibili la celebre trilogia “sprawl” composta da Neuromante (1984), Count Zero (1986) e Monna Lisa Overdrive (1988) a cui vengono aggiunte le opere Virtual Linght (1993), Idoru (1996) e All Tomorrow’s Parties (1999). Del secondo periodo farebbero invece parte Pattern Recognition (2003), Spook Country (2007) e Zero History (2010). Se le opere del primo periodo si proiettano verso un futuro che, per quanto ormai prossimo, rivela importanti cambiamenti rispetto al presente (del periodo in cui scrive), i romanzi del secondo periodo palesano una inflessione sul presente.

Tursi pone l’accento su come Gibson, pur spostando lo sfondo dei suoi romanzi dalla tecnologia futuribile, soprattutto relativa ai mezzi di comunicazione, nelle prime opere, alle merci del consumo globale, nelle successive, occorre «rilevare come queste merci del consumo globale non siano che il portato della diffusione globale di quelle allucinazioni che le tecnologie di comunicazione hanno indotto e veicolato negli ultimi decenni. Di converso, anche gli immaginifici mezzi di comunicazione utilizzati [dai] cowboy della consolle non sono mai stati altro che merci, qualcosa di acquistabile e vendibile nello “sprawl” disegnato da Gibson negli anni Ottanta» (p. 159).

Insomma, secondo lo studioso Gibson «ha sempre lavorato su un’unica matassa, su quell’immaginario che è condensazione di tecnologie e consumo, […] con la materia di cui sono fatti i sogni» (p. 159), sapendo «cogliere il carattere allucinatorio di quella rappresentazione grafica di informazioni ricavate da ogni computer del sistema umano, di quelle linee di luce allineate nel non-spazio della mente, di quegli ammassi e costellazioni di dati. Dove l’allucinazione segna uno scarto rispetto alla realtà nella quale abitiamo abitualmente. E, nello stesso tempo, l’apertura di un altro spazio dell’abitare. Uno spazio vivo e vitale proprio perché vissuto e dunque costruito e agito consensualmente, oltre che quotidianamente. Uno spazio dell’immaginario “esteriorizzato” o “oggettivato” […] fuori della nostra mente. E dunque non più un immaginario individuale ma condiviso. E non più alla maniera permessa dai mass media come la televisione ma in maniera più articolata e complessa» (p. 160).

Secondo Gibson «comprendere l’immaginario come spazio del conflitto non significa smaterializzare il conflitto o, ancor oltre, disincarnarlo» (p. 171); nelle opere dello scrittore il conflitto resta dunque incorporato e «si gioca in ambiti differenti rispetto alle geografie del moderno, in ambiti transpolitici, e tra soggettività diverse rispetto a quelle del passato, soggettività riconosciute ibride e post-umane. Ma continua a riguardare concretissimi interessi materiali, di corpi vivi, rispetto ai quali poteri e contropoteri si confrontano anche nel nuovo inner space che Gibson ha esplorato e che ci ha fatto intravvedere» (p. 174).

Share

Immagini del conflitto / Spazi è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>
Leggeri e pungenti. Storie, luoghi e volti di periferia https://www.carmillaonline.com/2018/06/19/leggeri-e-pungenti-storie-luoghi-e-volti-di-periferia/ Tue, 19 Jun 2018 21:33:21 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=46454 di Alexik

Enrico Campofreda, Leggeri e pungenti. Storie, luoghi e volti di periferia, Lorusso Editore, 2017, pp.132.

Siamo abituati a leggere la firma di Enrico Campofreda in calce alle cronache di guerra dal Medio Oriente o dall’Afghanistan, nei suoi brani di denuncia a fianco dei popoli aggrediti. Più inusuale ritrovarla sulla copertina di un libro di racconti, brevi frammenti di vita nelle periferie romane fra dopoguerra e boom economico.

Leggeri e pungenti raccoglie schegge di memoria di una generazione venuta al mondo sulla [...]

Leggeri e pungenti. Storie, luoghi e volti di periferia è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>

di Alexik

Enrico Campofreda, Leggeri e pungenti. Storie, luoghi e volti di periferia, Lorusso Editore, 2017, pp.132.

Siamo abituati a leggere la firma di Enrico Campofreda in calce alle cronache di guerra dal Medio Oriente o dall’Afghanistan, nei suoi brani di denuncia a fianco dei popoli aggrediti.
Più inusuale ritrovarla sulla copertina di un libro di racconti, brevi frammenti di vita nelle periferie romane fra dopoguerra e boom economico.

Leggeri e pungenti raccoglie schegge di memoria di una generazione venuta al mondo sulla linea di confine fra la campagna e la città.
È un mondo osservato con gli occhi dei bambini, separato e distinto da quello degli adulti, troppo impegnati a guadagnarsi il pane per trovare il tempo di esercitare un controllo ferreo sulla prole.
Tanto da lì a poco, ci avrebbe pensato il lavoro minorile a disciplinarla, dietro il bancone di un bar, nella penombra  dell’officina di un fabbro o sotto il sole di un cantiere.
C’è poco tempo, nelle periferie degli anni ’60, per l’età dell’innocenza, e bisogna viverlo intensamente prima che finisca.

1973. San Lorenzo, pericoli sul lavoro. Foto: Claudio Bassi.

Bisogna imparare in fretta, ma non nella scuola dello Stato, quella dei tripli turni e delle bacchettate sulle mani.
Molti non ci andavano neppure. Quando accadeva erano i primi a esserne cacciati o sbattuti all’interno delle classi differenziali. Vere e proprie discariche sociali, tenute in piedi a marcare, anche nel sistema dell’istruzione, la divisione in classi della società”. (p.123)

Bisogna imparare in fretta nella scuola della strada.
Imparare la zoologia negli acquitrini, imparare il tango seguendo i genitori alla balera, imparare l’anatomia femminile dalle ragazze di vita, imparare come farsi rispettare a cazzotti, imparare la libertà su una lambretta lanciata verso il mare.
Assaporare il gusto della trasgressione affondando le mani nel rosso di un’anguria rubata, attenti a non farsi beccare perché la ‘funzione rieducativa’ ha le mani pesanti.
Oltrepassare qualsiasi barriera, fosse anche un cancello dalle punte acuminate, pagandone il prezzo.

1970. Acquedotto Felice. Foto: Tano D’Amico.

Intorno, a fare da sfondo, nessuna Grande Bellezza, ma prati incolti fra i palazzi, marrane, strade ancora sterrate.
Il centro di Roma è lontano, non fa parte della realtà, ma nemmeno dell’immaginario, di Oreste, Spartaco, Franchino e degli altri ragazzini di periferia.
E non è un’assenza casuale.
Come ci spiegano nella postfazione gli architetti Rossella Marchini e Antonello Sotgia, “per assecondare la febbre edilizia, non debellare il cancro della rendita dell’immobiliarismo fondiario, è stato proprio in quel preciso periodo, agli inizi degli anni Sessanta, che si è scelto di costruire la periferia romana come forma autonoma, staccandola, frutto di una scelta prima politica che urbanistica, dal centro.” (p. 126)
Il Centro è monopolio di ricchi, nobili e preti, come del resto la proprietà dei suoli di gran parte della capitale.

Nel 1955 Manlio Cancogni, nella sua inchiesta “Capitale corrotta, nazione infetta”, così delineava la mappa della spartizione:

Anni ’50. Borgata Gordiani. Fonte: Roma sparita.

I terreni dell’Immobiliare [Società Generale Immobiliare, controllata dallo IOR, partecipata da Fiat e da Italcementi] sono disposti intorno a Roma in maniera strategica. Ne ha per 470.000 metri sulla via Tuscolana, per 530.000 a Tor Carbone, per 90.000 sulla Prenestina, per 215.000 sulla Trionfale, per 50.000 sulla Salaria, per 1.336.000 sulla Nomentana, per 1800.000 sulla Casilina, ecc. ecc.
In questo modo essa può decidere volta a volta in che direzione le conviene che la città avanzi….

Gli altri grossi proprietari non hanno altrettanto potere, ma sanno anche essi agire con sufficiente abilità.
I più ragguardevoli sono: il marchese Alessandro Gerini con sei milioni di metri quadrati, la sorella del marchese, Isabella, con due milioni e mezzo, i principi Lancellotti con sette milioni…
Non potevano mancare ovviamente i costruttori “come Antonio Scalera, Romolo Vaselli, Tudini e Talenti, Federici ecc. ecc., sono nello stesso tempo proprietari di aree (due milioni e mezzo di metri quadrati Vaselli, nove milioni Scalera lungo la via Cristoforo Colombo)”.1

Anni ’50. Borgata Gordiani. Fonte: Roma sparita.

Sono questi nomi a guidare l’espansione immobiliare della capitale degli anni ’50, cresciuta sotto l’ala protettiva del sindaco democristiano Salvatore Rebecchini secondo il vecchio motto “privatizzare i profitti e socializzare le perdite”.
Sul Comune, infatti, gravano gli oneri di urbanizzazione, la costruzione di infrastrutture che valorizzano i terreni della nobiltà romana, del Vaticano e degli imprenditori del mattone.
Si svuotano le casse pubbliche a favore di chi costruisce residenze al di fuori della portata dei proletari:
Dai 26.673 vani costruiti nel ’50 si è passati ai 41.881 del ’52 e ai 75.127 del ’54. La media annua in questo periodo è stata di 46.762, la più alta in tutta Italia. Sono alloggi i cui fitti vanno da un minimo di 30-35.000 lire per appartamenti di tre vani dove la fabbricazione ha carattere intensivo, a massimi che toccano le 100.000 nelle palazzine o nei villini delle zone favorite”.2
Da notare che nel 1955 la paga base di un operaio generico è di 43.000 £ al mese.

1959. Borgata Gordiani. Foto: Italo Insolera.

Rebecchini conclude il mandato nel ’56, non senza lasciare alla rendita fondiaria una ghiotta eredità: l’accettazione da parte del CIO della candidatura di Roma per le Olimpiadi del 1960, il volano per una nuova massiccia espansione immobiliare. Un’operazione che innesca “una incontrollata valorizzazione dei terreni che ospitano gli impianti sportivi e le infrastrutture necessarie per raggiungerli…
Il sindaco capisce che bisogna far presto perché dagli uffici del Piano arrivano segnali che l’espansione urbana a ovest avrebbe dovuto essere limitata, mentre la zona che lui deve ora rendere edificabile con le Olimpiadi è proprio l’ovest, il territorio di proprietà del Vaticano, terreno della caccia costruttrice della sua potente Società Generale Immobiliare…
Nel frattempo, cambiando punto cardinale “in assenza di un piano [regolatore] che entrerà in vigore solo nel 1965, lottizzatori abusivi costruiranno case per 400 mila persone soprattutto nella zona est della città”. (pp. 128/130.)

1971. Valle Aurelia. Foto: Italo Insolera.

Irrompe nelle periferie una “modernità” di asfalto e di cemento, seppellendo territori e rapporti sociali.
Si demoliscono le baracche, o semplicemente si spostano ancora più a i margini. Vengono interrate le ultime marrane, le uniche insalubri piscine a portata dei poveri.
Ne guadagna l’igiene, ma anche l’alienazione, perché la nuova conformazione urbana non è progettata certo a misura d’uomo, e tanto meno di ragazzino.

Ai bordi della città, Oreste, Spartaco, Franchino e i loro amici osservano la speculazione edilizia che avanza sventrando le borgate, chiudendo uno dopo l’altro i loro spazi.
Le recinzioni di lamiera circondano i campetti di calcio così faticosamente ricavati dagli incolti, dopo giorni e giorni di infantile fatica di vanga e carriola.
Poi arriveranno le ruspe.
E in una lotta impari, i ragazzini reagiscono.

I racconti di Campofreda ci lasciano una sensazione di incompiutezza.
Grazie alle bellissime foto di Claudio Bassi possiamo immaginare i volti dei giovani protagonisti, ma non ci è dato sapere quale sia stato il loro destino.
Non sappiamo se siano stati risucchiati dal lavoro e da paternità precoci, se abbiano trovato fortuna su un ring o in un campo di calcio, o se abbiano fatto “carriera”, passando dal minorile di Porta Portese a Regina Coeli.
Oppure siano corsi a riconquistare, con altri centomila, le strade del centro, per sferrare l’assalto al cielo, alla Grande Bellezza.

Conosciamo invece la storia dello smisurato saccheggio che detta ancora le sorti e rende faticosa la vita di questa splendida e disgraziata città. Un saccheggio che dai tempi di Rebecchini – come dimostrano le cronache di oggi – non si è mai fermato.

 


  1. Manlio Cancogni, “Capitale corrotta, nazione infetta”, L’Espresso, 11 dicembre 1955. 

  2. Idem. 

Share

Leggeri e pungenti. Storie, luoghi e volti di periferia è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>
108 metri di dignità perduta https://www.carmillaonline.com/2018/06/19/108-metri-di-dignita-perduta/ Tue, 19 Jun 2018 01:17:14 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=46472 di Valerio Evangelisti

Alberto Prunetti, 108 metri. The New Working Class Hero, Laterza, 2018, pp, 133, € 16,00

Alberto Prunetti è stato a lungo un redattore di Carmilla. I suoi primi contributi riguardarono le esperienze, narrate in maniera esilarante, fatte come pizzaiolo in Inghilterra. Non avrei mai immaginato che da quel nucleo di ricordi potesse scaturire uno dei romanzi più belli, significativi, avvincenti che io abbia avuto la fortuna di leggere negli ultimi anni. Divertentissimo ma anche tragico, picaresco eppure di una profondità direi “sociologica” che impressiona.

108 metri viene dopo un altro successo di Prunetti, Amianto. Però non ne è [...]

108 metri di dignità perduta è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>

di Valerio Evangelisti

Alberto Prunetti, 108 metri. The New Working Class Hero, Laterza, 2018, pp, 133, € 16,00

Alberto Prunetti è stato a lungo un redattore di Carmilla. I suoi primi contributi riguardarono le esperienze, narrate in maniera esilarante, fatte come pizzaiolo in Inghilterra. Non avrei mai immaginato che da quel nucleo di ricordi potesse scaturire uno dei romanzi più belli, significativi, avvincenti che io abbia avuto la fortuna di leggere negli ultimi anni. Divertentissimo ma anche tragico, picaresco eppure di una profondità direi “sociologica” che impressiona.

108 metri viene dopo un altro successo di Prunetti, Amianto. Però non ne è il seguito, ma piuttosto un approfondimento, utile per capire i tempi in cui viviamo. Il giovane Alberto, cresciuto da un padre di stretta cultura operaia, fiero della propria abilità manuale e cultore di istinti ribelli (che in Toscana si intingono di valori libertari anche quando di segno diverso), lascia negli anni ‘80 il genitore per andare a cercare lavoro – più che fortuna – in Gran Bretagna. Qui passa per una sfilza di lavoretti, soprattutto nel settore dell’alimentazione (principalmente pizzerie pseudo-italiane) e della distribuzione.

Si trova a contatto con un giovane proletariato distrutto, nemmeno cosciente di essere proletariato. Tutti, più o meno, sono rassegnati alla loro condizione. Solo qualche vecchio (tra cui uno descritto attingendo a Stevenson, mentre per il padronato il riferimento è a Lovecraft) conserva brandelli di dignità. Il resto è poltiglia, con rare eccezioni individuali. Obbligati a un lavoro estenuante e malpagato, con turni che cancellano qualsiasi vera relazione personale. E’ l’Inghilterra arcigna di Margaret Thatcher, ma potrebbe essere benissimo l’Italia ferita a morte dal pacchetto Treu e dalla legge Biagi.

Quando Alberto, dopo mille disavventure spesso comiche, decide di tornare a Piombino, vi ritrova la stessa devastazione. Una città che ha perso le fabbriche e l’orgoglio, assimilata al deserto che invade tutta Europa. Una gioventù senza ideali né speranze. Un padre in agonia per tutto l’amianto che ha respirato. La comicità scompare, subentra l’angoscia. Dello scrittore e del lettore.

Il tutto è narrato con un linguaggio particolare, in cui espressioni toscane si alternano a brani in inglese e a singolari ibridazioni. Prunetti avrà forse difficoltà a essere tradotto, eppure lo meriterebbe più di chiunque altro. Non sono molti gli autori italiani del suo livello. Essere piacevole ma anche scomodo e molesto, polemico ma sempre profondamente umano, non porta di regola al premio Strega. Per chi se ne fotte dei premi, giù il cappello: siamo di fronte a un romanzo grandissimo.

PS. 108 metri è la lunghezza standard dei binari ferroviari, costruiti in passato in Italia ma adottati ovunque.

Share

108 metri di dignità perduta è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>
Idiocracy https://www.carmillaonline.com/2018/06/17/idiocracy/ Sun, 17 Jun 2018 17:50:49 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=46293 di Alessandra Daniele

“Questo è un governo Salvini, che farà di Di Maio il suo Alfano” – Vittorio Sgarbi

There can be only one. Ci può essere soltanto un Re Sòla, e Salvini lo sa bene. Sfruttando come sempre il fascismo endemico degli italiani, la paranoia, l’odio razziale, la patetica predilezione per l’Uomo Sòla al Comando, dopotutto sta avendo davvero gioco facile ad arrogarsi il trono, riducendo Di Maio al ruolo di velino, e i suoi toninelli penduli ad utili idioti della Lega. Conte ovviamente non è neanche in gara. Conte è [...]

Idiocracy è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>

di Alessandra Daniele

“Questo è un governo Salvini, che farà di Di Maio il suo Alfano” – Vittorio Sgarbi

There can be only one. Ci può essere soltanto un Re Sòla, e Salvini lo sa bene. Sfruttando come sempre il fascismo endemico degli italiani, la paranoia, l’odio razziale, la patetica predilezione per l’Uomo Sòla al Comando, dopotutto sta avendo davvero gioco facile ad arrogarsi il trono, riducendo Di Maio al ruolo di velino, e i suoi toninelli penduli ad utili idioti della Lega. Conte ovviamente non è neanche in gara. Conte è un calzino.
In realtà Minniti aveva già ridotto gli sbarchi di profughi dell’80% finanziando i lager libici, e ha sulla coscienza finora molti, ma molti più migranti di quanti non ne abbia il suo petulante successore padano, ma come ha detto lo stesso Di Maio, i dati non contano, conta la percezione. Salvini è più bravo ad atteggiarsi a Difensore della Razza Bianca, quindi il popolo acclama lui.
Il M5S ha già perduto qualsiasi identità e dignità, il governo è di fatto un monocolore leghista. Una Mat-teocrazia.
Déjà vu, niente di nuovo sotto il Sòla. Periodicamente gli italiani s’invaghiscono d’un Cazzaro. La reincarnazione farsesca di Mussolini, già tragicamente farsesco di suo.
Saivini è l’erede diretto di Craxi, Berlusconi e Renzi, e il fatto che sia arrivato al potere anche grazie a Beppe Grillo è una nemesi beffarda.
Il vaffanculo è stato un boomerang.
Come ho già detto, non ho voglia di ricordare agli elettori grillini di sinistra la loro idiozia, anche perché in questi giorni tutto gliela ricorda continuamente. E non ho molta voglia neanche d’insultare Salvini, benché se lo meriti. Salvini non è più stronzo di Minniti o Macron, ci tiene a sembrarlo perché gli frutta voti. Non gli manifesterò contro accanto ai renziani, che ora sventolano la carta costituzionale che volevano rottamare. In mano a loro la Costruzione dovrebbe prendere fuoco come una Bibbia in mano a un vampiro.
Salvini non è la causa, è l’effetto.
E anche Salvini cadrà, come tutti i suoi predecessori. Travolto dalla sua stessa vanagloria, dalla sete di potere, dall’invidia vendicativa dei suoi vassalli, dalle manovre occulte dei suoi sponsor, dallo spread, forse dagli scandali, e sicuramente dalle promesse impossibili da mantenere.
E dopo quasi certamente arriverà un altro tetro curatore fallimentare. Un altro repossessore.
Memento Monti.
Stavolta cosa resterà di questo paese tragicamente farsesco?
Impareranno mai gli italiani a non affidarsi ogni volta a un arrogante cazzaro, il cui inevitabile fallimento dia la scusa ai nostri veri padroni di stringere ulteriormente il guinzaglio attorno al nostro collo?
Non ci resta che sperare che lo scioglimento dei ghiacciai alzi il livello del mare abbastanza da trasformare l’Italia in un arcipelago di isolotti indipendenti.
Dobbiamo augurarci la dissoluzione dello Stato italiano, non solo marxiana, ma proprio fisica.
Siamo un popolo di inutili idioti.
L’effetto serra è la nostra unica speranza.

Share

Idiocracy è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>
Il nostro, giovane, Marx https://www.carmillaonline.com/2018/06/17/il-nostro-giovane-marx/ Sun, 17 Jun 2018 01:03:16 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=46377 di Salvatore Prinzi

Ha appena compiuto 200 anni, ma per qualcuno è ancora giovane. Di sicuro per Raoul Peck, il cui film su Il giovane Karl Marx al momento spicca, nel diluvio di articoli d’occasione e convegni accademici, come il miglior omaggio al filosofo e rivoluzionario tedesco. Dico “il migliore”, perché il film non solo permette di diffonderne la figura e l’opera, ma anche di farci appassionare, ritrovare un Marx più nostro, portarci a qualche riflessione di carattere generale, stimolarci ad agire. Mica poco, di questi tempi. Ma vediamo meglio.

L’idea e la realizzazione

Ammetto che la notizia di un film [...]

Il nostro, giovane, Marx è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>

di Salvatore Prinzi

Ha appena compiuto 200 anni, ma per qualcuno è ancora giovane. Di sicuro per Raoul Peck, il cui film su Il giovane Karl Marx al momento spicca, nel diluvio di articoli d’occasione e convegni accademici, come il miglior omaggio al filosofo e rivoluzionario tedesco. Dico “il migliore”, perché il film non solo permette di diffonderne la figura e l’opera, ma anche di farci appassionare, ritrovare un Marx più nostro, portarci a qualche riflessione di carattere generale, stimolarci ad agire. Mica poco, di questi tempi. Ma vediamo meglio.

L’idea e la realizzazione

Ammetto che la notizia di un film su Marx mi aveva fatto venire i brividi. Marx non è Guevara e manco Lenin, non spara e non arringa le folle da un autoblindo, difficile rendere da un punto di vista cinematografico i suoi concetti, l’avventura della sua vita, più legata a dispute intellettuali che a momenti epici. Due possibilità: o un polpettone a tesi, iperdidattico e noioso, o qualche trovata postmoderna per trasformarlo in qualcosa di commercialmente appetibile. D’altronde, mi dicevo, non è un caso che in cent’anni di storia del cinema non sia mai stato fatto un film su un soggetto così celebre: non funziona. Peck risolve abilmente il problema puntando sul giovane Marx, uno che in effetti in soli cinque anni cambia quattro paesi, scappa da altrettante polizie, incontra tutti i più folli rivoluzionari del tempo, passa dal benessere alla miseria, mette al mondo svariate figlie, fonda un “partito”… insomma, l’avventura non manca. E mentre si susseguono le scene la sorpresa semmai diventa: com’è che nessuno l’ha fatto prima, il film? Ecco, quando un autore fa sembrare naturale una cosa che sembrava impossibile, fa sembrare necessaria una cosa che mancava, vuol dire che l’operazione è riuscita.

Ma, al di là dell’idea, c’è la realizzazione tecnica. Che è fondamentale, perché i nostri rapporti con le idee sono anche rapporti con le storie, le immagini, i sentimenti che ci suscitano. E un film su Marx che fa schifo è più grave di un film che fa schifo e basta. Peck si era distinto due anni fa per un bel documentario su James Baldwin, I’m not your negro, davvero valido dal punto di vista politico, nella scelta delle interviste, nel montaggio, nella colonna sonora, ma appunto: un documentario. Un film è un’altra cosa, se poi è “storico” richiede una grossa produzione. E qui non ci sono americani. Invece, altra sorpresa: i costumi e gli interni curatissimi, le scenografie ben fatte, le colte citazioni pittoriche, la fotografia che riesce a dare il tono giusto a ogni snodo concettuale. Certo, non è un colossal, nessuna scena di massa, le inquadrature restano strette, ma le economie non si notano, perché il montaggio è dinamico, gli attori espressivi, la sceneggiatura incalzante. Già, la sceneggiatura: scritta da Pascal Bonitzer, laureato in filosofia, storico collaboratore dei Cahiers du cinéma, non proprio l’ultimo arrivato per conoscenza del soggetto. E infatti la storia non mente, né sulla biografia di Marx né nei suoi concetti, inseriti per lo più dentro i dialoghi con gli altri rivoluzionari. Ma soprattutto, nonostante qualche passaggio un po’ didascalico, tiene il ritmo, e vuoi sapere come va a finire anche se lo sai già. Mica facile appassionare senza potersi giocare la carta del finale a effetto!

Il Marx che ne esce e l’effetto sul pubblico

Il ritmo è dato anche dall’identificazione, dall’accordarsi dei personaggi con il mondo dello spettatore. Il Marx messo sullo schermo non è il monumento, il barbuto signore dell’iconografia classica: è un giovane inquieto, anticonformista, che gira l’Europa, fa del sesso, subisce colloqui di lavoro, viene pagato in ritardo, esulta per un buon pranzo. È un Marx umano, disordinato e geniale, poco rispettoso dell’autorità, anche di quella dei padri nobili del movimento socialista, che si muove in un Ottocento così simile ai nostri tempi, quello del lavoro precarizzato, dei controlli alle frontiere, della confusione ideologica. Una figura e un mondo, insomma, in cui il pubblico può riconoscersi – con tutto quello che ne può conseguire…

Qui va menzionato anche il plurilinguismo del film: nella versione originale i protagonisti passano continuamente dal tedesco al francese all’inglese, a seconda dei luoghi in cui sono, delle sfumature di senso che vogliono comunicarsi. Non è solo un espediente per rendere la sceneggiatura più brillante, e nemmeno la volontà di ricostruire filologicamente la vita di Marx e del suo entourage, ma uno stratagemma per far risuonare qualche corda nella generazione Erasmus, quella che è cresciuta in qualche modo con una coscienza europea, che in questi vent’anni è saltata di paese in paese, mischiando le lingue, adattandole allo scopo espressivo. Marx, Engels e soci, sono gli eroi della prima globalizzazione – e non a caso Peck cita le prime pagine del Manifesto sul mercato mondiale – che parlano senza intermediari ai figli dell’ultima globalizzazione, parlano come loro. L’intreccio delle lingue diventa così un rimando all’internazionalismo proletario, oggi ancora più necessario.

Ma ci sono altri due elementi che fanno da ponte fra il mondo del film e il nostro. Il primo: l’attenzione di Peck verso il ruolo delle donne. La figura di Jenny von Westphalen, la moglie di Marx, così come quella di Mary Burns, compagna di Engels, vengono restituite in tutta la loro importanza storica. Jenny e Mary sono donne che scelgono di emanciparsi dal destino previsto per loro: la prima rompe con la sua famiglia aristocratica, si impegna, lavora al fianco di Marx ed Engels alla stesura del Manifesto; Mary lotta nella fabbrica, accompagna Engels per i distretti operai per redigere la prima inchiesta sulle classi sociali, rifiuta il matrimonio in quanto convenzione borghese. Le loro figure sono contrapposte a quella della moglie di Arnold Ruge, che invece serve attentamente il marito e l’ospite, fa conversazione come si conviene, esprimendo la verità del loro essere borghese, quella verità che Ruge cela dietro grandi e inconcludenti proclami a favore del socialismo. Se la condizione della donna è l’indice su cui misurare il progresso di una società oltre quello che dice di sé, Jenny e Mary sono la verità di Karl e Friedrich, del loro tentativo di rivoluzionare davvero il mondo e se stessi.

Il mondo e se stessi, allo stesso tempo: questo è un altro elemento che fa da ponte fra i giovani sullo schermo e i giovani in platea. Peck ci mostra Marx vittima dell’arroganza poliziesca, il Marx stanco e affamato, con i creditori alla porta, il Marx che ha rotto i ponti con il mondo per bene, nel quale, con il suo talento e la sua formazione, si sarebbe potuto ben accomodare. Peck ci ricorda, cioè, che fare politica dalla parte degli sfruttati è una scelta etica, che investe tutto il comportamento e la persona, che si paga, anche duramente, che non fa entrare nei salotti buoni ma ce ne caccia, che non fa essere amati, ma disprezzati e dileggiati da quei pochi che però detengono le chiavi dell’opinione generale. Essere comunisti non è un passeggiata, non è qualcosa che sta al lato di altre scelte, una preferenza, è una scelta di vita. Anche qui l’Ottocento precipita nel presente senza mediazioni: dopo una lunga parentesi in cui essere comunisti poteva non alterare l’esistenza, anzi poteva pure aprire qualche porta, agevolare una carriera, siamo tornati all’anno zero, allo stigma, alla caccia all’estremista. Come se il film ci avvisasse: se cominci oggi, non t’aspettare niente di diverso da questo. Ma, proprio per questo, scegli di cominciare.

Le riflessioni che ci consente

Arriviamo qui al succo politico del film e alle sue eventuali precipitazioni teoriche e pratiche. Qui credo che il merito di Peck non stia tanto nell’offrire chissà quale innovativa interpretazione di Marx, ma di recuperare la potenza del suo gesto originario mentre sgombra alcuni sedimenti che oggi intralciano l’azione. Come in archeologia, disseppellire l’antico porta a una scoperta nuova.

Quale scoperta, ad esempio? Quella che il proletariato è a stento una classe, che è piuttosto una massa disgregata fatta di persone ricattate, ignoranti, invidiose, non più eroiche di altre. Il film si apre proprio sulla violenza delle classi dominanti: la carica della polizia in un bosco dove dei miserabili raccoglitori di legna stanno “rubando” i rami secchi. I miserabili scappano, si calpestano a vicenda, non impugnano le pietre, non resistono. Si fanno massacrare. Stessa scena nella moderna Manchester: le operaie protestano perché una di loro ha perso due dita nel macchinario, Mary si fa avanti e denuncia le condizioni di lavoro, il padre di Engels la licenzia: nessuno la difende, tutte abbassano la testa. Dov’è l’importanza di queste scene? Innanzitutto nel ricordarci, a noi che oggi tendiamo a pensare “una volta sì che si lottava, ora invece…”, e dunque a deprimerci, a viverci come inferiori rispetto ad un passato mitico, e dunque ad accettare il presente misero, che no, non è vero, una volta era come ora, la gente abbassava la testa, e solo a prezzi di sacrifici, di lotte, di un’accumulazione minuziosa di esperienza e di storia, il proletariato è riuscito a diventare una classe, capace di gesta queste sì eroiche come la Comune o le insurrezioni operaie del biennio rosso.

Peck toglie subito ogni illusione intorno alla bontà o libertà naturale dell’uomo – il comunismo non è un idealismo, è un materialismo: bontà e libertà sono concetti storicamente costruiti e pratiche socialmente prodotte. Gli uomini si comportano bene se vengono messi nella condizioni di farlo, i lavoratori lottano se vengono messi o si mettono in condizione di farlo. Qual è questa condizione? L’unità, quindi la coscienza di appartenere a una stessa classe, e l’organizzazione, che completa l’istinto, quell’istinto che nel film porta le operaie a sabotare il macchinario o i muratori ad aiutare Karl e Friedrich nella loro fuga dalla polizia, ma che da solo non basta a diventare una vera forza.

Conflitto e organizzazione: questo è il filo teorico che Peck segue dall’inizio del film fino alla scena clou. Quella in cui Marx ed Engels s’impongono al Congresso della Lega dei Giusti, cambiandone il nome in Lega dei Comunisti, e cambiandone il motto, che passa da un generico “Tutti gli uomini sono fratelli” al celebre “Proletari di tutto il mondo unitevi!”. Peck individua in questa mossa l’atto di nascita della sinistra contemporanea: da giusti a comunisti, da un dato morale, individuale, a un dato materiale, collettivo, attinente ai rapporti di produzione. Da un’affermazione di principio, dall’invocazione della gentilezza, a una realistica indicazione di carattere operativo, che innanzitutto divide il campo sociale – perché i “proletari” non sono i “tutti” – e poi lo ricompatta nell’“unitevi!”…

È chiaro che Peck enfatizza la scena per contrapporre quel gesto alla sinistra di oggi. Che in effetti, da trent’anni a questa parte, ha abbandonato una visione di classe e non ha voluto o saputo tracciare una linea di distinzione fra amici e nemici, regredendo a prima del 1848, alle astrazioni umanitarie, all’intellettualismo di un Bauer, alle utopie di un Proudhon, al nichilismo di un Bakunin. Ha perso un legame organico con la vita della classe, e da qui derivano opportunismo e settarismo, perfettamente speculari. Per questo il gesto che Peck immortala nel film oggi deve essere di nuovo ripetuto.

Come? Con tre cose, sembra suggerire il film. Innanzitutto con la teoria. Di fronte a Wilhelm Weitling, che nel suo misticismo rivoluzionario crede che basti fare appello allo spirito, Marx sbraita contro l’ignoranza. Agli sfruttati serve una teoria scientifica, non servono chiacchiere. Una teoria logicamente solida, che individui la dinamica storica e permetta di iscrivere lì dentro il proprio agire. Ma che abbia – e qui l’importanza dell’inchiesta, della partecipazione alle riunioni operaie, della presenza dei militanti nelle fabbriche e nei quartieri – un innesto nella realtà. Categorie salde, analisi concreta ma anche internità alla classe, connessione emotiva e vitale: questi sono i due elementi antichi che oggi appaiono nuovissimi, tutti da conquistare.

Ma la sottigliezza di Peck sembra suggerire anche un terzo elemento: la coesione del gruppo dirigente. Karl, Friedrich, Jenny, Mary, e i compagni che ruotano attorno a loro non sono politici di mestiere, ma ragazzi animati da una voglia di cambiamento, e per questo mettono in comune tutto, non si riservano nulla. Riescono nel blitz alla Lega dei Giusti perché sono uniti compatti, perché si vogliono bene. Peck coglie una movenza che accomuna quest’avventura con altre analoghe: il gruppo dell’Ordine Nuovo che fonderà il PCI, i barbudos cubani, le pantere nere… Esperienze di creazione di organizzazione che si basano non solo su una teoria o su un’internità al soggetto di riferimento, ma anche sulla potenza dei legami, su un vivere in comune, su un’amicizia in senso alto. Su una sorta di volontarismo senza il quale ogni operazione di costruzione organizzativa resta fredda, sterile.

Qualcosa di simile l’aveva intuito Gramsci ne Il nostro Marx, un articolo scritto nel 1918, in occasione del primo centenario del filosofo. Secondo Gramsci, attraverso Marx, riusciamo a conoscerci meglio e a prendere consapevolezza di quanto vale la nostra “individuale volontà, e come essa possa essere resa potente in quanto, ubbidendo, disciplinandosi alla necessità, finisce col dominare la necessità stessa”. Se Marx chiarisce le dinamiche materiali, insiste sull’oggettività, non è per asservircene, ma per permetterci di padroneggiarla e di poter produrre, con la compattezza dell’azione, cioè che sembrava impossibile. È quindi sbagliato intendere il volontarismo come puro arbitrio: “Volontà, marxisticamente, significa consapevolezza del fine, che a sua volta significa nozione esatta della propria potenza e dei mezzi per esprimerla nell’azione. Significa pertanto in primo luogo distinzione, individuazione della classe, vita politica indipendente da quella dell’altra classe, organizzazione compatta e disciplinata ai fini propri specifici, senza deviazioni e tentennamenti. Significa impulso rettilineo verso il fine massimo, senza scampagnate sui verdi prati della cordiale fratellanza, inteneriti dalle verdi erbette e dalle morbide dichiarazioni di stima e d’amore…”.

Rifiuto di un’astratta fratellanza, linea di classe, importanza di un’organizzazione affiatata e decisa, sentimento – finalmente – di una potenza: non so se Peck avesse letto questo testo di Gramsci, quel che è certo è che nel suo film sono svolti esattamente questi punti. Che sono capitali anche per noi. Solo su una cosa è lecito dissentire da Gramsci. Alla fine del suo articolo, ci raffigura Marx come un “vasto e sereno cervello pensante”, un “momento individuale” di uno “spirito” che lotta da secoli per manifestarsi, ma che finalmente sembra aver trovato la sua strada. D’altronde Gramsci scriveva all’indomani della rivoluzione d’Ottobre, mentre il socialismo cresceva – qualche mese dopo avrebbe raccolto il 32% alle elezioni politiche –, con la convinzione che l’avvenire andasse “soltanto” accelerato…

A noi quest’hegelismo non è concesso. La serenità non sappiamo bene che sia. L’avvenire non sappiamo se avviene. Il nostro Marx è giovane, agisce d’impulso, è ancora alla ricerca di una strada. Per noi è davvero tutto da fare. La storia è, ancora, allo stato nascente.

Share

Il nostro, giovane, Marx è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>
“I canti dell’interregno”, un ritornello! https://www.carmillaonline.com/2018/06/16/i-canti-dellinterregno-un-ritornello/ Fri, 15 Jun 2018 22:00:56 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=46094 di Antonino Contiliano

Pina Piccolo, I canti dell’interregno, Lebeg Edizioni, Roma, 2018, 10 €, pp. 116

C’è un ritornello di cui, senza molte incertezze, vorrei dire a proposito del libro di poesia di Pina Piccolo (“I canti dell’interregno”), così come conforta legare la parola “canti” del titolo (dell’interregno) a una radice verbale. Il libro è prefato da Rossana Morace. In primis però preme precisare che le poesie del libro, vista la differenza di stile tra quelle della prima parte e l’ultima, sembrano raccontare del diverso rapporto che Pina Piccolo ha [...]

“I canti dell’interregno”, un ritornello! è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>

di Antonino Contiliano

Pina Piccolo, I canti dell’interregno, Lebeg Edizioni, Roma, 2018, 10 €, pp. 116

C’è un ritornello di cui, senza molte incertezze, vorrei dire a proposito del libro di poesia di Pina Piccolo (“I canti dell’interregno”), così come conforta legare la parola “canti” del titolo (dell’interregno) a una radice verbale. Il libro è prefato da Rossana Morace. In primis però preme precisare che le poesie del libro, vista la differenza di stile tra quelle della prima parte e l’ultima, sembrano raccontare del diverso rapporto che Pina Piccolo ha avuto con la scrittura poetica e i suoi enunciati. In questo senso ci conforta la conferma avuta dalla stessa autrice. Si tratta infatti di una silloge che attinge ad una attività di “43 anni” di ricerca.

Ora torno alla radice. E la radice cui si pensa è quella agganciata alla parola ‘kantos’ – cantuccio, canto, cantina, ripostiglio, interstizio, angolo dell’occhio, l’angolo  dove i muri di un edificio (del regno) si incontrano e chiudono facendo catenaccio  – e non a ‘canere’, cantare.

In questa maniera, scansando l’impossibile comparazione con i “canti” delle magnifiche sorti e progressive di memoria leopardiana (anche se nel corso dei suoi testi l’autrice ne parodizza l’assunto), è probabile che nel tessuto di queste poesie i “canti” vogliano suggerire delle metonimie in funzione del reale concreto; figura e concetto, la metonimia, sottende infatti il vincolo con il reale delle cose messe in campo da questa poesia di denuncia e speranza di un mondo altro.

Un’incertezza, almeno fra le pieghe di chi scrive, rimane però nel decifrare invece la parola ‘regno’ (dell’interregno). Forse un simbolo metaforico o una chiave sineddochica? 

Funziona da metafora? Il regno, per esempio, è allora come la casa dell’Europa (di cui si parla nelle poesie del libro?); una dimora che nasce e si sviluppa cambiando forme e istituzioni? Un regno-casa e dimora immemore, o una fortezza dalle mura come quelle di Gerico o di Troia?

Oppure, il regno, è sineddoche? Il contenitore cioè che sta per ogni singolo contenuto (errori, orrori, contraddizioni, idealità, voci, truffe, guerre tra poveri, bussole…) custodito negli interstizi della fortezza-Europa con le sue terre e gli Stati a guardia del regno che difendono dagli assalti degli stranieri; il contenitore che negli angoli di casa (i canti) conserva le sonorità stridenti e le patologie «[…] / tra le sindromi morbose / sindoni irradiate / antropogenici cambiamenti / antropologici mutamenti / e ammutinamenti / costituzionali scrostamenti / e crollo di nazioni. » (Interregno, pp. 8-9); oppure il tutto che «nelle candide viscere / inghiottito / onde evitare rallentamenti / aggirare gli blocchi / truffando gli allocchi / grande tunnel di luce / che via dalla vita conduce” (Versetti dell’alta velocità, p. 34) e in serbo serva altre segreti d’ordine capitalistico.

Ma ritorniamo volentieri al ritornello!

Un ritornello che potrebbe funzionare anche come uno scambiatore temporale bidirezionale e reversibile, perché, nonostante i relativi presenti propri, c’è una costante linea di crisi nei rapporti di forza tra le cose e i soggetti di riferimento, sì che dal 2017 si può ritornare indietro al 2011 o al tempo degli argonauti o di Agamennone e al sacrificio di Ifigenia.

Intanto diciamo che questo segno semiotizzante, linguisticamente, è il ritornello che fa capo al segno verbo-grammaticale ‘inter’, ‘tra’; il segno che insieme è anche congiunzione, disgiunzione, luoghi, storia culturale, contesti (eventi mitici, diveniri storici lontani e vicini, andirivieni dilatati, contratti, non lineari…), geografia, ambienti, destini, speranze e lotta tra poteri costituiti e volontà conflittuali (forze di rotture e ri-cominciamenti) fin dalla notte dei tempi.  Una ripetizione, questo ritornello, quale vero complesso ubi consistam po(i)etico di tutti i testi poetici radunati in questo libro.

Il ritornello che, ri-strutturandoli nei versi di una libera metro-ritmica poiesis, introduce e accompagna perciò il lettore-interprete per tutti gli spostamenti semantici (fatti storico-materiali) che affondano la poesia stessa come un sapere che si nutre di conoscenza generale e fatti specifici. Come dire che l’attività compositiva propria alla poeta è un mondo da con-dividere nella divisione della crisi che oscilla (usando l’esergo gramsciano in prestito al libro) tra il vecchio che muore e il nuovo che stenta a nascere.

È il ritornello che nella scrittura poetica si presenta quale ritorno di un “segno” che ripete e differenzia la ripetizione del rapporto in mezzo a un campo di forze che si attualizza come ritmo (intervallo di istanti, ore, stagioni, tempi…); un ritmo però che è altra cosa dalla cosa ritmata (le mura di “Gerico”, di un manicomio, del Mediterraneo odierno  e lo scenario galleggiante della vita dei migranti afro-asiatici che – aggrediti dalle guerre, dalla fame e dalle violenze di sistema internazionali complici – l’attraversano…).

Diversi i portavoce di questo ritornello. Il portavoce può essere – come si legge nella prima poesia (Interregno, p. 7 e sgg.) – un “corno d’ariete” per le mura di Gerico, o la canzone di una gazza “nel giardino del manicomio” (dove si abbatte la speculazione edilizia), o, come in “Messaggio degli alberi recisi nell’ex manicomio dell’osservanza” (pp. 14 e sgg.), sono le “…anime degli alberi / recise, segate dalle magnifiche sorti rossastre / e progressive, qui in questo scorcio di millennio”.  (Per inciso, e non per ultimo – continuamente pungente e presentemente vigile – è in azione la sferza fortemente s-valutativa affidata alla parodia dello stesso noto giudizio leopardiano sul “progresso” umano e civile; basta puntare l’occhio e la mente sulla composizione fonemo-sintagmatica del segno “rossastre”, un enunciato di per sé già ferocemente umoristico).

In altri luoghi delle poesie (Interregno, p. 8.) può essere, per esempio, la ripetizione di un apparente tautologia lessematica: “[…] // Saldi, saldi, saldi! / teniamoci saldi / nell’interregno”, ma che tautologia non è. La parola, infatti, grazie alla posizione proposta, oltre a dirci di una dissociazione semantica tra il primo e il secondo verso citato, richiede una certa articolazione; così leggendo (primo verso) la funzione della virgola nel contesto della strofa precedente (quasi una cantilena che annuncia la vendita delle ultime rose da parte di piccole o grandi mani nere dedite al commercio ambulante, e sfruttate) della poesia, crediamo, volesse dire in successione: vi offriamo le “ultime” cose- saldi; “ancora”- saldi; “sempre”- saldi (e, poi, con “teniamoci saldi”, dire: rimaniamo uniti, aggrappati e fermi a questo slogan di regime…).

E solo per un altro esempio, nella poesia “Ventisei rose di mare” (pp. 39-41) si manifesta con un segno-vehiculm particolare, l’elenco cioè verticalizzato di tanti nomi tombali. Particolare, il segno, perché mixa il significante e il significato sovrappondo simultaneamente l’aspetto fisico-semiotico (la figura di una verticale come una raffica di nomi e corpi naufraghi sparati e inabissati) e quello linguistico-semiotico (i nomi enunciati in assoluto elenco numerico verticale). Una sintesi figurativo-concettuale significante che, offrendo un’eccedenza di senso poetico, rimanda a un altro “re-ligio”e rimando simbolico-culturale:

L’ultima volta che ognuna / levò in alto gli occhi / forse le arrise Oshun, / negra dea dell’acqua dolce / giunta a raccogliere / neri petali di rosa /per farne ghirlanda” (Ivi, p. 41).

Ma, per finire, c’è un altro ri-torno che il ritornello ‘tra’ o ‘inter’, qui, non dimentica; ed è, secondo chi scrive, la presenza di un “virtuale” che è reale sebbene non ancora attuale: è la voce anaforica che ripete: “Non avrete l’ultima parola”.

È la poesia in cui ritornello ripete la differenza degli enunciati (raccolti in  sei strofe) in un crescendo di speranza anti-poteri per chiudersi (p. 86) nella decisone di rottura che, senza esitazione, si scrive così:

Semmai, l’ultima parola / spetta a chi cercate / di imbavagliare nel silenzio.

Share

“I canti dell’interregno”, un ritornello! è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>