Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sat, 28 Jan 2023 21:00:43 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.22 La visita a zio Gerardo https://www.carmillaonline.com/2023/01/28/la-visita-a-zio-gerardo/ Sat, 28 Jan 2023 21:00:43 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=75763 di Giovanni Iozzoli

Ero arrivato davanti alla Residenza Socio Assistenziale T. Meliconi, in un tardo pomeriggio di marzo, quando viene fresco e buio verso le 6. Stavano finendo gli anni 90. Stavano finendo molte cose. Ero di passaggio a Rimini, potevo trattenermi giusto un’oretta e poi continuare il mio giro – Ancona, Ascoli e tutta la via crucis. E’ che io avevo sempre promesso alla buonanima di mia madre che sarei venuto a trovare zio Gerardo, prima o dopo. E adesso che lei era morta, mi sembrava buona creanza ottemperare. Non che ne [...]

La visita a zio Gerardo è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>

di Giovanni Iozzoli

Ero arrivato davanti alla Residenza Socio Assistenziale T. Meliconi, in un tardo pomeriggio di marzo, quando viene fresco e buio verso le 6. Stavano finendo gli anni 90. Stavano finendo molte cose. Ero di passaggio a Rimini, potevo trattenermi giusto un’oretta e poi continuare il mio giro – Ancona, Ascoli e tutta la via crucis. E’ che io avevo sempre promesso alla buonanima di mia madre che sarei venuto a trovare zio Gerardo, prima o dopo. E adesso che lei era morta, mi sembrava buona creanza ottemperare. Non che ne avessi voglia, si capisce. Quei posti lì mi mettono sempre un po’ di depressione, di angoscia. Ospizi e ospedali. Quando devo entrarci mi tornano in mente quello che vidi da ragazzino nella cripta di una chiesa a Roma, non ricordo quale; c’era una teca piena di ossa e di teschi e sopra la scritta: Hoc sumus. QUESTO, SIAMO.

Adesso però, nel salire le scale, cercavo di farmi forza. Non stavo andando in un ossario, questo era un posto ancora pieno di vita, dove si facevano tante cose buone per gli anziani. Tenerli occupati, socializzare, quelle cose così. E poi c’erano i medici, il personale e magari anche qualche bella infermiera sorridente ad accogliermi. Insomma, non dovevo farmi affliggere dall’ambiente. E soprattutto non pensarci, al fatto che dentro una struttura così, a suo tempo, potremmo finirci tutti. Ospizi, ospedali e anche cimiteri: questi sono i posti che mi impressionano un po’. Anche le chiese antiche con le cripte: se posso le evito.

Entro dentro e alla reception, invece, della bella infermiera trovo un tizio tarchiato, con i baffi e gli occhiali. Mi dice il piano e il numero di stanza e mi fa segno di salire. Sono un po’ interdetto. Pensavo che qualcuno mi accompagnasse. Che faccio, mi presento io a zio Gerardo, così, di punto in bianco, dopo 30 anni che non ci vediamo? Sicuro non mi riconosce. Io speravo nella bella infermiera che mi facesse strada e dicesse: “signor Espositooo, guardi che bella sorpresa è venuto suo nipote a trovarlaaa…”.

Comunque zio Gerardo si era scelto un bel posto, per venire a morire, a 500 metri dal mare. Forse ormai si guadagnava più coi vecchi che con i turisti. I vecchi duravano tanto, non cambiavano sede una volta stabiliti e spesso avevano delle belle pensioni da spremere. I turisti invece erano fugaci falene che danzavano al sole per qualche settimana e poi sparivano, inafferrabili e traditori. Era per quello che il villone a tre piani dell’ospizio non era mai diventato un albergo per bagnanti.

La vita epica di zio Gerardo era stata una specie di leggenda, in famiglia. Lo si citava spesso come esempio di indomita capacità di adattamento. Era un fratello di mia nonna e mentre tutta la sua famiglia, come i suoi antenati, erano rimasti eternamente inchiodati alla terra e alla zappa, lui aveva girovagato per paesi e città come uno zingaro, trovando sempre una soddisfacente collocazione, ovunque andasse. Era scappato via dal paese giovanissimo, prima che arrivasse la cartolina che lo avrebbe mandato a morire in Africa Orientale. Era stato in Svizzera e in Francia. Era rientrato a guerra finita, da orgoglioso disertore, e si era rimesso subito in cammino – un paio d’anni da un cugino in America. Era tornato in Europa per andare a fare il minatore in Belgio, dove pare pagassero molto bene. A Marcinelle, per un fortunato cambio turno, salvò la pelle – e la raccontava sempre, quella storia, a noi nipoti piccoli, per farci capire le cose della vita. Girò ancora per fabbriche e cantieri d’Europa e in età ormai avanzata si spostò sulla riviera romagnola, in pieno boom turistico, e siccome sapeva far tutto, era laborioso, simpatico e impavido, gli stabilimenti se lo litigavano come factotum. In famiglia si diceva che non si fosse mai sposato perchè era un po’ donnaiolo.

Da qualche anno la sua salute da 85enne era peggiorata e una qualche demenza oscura e silenziosa gli aveva fatto smarrire lo sguardo nel vuoto, a farfugliare preghiere misteriose e inconcludenti. Il cervello dello zio era diventato in poco tempo una cittadella abbandonata, riconquistata dalla natura del deliquio, del sogno, dell’immaginazione, del caos da cui tutti proveniamo.

Al secondo piano mi si para davanti una suora dall’aria indaffarata. E’ piccola, bianca immacolata, con lo sguardo metallico dietro le lenti spesse. Le dico chi cerco e lei mi fa segno di seguirla; mi inchino rispettoso, le suore mi mettono sempre soggezione.
Lei arriva davanti ad una porta in fondo al corridoio e senza troppi complimenti, senza nemmeno bussare, apre. Mi infilo nella stanza. Là dentro tutti gli odori si mescolano, con le finestre e le tapparelle serrate: canfora, medicinali, urina, i resti della cena su un vassoietto. La suora è andata. Non so che fare. Dico: buonasera e piano piano striscio dentro, col mio pacco di Ferrero Rocher in mano, che ho comprato all’autogrill. Già mi manca l’aria.

Mio zio stava dormendo su una poltroncina, in un angolo. Si faceva fatica a riconoscerlo. La pelle del viso cadeva da tutte le parti, il mento era come rigonfio per la lingua arrotolata, rilassata dal sonno profondo. Il suo vigore ottimista e buono era come scomparso. Rimanevano a marcarne la fisionomia solo gli zigomi e l’arcata sopraccigliare, ancora duri, da uomo forte qual’era stato. Non so se svegliarlo o no. Rimango in piedi come un fesso in mezzo alla stanzetta, alla disperata ricerca di un filo d’aria. Non dovevo venire, lo sapevo. Sono troppo sensibile a queste cose, mi impressiono e poi sto male.

L’altro occupante della stanza è seduto di spalle sul suo lettino. Sembra basso ma molto robusto. Tutto piegato in avanti. Pare non essersi accorto di me. Ripeto: buonaseraa.. a voce un po’ più alta. L’uomo si gira, e mi fissa a bocca aperta, senza rispondere. Faccio segno col dito verso mio zio: come a dire, sono venuto per lui. Continua a fissarmi, si volta meglio verso di me, con una espressione indagatrice. Mi avvicino a lui, nella penombra e mi accorgo dei suoi occhi: due strani bulbi lattuginosi, biancastri e azzurrognoli, le porte misteriose di una cataratta finale. L’uomo deve essere quasi cieco e mi sta fissando per cercare di mettere a fuoco la mia figura. Ha i capelli bianchissimi, radi e una barbetta mal curata. Dopo qualche secondo mi dice compito: – suo zio sta dormendo; dorme sempre a quest’ora.
Ha una dizione impeccabile, da persona colta.

Annuisco ma sono perplesso: come faceva a sapere che sono suo nipote? Nessuno sapeva della mia visita. Forse i ciechi sviluppano un qualche tipo di intuito particolare, come si legge nei fumetti? Il vecchio si assesta meglio sul letto, per girarsi del tutto dalla mia parte; con una voce flebile e premurosa, come se stesse continuando un discorso cominciato da tempo, mi fa: – sa, io ho aperto diversi ospedali in Africa…ero un medico…un primario…anche piccoli, ambulatori, più che altro…ma servono anche quelli…non c’è bisogno di grandi cose…

Vorrei dirgli: bravo, essere condiscendente. Poi penso che magari se la sta sognando, questa cosa dell’Africa, o l’ha vista in televisione ieri sera, o magari è la morfina che lo fa straparlare. Sembra andato di testa anche lui.
– adesso arriva la negra… – mi dice.
Io annuisco sempre. Intanto mio zio ha cominciato ad emettere un lungo lamento sommesso ad ogni respiro, come una lacrimazione interiore. Io sono sempre piantato in mezzo alla stanzetta.
Il vecchio cieco mi dice: – sarebbe così cortese da aiutarmi ad andare alla toilette?

Non so che fare. Lo aiuto volentieri. Ma forse sarebbe meglio chiamare l’assistenza o la monaca. Mi sposto dalla sua parte. Lo sguardo perso nella profondissima cataratta azzurrognola, le mani già protese verso di me, per farsi sollevare. Le gambe del pigiama sono rialzate sulle tibie: i piedi sono spaventosamente gonfi, come due oscene zampogne; e uno dei due se lo sta mangiando il diabete. Io queste cose non riesco a vederle, mi impressiono.

– Grazie… lei non sa com’è difficile tirare avanti con una malattia invalidante… sono medico, io… ho il diabete… ho tante patologie… la vita che ho fatto.

Lo tiro su piano piano, sembra fatto di porcellana, o di carta velina. Si attacca al mio braccio e si trascina verso la porta del bagnetto. Dal rigonfiamento sotto al pigiama mi sembra indossi il pannolone, forse se ne è scordato; dovrei dirglielo: guarda che hai il pannolone. Intanto ha aperto la porta del bagno e si è infilato dentro richiudendosela alle spalle – spero non a chiave. Non sapevo che fare. Forse avrei dovuto entrare in bagno con lui, controllare che non si facesse male; però sono un estraneo, magari mi diceva: che vuoi, nel cesso con me? Che ne so se lui è abituato ad andare in bagno da solo? Adesso mi agito. Se succede qualcosa, là dentro? La suora mi sgriderebbe, direbbe: ma chi l’ha autorizzata a lei, ad accompagnare in bagno il paziente? Quando vogliono le suore sanno essere spietate.

Intanto mio zio continua a dormire, ma il lamento sembra diventato più un rantolo, come uno che non riesce a respirare. Mi avvicino a lui, lo guardo da vicino, sa di borotalco. Si, effettivamente sembra non ce la faccia a respirare, fa lunghe apnee. Anche qui, non è che devo avvisare qualcuno? Perchè lasciano i visitatori da soli?Forse lo zio va svegliato, deve cambiare posizione. Io ho ancora i Ferrero Rocher in mano e li appoggio sul tavolino. Non dovevo venire.

Torno alla porta del bagno, appoggio l’orecchio e dentro non si sente niente. Busso piano: – mi scusi, tutto bene là dentro? Dieci secondi di silenzio. Poi all’improvviso un brutto rumore di oggetti che cadono e si frantumano. Lo sapevo. Questo è cascato, si è rotto il femore e adesso la suora chi la sente? Entro e trovo il tipo appoggiato penosamente al lavandino, come un orso precario e barcollante; il pannolone mezzo giù, come le braghe del pigiama; ha l’affanno. Tra il lavandino e il pavimento i resti della mensola che stava sotto allo specchio. Si vede che si è aggrappato e l’ha sfondata, facendo cadere per terra tutto quello che c’era sopra – saponi, rasoi, un bicchiere.

Entro in bagno, lo faccio appoggiare a me e gli sistemo alla meglio il pannolone e i pantaloni del pigiama. Per fortuna non sembra essersi fatto male. Però è imbarazzato. E’ in balia della sua invalidità, del suo buio, di un estraneo che lo deve riportare a letto. Scosto i pezzi di vetro del bicchiere con il piede e lo faccio uscire dal bagno. Si risiede al suo posto, sospirando, come se avesse fatto una fatica immane. Mi sta di nuovo dando le spalle, sembra assorto; forse si è anche dimenticato della mia presenza. Da dietro, visto cosi’, curvo e silenzoso, fa ancora più pena. La nuda vita che contempla se stessa. Intanto mio zio è lì sulla sua poltroncina che continua a dormire e rantolare. Ho già visto abbastanza. Non ho nessuna voglia di svegliarlo. Come farei a spiegargli chi sono e cosa sono venuto a fare? Se non capisce più niente, non capisce e amen. Nel viaggio mi ero persino immaginato un finale a sorpresa: lui che mi abbraccia e mi dice, nipote mio sei l’unico in famiglia che è venuto a trovarmi e lascio tutto a te!

Intanto il sedicente dottore ha cominciato a tossire, prima piano e poi più forte. E tra un colpo e l’altro mi ripete, come a tranquillizzarmi: adesso arriva la negra. Chissà che ricordi va impastando. Ma era vera la storia degli ospedali in Africa? Chissà se esistevano davvero. Magari c’era davvero qualche sperduto ambulatorio tropicale, da qualche parte, dentro cui una targa e una vecchia foto ricordavano che quel povero cieco sulla via della demenza, era stato un uomo importante, un punto di riferimento per qualcuno, un benefattore. Ma come facciamo a ridurci così pateticamente in vecchiaia? E perchè uno come me, sempre sull’orlo della depressione, era venuto a vedere questo triste spettacolo? Davvero speravo in qualche eredità da raccogliere? Davvero sono così meschino? E’ che sono sempre senza soldi. Sempre. E mi attacco alle speranze più ingenue, come qualcun altro, magari, si attacca alla bottiglia.

Sono tornato davanti alla poltroncina di mio zio. I pensieri ormai roteavano impazziti senza né capo né coda. Mi facevo domande mai fatte prima. Perchè quest’uomo in gamba, tanto stimato, che sapeva cadere sempre in piedi, non si era mai sposato, non aveva mai messo su famiglia? Donnaiolo? E se invece fosse stato semplicemente omosessuale? Anche questo suo continuo sradicarsi, cercare nuovi mondi, non poteva essere quella la ragione? E qualcuno magari in famiglia lo sapeva – magari anche mia madre, penso con stupore. E tutti i soldi che aveva guadagnato dove li teneva? Sfioro il dorso della mano di mio zio, rugoso come la zampa di una tartaruga. E’ pulito, sbarbato e ordinato, come l’ho sempre visto. Lo saluto piano, tra i denti, e mi tornano a galla i ricordi di bambino, di quando eravamo una grande famiglia felice, prima che tutto deflagrasse e impazzisse e ognuno andasse per i fatti suoi. Non ci rivedremo mai più in questa vita, zio. Tra l’altro adesso non rantola più e sembra che non respiri neanche. Ci mancherebbe anche che morisse adesso, mentre sono qui.

Saluto anche l’altro degente. Vado davanti al suo lettino e faccio una specie di inchino anche a lui. Ma non mi vede, non mi guarda nemmeno. E’ perso nel suo mondo. I suoi occhi liquidi, con quei lampi di un azzurro indefinibile, mi ipnotizzano come lo sguardo di un serpente. In quegli occhi è annegata una storia, forse epica quanto quella di mio zio. Cerco di cogliere il segreto di quelle due vecchie vite alla deriva. Sono uomini di un’altra pasta, di un altro stampo. Passati come salamandre nel fuoco di guerre e disastri, sempre ricostruendo indomiti, il senso del loro stare al mondo. E se penso alla mia vita? Con i miei debiti cronici, una moglie separata che mi odia, due figli che mi sono indifferenti? E il mio saltellare da una città all’altro, col campionario in valigia. Altro che Africa. Esco dalla stanza e mi richiudo la porta alle spalle, come fosse una bara. Mentre mi avvio lungo il corridoio a testa bassa, incrocio una signora di colore, sulla sessantina, con una sportina di plastica al braccio; ha i capelli tutti grigi e un’aria stanca, cammina strascinando i piedi. Allora il tipo stava davvero aspettando “la negra”? E chi è? Una badante? O un suo vecchio devoto amore africano che l’ha seguito per accompagnarlo alla fine?

Esco dalla RSA T. Meliconi che è già buio. Il fresco frizzante di marzo non mi dà ristoro. L’aria continua a mancarmi, come quando ero dentro. Non avrei dovuto andarci, a trovare zio Gerardo. Ho anche lasciato i Ferrero Rocher sul tavolinetto, a portata di mano del diabetico, che ci si può ammazzare. Che testa di cazzo: come si fa a portare i cioccolatini a dei vecchi malati? Adesso senti la suora, se li vede. Ormai sono fuori, bisogna rimettersi in macchina e correre ad Ancona. Devo arrivare per le 19 da Galeazzi Ferramenta. Ritornano le preoccupazioni: il campionario di utensileria per macchine industriali nella valigetta, l’elenco dei clienti da visitare, un paio di spie sul quadro che si accendono e si spengono infide. L’odore di borotalco e urina che sembra avermi impregnato i vestiti. Accolgo tutti i pensieri, vanno bene tutti, se riesco a tenere lontano quello più terribile: questo, siamo!

Share

La visita a zio Gerardo è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>
Geymonat, il dito e la luna https://www.carmillaonline.com/2023/01/27/geymonat-il-dito-e-la-luna/ Fri, 27 Jan 2023 22:55:40 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=75733 di Nico Maccentelli

«…non vogliamo dire che tutto quello che fa un governo sia sbagliato perché capitalista. Ma una sana diffidenza di classe è d’obbligo, perché la scienza non è neutra ma può essere usata per uno scopo o per un altro, così come la tecnologia. Occorre valutare caso per caso le misure prese da un dato governo, ponendosi sempre le domande: a chi giova? Perché?»

(Valerio Evangelisti, Roberto Sassi e Nico Maccentelli, 10 agosto 2021)

«Se la scienza ci portasse a una conoscenza assoluta della realtà, noi potremmo sostenere [...]

Geymonat, il dito e la luna è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>

di Nico Maccentelli

«…non vogliamo dire che tutto quello che fa un governo sia sbagliato perché capitalista. Ma una sana diffidenza di classe è d’obbligo, perché la scienza non è neutra ma può essere usata per uno scopo o per un altro, così come la tecnologia. Occorre valutare caso per caso le misure prese da un dato governo, ponendosi sempre le domande: a chi giova? Perché?»

(Valerio Evangelisti, Roberto Sassi e Nico Maccentelli, 10 agosto 2021)

«Se la scienza ci portasse a una conoscenza assoluta della realtà, noi potremmo sostenere che essa è in un certo senso neutrale, perché le verità che ci procura – in quanto assolute – non dipenderebbero in alcun modo dal soggetto che conosce, né dalle condizioni sociali in cui egli opera, né dalle categorie logiche o dagli strumenti osservativi usati per conoscere. Se, viceversa, nelle scienze (e conseguente- mente nella concezione generale del mondo che su di esse si regola e si misura) non fosse presente un secondo fattore, e cioè la realtà che esse ci fanno via via conoscere sia pure in modo relativo e non assoluto, le scienze e la filosofia risulterebbero delle costruzioni puramente soggettive: costruzioni senza dubbio non neutrali, perché dipendenti per intero dall’uomo che compie le ricerche scientifiche e dalle condizioni sociali in cui egli opera, ma in ultima istanza non neutrali solo in quanto arbitrarie. Solo la conoscenza dei due anzidetti fattori – l’uno soggettivo, l’altro oggettivo – ci fa comprendere che la scienza non è né neutrale né arbitraria. E solo l’esistenza di un incontestabile rapporto dialettico tra tali due fattori ci fa comprendere che la scienza non è suddivisibile in due momenti separati (l’uno non arbitrario e l’altro non neutrale) ma è, nella sua stessa globalità, non arbitraria e non neutrale, cioè possiede questi due caratteri intrinseci e ineliminabili»1 

Questa riflessione del grande filosofo marxista nostrano Ludovico Geymonat ci porta a riflettere a nostra volta su quanto avvenuto negli ultimi tre anni, in cui il mondo si è trovato davanti a un’emergenza (creata? costruita? Anche questo fa parte della riflessione e dal reperimento di dati) come quella del Covid. L’epistemologia è saltata nel capitalismo, è una questione dibattuta sin dai tempi dell’avvento del nucleare. La scienza dunque vede la parte arbitraria emergere con disinvoltura dalle sperimentazioni che alterano il rapporto con la natura, i salti di specie e in relazione con le tecnologie dello sfruttamento intensivo, dell’alterazione su scala planetaria degli equilibri naturali e quindi del rapporto tra uomo e natura, nelle relazioni classiste tra uomini stessi.

Ludovico Geymonat

Una riflessione che non può che evidenziare da parte della maggioranza dei marxisti una completa assimilazione a questa arbitrarietà della scienza, per riconoscerne paradossalmente e implicitamente una neutralità fittizia, fasulla. Intere schiere di compagni si affidavano a sieri spacciati per vaccini, non si ponevano la domanda del perché ricercatori e medici non tentassero strade diverse, terapie che poi si è visto che c’erano sin dall’inizio.

Il punto di vista dominante ha attecchito di fatto laddove i marxisti se fanno vanto e cavallo di battaglia: la scienza, il materialismo dialettico come metodo scientifico di analisi della società e delle sue dinamiche, dei suoi rapporti con la natura.

Del resto ormai si è abituati alle vulgate, alle semplificazioni e alla superficialità. L’esempio del desiderata di superare la società dell’idrocarburo con qualche pala eolica senza vederne i limiti tecnologici attuali, il rapporto costi benefici, serve più come la Tumberg allo sviluppo di nicchie di mercato del tutto interne alle logiche del profitto e del modo di produzione capitalistico che al superamento di modelli economico-sociali desueti. Con il covid è stata la stessa cosa: la delega a una scienza classista, del vaccino e del controllo, l’atteggiamento supino di organizzazioni, sindacati anche della sinistra critica, ha fatto sì che anche un’analisi dello scontro sociale e della lotta di classe che questa emergenza con le sue restrizioni e obblighi ha determinato, fosse viziata e ignorata.

«L’idea di fondo è che se si vogliono evitare pericolosi e imbarazzanti conflitti tra scienza e etica, rischiando di riprodurre le condizioni che portarono al processo a Galileo, occorre partire dal presupposto che la morale, per svolgere veramente il suo compito, deve essere adatta, ossia proporzionata e calzante, a quanto l’uomo del nostro tempo vive e sente del mondo e di sé, e quindi allo stile di pensiero della nostra epoca. Gli elementi caratterizzanti di questo stile sembrano essere, in particolare, la dinamicità e la rivedibilità, per cui anche un’etica che voglia essere all’altezza delle esigenze del nostro tempo e il più possibile compatibile con esse dovrà armonizzarsi con questi principi base, rinunciando ad ogni pretesa di “giudice super partes”, che ambisca a esercitare un diritto di censura o di supervisione sul sistema globale della nostra cultura e civiltà in nome di non si sa bene quali principi irrevocabili. Da questo punto di vista, dunque, la morale e l’etica devono essere proporzionati al livello della nostra conoscenza scientifica; solo così esse potranno, a loro volta, avanzare identica istanza nei confronti di que- st’ultima, pretendendo che il suo sviluppo sia compatibile con i principi morali del- l’umanità. Solo così scienza ed etica potranno dialogare in modo proficuo; e solo da un confronto impostato a partire da queste premesse potrà emergere per l’uomo la possibilità di acquisire un punto di vista che cerchi di rendere il più possibile convergenti le esigenze e le istanze dell’una e dell’altra senza forzature e senza, soprattutto, che ne risulti compromessa l’autonomia di una delle due o, peggio ancora, di entrambe.»2

L’abiura di Galilei

In questo ottimo spunto di Silvano Tagliagambe, sul “sistema Galilei” (o meglio contro Galilei) viene ben evidenziato l’approccio di cui sopra e come invece per tutto il periodo della pandemia sia avvenuto esattamente l’opposto, ossia una feroce censura da parte dei centri di controllo politico-scientifico nel ministero della salute, nelle istituzioni sanitarie, nei vari organismi afferenti lo Stato e l’OMS, nei centri di ricerca tutti finanziati o integrati alle multinazionali del farmaco, nei vari paesi del mondo a partire da quelli occidentali. Una repressione fatta di radiazione dei medici che cercavano di curare al di là del ferreo protocollo imposto, tachipirina e vigile attesa. L’abiura galileiana propagandata dai media con un dogma falsamente scientifico, ma orientato ad affermare interessi specifici, ben lontani dalla salute e ben più vicini al profitto delle multinazionali, alla corruzione delle rotelle dell’ingranaggio statale e sanitario e a una gestione che penalizzava le piccole attività imprenditoriali a favore della produzione e circolazione di merci dellegrandi filiere multinazionali, pone in concreto la questione del rapporto tra scienza e etica. 

Ma tutto questo nei nostri marxisti massimalisti è stato acqua di rose, in una sorta di atto di fede verso la ricerca ufficiale, i dispositivi e i decreti che dettavano (imponevano) le linee di fondo sui sanitari, sui medici, sui cittadini, ben oltre lo stato di diritto fin qui conosciuto nelle democrazie liberali.

In specifico, questa pseudoscienza del profitto e del controllo sociale e biopolitico, al servizio della più bieca centralizzazione del capitale per una società-laboratorio delle teorie deliranti e para-naziste di Karl Schwab, ha travalicato con l’obbligo vaccinale e le restrizioni come il coprifuoco e il green pass, quel diritto che l’art. 32 della nostra Costituzione sancisce a tutti i cittadini, ma direi essere umani in quanto tali. L’espropriazione del corpo e di fatto della mente (obbligo, restrizioni e propaganda calibrata sulla censura e la falsificazione) come una sorta di accumulazione originaria nella distruzione creatrice draghiana di ciò che è ritenuto inutile e obsoleto a puro vantaggio della speculazione e concentrazione del capitale. Acqua fresca… basta solo distrarre la massa antagonista con un po’ di retorica sul lavoro.

La scienza di fatto considerata neutrale, oltre ai danni sociali ed economici sopra citati, che significano chiusura di attività, famiglie sul lastrico ha comportato una “scienza della salute” che ha privato cittadini del tutto sani di una vita libera e normale, con misure che non hanno evitato le migliaia di morti e che non c’entravano nulla con un sensato rimedio scientifico. Una scienza eretta a ragion di Stato che persino certi anarchici hanno riconosciuto come valida. Scienza della salute è forse impedire l’istruzione, lo sport, una crescita psico-fisica apprezzabile a milioni di minori? È forse reprimere la sperimentazione di nuove cure? Occultare gli effetti avversi dei sieri? Rendere ancora più lunghi i tempi delle terapie salvavita degli oncologici o dei cardiopatici, l’accesso alle terapie? Negare il lavoro con il ricatto delle sospensioni? Quanti articoli della Costituzione sono stati completamente aggirati, ignorati, calpestati?

Di fronte a questo passaggio epocale verso la sottrazione di diritti fondamentali ogni qual volta il regime delle oligarchie finanziarie e i suoi comitati d’affari negli apparati dello stato e dei media lo decidono, c’è stata la latitanza più ignobile da parte di certa sinistra. 

Persino sul terreno del lavoro con le migliaia di sospensioni, verso le quali i sindacati “conflittuali” hanno per lo più cercato soluzioni sporadiche, sotto pressione di qualche lavoratore  che aggirassero senza affrontarlo il cuore della questione, la contraddizione tutta interna anche al rapporto conflittuale tra capitale e lavoro.

Più comodo ridurre tutto a fascismo, rossobrunismo, terrapiattismo, a quel complottismo che però, guarda caso, nelle sue iperbole folcloristiche alla fine ci prende, per il semplice fatto che il complotto è, l’ennesimo. La storia è piena di complotti, ma oggi se si va a leggere l’opera di Karl Schwab, il Grande Reset, questi signori di Davos te lo dicono pure: è tutto scritto.

La resistenza pacifica ma determinata dei portuali triestini contro le restrizioni pandemiche

Con un approccio più materialistico-dialettico, ci si sarebbe accorti che qualcosa non quadrava nella gestione di regime della pandemia, che c’erano scopi diversi e anche confliggenti con la salute pubblica. E si sarebbe scoperto che la lotta di classe si andava sviluppando su una questione più generale: la sopravvivenza umana, dei soggetti e della comunità, sul piano relazionale, fisico, psicologico, economico, generazionale. Sopravvivenza: come il rischio nucleare, come la guerra, ossia le fasi in cui il semplice rapporto capitale lavoro e le sue contraddizioni sociali si allargano a tal punto di investire la sfera dell’umano. E non mi si venga a dire che questo è un approccio interclassista. Il rapporto capitale/lavoro infatti, lo puoi declinare nel puro economicismo e la storia è piena di tradunionismi anche lodevoli. Mentre milioni di persone e intere comunità ridotte a carne da macello nel rischio di malattie e gestioni sanitarie criminali non possono che riguardare la questione non di chi comanda in una fabbrica o in borsa, ma nell’intero sistema. Diviene la questione politica.

Per questo, anche se embrionalmente e con tutta l’immaturità per coscienza collettiva e progettualità, per la prima volta dopo decenni abbiamo visto sulla scena sociale un movimento squisitamente politico, così come il terreno del rapporto tra capitale/lavoro è stato investito di una carica sovversiva forte nelle lotte dei portuali e dei cittadini di Trieste un anno fa. Un momento di autonomia operaia che andava a colpire il capitale laddove la circolazione di merci è più esposta: un porto che serve il nord Europa. Ma che era anche autonomia sociale, perché una coscienza politica di sé in formazione portava migliaia di sodali da tutta Italia a compattarsi a Trieste: Una correlazione così forte tra soggettività della lotta di classe in lotta politica non si era mai vista. Lasciamo la vulgata dei crocefissi e delle preghiere a chi appunto ha mostrato tutti i limiti di un approccio materialistico-dialettico, di analisi concreta della situazione concreta, in chi ha ridotto questo movimento e la sua lotta politica a puro sociologismo. Il dito e la luna.

Oggi, nell’era in cui con un virus stravolgono i diritti acquisiti dai tempi dei citoyen nel 1789, brevettano il tuo dna, l’umano diviene merce assoluta e totale e non solo venditore di lavoro, anche la questione della scienza afferisce inevitabilmente la questione del potere. Trasformare la guerra imperialista in guerra civile sosteneva il bolscevismo ed ebbe ragione. Trasformare la guerra di oggi che è imperialista e di dominio, interna ed esterna, sui popoli e sulle classi subordinate per il loro totale asservimento alle logiche e alle crisi del capitalismo, in guerra sociale, ribellione generalizzata per mandare in tilt i loro centri di controllo, le loro filiere di sfruttamento e ribaltare così i rapporti di forza è il passaggio che volenti o nolenti ci troviamo ad affrontare. Ciò è il bolscevismo di oggi, la lotta politica.

E oggi si scoprono tutti i vermi che brulicavano nella gestione pandemica e che con scientismo religioso ancora oggi c’è chi non vede. Per i signori dei sieri imposti alla popolazione ci vorrebbe una nuova Norimberga e non v’è dubbio che la lotta su questo terreno di verità, man mano che studi scientifici si stanno facendo strada come fiori che spuntano dall’asfalto, è anche lotta per una scienza e un sistema conseguente che mette al centro la salute, che riporta l’arbitrio sul terreno di una non neutralità umana e non delle macchine, dei sistemi, dei meccanismi dell’accumulazione di capitale, dei piloti atutomatici, dell’economia sulla politica.

Questo è ciò che non si è capito a sinistra, anche nella sinistra più antagonista e si è perso tempo, occasioni, si è rimasti nella marginalità di un economicismo spacciato per lotta politica, in un menscevismo di ritorno. Non si sono collegati i fronti che si contrappongono alle diverse modalità con le quali il capitalismo esercita il proprio comando. E ogni lotta è rimasta parziale, monca, priva di qualsiasi autentica unità di classe, tra classi sociali sempre più liquide e orizzontalmente intrise di vasi comunicanti, con un ascensore sociale definitivamente interrotto ai piani bassi e un controllo sociale e disciplinare da far dire a Orwell: ve l’avevo detto. Un antagonismo che tratta la scienza come Focus.

Lidia Undiemi giustamente ci parla nel suo “La lotta di classe nel XXI secolo” de “L’uso strumentale della “«scienza» in politica: il governo tecnico”3.  (pag. 151) L’incapacità di compredere da parte di certa sinistra radicale e di classe l’usa tecnico della scienza, che sia economico-sociale o biologia, virologia, ecc. è alla base dei limiti diquesta stessa sinistra nel mettere in relazione le scienze borghesi tra loro e nel comprendere che il governo degli scienziati al servizio di big pharma ha le stesse dinamiche e finalità del governo dei “tecnici”, che sono al servizio degli stessi padroni del vapore: capitale finanziario e multinazionale e comitati d’affari ben interni ai partiti di regime.

Sicché, come è stato possibile far passare leggi e decisioni economiche sul lavoro, nel nome dell’interesse generale del paese, allo stesso modo è stato possibile imporre (entrambe sono imposizioni) con la pandemia restrizioni e obblighi teapeutici, o meglio pseudo-terapeutici nel nome della salute pubblica.

La “terza via” è l’ideologia della post-ideologia neoliberista, così come il dogma della terapia per la salute pubblica è l’ideologia (e quindi non una scienza) neoliberista nell’emergenza covid: una succosa opportunità per restringere gli spazi di libertà individuale e sociale in un contesto dove già il neoliberismo sul piano economico e attraverso istituzioni come quelle europee aveva già sferrato i suoi colpi attaccando con successo i diritti sul lavoro, i salari, il welfare.

Così come oggi le stesse istituzioni europee ci fanno passare la fornitura di carrarmati all’Ucraina come una misura umanitaria, se non la trattativa tra le parti, il cessate il fuoco, sul piano della sanità pubblica, dopo decenni di tagli per miliardi di euro, la soluzione non è rifinanziare la sanità pubblica, ma dare soldi a raglio alle multinazionali del farmaco per avere sieri nemmeno sperimentati, inibire la funzione di Ipocrate a migliaia di mediciche hanno accettato o subito i diktat dei protocolli di regime finalizzati ad autorizzare ciò che non aveva le carte per essere approvato.

Di emergenza in emergenza, dall’economia alla pandemia alla guerra, i media sono i certificatori del fatto che ogni decisione imposta è scienza infusa. Peccato per la sinistra radicale e di classe che ci è cascata e che ha lasciato un bel buco nero di comprensione e nelle possibili lotte dall’economia alla guerra. E il buco nero è la pandemia, proprio il passaggio in cui la democrazia borghese si è trasfigurata definitivamente in un totalitarsimo neoliberista di stampo neofascista (il neo non è riferito al neofascismo storico, ma esprime una nuova forma di fascismo). Alla faccia dell’antifascismo nostalgico e di maniera.

Non riconoscere i passaggi biopolitici autoritari di un neoliberismo che è sempre più strumento generalizzato delle classi dominanti, ossia delle élite transnazionali, non è da avanguardia di classe, ne converrete. Ma è proprio quello che è successo, e che ha ridotto parte dell’opposizione marxista in una sorta di cartello elettorale intriso di retorica del padrone, quando il “padrone”  non ha più il sigaro e il cilindro in testa, ma è tra le porte girevoli dei consigli di amministrazione di multinazionali, nei boiardi di stato, tra i tecnici e think tank vari, dai centri studi universitari ai media e che sono ben riconoscibili da Cernobbio a Davos, dal Bildelberg alla Trilateral al Gruppo Aspen.

Se di scienza si deve parlare oggi, quella che opera e impone, ebbene è scienza classista, al servizio del capitale a tempo pieno, che si tratti di economia o di sanità, di tecnologie tutte votate al controllo sociale delle persone e delle comunità e alla guerra. È una scienza dello sfruttamento e della guerra, della produzione di emergenze di ogni tipo, dell’uilità della malattia per la cura che dà profitti, mentre i costi sociali e umani sono scaricati sugli stati, le comunità i settori sociali subalterni, che subisco questo stato di cose senz avere diritto di parola o di replica. Così è se vi pare, e se non vi pare è lo stesso.

Bastava approfondire pensatori come Ludovico Geymonat per comprendere che l’atomo non è un atomo e basta, ma è importante la direzione che se ne dà e per quale fine. Ma si è preferito restare nel facile cencelli dei classici, ormai datati ai primi decenni del ‘900.

Abbiamo capito o no allora che casino ha combinato dalle nostre parti questo tipo di incomprensione?

————

Note:

1 L. Geymonat, Scienza e realismo, Feltrinelli, Milano, 1977, pp. 117-118.

2. L’eredità culturale e politica di L. Geymonat, di Silvano Tagliagambe, in Il pensiero unitario di Ludovico Geymonat, convegno di Bologna, gennaio 2002, Edizioni Nuova Cultura 2004

3. Lidia Undiemi La lotta di classe nel XXI secolo, “L’uso strumentale della «scienza» in politica: il governo tecnico”.  (pag. 151), Ponte alle Grazie, 2021

Link di alcuni miei interventi sui temi posti in questo articolo:

Controinsurrezione e controllo sociale: https://www.carmillaonline.com/2022/02/18/controinsurrezione-e-controllo-sociale/

Collettivismo… forzato? : https://www.carmillaonline.com/2022/01/18/collettivismo-forzato/

Riotta Vs Riot: https://www.carmillaonline.com/2021/10/22/riotta-vs-riot/

Autointervista sulla gestione della pandemias da Covid-19: https://www.carmillaonline.com/2021/08/15/autointervista-sulla-gestione-della-pandemia-da-covid-19/

Riflessioni pandemiche: https://www.carmillaonline.com/2020/12/01/riflessioni-pandemiche/

————-

Infine, il documento con cui Valerio Evangelisti ha preso posizione sulla questione, insieme al sottoscritto e a Roberto Sassi, apparso su Contropiano il 10 Agosto 2021 e ripreso da altri blog e web di controinformazione come Sinistrainrete e di cui fa parte la citazione iniziale:

https://www.sinistrainrete.info/politica-italiana/21011-roberto-sassi-nico-maccentelli-valerio-evangelisti-lettera-aperta-a-contropiano-su-green-pass-e-dintorni.html

Share

Geymonat, il dito e la luna è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>
L’Italia ha ancora qualcosa da dire? https://www.carmillaonline.com/2023/01/26/litalia-ha-ancora-qualcosa-da-dire/ Thu, 26 Jan 2023 21:00:20 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=75780 di Luca Baiada

A settembre 1944, per la riapertura dell’Università di Firenze, Piero Calamandrei fa un discorso che verrà stampato col titolo L’Italia ha ancora qualcosa da dire. L’anno che si apre sotto il governo Meloni, invece, consegna al futuro un paese impoverito, confuso, profondamente ingiusto e innamorato di tristi balocchi: sport corrotto, barbarie da schermo, ossessioni mangerecce, devozionismi piazzaioli, sottocultura fisica fatta di tatuaggi, di tinture per capelli, di sesso ginnico, seriale o immaginato.

Le rovine non sono quelle della battaglia di Firenze, non c’è un comandante «Potente» da piangere [...]

L’Italia ha ancora qualcosa da dire? è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>

di Luca Baiada

A settembre 1944, per la riapertura dell’Università di Firenze, Piero Calamandrei fa un discorso che verrà stampato col titolo L’Italia ha ancora qualcosa da dire. L’anno che si apre sotto il governo Meloni, invece, consegna al futuro un paese impoverito, confuso, profondamente ingiusto e innamorato di tristi balocchi: sport corrotto, barbarie da schermo, ossessioni mangerecce, devozionismi piazzaioli, sottocultura fisica fatta di tatuaggi, di tinture per capelli, di sesso ginnico, seriale o immaginato.

Le rovine non sono quelle della battaglia di Firenze, non c’è un comandante «Potente» da piangere insieme, stretti alla Brigata Sinigaglia, ma non c’è neanche da festeggiare la sconfitta dei cecchini, i terroristi del gerarca Pavolini tirati giù dai tetti a fucilate. Anzi, solo a parlare di combattimento a mano armata si rischiano accuse di odio, perché adesso, fra gli ammennicoli di una società rigidamente classista, c’è un accessorio da psicopolizia: l’accusa di malanimo. Un po’ è nipote dei sospetti di stregoneria e malocchio, un po’ è figliastra di certi reati d’opinione evanescenti, quelli nel codice penale che porta la firma di Mussolini, e che la mano del nuovo quadro politico potrebbe persino peggiorare.

Il buon uso delle rovine, alla Franco Fortini, ha fatto poca scuola, e se si dovesse guardare a Firenze si avrebbe un bel campionario: la città vetrina, coi negozi tirati a spolvero, con le luci giuste e il diffusore di profumo, non è quella in Mara di Blasetti (ma da Vasco Pratolini), con Yves Montand, nel 1954. Nel senso che la devastazione, a Firenze come nelle altre città italiane, passa dagli occhi, dalle mani, dai cellulari, c’è chi la trova divertente e c’è chi l’ha trasformata in spettacolo senza intervallo, monolocale nei contenuti e tascabile nei terminali. È il trionfo di un affarismo estrattivo, a spese dell’ambiente naturale, umano, culturale. Persino a spese di qualcosa che si potrebbe chiamare anima, se il concetto non fosse stato prima abusato nelle sacrestie, ma adesso, con più furbizia, accaparrato dalla pubblicità dei prodotti per animali da compagnia.

Bolton King, nel suo Fascism in Italy del 1931, bollava Mussolini come «cattivo europeo» e denunciava: «Odia il “malsano internazionalismo” ed è stato amaro contro le “parole di pace, di umanità, di fratellanza tra i popoli”; accetta la Società delle Nazioni solo in quanto vi è obbligato». Le parentele di questo col sovranismo del XXI secolo sono carsiche e alterate da convitati di pietra: una massa di denaro europeo da spartire, uno sciame di investitori che si sposta secondo le convenienze, un ceto di mediatori che ci fa la cresta con le provvigioni. Di Fascism in Italy, libro asciutto e molto british, stampato clandestinamente da Giustizia e libertà, Lauro De Bosis gettò un po’ di copie, in volo su Roma, prima di inabissarsi nel Mar Tirreno col suo piccolo aeroplano. Oggi De Bosis sembrerebbe un Icaro in vestaglia, un esteta balordo con le paturnie, perché fra le cose che ci hanno rubato c’è il senso profondo di santità civile. È stato sostituito da una italica levitas immutabile, tornata su dai tempi dei cicisbei, degli abatini e delle accademie, come le blatte, inesorabilmente, tornano su dall’acquaio, a dispetto di tutti i disinfettanti.

Anche Cesare Zavattini aveva fiutato la trappola, aveva capito che ci sono molti modi per dire, e molti di più per mettere a tacere: «Per la verità la censura è come Proteo, si trasforma continuamente»; l’autore di Totò il buono vedeva lontano: «Insomma è un modo di vita, un modo di governo». Lo scriveva a proposito di cinema: censura attraverso i finanziamenti, i suggerimenti politici, i premi; ma vale per tutto. Le sue parole riemergono in la Pace. Scritti di lotta contro la guerra (La nave di Teseo, 2021), e il titolo è proprio così, comincia con la minuscola e poi s’ingrossa. Somiglia a lui. Me lo ricordo nel suo studio, coi fiaschi di vino sugli scaffali, insieme ai libri. Adesso il Proteo piglia la forma di una memoria ingessata, innocua, imprigionata in una pappa di chiacchiere, come certi insetti di milioni di anni fa, che non pungono più perché sono avvolti in una goccia d’ambra, mutati in gioielli. La memoria diventata soprammobile: un fermacarte chiamato memoria. Un accompagnamento indispensabile nelle case perbene, come quei fiori da niente in cui Raffaello Giolli vedeva il sunto atroce della sconfitta del Risorgimento, fin nel privato, nella prostituzione degli intellettuali: la conservazione era già riuscita a impadronirsi di ogni cosa; «ma non della storia, che è un’altra cosa. Tutt’al più, s’è detto, dei libri degli storici: ma anche questi non erano che oggetti deperibili, un illuso ornamento dell’ora, altri fiori di carta». Così scriveva, quel grande, prima di essere deportato a Mauthausen Gusen, da cui non avrebbe fatto ritorno.

In questo momento l’Italia non ha nulla da dire perché si parla nell’ombelico, perché non ha niente da dire agli altri, perché è un paese rattrappito.
Gli avvertimenti non erano mancati, e presto. Nell’Antologia della Resistenza, ideata nel 1950 a Torino, al congresso nazionale dei centri del libro popolare, c’è un’introduzione di Augusto Monti, che ci tiene a far sapere di averla scritta a Cavour:

Oggi, a cinque anni soli dalla Liberazione, in Italia c’è di nuovo il fascismo, nella Europa occidentale e centrale c’è di nuovo il nazifascismo, in America è spuntato e s’espande il fascismo. E si voleva, di nuovo, dare l’allarme: ricordare che il fascismo è come la gramigna, che finché non s’è fatto tutto per estirparla non s’è fatto niente; e un campo dove alligni anche una piccola radice di tale zizzania non può portar nulla di buono. Il fascismo è il fior del male. È il grido della civetta, segna la morte. È come la stella cometa che viene ad annunciare la guerra: oggi il fascismo, domani il peggio.

Ma nel 1950 l’unità del fronte antifascista era già quasi un ricordo. Tutti si sentivano più furbi di quell’arnese superato, troppo corto per una rivoluzione e troppo lungo per il quieto vivere, come l’abito smesso di un fratello a cui si rimproverano oscure colpe, per nascondere la propria inadeguatezza. Tutti avevano priorità urgenti, escatologie formidabili, promesse dell’avvenire, di qua o di là dalla morte. Qualcuno voleva imparare da Machiavelli i trucchi per giocare d’astuzia il papato, mentre il Vaticano si leccava ancora le labbra per il buon boccone concordatario, incassato nel 1929 ed entrato nella nuova Costituzione, nel 1947, a dispetto della Repubblica.

Le promesse al di qua della morte, prima della fine del secolo si sarebbero rivelate più facili da mettere alla berlina: sarebbe bastato prendere a picconate un muro. Le altre, si sa, si prestano meglio a differimenti controllati, a indulgenze, a compravendite di anime del Purgatorio, al «vi faremo sapere». Questo spiega perché la morte di un tedesco coi modi zuccherini dell’Omino di burro di Collodi, un bavarese che nel 1950 era un giovane chierico, ma che pochi anni prima aveva fatto parte della Hitlerjugend, della Wehrmacht e della Flak, combattendo per Hitler, nel 2023 attira folle a Roma, e si sente gridare «santo subito» come per il suo predecessore polacco, che lui stesso canonizzò a furor di popolino.

Il secolo breve che comincia a Sarajevo, finisce a Sarajevo, nota Eric Hobsbawm in The Present as History, uno scritto vertiginoso pubblicato come «Creighton Lecture», perciò rispettabile come una bombetta londinese. Le questioni nazionali si ripresentano, ombre col corpo, false perché hanno qualche verità fra parentesi. Le insiemistiche umane che le solidarietà di classe perdono di vista, tornano a braccetto delle sorellastre identitarie e viscerali, e finisce l’incantesimo: Cenerentola si ritrova nei cenci di serva, la carrozza d’oro torna a essere una misera zucca.
L’Italia, un po’, aveva provato a fare chiarezza, soprattutto quando era stata chiarezza di parte. Raffaello Ramat, nel melmoso clima badogliano dell’agosto 1943:

Di questo avvilimento generale una classe sopra tutte è responsabile: quella degli scrittori. Gli scrittori hanno il compito di educare. Non si venga fuori con l’autonomia dell’arte: quello è un altro discorso, e chi lo incominciasse ora, vorrebbe imbrogliare le carte. […] In ispecie agli scrittori dei giornali, si deve la situazione che si era stabilita in Italia, per cui ciascuno mentiva e chi l’ascoltava fingeva di crederlo in buona fede perché gli altri fingessero di crederlo in buona fede quando fosse arrivato il suo turno di mentire.

Si vede che non era stato ascoltato, molto tempo prima, Giuseppe Mazzini: «Pensate a rinnovare l’edificio intellettuale con gli scritti poiché il politico non potete; scotete le menti, mutando il punto di mossa e la linea di direzione, scrivete storie, romanzi, libri di filosofia, giornali letterari; ma sempre colla mente all’intento unico che dobbiamo prefiggerci, col cuore alla patria». Patria. Si ascolta male, questa parola, se a ripeterla adesso è un governo che vuole togliere ai poveri un misero sussidio, persino diversificare i diritti sociali secondo le regioni, chiamando l’inganno «autonomia differenziata». Si ascolta male, mentre ragazzini imberbi cadono sul lavoro, in omicidi chiamati «incidenti». Ma il senso del discorso era forte, in Mazzini: l’Italia e l’unificazione nazionale, o sono per l’umanità, o non sono. Pericoloso o inconfessabile?

Renzo Renzi, che era stato fascista, che si era chiarito le idee in guerra, e che nel 1953 finì in galera per il progetto di un film imbarazzante, L’armata s’agapò, mise in guardia: «Il fascismo era la patria. Com’era possibile rovesciare il fascismo senza rovesciare anche la patria, religiosa comunità degli italiani? (Simili giochetti sono di moda anche oggi da parte di chi si identifica con la patria, quindi esige il massimo rispetto)». Ma neanche negli anni Cinquanta, un partito si sarebbe cucito un nome sforbiciando le prime parole dell’inno nazionale.

Quando il progetto fu continentale, invece, patria si poté dire con altri sensi. Una fotografia, a Montefiorino. Due partigiane armate ne affiancano una terza, raggiante, che srotola da un pennone una bella bandiera. Guardi meglio, cerchi il punto alla Roland Barthes, e vedi che il pennone è un mattarello, la bandiera è una sfoglia di farina: forse serve per una grossa piadina, forse è la base per ritagliarci i tortellini. Una frugale abbondanza armata, una padronanza del proprio destino che sprizzano gioia. Allora, l’Italia ebbe qualcosa da dire, affidando l’orazione a una pagina appetitosa e a grosse biro d’acciaio, di quelle col manico e la cinghia a tracolla. Ma il volume era un’opera aperta, che sotto raspava la terra e intorno la sognava tutta quanta, come il trattore della famiglia Cervi, col mappamondo montato sopra il motore.

Antonio Gramsci, ricordando il primato italiano riconosciuto proprio da Mazzini, come da Gioberti, lo considera retorico ma salva la sostanza: c’è un cosmopolitismo italiano, non perché romano né perché cattolico, ma come produttore di civiltà: «La tradizione italiana si continua dialetticamente nel popolo lavoratore e nei suoi intellettuali, non nel cittadino tradizionale o nell’intellettuale tradizionale». È il «popolo lavoratore», cosmopolita per vocazione storica, che non sfrutta ma coopera alla costruzione del mondo, perché «si può dimostrare che Cesare è all’origine di questa tradizione». Di questo non c’è una migliore spiegazione, ma quel che conta è che Gramsci finisca per salvare un primato. Eppure, persino lo storico Cesare Balbo aveva messo in guardia dalla pretesa di imitare l’impero romano: «Per non essere degeneri bisogna saper essere decaduti», aveva scritto nel Sommario della storia d’Italia, lettura d’uso dell’Ottocento. E Benedetto Croce, in La storia come pensiero e come azione, ha buon gioco a chiarire che gli italiani non sono gli antichi romani, insomma a spiegare:

Un popolo nuovo col nostro male e col nostro bene, strettamente legato al mondo tutto del nostro momento storico, un popolo che si ricongiunge, ma solo idealmente, agli altri che vissero sulla medesima terra (medesima a un dipresso), quando compie nella vita civile cose grandi come le compierono quelli.

Una continuità in funzione del merito, ma non quello che nel 2023 dà il nome a un ministero. E poi: cose grandi, ma non si sa come. Tutto questo non ricorda il barone di Münchhausen e il suo gesto salvifico, quando si solleva da un fosso, lui e il cavallo, tirandosi per il codino? In ambito marxista, c’è un ruolo messianico della classe operaia, specialmente quella tedesca. Secondo Marx, Per la critica della filosofia del diritto di Hegel, negli «Annali franco-tedeschi», il proletariato che è vittima dell’ingiustizia assoluta può riscattare l’uomo e tutta la società, e questa è l’emancipazione tedesca; l’emancipazione del tedesco è l’emancipazione dell’uomo, filosofia e proletariato possono realizzarsi ed emanciparsi solo insieme, «il giorno della resurrezione tedesca sarà annunziato dal canto del gallo francese». Negli stessi «Annali», però, ci sono i versi di Georg Herwegh, un poeta oggi trascurato:

Su un altare arroventato,
com’è l’uso dei tedeschi,
ci indoraste le catene
per non farle arrugginire.
Tirapiedi dei Borboni –
puah! che storia fastidiosa!
Quale mai, fra le nazioni
la Germania non tradi? […]
Testimone, quella morta
Repubblica italiana.

Un secolo dopo gli «Annali franco-tedeschi» il gallo francese, servo dell’aquila con la svastica, produrrà il mostro di Vichy agli ordini di Berlino. Ma contemporaneamente un altro poeta, stavolta italiano, Pier Paolo Pasolini, si sottrarrà alla divisa della Rsi, e in seguito darà il titolo al primo romanzo prendendolo proprio da Marx, da una lettera del 1843, negli stessi «Annali»:

Riforma della coscienza, non mediante dogmi, bensì mediante l’analisi della coscienza mistica oscura a se stessa, sia che si presenti in modo religioso, sia in modo politico. Si vedrà allora come da tempo il mondo possiede il sogno di una cosa, di cui non ha che da possedere la coscienza, per possederla realmente.

Come si sia potuto, partendo da questo sogno e da questa liberazione, mettere sugli altari il diamat, materialismo dialettico in confezione staliniana, è un’opera al nero che può sorprendere chi non considera altre imbalsamazioni: partendo dalla presa della Bastiglia, si è arrivati a incoronare Napoleone e consorte, imperatore e imperatrice, direttamente in una cattedrale; partendo dal Discorso della montagna, si è arrivati allo Ior e ai patriarchi ortodossi che benedicono le armi russe e ucraine, magari litigando sul calendario del Natale.

Ha qualcosa da dire, chi fa e dice per gli altri. Per questo, l’Italia incapricciata d’un padrone, o al limite d’una padroncina, può tutt’al più borbottare.
L’ultima lettera dell’austriaco Rudolf Fischer alla figlia ce la consegna la raccolta Lettere di condannati a morte della Resistenza europea, a cura di Malvezzi e Pirelli, con prefazione di Thomas Mann: «Credimi: chi vive solo per sé, chi solo per sé cerca la felicità, non vive bene e nemmeno felice. L’uomo ha bisogno di qualcosa che sia superiore alla cornice del proprio io, dico di più, che sia sopra al suo stesso io». Fischer è decapitato dai nazisti il 28 gennaio 1943.

Share

L’Italia ha ancora qualcosa da dire? è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>
Come un’onda che sale e che scende* https://www.carmillaonline.com/2023/01/25/come-unonda-che-sale-e-che-scende/ Wed, 25 Jan 2023 21:00:34 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=75695 di Sandro Moiso

Joshua Clover, Riot. Sciopero. Riot. Una nuova epoca di rivolte, Meltemi editore, Milano 2023, pp. 244, 20,00 euro

Fa piacere trovare e recensire un testo come questo, soprattutto per chi da anni cerca di svincolare logiche e strategie dei movimento antagonista dal pensiero operaista oppure da quello ancora basato su una concezione di classe operaia che, nel bene e nel male, le derive della storia economica, sociale e politica hanno fortemente ridimensionato.

Il secondo motivo per ringraziare Meltemi per averlo pubblicato, nella collana “Culture radicali” diretta dal Gruppo Ippolita, sta [...]

Come un’onda che sale e che scende* è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>

di Sandro Moiso

Joshua Clover, Riot. Sciopero. Riot. Una nuova epoca di rivolte, Meltemi editore, Milano 2023, pp. 244, 20,00 euro

Fa piacere trovare e recensire un testo come questo, soprattutto per chi da anni cerca di svincolare logiche e strategie dei movimento antagonista dal pensiero operaista oppure da quello ancora basato su una concezione di classe operaia che, nel bene e nel male, le derive della storia economica, sociale e politica hanno fortemente ridimensionato.

Il secondo motivo per ringraziare Meltemi per averlo pubblicato, nella collana “Culture radicali” diretta dal Gruppo Ippolita, sta nel fatto che, al di là del bizzarro anti-americanismo culturale che ancora agita i sogni di tanti compagni di antica maniera che dimenticano che tale tipo di superficiale approccio a tante ricerche e produzioni culturali statunitensi è stata in realtà tipica dell’epoca fascista e dei suoi esponenti intellettuali e susseguentemente ereditata dallo stalinismo e dalle sue derive togliattiane, dal cuore dell’impero occidentale, e proprio perché tale, arrivano segnali di grande vitalità teorica, spesso derivata da una prassi diffusa di conflitto sociale. Vitalità che si presenta anche sotto le forme di una rivitalizzazione del pensiero di Marx, che sa, però, scartare sapientemente le interpretazione muffite di tanti suoi interpreti “ortodossi”1.

L’autore, Joshua Clover, oltre tutto, non è un marxista “di professione”, anzi questo, uscito negli States nel 2016 ma oggi accompagnato da un Poscritto all’edizione italiana che lo aggiorna al 2022, è il suo primo studio di carattere politico, poiché è professore di English and Comparative Literature alla University of California”Davis”, motivo per cui Clover è autore sia di libri di poesia che di saggi di critica culturale, tra i quali va segnalato 1989: Bob Dylan Didn’t Have This to Sing About del 2009.

Il testo qui recensito segue il percorso della lunga onda, che sale e scende attraverso i secoli e le società, delle lotte dei lavoratori e dei ceti disagiati fin dal comparire di un’economia di mercato in età medievale, moderna e, infine, contemporanea. Un’analisi delle rivolte e della loro organizzazione che, secondo l’autore, è possibile svolgere proprio a partire dal lavoro di Marx sulla sfera della produzione e su quella della circolazione. Sostenendo, sulla base degli scritti del rivoluzionario tedesco, che la seconda non si riduce, come sosterrebbero gli “ortodossi” alla sola sfera dello scambio, ma che farebbe invece da sfondo all’agire sociale nel suo insieme poiché, come spiega Clover nel poscritto all’edizione italiana: «Una volta che l’agricoltura di sussistenza e il baratto locale sono sradicati, e le forme di servitù assoluta trasformate oppure occultate dalla legge, il proletariato, di qualunque tipo esso sia, si trova a dipendere dal mercato»2. E quindi ad agire all’interno di essa.

E’ in questo contesto che si svilupparono i riot del tardo medioevo e della prima età moderna, che raccoglievano poveri delle città, contadini rovinati dal progressivo diffondersi di norme economiche e legali che ne impedivano la sopravvivenza secondo le vecchie tradizioni comunitarie e strati sociali il cui unico orizzonte era rappresentato dalla necessità di ottenere un abbassamento dei prezzi per poter sfamare la propria persona e/o la propria famiglia. Riot in cui spesso erano protagoniste le donne che vivevano sulla propria pelle tutte le condizioni appena riassunte e che cercavano, nella sostanza, di imporre una forma di riduzione o di controllo dei prezzi delle merci.

Sono questi riot che precedono lo sciopero nel titolo. Sciopero che, tra mille difficoltà e durissimi scontri, diventerà la forma di lotta e di organizzazione della forza lavoro fin dall’apparire in Inghilterra della Rivoluzione Industriale e che rimarrà, nei fatti e nell’immaginario collettivo, lo strumento determinante per la battaglia per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro della classe lavoratrice. Almeno fino alla seconda metà del ‘900 in Occidente.

Forma di lotta prevalente all’interno della sfera della produzione che, però, finiva col costituire anche una forma di controllo dei prezzi attraverso un innalzamento del valore della forza lavoro.
In qualche modo la lotta intorno al mercato del lavoro finiva col sostituirsi a quelle intorno al mercato popolare e urbano. Forma di lotta spesso vincente sul lungo e medio periodo, ma che spesso ha finito coll’escludere dall’orizzonte proletario forme di lotta e fasce sociali che non potevano vantare un’appartenenza alla classe operaia o lavoratrice. Ma, c’è sempre un ma…

Storicamente, la forza dei lavoratori si è basata sulla crescita del settore produttivo e sull’abilità nel prendere possesso di una parte del sovrappiù in espansione. Dalla fine degli anni Settanta in poi, i movimenti dei lavoratori sono stati costretti a negoziati difensivi, venendo obbligati a tenere in vita le aziende capaci di fornire i salari e rendendo manifesta la dominazione del capitale in cambio della sua stessa preservazione. Chi lavora compare sulla scena in un periodo di crisi in quanto lavorator* e affronta una situazione nella quale “lo stesso fatto di agire come una classe appare come una costrizione esterna”. Tale dinamica, che potremmo descrivere come la trappola dell’auto-affermazione, è diventata una forma sociale generalizzata e un quadro concettuale, la razionale irrazionalità della nostra epoca. Il disordine intrinseco al riot può essere inteso come un’immediata negazione di tutto questo3.

Sottolinea più volte l’autore, nel corso del testo, che l’analisi delle lotte non può essere scissa da una teoria della crisi e da un’analisi materialistica delle condizioni in cui vengono a svolgersi e del contesto generale in cui si sviluppano.

Non appena le nazioni sovrasviluppate sono entrate in una crisi prolungata, per quanto ineguale, nel repertorio delle azioni collettive è tornata a prevalere la tattica del riot. Ciò è vero sia nell’immaginario popolare sia guardando ai dati (nella misura in cui questi ultimi possono dare adito a una comparazione statistica). A prescindere dalla prospettiva di volta in volta adottata, i riot hanno assunto una granitica centralità sociale. Le lotte del lavoro sono state in buona misura ridotte allo stato di sbrindellate azioni difensive, mentre il riot si propone sempre di più come la figura centrale dell’antagonismo politico, uno spettro che si insinua ora nei dibattiti di matrice insurrezionalista, ora negli ansiosi report governativi, ora sulle copertine patinate delle riviste. I nomi dei luoghi sono diventati punti cardinali della nostra epoca. La nuova era dei riot ha le proprie radici a Watts, Newark e Detroit; passa attraverso Tienanmen Square 1989 e Los Angeles 1992, arrivando, nel presente globale, a São Paulo, Gezi Park e San Lázaro. Il riot si configura come protorivoluzionario in piazza Tahrir, a Exarcheia è quasi permanente, con Euromaidan ha un orientamento reazionario. In una luce più sfumata: Clichy-sous-Bois, Tottenham, Oakland, Ferguson, Baltimora. Troppi, per poterli ricordare tutti4.

Potremmo aggiungere, come fa lo stesso autore in altra parte del testo, le lotte valsusine contro il TAV e dei Gilet Jaune in Francia, che proprio in questi giorni stanno riprendendo vigore intorno alla questione dell’innalzamento dell’età pensionabile proposta da presidente Macron e dal suo governo.

I riot stanno arrivando, alcuni sono già qui e altri sono in preparazione. Non c’è dubbio. Ci vuole una teoria adeguata. Una teoria del riot è una teoria della crisi. Questo è vero, in una dimensione locale e specifica, nel momento in cui i vetri vanno in frantumi e scoppiano gli incendi, quando il riot significa l’irruzione sulla scena, per la durata di poche ore o pochi giorni, di una situazione disperata, di un impoverimento estremo, della crisi di una certa comunità o amministrazione cittadina. Tuttavia, il riot può essere compreso soltanto se lo si considera dotato di valenze interne e strutturali e, per parafrasare Frantz Fanon, nella misura in cui possiamo discernere il movimento storico che gli dà forma e contenuto. A quel punto, ci si deve spostare su altri livelli nei quali la chiamata a raccolta tipica dei riot risulta inscindibile dall’attuale crisi sistemica del capitalismo. Inoltre, in quanto forma particolare di lotta, il riot è illuminante rispetto alla fisionomia della crisi, la rende nuovamente pensabile, e fornisce una prospettiva dalla quale osservarne lo sviluppo5.

Come si afferma ancora nella Nota editoriale del Gruppo di Ricerca Ippolita che ha voluto la pubblicazione del testo in Italia:

Il libro di Clover contribuisce a ridare dignità politica al riot, aiuta a ricostruire storicamente le sue trame costituite in gran parte da rivendicazioni più che legittime, ne propone una teoria in chiave marxiana. C’è, però, un elemento che, più di altri, ci ha convint* a pubblicarlo nella collana “Culture radicali”: il fatto che invita a considerare il riot non solo come una fiammata di malcontento o come una sommossa disordinata, ma, anche e soprattutto, come una formula multipla di proteste appropriata e necessaria, in riferimento a questo particolare momento storico. Esso pertanto comprende diverse forme di protesta: il presidio, il corteo, l’occupazione di piazze, strade, stazioni e così via. L’economia di produzione perde di centralità a vantaggio di quella di circolazione. Ciò fa sì che non sia solo il luogo e il modo a mutare, cioè la fabbrica e lo sciopero, ma necessariamente anche il soggetto che si riconfigura lungo gli assi della razza e – aggiungiamo – del genere, oltre a quello tipico della classe. Elemento, quest’ultimo, che comunque si ridefinisce comprendendo quelle fasce di popolazione tradizionalmente escluse dal concetto novecentesco di proletariato: i corpi che non contano. È sotto gli occhi di tutt*. In una congiuntura unica tra necropolitica di stato, disastro ecologico, neoliberalismo da rapina, tecnologie del dominio, violenza di genere e razzismo, negli ultimi dieci anni ha avuto luogo una serie straordinaria di eventi insurrezionali in ogni angolo del mondo […] In questo groviglio inseparabile di istanze e lotte, la tradizionale contrapposizione tra sciopero e riot salta, non funziona più perché figlia di un’altra epoca. Chi oggi insorge chiede migliori condizioni di vita – non solo un salario migliore –, chiede giustizia nelle sue diverse e numerose declinazioni. Questo percorso è ancora in divenire e, se è difficile prevederne l’esito, è, invece, facile immaginare che questa marea sia solo all’inizio e che non si placherà tanto facilmente. Di tutto ciò Joshua Clover propone una teoria brillante e sofisticata; il nostro intento, pubblicandolo, è che questo testo possa diventare uno strumento utile per le lotte di oggi e di domani6.

Certo, all’interno della teoria e della pratica del riot c’è stato un salto qualitativo rispetto a quelli ancora definiti dal Riot Act emanato da re Giorgio I nel 1714. Non a caso nel testo di Clover l’evoluzione è indicata dall’uso della formula riot-sciopero-riot’ che rinvia immediatamente a quella marxiana dell’accumulazione D-M-D’ , marcando un passaggio per accumulo di esperienze e di istanze che rendono i riot contemporanei diversi da quelli del passato. Intanto perché nel capitalismo attuale la sfera della circolazione si è ampliata ben al di là del mercato come luogo di scambio di merci.

Partendo dall’assunto marxiano che «La circolazione e lo scambio di merci, non crea nessun valore»7, Clover osserva che:

Sono categorie infinitamente problematiche e in questo hanno un peso i limiti di questo tipo di “circolazione”. Lo straordinario sviluppo dei trasporti, uno dei tratti distintivi della nostra epoca, sembrerebbe in un primo momento garantire una soluzione adeguata a questo problema, portando a una circolazione dei prodotti che tende verso la realizzazione come profitto del plusvalore valorizzato altrove. Altri sostengono la tesi contraria, e cioè che lo spostamento nello spazio aumenti il valore di una merce. Di fatto, nella loro accezione più ristretta, i “costi puri di circolazione” potrebbero limitarsi a quelle attività che istituiscono lo scambio stesso, il trasferimento astratto del titolo di proprietà: vendite, contabilità e attività simili. Inoltre, anche la finanziarizzazione e la “globalizzazione” (termine con cui si estende l’estensione verso i confini planetari delle reti e dei processi logistici, guidati dall’innovazione informatica) dovrebbero essere intese come strategie temporali e spaziali orientate verso l’internalizzazione di nuovi input di valore provenienti, rispettivamente, da altri luoghi e da altri tempi. Questo, tuttavia, può soltanto corroborare l’assunto secondo cui la fase attuale del nostro ciclo di accumulazione è definita dal collasso della produzione di valore alla base del sistema-mondo; è per questo motivo che il centro di gravità del capitale si è spostato verso la circolazione, sostenuto dalla troika del toyotismo, dell’informatica e della finanza. I dati sono, in questo senso, illuminanti. Come osserva Brenner, «[d]al 1973 a oggi, la performance economica degli Stati Uniti, dell’Europa occidentale e del Giappone è peggiorata secondo tutti gli indicatori macroeconomici standard, ciclo dopo ciclo, decennio dopo decennio (con la sola eccezione della seconda metà degli anni Novanta)»8. La crescita del PIL globale dagli anni Cinquanta agli anni Settanta è rimasta sempre al di sopra del 4 per cento; in seguito, si è arrestata al 3 per cento o ancora meno, a volte molto meno. Durante la Lunga Crisi, anche il periodo migliore è stato peggiore, nel complesso, della fase peggiore del lungo boom precedente. Anche se stabilissimo che il trasporto può essere parte tanto della valorizzazione quanto della realizzazione del profitto, dovremmo in ogni caso confrontarci con il fatto che i grandi avanzamenti sul piano del trasporto globale e l’accelerazione del tempo di turnover rispetto agli anni Settanta coesistono, nelle maggiori nazioni capitaliste, con il ripiegamento della produzione. […] In ogni caso, né la spedizione delle merci né la finanza sembrano aver arrestato la stagnazione e il declino della redditività globale. […] Tuttavia, questo non significa che tra gli effetti non ci sia stato quello di consolidare i profitti delle singole aziende, che possono ottenere vantaggi competitivi dal calo dei loro costi di circolazione, in una politica beggar thy neighbour (“impoverisci il tuo vicino”) trasposta nell’era dell’informatica. […] Senza addentrarci troppo nel labirinto marxologico, possiamo affermare in modo piuttosto incontrovertibile che nel periodo in questione il capitale, di fronte a profitti notevolmente diminuiti nei settori produttivi tradizionali, va a caccia degli utili oltre i confini della fabbrica – nel settore FIRE (Finance, Insurance e Real Estate), secondo le rotte predisposte dalle reti globali della logistica – pur non trovandovi alcuna soluzione percorribile alla crisi che, in prima battuta, l’ha allontanato dalla produzione. Anzi, l’agitazione è sempre più frenetica, gli schemi più elaborati, le bolle più grandi, e più grandi le esplosioni. In un moto di disperazione dialettica, lo stesso meccanismo che ha incluso il capitale nella sfera fratricida della circolazione a somma zero opera più o meno allo stesso modo nei confronti di un numero crescente di esseri umani. Crisi e disoccupazione, i due grandi temi de Il Capitale, sono entrambi espressione del tragico difetto del capitalismo che, nella ricerca del profitto, deve prosciugarne la sorgente, scontrandosi con i suoi limiti oggettivi nell’incessante rincorsa all’accumulazione e alla produttività […] L’unitarietà di questo fenomeno rende manifesta anche la contraddizione tra plusvalore assoluto e relativo. Le lotte intercapitaliste per ridurre i costi di tutti i processi correlati arrivano alla reiterata sostituzione della forza lavoro con macchine e forme di organizzazione più efficienti, e questo, nel tempo, aumenta la ratio del rapporto tra capitale costante e capitale variabile, tra lavoro morto e lavoro vivo, espellendo l’origine del plusvalore assoluto dalla lotta per la sua forma relativa. La crisi è uno sviluppo di queste contraddizioni fino al punto di rottura. Ciò prevede non tanto una carenza di denaro, bensì il suo sovrappiù. Il profitto maturato giace inutilizzato, incapace di trasformarsi in capitale, poiché non c’è più alcuna ragione abbastanza attrattiva per investire in nuova produzione. Le fabbriche vanno tranquillamente avanti. Cercando salari altrove, chi è stat* licenziat* scopre che l’automazione che avrebbe dovuto ridurre la sua fatica si è ormai generalizzata nei vari settori. Adesso il lavoro non utilizzato si accumula gomito a gomito con la capacità produttiva non utilizzata. È la produzione della non-produzione. Siamo tornati, in una forma in qualche modo diversa, a una questione di classe, nella forma in cui Marx la descrive nel Capitale come “sovrappopolazione consolidata, la cui miseria sta in ragione inversa del suo tormento di lavoro. Quanto maggiori infine sono lo strato dei Lazzari della classe operaia e l’esercito industriale di riserva tanto maggiore è il pauperismo ufficiale. È questa la legge assoluta, generale, dell’accumulazione capitalistica”9.

Chi è espulso, o sta per esserlo, dai luoghi di produzione e dal mercato del lavoro non può far altro che colpire il capitale là dove finge ancora di aggiungere valore ai suoi prodotti ovvero bloccando reti stradali e autostradali, ferroviarie, informatiche e porti. Forse per questo le leggi sui blocchi stradali, come qui in Italia, vanno organizzandosi in forme sempre più dure.
Motivo per cui mentre nel ‘700

lo stato era lontano, mentre l’economia era vicina. Nel 2015, lo stato è vicino e l’economia lontana. La produzione è nebulizzata, le merci sono assemblate e distribuite secondo catene logistiche globali. Anche i prodotti alimentari più basilari possono essere stati prodotti in un altro continente. Nel frattempo, si è sempre a tiro dell’esercito permanente interno d ello stato, progressivamente militarizzato con il pretesto di dover fare la guerra alle droghe o al terrore. Il riot’ non può fare a meno di sollevarsi contro lo stato: non c’è alternativa10.

Tra gli obiettivi immediati, lo abbiamo visto negli Stati Uniti con i riot avvenuti dopo l’uccisione di afroamericani dal 1992 a Los Angeles fino ad oggi, vi sono infatti i commissariati di polizia, luoghi in cui la violenza e la sopraffazione statale espongono spesso il loro vero volto. Ma anche i supermercati o catene di negozi il cui saccheggio odierno finisce col riunire il riot’ con il suo predecessore più antico

La principale difficoltà nella definizione del riot deriva dalla sua profonda correlazione con la violenza; per molti, questa associazione è talmente connotata dal punto di vista affettivo, in una direzione o nell’altra, che è difficile da dissipare, rendendo arduo, in questo modo, osservare anche altri aspetti. Non c’è dubbio che molti riot implichino l’uso della violenza – la stragrande maggioranza, probabilmente, se si includono in questa categoria i danni alla proprietà, o le minacce, tanto dirette quanto indirette. […] Che i danni alla proprietà siano equiparabili alla violenza non è tanto una verità, quanto l’effetto di un’adozione di un particolare discorso sulla proprietà, di origine relativamente recente, che implica una specifica identificazione degli esseri umani con una ricchezza astratta di qualche tipo e che porta, ad esempio, alla considerazione giuridica delle corporations in termini di “persone”. In ogni caso, l’enfasi sulla violenza del riot riesce efficacemente a oscurare la violenza quotidiana, sistematica e ambientale che giorno dopo giorno perseguita le vite di gran parte della popolazione mondiale. La visione di una socialità generalmente pacifica nella quale la violenza scoppia soltanto in circostanze eccezionali è un immaginario che solamente alcuni si possono permettere. Per gli altri – la maggioranza – la violenza sociale è la norma. La retorica del riot violento diventa uno strumento di esclusione, indirizzato non tanto contro la “violenza”, ma contro gruppi sociali specifici. Inoltre, per più di due secoli, anche gli scioperi hanno spesso fatto ricorso alla violenza: battaglie campali tra chi lavora, da un lato, e poliziotti, crumiri e picchiatori mercenari, dall’altro, che al loro culmine assomigliavano a scontri militari11.

Occorre, per motivi di spazio chiudere qui il discorso su un testo che presenta molti validi motivi per essere letto e diffuso, costituendo una sorta di storia del capitalismo e delle sue crisi attraverso lo sguardo dal basso che proviene da chi lotta, in un mondo in cui razializzazione delle lotte e coincidenza tra chi lavora e chi è comunque costretto a consumare apre nuovi e problematici orizzonti di ricerca per il lavoro militante, non soltanto teorico. E anche se molti attivisti e militanti di “sinistra” vorrebbero avere a che fare con lotte e obiettivi già ben delineati e “facili” da perseguire, Clover sottolinea ancora come una caratteristica di queste lotte possa essere quella di una certa familiarità con le destre.

Il tentativo di pseudogolpe attuato negli Stati Uniti il 6 gennaio 2021 è stato senza dubbio un riot di destra, la piazza Syntagma della reazione. Un anno più tardi, sono stati i “Freedom Convoys” ad apparire in varie località, con il blocco delle principali arterie e dei corridoi commerciali come protesta contro i protocolli medici imposti dagli Stati in risposta alla pandemia. I blocchi più duraturi sono avvenuti in Canada, e la parentela di questi riot con la variante nazionale canadese dei gilets jaunes, nel 2019, non è passata inosservata. Tuttavia, quei riot portavano con loro anche i ricordi dei blocchi indigeni sugli assi di comunicazione transfrontalieri, economicamente cruciali, tra il commercio canadese e gli Stati Uniti. Tale deriva attraverso lo spettro politico chiarisce quello che dovrebbe essere già evidente: le lotte della circolazione sono una tecnica. Non hanno un contenuto politico prestabilito. In un certo senso, anzi, il loro contenuto è la mancanza di contenuto: sono lotte che ricevono una definizione in funzione della loro apertura a un ampio ventaglio di attori sociali, e possono quindi diventare la via maestra per l’espressione di una vasta gamma di tensioni sociali. D’altro canto, non si tratta di una situazione completamente amorfa. Questi riot di destra hanno un carattere nazionalista, razzista, devoto alle gerarchie e alle pratiche di dominazione, che non può passare sotto silenzio. Per contro, tale analisi non può essere svincolata dalla constatazione che il declino nelle opportunità di vita è arrivato a lambire quei gruppi sociali che per lungo tempo non ne erano stati toccati: la “classe media”, la petite bourgeoisie, e così via. Il motivo per cui tutto questo arriva talvolta a lambire la sinistra (come per buona parte del movimento Occupy) e talvolta la destra (come per i Freedom Convoys) non è chiaro. Siamo entrati in un periodo storico in cui i palliativi e i disciplinamenti dell’economia sono sempre meno a disposizione, e lo stato è sempre più obbligato a imporre con la forza il proprio ordine, apparendo sempre di più come il principale antagonista in campo. Potrebbe essere che questo sviluppo corrisponda a un indebolimento dello stesso spettro politico destra-sinistra, il cui orientamento, ormai, non è facilmente individuabile tra i poli-, pro- e anti-stato, pro- e anti-capitalismo. Allo stesso tempo e indipendentemente da una simile volatilità ideologica, queste forme di contestazione continuano a essere le armi a disposizione di chi subisce l’esclusione dalla buona vita, di chi soffre lo spossessamento delle proprie terre (senza che vi sia alcun assorbimento nella classe operaia), di chi riceve il marchio generazionale dell’essere stati proprietà di qualcun altro e di chi sperimenta la degradazione nell’ambito del lavoro domestico. È il conflitto che sceglie i propri attori, e non viceversa; questo, tuttavia, non sminuisce in alcun modo le lotte, gli sforzi, i rischi e la furia morale che informano i conflitti, così come non sminuisce il fatto che questa individuazione si basa, tra l’altro, sul fatto che le storie di depauperazione sono anche storie di formazione di classe. Tutto ciò non sminuisce le speranze di emancipazione che hanno queste persone. Ed è questo che, con ogni probabilità, manda in tilt l’equilibrio rappresentato dalla terza ambiguità. Le lotte della circolazione, in costante crescita, non si assoggettano con facilità ad alcuna volontà politica e sono qui per restare. In questo frangente, le loro tecniche possono essere appropriate da qualsiasi tipo di gruppo sociale, anche da quelli che aspirano a una distruzione reciproca. Chi continuerà a ribadire la qualità emancipatrice di tali lotte dovrà accettare il fatto che dentro alla rivoluzione ce n’è sempre un’altra: non una rivoluzione centrata sul significato di queste lotte, ma su quello che esse riusciranno a realizzare, sul loro ambiguo futuro12.

* Il titolo scelto vuole costituire un omaggio a uno degli studi più significativi sulla violenza nella storia e nella società, Rising Up and Rising Down, un trattato sulla violenza in sette volumi di 3.300 pagine di William T. Vollmann. Pubblicato all’inizio deI 2004 negli USA ha visto, l’anno successivo, l’uscita di una versione ridotta a un solo volume che rappresenta il frutto di oltre vent’anni di lavoro, uscita in Italia con il titolo Come un’onda che sale e che scende. Pensieri su violenza, libertà e misure di emergenza (Mondadori 2007 – oggi ripubblicato da Minimum Fax, 2022).


  1. Cfr.: M. Nacci, L’antiamericanismo in Italia negli anni Trenta. Bollati Boringhieri 1989 e la polemica tra Togliatti ed Elio Vittorini sui contenuti di «Il Politecnico», una rivista di politica e cultura fondata dallo stesso Vittorini, pubblicata a Milano dal 29 settembre 1945 al dicembre1947. Il periodico basato su un programma antiaccademico, pragmatico e divulgativo pur senza cedere al “popolare”, conteneva, tra le altre cose, saggi di sociologia e testi di letteratura americana. Cosa che continuava la ricerca di nuove e vitali esperienze letterarie già avviata da Vittorini con la sua celebre antologia Americana, uscita nel 1942 ma accompagnata, come afferma Michela Nacci nel suo lavoro sull’antiamericanismo, da «un’introduzione di Emilio Cecchi. Qui si possono leggere alcune tra le frasi più velenose che la civiltà americana abbia mai suscitato nei suoi critici, qui stanno alcuni dei giudizi più pesanti su quella letteratura, qui il mito positivo trova posto solo come tendenza da combattere; la letteratura americana è “letteratura barbara, o in certo qual modo primitiva”, è “come dementata e percossa dal ballo di san Vito”» ( p. 14). Tale introduzione all’antologia sarebbe stata rimossa soltanto nell’edizione Bompiani del 1968.  

  2. J. Clover, Lotte della circolazione: tre ambiguità in J. Clover, Riot. Sciopero. Riot. Una nuova epoca di rivolte, Meltemi editore, Milano 2023, p.220  

  3. J. Clover, Riot. Sciopero. Riot, op. cit., p. 49  

  4. Ibidem, p.21  

  5. Ibid, p. 19  

  6. Gruppo di Ricerca Ippolita, Nota editoriale in J. Clover, op. cit., pp. 9-10.  

  7. K. Marx, Das Kapital [1867]; tr. it. di A. Macchioro, B. Maffi (a cura di), Il Capitale, UTET, Torino 1996, p. 214  

  8. R. Brenner, What’s Good for Goldman Sachs, prologo all’edizione spagnola di The Economics of Global Turbulence [2006], La economía de la turbulencia global, Akal, Madrid 2009, p. 6.  

  9. J. Clover, op. cit., pp.41-45  

  10. Ibidem, p. 48  

  11. Ibid., pp. 30-31  

  12. Ibid, pp. 230-232. Sugli stessi temi si veda anche S. Moiso (a cura di), Guerra civile globale. Fratture sociali del terzo millennio, Il Galeone Editore, Roma 2021  

Share

Come un’onda che sale e che scende* è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>
Scenari videoludici di guerra civile americana https://www.carmillaonline.com/2023/01/24/scenari-videoludici-di-guerra-civile-americana/ Tue, 24 Jan 2023 21:01:31 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=75404 di Gioacchino Toni

Ricostruire sui ruderi di un esperimento fallito ripetendo gli stessi errori

«Questo videogioco [Days Gone] racconta la storia di un operaio assediato dalle forze della globalizzazione, un soggetto in larga parte ignorato dalle forze politiche tradizionali. Un soggetto diffidente delle istituzioni, arrabbiato e impaziente. Un soggetto che prova nostalgia per un’immagine dell’America come terra di opportunità, una terra promessa costruita sui valori dell’espansionismo e della colonizzazione, sul mito della frontiera». In Days Gone i panorami americani vengono rappresentati «attraverso una visione di mondo antropocentrica ed estrattiva, per cui la natura è concepita unicamente come una serie di risorse [...]

Scenari videoludici di guerra civile americana è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>

di Gioacchino Toni

Ricostruire sui ruderi di un esperimento fallito ripetendo gli stessi errori

«Questo videogioco [Days Gone] racconta la storia di un operaio assediato dalle forze della globalizzazione, un soggetto in larga parte ignorato dalle forze politiche tradizionali. Un soggetto diffidente delle istituzioni, arrabbiato e impaziente. Un soggetto che prova nostalgia per un’immagine dell’America come terra di opportunità, una terra promessa costruita sui valori dell’espansionismo e della colonizzazione, sul mito della frontiera». In Days Gone i panorami americani vengono rappresentati «attraverso una visione di mondo antropocentrica ed estrattiva, per cui la natura è concepita unicamente come una serie di risorse da sfruttare, come un diritto inalienabile e indiscutibile. I giocatori si muovono tra le rovine dell’America, costruendo una nuova nazione sui ruderi di ciò che potremmo definire un esperimento fallito: anche se il gioco non lo esplicita, sono condannati a ripetere gli stessi errori» (pp. 251-252).

Così, in estrema sintesi, viene descritto il videogioco Days Gone (2019) – sviluppato da SIE Bend Studio e pubblicato da Sony Interactive Entertainment – da Soraya Murray, L’America è morta, viva l’America. L’affettività politica in Days Gone1, in Matteo Bittanti (a cura di), Reset. Politica e videogochi (Mimesis, 2023) [su Carmilla].

Days Gone è un action-adventure open world in terza persona con caratteristiche tipiche del survival horror ambientato nelle zone rurali dell’Oregon, in un’America post-apocalittica, in cui imperversa un’alterità radicale, il freaker, un essere mostruoso geneticamente modificato simile alla figura dello zombie contemporaneo. Il giocatore è tenuto a identificarsi con Deacon St. John, ex-militare bianco, che vagabonda disilluso a cavallo della sua motocicletta tra le rovine di una società piombata in una guerra civile che contrappone le stesse piccole comunità separatiste che si sono venute a creare dopo l’apocalisse che ha dilaniato il Paese a stelle e strisce.

Il protagonista/giocatore è costretto a fare i conti non soltanto con i temibili freaker e con feroci animali selvatici, ma anche – analogamente a quanto avviene nella serie televisiva The Walking Dead (dal 2010) ideata da Frank Darabont, tratta dai fumetti (dal 2003) di Robert Kirkman [su Carmilla 1  2] –, con le diverse fazioni di sopravvissuti contraddistinte da specifiche caratteristiche valoriali che spaziano dall’ideologia libertaria (nell’accezione americana anarcocapitalista) al fondamentalismo religioso, dal militarismo fortemente gerarchizzato alla logica concentrazionaria, ecc. Insomma, l’universo messo in scena da Days Gone è caratterizzato dal conflitto pervasivo, dall’inimicizia e da una violenza generalizzata e se per sopravvivere qualche forma di collaborazione reciproca si rende necessaria, occorre però far affidamento sulla diffidenza nei confronti di tutto e tutti.

Se in altra sede Soraya Murray si è preoccupata di interpretare in chiave ideologica la logica di rappresentazione del videogioco2, in questo saggio ha preferito indagarlo nella sua dimensione affettiva espressa da una peculiare esperienza estetica, in quanto convinta che è proprio nello spazio emotivo che, per usare le parole di Jennifer Doyle, “gli effetti devastanti dell’ideologia diventano particolarmente evidenti”3. Secondo Murray «Days Gone esprime in forma estetica una svolta ideologica: dall’espansione globale neoliberista alla spinta verso il nazionalismo e l’autosufficienza» (p. 221).

Alla studiosa «interessa comprendere come l’attraversamento spaziale e la temporalità degli ambienti simulati contribuiscono al portato affettivo complessivo del videogioco [e] come l’atmosfera stessa del videogioco possa comunicare particolari stati d’animo attraverso l’organizzazione dello spazio virtuale» (p. 222). Secondo Murray l’analisi di Days Gone aiuta a comprendere meglio l’ansia diffusa che permea il contesto socio-politico statunitense.

Nel videogioco il collasso sociale ed economico degli Stati Uniti è stato causato da un contagio, tema ricorrente in numerose opere cinematografiche recenti4, in questo caso diffuso involontariamente da Sarah, la moglie del protagonista, costretta pertanto a essere perseguitata dal senso di colpa e a cercare una soluzione scientifica al disastro che ha maldestramente causato. Il videogioco, però, sostiene Murray, più che sul misogino stereotipo dell’incoscienza femminile muove accuse anti-governative e anti-scientifiche: politica e scienza, insomma, sono considerati i veri responsabili del disastro apocalittico.

Murray sottolinea come se da un lato Days Gone, al pari di molti videogame, permette una certa customizzazione dei dettagli, dall’altro propone l’immedesimazione in un personaggio decisamente strutturato degli elaboratori del gioco caratterizzato dai cliché del maschio bianco tradizionalista e normativo incarnante i valori dell’intraprendenza, della forza e della durezza emotiva, reduce di guerra senza aver ricevuto per i sui servigi alla nazione un adeguato riconoscimento.

L’appeal ideologico di Days Gone, secondo la studiosa, si rifà allo stato d’animo rancoroso diffusosi negli Stati Uniti a partire dall’elezione del presidente Barack Obama del 2012 – soprattutto tra i bianchi della classe operaia e della middle class impoverita – in risposta al percepito decadimento dell’America tradizionale. Tale senso di frustrazione, di vittimizzazione del maschio bianco, ha determinato il «desiderio di “riprendersi” a tutti i costi la nazione, rendendola nuovamente grande» (p. 231) scemando facilmente in xenofobia nei confronti di tutte quelle forze aliene che assediano il Paese.

«Nel contesto della crescente polarizzazione tra l’Occidente e gli Altri, lo scenario survivalista attesta l’ansia diffusa di parte della popolazione che si sente vittima della globalizzazione» (pp. 231-232). Nel protagonista Deacon, così come in altri personaggi che popolano Days Gone, non è difficile vedere la «rappresentazione del bianco americano che si sente assediato e perseguitato» (p. 232), sebbene, sostiene Murray, non sia assimilabile alla classica figura del razzista o del suprematista bianco; in diverse occasioni egli disprezza i personaggi più marcatamente razzisti e intolleranti e non manca di allearsi con personaggi di colore con i quali, in alcuni casi, manifesta una qualche prossimità affettiva.

Come avviene in diversi film hollywoodiani post-apocalittici, anche in Days Gone spetta a un protagonista maschile bianco dare un ultima speranza all’umanità di ristabilire l’ordine dei tempi andati: se l’apocalisse è vista come evento che scombussola l’esistenza degli uomini bianchi, non può che spettare a questi il compito di risolvere la situazione. «Days Gone promuove l’idea che l’individuo è un agente libero e autonomo, che il capitalismo sopravviverà all’apocalisse e che lo sforzo umano individuale è più efficace dell’azione collettiva. Days Gone mostra come un soggetto forte possa adattarsi al panico e superare la crisi» (p. 236).

In termini di gameplay, l’intensità affettiva del videogioco alterna fasi di offesa (che prevedono l’eliminazione dell’Altro) e di difesa (sopravvivenza). Days Gone ci dice che il mondo è ostile, siamo soli, non possiamo contare su nessun altro al di fuori di noi stessi, dunque dobbiamo sopravvivere, sopravvivere, sopravvivere. Chi sopravvive? I fanatici delle armi da fuoco, gli ex soldati traumatizzati, i malvagi immorali senza scrupoli. Ci sono inoltre i “lavoratori essenziali”: meccanici, operai edili, carpentieri. In breve, uomini e donne della classe operaia che si sporcano le mani per garantire la sopravvivenza della civiltà, ma che sono sistematicamente sfruttati, sottovalutati e infine sacrificati (p. 236).

Donald Trump ha saputo sfruttare a proprio vantaggio tale immaginario insistendo nell’indicare nella globalizzazione la causa dell’erosione sociale della classe operaia e di quella media proletarizzatasi e prendendo costantemente le distanze dalla classe politica, contribuendo così alla sua delegittimazione.

Trump ha descritto gli Stati Uniti come una nazione inerte di fronte a legioni di criminali, spacciatori e stupratori provenienti dal Messico, disumanizzando gli immigrati con l’epiteto di “bestie”. Tra le soluzioni che ha proposto per arginare “la piaga”, spiccano le deportazioni di massa e la costruzione di un grande muro. Il “flusso” di cui parla può anche essere letto in relazione ai flussi globali di corpi, capitali e informazioni che caratterizzano la globalizzazione, un processo che produce manodopera a basso, anzi bassissimo costo, con la quale i lavoratori americani non possono competere (pp. 238-239).

Una parte importante dell’analisi di Murray riguarda il ruolo politico che viene ad avere il paesaggio in Days Gone. Nel videogioco il paesaggio viene presentato come un ambiente naturale e selvaggio invaso da una forza aliena che deve essere riconquistato, “ripulito dai nemici” al fine di ripristinare le “condizioni iniziali”.

La necessità di tale incombenza non è comunicata in forma verbale bensì spaziale, ovvero attraverso la messinscena di un territorio connotato come una risorsa limitata che appartiene di diritto a un gruppo specifico. In questo contesto, possiamo scorgere ovunque i detriti di una civiltà ormai perduta che tuttavia non si rassegna all’oblio. Laddove la società precedente era fondata sul consumismo, nel “nuovo mondo” il valore delle cose dipende dalla loro utilità pratica. Days Gone è strutturato sulla base di processi “naturali” legati ai comportamenti degli animali, degli infetti e delle persone. Tali comportamenti hanno un effetto diretto sulle azioni dei giocatori, sulle opportunità e sui risultati possibili nello spazio di gioco. […] L’ambiente simulato – che mostra un paesaggio tentacolare e maestoso, ricco di risorse, nella vibrante e grandiosa riproduzione del Pacifico nord-occidentale – promette una reinvenzione degli Stati Uniti come nuovo Eden, una fantasia di abbondanza, l’utopia della vita agreste (p. 248).

In conclusione, sostiene Murray, si può affermare che Days Gone comunica un messaggio autarchico e, pur non scemando nel complottismo, esprime una retorica anti-governativa, promuovendo «un’ideologia libertaria, basata sul primato del singolo rispetto alla collettività, e celebra la libertà personale come valore assoluto» (pp. 249-250). Non a caso sul piano narrativo tale videogioco può essere assimilato a un western in cui il protagonista, una sorta di fuorilegge, non rinuncia alla propria individualità, evita di unirsi in modo permanente con una delle fazioni in lotta e palesa una sorta di atavica diffidenza nei confronti di ogni iniziativa istituzionale: «Forte di una rappresentazione del paesaggio che segue il canone del sublime, combinata all’affetto politico anti-governativo e anti-scientifico, Days Gone mette in scena uno dei miti fondanti dell’America» (p. 250).

L’importanza di Days Gone, afferma la studiosa, «non risiede tanto nel suo messaggio politico, quanto nella capacità di veicolare una specifica affettività politica. […] Immergendosi per un lungo frangente temporale negli spazi di Days Gone, è possibile accedere all’intensità affettiva del sentimento politico che si è sviluppato negli Stati Uniti nel modo in cui si è sviluppato» (pp. 252-253).

 

 


  1. Versione in lingua inglese: America is Dead. Long Live America! Political Affect in Days Gone, in “European Journal of American Studies”, Special Issue – Video Games and/in American Studies: Politics, Popular Culture, and Populism, vol. 16, n. 3, 2021. Disponibile online [link], data di consultazione 24 gennaio 2023. 

  2. Soraya Murray, On Video Games: The Visual Politics of Race, Gender and Space, I.B. Tauris, London 2018 

  3. Jennifer Doyle, Hold It Against Me: Difficulty and Emotion in Contemporary Art, Duke University Press, Durham, North Carolina 2013, p. XI. 

  4. Ad esempio: La città verrà distrutta all’alba (The Crazies, 2010) di Breck Eisner e Dawn of the Dead (2004) di Zack Snyder, derivati dagli omonimi film del 1973 e del 1978 di George A. Romero; Io sono leggenda (I Am Legend, 2007) di Francis Lawrence, tratto dall’omonimo romanzo del 1954 di Richard Matheson; 28 giorni dopo (28 Days Later, 2002) di Danny Boyle; Contagion (2011) di Steven Soderbergh; World War Z (2013) di Mark Forster, derivato da un romanzo del 2006 di Max Brooks ecc. 

Share

Scenari videoludici di guerra civile americana è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>
Astronavi nell’infinito, fra incubi e sogni https://www.carmillaonline.com/2023/01/23/astronavi-nellinfinito-fra-incubi-e-sogni/ Mon, 23 Jan 2023 21:00:59 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=75717 di Paolo Lago

M. Tetro, R. Azzara, Astronavi. Le storie dei vascelli spaziali nella narrativa e nel cinema di fantascienza, Odoya, Bologna, 2022, pp. 383, euro 22,00.

In una scena del dramma Vita di Galileo (1938-39) di Bertolt Brecht, lo scienziato pisano, parlando con Andrea Sarti, figlio della sua governante, così afferma: “Io ho in mente che tutto sia incominciato dalle navi. Sempre, a memoria d’uomo, le navi avevano strisciato lungo le coste: ad un tratto se ne allontanarono e si slanciarono fuori, attraverso il mare. Sul nostro vecchio continente allora si sparse [...]

Astronavi nell’infinito, fra incubi e sogni è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>

di Paolo Lago

M. Tetro, R. Azzara, Astronavi. Le storie dei vascelli spaziali nella narrativa e nel cinema di fantascienza, Odoya, Bologna, 2022, pp. 383, euro 22,00.

In una scena del dramma Vita di Galileo (1938-39) di Bertolt Brecht, lo scienziato pisano, parlando con Andrea Sarti, figlio della sua governante, così afferma: “Io ho in mente che tutto sia incominciato dalle navi. Sempre, a memoria d’uomo, le navi avevano strisciato lungo le coste: ad un tratto se ne allontanarono e si slanciarono fuori, attraverso il mare. Sul nostro vecchio continente allora si sparse una voce: esistono nuovi continenti. E da quando le nostre navi vi approdano, i continenti ridendo dicono: il grande e temuto mare non è che un po’ d’acqua”. Probabilmente, la letteratura e il cinema di fantascienza hanno dischiuso un immaginario simile: hanno permesso che gli aerei o qualsiasi tipo di ‘macchine volanti’ non ‘strisciassero’ più attaccati al pianeta, ma si slanciassero al di fuori della sua atmosfera, nello spazio più profondo. In definitiva, cos’altro sono le astronavi se non aerei che si innalzano nel cielo, oltre ogni confine o, per l’appunto, navi che si distaccano dal mare per dirigersi verso gli ‘astri’? Luciano di Samosata (II sec. d.C.), nella “Storia vera”, immagina infatti che sia proprio una nave, sollevata in aria da un tifone, a compiere un viaggio sulla Luna, dove l’equipaggio (di cui faceva parte lo stesso autore) avrebbe incontrato la stirpe dei Seleniti. D’altra parte, celebri astronavi come la corazzata Yamato, che incontriamo originariamente nella serie d’animazione giapponese “Star Blazers” (1974-1981), o l’Arcadia di Capitan Harlock, appartenente al manga “Capitan Harlock” (1977-1979) di Leiji Matsumoto, non sembrano vere e proprie navi che hanno preso il volo? La prima ha l’aspetto e il nome di una corazzata della Marina Militare giapponese della Seconda Guerra Mondiale, mentre la seconda, connotata come una nave pirata, ha il cassero di poppa di un vascello settecentesco.

Michele Tetro e Roberto Azzara, nel loro bel libro, ci offrono una convincente cronistoria illustrata “dei vascelli spaziali nella narrativa e nel cinema di fantascienza”, dalle prime testimonianze letterarie e cinematografiche fino ai giorni nostri. Le astronavi e le basi spaziali di alcuni fra i più noti film di fantascienza, alle quali è dedicata la seconda parte del saggio, sono descritte e raccontate come se fossero reali per cui, spesso, in modo straniante, ci troviamo di fronte a delle vere e proprie ‘schede tecniche’; leggendole, per qualche attimo, il nostro senso di realtà vacilla e si interseca con l’immaginario fino a chiederci: “ma allora sono esistite ed esistono davvero!”. La prima parte del libro è dedicata a un’altra cronistoria, stavolta su “una, cento, mille navi stellari”, fin da quando “le silenziose distese cosmiche si affollarono di mezzi artificiali di ogni sorta, riducendo alla portata umana gli abissi dell’Universo insondabile, là dove, invece, nella realtà, l’umanità stava ancora muovendo i primi, timidi passi al di fuori dell’atmosfera terrestre, a bordo di minuscole e claustrofobiche capsule Mercury o Vostock, unicamente abilitate al volo orbitale”. La terza parte prende curiosamente in esame “l’astronave che s’indossa”, cioè la tuta spaziale, elemento presente in pressoché tutti i film che narrano viaggi nel cosmo: l’immaginario cinematografico ha creato infatti tute spaziali di diverse forme e fogge, dalle più fantasiose alle più realistiche. Infine, a chiudere il libro, incontriamo un’intervista al grafico modenese Roberto Baldassarri, autore di straordinari disegni tecnici relativi ai mezzi spaziali e alla base “Alpha” della serie tv inglese Spazio 1999 (Space: 1999, 1974-1977).

Gli autori sottolineano come nel tempo sia cambiata l’estetica dell’astronave: dall’aspetto sigariforme del razzo (che incontriamo fin dal Voyage dans la lune, 1902, di Georges Méliès) a quello sferico del disco volante, per assumere le forme più svariate che rappresentano una specie di ibrido fra queste due originarie (come, ad esempio, la Enterprise di Star Trek). Le rappresentazioni iconografiche delle astronavi sono poi il frutto dell’immaginario di autentici artisti: Chesley Bonestell, che inizia la sua carriera di pittore dello spazio nel 1944; Chris Foss, nato nel 1946, “che portò la space art a livelli di qualità assoluti” (peccato che le immagini del libro siano in bianco e nero: sarebbe stato bello vedere quei “cromatismi accesi” delle navi spaziali di Foss, come recita una didascalia); gli italiani Franco Storchi, Michelangelo Miani, Franco Brambilla e Luca Oleastri, autori di “grandiose” e “magnifiche” navi spaziali.

Come afferma Michel Foucault in una conferenza radiofonica del 1966 dal titolo Des espaces autres (cioè gli “spazi altri” o “eterotopie”) la nave “è la maggiore riserva della nostra immaginazione” perché è il mezzo attraverso cui la fantasia umana ha varcato confini, ha liberato il proprio sapere (come dice il Galileo di Brecht), ha tenuto vivo il fuoco del suo immaginario. La nave, secondo lo studioso francese, “è un pezzo di spazio vagante, un luogo senza luogo che vive per se stesso, chiuso in sé, libero per certi aspetti ma fatalmente consegnato all’infinito del mare” che “giunge fino alle colonie”. È “l’eterotopia per eccellenza”: strumento di connessione, di contatto, di scambio, di slancio libero nell’ignoto della fantasia liberata. Lo stesso, credo, può dirsi di un’astronave: spazio chiuso in sé, dove si può radunare la stessa umanità superstite in viaggio verso nuovi mondi da colonizzare (come nella serie Lost in space e nei film da essa derivati), luogo aperto ad altri luoghi e ad altri incontri, anche con le alterità aliene più terribili e letali (come in Alien di Ridley Scott), microcosmo in viaggio verso sognati percorsi di liberazione ma anche verso gli incubi più inquietanti.

Allora, nella seconda e più corposa parte del libro, dal titolo “Astronavi nell’infinito”, alcune fra le più iconiche e celebri astronavi del cinema e della televisione si dischiudono di fronte al nostro sguardo offrendoci il loro contenuto di sogni, ma anche di incubi. Una delle astronavi più celebri, sia in televisione che al cinema, è sicuramente la Enterprise della serie Star Trek (1966-1969), ideata da Gene Roddenberry. La forma della prima Enterprise conosciuta dal pubblico (perché, in effetti, nella serie e nei suoi derivati ci sono molte astronavi che portano questo nome), come già notato, “non era quella classica delle astronavi che si vedevano nelle produzioni di fantascienza precedenti o coeve, solitamente a missile sigariforme o a «disco volante», ma si presenta quasi come un incrocio di questi due elementi: una sezione a disco innestata a una sezione tubolare con due motori appunti sigariformi”. L’Enterprise non è solo un mezzo di trasporto, come scrivono gli autori, ma una vera casa e un’amica, un vero e proprio “personaggio” tra i personaggi, “un elemento indispensabile per l’essenza stessa del telefilm”. L’Enterprise di Star Trek, una serie celeberrima anche in Italia (dove arrivò nel 1979) con personaggi cult come il capitano Kirk o il “vulcaniano” Spoke, ha dischiuso a spettatori e appassionati un immaginario ricco di innumerevoli viaggi nello spazio profondo. Come, del resto, ha fatto quella che è a buon diritto considerata la più importante pellicola di fantascienza mai realizzata, nonché uno dei capolavori della storia del cinema, 2001: Odissea nello spazio (2001: A Space Odissey, 1968) di Stanley Kubrick. La Discovery 1 del film è dotata di un’intelligenza artificiale dal nome di HAL 9000, programmata per simulare atteggiamenti umani e interagire con gli astronauti. È stato proprio questo computer superumano a provocare il disastro della “missione Giove” e la morte di quattro membri dell’equipaggio: l’astronave ‘senziente’ del film si presenta perciò come una specie di antesignana delle più diverse intelligenze artificiali che interferiscono con la volontà umana in molti successivi film di fantascienza. L’astronauta Bowman, unico superstite a bordo, dopo essere riuscito a ‘lobotomizzare’ HAL 9000, si perde con la Discovery tra i satelliti di Giove, senza più riuscire a tornare indietro. Nel film di Kubrick ci sono anche altri mezzi spaziali assimilabili al concetto di ‘astronave’: ad esempio, la “Stazione Spaziale 5”, dalla forma di una gigantesca ruota (che probabilmente ha ispirato l’“arca”, dalla stessa forma, dove si raccoglie l’umanità superstite dopo un disastro atomico, nella serie tv The 100), tappa intermedia di rifornimento per i voli Terra-Luna, o l’aereo spaziale “Orion III”, logica evoluzione dei reali space shuttle, somigliante ad aerei di linea “Boeing 737”.

Di forma circolare, come la “Stazione Spaziale 5”, è anche la stazione orbitante di Solaris, romanzo di fantascienza di Stanislaw Lem del 1961, dal quale Andrej Tarkovskij ha tratto il suo film del 1972. Vero e proprio spazio ‘altro’ creatore di incubi provenienti dai fantasmi dell’inconscio dei personaggi, la stazione orbitante intorno al pianeta ‘senziente’ Solaris, nel film del regista russo, perde le classiche connotazioni fantascientifiche per assumerne altre, simboliche e legate all’immaginario poetico di Tarkovskij. Quest’ultimo, infatti, diffonde “in ogni dove tutta una serie di oggetti inammissibili su una stazione orbitante e del tutto improbabili nel cinema dedicato all’avventura spaziale”, fra cui icone della tradizione russa, servizi da tè in ceramica, statue greche, classici antichi e moderni, raffigurazioni artistiche di scuola fiamminga, lampadari con gocce di cristallo, candelabri. Lo spazio della stazione spaziale del film di Tarkovskij viene decontestualizzato e ricostruito secondo l’immaginario artistico dell’autore. Un altro ambiente per certi aspetti decontestualizzato dai cliché che prevedono lo spazio delle astronavi come perfetto ed asettico è quello che caratterizza gli interni della Nostromo di Alien (1979) di Ridley Scott. All’inizio del film, dopo alcune immagini che mostrano in navigazione il gigantesco ‘rimorchiatore’ spaziale rappresentandolo come una specie di terribile mostro che solca oscuri abissi, vediamo gli interni dell’astronave prima del risveglio dell’equipaggio. La macchina da presa si insinua nei corridoi con movenze quasi da film horror, come se dietro ogni angolo si potesse già incontrare la terribile creatura aliena che sterminerà pressoché tutto l’equipaggio. Gli interni e gli oggetti elettronici presenti, i computer di bordo, sembrano pervasi da un alone di antiquata marcescenza segnata dal rintocco di due uccellini meccanici che – al pari degli automi-giocattolo che abitano la casa di J.F. Sebastian in Blade Runner (1982) dello stesso Scott – si muovono a scatti in un tetro abisso di silenzio. Successivamente, quando gli esseri umani riprendono possesso dell’ambiente, durante il loro pasto, quello stesso ambiente si trasforma quasi nella familiare cucina di casa dove si bevono tazze di caffè e si fumano sigarette. Gli interni della “Nostromo” appaiono perciò intrisi anche di un sentore di quotidianità non presente in nessun’altra astronave precedente.

Al gotico e inquietante aspetto esteriore della Nostromo si ispira successivamente la Event Horizon di Punto di non ritorno (Event Horizon, 1997) di Paul W. Anderson. L’astronave, il cui motore era in grado di creare un varco dimensionale per spostamenti rapidi negli abissi spaziali, “ricorda più una cattedrale gotica che una moderna astronave sperimentale” configurandosi come “una dichiarata magione spaziale infestata”. Non a caso, lo scenografo David Sharpe “ha affermato di essersi ispirato per il progetto della nave alla cattedrale di Notre-Dame, con i due propulsori laterali a fungere da campanili”. La gigantesca astronave scompare misteriosamente per poi riapparire di fronte alla nave di recupero Lewis and Clark configurandosi come un’astronave fantasma, quasi come una versione spaziale del cupo e spettrale vascello dell’“Olandese volante”. Se la Event Horizon appare come un’improbabile cattedrale gotica volante, ben più realistica è invece la Endurance di Interstellar (2014) di Christopher Nolan. Essa, infatti, si può considerare come “una delle più verosimili astronavi a lungo raggio viste in un’opera cinematografica”. D’altra parte, come ricordano gli autori del libro, lo stesso scenografo Nathan Crowley “affermò che l’intenzione era quella di evocare nel film una nuova generazione di possibili astronavi della NASA”. L’Endurance è una di quelle navi spaziali progettate per portare in salvo l’umanità dalle catastrofi terrestri, nella fattispecie la “Piaga”, un parassita in grado di distruggere tutte le coltivazioni della Terra. In questo caso, allora, l’incubo è rappresentato dallo stesso ambiente terrestre, sottoposto a ipersfruttamento e inquinamento, mentre il sogno si intravede nei più lontani interstizi extraterrestri.

Dopo la lettura del libro, aumenta quindi la convinzione che anche le astronavi siano “eterotopie per eccellenza”, secondo la definizione di Foucault riferita alle navi. Luoghi senza luogo, chiusi in sé ma anche fatalmente aperti, consegnati all’infinità del cosmo. E se quest’ultimo, sostituendosi al mare, diviene un nuovo vettore di “spazio liscio”, per usare un termine coniato da Gilles Deleuze e Félix Guattari, è proprio in esso che si muovono i veicoli spaziali, nuovi nomadi di sogni che spalancano inusitati territori per l’immaginario liberato. Scrigni che aprono fantasie, percorsi inesplorati e sconosciuti, inedite linee di fuga perennemente in bilico fra incubi e sogni.

Share

Astronavi nell’infinito, fra incubi e sogni è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>
Rachele e il Minotauro (parte 2) https://www.carmillaonline.com/2023/01/23/rachele-e-il-minotauro-parte-2/ Mon, 23 Jan 2023 06:00:16 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=75675 di Marco Codebò

Il primo è tornato il giorno di Santo Stefano. Tranquillo, ben rasato, ha aperto la porta di casa, appeso all’attaccapanni il loden verde oliva che indossava il giorno del rapimento e una volta in cucina, tirati fuori dalla credenza la moka e il barattolo della miscela Lavazza, si è preparato una tazzina di caffè come Dio comandava. Due ore dopo lo travolgevano gli abbracci della moglie e delle figlie, rientrate a casa dopo un pranzo dagli zii non si aspettavano di trovarlo lì, in un’onda piena di emozione saggiamente mantenuta [...]

Rachele e il Minotauro (parte 2) è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>

di Marco Codebò

Il primo è tornato il giorno di Santo Stefano. Tranquillo, ben rasato, ha aperto la porta di casa, appeso all’attaccapanni il loden verde oliva che indossava il giorno del rapimento e una volta in cucina, tirati fuori dalla credenza la moka e il barattolo della miscela Lavazza, si è preparato una tazzina di caffè come Dio comandava. Due ore dopo lo travolgevano gli abbracci della moglie e delle figlie, rientrate a casa dopo un pranzo dagli zii non si aspettavano di trovarlo lì, in un’onda piena di emozione saggiamente mantenuta all’interno delle mura domestiche. Come se nessuna brutale violenza l’avesse mai interrotta, la vita ha ripreso il suo trantran il giorno dopo: lavoro, pausa pranzo, lavoro, ritorno a casa, cena, televisione, riposo notturno, sveglia. Una discretissima azione di polizia ha ridotto le indagini all’espletamento di una serie di pratiche burocratiche, mentre dal canto loro sia i vicini che i colleghi, e persino i compagni di scuola delle ragazze, riducevano al minimo le domande come in un tacito accordo a tenere basso il profilo di quel ritorno. O forse perché non c’era proprio niente da chiedere e tutti lo sapevano e basta cos’era successo.

Pian piano anche gli altri sono tornati. Seguendo lo stile del primo tutti si sono comportati con grande sobrietà, in questo seguiti dalle famiglie e dagli amici. Nessuna gioia esagerata, ridotto al minimo il contatto coi media, peraltro essi stessi alquanto misurati nel dare risalto alla vicenda, del tutto assente, soprattutto, il desiderio di indagare, e nel caso rivendicare e ottenere giustizia. Sia come sia dopo due anni da quand’era cominciata, con il ritorno a casa degli ultimi sequestrati qualche giorno prima di Natale, quella tragica storia poteva dirsi se non risolta, perché troppi misteri rimanevano insoluti, per lo meno conclusa.

Ma non per tutti. Verso la metà di febbraio tre redattori di quegli stessi quotidiani di Centralia che tanto si erano battuti per l’accertamento della verità e avevano pagato un certo prezzo, no di sangue no, ma certo di angoscia e paura, hanno ricevuto la lettera di una certa Rachele, che è un nome d’arte che ho scelto per garantire l’anonimato dell’autrice della missiva. Scriveva Rachele che suo fratello mancava da casa da un anno e mezzo, era al lavoro, l’officina comunale per lo smaltimento dei rifiuti tossici, e lì erano venuti a prelevarlo tre tipacci mal rasati in giacca di pelle e guanti neri. Lei si era subito data da fare. Aveva chiesto aiuto in parrocchia, al sindacato dei dipendenti comunali, ad un noto avvocato da sempre impegnato in coraggiose battaglie civili, e aveva anche iniziato discrete indagini ascoltando i discorsi per strada e in autobus o leggendo le incontrollabili teorie dei bloggers sul web. E non ci aveva messo molto a capire che non c’era nulla da fare, alle prese con una forza muta tanto più potente di lei, non le rimaneva che tenere in ordine la camera del fratello, spolverare i mobili, spazzolargli i vestiti, spazzare il pavimento, qualche volta persino rifargli il letto, ed aspettare. E il tempo se n’era andato così, con lei che teneva orecchie e occhi sempre ben aperti finché come tutti si era resa conto che qualcuno degli assenti era di nuovo al suo posto, che certe facce tese che prima incontrava in metro si aprivano ora in larghi sorrisi, che insomma era questione di far passare qualche settimana, un mese forse o al massimo due e avrebbe sentito la chiave del fratello girare nella serratura della porta di casa. Di tempo ne era passato molto di più, scriveva, e qualcosa non tornava. Non poteva esserne certa perché lei le sue notizie le raccoglieva, come aveva detto, o per strada o su internet, ma sospettava che la pratica dei sequestri fosse finita da tempo e la gran parte dei prigionieri fosse ormai rientrata in famiglia. Questa appunto era la ragione della sua lettera, concludeva Rachele, voi che per mestiere diffondete informazione per favore confermate o smentite quel che sto per dirvi, no non desidero conoscere nessun dettaglio che possa compromettere la vostra sicurezza o quella delle vostre fonti, cerco solo uno cenno d’assenso o di smentita, ma è vero che i sequestrati sono stati in gran maggioranza, o addirittura tutti come si sente dire liberati? Uno dei giornalisti interpellati da Rachele era proprio quel giovane redattore della Gazzetta di Centralia che una volta si era posto tutte quelle domande etiche e aveva deciso che se non si metteva alla tastiera a comporre un pezzo di prudente denuncia, allora l’idea  che si era fatta del giornalismo e in fondo anche un po’ di sé stesso non avrebbe avuto più senso. Non ha risposto naturalmente, come non l’hanno fatto i suoi due colleghi dei giornali concorrenti, e Rachele che se lo aspettava ha deciso di uscire allo scoperto.

La piazza principale di Centralia è un rettangolo lungo circa duecento metri con in mezzo una grandiosa fontana circolare che la notte è illuminata dai fasci di luce convergenti di quattro riflettori. Il lato nord è dominato dall’imponente palazzo del Governo, un compatto parallelepipedo di quattro piani sulla cui facciata in marmo bianco si aprono due serie di sei finestroni, poste ai lati di un triplice portone protetto da guardie armate fino ai denti. Sul lato opposto si slancia verso il cielo la cattedrale, con i suoi tre portali gotici sovrastati da una facciata romanica a strisce orizzontali in marmo e ardesia; al centro spicca un gran rosone con vetrata istoriata raffigurante il Battista, mentre al di sopra della porta di destra, per chi guardi dalla piazza, svetta l’unica torre campanaria. Per una lunga tradizione i cittadini di Centralia al momento di darsi una appuntamento dicevano ci vediamo dal Governo o dalla Chiesa, con questo volendo indicare il lato della piazza dove si sarebbero incontrati.

Rachele ha deciso che per saperne di più di quel fratello che continuava a mancarle da casa la cosa più opportuna era andare dalla Chiesa verso le sei di sera, era già aprile e le giornate si erano intiepidite, e percorrere più volte, pensava di metterci in tutto più o meno un’oretta, come un gran triangolo isoscele i cui due vertici di base sarebbero stati i portali laterali della cattedrale e quello in alto il bordo del marciapiede circolare che faceva da corona alla fontana centrale. Giorno dopo giorno, questo era il progetto, avrebbe spostato in avanti la punta del triangolo, fino ad oltrepassare la fontana ed avvicinarsi così pian piano al Governo. Alla fine ne sarebbe venuta fuori come una freccia che partendo dalla zona più popolata della piazza, gelatai, mangiafuoco, bambini in bicicletta di istinto si piazzavano dal lato Chiesa così che l’altra metà rimaneva di solito deserta, avrebbe puntato dritta verso le soglie del potere. Avrebbe portato bene in vista una foto del fratello, no non vi avrebbe scritto sotto nessun sottotitolo del tipo scomparso o chi l’ha visto, tanto la gente l’avrebbe capito subito di cosa si trattava. Non aveva ancora terminato il primo triangolo e sarà stata ad una decina di metri dalla cattedrale, quando un sacerdote in clergyman appena fuori dal portale di destra con grandi segni della mano l’ha invitata ad avvicinarsi, le ha chiesto di riporre la foto e l’ha pregata di seguirla all’interno. L’ha guidata lungo la navata laterale fino alla porta della sacrestia da dove, prima attraverso un usciolino a fianco della sala dei paramenti e poi per uno stretto corridoio, le ha fatto strada fino ad una specie di cella arredata con un minuscolo scrittoio, due sedie ed un inginocchiatoio sormontato da un’immagine della Madonna dell’Assunta. Vede cara sorella, ha cominciato, la chiesa comprende il motivo della sua sofferenza, ma la supplica di non coinvolgerla in una protesta che è estranea alla sua missione. Sì è vero che nessuna delle sue azioni di oggi sembra comprometterci direttamente ma la prego di considerare da dove è iniziata la sua dimostrazione, dai gradini che portano alla casa di Dio, un luogo sacro da cui non si lanciano campagne che le ripeto non hanno niente a che fare con i compiti della Chiesa nel mondo. Il suo dolore? certo che ci appartiene come quello di tutti i nostri fratelli e sorelle, ma vede noi siamo impegnati in una partita più difficile, non lenire le sofferenze individuali che sono connaturate alla condizione umana, ma la salvezza delle anime, di tutte, è la posta a cui puntiamo. A volte ci sono tragedie immani che vanno accettate perché sono parte di un disegno più vasto, sia Lassù che quaggiù. No, non dica rassegnarsi con quel tono, la rassegnazione è un dovere che abbiamo verso noi stessi, ci insegna ad attendere la vera felicità, quella che è estranea a questo mondo, e poi mi ascolti, quando è il caso, il cristiano sa assumersi con coraggio la propria individuale sofferenza se questo serve a far sì che la coesione sociale resti integra. Cosa può fare allora? non permetta a nessuno di strumentalizzare il suo personale cammino di dolore e se camminare in compagnia della foto di suo fratello la fa sentire, come dire, prossima al suo congiunto, continui a farlo, niente glielo impedisce, purché non comprometta la santità del luogo che ci ospita in questo momento, e sì ha capito benissimo quel che intendo dire, c’è tutto un enorme spazio, metà della piazza almeno, ma certo che è quella al di là della fontana, che si presta per questo genere di manifestazioni, perché se ho  ben capito non è alla Chiesa che lei imputa la sua disgrazia, non è vero?

No di certo Padre, ah bene mi fa piacere che lo riconosca e che in fondo, anche se di soppiatto, si sia rivolta a noi nell’ora del dolore, ma certo che la decisione di aspettare è per lei la più saggia in questo frangente, e pregare naturalmente, si affidi a chi sta più in alto di tutti noi, non si faccia ingannare dalla maestà dei palazzi, tutti si muteranno prima o poi in rovine, sapere almeno, lei dice, se è un vivo o un morto che dovrà attendere, sì potremmo, accertare con sicurezza no quello no, ma esplorare, spendere una parola giusta nel momento opportuno con chi forse è a conoscenza del destino di suo fratello questo sì, non posso impegnarmi sull’esito naturalmente, ma un passo nella giusta direzione le garantisco che lo farò personalmente, no non mi chieda una data, mi metterò io in contatto con lei al momento giusto, e continui pure la sue manifestazioni la prego, solo non qui, questo non è il palazzo di Cesare mi permetto di ricordarglielo, sì sono uno dei canonici del Capitolo ma non è il caso che venga a cercarmi, gliel’ho detto che mi farò vivo io, ora devo andare, sono atteso per il Vespro, ma lei sappia pazientare, rinunci all’orgoglio e mi raccomando stia serena.

E aspettare è quello che Rachele ha fatto, fedele ai consigli del canonico, almeno in parte, perché marciare solitaria dal Governo, abbandonare l’abbraccio, no non esageriamo e nemmeno la compagnia è chiaro, ma almeno la vicinanza quella sì della gente che oziava dalla Chiesa e affrontare tutta sola la lunga distesa di mattonelle bianche che dalla fontana portava al triplice portone del Palazzo, no quell’idea non l’attraeva proprio e infatti se n’è rimasta a casa a guardare la TV. Più o meno dopo una settimana una mail del canonico l’aveva informata che c’erano novità, così si è presentata la sera in sacrestia e dopo il solito rituale della porticina e del corridoio si è ritrovata nella stessa cella dell’altro giorno davanti all’inginocchiatoio con la Madonna dell’Assunta. La persona a cui lei tanto tiene sta bene, ha attaccato il prete, e anzi vuole che lei non si preoccupi, che rimanga fiduciosa…vede che le cose stanno andando come avevo previsto io? Accogliere con serenità il proprio carico di dolore quasi sempre conduce l’uomo se non a quella felicità che non ci spetta quaggiù per lo meno a una visione meno angosciata della vita, e badi che spesso quando lo sguardo si fa più tranquillo riesce ad afferrare particolari, a intravvedere soluzioni, che nell’ora del turbamento non aveva colto, preso com’era dall’affanno e dalla disperazione. Ma mi consenta però di dirle che lei ha scambiato l’accettazione del suo posto nel mondo con la passività, mi aspettavo di vederla apparire sul lato nord della piazza, se ho controllato? sì tutti i giorni, certo che lei mi sta a cuore, è una creatura che il Signore mi ha affidato, è vero che lo ha fatto senza che io né lei lo sapessimo, ma Lui fa così sa? non deve mica avvisarci, spetta a noi capire la strada che ci indica e la mia adesso è al suo fianco, ma tocca a lei lasciarsi guidare, avere fiducia anche per le questioni terrene, se sono un uomo di Dio? certo da più di trent’anni ma vede noi sacerdoti è la storia che ci ha costretto ad apprendere anche le vie del mondo, cosa vuol dire? ma come fa a non capire, se a noi due è stato dato di incontrarci è perché lei ha bisogno di una guida, quel suo andare in cerchio, no guardi veramente era un triangolo, non sottilizzi la prego non si affidi ad un razionalismo capzioso, quel suo camminare senza una meta, le dicevo, non era già testimonianza di confusione?

Mettiamola pure così se proprio ci tiene, ha fatto la Rachele, ma mi sembra che ci sia qualcosa che lei mi vuol dire col suo discorso lacrimoso proprio da prete, che sembra sempre che facciate le cose per forza, perché una chiamata dall’alto ve lo ordina se no vi dedichereste a dell’altro, e insomma lasci stare tutti questi giri di parole e me lo dica cosa dovrei fare nelle vie del mondo come le chiamate voi. Tornare là fuori con la foto di mio fratello? e perché mai, so che è vivo ed è già tanto, non vorrà mica farmi credere che me lo restituiranno solo perché batto il marciapiede, non usi questo linguaggio nella casa del Signore e solo mi ascolti per un attimo, non sia presuntuosa e stia a sentire chi ha più esperienza di lei, se solo uscendo allo scoperto per pochi minuti ha già ottenuto di sapere che suo fratello è vivo perché non continuare, ma con più audacia, non solo la foto esibisca del suo caro, aggiunga un messaggio esplicito, dica che lo vuole libero subito e lo scriva che chi lo tiene prigioniero deve stare in quel palazzo là, ha detto il canonico un po’ agitato adesso col dito puntato verso la sede del governo, ma era una cosa di immaginazione perché in quella cella non c’erano finestre e così sembrava che l’indice dell’uomo di Dio ce l’avesse con la Madonna dell’Assunta. Lo ha guardato dal basso all’alto la Rachele e se proprio ne è così sicuro io posso anche provarci, ma solo per un paio di sere e senza impegno gli ha detto, perché non è che ci creda molto sa a quello che lei mi propone, e non capisco nemmeno poi perché questa storia sia tanto importante per lei, si va bene ho capito che la sua missione le impone di camminare a fianco degli oppressi però guardi io ora devo andare al Policlinico, no sto benissimo non si preoccupi solo che faccio l’infermiera e fra un po’ inizia il mio turno e anche quello è un dovere sa, non sarà importante come il suo ma ha i suoi obblighi, l’orologio, il cartellino, l’uniforme, comunque le farò sapere la mia decisione fra qualche giorno, anzi non c’è nemmeno bisogno che la chiami se mi vede in piazza vuol dire che avrò seguito suoi consigli se no sarà il contrario.

Si guardò bene naturalmente la Rachele dal mettere in pratica i suggerimenti del canonico che glielo avevano mandato tra i piedi apposta appena si era arrischiata a uscire fuori dal gregge, altro che le imperscrutabili vie del Signore, gliel’avevano detto che era vivo questo sì, ma intanto non c’era modo di sapere se la notizia era vera e poi è chiaro che quel prete ha giocato sporco, prima si è fatto bello dell’informazione segretissima che la sapevano solo lui e la divina provvidenza e poi ha cercato di montarmi addosso, per modo di dire anche se con quelli lì non si sa mai, e fare il boss,  ma chissà poi perché vogliono che torni sulla piazza e che lo dica chiaro che è il Governo che l’ha preso mio fratello, che lo sappiamo tutti da quando è cominciata questa storia chi è che li ha fatti sparire e se li è tenuti per un bel po’ prima di mollarli, anche se uno di loro manca ancora e se solo capissi perché è proprio Ismaele, un altro nome d’arte devo aggiungere io che scrivo questa storia, uno che non glien’è importato mai nient’altro che di farsi qualche canna, vedere la partita con gli amici, mettersi i soldi da parte per le vacanze e d’estate andarsene a Ibiza o Mykonos, insomma in quei posti là dove si rifaceva la vista dopo un anno di rifiuti tossici. Ma proprio perché vogliono che io mi esibisca con foto, nome, cognome e indignata denuncia dei responsabili, allora è meglio tapparsi in casa e uscire solo per andare in ospedale e al supermercato, per il resto internet e TV, ho da vedere tutta la serie della Nouvelle Vague cominciamo dai 400 colpi quando sarò a metà di Truffaut vedrai che il canonico mi manda un sms, vie signore infinite venga ke parliamo.

È successo due giorni dopo quando ha finito di vedere Jules et Jim che si erano già fatte le sette e ha pensato bene di dare un’occhiata al telegiornale intanto che si preparava un’insalata. Era la prima notizia della serata, subito un campo lungo sulla piazza principale di Centralia poi la ripresa ravvicinata di un capannello di gente, un nucleo, ma vorticoso, di individui che si spingevano roteavano sembravano sul punto di fare a cazzotti poi la telecamera si avvicinava ancora di più e allora si vedeva che quella specie di polipo non era fatto di tentacoli ma di braccia tese verso un punto centrale che doveva essere importantissimo perché le mani dove quelle braccia terminavano stringevano microfoni, registratorini, cellulari, videocamere, iPhones, tutti puntati verso un’indistinta figura che  ora di colpo appariva nitida perché la piovra lasciava all’improvviso la presa per permettere a quelli del telegiornale di farsi avanti e inquadrarla in primo piano quella donna sulla trentina vestita esattamente come lei una settimana prima, ballerine, jeans, felpa blu di UCLA e un cartello da uomo-sandwich al collo con su una foto di  Ismaele ad Ibiza, ora chiarissima per via della zumata che permetteva anche di leggere una scritta in stampatello, deve aver usato un pennarello ha pensato, liberate Ismaele da quasi due anni nelle mani del governo, poi la ripresa si allontanava bruscamente e tornava al campo lungo della piazza con la voice over del giornalista che ripeteva praticamente parola per parola la storia che lei aveva raccontato al Canonico, sì diceva proprio così, che quella donna lì Rachele XX, cioè io si è detta la vera Rachele quella che aveva appena visto Jules et Jim e non stava in piazza ma a casa sua, reclamava la libertà di Ismaele sequestrato com’è noto quasi due anni fa da agenti del governo.

Ci è rimasta proprio di sale la Rachele a fissare la foto del fratello che non avrebbe rivisto mai più, perché adesso lo capiva che tutta quella specie di gioco a rapire e liberare serviva a inchiodargli ad ognuno in testa chi è che era il più forte e quanto lo era, e che alla fine c’era bisogno di qualcuno che facesse praticamente  come da ostaggio, sì uno che se lo tenevano solo per ricordare, ma allora non era più un’operazione segreta che guai a parlarne anzi diventava una cosa sfacciata che bisognava farla vedere in televisione con nome e cognome, per ricordare a tutti quanti, dicevo, che quello ch’era accaduto una volta sarebbe successo ancora.

 

La prima parte del racconto è stata pubblicata il giorno 23 gennaio 2023

 

Share

Rachele e il Minotauro (parte 2) è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>
In bicicletta al tempio di Delfi https://www.carmillaonline.com/2023/01/21/in-bicicletta-al-tempio-di-delfi/ Sat, 21 Jan 2023 21:00:34 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=75581 di Neil Novello

Emil Cioran, Taccuino per stenografia (1937-1938), Mimesis, Milano-Udine 2022, pp. 66, euro 8,00

È il 1937. Un uomo di ventisei anni ritorna a Parigi. È romeno. Nella capitale francese è già stato nel 1935. A quell’epoca, a un amico scrive da profonde regioni dell’anima. E da una insolitamente funerea estasi vissuta in tutta solitudine. Confessa infatti che nella città francese «non ti mancano le cose che muoiono» e che comunque la capitale «non produrrà più vita». Afflitto da siffatto ferale sentimento, da una così amara inquietudine religiosa, quest’uomo [...]

In bicicletta al tempio di Delfi è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>

di Neil Novello

Emil Cioran, Taccuino per stenografia (1937-1938), Mimesis, Milano-Udine 2022, pp. 66, euro 8,00

È il 1937. Un uomo di ventisei anni ritorna a Parigi. È romeno. Nella capitale francese è già stato nel 1935. A quell’epoca, a un amico scrive da profonde regioni dell’anima. E da una insolitamente funerea estasi vissuta in tutta solitudine. Confessa infatti che nella città francese «non ti mancano le cose che muoiono» e che comunque la capitale «non produrrà più vita». Afflitto da siffatto ferale sentimento, da una così amara inquietudine religiosa, quest’uomo sa però una cosa, vuole restare in città. E, tempo un paio di anni, tra il 1935 e il 1937 – non si saprà mai bene come – ottiene una borsa di studio. L’ente finanziatore è l’Istituto francese di Bucarest, mentre l’impegno del beneficiario è scrivere una tesi di dottorato.

Non scriverà nulla. Anzi, fin da subito sa che nulla avrebbe mai scritto. Voleva Parigi, voleva solo la Francia. Con una parte di soldi della borsa, sul boulevard Saint-Germain, da un connazionale compra una bicicletta da corsa. Nella mente, un disegno folle dietro cui scorge addirittura una personale e sovrumana possibilità: guarire. E così pedalare lontano, andare in bicicletta, non è proprio voler visitare la Francia. Correre nella vastità del territorio in realtà richiama solo un desiderio: continuare a pedalare. Decine, centinaia di chilometri battuti al mero fine di sudare, di faticare, di stancarsi fino allo sfinimento. In stato di veglia, quest’uomo pensa. Non è un sollievo né un privilegio: pensare l’ammala. Dalla sua “patologia” prova a difendersi. È possibile, ma solo attraverso una sorda, incessante attività. E c’è di più. Nottetempo, quando il sonno porterebbe requie, non dorme. Soffre acutamente d’insonnia. E in stato coatto di veglia continua a pensare. La coscienza è vigile e lui ne è tormentato.

Prima di approdare in Francia ha scritto un libro astralmente tragico, Al culmine della disperazione. In quest’opera così tenebrosamente luminosa leggiamo che «sono felici solo coloro che non pensano mai, vale a dire coloro che pensano giusto il poco che basta per vivere». Ecco perché pedalare per un centinaio di chilometri al giorno cancella l’atto di pensiero e stimola il sonno notturno. Perché pedalando si stanca e stancandosi dorme. Condannato dunque a uno sfinente, attivo nomadismo, e non solo per guarire ma per sperare una qualche quiete, il finalmente non pensante ciclista doma il compulsivo, bulimico pensatore. E il languente melanconico, il cervello alacremente all’opera, si perde nella vertiginosa corsa di un viaggiatore frenetico. Per pedalare, è ovvio, sacrifica tutto. Diserta le aule della Sorbona, non legge né scrive, non si dedica al lavoro per l’Istituto francese di Bucarest. La sua premura in fin dei conti è di natura auto-soteriologica. Sulle vie di Francia, lungo i litorali, ovunque è in bicicletta. Il suo è un mero mulinare di gambe. Talvolta, è vero, sosta, ma il meno possibile. Quando non è in sella, in azione, lo è altrimenti per mangiare e bere, visitare cimiteri o dormire tra i campi.

Quest’uomo è Emil Cioran. E non è del tutto vero, soprattutto nel suo autotelico tour giovanile, scriva proprio nulla. Qualcosa in verità appunta. Sono per lo più frammenti, aforismi, note filosofiche, brevi scritture liriche. E così, parola dopo parola, va componendo un esilissimo Taccuino per stenografia (1937-1938) in romeno. Per scrivere si affida alla lingua madre. L’opera, o meglio le tracce scritte di questi lampi brucianti non sono destinate alla pubblicazione né concepite come brogliaccio per uno studio futuro. Cioran scrive solo per tentare disperatamente, accanto allo sforzo fisico, un esercizio intellettuale di auto-terapia. Azione, scrittura e guarigione puntellano l’orizzonte di una condizione umana patita al presente e buia al futuro. Essa è anzitutto l’intima e incomunicabile realtà umana di chi scrive. Ma nel Taccuino è anche il tema fondamentale, l’ubi consistam di un pensiero certamente negato ma altrettanto inconfessabile. Chi appunta non oblia, traccia idee e tracciandole brandisce un rasoio contro tutto ciò da cui fugge: «Gli uomini sono degli idioti con sprazzi di stupidità. L’umanità è dovuta partire dal basso per non giungere neppure allo stato di idiozia!».

La nuance sociopatica di Cioran è solo apparente. Forse è del tutto falsa. Qui parla un nichilista. Non è, per quanto paradossale paia la relazione tra nichilismo e filantropia, un odiatore di umanità. E a dire il vero non vi è nulla di radicalmente patologico. La società, la vita sociale richiama al pensiero di Cioran un’immagine topica. È l’occasione di abdicare alla ricerca, di tradire o anche di sfuggire lucidamente all’illusione, ritenuta debole, dell’alterità umana. Il male dell’altro e la domanda di solitudine in Cioran richiamano una mera traiettoria autotelica. Quando confessa che «L’uomo fugge dagli uomini per poter incontrare se stesso», lo scrivente ripercorre idealmente – giusto per fissare due ante culturali – il cammino tra il «conosci te stesso» del tempio di Apollo e il concetto di «persuasione» in Carlo Michelstaedter. Guardare all’essere vuol dire decontaminare l’io, mondare anzitutto il se stesso sociale.

Nello Zibaldone di Leopardi, cui Cioran dedica grandi pagine in Fascinazione della cenere, leggiamo che l’«esser uomo buono» significa «guastarsi necessariamente nella società». Quando il romeno appunta che «L’universo non mi si addice», in realtà compie l’atto doloso di chi genera un incendio filosofico da un innocuo fuoco creaturale. Perché ciò che esiste, tutto ciò che ha esistenza, al di là della società è quella cosa che chiamiamo vita anche se essa appare un’«assurdità danzante». Per Cioran, la vita è nient’altro che uno «scheletro», l’ipostasi di un fantasma. Chi ha colto il non senso esistenziale (pagine della Fascinazione sono dedicate anche a Beckett), quella indipanabile massa che è l’assurdità di vivere, è anche uno che la lingua della vita l’ha intuita con tutto il suo feroce genio speculativo. È uno che ne ha compreso, per restare a Michelstaedter, l’immedicabile, coercitiva, tanatopolitica natura rettorica. La voce e la parola di vivere, per Cioran sono armate contro la beatitudine del silenzio. E il dolore del mondo, il patimento dell’uomo nasce e si perpetua dalla sua stessa natura vocale, dall’essere l’uomo linguaggio vivente e producente, dal non essere il mondo un muto deserto. Solo il «Silenzio» è «(sublime)» scrive Cioran. E il silenzio, prima di ogni cosa, è l’assenza dell’uomo all’uomo. Qui si sfiora qualcosa che fa pensare a un’idea contro-creaturale: «Se fossi stato Dio, avrei fatto tutto di me, tranne che un uomo».

Nulla si può realizzare per risolvere la condizione di essere un uomo. La «grazia» di cui Cioran parla in Al culmine della disperazione non è terrestre. Vi si fa accenno come a qualcosa che richiama l’«emancipazione dalla gravità», il gran sogno di darsi la possibilità, tutta ideale e immaginaria, di levitare, per non essere più un “peso”. E ciò per accertare, questo sì con sgomentante dolore, l’inutilità, la velleità di un tale desiderio: «Perché non volo, perché non mi spuntano le ali?». Avere coscienza di «non essere fatto per la vita» è esattamente sapere di non poter volare mai, esattamente metà della coscienza tragica cioraniana. L’altra metà, quella lucidamente intravista nella faglia di un pensiero ancora più assurdo, appare come una legge.

Dietro il piano soggetto-mondo, Cioran intravede un’altra forma negativa, il suo correlato spettrale: la linea mondo-soggetto. Si è e irriducibilmente si sta sulla terra. Per questo Cioran scrive che «in realtà è la vita a non essere fatta per me», è il mondo così com’è a essere straniero. Offuscando il presente, tale non condizione è una fiamma, un annientamento anche del tempo a venire. Come Mark Fisher lettore di Derrida, da uomo caduto nel tempo Cioran patisce un presagio, la nullità del presente terrestre come nostalgica testimonianza anche di un perduto futuro. Al culmine della disperazione come il Taccuino è scritto circa a vent’anni, gli stessi di Michelstaedter quando scrive La persuasione e la rettorica.

Share

In bicicletta al tempio di Delfi è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>
Rachele e il Minotauro (parte 1) https://www.carmillaonline.com/2023/01/21/rachele-e-il-minotauro-parte-1/ Sat, 21 Jan 2023 06:00:58 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=75663 di Marco Codebò

Il primo è sparito la vigilia di Natale, a Vorvis, nel nord. Era andato a portar fuori il cane, sì un giro di mezz’ora ai giardini pubblici, poi passava al bar per un aperitivo e sarebbe tornato a casa giusto all’una ha spiegato la moglie agli inquirenti. Era un uomo metodico e non si perdeva mai il telegiornale, a parte quel giorno però, per quel che so io almeno, perché da allora non l’ho più visto. E non si sarebbe fatto vivo né a Capodanno né all’Epifania e in [...]

Rachele e il Minotauro (parte 1) è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>

di Marco Codebò

Il primo è sparito la vigilia di Natale, a Vorvis, nel nord. Era andato a portar fuori il cane, sì un giro di mezz’ora ai giardini pubblici, poi passava al bar per un aperitivo e sarebbe tornato a casa giusto all’una ha spiegato la moglie agli inquirenti. Era un uomo metodico e non si perdeva mai il telegiornale, a parte quel giorno però, per quel che so io almeno, perché da allora non l’ho più visto. E non si sarebbe fatto vivo né a Capodanno né all’Epifania e in nessuna  delle altre feste comandate: Pasqua, Ferragosto, i Santi. Svanito così nel nulla, senza lasciare una mail, un sms, un sospetto, che so io un conto in banca in rosso vistoso, un’amante abbandonata, un marito geloso o un’inconfessabile perversione sessuale. Niente, una vita qualunque, impiegato in un’azienda elettrica, trent’anni di carriera senza sussulti, matrimonio con una collega, nessun figlio, appartamento residenzial-periferico pagato con mutuo ventennale appena estinto, vacanze in campagna nella casa, ristrutturata, dei nonni paterni, vizi quasi zero, appunto l’aperitivo i giorni di festa, passione unica il calcio. Ma allo stadio non ci andava perché c’era troppa violenza e allora non aveva nemmeno senso indagare nel torbido mondo degli ultras.

Il secondo è scomparso il giorno di Santo Stefano, questa volta a Statut, una stazione sciistica sul versante orientale della Grande Cordigliera. Sceso in cantina a controllare la caldaia dell’immenso condominio dove abitava, sì era l’amministratore e si occupava un po’ di tutto, non era più risalito. Sarà passata una mezz’ora quando la sorella convivente, era vedovo e la figlia era andata dai futuri suoceri per le vacanze, si è insospettita, capirà erano le due del mattino e dove poteva mai essersi infilato mio fratello? Per un po’ la polizia si è fatta viva tutti i giorni, ma solo all’inizio che dopo hanno scalato a una visita settimanale, poi mensile ma era già una finta, e alla fine basta, tanto perché mai dobbiamo indagare su uno che molla tutto e se ne va via in pigiama, ciabatte e berretto da notte e che per di più non ha nemici, hobby, tresche, colleghi neanche visto che è in pensione, anzi a dire il vero non ha nemmeno abitudini e l’unico svago che si concede a parte la televisione sono le riunioni di condominio? Insomma un semivegetale che per qualche sua misteriosa ragione aveva deciso di trapiantarsi altrove, grazie alla funzione motoria che quella almeno gli era rimasta in ordine.

Nei giorni seguenti, a Fortan, Cadibiase, Algodon, Neatopia, Armafugata, Xetrun, e Aristopoli, come si vede in tutte le regioni del paese, dal bassopiano pedemontano fino alle fasce costiere, lungo le rive del grande fiume come nella regione dei laghi, in bacini industriali pulsanti di attività manifatturiere ma anche in aree narcotizzate da quella mortifera atmosfera che si crea quando al sottosviluppo si affianca lo stato assistenziale, prima decine e poi centinaia di cittadini sono spariti così in momenti qualsiasi di vite qualunque. Nessuna traccia lasciarono, e pochissimi rimasero a ricordarsi di loro. Non sono arrivate richieste di riscatto né rivendicazioni terroristiche o lettere d’addio, del tipo mi dispiace ma ho deciso di dare una svolta alla mia vita, o anche è venuto per me il momento di prendere congedo da un mondo che mi appare ogni giorno sempre meno interessante, zero assoluto, e mai che si sia fatto vivo un attento osservatore a dire che si era appena imbattuto in una sconosciuta somigliantissima alla casalinga scomparsa a Neatopia o in un adolescente tale e quale al ragazzo svanito da oltre un mese a Xetrun. Svogliate indagini rituali si accatastano in fascicoli che l’archivio centrale di polizia seppellisce nella sezione “Scomparsi”.

Lo stillicidio è continuato per mesi. Sono spariti nuovi poveri, super ricchi, poveri classici, medio, piccolo e alto borghesi, insomma cittadini di ogni classe sociale e mestiere: mendicanti, dirigenti d’azienda, calderari, cardatori, camerieri, top model, pittori, ebanisti, prostitute, palombari, enologi, cassieri di banca, veline, suore, vescovi, maestri d’arrampicata sportiva e pranoterapisti. Se il più vecchio aveva ottantott’anni, era ricoverato nel gerontocomio di Xetrun e l’operatrice sanitaria che gli porta la prima colazione la mattina trova un letto intatto e vuoto, il più giovane ne contava solo sette, disperso durante una gita scolastica all’acquario di Getrulia.

A qualsiasi ora del giorno e della notte, da soli o in compagnia, durante il funerale di un parente o giocando a calcetto con gli amici, allo stadio e in discoteca, in palestra e dallo psicanalista le persone scomparivano. C’è stato un tizio che colto da un bisogno improvviso proprio quando si stava sposando si è allontanato un attimo e non ha fatto più ritorno davanti al sindaco. Ma una novità è apparsa verso metà agosto quando accanto alle semplici sparizioni hanno cominciato ad verificarsi veri e propri sequestri. Alla luce del sole e sempre in luoghi pubblici, squadre di tre o quattro uomini, solo in apparenza disarmati visti gli evidenti rigonfi che esibivano sotto le ascelle, si avvicinavano a ignari cittadini, li invitavano a seguirli fino ad automobili parcheggiate poco lontano, ripartivano sgommando. D’ogni tanto crepitavano brevi fucilerie che lasciavano sul selciato uno o più corpi sanguinanti, ma ai pochi e reticenti testimoni appariva chiaro come le vittime non avessero opposto nessuna resistenza e fossero state oggetto di brutali e non provocati mitragliamenti.

Il giovane cronista di nera che si occupava del rapimento del sindaco di Centralia, un trauma cittadino di difficile elaborazione pensi che in pieno consiglio comunale si sono presentati quattro energumeni in tuta adidas, l’hanno sollevato di peso, trascinato fuori e infilato in una Cherokee metallizzata che è partita al volo fra fischi di gomme e raffiche di AK 47 sparate all’altezza dei primi piani a intimidire chiunque si immaginasse di fare l’eroe, quel giornalista a inizio carriera, dicevo, è stato l’unico a chiedersi se quello che stava succedendo in città, già una dozzina di concittadini  mancavano da tempo alla conta, non stesse per caso accadendo anche in altre località del paese. Già perché fino a quel momento sia le vittime che i testimoni, ma anche i tipi qualunque come voi e me, si erano limitati ad osservare quanto accadeva nel loro particolare e avevano registrato che so io il ratto del giornalaio all’angolo o l’inesplicabile assenza dal lavoro della guardia giurata della locale cassa di risparmio senza chiedersi se si erano verificati altri casi consimili, questo a livello personale si capisce, mentre su un piano più elevato, dove si collocavano giusto i giornalisti che il polso della situazione, almeno su scala cittadina, quello ce l’avevano, anche lì non ce n’era stato uno che si fosse chiesto se al di là della Cordigliera o solo venti miglia a valle lungo il grande fiume, d’ogni tanto ignoti mazzieri non si stessero per caso portando via camerieri, infermiere, postini, gente qualunque senza nemici o carichi pendenti, di cui poi nessuno avrebbe saputo assolutamente più niente, azzerati nel vuoto. Ma quel redattore della Gazzetta di Centralia, assunto da soli tre mesi con contratto annuale di difficile rinnovo, lui sì che se l’era posta la domanda, ed era un interrogativo elementare, anche se si apriva su imprevedibili conseguenze. Sì perché la domanda nella sua banalità non era altro che un “E se?”, e se non è solo qui che la gente sparisce, e se ci sono altri poveri cristi che mancano da mesi da casa senza che uno straccio di notizia sia arrivata alle famiglie, che detto così non significa niente, non alle famiglie bisognerebbe pensare ma al fratello che guarda un letto vuoto, al ragazzino che va alla partita da solo, al cuscino intatto la mattina, all’amico che continua a ordinare due Negroni, e se allora dei disgraziati così non ci sono solo a Centralia ma anche nelle altre città della nazione, se questo dolore non ha toccato una decina di miei concittadini, che sarebbe già uno scandalo, ma centinaia forse migliaia di gente qualsiasi che gli è toccata la disgrazia di vivere in questo paese, se insomma un crimine, come si dice, di massa si sta perpetrando sotto i nostri, anzi miei, occhi da mesi? E rimaneva lì in sospensione perché lo sapeva bene qual era l’apodosi che in necessità matematica si agganciava a quella catena di protasi, cosa ci faccio io, questa era la proposizione principale, cosa diavolo combino se le cose stanno così? Che poi si trattava in realtà di un puro prender tempo, anzi no di una questione retorica, perché solo a farsela una domanda del genere, a chiedersi se le cose andavano davvero così, lui lo sapeva che questo significava averlo già capito, esserne sicuri e basta, che ai quattro angoli della nazione, in quell’esatto momento lì che lui si leggeva il rapporto giornaliero della questura, mani di ignoti gliela stavano davvero portando via la vita a dei perfetti sconosciuti, tipi qualunque che proprio in quanto totali nessuno finivano per essere tali e quali a lui, esseri umani in possesso di un tot di ricordi rimpianti e sogni, per i più fortunati condivisi da un network di amichevoli solidarietà. Così, tanto per ricapitolare, aveva compreso in maniera tutto sommato piuttosto rapida quando non addirittura fulminea che un’ingiuria brutale era stata lanciata contro, già contro chi, l’umanità no retoricissimo, la nuda vita suggestivo ma come sopra e poi quando mai la vita era stata vestita, la fratellanza universale, l’idea sarebbe fascinosa però non esiste e stop, allora beh diciamo che è stato offeso il diritto di spararsi due aperitivi in amicizia, di tornarsene la sera a casa, di vedere i figli crescere e di far compagnia ai genitori che invecchiano. Tutto sommato un bel pacchetto di principi inalienabili pensava mentre apriva Word, creava un documento e subito si incartava, non sul titolo no, a quello ci avrebbe pensato solo alla fine, ma sulla prima riga anzi parola dell’articolo che doveva rispondere al che diavolo ci faccio ora che lo so, a quella domanda lì che non c’era verso di mandarla non dico a dormire ma almeno a schiacciarsi una pisa di un paio d’ore.

L’idea originaria era stata di scrivere un lettera aperta al Ministro dell’Interno, un documento alto per nobiltà di intenti e tensione stilistica, dove in rapida sintesi avrebbe dapprima presentato l’inoppugnabile realtà dei 3457 cittadini sequestrati negli ultimi nove mesi, dato questo che avrebbe supportato con la citazione delle fonti documentarie da cui aveva ricavato la cifra in questione, per poi chiedersi, in preda a profondo travaglio interiore, se i pubblici poteri erano a conoscenza degli sconcertanti numeri che aveva appena elencato e se, qualora lo fossero, non li considerassero come turbativi della sicurezza della cittadinanza e gravemente lesivi dell’immagine del paese all’interno della comunità internazionale. L’ovvia conclusione sarebbe stata un’accorata richiesta volta a far sì che l’autorevole voce del Ministro si levasse a tranquillizzare la pubblica opinione, smentire quanto di tendenzioso potesse esistere nei fatti appena menzionati e garantire soprattutto uno scatto in avanti delle indagini che seppure di per sé non in grado di assicurare i colpevoli alla giustizia servisse almeno come deterrente alla continuazione del delitto. Si era baloccato per un po’ col sogno di mettere tanta eloquenza al servizio di uno scopo così alto, di riuscire in un colpo solo a inchiodare il potere alle sue responsabilità e risvegliare la coscienza popolare, ma in un sussulto di raziocinio immediata gli si era presentata alla riflessione la verità incontrovertibile che mai il direttore della Gazzetta si sarebbe azzardato a deviare anche solo di un millimetro da quella linea di prudenza nel trattamento degli affari pubblici che da sempre aveva caratterizzato la condotta del giornale, sia per l’innato senso della misura che ne aveva fin dalla fondazione caratterizzato il corpo redazionale sia per l’intima vigliaccheria che sempre finisce per attanagliare chi è abituato come per propria seconda natura a chiedersi se quello che fa per vivere, pubblicare notizie in questo caso, possa o meno essere visto con fastidio lassù. E se per un miracolo quella chilometrica deviazione del giornale dalla linea di responsabile cautela in materia di cosa pubblica fosse stata autorizzata, meno che mai la si sarebbe affidata ad un imberbe redattore della cronaca locale.

La settimana seguente l’ha passata a ruminare propositi e a controllare con diligenza le notizie di nera uscite negli ultimi nove mesi non solo sui grandi quotidiani nazionali ma anche sui fogli locali pubblicati nelle più remote province.  Di giorno in giorno la ferita si è fatta più dolorosa perché la stima tracciata al momento di pensarsi la nobile lettera al signor ministro si rivelava paurosamente sbagliata per difetto,  con il numero delle scomparse che ad ogni verifica schizzava sempre più in alto. E così si spiegava anche il mutamento di tattica verificatosi ad agosto quando i ratti silenziosi avevano lasciato il campo ai vistosi sequestri: oberati di lavoro e non più in grado di far inghiottire le loro vittime da ingegnose trappole, i rapitori avevano sostituito l’esibizione della forza bruta alla minuziosa esecuzione di perfettamente programmati disegni. Ma se in un crescendo di ferocia e spavalderia il crimine aveva smesso di nascondersi, non tanto per impossibilità tecnica ma soprattutto per cosciente ricerca dell’enfasi, dell’intimidazione più sfacciata che solo poteva venire dall’agire alla luce del sole, se dunque si era al punto che per numero e modalità i rapimenti si configuravano ormai come un’offesa non ad una massa, seppur numerosa, di individui, ma contro l’universale, allora chi? Responsabile non poteva certo essere, come subito aveva pensato, una delle tante mafie che scorazzavano per il paese, intenta a sfruttare, secondo modalità e tempi incomprensibili dall’esterno, la forza contrattuale che le giungeva dal detenere un numero tanto consistente di ostaggi. No, nessuna organizzazione criminale disponeva di personale che per numero e qualità di addestramento fosse in grado di reggere quasi un anno di una continua mobilitazione sul campo, per di più sempre condotta sul filo di una perfezione tecnica che sembrava ignorare le inevitabili sbavature connesse con la natura umana. E le strutture logistiche? Chi poteva agire in contemporanea in decine di luoghi diversi, non solo in grandi città ma persino in villaggi di poche anime, dove la clandestinità e il segreto che contraddistinguono le movenze del crimine organizzato non trovano le condizioni per realizzarsi? e chi possedeva case, appartamenti, masserie in quantità tale da alloggiarvi decine di migliaia, fra prigionieri e carcerieri, di individui in fuga dalla legge? Nessuno, nessun criminale cioè.

Non ha scritto articoli di denuncia. Ha in tutta semplicità raccontato le ultime di nera a Centralia, compreso l’inevitabile paio di sequestri di persona. Ma nella conclusione ha inserito un violento attacco a non meglio specificate voci giornalistiche, com’è ovvio estranee a questa testata, che senza produrre alcun riscontro oggettivo hanno letto in alcune sporadiche sparizioni di concittadini, singoli eventi delittuosi che pur deplorabili rappresentano gli inevitabili output delle fisiologiche differenze fra ceti che contraddistinguono le società aperte, il risultato di una trama di vasto respiro volta a privare della libertà personale decine se non centinaia di innocenti cittadini. Chi si giova della tribuna della libera stampa per ingigantire le dimensioni di pochi fatti di cronaca così da accreditare l’esistenza di un articolato e lucido disegno criminoso, aggiungeva, non fa giornalismo ma propaganda. Soprattutto è un irresponsabile che insinua nell’opinione pubblica l’idea che una logora leggenda metropolitana, il crimine come byproduct dell’azione del governo, possa assurgere allo status di verità.

Beh, mica male come stroncatura si è detto il giorno dopo mentre rimirava l’implacabile catena di argomenti fasulli stampata in buona evidenza nella cronaca locale e ancora meglio il fatto che sia passata indenne dalla riunione della redazione e abbia superato la censura del direttore. A metà mattina il giornale era già esaurito, con gli edicolanti che telefonavano alla distribuzione per sollecitare un secondo giro di consegne. Nella riunione pomeridiana un’euforica redazione aveva deciso di ristampare in fretta e furia il supplemento di cucina regionale allegato quel giorno al quotidiano e di unirlo in via straordinaria al numero del venerdì, anche a costo di stravolgere una più che decennale tradizione nella successione degli inserti settimanali, nella certezza che alla gastronomia fosse da attribuire l’inesplicabile fortuna riscontrata al mattino in edicola. Nei giorni seguenti, mentre le copie vendute si riassestavano sui livelli di sempre, un fatto sconvolgente era venuto a turbare la comunità giornalistica di Centralia, il contemporaneo rapimento di quattro cronisti, ma non della Gazzetta, nessuna rappresaglia allora per la velata denuncia apparsa pochi giorni prima, bensì delle altre due testate operanti nella metropoli. Le cui redazioni corrono a confrontare gli ultimi numeri dei propri quotidiani con quelli dei fogli concorrenti per scoprire che in tutto il materiale pubblicato in una settimana la sola differenza sono proprio quelle dieci righe aggiunte chissà perché sulla Gazzetta per suggerire, smentendola, la fantasiosa ipotesi di un’unica trama criminale intenta a infliggere all’intero paese e non solo alla nostra città il tormento di centinaia di rapimenti: se sequestri di redattori ci sono stati dove quel suggerimento non è uscito, questo il sillogismo degli ansiosi giornalisti, i rapimenti sono stati una specie di castigo per omessa pubblicazione.

Il giorno dopo appaiono due pezzi coraggiosi che si fanno carico dell’inquietudine dell’opinione pubblica e rivolgono un accorato appello al governo perché ne dissipi la comprensibile angoscia  smentendo una volta per tutte la voce di un’ondata di sequestri in corso da mesi su scala nazionale. I consigli di amministrazione dei due giornali registrano con soddisfazione il picco storico delle vendite in edicola, ma con angoscia devono anche informare i lettori del rapimento di altri quattro dei loro più abili corrispondenti. In ovvia intenzione di rispondere alla mossa della concorrenza e dimostrare la presunta intangibilità del proprio corpo redazionale la Direzione della Gazzetta ha chiesto al giovane giornalista un nuovo articolo in cui ritornasse, con la solita prudenza per carità, a criticare gli irresponsabili che davano in pasto all’opinione pubblica la voce, del tutto infondata, di un’epidemia di rapimenti sparsi un po’ dovunque per il paese e addirittura ascrivibili ad un’unica ed occulta regia. Le edicole avranno aperto sì e no da mezz’ora e la Gazzetta col nuovo articolo del giovane cronista stava andando a ruba quando assaltatori armati fino ai denti sfondano la porta di un appartamento in viale dei Giardini, irrompono urlando all’interno, invadono la camera da letto, strappano il padrone di casa dall’abbraccio disperato del partner, lo trascinano in strada dove lo rinchiudono nel baule di una BMW canna di fucile e ripartono sparacchiando tiri intimidatori in direzione dei vicini affacciati alle finestre. Quando si diffonde la notizia che il sequestrato è la firma di punta proprio della Gazzetta di Centralia appare chiaro al giovane giornalista come il messaggio degli spietati rapitori sia noi facciamo quello che ci pare e piace al punto che non rispondiamo nemmeno alla logica, tantomeno a quella di voi vittime, e così sequestriamo chi crede di essere al sicuro perché non ci provoca come chi ci provoca perché si crede al sicuro, e soprattutto noi non vi puniamo né premiamo perché se agissimo così questo vorrebbe dire che ciò che voi fate può influenzare le nostre decisioni.

La riunione della redazione tenutasi nel primo pomeriggio in un’atmosfera plumbea affida al vicedirettore, uomo d’esperienza, l’incarico di sintetizzare in un articolo di spalla la posizione del giornale:  preoccupazione per la circolazione di voci incontrollabili e perciò in grado di turbare la popolazione, smentita immediata, senza mai specificarle sia chiaro, delle stesse, solidarietà al collega in difficoltà, diniego di ogni seppur minima relazione tra l’assenza della sua ben nota firma nei prossimi numeri del giornale e i recenti presunti allontanamenti di alcuni cittadini dalle proprie abitazioni, richiesta al governo di mano ferma nei confronti dei facinorosi e difesa intransigente del diritto di fare opposizione, impegno solenne di fornire ai lettori un’informazione completa, veritiera e accurata di tutto quanto accade nel paese e allo stesso tempo promessa di una rafforzata vigilanza per evitare che notizie dalla forte carica emotiva arrivino a turbare la tranquillità del pubblico. Nelle settimane seguenti mentre nessun altro rapimento colpiva più il corpo redazionale della Gazzetta di Centralia un autentico stillicidio di scomparse veniva invece ad accanirsi contro i giornalisti delle altre testate sia nazionali che locali. Uno dopo l’altro tutti i quotidiani si sono affrettati a pubblicare articoli ossimorici sul modello di quello firmato per primo dal vicedirettore della Gazzetta di Centralia. Con effetto pressoché immediato, via via che i giornali si allineavano alla nuova tendenza i rapimenti di reporter diminuivano fino a cessare del tutto. Il fatto fece schizzare in alto il valore di mercato degli ossimoristi, una figura professionale affatto nuova nel mondo della carta stampata, redattori specializzati non tanto nel dare, secondo una logora immagine, un colpo al cerchio e uno alla botte, quanto nel riuscire a negare un concetto nel momento stesso in cui lo affermavano, o anche viceversa, benché tale descrizione non colga la complessità del processo che si fondava in realtà sul superamento delle nozioni stesse di negazione ed affermazione nel nome di un continuo rispecchiamento dei contrari e della loro dissoluzione nel flusso di un pensiero finalmente positivo.

 

La seconda parte del racconto sarà pubblicata il giorno 23 gennaio 2023

 

Share

Rachele e il Minotauro (parte 1) è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>
Fino all’ultimo respiro: il caso Alfredo Cospito e Anna Beniamino https://www.carmillaonline.com/2023/01/20/fino-allultimo-respiro-il-caso-alfredo-cospito-e-anna-beniamino/ Fri, 20 Jan 2023 17:00:12 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=75680 Mentre gli orrori della guerra in Ucraina, propinatici quotidianamente dai media, sembrano voler nascondere orrori a noi ben più vicini, riceviamo e diffondiamo, per dovere etico e morale ancor prima che politico o culturale, questo comunicato fattoci pervenire da Streen, piattaforma professionale con base a Torino dedita alla presentazione del cinema d’autore e altro escluso dai normali circuiti distributivi, insieme al link per poter vedere il filmato realizzato al fine di far conoscere la lotta contro il 41bis e la drammatica vicenda di Alfredo Cospito e Anna Beniamino. [Redazione]

Iniziamo le [...]

Fino all’ultimo respiro: il caso Alfredo Cospito e Anna Beniamino è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>

Mentre gli orrori della guerra in Ucraina, propinatici quotidianamente dai media, sembrano voler nascondere orrori a noi ben più vicini, riceviamo e diffondiamo, per dovere etico e morale ancor prima che politico o culturale, questo comunicato fattoci pervenire da Streen, piattaforma professionale con base a Torino dedita alla presentazione del cinema d’autore e altro escluso dai normali circuiti distributivi, insieme al link per poter vedere il filmato realizzato al fine di far conoscere la lotta contro il 41bis e la drammatica vicenda di Alfredo Cospito e Anna Beniamino. [Redazione]

Iniziamo le attività del 2023 immergendoci nell’attualità impellente dei diritti sociali, tramite un filmato che ci è stato proposto dal collettivo Videocitronix di Torino e che a noi di Streeen sembra utile e importante far circolare, non solo per il diritto ad una libera informazione, informazione che molto poco si focalizza sull’argomento che vi proponiamo.

Il film è un instant movie realizzato, anche con interviste e materiali presi dal web, che grazie soprattutto al racconto degli avvocati Flavio Rossi Albertini e Caterina Calia intervistati via cellulare, cerca di districarsi, non senza difficoltà, nelle vicende relative agli anarchici Anna Beniamino e Alfredo Cospito, quest’ultimo detenuto al 41bis e in sciopero della fame da 90 giorni contro tale regime detentivo, non solo per lui, ma per tutti i detenuti al 41bis.

Una storia complessa, ma in realtà molto semplice, di un uomo che corre seri rischi di morire o di rimanere con danni vitali seri per la sua protesta, affrontata in un regime già arduo di per sé come il 41bis e, per noi di Streeen, diventa impellente usare questo, che è l’unico filmato che cerca di ricostruire questi fatti, per far sì che questa storia si conosca e se ne parli, affinché chi nelle istituzioni può fare qualcosa si faccia vivo rapidamente.

Videocitronix è il nome collettivo fin dai primissimi anni ‘90 dei videomakers della sala montaggio video di El Paso Occupato, storico centro di attività dell’undergound politico e artistico torinese che si definiscè “né centro sociale né squat”, occupato dal 1987 da punk e anarchici. Questo quanto ci racconta la loro scheda del film, che vi proponiamo qui integralmente:

Dal 20 ottobre 2022 Alfredo Cospito, anarchico individualista cinquantacinquenne, incarcerato da anni per diverse azioni da lui stesso pubblicamente rivendicate, è in sciopero della fame contro il regime di detenzione del 41bis e l’ergastolo ostativo a cui è sottoposto oramai da diversi mesi.
La sua non è solo una protesta personale, ma una battaglia politica contro il 41 bis e l’ergastolo ostativo in generale, battaglia che dichiara di voler proseguire con forme diverse in caso gli venissero revocati tali provvedimenti e che invece, in caso contrario, porterà avanti fino alle estreme conseguenze.
Ad Alfredo Cospito e ad Anna Beniamino sono state imputate la partecipazione e l’organizzazione di una serie di attentati avvenuti in Italia con esplosivi rudimentali nei primi anni 2000, azioni che hanno provocato danni di lievi entità, nessun morto né feriti. La loro partecipazione a questi attentati non è mai stata provata in maniera diretta e convincente, né è stata da loro mai rivendicata.
Per questi fatti sono comunque stati condannati, inizialmente, per il reato di “strage comune”, a 15 anni di detenzione, proprio perché strage sì, però senza vittime né feriti… Ma il reato in seguito è stato ulteriormente riqualificato in Cassazione come reato di “strage contro la sicurezza dello Stato”, reato tra i più gravi in assoluto nell’ordinamento del Codice Penale e che prevede la pena fissa dell’ergastolo.
Il 41bis, conosciuto anche come “carcere duro”, regime particolarmente afflittivo, nato per contrastare le mafie nel 1992 ed esteso negli anni 2000 alle organizzazioni terroristiche, è un regime sulla cui costituzionalità, sulle modalità della sua applicazione e sulla sua estensione alle cosiddette organizzazioni terroristiche, vengono posti dubbi di rilievo da numerosi giuristi.
Alfredo Cospito è il primo ed unico anarchico a cui sono state applicare tali misure detentive in Italia.
Il documentario tenta di ricostruire le vicende per le quali Alfredo Cospito, tramite lo sciopero della fame ha intrapreso, da detenuto anarchico, una battaglia contro lo Stato italiano la cui sproporzione di forze ed i cui possibili esiti sono evidenti a tutti, nell’indifferenza pressoché totale delle istituzioni italiane.
Ad oggi Alfredo ha perso 40 chili e si sta avvicinando pericolosamente ad essere uno scheletro.

Il film ci viene fornito secondo i canoni No Copyright – chiunque può farne l’uso che crede – e sarà visibile

dalle ore 18 di venerdì 20-01-2023 al link

Fino all’ultimo respiro

Dal giorno successivo sulla stessa pagina sarà presente un link ad un indirizzo Vimeo di Streeen da cui sarà possibile scaricarlo liberamente per proiezioni, eventi e quant’altro.
Se volete segnalarci eventi, proiezioni o altri utilizzi del film scriveteceli e inviateci foto e materiali a info@streeen.org, provvederemo a pubblicizzarli nella pagina del film.

Share

Fino all’ultimo respiro: il caso Alfredo Cospito e Anna Beniamino è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

]]>