Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Tue, 18 Jun 2019 21:00:37 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.10 Nemico (e) immaginario. La morte, l’oblio e lo spettro digitale https://www.carmillaonline.com/2019/06/18/nemico-e-immaginario-la-morte-loblio-e-lo-spettro-digitale/ Tue, 18 Jun 2019 21:00:37 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=53162 di Gioacchino Toni

Il sopraggiungere della morte comporta per ogni essere umano un, più o meno lento, scivolamento nell’oblio. Per certi versi ciò che sembra spaventare maggiormente gli esseri umani, per dirla con Antonio Cavicchia Scalamonti, è «la morte in quanto oblio»1 e, proprio per differire l’oblio, nel corso del tempo l’umanità ha tentato in ogni modo di costruire una memoria duratura.

Anche a causa dell’entrata in crisi delle promesse religiose, almeno in Occidente, il rischio di scivolare [...]

Nemico (e) immaginario. La morte, l’oblio e lo spettro digitale è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Gioacchino Toni

Il sopraggiungere della morte comporta per ogni essere umano un, più o meno lento, scivolamento nell’oblio. Per certi versi ciò che sembra spaventare maggiormente gli esseri umani, per dirla con Antonio Cavicchia Scalamonti, è «la morte in quanto oblio»1 e, proprio per differire l’oblio, nel corso del tempo l’umanità ha tentato in ogni modo di costruire una memoria duratura.

Anche a causa dell’entrata in crisi delle promesse religiose, almeno in Occidente, il rischio di scivolare nell’oblio velocemente pare essere percepito dall’essere umano con crescente inquietudine. Risulta pertanto particolarmente interessante, in una società iperconnessa come l’attuale, interrogarsi circa il significato che assume il concetto di “immortalità” sul web.

Spunti di riflessione su tali questioni, ed in particolare sulla Digital Death, sono offerti da alcuni episodi di Black Mirror (dal 2011), produzione audiovisiva seriale ideata da Charlie Brooker che, scrive Alessandra Santoro nel libro collettivo dedicato alla serie curato da Mario Tirino e Antonio Tramontana,2 con acume e lucidità disarmante sembra «portare iperbolicamente all’esterno le paure, le dissonanze, le ferite aperte e le crepe di un mondo dominato da una crescente deriva tecnologica. Deriva che riflette non tanto una società governata dai media, quanto un futuro distopico e pessimista dominato dagli uomini attraverso i media» (p. 157).

Affrontando nel volume il lemma “Morte”, scrive Santoro: «la cultura digitale, oggi, sembra […] impegnata nel tentativo di mettere in discussione la stasi che deriva dall’interruzione che la morte porta nello scorrere del tempo, e lo fa offrendo la possibilità concreta di accumulare tracce con l’intento di conservare una memoria digitale (o eredità digitale) di quello che siamo stati e, in alcuni casi, si propone di rielaborare l’insieme dei tratti accumulati nel corso dell’esistenza nel tentativo di realizzare una sorta di immortalità digitale: far sopravvivere i defunti sotto forma di “spettro digitale”, fornendo tecnologicamente un’autonomia vivente ai nostri dati, i quali, sottratti dalla sostanza corporea che li animava e incarnando la nostra identità personale, proseguirebbero la vita, in versione digitale, che la morte ha spezzato» (pp. 159-160).

La difficoltà di accettare la morte è al centro, ad esempio, di Be Right Back (Torna da me, Episodio 1, Seconda stagione). Viene qua mostrata la possibilità per chi resta di mantenrsi in contatto con il defunto attraverso un software in grado di rielaborare il materiale condiviso online durante la vita dallo scomparso. Si viene a creare così un “simulacro” dell’individuo vissuto in grado di comunicare con i vivi.

Facendo riferimento alla realtà extra-schermo, Santoro racconta dell’esistenza di servizi web che si occupano di garantire l’immortalità digitale. È prevista un’iscrizione “preventiva” finalizzata alla memorizzazione continuativa di dati dei principali social media al fine di creare un individuo artificiale potenzialmente eterno. Dopo la morte dell’iscritto, costui viene “tenuto in vita” virtualmente attraverso la rielaborazione dei dati da lui stesso registrati per poi essere collegato con tutte le persone precedentemente indicate. È previsto persino una avatar 3D affinché tale entità appaia ed interagisca con gli altri utenti; una sorta di “spettro digitale”.

Scrive Santoro che «tali sistemi sottovalutano però l’importanza simbolica dell’interruzione del divenire temporale: la sopravvivenza dei nostri avatar virtuali non coincide con le regole evolutive della crescita e dell’invecchiamento, ma si limita alla ripetizione meccanica di ciò che ha fatto parte di una storia vissuta ne passato di chi non c’è più e che è impossibilitata a determinarsi in modo innovativo nel futuro. Un’identità che allo stesso modo di quella “reale” rimane incompiuta, statica, ferma all’istante in cui la morte ha interrotto il corso della sua possibile evoluzione» (p. 163).

In San Junipero (Episodio 4, Terza stagione), «il carattere distopico e l’ineludibilità della morte apparentemente sembrano perdersi con la costruzione di un upload in grado di racchiudere la coscienza delle persone in un corpo metallico da proiettare in una paradisiaca eternità virtuale che sembra vincere la morte e la malattia. Una sorta di cookie (estratti delle persone che riproducono, impressi in una memoria artificiale, ricordi, gusti e abitudini del possessore), come lo rappresenta Brooker in White Christmas (Bianco Natale, speciale 2014), o più comunemente inteso come un mind uploading, ossia un procedimento che consente di creare una copia perfetta del cervello [dell’essere umano] per poi trasferirla su un supporto non biologico di modo che, da un lato, esso possa sfuggire al deperimento naturale e, dall’altro, possa crescere, alimentarsi di nuova coscienza e interagire con il mondo reale» (pp. 163-164).

Santoro si sofferma sul finale di San Junipero, quando le immagini mostrano un braccio meccanico che, nella sede della TCKR System, impianta un chip in una distesa di capsule rimandante ad una sorta di cimitero riproducente il mondo virtuale di San Junipero. Il messaggio lanciato, sostiene la studiosa, diretto e inquietante, sembra chiedere se «è realmente la coscienza delle persone a essere racchiusa in quel corpo metallico» o se non sia piuttosto «un riflesso computerizzato di quella coscienza, una sua copia sbiadita» (p. 165).

Il cervello, però, non può che essere pensato come “esteso”, “incarnato”; ogni attività neurobiologica del cervello umano dipende dai segnali provenienti dal corpo e dall’ambiente. «Il corpo, inoltre, è sempre «immerso e situato in un ambiente che lo influenza e da ca cui è influenzato» (p. 166). Il cervello ha una storia sia biologica che sociale; pertanto non è possibile pensare di poter prolungare la sopravvivenza attraverso il suo isolamento dal resto del corpo trapiantandolo in un supporto vitale artificiale.

Sulle medesime questioni che la serie audiovisiva ha il merito di trattare, ragionano anche Fausto Lammoglia e Selena Pastorino3 a partire da due concetti chiave: “post-umano” e “transumanesimo”.

Con il primo termine, sostengono i due studiosi, «si intende una visione dell’essere umano come una macchina di carne che può essere integrata, riparata e finanche migliorata con parti meccaniche o digitali, che caratterizzerebbe la nostra epoca contemporanea». (p. 29). Con post-umano ci si riferisce non solo le protesi di miglioramento/potenziamento sensoriale o psicomotorio, ma anche alla relazione di dipendenza degli esseri umani con la tecnologia.

Con termine transumanesimo, invece, sempre secondo Lammoglia e Pastorino, si fa riferimento ad «un movimento filosofico, sociale ed economico, figlio del tecnocapitalismo, che ha un unico obiettivo: superare il limite fisico della morte (in particolare della vecchiaia)» (p. 30). Che si tratti di sospensione crionica, di upload delle coscienze o di integrazione cibernetica del corpo umano, il transumanesimo pare ossessionato dal superamento dei limiti della mortalità umana, e tale possibilità, sostengono i due autori, «è, prima di tutto, ricerca religiosa di un senso che possa superare i limiti della nostra mortalità che, per i transumanisti, sono fisici e strettamente dipendenti dalla struttura corporale dell’essere umano. In quanto tale essa ha bisogno di profeti, i ricercatori della Silicon Valley, strenui difensori di tale possibilità che, però, è quasi completamente infondata poiché, ad oggi, non si ha ancora nemmeno una briciola di indizio su come funzioni la nostra mente (sappiamo qualcosa in più dell’hardware cervello, ma pochissimo del software mente)» (p. 48).

Il confronto con il fine vita e la speranza di procrastinare il sopraggiungere della morte, compare anche in alcuni episodi di Black Mirror ma, a differenza dei transumanisti, la serie invita a riflettere circa la disponibilità ad affrontare i “costi” che le “soluzioni tecnologiche” pongono all’individuo ed alla società.

Partendo da presupposti che vogliono per certe tanto l’esistenza della coscienza, quanto la possibilità che questa possa essere “caricata” su un supporto diverso da quello del corpo dell’individuo, Black Mirror si preoccupa di contraddire l’entusiasmo dei ricercatori ponendo questioni inerenti il campo delle relazioni, della psicologia e dell’identità che toccano problemi esistenziali, etici e legislativi.

«Ammesso che sia possibile caricare le coscienze su un cloud, esse hanno sempre bisogno di un supporto fisico (sia questo un pc, un robot, un altro essere umano o un peluche). […] Se accettiamo una definizione che indichi l’essere come tutto ciò che possa agire o subire un’azione, comprendiamo immediatamente come una coscienza senza supporto non possa effettivamente “essere”. È necessario che sia in qualche modo incarnata, che abbia delle propaggini che le permettano di relazionarsi con il reale. […] Possiamo dunque sintetizzare che, a livello pratico, serve un corpo che possa rendere le coscienze esistenti (capaci di interagire con il mondo); che tale corpo dovrebbe essere il più possibile autonomo (non dipendente da altri individui, pena il rischio di perdere la propria esistenza […]); e che, cognitivamente, potremmo avere difficoltà ad accettare l’esistenza di un altro Io virtuale se prima non abbiamo fatto esperienza della sua realtà corporale. La nostalgia, però, sembra un problema identitario ancor più radicale, scalfito in parte dal problema cognitivo appena accennato. Tutti, ma proprio tutti i casi citati negli episodi di Black Mirror, hanno bisogno di vedersi come corpi, poiché il corpo è legato alla concezione di esistenza […] Il corpo non è solo il mezzo per agire, ma è componente essenziale (alla nostra mente) per pensarsi esistenti. Risulta difficile, se non impossibile, ad ognuno provare ad immaginarsi senza corpo. Non riusciamo in alcun modo a pensarci come semplici voci nel nulla. Sembra impossibile quindi giungere alla completa trascendenza dal corpo senza perdere con essa l’identità (se non anche l’esistenza): non c’è una liberazione dal corpo prigione (come sosteneva Platone) che possa configurarsi come esistenza migliore. Non per ciò che abbiamo esperito. Esiste però una differenza tra il bisogno di un corpo e la dinamica identitaria ad esso connessa» (pp. 49-52) .

Continuare a parlare di mente e corpo, come di due entità separate, è quantomeno fuorviante, se non scorretto, sostengono Lammoglia e Pastorino, «meglio sarebbe parlare di persona, la cui identità, radicata nella sua essenza, è costruita (e dipendente) sia dall’aspetto razionale che da quello fisico e materiale. Mente e corpo non sono quindi due parti scisse ma due dimensioni correlate, assolutamente reciproche, e continuamente influenzate l’una dall’altra di ogni persona. Sembra che Black Mirror voglia essere sì profeta, ma di tipo apocalittico, del transumanesimo. Nella notte di questa fede cieca del terzo millennio, la profezia mette le macchine davanti allo specchio chiedendo che si riconoscano, mette i progettisti a sedere chiedendo loro quale bioetica per il futuro e, non ottenendo risposta, prova a mostrare conseguenze non preventivate» (p. 53).

Insomma, a questa partita che l’essere umano si ostina a giocare, la morte vince sempre. Forget about it!


Fausto Lammoglia – Selena Pastorino, Black Mirror. Narrazioni filosofiche, Mimesis, Milano-Udine, 2019, € pp. 170, € 18,00

Mario Tirino – Antonio Tramontana (a cura di), I riflessi di Black Mirror. Glossario su immaginari, culture e media della società digitale, Rogas Edizioni, Roma, 2018, pp. 280, € 19,70

Serie completa di “Nemico (e) immaginario


  1. A. C. Scalamonti, La camera verde. Il cinema e la morte, Ipermedium 2003 

  2. M. Tirino – A. Tramontana (a cura di), I riflessi di Black Mirror. Glossario su immaginari, culture e media della società digitale, Rogas Edizioni, 2018 

  3. F. Lammoglia – S. Pastorino, Black Mirror. Narrazioni filosofiche, Mimesis, 2019, p. 29 

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Nemico (e) immaginario. La morte, l’oblio e lo spettro digitale è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Un cavaliere errante per “ogni futuro” https://www.carmillaonline.com/2019/06/17/un-cavaliere-errante-per-ogni-futuro/ Mon, 17 Jun 2019 21:30:17 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=53157 di Paolo Lago

Alessandro Bertante, Pietra nera, Nottetempo, Milano, 2019, € 18, 50, pp. 278.

L’ultimo romanzo di Alessandro Bertante, Pietra nera, ci presenta un viaggio attraverso un’Italia del futuro, uno spazio devastato da una non meglio definita “Sciagura” occorsa diversi anni prima. Ma non si può definire un romanzo distopico in quanto l’ambiente non appare distrutto o inaridito, come dopo una catastrofe, bensì assistiamo a una vera e propria rinascita della natura. A fronte di un mondo industrializzato che si è autodistrutto per il suo cinismo e la sua superficialità, la natura [...]

Un cavaliere errante per “ogni futuro” è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Paolo Lago

Alessandro Bertante, Pietra nera, Nottetempo, Milano, 2019, € 18, 50, pp. 278.

L’ultimo romanzo di Alessandro Bertante, Pietra nera, ci presenta un viaggio attraverso un’Italia del futuro, uno spazio devastato da una non meglio definita “Sciagura” occorsa diversi anni prima. Ma non si può definire un romanzo distopico in quanto l’ambiente non appare distrutto o inaridito, come dopo una catastrofe, bensì assistiamo a una vera e propria rinascita della natura. A fronte di un mondo industrializzato che si è autodistrutto per il suo cinismo e la sua superficialità, la natura ha ripreso il sopravvento: le città sono ormai abbandonate e il loro asfalto ricoperto di erba, le strade non esistono più, asserragliate dalla crescita smisurata di piante e alberi, come dopo la caduta dell’Impero romano, le automobili sono ormai dei vecchi rottami ferrosi avvolti dalle piante. Semmai, allora, si potrebbe parlare di utopia: un mondo nuovo in cui la natura risorge, ‘vendicandosi’, se così si può dire, del precedente sfacelo creato da un cieco sviluppo. La distopia, semmai, c’era prima, in un mondo in cui la natura non contava per niente ma contavano soltanto il profitto e l’economia, un mondo saturo di beni superflui.

L’umanità sopravvissuta si divide in due: in chi, cioè, è nato prima della Sciagura e conosce il mondo industrializzato di prima e chi, invece, è nato dopo. Il protagonista del romanzo, Alessio, è nato dopo, e sarà lui a intraprendere il viaggio che lo porterà lontano dal paesino montano di Piedimulo, verso la grande pianura e verso altre montagne, più vicine al mare. La vicenda di Pietra nera si ricollega a un precedente romanzo dell’autore, Nina dei lupi (2011) in cui si assisteva – sempre con toni sfumati e indefiniti – all’avvenimento della Sciagura (forse dovuta a una crisi economica) e al progressivo abbandono e declino delle città. La comunità di Piedimulo, aggredita da una banda di predoni, era stata difesa da un altro coraggioso Alessio che, in un duello all’ultimo sangue, dopo essersi stretto intorno al collo il fazzoletto rosso e nero del nonno anarchico che aveva combattuto nella guerra civile spagnola, era riuscito a sconfiggere i violenti e cinici assalitori, i peggiori, ultimi figli di un mondo basato sul possesso e sul capitale. Il nuovo Alessio (nome che portano quasi tutti i protagonisti dei romanzi di Bertante, vero e proprio alter ego dell’autore) è suo figlio e, nel viaggio che intraprende, si configura come una sorta di cavaliere errante che deve affrontare una serie di prove e di peripezie in uno schema narrativo basato sull’avventura e sulla dinamica dell’incontro (l’incontro con sempre nuovi personaggi durante il viaggio è un importante elemento narrativo che fa progredire la trama).

Del resto, il medesimo schema lo presentano anche altri romanzi dell’autore: si pensi a Gli ultimi ragazzi del secolo (2016), di stampo più autobiografico, in cui l’io narrante compie diversi viaggi, sia nella “Milano metropoli degli anni Ottanta”, sia nei territori martoriati dalla guerra in ex Jugoslavia. Ma si pensi anche a Estate crudele (2013), in cui un altro Alessio, uno spacciatore che vive a Milano nella zona di via Padova, compie inusitati percorsi urbani a piedi trasformandosi anch’egli in un cavaliere errante diretto verso la sua eroica missione. La narrativa di Bertante, nella rappresentazione di questi personaggi ossessionati dal movimento continuo, connotati da veri e propri spostamenti picareschi, presenta in forma pregnante la tematica del nomadismo, il quale appare come la forma principale di una nuova soggettività decentrata e deterritorializzata (sul nomadismo come significativa rappresentazione della contemporaneità hanno scritto pagine illuminanti Gilles Deleuze e Félix Guattari, Rosi Braidotti, Michel Maffesoli).

Durante il suo viaggio disseminato di pericoli, il ‘cavaliere errante’ Alessio incontrerà Zara, una ragazza anch’ella nata dopo la Sciagura, del tutto ignara del ‘vecchio’ mondo, la quale diverrà la sua compagna, quasi anima e corpo da lui inseparabile per affrontare la lotta per un nuovo futuro. Emblematica è, infatti, la frase che li connota: “Noi siamo ogni futuro”, a voler rappresentare la possibilità di una rinascita a costo però di una dura lotta. Alessio, il Figlio dei lupi, appunto perché figlio del vecchio e coraggioso Alessio e di “Nina dei lupi”, è un personaggio dotato di connotazioni sciamaniche, in sinergia con la natura e lotterà per cercare di espandere, di allargare questa sinergia ormai perduta, di estenderla all’umanità sopravvissuta e resistente. Come afferma la “strega dei boschi” (personaggio riconducibile all’antica figura dell’indovina e della profetessa oracolare), “quel giovane uomo parlava alle bestie, conosceva le erbe, sapeva evocare le parole dei poeti”, forse gli unici che, nel ‘vecchio’ mondo, riuscivano a percepire la realtà e la natura senza la benda dell’economia e del profitto. E, sempre la strega, rivolgendosi a Alessio e Zara, così afferma: “Osserverete il mondo ancora bambino e il suo falso nome non sarà più pronunciato”. Alessio e Zara saranno capaci di guardare un mondo “bambino”, in cui la natura non deve essere assoggettata ed eliminata, ma considerata quasi come una parte di se stessi. I personaggi compiranno un viaggio in nome dell’arcaica sapienza, del mito e della saggezza per smascherare un mondo ormai deturpato dalla violenza, dal cinismo, affondato nelle più profonde devastazioni operate dallo sviluppo capitalistico. Alessio e Zara, forse, sono metaforicamente le nuove generazioni che desiderano “un mondo ancora bambino”, che si battono per un ambiente dal quale sia cancellata ogni forma di inquinamento, per un ambiente non deturpato dai falsi miti degli interessi economici.

Nell’attraversamento della grande città, una Milano ormai in stato di abbandono, Alessio e Zara vedono i segni della nostra civiltà decaduta, un mondo che per loro è sconosciuto e alieno, terribile e fantastico: “Palazzi di acciaio alti fino alle nuvole, luci tanto potenti da illuminare le strade di notte, case riscaldate da gas invisibile e inestinguibile, velocissimi treni sotterranei impegnati giorno e notte a spostare la gente ovunque, ed erano milioni di persone, non migliaia, milioni di persone”; e poi: “milioni di donne e di uomini costretti tutti i giorni a lavorare senza produrre niente, senza vedere mai il frutto della propria fatica, quegli stessi uomini e donne che poi la sera si rinchiudevano in appartamenti costruiti come alveari a guardare schermi piccoli e grandi, accesi da un’energia infinita e sconosciuta […] E poi c’erano le automobili. Automobili in ogni luogo ad ammorbare l’aria già satura di fumo e polvere; e c’erano gli aeroplani che volavano in continuazione sopra le nuvole, trasportando le persone dove e quando volevano, ignorando l’immensità della distanza che è esplorazione e fatica, ma anche sopraffazione e guerra”.

I ragazzi percorrono una città devastata, nella quale la natura sta ricominciando a vivere: quella stessa città che Bertante ci racconta in un romanzo breve dal titolo La magnifica orda (2012). Qui, il protagonista, per recarsi a un colloquio di lavoro in città dall’hinterland milanese, attraversa un mondo devastato dalle industrie e dall’inquinamento, dalla sporcizia, dall’edilizia selvaggia mentre le persone che si recano al lavoro al mattino sembrano tanti automi, tanti ‘zombie’ ormai deprivati della loro condizione di esseri umani. Lo spazio urbano de La magnifica orda appare veramente tratteggiato in modo distopico come, appunto, se la nostra quotidianità, se l’Italia contemporanea fosse già un’ambientazione ‘postapocalittica’. Dopo la Sciagura di Nina dei lupi e di Pietra nera, quello che era uno spazio disumanizzato dalle dinamiche sociali dell’economia, è ormai soltanto la reliquia di se stesso mentre, utopisticamente, una nuova natura sta prendendo il sopravvento.

Questo avventuroso viaggio del ‘cavaliere errante’ Alessio, il Figlio dei Lupi, e della sua compagna Zara, è narrato da una scrittura mitopoietica – capace, cioè, di creare un nuovo racconto mitico – caratterizzata dalla lentezza e dalle iterazioni delle antiche narrazioni orali, tesa verso la solennità e la ripetitività formulare dell’epica. Contemporaneamente, si tratta anche di una scrittura estremamente fisica e corporea, caratterizzata da uno stile che ci fa avvertire la realtà in tutta la sua turgida fisicità e sordidezza. Ed è a tratti anche espressionistica, tesa e rappresa nel figurare situazioni e immagini molto violente: scontri, duelli, uccisioni, ferite, sangue. Una scrittura che è essa stessa viaggio nomadico, scoperta e avventura: un viaggio fra mille insidie e fra mille incontri per restare umani, nonostante tutto.

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Stampa i soldi e scappa https://www.carmillaonline.com/2019/06/16/stampa-i-soldi-e-scappa/ Sun, 16 Jun 2019 21:00:53 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=53099 di Alessandra Daniele

Dopo il decreto Sblocca-tangenti, e la promessa d’un Condonaggio (condono-riciclaggio) era inevitabile che la Banda degli Onesti provasse anche a stampare soldi falsi. Con sopra i selfie di Salvini. Mentre s’ingozza, mentre sghignazza, mentre comizia, mentre schiva i gabbiani. I collezionisti andranno a caccia dell’introvabile: Salvini mentre lavora. I cosiddetti “mini bot”, proposti dalla banda Grilloverde per pagare i debiti della pubblica amministrazione, sono in realtà un espediente per preparare l’uscita dall’Euro senza farsene accorgere. Visto però che ormai se ne sono accorti tutti, tanto vale che il governo lo ammetta chiaramente: l’Italia sta per uscire dall’Euro, e adottare non [...]

Stampa i soldi e scappa è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Alessandra Daniele

Dopo il decreto Sblocca-tangenti, e la promessa d’un Condonaggio (condono-riciclaggio) era inevitabile che la Banda degli Onesti provasse anche a stampare soldi falsi.
Con sopra i selfie di Salvini. Mentre s’ingozza, mentre sghignazza, mentre comizia, mentre schiva i gabbiani. I collezionisti andranno a caccia dell’introvabile: Salvini mentre lavora.
I cosiddetti “mini bot”, proposti dalla banda Grilloverde per pagare i debiti della pubblica amministrazione, sono in realtà un espediente per preparare l’uscita dall’Euro senza farsene accorgere.
Visto però che ormai se ne sono accorti tutti, tanto vale che il governo lo ammetta chiaramente: l’Italia sta per uscire dall’Euro, e adottare non una, ma due nuove monete, come i soci del contratto di governo. La prima servirà per gli scambi fisici, l’altra per quelli elettronici.

Il Salvino
Sarà una moneta commestibile, un biscotto farcito della ditta dolciaria che già da tempo ha il vicepremier sotto contratto come testimonial. Il valore corrisponderà alle calorie. Le monete da 50 avrebbero dovuto avere un lato alla vaniglia e l’altro al cacao, ma Salvini s’è opposto all’idea che la moneta che porterà il suo nome possa avere una faccia nera.

Il Casaleggio
Sarà una moneta virtuale adoperata in tutti gli scambi che avverranno per via elettronica, come pagamenti e acquisti online. Il valore di un Casaleggio sarà variabile, e verrà stabilito ogni settimana da una votazione degli iscritti grillini sulla piattaforma Rousseau.

È previsto un contentino anche per i nostalgici della Lira. Sarà infatti stampato un milione di banconote da mille lire stile vintage, con Giuseppe Conte al posto di Giuseppe Verdi. Questi biglietti però saranno soltanto ininfluenti fac-simili. Esattamente come Giuseppe Conte.

Per scongiurare il rischio d’una crisi finanziaria e d’un attacco speculativo, l’Italia uscirà dall’Euro in piena notte, cercando di fare meno rumore possibile. E sperando di evitare che qualche tabaccaio s’affacci alla finestra, e le spari alle spalle mentre scappa.

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La pace degli alveari di Alice Rivaz https://www.carmillaonline.com/2019/06/16/la-pace-degli-alveari-di-alice-rivaz/ Sat, 15 Jun 2019 22:01:50 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=52739 [Segnaliamo l’uscita per la casa editrice Paginauno de “La pace degli alveari” di Alice Rivaz, traduzione e introduzione di Sabrina Campolongo, postfazione di Valérie Cossy. Pubblicato nel 1947, si tratta del diario-racconto di Jeanne Bornard, una donna che questiona con acume il sistema valoriale patriarcale di assogettamento all’uomo e al marito e ribalta con ironia l’immagine pacificata di quelle istituzioni, come il matrimonio, che legittimano la perpetuazione dei rapporti di potere tra uomo e donna. Di seguito, vi proponiamo un assaggio dell’opera, estratto dalla seconda parte del libro. ss]

di Alice Rivaz

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La pace degli alveari di Alice Rivaz è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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[Segnaliamo l’uscita per la casa editrice Paginauno de “La pace degli alveari” di Alice Rivaz, traduzione e introduzione di Sabrina Campolongo, postfazione di Valérie Cossy. Pubblicato nel 1947, si tratta del diario-racconto di Jeanne Bornard, una donna che questiona con acume il sistema valoriale patriarcale di assogettamento all’uomo e al marito e ribalta con ironia l’immagine pacificata di quelle istituzioni, come il matrimonio, che legittimano la perpetuazione dei rapporti di potere tra uomo e donna. Di seguito, vi proponiamo un assaggio dell’opera, estratto dalla seconda parte del libro. ss]

di Alice Rivaz

Facevo bene ad aver paura che non avrei più potuto scrivere su questo quaderno al ritorno di mio marito a casa. Non ho mai potuto tenere un diario in sua presenza. Come per il fenomeno dell’uomo degli uccelli. Alcune presenze, e soprattutto quella di mio marito, mi separano dalle mie radici, mi impediscono anche solo di avvicinarmi a me stessa.

E poi, in pratica, come potrei riuscirci? Non potrei nemmeno se lo volessi a ogni costo. Due giorni dopo il suo ritorno ho voluto provare. Non gli ho detto cosa stavo facendo. Avrebbe potuto supporre che scrivessi una lettera. Sfortunatamente, sa che scrivo raramente delle lettere e che ne scrivo di molto brevi. Quindi, vedendomi seduta con la penna in mano, all’inizio ha pensato che facessi i conti di casa. Poi, non so bene perché, è diventato sospettoso. Ha assunto un’aria inquieta e con la sua abituale indiscrezione: «Cos’è che fai? I conti?»

«No no» ho risposto. E credo di essere arrossita. «E quindi?» All’inizio non ho risposto, poi, dato che insisteva, mi sono messa a balbettare come una scolara presa in fallo: «Sto… sto… scrivo per me…»

Non ha capito subito. Poi, all’improvviso ha sollevato prima gli occhi poi le braccia al cielo, e sulla sua espressione apatica si è dipinta quella crudele piccola ironia che mi fa sempre arrabbiare, e non soltanto quando sono io a esserne l’oggetto, ma anche quando sono gli altri, dato che trovo che un certo tipo di ironia sia peccato. Non dice forse la Bibbia: “Guardatevi dalla lingua degli schernitori”? Ma lui, scandendo ogni parola: «Così la si-gno-ra-scri-ve-il-suo-dia-rio…»

E poi più in fretta: «O non sarà mica per caso un romanzo che ti sei messa in testa di scrivere?»

Poi si è allungato sulla sua poltrona, ha chiuso beatamente gli occhi, esalato voluttuosamente una boccata di fumo dal suo grosso sigaro di cui detesto l’odore e ha aggiunto, sarcastico: «Leggimi questo capolavoro… sono tutto orecchie.»

Mi sono chiesta cosa sarebbe successo se, anziché io, fosse stato lui ad avermi confessato di scrivere per se stesso. Come sarei stata attenta, rispettosa del suo lavoro! Non mi sarebbe mai venuta l’idea di prenderlo in giro. E ho pensato ai mariti di alcune mie amiche, che scrivono “per sé”, come dicono loro. Con quale interesse, quale rispetto, le mie amiche menzionano con me questo fatto. Perché invece una donna non potrebbe scrivere “per sé” senza suscitare lo scherno del marito?

Ero così mortificata, ferita, che ho chiuso in maniera febbrile il calamaio per poi correre a nascondere il mio povero quaderno nell’armadio della biancheria, sotto una pila di lenzuola! Ci è rimasto per più di quattro mesi. Non lo riprendo che oggi…

Quattro mesi di malessere, di lancinanti rancori… come dire? Come sempre accumulavo giorno dopo giorno rimproveri e risentimenti che lasciavo non formulati, o espressi in modo imperfetto, con abbozzi di frasi inconcluse. È così che reagiamo quando ci troviamo faccia a faccia con i nostri mariti, o che non reagiamo, piuttosto, aspettando di restare sole per poter vedere chiaro dentro di noi e dare un nome ai nostri sentimenti. Ma se la nostra lingua è paralizzata, si crea tuttavia tutto un movimento in noi che si esprime in modo alternativo alle parole. È il nostro passo che si fa strascicato, la nostra voce di colpo più tagliente, i nostri sguardi più severi. Sono le porte che sbattiamo. E questa volontà che si solidifica e che ci spinge a contraddirlo sempre, o ci immerge in un mutismo pieno di sottintesi, di rimproveri latenti, non formulati, che di conseguenza proliferano come vegetazione sottomarina, come il muschio nei boschi. Philippe vi si perderebbe. Non capirebbe un bel niente, non saprebbe più ritrovare le radici, i nodi, risalire alle fonti, ai germogli. Anche a noi capita a volte di non saper più risalire alle sorgenti, di coltivare così le ultime proliferazioni del nostro rancore dimenticando ciò che le ha fatte nascere. Per giorni e giorni ci sentiamo come sollevate da una mareggiata, come masse d’acqua scosse da tremende onde di profondità. È allora che la nostra voce diventa più critica, portatrice di scuri temporali. Ma la causa, la vera causa di tutto questo, il perché?

Prima di tutto c’è che non hanno riguardi – si sa, lo confessano, soprattutto in questo Paese (ma conosco poco gli uomini degli altri paesi) – e dietro la loro mancanza di riguardi c’è il loro egoismo, e dietro il loro egoismo la loro vanità, il loro accecamento, e dietro il loro accecamento la loro incomprensione, e dietro tutto questo c’è che ci hanno ingannato, perché prima si erano mostrati diversi, perché hanno saputo nascondere ciò che erano veramente, quello che volevano e si aspettavano da noi, sotto il loro amore e la loro proclamata devozione nei nostri riguardi. Così che abbiamo creduto al fatto che sarebbero stati sempre tutto amore e devozione, mentre per loro si trattava di un’attitudine passeggera, che non corrispondeva alle esigenze della loro vera natura. Quello che ora vogliamo è quella devozione alla nostra persona, è il culto dell’amore che incarniamo.

Eppure mi aspetto ancora qualcosa, lo sento, da questa razza straniera con la quale noi dividiamo la nostra casa, il nostro letto, la nostra vita. Ma cosa? Dopo l’esperienza di Philippe-marito? Dopo quella di Pierre M…? C’è stata, lo riconosco, quella di Stéphane, alla quale non ho dato abbastanza importanza perché a quel tempo avevo in testa solo Philippe.

Adesso, ho proprio bisogno di confessarlo, vorrei ancora un altro amore. Ma non ho più un visetto di ventenne, nemmeno di trentenne. Per di più, ora so cosa mi aspetta, cosa aspetta ogni amore in questa vita, quel che costa, quello che ci si può aspettare o meglio non aspettare da un uomo. Eppure, Dio sa perché, vorrei provare ancora per un po’ la loro commedia, la loro graziosa commedia, prima che cali il sipario. Il loro Prologo. Perché, per loro, l’amore non si inscrive che nel Prologo, nelle parole dette davanti al sipario chiuso, e poi quando la pièce comincia, a scena aperta, si tratta di tutt’altro. E come volete che possa venir bene una pièce con un malinteso del genere tra gli attori, fin dalla prima scena?

Il fatto è che noi eravamo delle innamorate, e loro hanno fatto di noi delle casalinghe, delle cuoche… ecco cos’è che non riusciamo a perdonargli.

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La pace degli alveari di Alice Rivaz è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Psicosociologia di Game of Thrones https://www.carmillaonline.com/2019/06/15/psicosociologia-di-game-of-thrones/ Fri, 14 Jun 2019 22:01:56 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=52934 di Walter Catalano

Game of Thrones è ormai assurta, nel bene e nel male, all’Olimpo delle serie epocali – con Breaking Bad, Boardwalk Empire, The Sopranos, Mad Men, e poche altre. Forse meno perfetta di quelle ricordate, eppure ancora più amata e odiata, condivide con Lost, e – con le dovute differenze – Twin Peaks, i picchi emotivi del disprezzo o dell’esaltazione da parte del pubblico. Il marketing e il pompaggio mediatico che hanno accompagnato la sua storia sono stati, crescendo nel corso del tempo, abnormi: gadget, [...]

Psicosociologia di Game of Thrones è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Walter Catalano

Game of Thrones è ormai assurta, nel bene e nel male, all’Olimpo delle serie epocali – con Breaking Bad, Boardwalk Empire, The Sopranos, Mad Men, e poche altre. Forse meno perfetta di quelle ricordate, eppure ancora più amata e odiata, condivide con Lost, e – con le dovute differenze – Twin Peaks, i picchi emotivi del disprezzo o dell’esaltazione da parte del pubblico. Il marketing e il pompaggio mediatico che hanno accompagnato la sua storia sono stati, crescendo nel corso del tempo, abnormi: gadget, giochi, fumetti, canzoni, documentari, quiz televisivi, perfino bottiglie di whisky pregiati personalizzati dalla HBO con le etichette delle varie casate di Westeros, e quant’altro.

Non passa giorno che la stampa e soprattutto internet non ci martellino con le immagini dei principali protagonisti (in larga misura attori giovanissimi e precedentemente sconosciuti, balzati da otto anni a questa parte alla ribalta internazionale) e con i gossip sui nuovi divi: John Snow (Kit Harington) si è sposato con Ygritte (Rose Leslie) e subito dopo la fine dello show è finito d’urgenza in rehab per depressione e alcolismo; Sansa (Sophie Turner), si è sposata anche lei ma con il frontman di una band teen pop, ha girato per New York indossando pantofole di pelo e si è lanciata nella sua ultima interpretazione – una di quelle schifezze blockbuster ispirate ai fumetti Marvel o Dc, è lo stesso, che proprio non sopporto – X Men: Dark Phoenix; Danaerys Targaryen (Emilia Clarke) è sopravvissuta, nel corso delle varie stagioni dello show, a due aneurismi cerebrali e ha istituito una fondazione per la raccolta di fondi in favore delle vittime di queste patologie; Tyrion Lannister (Peter Dinklage), l’acondroplasico più sexy del mondo, è stato il frontman di una band punk che si chiamava Whizzy: la sua cicatrice è vera e se l’’è fatta durante un concerto; ecc. ecc.

Sempre su internet anche le mitologie, le urban legends e le voci contrastanti sull’epopea si sono avvicendate e sovrapposte: i fan scontenti del finale insorgono e fanno una petizione perché l’ottava stagione della serie venga girata da capo; il prequel in lavorazione si intitolerà The Long Night e la protagonista sarà Naomi Watts; il prequel della serie si intitolerà Bloodmoon, le riprese sono iniziate a Belfast, si svolgerà cinquemila anni prima dell’epoca di Game of Thrones; George R. R. Martin ha appena finito i due ultimi libri della saga; George R. R. Martin non ha finito neanche The Winds of Winter, ma lo dovrebbe finire entro il 2020 e ci metterà anche gli unicorni; i finali dei libri saranno completamente diversi da quello della serie; i finali dei libri non saranno poi così diversi da quello della serie, ecc. ecc. Numerosi psicologi hanno perfino compilato una diagnosi psichiatrica per ognuno dei personaggi o per ognuna delle principali casate di Westeros: così Casa Stark sarebbe afflitta da sindrome maniaco-depressiva; Casa Lannister da disturbo narcisistico della personalità; Casa Baratheon da disturbo borderline per il ramo di Robert e disturbo ossessivo compulsivo per quello di Stannis; Casa Targaryen da disturbo bipolare di tipo I; e così via. Insomma mai una serie TV ha così capillarmente specchiato la psicopatologia della vita quotidiana dell’Occidente contemporaneo.

Il Trono di Spade (Game of Thrones) era stata avviata alla gloria dello schermo da David Benioff e D.B. Weiss, nel 2011, per il canale via cavo HBO, ispirandosi al ciclo narrativo di Le Cronache del ghiaccio e del fuoco (A Song of Ice and Fire) dello statunitense George R. R. Martin, saga composta dai romanzi A Game of Thrones (1996), A Clash of Kings (1999), A Storm of Swords (2000), A Feast for Crows (2005), A Dance with Dragons (2011), e dagli ancora inediti The Winds of Winter e A Dream of Spring. La serie, dai molteplici e complessi personaggi vagamente ispirati alle figure che si avvicendarono sulla scena storica della Guerra delle due rose inglese, è ambientata in un mondo immaginario costituito dal Continente Occidentale (Westeros) e da quello Orientale (Essos). Il centro più grande e civilizzato di Westeros è la città capitale Approdo del Re (Kingslanding) dove si trova il Trono di Spade dei Sette Regni, un sedile di ferro fatto di spade saldate e intrecciate fra loro, trono scomodo e pericoloso come il potere. La lotta acerrima per la conquista dell’autorità regale porta le più potenti e nobili famiglie del Continente Occidentale a scontrarsi o allearsi tra loro in un tortuoso gioco di potere, che coinvolge anche l’ultima discendente della dinastia regnante deposta, l’esiliata e giovanissima Daenerys Targaryen, nelle cui vene scorre sangue di drago e che potrà contare su draghi, oltre che uomini, al suo servizio. Gli intrighi politici, economici e religiosi dei nobili lasciano la popolazione nella povertà e nel degrado, mentre il mondo viene minacciato dall’arrivo dell’inverno – in questo mondo le stagioni possono durare anni – un inverno lunghissimo che preannuncia il risveglio di creature leggendarie e dimenticate, favorendo l’emergere di forze oscure e magiche. I personaggi principali sono per la maggior parte membri di casate nobiliari dei Sette Regni: la nobile Casa Stark comprende gli uomini del Nord, che proteggono i Sette Regni dalle minacce celate oltre la Barriera, ovvero i Bruti (Wildlings), un bellicoso popolo nordico senza legge e gli Estranei (White Walkers), leggendarie creature sovrannaturali e non umane. Della nobile Casa Baratheon fa parte il re sul Trono di Spade, ovvero il sovrano di tutti i Sette Regni, detestato dalla moglie fedifraga e incestuosa e dai due fratelli minori che ambiranno alla successione dopo la morte improvvisa del sovrano (in circostanze, inutile precisarlo, assai poco limpide). La nobile Casa Lannister è formata da uomini ricchissimi e influenti, imparentati con i Baratheon tramite il poco felice matrimonio dinastico. La nobile Casa Targaryen, un tempo regnante, è invece caduta in rovina dopo che il suo ultimo re sul Trono di Spade è stato spodestato dai Baratheon. Queste e molte altre casate prestano alternativamente giuramento di fedeltà fra loro tramite matrimoni e compromessi, spesso ricorrendo a tradimenti e omicidi, in una continua e spietata lotta per il potere.

In estrema sintesi la struttura di base iniziale della trasposizione filmica della saga, sostanzialmente fedele ai romanzi di Martin, si era articolata intorno a queste premesse. Lo show rispecchiava i libri anche per lo spessore conferito ai personaggi, complessi e psicologicamente convincenti, per la trama e i dialoghi efficaci e per l’alta qualità della produzione. Il ricorso abbondante al nudo e le numerose scene di violenza fisica e sessuale, elemento saliente nelle prime stagioni, avevano attirato varie critiche negative (c’è da puntualizzare però a tal proposito, che questo tipo di scene – caratteristica peculiare a quasi tutte le produzioni HBO – per quanto talvolta forti, non erano mai state troppo insistite né gratuite, ma sempre e comunque funzionali alla trama) e pertanto, di stagione in stagione, si è preferito ridurne la frequenza e accorciarle drasticamente, fino quasi a farle scomparire.

Una normalizzazione compiacente, una semplificazione riduttiva e una standardizzazione imbonitoria che è andata progressivamente prevalendo. Dalla quarta stagione in poi la serie ha cominciato a discostarsi con sempre maggiore decisione dalla versione scritta e Martin ha cessato di collaborare direttamente alla sceneggiatura pur dichiarandosi in genere soddisfatto dall’impostazione data alla vicenda (che presumibilmente dovrebbe rimandare, almeno a grandi linee, ai volumi non ancora terminati della saga). Come per il ciclo di romanzi anche per la serie filmata il centro dell’attenzione della vicenda voleva essere soprattutto politico e psicologico, con personaggi ricchi di sfumature e che si evolvevano nel corso della trama, senza trascurare ampie e suggestive aperture al magico, al soprannaturale e all’horror e massicce digressioni di pura azione, con epiche battaglie, sanguinosi assedi e feroci duelli. Il fragile equilibrio tra tutti questi elementi narrativi, il carisma degli attori e il sempre più ricco budget a disposizione, hanno reso questa serie la regina degli schermi internazionali: un fantasy adulto e sofisticato che metteva d’accordo pubblico e critica. Ma, dalla sesta stagione in avanti, qualcosa si è inceppato: i risultati hanno cominciato ad essere discontinui, i personaggi meno coerenti, le situazioni meno credibili, gli snodi più scontati. Volendo accontentare tutti si è finito per non accontentare, fino in fondo, nessuno.

Fra i molti articoli, in genere insulsi, che la stampa ha dedicato al programma, almeno uno centrava il problema individuando nell’approccio sociologico alle vicende e ai personaggi la caratteristica distintiva delle opere di Martin: era l’aderenza iniziale a questo aspetto a porre la serie fuori dai canoni prevedibili in cui invece l’approccio psicologico, tipicamente hollywoodiano, di Benioff&Weiss lasciati a sé stessi, l’ha fatta ricadere. La questione del controllo di Martin sul progetto e della divaricazione sempre più forte fra opera scritta e opera filmata, l’una da sempre più complessa, l’altra sempre più ridotta ai minimi termini, è culminata negli attesi e temuti explicit della stagione finale, l’ottava, in cui complessità e sociologia hanno ormai definitivamente abdicato nei confronti di semplificazione e psicologia.

Proprio la scelta della via più breve, la frettolosità della risoluzione improvvisa di certi conflitti portati avanti per stagioni intere, ha comprensibilmente deluso e infastidito molti spettatori. Il Night King e i suoi White Walkers non possono essere sgominati solo dalla banalissima pugnalata – seppure di acciaio valyriano – di Arya Stark; Danaerys non può impazzire improvvisamente e rinnegare in un sol colpo tutti i suoi ideali umanitari di liberatrice di schiavi sterminando col fuoco gli innocenti cittadini di Kingslanding; in più se le bastava un drago per distruggere la capitale, non avrebbe avuto bisogno di sprecare anni a radunare un inutile esercito; e i draghi poi, talvolta possono essere abbattuti come fagiani con un singolo, semplice freccione, talaltra invece sono invincibili e indifferenti al tiro di centinaia di balestre, secondo le convenienze; e non parliamo di Jon Snow, novello Targaryen, che sembra più morto di prima che lo resuscitassero da quando si è preso una cotta per la bella zia e si sveglia solo per vibrarle una pugnalata al cuore, a tradimento, mentre la bacia e chiude la questione nel modo più ovvio; quanto a Tyrion poi, non è più quello di una volta, ha perso sense of humour, cinismo e perspicacia machiavellica e, dopo essere passato alla castità, manca solo che diventi perfino astemio. Troppo affrettato l’arrostimento di Varys, l’eunuco cospiratore; troppo stereotipato il ritorno di Jaime Lannister tra le braccia di Cersei, la sorella-amante, per morire insieme sotto le macerie del palazzo reale distrutto, ma peggio ancora il precedente duello sulla riva del mare dove – ma guarda la combinazione – Jaime vede riemergere dall’appena avvenuto naufragio dell’intera sua flotta, proprio il rivale Euron Greyjoy che minaccia di sbudellarlo, quasi ci riesce, ma finisce invece immancabilmente sbudellato. Tutte le scorciatoie più trite sono state percorse spudoratamente dal duo di sceneggiatori che ora si appresta, secondo voci recenti, a firmare i prossimi episodi di Star Wars: in effetti la banalità mainstream di Star Wars è il naturale approdo di una scrittura così convenzionale.

Secondo i teorici del fantasy possiamo distinguere tra un high fantasy, stretto alla grande retorica classica dei poemi epici e cavallereschi: la tradizione letteraria “alta”, che s’identifica soprattutto con Tolkien, l’eroismo, la serietà o seriosità, il manicheismo di valori morali ben determinati, di una visione etica del mondo, ecc. – e un low fantasy, più moderno, meno legato alla letteratura classica, antieroico e amorale, talvolta parodistico e irriverente: il mondo degli eroi pulp. Il Conan di Howard ci rientra solo per alcuni aspetti, ma lo Sword&Sorcery di Fritz Leiber e il suo ciclo del Mondo di Nehwon e della città di Lankhmar, con le sue simpatiche canaglie Fafhrd e Gray Mouser, perennemente a caccia d’oro e di disponibili donzelle, ne rappresenta l’esempio più perfetto. Sulla stessa lunghezza d’onda si pone il ciclo Queste oscure materie di Philip Pullman – composto dalla trilogia La bussola d’oro, Il cannocchiale d’ambra, La lama sottile – che rifiuta però il sarcasmo e l’ironia e rimanda invece a riferimenti letterari colti – la nekya dell’epica antica, la Commedia dantesca, il Paradise Lost di Milton – per sferrare un attacco filosofico contro la visione mistica e religiosa dell’high fantasy – rappresentata in particolare dall’aborrito ciclo delle Cronache di Narnia di C.S. Lewis – e costruire uno straordinario Bildungsroman metafisico in nome dell’ateismo, del panteismo, e di un luciferismo vittorioso che detronizzerà infine il despota divino per instaurare la Repubblica dei Cieli.

Anche Martin con il suo A Song of Ice and Fire va collocato, a seguito di questi illustri precedenti, entro lo stesso ambito low: un fantasy-noir in cui non ci sono eroi idealizzati ma uomini cinici e spesso spietati, agitati dalle passioni e dalla brama di potere, in cui le situazioni estreme, il sesso, la violenza – di solito taciute o edulcorate in un genere considerato a priori di fruizione young adult – vengono invece messe in evidenza e ostentate alla massima potenza. La stessa presenza del soprannaturale, per altro molto ridotta rispetto alla dose abituale propria del genere – sempre in sottotono rispetto all’intrigo politico e, appunto, alla sociologia – viene rappresentata al di fuori di qualsiasi senso forte di sacralità, anche nel caso del personaggio più mistico, Bran Stark, il Corvo con tre occhi, che nella serie tv (ma probabilmente anche nel finale dell’ultimo romanzo) regnerà su sei regni del Continente Occidentale (è escluso il settimo, il Nord, che la sorella Sansa rende di nuovo autonomo). Così anche le creature mitiche come i draghi (e, sembra dalle voci sul prossimo libro in uscita, anche gli unicorni) vengono, se possibile, secolarizzate: non dimentichiamoci che Martin giunge al fantasy dalla fantascienza.

Benioff&Weiss invece normalizzano, secondo più digeribili parametri hollywoodiani, anche questa tendenza low, riequilibrandola verso un maggior tono di high, che svolti verso l’epico (la consacrazione a cavaliere di Brienne di Tarth, le morti eroiche in battaglia di Jorah Mormon, Theon Greyjoy, Lyanna Mormont, Eddison Tollett, Beric Dondarrion, Sandor Clegane, ecc.), il romantico (le scene madri – bruciate un po’ dall’eccessiva fretta di arrivare alla conclusione – fra Jaime e Cersei Lannister e Jon e Daenerys Targaryen: “due cose belle ha il mondo: Amore e Morte…”), e il mistico (la figura sempre più ieratica di Bran Stark, il sacrificio di Melisandre, ecc.). A discapito della pregressa ambiguità morale della saga, le carogne (simpatiche e meno simpatiche) tendono invece, giunti al redde rationem, quasi tutte a chiudere in bellezza, mirando al riscatto e alla redenzione; i personaggi che peccano di Hybris, di dismisura, secondo le strutture classiche della tragedia vengono puniti (Cersei, Jaime, Daenerys, Varys, lo stesso Jon Snow), mentre sopravvive chi ha conservato il limite e perseguito la Diche, la giustizia (Tyrion Lannister, Davos Seaworth, Samwell Tarly, Sansa Stark).

Questa Diche verrà esplicitata nell’assetto finale che il nuovo consiglio darà al regno: la monarchia assoluta che anche la “despota illuminata” Daenarys avrebbe mantenuto, diventa, dopo l’eliminazione della bella Targaryen, una monarchia costituzionale in cui un consiglio di rappresentanti delle casate maggiori dei regni eleggerà da quel momento in poi i successori del re sul trono (non più di spade perché l’ultimo drago sopravvissuto l’ha fuso con il suo fiato incandescente prima di portarsi via il cadavere della madre-regina, risparmiando l’amante-assassino, anche lui Targaryen, quindi sangue di drago) affidato per il momento al riluttante Bran Stark, più santone, veggente, savio, che monarca; Samwell Tarly tenterà addirittura, anche se la proposta viene bocciata, di spingere verso la democrazia proclamando il diritto non delle case nobiliari ma del popolo ad eleggere direttamente il sovrano. Questa messa in discussione finale del principio della sovranità sottrae per fortuna la saga ad ogni possibile fisima ancien régime, tipica dell’high fantasy per riportarci ad un sano e “sociologico” realismo low fantasy.

C’è ampio spazio ovviamente, in questo finale che ha lasciato quasi tutti delusi, per immaginare, oltre al fantomatico prequel già in lavorazione, altri spin-off più o meno fantasiosi, che vedono coinvolti quei personaggi abbandonati dalla conclusione della saga a un futuro aperto e indeterminato: Arya Stark, soprattutto, che emula di Colombo, salpa su un veliero diretto verso la sfera inesplorata dell’Orbe; o Jon Snow, esiliato per il suo crimine oltre la Barriera – ormai non più esistente – in mezzo ai Bruti che lo hanno adottato tra loro, in compagnia dei quali si dirige verso l’estremo Nord; perfino la defunta Daenerys il cui cadavere, prelevato amorevolmente dal figlio drago sopravvissuto, Drogon, viene trasportato via in volo: qualcuno rivela in chiusura al consiglio reale che il lucertolone volante è stato avvistato mentre veleggia in direzione di Essos, il Continente orientale, dove Danaerys ha compiuto le sue imprese, liberando gli schiavi, ed è ancora amata in molte città e dove le Streghe rosse hanno talvolta il potere di risuscitare i morti: non è facile accettare la scomparsa definitiva della bella regina, in fondo anche il suo nipote-amante-assassino è stato pugnalato al cuore una volta e la strega rossa Melisandre l’ha resuscitato (“C’è qualcosa di là ?” – gli chiederanno – “Non che mi ricordi” – ha risposto)… C’è chi resta e c’è chi parte quindi, e i cliff hanger, almeno potenziali, non mancano per gli affezionati orfani dei loro beniamini.

Inutile negare che la saga in questi anni ci ha emozionato, che ci siamo rispecchiati – anche troppo – nei personaggi e appassionati alle loro vicende, che ci siamo innamorati di Emilia Clarke (o di Kit Harington) e abbiamo odiato Lena Headey (o Iwan Rheaon), che abbiamo trepidato per Nikolaj Coster-Waldau o per Maisie Williams, riso con Jerome Flynn e pianto con Peter Dinklage e che, per forza, non ci saremmo accontentati, comunque, di un finale qualsiasi, anzi di qualsiasi finale. In realtà non volevamo che finisse, questa è la verità: se altre serie le abbiamo abbandonate da tempo, estenuanti, mentre proseguono indefinitamente, senza più niente da dire, nella noia più totale e nella perenne ripetizione degli stessi logori schemi (sto parlando, per esempio, di The Walking Dead, e del suo penoso spin-off, Fear the Walking Dead), Game of Thrones aveva mantenuto almeno un potenziale sempre alto che, ben dosato, avrebbe potuto nutrire ancora varie stagioni. Si è pensato di chiudere, invece, forse troppo repentinamente e non proprio in bellezza. Consoliamoci con i prossimi – se mai verranno – volumi che Martin tiene in serbo per noi.

A dimostrazione finale di quanto l’immaginario simbolico e la sociopsicologia di Game of Thrones abbia ormai permeato capillarmente le nostre vite, un esempio recente e significativo: durante il travagliato comizio che il sovranista Matteo Salvini ha cercato di tenere a Firenze, città di tutta Italia che maggiormente ha resistito al montante inquinamento della fogna leghista, la prima fila del corteo dei manifestanti, quella più esposta alle numerose “cariche di contenimento” degli sbirri tanto cari al Ministro dell’Interno, brandiva baldanzosamente uno striscione in lettere cubitali su cui spiccava una parola in Alto Valyriano, l’ordine con cui la Regina dei Draghi aizzava i suoi rettili volanti, consegnando i despoti delle città della Baia degli Schiavisti all’ira purificatrice del fuoco: “Dracarys” !

 

 

 

 

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Psicosociologia di Game of Thrones è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Il Tuono Rotolante di Bob Dylan https://www.carmillaonline.com/2019/06/13/il-tuono-rotolante-di-bob-dylan/ Thu, 13 Jun 2019 21:30:37 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=53110 di Mauro Baldrati

Martedì 12 giugno è stato proiettato, all’Arena Puccini di Bologna, in anteprima mondiale Rolling Thunder Revue: A Bob Dylan Story By Martin Scorsese. Lunedì 18 sarà possibile rivederlo sullo schermo gigante di Piazza Maggiore. E poi, chissà quando e dove, nelle sale. Inoltre da ieri è su Netflix.

Dunque i dylaniati storici si preparino. Le emozioni non mancano. E sono forti. Ci sono molti materiali inediti, Scorsese ha assemblato, rimontato, restaurato le pellicole in maniera discontinua (era impegnato in altre opere), con un disegno preciso però: [...]

Il Tuono Rotolante di Bob Dylan è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Mauro Baldrati

Martedì 12 giugno è stato proiettato, all’Arena Puccini di Bologna, in anteprima mondiale Rolling Thunder Revue: A Bob Dylan Story By Martin Scorsese. Lunedì 18 sarà possibile rivederlo sullo schermo gigante di Piazza Maggiore. E poi, chissà quando e dove, nelle sale. Inoltre da ieri è su Netflix.

Dunque i dylaniati storici si preparino. Le emozioni non mancano. E sono forti. Ci sono molti materiali inediti, Scorsese ha assemblato, rimontato, restaurato le pellicole in maniera discontinua (era impegnato in altre opere), con un disegno preciso però: non realizzare un No Direction Home 2.0, il precedente documentario colto e filologicamente corretto, ma un’opera apparentemente caotica, artisticamente libera e controcorrente, molto dylaniana appunto. Parecchie pellicole sono in 16 mm, copie di lavoro perché gli originali, pare, sono andati perduti, oppure giacciono dimenticati in qualche magazzino. Questo non fa che migliorare “l’effetto presenza”, per la grana, e i colori a tratti slavati a tratti sgargianti.

Sì, i dylaniati siano pronti. Come reagire infatti di fronte al loro cantautore preferito con la faccia dipinta di bianco in stile Kabuki, ma non solo, anche come i musicisti di strada del secolo scorso, compresi “gli italiani”, un cappello bianco carico di fiori e un’energia dirompente, da bluesman giovane e in salute?

Cantautore. E’ Dylan stesso a dirlo, quando Allen Ginsberg, da sempre innamorato follemente di lui, si esibisce sul palco, e vuole essere come lui. Ma non può. Perché è un poeta, un grande poeta che ha raggiunto tutte le vette internazionali, ma non è e non sarà mai un cantautore. E proprio come poeta le sue esibizioni richiedono troppo tempo, per le letture, le riflessioni (poetiche), i mantra. Così Ginsberg, e il suo compagno di vita Peter Orlovsky, diventano gli addetti ai bagagli. Ma non abbandona il tour. Grande ballerino, si aggira per i territori del gruppo-carovana come un padre che tutto sistema, tutto mette a posto. Così lo definisce il regista di gran parte dei filmati, Martin Von Haselberg, contraddetto, in puro stile dylanesco, da Dylan stesso: “Ma no. Allen non era affatto un personaggio paterno.” Se c’è una cosa che non può essere negata di Bob Dylan è che non sia stato un artista accattivante e diplomatico. Come quando un giornalista scrittore, uno dei tanti che seguono o cercano di aggregarsi al tour, gli telefona per un’intervista e gli pone una domanda sul concerto, cosa pensa del fatto che il pubblico gli chiede i classici mentre lui i classici li stravolge. E lui: “Cristo, mi hai beccato di prima mattina, non riesco neanche a pensare.”

Il tour, il Rolling Thunder, è una comune viaggiante che nel 1975 percorre gli States a bordo di un grande camper a tre assi con lui sempre alla guida (proprio come Ken Kesey sul Prankster-bus undici anni prima). Tocca piccole e grandi città, dove si aggregano amici e musicisti, come Patti Smith, che recita continuamente poesie ed espone il ritratto di Rimbaud, o Joni Mitchell, stupenda con la sua voce celestiale in un trio d’eccezione, lei, Bob Dylan e Roger McGuinn. E naturalmente Joan Baez, la sua ex fidanzata, con la quale può cantare “qualsiasi cosa”. In un faccia-faccia lui le dice che “mi sono sposato con la donna che amavo.” E lei: “Mi sono sposata con l’uomo che credevo di amare.” Facce sorridenti. Facce tirate. Facce imbarazzate. E poi Sam Shepard, nel ruolo inventato di cronista del tour (perché bisogna sempre trovare agli ospiti qualcosa da fare). O la giovane, bellissima modella Sharon Stone, che Dylan nota tra il pubblico, e la mette a lavorare nel back-office del tour, tipo servire da bere e da mangiare. Lei, che sogna di diventare una grande attrice, accetta, benché perplessa. Nessuno vuole perdere quell’occasione. Nessuno vuole starne fuori.

Si esibiscono preferibilmente in piccoli club, tra le proteste del tour-operator, che per coprire i costi dei compensi, degli alberghi, del catering ecc. avrebbe bisogno di spazi con almeno 20.000 persone, mentre i locali possono ospitarne 3.000. Ma le proteste sono inutili. Dylan vuole contenitori ridotti gremiti di spettatori, gente “calda”, affettuosa. Vuole qualcosa di “popolare”, in risposta allo sfarzoso tour precedente, seguito al fortunato album-capolavoro Blod on the Tracks. E anche politico. Si esibisce in una riserva indiana, e nel carcere dove è rinchiuso il pugile nero Hurricane, al quale dedicherà una canzone che contribuirà a farlo uscire dal carcere, smontando l’accusa di omicidio.

La comune è un’entità festosa, post hippy, circense, frequentata anche da personaggi improbabili, che da sempre costituiscono un motivo di ansia per Dylan, perché si sente assediato, minacciato. Il fatto è che tutti vogliono stargli vicino, parlargli, attirare la sua attenzione. Tutti vogliono bere un sorso alla fonte del suo successo. Lui è presente, allegro, ma anche riservato, diciamo pure distaccato. Come un semidio. Perché se nella storia dell’arte è esistito qualcuno che si è avvicinato allo status di un semidio greco, quello è stato Bob Dylan.

E questo, i dylaniati storici, lo sanno bene.

(N.B: Dylaniato è il titolo di un album di Tito Schipa Jr, composto da pezzi di Dylan. Ma io ho udito per la prima volta “dylaniati” dal mio vecchio amico scomparso, Valter Binaghi, un dylaniato di classe A; così per me questo concetto, che va oltre il dylaniano o dylanologo, l’ha inventato lui.)

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Il Tuono Rotolante di Bob Dylan è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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La guerra che viene: in ricordo di Alan D. Altieri https://www.carmillaonline.com/2019/06/13/la-guerra-che-viene-in-ricordo-di-alan-d-altieri/ Wed, 12 Jun 2019 22:01:17 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=52991 di Sandro Moiso

Due anni or sono, il 16 giugno 2017, Alan D. Altieri lasciava definitivamente la momentanea compagine umana per addentrarsi, probabilmente con un ghigno sul volto, in altre e per noi ancora precluse e sconosciute dimensioni. Sergio Altieri, questo il suo vero nome, laureato in ingegneria meccanica, è stato uno dei più importanti scrittori italiani di genere (action, thriller, science-fiction, poliziesco e altro ancora) degli ultimi quarant’anni e sicuramente uno dei più visionari, forse il più visionario in assoluto. Forse anche per questo collaborò frequentemente a “Carmilla”, dedita all’esplorazione delle varie forme dell’immaginario critico dell’esistente e diretta da [...]

La guerra che viene: in ricordo di Alan D. Altieri è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Sandro Moiso

Due anni or sono, il 16 giugno 2017, Alan D. Altieri lasciava definitivamente la momentanea compagine umana per addentrarsi, probabilmente con un ghigno sul volto, in altre e per noi ancora precluse e sconosciute dimensioni.
Sergio Altieri, questo il suo vero nome, laureato in ingegneria meccanica, è stato uno dei più importanti scrittori italiani di genere (action, thriller, science-fiction, poliziesco e altro ancora) degli ultimi quarant’anni e sicuramente uno dei più visionari, forse il più visionario in assoluto. Forse anche per questo collaborò frequentemente a “Carmilla”, dedita all’esplorazione delle varie forme dell’immaginario critico dell’esistente e diretta da un altro grande visionario della letteratura fantastica, al quale fu da sempre legato da una profonda amicizia.

Oltre a ciò Altieri è stato traduttore di opere come il ciclo di romanzi delle “Cronache del ghiaccio e del fuoco” (Game of Thrones) di George R. Martin, di Raymond Chandler e Dashiell Hammett oltre che di Howard P. Lovecraft e di molti altri autori angloamericani ancora.
Ha lavorato per il cinema, anche per film importanti quali “L’anno del dragone” di Michael Cimino e “Velluto blu” di David Lynch, sia italiano che statunitense e si è cimentato con varie sceneggiature cinematografiche e televisive Oltre che essere stato direttore di svariate collane di letteratura di “genere” da edicola.

Un curriculum non di poco conto per una carriera che poteva già contare sulla pubblicazione di ben 19 romanzi e di cinque o sei antologie di racconti. Trame che si svolgono dal XVII secolo fino ad un prossimo e non meglio definito futuro in cui, comunque, a dominare la scena permangono l’avidità, la violenza, il desiderio di dominio politico, economico e religioso. Avvolte tutte da un clima cupo in cui, spesso, l’eroismo o la volontà, pur ferrea, dei singoli non basta ad evitare catastrofi, massacri e devastazioni paragonabili soltanto a quelle di cui ormai ci giunge l’eco quotidianamente.

Sì, perché il visionarismo catastrofista, la violenza selvaggia ed ineludibile che animano le sue pagine hanno i piedi ben piantati nella realtà che ci circonda e che accompagna da secoli il modo di produzione ancora dominante. L’appropriazione mafiosa, imperiale o privata della ricchezza socialmente prodotta è il motore che anima il dipanarsi delle vicende narrate e la devastazione sociale e morale è sempre seriamente correlata a quella ambientale. Altieri non ha mai avuto dubbi in proposito e proprio per questo i suoi scritti sono animati più dal cinismo che dall’imperturbabile e insopportabile buonismo, egualitarista e fasullo, di matrice cattolica che deturpa ancora gran parte della cultura, della letteratura, dell’immaginario politico contemporaneo.

La laurea in ingegneria meccanica, inoltre, gli ha sempre permesso di muoversi tra scienza, tecnologia e armi, antiche e moderne, con estrema disinvoltura e competenza, contribuendo così a definire uno stile narrativo che non esiterei a definire salgarianesimo tecnologico, in cui le conoscenze tecniche dirette gli hanno sempre permesso di arricchire di dettagli puntigliosi le sua cavalcate da una parte all’altra dello spazio geografico e del tempo storico.

Proprio per tutti questi motivi, forse, a dominare la scena dei suoi romanzi e racconti più significativi è quasi sempre la guerra, sia essa tra stati, imperi o bande criminali interessate al dominio dei traffici illegali di una megalopoli (spesso Los Angeles), di materie prime, del pianeta nel suo insieme o addirittura delle possibili risorse altre presenti nel cosmo. Cambiano le coordinate spazio-temporali, ma non i moventi e, conseguentemente, le azioni e le distruzioni che ne derivano.

Da questo punto di vista la trilogia di Magdeburgo, che descrive con rigore storico e violenza probabilmente mai vista prima in un romanzo storico la guerra dei Trent’anni, può forse rappresentare il punto di arrivo definitivo della sua opera narrativa. La descrizione di quella che fu sicuramente la vera “prima guerra civile europea”, delle sue devastazioni sociali, morali e psicologiche si presta infatti molto bene ad illustrare la poetica del cinismo e, talvolta, del nichilismo dell’autore. Dando vita ad esperienze ed avventure che lasciano davvero il lettore senza fiato.

Ma nonostante ciò, a mio personale avviso, il suo vero capolavoro è da annoverarsi tra le prime prove dell’autore milanese: L’occhio sotterraneo1, romanzo ormai da lungo tempo introvabile e che necessiterebbe di una sua ripubblicazione corredata da un adeguato commento e da una approfondita rilettura critica.

Romanzo della catastrofe assoluta, L’occhio sotterraneo narra di un futuro prossimo (all’epoca si ambientava a ridosso del 2000, ma ben poco è cambiato) in cui tra inarrestabili pestilenze, insormontabili crisi economiche, tempeste magnetiche scatenatesi nello spazio esterno, affermazioni di regimi di estrema destra nel cuore germanico dell’Europa e un devastante conflitto tra Stati Uniti (con i propri alleati arabo-sauditi ed israeliani) e Iran, l’umanità, o ciò che ne resta, si avvia al suo irreparabile tramonto.

Qui di seguito riproponiamo ai lettori le pagine centrali del momento in cui la Repubblica islamica iraniana, con l’uso di aviatori kamikaze (ricordatevi che il libro fu scritto nei primi anni Ottanta), assapora la sua vittoria sulla flotta americana nello stretto di Hormuz. Se ciò vi farà venire in mente qualcosa di attuale non stupitevene: la letteratura d’anticipazione viene così definita proprio per questo motivo.
Anticipa soltanto, non crea nulla o quasi.

Bahramali Atai sorrise mentre l’accelerazione della caduta gli calava un velo rossastro davanti agli occhi. Una voce irriconoscibile disse : “Allah è grande….”
L’aereo di Bahramali Atai cadde insieme al Martello di Allah: la bomba H da venti megaton agganciata ad esso.

Per primo venne il lampo.
Nessun rumore, nessuna vibrazione. Solamente luce. Diecimila volte più accecante della luce del Sole, un milione di volte più accecante della luce di Sigma del Drago.
C’erano molti uomini sulle tolde delle navi da guerra, coloro che al momento dell’esplosione stavano guardando verso il punto del cielo a metà strada tra la portaerei nucleare Harry Truman e la gigantesca petroliera Pacific Stream ebbero le cornee liquefatte e le retine carbonizzate all’interno dei bulbi oculari er il solo effetto della vampata luminosa.
Nessuno di quegli uomini ebbe il tempo di rendersi conto di essere diventato completamente cieco: Nessuno, né loro né gli altri, ebbe il tempo di rendersi conto di niente. Un sole di pura energia si accese. Dilagò in pochi millesimi di secondo, dilatandosi a sfera, un’unica mostruosa sfera di calore a dieci milioni di gradi centigradi di temperatura, una temperatura da nuclei stellari.
Qualsiasi cosa venne a trovarsi all’interno di quella sfera cessò di esistere, letteralmente. Atmosfera, acqua, acciaio, sabbia, roccia, corpi, tutto venne disintegrato in un titanico vulcano di raggi gamma, elettroni, neutroni e protoni che si allontanarono dal punto zero a una velocità prossima a quella della luce.
La Pacific Stream e la Harry Truman svanirono pressoché istantaneamente, le altre navi della squadra vennero cancellate nei trentun centesimi di secondo successivi all’esplosione. La palla di fuoco della bomba termonucleare da venti milioni di tonnellate di tritolo trasportata su Hormuz da Bahramali Atai vaporizzò le acque e inghiottì il sottomarino Sea Serpent. Continuò nella sua corsa, mise a nudo il fondale dello stretto facendolo ribollire in una palude di magma e scavando quello che in seguito sarebbe diventato un cratere subacqueo del diametro di otto chilometri e della profondità di due. La palla di fuoco crebbe e parve inghiottire l’intero universo.

Dopo il lampo toccò all’onda d’urto.
Soffiarono venti di un’intensità che non era mai esistita sulla faccia della terra.
L’onda d’urto cancellò tutte le isole di Hormuz: Qeshm, Larak, Hengan, Shantan; il promontorio di Mussandam. Quando raggiunse la città iraniana di Bandar Abbas, a cinquanta chilometri dal punto zero, la sua velocità si aggirava sui duecentocinquanta chilometri orari, con un carico cineico di dieci tonnellate per metro quadrato e con una temperatura di ottomila gradi. Bandar Abbas venne trasformata in un deserto fiammeggiante in undici secondi. Lo stesso accadde a qualsiasi insediamento nel raggio di centoventi chilometri dal punto zero. Le città degli Emirati Arabi Uniti svanirono una dopo l’altra, come insetti calpestati dai passi di un dinosauro.

I venti dell’onda d’urto arrivarono a Dubai e ad Ash Shariqah un’ora e ventisei minuti dopo l’esplosione. Erano venti deboli, poco più di una brezza. Riuscirono soltanto a sollevare la sabbia e a gettarla sulle migliaia di cadaveri che giacevano dappertutto.
La loro era stata una morte orrida ma per fortuna rapida, molto rapida: non più di cinque sei secondi. Nessuno può restare in vita più di otto secondi se viene sottoposto a un bombardamento di raggi gamma ad alta energia a tredicimila roentgen. Nessuno può restare in vita quando il sistema neurovegetativo viene disintegrato, quando le connessioni cllulari si spezzano, quando la stessa biochimica molecolare del metabolismo viene sbriciolata.
Il punto zero distava duecentocinquanta chilometri da Dubai, la radiazione intensificata diretta successiva alla palla di fuoco dell’esplosione H aveva impiegato appena pochi centesimi di secondo per coprire quella distanza: Se fosse scoppiata altrettanto lontana ma sul deserto, se fossero stati avvertiti in tempo, qualcuno a Dubai ce l’avrebbe fatta, forse. Ma era scoppiata sullo stretto di Hormuz, aveva trascinato nelle sue devastanti reazioni a catena anche tutte le centinaia di quintali di plutonio che formavano i reattori nucleari e le testate delle armi della Harry Truman e del Sea Serpent. Al potere di annientamento della deflagrazione termonucleare si era aggiunto quello di stermino delle emissioni neutroniche: la bomba di Bahramali Atai era diventata anche una superbomba a neutroni. Tutte le forme di vita nel raggio di duecento chilometri dal punto zero erano state distrutte.
Ash Shariqah era un cimitero. I cadaveri giacevano sulla sabbia, sull’asfalto, di traverso sulle tubazioni. Da qualche parte nella raffineria ci fu un’esplosione, le fiamme si levarono crepitando nell’aria satura di radioattività mortale. Il fuoco dilagò, giallo, torrido, ruggente. Inarrestabile.

Il fungo atomico, l’apocalittica costruzione di cenere , detriti e vapore acqueo, si era alzato fino a una quota di quranta chilometri sopra la verticale dello stretto.
Più in basso il fondale oceanico continuava a ribollire.L’esplosione di venti milioni di tonnellate di tritolo aveva provocato una scoss atellurica dell’ottavo grado della scala Richter dei terremoti, L’intero, delicato complesso di tensioni, compressioni e scorrimenti sotterranei tra le grandi zolle tettoniche iraniana e arabica lungo la linea di faglia del Golfo Persico aveva ricevuto un impatto equivalente alla nascita contemporanea di una mezza dozzina di vulcani.
La scossa tellurica attraversò il mantello terrestre, rimbalzò contro la massa ad altissima densità del nucleo e ritornò in superficie. I pennini dei sismografi schizzarono fuori scala in molte parti del mondo: da Ryad, in Arabia saudita a Sofia, in Bulgaria; da Tibilisi a Kandahar, in Afghanistan; fino a Singapore, l’estrema punta della Malacca, seimila chilometri lontana dal punto zero.
I sismografi saltarono, ma ovunque le radio e i satelliti per le comunicazioni tacevano. Nessuno, in futuro, avrebbe mai saputo quante città del Medio Oriente erano state distrutte, oppure quante persone erano morte a causa dei catastrofici terremoti che nei mesi successivi sconvolsero l’intera regione subcontinentale dell’Iran. Terremoti che poi risalirono verso nord e verso est, provocando altre devastazioni nella Russia meridionale, dal Lago d’Aral a al Mar Nero.2

(Un particolare ringraziamento devo qui rivolgere al mio sodale, compagno ed amico fraterno Cesare Aimar, senza il cui prezioso aiuto mi sarebbe stato impossibile rintracciare il testo di Altieri e presentarne qui le pagine appena citate)


  1. A. D. Altieri, L’occhio sotterraneo, prima edizione dall’Oglio, Milano 1983 – seconda edizione TEA 1996  

  2. A.D. Altieri, op. cit., pp. 286-290  

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La guerra che viene: in ricordo di Alan D. Altieri è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Eneide, Profugus: la tempesta https://www.carmillaonline.com/2019/06/11/eneide-profugus-la-tempesta/ Tue, 11 Jun 2019 21:16:28 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=53052 di Franco Pezzini

È appena uscito, a cura di chi scrive, Profugus. Misteri, migrazioni e Popoli del mare nell’Eneide di Virgilio, pp. 640, € 30, Odoya, Bologna 2019 (presentazione giovedì 13 giugno ore 21 alla libreria Comunardi di Torino). Se ne riporta qui uno stralcio (con citazioni tratte dall’edizione Virgilio, Eneide, trad. Rosa Calzecchi Onesti, Einaudi, Torino 1967). Una riflessione teatrale sul tema in un’ora di lezione recitata, Enea profugo, prodotta per la Compagnia Marco Gobetti (e raccolta nel volume di AA.VV., Conflitti, lavoro e migrazioni. Quattro “Lezioni recitate”, SEB27, Torino 2018) è [...]

Eneide, <i>Profugus</i>: la tempesta è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Franco Pezzini

È appena uscito, a cura di chi scrive, Profugus. Misteri, migrazioni e Popoli del mare nell’Eneide di Virgilio, pp. 640, € 30, Odoya, Bologna 2019 (presentazione giovedì 13 giugno ore 21 alla libreria Comunardi di Torino). Se ne riporta qui uno stralcio (con citazioni tratte dall’edizione Virgilio, Eneide, trad. Rosa Calzecchi Onesti, Einaudi, Torino 1967). Una riflessione teatrale sul tema in un’ora di lezione recitata, Enea profugo, prodotta per la Compagnia Marco Gobetti (e raccolta nel volume di AA.VV., Conflitti, lavoro e migrazioni. Quattro “Lezioni recitate”, SEB27, Torino 2018) è in giro per l’Italia con l’attore Andrea Caimmi.

 

§  Capitani lamentosi?

Proemio a parte, di fatto l’Eneide inizia con una tempesta: e non una tempesta qualunque, ma un perfect storm virato sulla meteorologia del mito, un’arcitempesta in cui tutti i venti a disposizione di un dio intervengono a recare la maggior devastazione possibile. Una tempesta, inoltre, collocata a Occidente, sui mari poco noti in direzione del sole al tramonto: un dato geografico/simbolico da apprezzare non tanto in relazione alle ormai dettagliatissime mappe dell’età di Virgilio (dove il far west andava ben oltre la Spagna), ma piuttosto alle rotte di capitani micenei o egeoanatolici della tarda età del bronzo. Una tempesta, in terzo luogo, che determina il naufragio a Cartagine, dove poi Enea narrerà le proprie avventure. In realtà Virgilio riprende qui e ritocca lo schema dell’Odissea, dove un’altra tempesta a Occidente poco dopo l’apparizione in scena dell’eroe (libro V, cioè dopo i primi quattro sulle avventure di Telemaco) ne determinava il naufragio sulle coste dei Feaci, e lì a sua volta avrebbe narrato le sue avventure. Insomma una sequenza costituita da una natura sconvolta verso i limiti del mondo, le disavventure di una nave, e un narrare.

Rispetto a Omero, Virgilio enfatizza anzi la suggestione: all’estremo come situazione (l’arcitempesta) e come posizione geografica (l’Occidente, limite del mondo) aggiunge quello della posizione nel testo (l’inizio, limite dell’opera). La realtà estrema è per definizione quella delle situazioni-limite, della terra incantata ai confini del mondo (in senso geografico come simbolico) che provoca a rileggere quanto crediamo di conoscere. Pensiamo all’isola Ogigia della ninfa Calipso in qualche lontano Occidente (il nome Ogige è stato associato al personaggio dell’epopea di un primo diluvio, al titano/fiume liminare Oceano, e a termini greci per concetti estremi come primordiale o gigantesco): lì Odisseo mette a fuoco che è preferibile invecchiare da mortale coi propri cari piuttosto che farsi immortale con Calipso. Pensiamo all’isola beata dei Feaci, dove l’eroe può rileggere – rivedendone il senso – tutto quanto ha vissuto. Pensiamo ancora alle terre favolose degli Etiopi e (più tardi) degli Antipodi, homines pedibus aversis coi paradossi del mondo alla rovescia: tutti casi in cui la realtà estrema è una terra beata, terra della meraviglia e delle meraviglie, che mette in questione le nostre categorie. E che però è anche miticamente un confine cosmico col caos: l’arcitempesta a Occidente parla il linguaggio delle paure sull’Oceano, per gli antichi l’immenso fiume che circonda il mondo degli uomini ed è insieme misura, limite e riflesso di un inconcepibile “esterno”. Da quel caos verrà il tentativo per l’eroe di riordinare narrando: e per Odisseo alla corte dei Feaci ciò sarà possibile. Mentre per Enea, la narrazione avrà esito fallimentare: quella tempesta rispecchia in fondo – lo scopriremo – qualcosa che ha dentro, che causerà tragedie e occorrerà riarmonizzare.

C’è dunque un senso profondo, in questo inizio, e il soffermarvisi non risponde unicamente a una logica di buona poesia. E che sia questo l’inizio lo dice anche il fatto che qui per la prima volta vediamo Enea, lo udiamo parlare e anzi ne troviamo il nome, finora elegantemente alluso o sostituito da qualifiche o epiteti.

Ancora una volta può spiacere a lettori ubriachi di un certo tipo di romanità che il primo incontro con l’eroe avvenga in questi termini:

 

Di colpo le forze si sciolgono a Enea, con un brivido,

e geme e giunte levando le mani alle stelle

grida: “Oh beato, oh mille volte beato

chi sotto gli occhi dei padri e l’alte mura di Troia

poté incontrar la sua sorte! E tu, fra i Dànai fortissimo,

Tidide, perché nella piana d’Ilio a me pure

non toccò stramazzare, esalar per tua mano la vita,

là dove per l’arma d’Achille giace Ettore fiero,

e il gran Sarpedonte, e, sotto l’onde travolti, il Simòenta

tanti scudi d’eroi ed elmi e forti corpi trascina!”

Gridava così e, stridente d’Aquilone, una raffica

gl’investe la vela, scaglia l’onda alle stelle.

 

Si può obiettare che in quel momento i Troiani avrebbero avuto bisogno di vedere nel capo ben altra calma. Ma quell’arcitempesta è l’epifania anche visiva di un punto di rottura interiore, sopraggiungendo (il lettore non lo sa ancora) in un momento critico della vita di Enea; e quel gridare è rivelativo di una serie d’implicazioni.

Anzitutto, “Di colpo le forze si sciolgono a Enea, con un brivido”: cioè appunto all’improvviso la resistenza di anni cede, e cede nel panico. Enea, per quanto all’anagrafe semidio, è un uomo come gli altri e ha paura. Ma ha paura tanto più perché (scopriremo) suo padre è morto poco prima; e lui si è trovato all’improvviso il capo/pater familias del suo popolo, con tutto ciò che ne deriva in termini di responsabilità. E (come pure scopriremo) non è ancora pronto a gestirla. Ecco dunque che con linguaggio nuovamente teatrale, aperto cioè alla drammatizzazione del punto di vista soggettivo, Virgilio inizia con l’eroe che tocca il proprio limite, il proprio essere spezzato, il proprio incassare emozioni di tutti e anzi potenziate dalle responsabilità del ruolo. Questa scena non è insomma solo un semplice, brillante ricalco di quella più o meno corrispondente dell’Odissea con l’angoscia dell’eroe nella tempesta – anche se qui iniziamo già a vedere come Virgilio lavori col precedente omerico –, ma è anche il grido – letteralmente – di Virgilio contro ogni banalizzazione eroicistica. Però c’è probabilmente anche una seconda suggestione, parallela: quel brivido – che ne preannuncia vari altri, in occasione di epifanie sovrannaturali – mostra che Enea sembra avvertire la manifestazione di una potenza che va oltre l’ordinario di una tempesta per mare. Che la sensibilità di Enea flirti con una vaga veggenza ci sarà confermato dal prosieguo.

Poi “geme e giunte levando le mani alle stelle / grida”. E qui sono due i movimenti interiori, prima ancora che esteriori, questo gemito dal profondo (“ingemit”) e uno slancio verso l’alto che ha il moto e l’urlo della preghiera, e ricorda agli dei che sarebbe stato meglio finire diversamente: ma non riesce neppure a rivolgersi loro, fatica a staccarsi da ciò che poteva essere, da ciò che un uomo può augurare a se stesso. Tanto più che morire in mare significa in genere non avere sepoltura, con tutte le penose conseguenze oltremondane (la lunghissima attesa dell’anima per accedere alla pace, eccetera). Ma la trovata brillante di Virgilio è inserire in poche frasi anzitutto un vertiginoso riepilogo dei fatti di Troia cantati dall’Iliade – le morti sotto gli occhi dei padri, il duello del libro V tra Diomede (è lui “fra i Dànai fortissimo, / Tidide”) ed Enea che viene salvato dalla madre divina in vista di una sorte gloriosa, il fiume che trascina via i corpi – e insieme il rapporto con ciò che avverrà. Perché nell’Eneide ritroveremo Diomede, ma è cambiato il senso e non vorrà più combattere con Enea; troveremo di nuovo un fiume ad arrossarsi di sangue e Virgilio lascerà implicite tutte le voci su Enea che vi scompare, affogato o assunto in cielo. Per questo qui non si tratta banalmente di un capitano lamentoso, ma di un dar voce a un conato di preghiera che interessa tutti, e dove Enea è il capo che parla, geme e leva lamentazione per la sua gente. Però la tempesta è scatenata.

 

I remi si spezzano, la prua si rivolta, offre all’onde

il fianco: gli corre incontro il monte d’acqua scrosciando.

Pendono questi in vetta al flutto, a quelli l’onda, che piomba,

apre tra i flutti la terra, schiuma e sabbia ribollono.

Tre navi il Noto afferrando, su scogli insidiosi le getta

(Are li chiamano gli Itali, nel mezzo dell’onde

dorso immane a fior d’acqua); tre l’Euro dall’alto

spinge alle Sirti sabbiose, spettacolo degno di pianto,

in mezzo alle secche le caccia, le stringe una morsa d’arena.

Una, che i Lici e il fido Oronte portava,

enorme piombando, davanti ai suoi occhi, un maroso

investe a poppa: ne balza via il timoniere

e a capofitto precipita; l’onda tre volte

fa roteare la nave, il vortice avido l’inghiotte nel mare.

Si vedono corpi nuotare dispersi pel gorgo funesto,

armi guerriere, e tavole, e teucri tesori fra l’onde.

Già d’Ilioneo, d’Acate guerriero già la valida nave,

e quella d’Abante, e quella che il vecchio Alete trasporta,

son vinte dalla tempesta: già tutte, sconnesso il fasciame,

accolgono l’acqua nemica, le falle s’allargano.

 

Questa descrizione straordinaria, con quelle di Omero e di poche altre voci resta a monte di un’intera letteratura sul tema della tempesta: vi sono già in nuce, e sembra già quasi di riconoscerli, Shakespeare, Coleridge, Conrad e tanti altri.

Strappata dalla costa nord a quella sud della Sicilia, la flotta troiana viene trascinata da Aquilone verso l’Africa e il canale di Tunisi. Per comporre il brano, Virgilio si informa sulle rotte, studia i rischi sui resoconti di viaggio e attraverso cenni suggerisce dove ci troviamo. Cioè – alla grossa – non lontani da Cartagine: gli scogli chiamati Are (“Aras”), citati da Livio e Plinio il Vecchio, saranno noti in arabo come Al Giamar o Zimbra e in francese Iles des Imbes; le Sirti, cioè Syrtis Maior (golfo della Sirte o golfo di Sidra, sulla costa settentrionale della Libia, a est) e Syrtis Minor (golfo di Gabès in Tunisia, a ovest) sono temutissime per i loro banchi di sabbia.

Tre navi – Virgilio non ci offre ancora, come farà più tardi, i nomi degli scafi – finiscono sulle Are, altre tre nella Piccola Sirti; quella di Oronte affonda; quelle di Ilioneo, Acate, Abante e Alete sono devastate dalla furia del mare. Iniziamo a ricordare questi nomi, specialmente alcuni che torneranno: Ilioneo, il più anziano e il più saggio dei compagni, citato fino al libro IX, dove si misura in combattimento ancora con gran forza fisica (nello sceneggiato RAI figura come composto sacerdote); Acate, scudiero di Enea (cioè quello che originariamente ne condivideva il carro in battaglia), presente ancora nei combattimenti dell’ultimo libro; Abante, che invece non verrà più ricordato; Alete, che riapparirà solo un paio di volte nel libro IX. La sensazione, qui come altrove, per nomi poi lasciati alla deriva dell’opera, è di un’invenzione contingente legata a esigenze metriche: ma non possiamo neppure escludere che Virgilio ammicchi a qualche figura minore da fonti perdute, nell’ambito dell’immenso iceberg di testi di cui solo una punta sopravvive nel tempo.

Il caso però più intrigante è quello di Oronte e della sua nave, perché ben introduce a un altro dei grandi temi sottostanti il quadro storico evocato da Virgilio. Il personaggio del capo licio Oronte – non presente nell’Iliade ma inteso nell’elaborazione successiva a Virgilio come successore del principe Glauco morto combattendo sotto Troia – è citato come “fido” (“fidumque”) perché ha accettato di seguire Enea e i Troiani nelle loro peregrinazioni, invece di tornare in patria dopo la guerra. Va detto che un altro licio, Scilaceo, rientrato in patria con le cattive notizie sulle perdite pesantissime del contingente e giudicato poco valoroso, sarebbe stato lapidato dalle vedove (Quinto Smirneo, Posthomerica, X, 167 segg.), ma Virgilio non ne considera la vicenda. Ora, l’affondamento della nave licia – a richiamare scene, in quel mare, che purtroppo conosciamo – viene letto dai commentatori in termini mitici: al loro popolo non spetta entrare in Lazio, la promessa non è destinata a loro e dunque muoiono in mare (ma è un tema che Virgilio sembra aver inserito tardi nel poema, negli ultimi libri più antichi i Lici non mancano). Però un’ombra d’imbarazzo ai mitologi resta: e al di là della storia di Scilaceo che pare una giustificazione un po’ forzata, perché a guerra terminata quel resto di contingente non ritorna in Licia e si aggrega a una stirpe di profughi? Posto che si ragiona in termini virtuali, di ombre di tradizioni e dati letterari dalla lunghissima gestazione, una risposta pur problematica emerge in rapporto al profilo particolare dei Lici della tarda età del bronzo: riconducibili cioè a quei Lukka insediati in una porzione dell’Anatolia probabilmente ben più ampia della Licia storica (ma c’è dibattito), e le cui terre sono menzionate in testi ittiti a partire dal II millennio a.C. Il mistero che li riguarda – cruciale anche per inquadrare le peregrinazioni dei Troiani nell’Eneide – è quello dei cosiddetti Popoli del mare.

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Eneide, <i>Profugus</i>: la tempesta è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Biografilm Festival 2019 https://www.carmillaonline.com/2019/06/10/biografilm-festival-2019/ Mon, 10 Jun 2019 21:30:25 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=53013 di Mauro Baldrati

Si è aperta la quindicesima edizione del Biografilm Festival di Bologna, la rassegna di film di varie nazionalità e stili, la maggioranza in anteprima italiana, molti in europea e mondiale, che da evento cittadino è diventato, nel corso degli anni, un appuntamento internazionale che fa da contrappunto a Venezia, Cannes, e al Sundance.

Questa edizione presenta un’agguerrita batteria di registi italiani, con opere che rischiano di essere visibili a fatica nelle sale nazionali, tutte ingolfate di baracconi hollywoodiani, horror adolescenziali, commedie romantico-comiche e cartoni animati. Sono coinvolte sette [...]

Biografilm Festival 2019 è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Mauro Baldrati

Si è aperta la quindicesima edizione del Biografilm Festival di Bologna, la rassegna di film di varie nazionalità e stili, la maggioranza in anteprima italiana, molti in europea e mondiale, che da evento cittadino è diventato, nel corso degli anni, un appuntamento internazionale che fa da contrappunto a Venezia, Cannes, e al Sundance.

Questa edizione presenta un’agguerrita batteria di registi italiani, con opere che rischiano di essere visibili a fatica nelle sale nazionali, tutte ingolfate di baracconi hollywoodiani, horror adolescenziali, commedie romantico-comiche e cartoni animati. Sono coinvolte sette sale cittadine, con proiezioni ininterrotte che iniziano di mattina e proseguono fino a notte. Non mancano alcuni classici, come Diaz – Don’t clean up this blood, di Daniele Vicari, sui fatti del G8 di Genova, o Aquarela di Viktor Kossakovsky, un documentario fortemente evocativo sul mondo acquatico, o La voce Stratos, di Monica Affatato, un altro documentario sul cantante e polistrumentista Demetrio Stratos. Oppure El Pepe, il ritratto politico-poetico dell’ex guerrigliero presidente dell’Uruguay José Muijica, tracciato con la mano ferma di un artista mirabolante come Emir Kusturica.

Due monografiche, omaggio a registi di grande qualità non molto conosciuti dal grande pubblico, comprendono tre opere del danese Mads Brügger, autore provocatorio e anticonformista, vincitore con Cold Case Hammarskjöld del Sundance 2019, e otto di Costanza Quatriglio, narratrice-documentarista che ha raccontato le emarginazioni e le diversità dei sud del mondo, vincitrice del nastro d’argento a Venezia 2013 con Terramatta, la vita e il punto di vista di un vecchio cantoniere siciliano semianalfabeta.

Tra le opere più attese si segnalano il formidabile docu Wat’s my name: Muhammad Ali, di Antoine Fuqua (anteprima italiana), molto attuale in quest’epoca di ennesima guerra ai diritti civili, con materiale inedito; Luther Blissett – informati, credi, crepa, di Dario Tepedino, la storia della comune artistica bolognese degli anni Novanta, da cui si formò il collettivo di scrittori Wu Ming; Meeting Gorbachev, di Werner Herzog, l’incontro con l’ultimo presidente dell’URSS e l’epica perduta del Partito Comunista Sovietico, di uno dei registi più originali e destabilizzanti della storia. E, non da ultimo, Diego Maradona, di Asif Kapadia (Anteprima italiana, sarà nelle sale solo per 3 giorni, il 23, 24, 25 settembre).

La full immersion cinematografica si concluderà il 17 giugno.

Qui per scaricare il catalogo con le schede dei film
Qui le proiezioni per giorno e per orario

La sera dell’inaugurazione, giovedì 6, è stato proiettato Celle que vous croyez (titolo italiano Il mio profilo migliore), di Safy Nebbou. Di seguito una nota sul film.

E’ un evento riuscire a stupirsi per un film che parte da un evento-tipo di cronaca, “modernizzato” dall’inserimento di argomenti inflazionati come i social; ma riuscire a stupirsi del fatto di riuscire ancora a stupirsi, è uno dei regali più preziosi che possa donarci un regista. E’ il caso di questo film, interpretato da una straordinaria Juliette Binoche, che racconta, con un ritmo perfetto e svolte narrative, la vita, la personalità, la solitudine e le battaglie di una donna cinquantenne parigina, divorziata, madre di due figli, che non si rassegna a considerare se stessa come una signora per la quale le sfide della vita, e il piacere di vivere, sono ormai eventi di un tempo perduto.

Claire ha una storia con un uomo più giovane, che forse sta con lei solo, o soprattutto, per avere rapporti sessuali. Sente che non gl’importa di passare del tempo con lei, o di organizzare delle cose insieme. Arriva, vanno a letto, poi lui se ne va con fare distratto, di chi non vuole impegni né coinvolgimenti.

Ma Claire non è una donna che si rassegna, né che accetta passivamente una forma di sfruttamento, così gli dà il benservito. Ma si ritrova sola, e la solitudine a quell’età è doppiamente pesante e difficile. E’ in terapia con una psicologa, un personaggio che una volta tanto non è una specie di macchietta, ma una figura solida, acuta, che scava nelle apparenze e nella psiche di Claire per mettere in luce verità nascoste e contraddizioni. Proprio le sedute con la psicologa rappresentano i capitoli della narrazione: Claire racconta come per noia, o forse per spiare il suo passato amore, si inventa una personalità fittizia, una giovane ragazza avvenente che usa (o crede di usare?) per mettersi in contatto col giovane socio del suo ex amante. Inizia una storia intrigante col ragazzo, che appare ammaliato sia dall’immagine della ragazza, sia dal suo acume, dalla sua intelligenza e dal suo anticonformismo.

E qui lo spettatore, nella fase iniziale del film, sospira e sente il pensiero molesto che prende forma: “Oh, no, ancora un amore ai tempi di FB, ma si può?”. Ma niente paura. Il film ha presto una svolta, poi più svolte, e la gestione dei due piani psicologici, quello “reale” e quello fittizio, procede con maestria verso territori accidentati e pieni di zone oscure. Zone nelle quali la psicologa indaga, ribadendo la qualità della sua professione, che Claire tenta più volte di destabilizzare col suo sarcasmo: è una figura di supporto e di aiuto, non un’amica. E se Claire lo vuole, questo aiuto, deve essere sincera, e smetterla di mentire e di difendersi con la sua ironia aggressiva.

Così assistiamo al processo di fusione/conflitto delle due personalità, quella cosiddetta reale, che “lancia” la sua alter ego virtuale, la giovane donna che seduce un giovane uomo che potrebbe essere suo figlio. Man mano che la storia procede una nuova consapevolezza prenderà forma nella mente di Claire. Ma non solo: anche la psicologa ammetterà che attraverso i racconti di Claire lei stessa si è arricchita e ha migliorato la propria autocoscienza. Ma attenzione: non è solo una storia psicologica, né didascalica; non mancano i colpi di scena e anche l’azione, gli equivoci, l’ironia.

Il mio profilo migliore è coinvolgente sia per gli spettatori giovani, come materiale di studio e di spettacolo che riguarda il loro futuro, sia per quelli che hanno raggiunto e superato l’età di Claire, per i quali il coinvolgimento può raggiungere livelli di identificazione che possono persino perseguitarli per i giorni successivi la visione del film.

Sarà distribuito in ottobre (al Biografilm sarà proiettato sabato alla sala Galliera alle ore 21.30), e non abbiamo dubbi a ritenerlo imperdibile, da vedere quasi subito, per i motivi che dicevamo all’inizio: il dominio dei blockbuster e dell’omologazione, che possono cacciarlo dalle sale dopo pochi giorni.

(Nella foto: il regista Safy Nebbou alla serata di inaugurazione con l’attrice Doria Tillier, detta “la nuova Jane Birkin”, madrina del Biografilm, che recita in Yves.)

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Biografilm Festival 2019 è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Cazzaromachia https://www.carmillaonline.com/2019/06/09/cazzaromachia/ Sun, 09 Jun 2019 21:10:20 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=52960 di Alessandra Daniele

Borghi contro Draghi, Vampiri contro Lycan, Salvini contro lo Spread, Alien contro Predator. Strutturalmente incompatibile con una vera democrazia, il regime capitalista ha soltanto due modalità: fascismo “presentabile“, e fascismo impresentabile. Il primo è rappresentato oggi in Europa dai cosiddetti Europeisti, responsabili fra l’altro dell’austerity, che ha causato l’aumento della mortalità infantile in Grecia, e della dottrina Minniti che finanzia i lager libici. Il fascismo impresentabile è invece rappresentato dai cosiddetti Sovranisti, che condiscono quella stessa dottrina con truci slogan razzisti da stadio, e tentano di forzare un [...]

Cazzaromachia è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Alessandra Daniele

Borghi contro Draghi, Vampiri contro Lycan, Salvini contro lo Spread, Alien contro Predator.
Strutturalmente incompatibile con una vera democrazia, il regime capitalista ha soltanto due modalità: fascismo “presentabile“, e fascismo impresentabile.
Il primo è rappresentato oggi in Europa dai cosiddetti Europeisti, responsabili fra l’altro dell’austerity, che ha causato l’aumento della mortalità infantile in Grecia, e della dottrina Minniti che finanzia i lager libici.
Il fascismo impresentabile è invece rappresentato dai cosiddetti Sovranisti, che condiscono quella stessa dottrina con truci slogan razzisti da stadio, e tentano di forzare un po’ i vincoli dell’austerity soltanto per foraggiare gli intrallazzi dei loro sponsor.
E pagare i debiti della pubblica amministrazione con le banconote di Paperopoli.
Dalla stessa parte della barricata c’è il Movimento 5 Stelle, che però non è sovranista, è survivalista, cioè disposto a tutto pur di sopravvivere e salvare le poltrone.
Principale caratteristica comune di tutti gli schieramenti è l’essere un branco di cazzari.
Persino i loro nomi sono una menzogna: Macron, il frontman degli Europeisti, è in realtà più nazionalista e protezionista di Trump, mentre i presunti patrioti Sovranisti della Lega sono gli stessi che incitavano a pulirsi il culo con la bandiera tricolore.
Se le alternative sono queste, perché in tanti si ostinano ancora a votare? Ecco alcune ipotesi:

Per scaramanzia
Un rituale ossessivo compulsivo, perlopiù innescato dallo stress, come certe piccole superstizioni quotidiane. Questo spiegherebbe perché d’estate l’affluenza alle urne cali in modo significativo: la luce solare svolge notoriamente un’azione antidepressiva, contrastando le sindromi OCD.

Per sfregio
Per ripicca, per vendetta. Cercare di punire i partiti e/o i leader che ti hanno fregato la volta precedente, votando i loro peggiori nemici dichiarati. Coi quali però di solito dopo le elezioni andranno insieme al governo.

Per il LOL
Il candidato del PD più votato alle europee è stato Carlo Calenda. Questa è la prova che parte dell’elettorato considera il voto un’occasione per compiere una burla collettiva, uno scherzo, una beffa nello stile delle teste di pietra attribuite a Modigliani. La testa di Calenda però non è di pietra. E neanche di Modigliani.

Per sbaglio
È ipotizzabile che una rilevante percentuale degli elettori si ritrovi nella cabina elettorale avendola scambiata per un bagno pubblico. Questo spiegherebbe l’abbondante risultato della Lega.

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