Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Mon, 22 Oct 2018 21:00:10 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.8 Guerrevisioni. L’eredità delle immagini delle guerre mondiali https://www.carmillaonline.com/2018/10/22/guerrevisioni-leredita-delle-immagini-delle-guerre-mondiali/ Mon, 22 Oct 2018 21:00:10 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=47905 di Gioacchino Toni

Su come le immagini dalle guerre mondiali possano essere di aiuto nella comprensione dei conflitti odierni si soffermano diversi studiosi nella prima parte del volume curato da Maurizio Guerri, Le immagini delle guerre contemporanee (Meltemi, 2018) [su Carmilla 12]. Prenderemo qua in esame i saggi di Pierandrea Amat, Raffaele Scolari e Adolfo Mignemi che si occupano rispettivamente di come la gestione delle immagini da parte dei media abbia determinato uno scollamento tra visione ed esperienza, il primo, del rapporto tra essere umano e paesaggio nell’esperienza bellica, il secondo, e dell’interazione [...]

Guerrevisioni. L’eredità delle immagini delle guerre mondiali è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Gioacchino Toni

Su come le immagini dalle guerre mondiali possano essere di aiuto nella comprensione dei conflitti odierni si soffermano diversi studiosi nella prima parte del volume curato da Maurizio Guerri, Le immagini delle guerre contemporanee (Meltemi, 2018) [su Carmilla 12]. Prenderemo qua in esame i saggi di Pierandrea Amat, Raffaele Scolari e Adolfo Mignemi che si occupano rispettivamente di come la gestione delle immagini da parte dei media abbia determinato uno scollamento tra visione ed esperienza, il primo, del rapporto tra essere umano e paesaggio nell’esperienza bellica, il secondo, e dell’interazione tra immagini di guerra e memoria relativa al confitto, l’ultimo.

Pierandrea Amato, nel suo intervento “Dov’è il nemico? Il paradigma della Grande guerra”, riflette su come la guerra possa essere negata tanto dalla mancanza di immagini che ne diano testimonianza, quanto da un eccesso di rappresentazione che finisce con il sottrarle i suoi caratteri specifici e perturbanti. A volte è lo stesso nemico ad essere fatto scomparire; se si pensa al conflitto irakeno del 1991, le immagini televisive non hanno mostrato che uno spettacolo luminoso notturno costituito da traccianti verdastri. «Tutto ciò ha una conseguenza ontologica ed estetica straordinaria che porta a compimento un processo esploso circa un secolo fa; la relazione tra la guerra e le immagini sancisce l’epilogo di un fenomeno registrato da Walter Benjamin: l’eclissi dell’esperienza per l’uomo contemporaneo. Di fronte all’orrore della guerra, rimaniamo attoniti spettatori di un evento cui non facciamo alcuna esperienza (neppure, in fondo, visiva; meno che mai verbale, psicologica, affettiva). Nella vicenda della Prima guerra mondiale Benjamin riesce a estrarre un carattere essenziale dell’età contemporanea: l’ordinaria esperienza dell’impossibile. La prima guerra totale del Novecento, cioè, si colloca oltre la misura del concepibile, determinando la definizione di assi concettuali in grado di fornire un senso all’insensato in cui, evidentemente, le prerogative del logos sono ampiamente sottomesse ad altre costellazioni concettuali» (pp. 23-24).

«In Benjamin la guerra è il centro di gravità di un’operazione che distilla la sua violenza mediante l’adozione di una serie di filtri estetici in grado di rimuovere la profondità del suo orrore. Questa operazione è reazionaria non soltanto perché si riferisce a categorie ampiamente corrose dalla guerra industriale – eroismo, coraggio, ecc. – e quindi si preoccupa di rendere torbido il valore del massacro della Grande guerra (il riferimento diretto di Benjamin) ma più essenzialmente perché fa della guerra un evento estetico» (p. 28). Dunque, sostiene Amato, rifacendosi al ragionamento del filosofo tedesco, qualsiasi guerra contemporanea, caratterizzata com’è da una notevole sublimazione iconica, potrebbe essere intesa strutturalmente un avvenimento fascista per il suo «rimuovere gli umori della guerra: cadaveri, dolore, traumi permanenti. Celerebbero una matrice fascista i conflitti armati contemporanei, se analizzati secondo il caleidoscopio benjaminiano, perché impongono una forma d’estetizzazione della violenza militare il cui destino è sviare dalla sua esperienza effettiva sollecitando, invece, la sua rappresentazione spettacolare. […] La condizione della guerra contemporanea è la perdita di un’esperienza visiva in grado di strapparci da ciò che normalmente vediamo; di produrre uno scollamento tra noi è le nostre esperienze. Ma proprio questa eclissi dell’esperienza ci consegna immancabilmente al cuore dell’esperienza – o meglio: non esperienza – della Grande guerra» (pp. 28-29).

Raffaele Scolari, nel suo “Kurt Lewin e la mutazione dell’immagine dei territori di guerra”, prende invece in esame Paesaggio di guerra (1917) dello studioso tedesco ragionando attorno alla mutevolezza e alla complessità dei legami tra essere umano e paesaggio nell’esperienza bellica. Nella parte finale del suo intervento Scolari si sofferma sull’immagine della guerra come narrazione. «La latente ubiquità e la progressiva invisibilizzazione dei dispositivi impiegati rendono obsolete le nozioni di teatro bellico, di fronte, di retrovia eccetera. Terra, acqua e cielo non configurano più un territorio verso cui avanzare, bensì […] un corpo in cui sono introdotte sonde aventi lo scopo di osservarlo dall’interno per poi eventualmente disabilitarne talune funzioni. Non diversamente dalle immagini fornite per esempio dalla tomografia computerizzata, che per essere comprese richiedono particolari competenze disciplinari, quelle sulla scorta delle quali agiscono i combattenti o, com’è meglio chiamarli, gli operatori bellici delle guerre contemporanee sono elaborati digitali. Propriamente non sono immagini, nel senso che non narrano la storia di eventi in corso, bensì grafici, visualizzazioni di insiemi complessi di dati, ossia riduzioni di complessità che consentono di operare in tempi estremamente stretti» (p. 89).

In un contesto come quello contemporaneo in cui le operazioni belliche vengono sempre più raccontate in maniera addomesticata dai reportage giornalistici, quando non direttamente messe in scena dagli apparati militari, converrebbe concedere scarsa credibilità a tali narrazioni, ma, sostiene Scolari, nonostante tutto, «continuano a circolare immagini potenzialmente capaci di “porci dentro” l’evento e il luogo della guerra. Sono lampi nell’oscurità prodotta [dal] processo generale di invisibilizzazione […]. In quanto tali, riprendendo un concetto chiave delle teorizzazioni di Benjamin, sono “immagini dialettiche”, le quali però non si contrappongono alle “immagini arcaiche”, bensì a quelle prodotte e poste in circolazione da un complesso di dispositivi appunto invisibilizzanti» (p. 90).

Nel saggio di Adolfo Mignemi, “La fotografia e la memoria. Osservazioni sulla violenza nelle immagini e sulla violenza delle immagini”, lo studioso, a partire dall’analisi di diverse fotografie, riflette sulla narrazione della violenza e sulla durezza della sua rappresentazione. «Ciò che lega la fotografia alla memoria è la reciproca interazione che consente, da un lato, di riconoscere le situazioni ed i contesti che strutturano l’immagine, dall’altro di trasformare la narrazione proposta in una esperienza verosimile» (p. 94).

Visto che ogni conflitto si differenzia dai precedenti ed elabora una propria immagine della guerra, l’autore si sofferma in particolare su alcuni casi emblematici: il primo esempio di immagine-rappresentazione di caduti in combattimento che ritrae una delle fosse comuni di Melegnano realizzate dopo la battaglia dell’8 giugno 1859; le raccolte da Paolo Valera del 1912 relative alla repressione in Libia delle resistenze all’occupazione italiana come primo utilizzo di fotografie di denuncia di crimini di guerra; il filmato comparso sul web nel gennaio del 2012 realizzato da alcuni militari americani mentre infieriscono sui cadaveri dei nemici; il video girato e diffuso in internet dall’Isis relativo alla decapitazione del giornalista americano James Wright Foley ad al-Raqqua nell’agosto del 2014.

Il saggio si sofferma anche sul fatto che in numerose pubblicazioni edite nel corso del Primo conflitto mondiale i caduti vengono mostrati con immagini che li ritraggono in abiti borghesi e non in divisa. «Che cosa può aver indotto le famiglie a consegnare alla memoria pubblica questo tipo di ritratti? È l’assenza di una foto in divisa militare tra le immagini conservate a casa? È la volontà di confermare il proprio ricordo della persona cara fissando la memoria visiva alle condizioni di vita normale, precedente la guerra?» (p. 99). Oltre a tali possibili motivazioni, secondo lo studioso, vi sarebbero parecchi elementi che rendono possibile ipotizzare anche un cosciente atto di contrarietà alla guerra.

«Nell’ambito di una riflessione sulla memoria visiva dei caduti è molto interessante soffermarsi sui ricordini di lutto familiari intesi come espressione del percorso di elaborazione del lutto. In generale possiamo affermare che, a partire dalla prima guerra mondiale, progressivamente la retorica patriottica si impossessa della memoria e l’immagine diviene l’elemento costitutivo principale delle rappresentazioni. Successivamente la simbolica istituzionale prende a impossessarsi di tutto: compaiono i simboli politici al posto delle tradizionali simbologie del sacrificio, del dolore, della consacrazione alla Volontà superiore. Progressivamente, in conseguenza anche della ritualizzazione della politica autoritaria, la rappresentazione del soprannaturale lascia il posto all’immagine della Nazione, arbitra unica delle sorti dei cittadini e soggetto pienamente legittimato all’esercizio della violenza collettiva. È in questo contesto che la contrarietà alla guerra si manifesta in innumerevoli forme» (p. 99).

Una riflessione viene riservata dall’autore alla diffusione di immagini dai teatri di guerra da parte di militari: se è pur vero che oggi grazie agli smartphone è facile realizzare e diffondere immagini, dunque disporre di documentazione circa episodi di violenza nei teatri di guerra, Mignemi sottolinea come, in molti casi, le fotografie e i filmati testimonianti episodi particolarmente violenti non vengano realizzati dai militari per denunciare i fatti ma per diffondere una “immagine-ricordo” compiaciuta del loro essere combattenti.

Alle immagini si è fatto ricorso, sin dall’avvio del Secondo conflitto mondiale, anche per la loro capacità di rappresentare e proporre violenza: tra le prime pubblicazioni che ricorrono a tale uso delle fotografie nel saggio viene citato il libro prodotto ufficialmente dal governo tedesco, dopo l’annessione della Polonia, sulle atrocità commesse dai polacchi nei confronti delle minoranze tedesche.

Venendo invece agli interventi militari italiani novecenteschi, di questi esiste, ad esempio, un’ampia documentazione visiva delle guerre di aggressione in territorio balcanico a partire dal 1940, che «ben rappresenta il ripetersi del progetto imperiale fascista di conquista e dominazione del Mediterraneo» ma, denuncia lo studioso, ancora oggi, in Italia, la ricerca storica sembra non riuscire a scalfire «l’opinione assolutoria diffusa nella mentalità comune circa il ruolo di aggressore del nostro Paese» (p. 107).

Un caso su cui si sofferma il saggio riguarda invece alcune immagini che testimoniano le infami modalità con cui l’Italia ha partecipato all’Operazione Ibis in Somalia; dalle foto dei nemici incappucciati e con mani e piedi legati dietro la schiena con una corda intorno al collo, a quelle del prigioniero denudato e sottoposto a scariche elettriche, fino all’episodio dello stupro con razzo di segnalazione di una donna somala effettuato dai militari italiani nel novembre 1993 ad un posto di blocco tra Mogadiscio e Balad. Di tutte queste immagini non si parla più, così come è sceso il silenzio su quella e altre operazioni militari tricolori. Si tratta di un oblio sicuramente utile sia a evitare, nuovamente, al Paese di fare i conti con le proprie responsabilità, che a non intralciare la costruzione del capro espiatorio del momento: il migrante che spinge alle porte di casa.


Serie “Guerrevisioni

 

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Fiscal Combat https://www.carmillaonline.com/2018/10/21/fiscal-combat/ Sun, 21 Oct 2018 17:00:52 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=49308 di Alessandra Daniele

“Se non riusciamo a dare il Reddito di Cittadinanza, il Movimento 5 Stelle è morto” – Roberto Fico, luglio 2018

Il presidente della Camera grillino teme i suoi elettori come se fossero esattori della Mafia. Il ministro dell’Interno leghista sa che i suoi elettori sono gli unici esattori ghiotti di condoni. I debiti sono in scadenza, e i Grilloverdi come previsto, dopo la Fase uno della loro Exit Strategy, cioè dare la colpa all’Europa, hanno fatto partire la Fase due: darsi la colpa a vicenda. Mentre Salvini stava in Russia per aggiornarsi il software, Cazzaro [...]

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di Alessandra Daniele

“Se non riusciamo a dare il Reddito di Cittadinanza, il Movimento 5 Stelle è morto” – Roberto Fico, luglio 2018

Il presidente della Camera grillino teme i suoi elettori come se fossero esattori della Mafia.
Il ministro dell’Interno leghista sa che i suoi elettori sono gli unici esattori ghiotti di condoni.
I debiti sono in scadenza, e i Grilloverdi come previsto, dopo la Fase uno della loro Exit Strategy, cioè dare la colpa all’Europa, hanno fatto partire la Fase due: darsi la colpa a vicenda.
Mentre Salvini stava in Russia per aggiornarsi il software, Cazzaro Di Maio ha improvvisamente scoperto che nella loro Manovra del Popolo s’annidava un laido Supercondono con tanto di depenalizzazione del riciclaggio, e l’ha denunciato nella sede istituzionale più autorevole che gli è venuta in mente: lo studio di Vespa. La cosiddetta Pace Fiscale s’è quindi trasformata nel casus belli della settimana, mentre la temperatura nella pentola dello spread continuava a salire, lentamente ma inesorabilmente.
Salvini ha risposto minacciando Di Maio di sabotare l’altro condono, quello edilizio delle villette abusive di Ischia infilato di straforo dai grillini nel decreto per Genova.
La sceneggiata s’è conclusa con un ridimensionamento del condono fiscale, che senza davvero renderlo meno iniquo, l’ha reso anche inutile a tappare i buchi di bilancio ai quali era stato destinato.
La manovra finanziaria Grilloverde somiglia sempre di più a una letterina di Natale spedita a Ferragosto.
Come Max Bialystock e Leo Bloom, i producer truffaldini del capolavoro di Mel Brooks Per favore non toccate le vecchiette, in realtà Salvini e Di Maio si augurano che il loro spettacolo non sopravviva alla première, perché sanno che altrimenti si troverebbero costretti a pagare dei dividendi che non guadagneranno mai.
Del loro sgangherato musical neofascista, scritto, diretto e interpretato da cialtroni, hanno venduto il 10.000% delle royalty. La loro unica speranza di farla franca è l’essere costretti dalla Crisi a smontare al più presto la loro messa in scena.
Natale però è lontano.

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Da dove viene l’hitlerismo? Un’idea di storicismo in Simone Weil https://www.carmillaonline.com/2018/10/20/da-dove-viene-lhitlerismo-unidea-di-storicismo-in-simone-weil/ Sat, 20 Oct 2018 21:35:02 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=49183 di Nei Novello

Simone Weil, Le origini dell’hitlerismo, a cura di R. Revello, Meltemi, Milano 2017, 10,00 euro.

Quelques réflexions sur les origines de l’hitlérisme di Simone Weil è un breve e tripartito studio del 1939 pensato per la rivista «Nouveaux Cahiers». Delle tre ante originarie, la seconda, «Hitler et la politique extérieure de la Rome antique», è pubblicata nel gennaio 1940. La nota del curatore Roberto Revello rivela al lettore che la prima parte, «Permanence et changements des caractères nationaux», ideata da Weil in funzione di introduzione, e la terza, «Hitler et le régime intérieur de l’Empire [...]

Da dove viene l’hitlerismo? Un’idea di storicismo in Simone Weil è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Nei Novello

Simone Weil, Le origini dell’hitlerismo, a cura di R. Revello, Meltemi, Milano 2017, 10,00 euro.

Quelques réflexions sur les origines de l’hitlérisme di Simone Weil è un breve e tripartito studio del 1939 pensato per la rivista «Nouveaux Cahiers». Delle tre ante originarie, la seconda, «Hitler et la politique extérieure de la Rome antique», è pubblicata nel gennaio 1940. La nota del curatore Roberto Revello rivela al lettore che la prima parte, «Permanence et changements des caractères nationaux», ideata da Weil in funzione di introduzione, e la terza, «Hitler et le régime intérieur de l’Empire romain», censurato, da subito perdono aderenza con il corpo di «Hitler et la politique extérieure de la Rome antique».

Entrambe le parti diventano per così dire extravaganti, queste prima e terza del trittico, smembrate dal composito disegno di «Quelques réflexions». Esse sono infine pubblicate in Francia soltanto nel 1960, all’interno dell’edizione di Écrits historiques et politiques, e nuovamente presenti nelle Œuvres complètes del 1989, edizione di riferimento da cui è tratto, nell’edizione italiana, Le origini dell’hitlerismo.
A catturare l’attenzione del lettore di Weil non è però la cronistoria né il luogo di pubblicazione, è la data di concezione a costituirsi invece alla maniera di un centro ustorio perché tale data confessa che la pensatrice scrive dall‘hitlerismo, non scrive post factum, scrive cioè dall’alveo della storia europea. Eppure a essere elusa perché eletta a grande sottinteso dell’intero discorso sull’hitlerismo è proprio la figura storica di Hitler. Essa non è discussa, è anzi ridiscussa entro un quadro di agnizioni storiche, di exempla di cui il dittatore nazista diviene per così dire la figura fantasmatica, l’orizzonte immaginario. Il Führer figura allora la stella polare di un disegno intellettuale teso a costruire un sistema rizomatico di topoi esemplarmente identificativi di forme hitleriane prima di Hitler. È rivelata così la dialettica interna al testo. Da un lato vi è l’engagement messo in scena dalla voce filosofica di Simone Weil, dall’altro si staglia il volto demoniaco del potere, o meglio la fenomenologia o la sua incidenza biopolitica. Nel dialogo tra la Francia e la Germania, intese come emblemi di due idealmente (ma non acriticamente da parte di Weil) opposte visioni del mondo, a interessare la filosofa francese sono esclusivamente i «caratteri nazionali». Essi infatti rinviano all’opera di «nazioni pericolose per la civiltà, la pace e la libertà dei popoli», cioè proprio il mondo divenuto pour cause la visione di una politica di «dominio universale». E qui Weil non cade nella contraddizione di favorire un salvacondotto alla Francia. La modernità – ricorda la pensatrice – ha espresso tre esempi storici di potenziale «dominio universale»: il primo spagnolo (Carlo V e Filippo II), il secondo e il terzo francesi, Luigi XIV e Napoleone. Essi appaiono anzitutto visioni del mondo rimaste entro il perimetro della visione (non avulse ovviamente dalla «crudeltà» necessaria per realizzare la visione, è ovvio), qualcosa di differente in confronto ai modelli storici dell’antichità, a esempio, di Alessandro il Grande o dell’Impero Romano. Se la Francia di Luigi XIV, al cui regime Weil non fatica ad attribuire l’«appellativo moderno di totalitario», e Napoleone istituiscono il topos moderno del dominio universale, il Novecento ha trovato solo nella «Germania la sua forma suprema». Di qui consegue un’associazione logica, o meglio la costruzione di una visione del mondo ovvero la dimostrazione di una tesi per mezzo di agnizione storica: «La Germania che oggi temiamo tanto si può dire che fu costruita tappa per tappa dalla Francia».
Ma la macro-agnizione di Weil, quasi a ricercare ideali concordanze – che Arnold A. Toynbee avrebbe identificato come civilization on trial – ripercorse seguendo una via di sangue e crudeltà, conduce però all’associazione tra la «Germania hitleriana» e «Roma», più chiaramente porta a Hitler e Cesare e all’analogia delle due figure. Tra «permanenza e cambiamento» dei cosiddetti caratteri nazionali, nell’asimmetria nominale Cesare vs Hitler, Weil espone un caso di continuità sostanziale sia nella funzione sia nell’ideologia riscontrati al livello del personaggio storico. Al contrario, nel confronto tra i Germani di Tacito e i tedeschi della Germania hitleriana, la pensatrice ritrova un caso di discontinuità nazionale, cioè a dire che se la categoria di hitlerismo (come quella di cesarismo, per dirla con Gramsci) permane invariata, a cambiare, tra classicità e modernità, è invece proprio il carattere nazionale.
Il nome di Cesare viene dunque a identificare una metonimia. Dietro il conquistatore – come spiega Weil in Hitler e la politica estera dell’antica Roma – è celato il grande nome di Roma. E i Romani, nella storia classica, definiscono l’archetipo dell’hitlerismo, o meglio l’hitlerismo diviene l’orizzonte moderno della storia antica, soprattutto quando essa figura l’espressione politica di una categoria psicologica: la «perfidia» come premessa della «crudeltà». Guardare alla storia di Roma e al primo Africano, Cornelio Publio Scipione, per Weil costituisce un exemplum storico archetipico. Riconoscere poi nella conquista di Cartagine (e di Macedonia e Grecia) un modello originario, fa della ricerca storiografica la nascita di un’ipotesi culturale, cioè la legge ideologica della violenza nella strategia di Roma conquistatrice. Ma la violenza pratica, esito di una concezione militare improntata alla perfidia e alla crudeltà, determina la nascita di una categoria politica. Essa pertanto si configura alla stregua di una generale lingua del potere, e per questa via investe globalmente, in sostanza fondandola, l’idea stessa di romanità. Tracciare un cerchio intorno a un re nemico intimandogli di non varcarlo prima di aver accettato le richieste di Roma equivale allora a similari strategie adottate dal Terzo Reich.
Oltre alla politica estera, Weil considera il parallelismo tra Roma e la Germania hitleriana – nel terzo saggio, Hitler e il sistema interno dell’Impero romano – anche nell’ambito della politica per così dire intra mœnia. Il tema che più di altri definisce l’argomento riguarda la schiavitù, la realtà o lo stato di schiavitù, o ancora meglio l’attitudine programmatica di generare schiavitù, di produrre una società assoggettata per meglio egemonizzarla. Nella volontà di dimostrare che tale topos identifica nel «modo più impressionante le moderne dittature totalitarie», Weil infine ricorre alla categoria di «Stato». Ma la pensatrice intende qui parlare di una statalità destatalizzata dall’interno per identificare in questo un luogo prioritario nel definire un paradosso, la destatalizzazione generata dalla coatta idolatria dell’imperatore da parte dei sudditi, come accade, ad esempio, nella dinastia giulio-claudia. D’altra parte, se è vero che «Hitler non schiaccia la Boemia più di quanto Roma non schiacciò le sue province», da un punto di vista della politica interna la politica estera appare per così dire un modello da replicare proprio all’interno mutando la forma repressiva ma mantenendone invariata la sostanza subculturale della violenza.

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Memoria senza infingimenti e ipocrisie https://www.carmillaonline.com/2018/10/20/memoria-senza-infingimenti-e-ipocrisie/ Sat, 20 Oct 2018 01:46:58 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=49316 di Valerio Evangelisti

Andrea Tanturli, Prima Linea. L’altra lotta armata (1974-1981), vol. I, Derive / Approdi, 2018, pp. 386, € 25,00.

Da tempo, la casa editrice Derive / Approdi sta conducendo un’operazione lodevole: pubblicare volumi che, con taglio strettamente accademico, indaghino i fenomeni di lotta armata di estrema sinistra che condizionarono pesantemente gli anni Settanta del secolo scorso e i primi anni Ottanta. Senza apologie, giustificazioni o invettive, ma con una rievocazione dei fatti ampiamente documentata.

Sono esemplificazioni di questo metodo il volume di Marco Clementi, Paolo Persichetti ed Elena Santalena, Brigate rosse. Vol. I: “Dalle fabbriche alla “campagna di [...]

Memoria senza infingimenti e ipocrisie è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Valerio Evangelisti

Andrea Tanturli, Prima Linea. L’altra lotta armata (1974-1981), vol. I, Derive / Approdi, 2018, pp. 386, € 25,00.

Da tempo, la casa editrice Derive / Approdi sta conducendo un’operazione lodevole: pubblicare volumi che, con taglio strettamente accademico, indaghino i fenomeni di lotta armata di estrema sinistra che condizionarono pesantemente gli anni Settanta del secolo scorso e i primi anni Ottanta. Senza apologie, giustificazioni o invettive, ma con una rievocazione dei fatti ampiamente documentata.

Sono esemplificazioni di questo metodo il volume di Marco Clementi, Paolo Persichetti ed Elena Santalena, Brigate rosse. Vol. I: “Dalle fabbriche alla “campagna di primavera” (2017), preceduto dall’eccellente M. Clementi. Storia delle Brigate Rosse, ed. Odadrek, 2007; e ancora Andrea Casazza, Gli imprendibili. Storia della colonna simbolo delle Brigate rosse (2013). Adesso vi si aggiunge questo imponente Prima Linea, che dalle origini del gruppo giunge alle soglie dell’omicidio del giudice Emilio Alessandrini.

É palese l’intenzione, dell’editore e degli autori citati, di separarsi nettamente dalla paccottiglia che intasa gli scaffali delle librerie, con una miriade di testi che trattano i conflitti armati di quasi un cinquantennio fa in chiave complottistica, con ipotesi sempre più funamboliche; oppure che ravvivano il fenomeno nel timore che si ripeta, fino a fare del suo contrasto uno dei cardini dell’attuale ordine statuale. Ciò che impedisce ancora oggi un’analisi serena dei fatti, delle loro motivazioni e delle loro conseguenze. Fenomeno non solo italiano, visto che colpisce anche, con quasi maggiore virulenza, l’ETA basca (molto meno, tra i gruppi armati, l’IRA, forse per una tradizione di obiettività tutta anglosassone).

Fatta questa premessa, valeva la pena di consacrare un tomo – presto due – di tali proporzioni a Prima Linea, inferiore numericamente alle Brigate Rosse e non altrettanto radicata su scala nazionale? Penso di sì, per la sua considerevole differenza dalle BR. Se queste ultime si collegavano, non solo idealmente ma anche come composizione, alla tradizione del PCI di epoca partigiana e ai suoi derivati maoisti, PL scaturisce direttamente dalla sinistra extraparlamentare degli anni Settanta (specialmente Lotta Continua dei centri industriali del nord, e una parte di Potere Operaio romano), e si amalgama meglio e più dei brigatisti all’autonomia operaia e al movimento del ’77, senza dissolversi del tutto al suo interno. Non a caso, resisterà a lungo alla scelta di una completa clandestinità, e a imboccare la strada dell’omicidio individuale.

Tanturli segue con grande precisione fasi e svolte di questo percorso tortuoso, a partire dall’esperienza di Senza Tregua (su cui esiste un’ottima ricerca di Emilio Mentasti, Senza Tregua. Storia dei comitati comunisti per il potere operaio, 1975-1976, ed. Colibrì, 2012), che di PL fu la matrice. Lavoro reso difficile a fronte di un’organizzazione poco compatta, mai veramente unitaria, portatrice di una teoria dalle basi spesso fluide ed effimere.

Il limite di questo volume iniziale, come di tutte le ricostruzioni analoghe, è di sottacere il (chiamiamolo così) “lato umano”, la personalità dei militanti, le loro motivazioni intime. Fattori che dovettero avere il loro peso, visto che, al momento del suo crollo, Prima Linea sfornò “pentiti” e “dissociati” a profusione, tra i più letali per l’antagonismo armato (Viscardi, Sandalo, ecc.). Forse se ne parlerà nel secondo volume. Intanto dobbiamo essere grati a Tanturli e a Derive /Approdi per avere riportato alla luce, con onestà, una storia anni luce lontana dal nostro presente, ma che incise molto sul “suo” presente.

 

 

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Autobiografia di Carmilla 2/2 https://www.carmillaonline.com/2018/10/19/autobiografia-di-carmilla-2-2/ Fri, 19 Oct 2018 01:00:45 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=49300 di Redazione

[Qui la prima parte dell’intervista compresa nel volume, a cura di AA. VV., Sistema periodico, Pendragon editore.]

Quale linea editoriale avete scelto e perché?

Se condividiamo un’ottica generale, non abbiamo una linea rigidamente predefinita. I redattori sono liberi di scegliere lo stile e gli argomenti, e ne rispondono personalmente. Solo nei casi in cui un pezzo particolarmente significativo venga proposto come editoriale si fa una consultazione, naturalmente on line. La redazione è disaggregata, alcuni redattori vivono all’estero, in America Latina, gli altri sono distribuiti a Torino, Milano, Brescia, Bologna, Roma, Palermo. Potrebbe sembrare un limite, in realtà [...]

Autobiografia di Carmilla 2/2 è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Redazione

[Qui la prima parte dell’intervista compresa nel volume, a cura di AA. VV., Sistema periodico, Pendragon editore.]

  • Quale linea editoriale avete scelto e perché?

Se condividiamo un’ottica generale, non abbiamo una linea rigidamente predefinita. I redattori sono liberi di scegliere lo stile e gli argomenti, e ne rispondono personalmente. Solo nei casi in cui un pezzo particolarmente significativo venga proposto come editoriale si fa una consultazione, naturalmente on line. La redazione è disaggregata, alcuni redattori vivono all’estero, in America Latina, gli altri sono distribuiti a Torino, Milano, Brescia, Bologna, Roma, Palermo. Potrebbe sembrare un limite, in realtà è una risorsa, i contributi sono vari e dinamici.

  • Come conciliare la necessità di farsi leggere con quella di pubblicare contenuti autentici, anche andando contro quelle che sono le logiche di mercato, contro il gusto prevalente?

Come detto, non ci poniamo a priori il tema che un articolo piaccia a una certa percentuale di lettori, se il testo ci sembra buono e adatto a una normale fruizione online (cioè non diluviale, non inutilmente “tecnico” –  anche se a volte pubblichiamo articoli con dati tecnici che ci sembrano rilevanti). Non dobbiamo piacere a tutti i costi, e cerchiamo di essere chiari nelle nostre posizioni.

  • Qual è il vostro bacino medio di utenza: chi sono i lettori, quanti sono, dove sono? Pubblicate rivolgendovi a un target, a un pubblico specifico, oppure no? Perché? Come vi ponete rispetto alla logica dei like e delle visualizzazioni, nonché della monetizzazione della visibilità mediatica?

Non ci curiamo di tutto ciò. Ci legge chi vuole leggerci. Molti o pochi, dipende dalle stagioni dell’anno o anche dai giorni della settimana. A noi interessa divulgare i nostri materiali, poi li recepirà chi nutre interesse. Siamo fuori da ogni logica mercantile. I like li usiamo come indicatore (benché poco affidabile). Siamo risoluti nemici del mercato, e non ne accettiamo le presunte leggi.

  • Avete rapporti con l’estero? Vi occupate delle traduzioni di opere non italiane e della loro diffusione, o della diffusione di opere italiane all’estero? Pubblicate anche fuori dall’Italia?

Poiché come detto alcuni redattori vivono in America Latina, poniamo molta attenzione agli eventi e alle dinamiche socio-politiche di quei paesi, Venezuela, Messico, Brasile, e traduciamo testi, soprattutto articoli o saggi, ma anche di narrativa, e capita che alcuni nostri pezzi siano tradotti e pubblicati su siti esteri. Numerose università straniere usano materiali di Carmilla nei corsi di italianistica.

  • Quale ruolo riveste la critica nella vostra rivista? Quale forma predilige: l’articolo informativo- divulgativo, la recensione o il saggio critico?

La critica ha senz’altro un ruolo forte, in Carmilla, ma con ampia libertà di declinazioni: le forme che citate e anche altre più creative o (se si preferisce) sperimentali. L’importante è la qualità degli scritti, non il taglio formale.

  • Prediligete una linea interdisciplinare? Qual è il limite dell’interdisciplinarietà? Pensate che sminuisca il valore della sezione prettamente letteraria? In che modo conciliate/ non conciliate la letteratura con le altre arti?

Carmilla è per sua natura interdisciplinare: la dimensione letteraria, per quanto forte, non è comunque l’unica e ha una forte vocazione politica. Chi si rivolge alla nostra pagina sa d’incontrare interventi in tema di arti figurative, cinema, lavoro, ambiente, diritti civili e molto altro. L’elemento unificante è proprio il discorso sull’immaginario, che corre attraverso opere di creazione e scelte pubbliche, esprimendo o veicolando anche sottilmente posizioni, ora di potere ora di opposizione.

  • Pubblicate poesia? Se sì, cosa significa per voi parlare di poesia su una rivista?

Pubblichiamo poesia abbastanza di rado (per dire, finora nel 2017 solo cinque volte), ma abbiamo una categoria apposita. In vari casi il riferimento è a produzioni estere che hanno poco spazio nelle vetrine nostrane – poesia palestinese, o latinoamericana – ma non ci sono preclusioni salvo il taglio generale della zine. È un altro modo di dare voce a realtà interessanti e spesso soffocate.

  • Perché c’è ancora l’esigenza di pubblicare poesia su rivista, dato il grande cambiamento subito tanto dalle riviste, quanto dalla poesia?

La scelta di pubblicare poesia è coraggiosa e difficile, gli acquirenti un pubblico abbastanza ristretto. È comprensibile una certa difficoltà degli editori di varare volumi di poesia: la rivista (tanto più online) è uno strumento che ne agevola la circolazione, ed è espressione di piccole e vivaci realtà corali.

  • Nel Novecento le riviste fungevano da filtro per le nuove proposte in ambito poetico, oggi sembra tutto molto più concentrato a ottenere visibilità e visualizzazione: la poesia (ma si potrebbe allargare la domanda anche ad altri generi) si sta adeguando al mercato o esiste una sperimentazione poetica?

Esiste certamente ancor oggi una sperimentazione in poesia, e non mancano esperienze interessanti. Ma non siamo noi a poter rispondere in modo adeguato a un discorso tanto ampio sul tema.

  • Spesso i grandi romanzi che leggiamo in formato libro, non sono che la pubblicazione successiva delle parti pubblicate su rivista a puntate: esiste ancora oggi questo fenomeno?

Sì, anche se certo non ha l’importanza del passato. Anche noi su Carmilla ospitiamo saltuariamente romanzi a puntate. Però non spesso, e – per quanto si può vedere – in generale senza che la proposta incontri una grossa fortuna coi lettori. Dove non è un problema di poco interesse dei testi, ma forse di poca abitudine del nostro pubblico. C’è poi il caso di “assaggi” (in una puntata) di romanzi, specie di autori che noi non recensiamo perché membri della redazione.

Domanda/riflessione sul termine immaginario che compare nella vostra intestazione:

Recentemente, durante una lezione tenuta alla Summer School su Il (non)lavoro nella cultura italiana contemporanea, il professor Raffaele Donnarumma ha affermato che “l’immaginario è la categoria attraverso cui analizzare le opere contemporanee”. L’immaginario, citando J. J. Wunemburger, autore de L’immaginario, è una sfera di rappresentazione ambivalente, in quanto può essere fonte di errore, ma anche di rivelazione. Non è reale, poiché si tratta di un linguaggio simbolico attraverso il quale diamo forma a un pensiero, spesso attraversato da incoerenza logica e interpretativa dalla quale però può nascere l’esperienza del paradosso e dunque il riscatto della stessa realtà: in questo meccanismo è sedimentato il significato che va a rompere con le forme del reale e del razionale. Parlare dell’immaginario significa compiere un lavoro sulla realtà scardinando il mimetismo delle rappresentazione del reale, trovando nuovo significato e diverse possibilità. Ci ha fatto pensare il fatto che questa stessa parola sia presente nella vostra intestazione. Come mai l’avete scelta? Perché per voi è importante? Credete che sia categoria fondamentale attraverso la quale analizzare e capire la modernità e la contemporaneità? Perché?

L’abbiamo scelta perché ci pare che oggi una grande partita da giocare sia proprio sull’immaginario. Anzitutto in riferimento al peso di strutture dell’immaginario sul dibattito pubblico; e prima ancora su ciò che non è “dibattito” e resta invece inavvertibilmente, pericolosamente presupposto sotto ogni soglia critica, impattando sulla vita collettiva e le esistenze personali. Basta dare un’occhiata alle pagine web dei siti istituzionali per renderci conto di quanto immaginario (in senso retorico, simbolico, mitico) venga mobilitato da quel linguaggio a rendere la realtà quella che conosciamo. Pensiamo a quanto immaginario sedimenti in una formula come “la Buona Scuola”, a fingere una sintesi di quanto di buono la scuola italiana ha offerto nel tempo – e certamente ne ha offerto – con istanze presentate come “nuove”. Una vera e propria colonizzazione dell’immaginario a suon di parole-chiave, magari nella forma artificiosamente giovanilistica dei giochini con gli hashtag.

Ma pensiamo anche a quanto l’immaginario collettivo sia toccato tutti i giorni in modo solo apparentemente neutro da istanze artistiche: la letteratura come altri linguaggi, spesso popolarissimi (il genere) compresi ovviamente quelli di cinema e televisione. E compreso l’ambito – che su Carmilla ha uno spazio importante, come del resto già nella rivista cartacea che ne ha costituito l’immediato precedente – del cosiddetto fantastico, nelle sue varie forme. Dove fantastico, facciamo attenzione, non è tanto un contenuto quanto un modo di narrare: cioè una forma più o meno libera, più o meno cosciente, di gioco coi pesi specifici dell’immaginario. Anche se poi spesso il contenuto guarda a una realtà concretissima – nel bene e nel male, di implicazioni critiche o invece di manipolazione – a livello individuale, sociale o anche politico. Il fantastico è un linguaggio-laboratorio che ci permette di esplorare la realtà nelle sue possibilità più estreme. Come ha detto qualcuno, il fantastico è come un paio di occhiali che ci agevola una certa messa a fuoco sulla realtà, uno dei modi possibili di collocarla alla giusta distanza per cogliere alcune cose.

Carmilla è appunto uno spazio di riflessione, di provocazione a rileggere anche sottotesto questo orizzonte di suggestioni. Attenzione, non per contribuire a lottizzarlo, come in tema di fantastico ha fatto in Italia per decenni una certa cultura neofascista a tutt’oggi ben radicata, a suon di strumentalizzazioni evoliane di autori come Lovecraft o Tolkien. Non si tratta di lottizzare, di aggregare capziosamente consenso, ma di fare resistenza culturale, proprio nel rispetto della complessità, a una certa colonizzazione dell’immaginario; di leggere con rigore, di evidenziare le contraddizioni e le ambiguità, le potenzialità e le provocazioni in gioco in chiave di macchine per pensare e di una sana controinformazione. E tutto ciò senza temere di ammettere che certe letture, certe visioni ci piacciono: da cui anche lo spazio all’ironia, a una percezione “complice” – in modo avvertito e critico ma divertito e magari appassionato – di tutta una produzione fantastica anche popolarissima. E di tutto ciò le Schegge taglienti della nostra Alessandra Daniele, che grondano grande fantascienza letteraria e cultura “popolare” in un confronto lucidissimo con le maschere della politica, rappresentano una sintesi esemplare ed esplosiva.

Senza poi tener conto del fatto molto più grande e innovativo del rendersi conto che l’immaginario non occupa soltanto uno spazio ristretto dell’attività di pensiero umana e delle azioni  che ne conseguono, ma in realtà costituisce e riassume in sé tutte le formulazioni del pensiero e dell’attività intellettuale.  Quindi, rovesciando un assunto novecentesco, non si può più affermare, ad esempio, che l’immaginario è politico (che dipende soltanto dalle scelte che fa il singolo pensatore/autore oppure dal trend politico circostante), ma piuttosto che il politico è uno degli elementi, dei territori dell’immaginario. Così come lo sono  la letteratura, l’arte, l’economia e la scienza stessa nelle sue congetture e formulazioni precedenti alla conferma sperimentale.

Occorre infatti liberare l’immaginario dal ruolo falsamente sovrastrutturale che gli viene affidato nella società dello spettacolo per affermarne la dialettica appartenenza alla struttura stessa delle società umane e per far sì che tutta la sua potenza creativa e innovativa diventi strumento di radicale cambiamento dello stato di cose presenti. I rappresentanti del potere e dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo immaginano e governano sulla base di assunti ritenuti immutabili, coloro che vogliono il cambiamento devono immaginarne e proporne altri. Saranno i passi successivi a dimostrarne, sperimentalmente, la validità o meno poiché, per far solo un esempio, la correttezza del sistema eliocentrico rispetto a quello geocentrico, fino allora semplici espressioni dell’immaginario umano, non fu dimostrata che con la realizzazione di calcoli e strumenti di osservazione che prima non esistevano. Questo ci insegna però che l’immaginario (politico, scientifico, sociale o artistico che sia) non può essere limitato da dogmi o da verità assolute, pena la sua morte per consunzione, costituendo più il luogo simbolico delle domande a cui occorre dare risposta più che delle sole risposte.

Per questo la battaglia, cui si accennava più sopra, nei suoi ambiti si fa così importante e significativa  per Carmilla.

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Autobiografia di Carmilla 2/2 è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Rapporto su una guerra già da lungo tempo in atto 2/2 https://www.carmillaonline.com/2018/10/17/rapporto-su-una-guerra-gia-da-lungo-tempo-in-atto-2-2/ Wed, 17 Oct 2018 20:01:37 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=49223 di Sandro Moiso

[Qui la prima parte di questo articolo.]

«Le decisioni che prenderemo sull’energia proveranno il carattere del popolo americano e la capacità di governare la nazione da parte dei presidente e del congresso. Questo nostro sforzo sarà l’equivalente morale di una guerra.» (Presidente Jimmy Carter, 18 aprile 1977)

Nessun governo o partito può essere realmente ‘amico’ dei movimenti che lottano contro l’estrattivismo, in difesa dei territori e del futuro della specie, così come hanno dimostrato gli ultimi voltafaccia pentastellati a proposito delle grandi opere inutili, ma non bisogna mai [...]

Rapporto su una guerra già da lungo tempo in atto 2/2 è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Sandro Moiso

[Qui la prima parte di questo articolo.]

«Le decisioni che prenderemo sull’energia proveranno il carattere del popolo americano e la capacità di governare la nazione da parte dei presidente e del congresso. Questo nostro sforzo sarà l’equivalente morale di una guerra.» (Presidente Jimmy Carter, 18 aprile 1977)

Nessun governo o partito può essere realmente ‘amico’ dei movimenti che lottano contro l’estrattivismo, in difesa dei territori e del futuro della specie, così come hanno dimostrato gli ultimi voltafaccia pentastellati a proposito delle grandi opere inutili, ma non bisogna mai dimenticare che il grimaldello per scardinare i diritti e i provvedimenti in difesa dei territori e dei lavoratori è stato troppo spesso fornito dalle forze che si vorrebbero e che si sono sempre sfacciatamente dichiarate democratiche e ‘progressiste’, come l’affermazione dell’ex-coltivatore di arachidi della Georgia, nonché ex-membro della Commissione Trilaterale e premio Nobel, posta in esergo rivela abbastanza chiaramente.

Le differenti forme di pacificazione, infatti, non dipendono dalla qualità dei governi in carica, ma dalle differenti strategie da questi messe in atto per cercare di colpire, frantumare e distruggere i movimenti che ad essi si oppongono.
Da questo punto di vista, ad esempio, le sanzioni amministrative e le pene pecuniarie messe in atto, sempre più spesso, nei confronti degli oppositori dalla Val di Susa al Salento agli Stati Uniti non hanno tanto la funzione di ‘ammorbidire’ gli strumenti repressivi, quanto piuttosto quello di rendere più flessibile e invasiva la pacificazione stessa.

Ad esempio, le pesanti sanzioni pecuniarie adottate dallo Stato contro una parte dei militanti del Movimento No Tav sembra rispondere a una logica di differenziazione della repressine per fasce d’età, cercando di colpire maggiormente i più giovani con la minaccia di lunghi periodi di reclusione e i più anziani con una piuttosto pesante nei confronti dei beni risultanti da una vita di lavoro (casa, risparmi, etc.). Anche se poi, come dimostra la più recente sentenza a carico di 16 militanti di varia età, la condanna alla pena detentiva sembra essere spesso quella più apprezzata dai pubblici ministeri (anche a costo di vedersela dimezzare com’è avvenuto proprio nel corso dell’ultimo processo per i fatti del 28 giugno 2015).

Altri strumenti selettivi di carattere pecuniario, come diversi relatori hanno confermato nel corso del workshop internazionale di Melendugno, possono essere collegati ad una differente ripartizione dei risarcimenti offerti agli abitanti dei territori interessati dal fracking, dalla costruzione di grandi opere o da tutti gli altri aspetti di ‘estrattivismo’ di cui si è precedentemente parlato.
Ripartizioni che in alcuni casi possono essere del 100% della cifra promessa oppure del 30% o anche del tutto assenti, a seconda della partecipazione o meno delle comunità o dei singoli individui alle lotte di opposizione ai progetti proposti in loco.

Uno strumento utile quindi, là dove riesce a far breccia, a dividere le comunità e i comitati di lotta sulla base di interessi economici e a sviluppare all’interno di esse rivalità ed egoismi legati all’interesse privato o alla salvaguardia delle proprietà famigliari.
Che, come ad esempio negli Stati Uniti nei territori ormai sempre più ampi interessati dal fracking, può essere costituito da bollette energetiche differentemente ripartite tra comunità e comunità, anche qui a seconda delle resistenze che in esse si manifestano contro la devastazione ambientale.

Bollette che colpiscono la comunità anche se i resistenti in essa presenti sono una minoranza, cercando così di scatenare un’autentica “caccia alle streghe” nei confronti di chi resiste oppure fa propaganda per la resistenza e delegando quindi alla comunità nel suo insieme il compito di autogestire la pacificazione. Forma sottile e subdola per giungere ad una frammentazione ed esclusione interna di quella che potrebbe diventare o già essere invece una comunità resistente.

Anche in ciò può consistere quel «Restringimento degli spazi per i movimenti italiani in difesa dell’ambiente» di cui ha parlato in apertura del convegno Italo Di Sabato dell’Osservatorio sulla repressione. Ma questa modalità operativa può essere classificata anche secondo quelle modalità di costruzione del diritto penale del nemico sul quale si sono espressi i membri del collettivo Prison Break Project parlando, appunto, di «Il ‘nemico interno’: repressione dei movimenti e criminalizzazione penale del nemico».

Quest’ultimo punto, però, ha anche a che fare con quella costruzione dell’immaginario che troppe volte il movimento antagonista ha sottovalutato, rischiando così di affrontare il proprio nemico, sostanzialmente il capitalismo estrattivista e non, rimanendo nell’ambito ‘territoriale’ politico, economico e giuridico definito a priori dallo stesso. Come ha rimarcato il già precedentemente citato professor Michele Carducci.

Immaginario che, come s è appena detto, investe anche la nozione di ‘progresso’ sociale e economico e tutte le teorie che ne derivano. Soprattutto nella sinistra partitica tradizionale e che soltanto i movimenti reali dal basso e sui territori iniziano, per intrinseca necessità, a scalzare. Opera di scalzamento che, in futuro, costringerà i movimenti, e coloro che li studiano ed appoggiano, a fare i conti con le differenti narrazioni storiche, economiche e socio-antropologiche che fondano l’esistente e che entrano, ancora oggi, a far parte dell’opera di pacificazione culturale messa in atto da sempre dalle classi dirigenti e (al momento) vincitrici. Una cancellazione della memoria che va ben al di là della banalizzazione della ‘memoria’ costantemente rivendicata dalla vulgata antifascista e democratica, sempre comunque fedele alla ‘memoria’ di un ordine liberale e democratico mai realmente esistito. Nemmeno nel ricco Occidente.

La violenza dello sradicamento della comunità umana e delle sue sopravvivenze, che l’attualità riporta alla ribalta e all’attenzione, è stata tale da far dimenticare che quell’Occidente colonialista con cui oggi dobbiamo ancora fare i conti, qui a casa come nel resto del globo, prima di poter essere tale dovette rimuovere al suo interno tradizioni e comunitarismi che impiegarono secoli ad essere piegati alla logica del mercato, della proprietà privata dei beni comuni e degli stati nazionali unificati da religioni uniche e autoritarie, oltre che accentratrici del potere.

Ben prima della Rivoluzione industriale e dell’Illuminismo che, al contrario di quanto troppo spesso si è creduto, più che rappresentare la liberazione delle forze produttive ed intellettuali del continente europeo, segnarono la fase finale di un processo di assoggettamento delle comunità ai principi dell’appropriazione privata e soggettiva della ricchezze e dei beni prodotti e utilizzati collettivamente. E che, sostanzialmente, costituirono la pietra tombale su ogni forma di comunitarismo derivante dalle organizzazioni sociali che erano esistite per millenni senza stato e senza appropriazione privata dei suoli e dei beni e dei saperi prodotti collettivamente.

Oggi i movimenti hanno bisogno di confrontarsi al di là delle barriere nazionali, come l’assemblea del venerdì sera ha potuto dimostrare, e di dar vita a nuove forme di coordinamento, organizzazione e interazione su scala locale e internazionale, proprio a partire dal fatto che la socializzazione delle lotte, della resistenza alla pacificazione e dei loro risultati non è più legata a principi di carattere ideologico ma ad una reale necessità dovuta al fatto di riconoscersi gli uni negli altri. Al di là della lingua, del colore della pelle o della collocazione a Nord o a Sud del mondo. Nonché realizzando già nei fatti, qui e adesso, una vita migliore per gli attivisti, i militanti e i membri delle comunità che resistono insieme alla pervasività del capitalismo estrattivista. Proprio come ha sostenuto, nel suo applauditissimo intervento serale, Guido Fissore del Movimento No Tav valsusino.

Lotte in cui la massiccia presenza delle donne e l’importanza del loro ruolo al loro interno, dal Rojava alle comunità indigene fino a Taranto, Melendugno, Val di Susa e in qualsiasi luogo di difesa della Terra e dei suoi abitanti presenti e futuri, rivelano come la riduzione a servaggio della condizione femminile e la riduzione dell’autonomia delle stesse all’interno delle società sia servita proprio ad attaccare e frantumare quelle comunità che oggi vanno gradualmente ricomponendosi, grazie proprio alla ripresa e riaffermazione di un modello femminile collettivo di lotta e partecipazione molto distante da quello riproposto da quello della “donna in carriera” pubblicizzato dai media, da Hollywood e dall’immaginario borghese.

Dal giorno di Piazza San Giovanni, nel 2011, ad oggi gli attivisti indagati in Italia sono arrivati ad essere 15.782, 852 quelli arrestati, 345 quelli colpiti da fogli di via e 241 quelli condannati alla detenzione. Proviamo a sommarli a quelli colpiti nel resto del mondo, più o meno per gli stessi motivi, e ai morti ammazzati (che a certe latitudini aumentano vertiginosamente) ed è difficile non comprendere che ci si trova davanti ad una autentica guerra civile mondiale condotta dal capitale e dai suoi funzionari, in divisa e non, contro i movimenti, le comunità e i territori.

Un capitale che cerca in ogni modo di liberare al massimo, più ancora che liberalizzare, la propria azione di estrazione di valore da qualsiasi vincolo politico, sociale, legale e ambientale. Un capitale che per fare ciò ha abbattuto anche i confini e i poteri dei parlamenti nazionali, non importa che questi siano caratterizzati da governi di ‘destra’ o di ‘sinistra’. Un capitalismo frenetico che, come ha sostenuto e dimostrato Tia Dafnos, a partire dal Canada, con la sua relazione su «Logiche della pacificazione della resilienza critica alle opere infrastrutturali», più che dalla realizzazione delle infrastrutture e delle grandi opere riesce a trarre profitto anche dalla vendita della loro progettazione agli stati. Considerazione che la dice lunga anche sull’attuale balletto intorno alla ricostruzione del ponte Morandi di Genova e sulla velocità con cui il solito Renzo Piano e la Società Autostrade sono riusciti a presentare in tempi brevissimi progetti per la sua ricostruzione. Non occorre essere responsabili della sua ricostruzione, ma è importante vendere il progetto. Non solo allo Stato ma anche ai media e all’immaginario collettivo.

Un capitalismo che si presenta armato di tutto punto, sotto ogni punto di vista, alla guerra con i movimenti. I quali, forse, devono ancora pienamente comprendere il tipo di scontro epocale che è in corso e in cui sono coinvolti. Una guerra che prepara a guerre ancora più estese e devastanti, in cui però la diffusione a macchia di leopardo dei movimenti e delle aree in lotta più che rappresentare una debolezza degli stessi, come qualcuno durante il workshop ha ipotizzato, rappresenta invece la loro forza ovvero quella di un movimento comune senza confini nazionali, unito dalla necessità di raggiungere scopi simili e di combattere le medesime tecniche di pacificazione. E lo stesso nemico: il capitalismo in ogni sua forma, nazionale e internazionale. Finendo così con il costituire le macchie di ruggine diffuse che finiranno col corrodere e distruggere dall’interno la macchina del dominio mondiale del profitto privato e del suo dannato e, solo apparentemente, infinito processo di accumulazione.

Le reti e il filo spinato, i blocchi di cemento e gli agenti del disordine pubblici e privati schierati a difesa dei cantieri e di confini che già sono stati condannati dalla storia, unificano la Val di Susa con la Palestina, il Salento con il confine norteño del Messico e le esalazioni mortali di Taranto con ogni altra area del pianeta in lotta per la vita e un reale futuro per la specie. Un movimento che, se sarà in grado di trovarsi e di coordinarsi ancora e sempre più frequentemente, così come si espresso il workshop nel suo insieme, saprà fare anche delle sue attuali e apparenti debolezze un momento straordinario di riflessione e di forza unificante.

Soprattutto, però, in questi giorni di delusione per le promesse mancate, ma che allo stesso tempo sono serviti a demolire anche le ultime illusioni partitiche e parlamentari, occorre ricordare, sempre, ciò che ha scritto Arundhati Roy:

«Il sistema collasserà se ci rifiutiamo di comprare quello che ci vogliono vendere, le loro idee, la loro versione della storia, le loro guerre, le loro armi, la loro nozione di inevitabilità. Ricordatevi di questo: noi siamo molti e loro sono pochi. Hanno bisogno di noi più di quanto ne abbiamo noi di loro. Un altro mondo, non solo è possibile, ma sta arrivando. Nelle giornate calme lo sento respirare.»

Qui di seguito però, poiché le lotte non vanno solo raccontate ma anche sostenute fattivamente, si rende necessaria la pubblicazione del comunicato redatto dall’avv. Michele Carducci, ordinario di Diritto Costituzionale Comparato presso l’UniSalento, sulle ultime giravolte pentastellate a proposito del TAP.

LE OMISSIONI DEL GOVERNO CONTE SUI COSTI TAP

La storia dell’analisi costi-benefici su TAP non ha fine e ora sembra tramutarsi in una farsa.
Durante l’estate, tutti i Ministeri interpellati con il sistema del c.d. “FOIA” (accesso civico generalizzato) sono stati costretti ad ammettere l’assenza di documenti e conteggi sugli effettivi benefici di TAP (in termini economici, climatici, ambientali, di risparmio ecc…) e sui costi di abbandono dell’opera (in termini di titoli legali di legittimazione verso lo Stato italiano). Persino il Ministero dello Sviluppo Economico, recalcitrante sino all’informativa all’autorità interna anticorruzione, ha dovuto riconoscere che non si dispone di atti, ma solo di probabili dichiarazioni verbali rese da esponenti azeri a rappresentanti politici italiani oppure di mere deduzioni. Il Vicepresidente Salvini è stato addirittura smentito dal suo Ministero sui presunti risparmi della bolletta del gas.
Poi, il 15 ottobre, il Sindaco del Comune di Melendugno, nella provincia di Lecce dove dovrebbe approdare il gasdotto TAP, è stato urgentemente convocato a Palazzo Chigi insieme ai parlamentari e rappresentanti territoriali del Movimento Cinque Stelle.
Alla presenza della Ministra per il Sud Barbara Lezzi, ha parlato il Sottosegretario al Ministero dello Sviluppo Economico, il Sen. pentastellato Andrea Cioffi, componente dell’ “Associazione interparlamentare Italia-Azerbaijan”.
Egli ha riferito di suoi personali conteggi su TAP, riguardanti impegni contrattuali sull’estero (perché il gas di TAP servirà principalmente l’estero) e probabili mancati profitti, concludendo per un ammontare di 20 miliardi. Ha dunque parlato di presumibili costi contrattuali di terzi, ma non di analisi costi-benefici tra attivazione dell’opera e contesto socio-economico-ambientale-climatico dello Stato italiano e del suo ecosistema.
Le due prospettive non descrivono in nulla la stessa cosa: l’analisi costi-benefici è richiesta sia dall’Unione europea, che pretende l’inclusione dei costi climatici riferiti agli obiettivi di Parigi sul contenimento di emissioni di CO2, sia dall’OSCE che impone che l’analisi costi-benefici della sicurezza energetica sia declinata con l’analisi costi-benefici della sicurezza ambientale di lungo periodo, oltre che dalla Banca Centrale Europea che vorrebbe finanziare l’opera TAP.
È richiesto da tutte le istituzioni sovranazionali e internazionali di strategia energetica e di investimento finanziario; com’è giusto che sia, giacché l’analisi costi-benefici sulle opere di impatto intertemporale risponde a una garanzia di trasparenza dei decisori pubblici nei confronti non solo dei cittadini di oggi, ma soprattutto delle generazioni future e del loro contesto di vita: contesto che inesorabilmente deve misurarsi sulla dimensione climatico-ambientale.
Di tutto questo il Sottosegretario non ha parlato. Egli non ha neppure voluto consegnare alcuna documentazione al Sindaco. Nulla ha saputo replicare alle domande sui titoli giuridici a fondamento delle eventuali pretese creditorie italiane e non estere. Ha taciuto sul computo dei costi ambientali dell’opera TAP rispetto alla tenuta dell’ecosistema della costa di San Basilio, rispetto ai fenomeni dell’erosione costiera. Nulla è stato detto sui costi climatici rispetto ai criteri ribaditi proprio questo mese dal “Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico” dell’ONU.
Del resto, non è superfluo ricordare che il Governo italiano è pericolosamente privo del “Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici”.
Forse anche per questo, il Presidente Conte e la Ministra Lezzi si sottraggono all’onere di un tavolo pubblico e trasparente tra agenzie indipendenti di studio ambientale (come ISPRA e ARPA), rappresentati del governo e del territorio e TAP.
In definitiva, e una volta in più, di analisi costi-benefici non si sa che dire; come, ancora una volta, la Convenzione di Aarhus sulla democrazia ambientale, che prevede il coinvolgimento del pubblico nell’analisi costi-benefici, è stata violata.
Questo è un fatto molto grave, indipendentemente dalle proprie posizioni politiche, perché priva tutti i cittadini del diritto all’informazione completa ed esaustiva sulle scelte politiche dei governanti nei confronti di un’opera che riguarda i diritti delle generazioni future.
La circostanza di un Sottosegretario di Stato inadempiente negli oneri documentali e informativi verso un Sindaco rappresentante di un territorio della Repubblica, non definisce solo un gesto istituzionalmente scorretto; identifica una lacuna istituzionale pericolosa.
In questo scenario, paradossale appare infine il silenzio della coalizione giallo-verde e di Luigi Di Maio che, nel suo “Contratto per il governo del cambiamento”, esplicitamente ha voluto contemplare, per opere come TAP, tre obblighi metodologici totalmente disattesi: la istituzione di un “Comitato di conciliazione” per definire le modalità di azione; l’analisi costi-benefici (non solo quindi l’analisi costi contrattuali esteri); trasparenza e partecipazione di comunità locali e cittadini.
Di Maio tradisce il suo “Contratto”, votato dai suoi elettori.
La leale collaborazione tra istituzioni nazionali e locali e tra istituzioni e cittadini è il cemento della democrazia. Prendersi gioco della leale collaborazione è un illecito costituzionale che va denunciato.
È già partito l’accesso FOIA verso il Sottosegretario Cioffi. Ma sono già state attivate anche tutte le azioni propedeutiche alla denuncia del Governo italiano presso l’Unione europea, l’OSCE e le altre istituzioni che tutelano i diritti di informazione e di trasparenza delle decisioni nelle democrazie.
L’analisi costi-benefici è un dovere verso i diritti delle generazioni future e un presupposto di serietà di una democrazia.
Non pretendere chiarezza su tutto questo significa diventare complici di una erosione dei diritti di cittadinanza, che danneggia tutti e irresponsabilmente condiziona il futuro.

Prof. Avv. Michele Carducci
Difensore Movimenti e cittadini NoTAP

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Rapporto su una guerra già da lungo tempo in atto 2/2 è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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La colonna di fuoco, della Ken Follett Spa https://www.carmillaonline.com/2018/10/17/la-colonna-di-fuoco-della-ken-follett-spa/ Tue, 16 Oct 2018 22:01:28 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=49186 Mondadori, Milano 2018, pagg 1274 € 7.90

di Mauro Baldrati

Sono delle aziende. Scrittori-azienda. Fatturano milioni di dollari. Hanno una produzione regolare. Sono affidabili.

Producono libri. Testi di genere. Thriller, legal thriller, romanzo storico, spy story, crime. I volumi hanno una consistenza standard, raramente sotto le 400 pagine. Contengono tutti gli elementi necessari, calibrati con attenzione: violenza, sesso (quasi mai hard comunque), colpi di scena, narrazione oggettiva degli eventi, ironia (variabile da azienda a azienda). Anche la noia, che sembra una materia prima fondamentale (alla quale i lettori esperti [...]

<em>La colonna di fuoco</em>, della Ken Follett Spa è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Mondadori, Milano 2018, pagg 1274 € 7.90

di Mauro Baldrati

Sono delle aziende. Scrittori-azienda. Fatturano milioni di dollari. Hanno una produzione regolare. Sono affidabili.

Producono libri. Testi di genere. Thriller, legal thriller, romanzo storico, spy story, crime. I volumi hanno una consistenza standard, raramente sotto le 400 pagine. Contengono tutti gli elementi necessari, calibrati con attenzione: violenza, sesso (quasi mai hard comunque), colpi di scena, narrazione oggettiva degli eventi, ironia (variabile da azienda a azienda). Anche la noia, che sembra una materia prima fondamentale (alla quale i lettori esperti sono preparati, qualche paragrafo viene saltato), che consiste in intermezzi posticci, storielle familiari con dialoghi fuori registro che rallentano, appesantiscono la narrazione. Probabilmente servono per il packaging, pagine che ingrossano il contenitore, lo rendono più imponente. Sono scritti con uno stile semplice, non troppo ricco di parole; i personaggi sono delineati con un profilo psicologico credibile, una storia (spesso un dramma) alle spalle. I dialoghi sono perlopiù verosimili, qualche volta “telefonati”, ma di solito funzionano, si sono evoluti nel tempo.

Questi scrittori-azienda hanno anche dei dipendenti: segretari/e, curatori di siti web o pagine social, e i “ghost writers” (un tempo chiamati “negri”), collaboratori fondamentali per l’assemblaggio dei prodotti.

In questo romanzo di 1274 pagine dell’inglese Ken Follett, un veterano di 69 anni, hanno collaborato come consulenti storici 5 ricercatori. E’ una storia ambientata soprattutto in Inghilterra e Francia, nella seconda metà del ‘500. Gli eventi sono ricostruiti con precisione, con personaggi realmente esistiti, descritti sia nelle vicende ufficiali documentate sia negli ambienti privati, con tutte le caratteristiche psicologiche e i tic, le bassezze, la violenza, l’egoismo.

In Inghilterra, dopo “Maria la sanguinaria” (Maria Tudor, una delle figlie del tagliateste Enrico VIII e di “Giovanna la pazza”) la questione della successione è impellente. Elisabetta è ancora una ragazzina, ma potenti forze politiche e religiose tramano per farla salire al trono. Altri conglomerati, cattolici integralisti, lavorano invece per Maria Stuarda, unica speranza per scongiurare l’avvento di Elisabetta, portatrice di una sorta di incubo per i papisti guerrafondai: la tolleranza. Elisabetta non intende perseguitare chi non è allineato con la religione ufficiale, e questo costituisce una minaccia per la Chiesa di Roma e il suo dominio transnazionale. Gli eretici – i protestanti, e i nascenti anglicani – vanno sterminati, coi roghi e le guerre civili.

Il romanzo segue gli eventi, caotici, sanguinari, i complotti, le trame segrete, lo spionaggio, fino alla strage degli Ugonotti (i protestanti francesi), compiuta la notte di San Bartolomeo del 1572, e proseguita per settimane in tutto il paese, dove, in un’orgia di violenza, furono uccise migliaia di persone (30.000 secondo alcune stime), comprese donne e bambini.

La lettura scorre, e il lavoro dei ghost è evidente: per esempio viene ricostruita la battaglia navale del 1587 tra Inghilterra e Spagna, che segnò il fallimento del tentativo di invasione dell’eretica (e sempre più potente) Inghilterra da parte del paese-guida del cattolicesimo, con dovizia di termini tecnici, elementi di strategia navale dell’epoca, tipologie delle navi da guerra. Lo stesso si può dire per le caratteristiche delle armi, l’edilizia, l’economia, la burocrazia. Un lavoro per il quale Follett, alla fine del libro, cita 6 editor, che hanno corretto, verificato, ottimizzato. E anche 11 collaboratori specialistici, tra cui un esperto di teatro, funzionari di musei e proprietari di castelli dell’epoca.

Insomma, un prodotto certificato, come i brand di qualità tipo il parmigiano reggiano o lo champagne francese, da consumare in relax.

Eppure…

Nonostante i 6 editor, e i 5 ricercatori storici, in due punti ci si imbatte in un paio di svarioni talmente eclatanti da mandare in crisi anche la blindatura del più scafato dei lettori.

A pagina 499 la regina madre di Francia Caterina de’ Medici con un piccolo capolavoro politico riesce a estromette la famiglia di Guisa, papisti estremisti, dalla reggenza del nuovo re bambino, succeduto a Francesco II. Antonio di Borbone, al quale spetterebbe la reggenza per diritto di successione, è stato accusato di alto tradimento, e con lui il fratello Luigi. Rischia il patibolo, la mannaia, in quanto principe di sangue reale (mentre i traditori “normali” per lo stesso reato venivano sventrati o squartati). Caterina gli salva la vita in cambio della rinuncia alla reggenza, che passa a lei. Non solo, lo nomina pure luogotenente di Francia.

Poi, 38 pagine dopo, in seguito a un attentato, leggiamo: “Coligny era senza dubbio il sospettato principale, dato che Antonio di Borbone era morto e suo fratello prigioniero”.

Morto? Ma quando? E come? Non era stato salvato e scagionato da Caterina? E perché Luigi è prigioniero? Il lettore scafato, consapevole della propria distrazione, percorre le 38 pagine al contrario, in cerca di indizi, una notizia che gli era sfuggita. Invece niente. Un inserimento incomprensibile.

“E va bè” sospira. “E’ morto. Pazienza. Ci sono tanti personaggi. Chissenefrega in fondo. Show must go on”.

E così, prosegue. Ma a pag. 989 incappa nuovamente in un rompicapo.

Maria Stuarda è prigioniera a Sheffield, ma il complotto per portarla sul trono va avanti. Comunica coi cospiratori con lettere segrete che vengono consegnate all’ambasciata francese e da qui recapitate ai capi della cospirazione, i soliti di Guisa. A un certo punto il postino, un nobile inglese papista, torna con un pacchetto dall’ambasciata e grida, esultante: “Lettere dalla regina Maria!” Rollo, il nemico giurato dell’agente segreto di Elisabetta Ned Willard, salta in piedi: “Bravo!” esulta, e comincia a esaminare le lettere: “Riconobbe il sigillo dei Guisa e quello dell’uomo di Maria a Parigi, John Leslie. ‘Quando puoi portarle a Sheffield?’ chiede.”

Ecco, qui il sistema protettivo del lettore entra in stato confusionale. Se le lettere sono di Maria come possono avere il sigillo dei Guisa, cioè i destinatari? Inoltre, se provengono da Sheffield, perché devono tornare indietro al mittente? Potrebbe essere un banale errore di battitura (altri ne serpeggiano qua e là)? Per la regina e non dalla? Non funziona, perché Rollo era in spasmodica attesa delle lettere, che potevano contenere l’adesione ufficiale di Maria al complotto. Infatti nella pagina dopo leggiamo: “Rollo guardò le lettere sul tavolo. Erano chiaramente incriminanti. Se davvero contenevano quello che pensava, lui e T. erano condannati a morte”.

Non sono semplici errori tecnici, dati sbagliati, cantonate, come, ci dicono, abbondano nell’ultimo libro di Antonio Scurati, M; sono dei piccoli codici strutturali che mandano in tilt la lettura, perché configgono con se stessi, incrinano il flusso e la logica.

Con molta fatica il lettore deve costringersi a proseguire, ignorando il corto circuito. “E va bè, delle lettere del piffero, non si sa da chi e per chi. Tiriamo innanz che è meglio”.

E va bè.
Però insomma, dov’erano l’AD dell’azienda, i 6 editor, i 5 consulenti e gli 11 collaboratori specialistici?
Ma: non sarà tutta scena?!

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<em>La colonna di fuoco</em>, della Ken Follett Spa è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Dialettica della città e spazio dei movimenti https://www.carmillaonline.com/2018/10/16/dialettica-della-citta-e-spazio-dei-movimenti/ Mon, 15 Oct 2018 22:01:51 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=49130 di Fabio Ciabatti

Henri Lefebvre, Spazio e politica. Il diritto alla città II, Ombre corte, 2018, pp. 141, € 11,90.

La miseria e il degrado urbani sono alcune delle caratteristiche più appariscenti delle società contemporanee a dieci anni dalla scoppio dell’ultima grande crisi mai realmente superata. Non si tratta però di un processo che possa essere attribuito semplicemente ad un mix di austerità, malagestione pubblica e speculazione edilizia. Queste sono solo le cause più prossime che rimandano ad una dinamica più profonda e cioè al rapporto contraddittorio, dialettico, tra città e capitalismo. Henri [...]

Dialettica della città e spazio dei movimenti è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Fabio Ciabatti

Henri Lefebvre, Spazio e politica. Il diritto alla città II, Ombre corte, 2018, pp. 141, € 11,90.

La miseria e il degrado urbani sono alcune delle caratteristiche più appariscenti delle società contemporanee a dieci anni dalla scoppio dell’ultima grande crisi mai realmente superata. Non si tratta però di un processo che possa essere attribuito semplicemente ad un mix di austerità, malagestione pubblica e speculazione edilizia. Queste sono solo le cause più prossime che rimandano ad una dinamica più profonda e cioè al rapporto contraddittorio, dialettico, tra città e capitalismo. Henri Lefebvre sostiene infatti che il capitalismo accresce a dismisura le città determinando una esplosione-implosione delle sue tradizionali caratteristiche. Detto altrimenti, la città è negata e, al tempo stesso, generalizzata a livello della società intera, come si può leggere in Spazio e Politica, un testo che, scritto nel 1974 e ripubblicato quest’anno in Italia, è stato concepito dal suo autore come secondo volume de Il diritto alla città, uscito nel 1967 e ristampato nel 2014, sempre da Ombre Corte.

Quali sono le caratteristiche della città tradizionale secondo Lefevbre? La città è luogo per eccellenza dell’incontro e della simultaneità. Incontro significa confronto tra differenze, anche ideologiche e politiche, reciproca conoscenza dei diversi modi di vivere. La città è luogo del desiderio, dello squilibrio, dell’imprevisto, della dissoluzione dell’ordinario e dei vincoli, fino all’implosione-esplosione della violenza. La città nasce non solo come prodotto ma soprattutto come opera, nel senso di opera d’arte. In essa il valore d’uso prevale sul valore di scambio. Lo spazio non è soltanto organizzato, ma è anche modellato e appropriato dalle esigenze, dall’etica, dall’estetica, dall’ideologia dei gruppi sociali che lo abitano. La monumentalità, ma anche l’uso del tempo, sono aspetti essenziali di questa opera. L’uso principale delle strade, delle piazze e dei monumenti è la festa in cui si consumano improduttivamente ricchezze senza nessun’altro vantaggio che il piacere ludico e il prestigio. Per tutti questi motivi non esiste nessuna realtà urbana senza un centro, senza un luogo di concentrazione di tutto ciò che può nascere e prodursi nello spazio. Nei diversi periodi storici la città ha creato differenti centralità: religiose, politiche, commerciali. La vita comunitaria, però, non esclude la lotta fra gruppi, fazioni, classi. Tutt’altro. Proprio perché i più ricchi si sentono minacciati da vicino giustificano le loro fortune donando alle città opere, monumenti e feste. Per questo civiltà fortemente oppressive si rivelano particolarmente creative.
Quando, con il capitalismo, lo sfruttamento direttamente economico sostituisce l’oppressione extraeconomica la creatività scompare. Il filosofo francese sostiene che nella città capitalistica gli elementi della società sono separati nello spazio determinando la dissoluzione dei rapporti sociali e l’affermazione della logica della segregazione. La separazione, però, è al tempo stesso vera e falsa perché lo spazio urbano si costituisce come l’unità del potere nella frammentazione, come un’integrazione disintegrante. Gli spazi del tempo libero sono separati da quelli della produzione cosicché appaiono affrancati dal lavoro, mentre sono ad essi collegati dal consumo organizzato, dominato. L’abitare, che significava partecipare alla vita sociale, fare parte di una comunità, diviene funzione a sé stante con la creazione dei sobborghi. Gli individui e i gruppi sono sradicati dai territori dove vivono, le relazioni di vicinato si attenuano, il quartiere si sgretola. Nulla sostituisce i vecchi simboli, gli stili, i monumenti, i ritmi, gli spazi qualificati e differenziati della città tradizionale. Il centro viene riprodotto sotto forma di centro direzionale, in cui si concentra potere, finanza, conoscenza, informazione, e di centro commerciale, luogo dove il monofunzionale resta la regola, interpolato da estetismi e decorazioni non funzionali, da simulacri di festa e di ludico. Il centro delle città più antiche può sopravvivere solo come luogo di consumo e consumo di luogo a beneficio dei turisti.

Lefevbre ci ricorda che la proprietà del suolo è di origine feudale. La mobilitazione della ricchezza fondiaria e immobiliare, con il suo ingresso nel ciclo industriale, bancario e finanziario, rappresenta perciò un grande ampliamento del potere del capitalismo contemporaneo. Esso può diventare un settore trainante, benché storicamente sia stato di un’area di compensazione nei momenti di rallentamento del ciclo economico. Per essere venduto lo spazio deve essere reso raro, parcellizzato, omogeneizzato, quantificato. Lo spazio diventa così insignificante, indifferente rispetto agli antichi simboli (religiosi, politici, estetici) e al tempo assume nuovi significati in cui il valore d’uso finisce per essere rappresentato in termini gerarchizzati: vantaggi, capacità di potenza, rapporti con il potere, prestigio.
Il capitalismo, sostiene ancora Lefevbre, si è conservato estendendosi allo spazio intero sconfinando dai suoi luoghi di nascita e sviluppo, le unità di produzione, le imprese, le società nazionali e multinazionali. Grazie a questa estensione si è passati dalla produzione di cose nello spazio, per cui questo risulta prodotto indirettamente come somma o collezione di oggetti, alla produzione dello spazio in quanto tale che diventa direttamente strumento di riproduzione dei rapporti di produzione. Attraverso lo spazio si produce e si riproduce un tempo sociale. Però al tentativo di sviluppo controllato dallo Stato, all’elaborazione ideologico-scientifica permeata dallo spirito di impresa, corrisponde un caos spaziale sempre più evidente e intollerabile. Ciò testimonia il fatto che la nostra società non riesce ad essere un sistema totalizzante anche se aspira ad esserlo. Questa tensione che non giunge mai a compimento dà luogo alle contraddizioni dello spazio: il suo uso vorrebbe essere razionale, organizzato a livello generale, mentre nella pratica lo spazio risulta frazionato e venduto a pezzi, frammentato da progetti parziali. La razionalità dell’impresa è inadeguata rispetto alle necessità di una nuova razionalità urbana, così come risulta insufficiente un sapere disperso, disseminato in discipline.

Lo spazio non è dunque neutro, ma politico e strategico. La possibilità di produrre lo spazio è correlata alla crescita delle forze produttive. Ma perché ciò avvenga a livello veramente razionale ci si deve scontrare con la proprietà del suolo: sia la proprietà privata che quella statale, precisa Lefevbre. È questa la moderna e più profonda forma della contraddizione tra forze produttive e rapporti di produzione di marxiana memoria. È qui che si approfondisce il contrasto tra possibile e reale e si apre lo spazio per un pensiero utopico. Si tratta però di un’utopia concreta: sebbene la nuova società urbana non esista ancora, tuttavia essa è presente virtualmente nella contraddizione tra i processi di segregazione e la centralità urbana che rimane necessaria per la pratica sociale. Nella dispersione permane l’esigenza dell’incontro, della riunione, dell’informazione. Il carattere desertico e abbandonato della periferia permette la riproduzione dei rapporti di produzione, di classe, ma, al contempo, è un elemento rivelatore che mette in evidenza la necessità teorica e pratica dell’urbano. La forma della simultaneità, che caratterizza la città, consente di cogliere come problematiche la dispersione e la segregazione, elementi che altrimenti rimarrebbero dei meri dati di fatto.
Il diritto alla città di cui ci parla il filosofo francese, è un orizzonte conflittuale che nasce proprio da queste contraddizioni. Il diritto alla città legittima il rifiuto a lasciarsi escludere dalla realtà urbana da parte di un’organizzazione discriminatoria e segregativa; è l’opposizione ai centri decisionali che rigettano verso spazi periferici coloro che non partecipano ai privilegi politici; è la rivendicazione del bisogno di vita sociale e di un suo centro, della funzione ludica e simbolica dello spazio, del desiderio, della ricostruzione di un’unità spazio-temporale al posto della frammentazione. Il diritto alla città è l’aspirazione alla costruzione di una nuova centralità ludica in cui non ci sia più separazione tra vita quotidiana e festa. È la rivendicazione di un diritto alla fruizione collettiva che deve soppiantare l’utilizzo individuale ed escludente che deriva dala proprietà. In sintesi, non c’è creazione di forme e rapporti sociali senza la creazione di uno spazio adeguato, vale a dire senza una socializzazione dello spazio attraverso la sua appropriazione collettiva e la soppressione della sua proprietà sia pubblica che statale. E ciò presuppone una programmazione complessiva che non si propone l’abolizione della crescita economica, ma il suo rallentamento e il suo orientamento verso uno sviluppo sociale qualitativo.

Secondo Lefevbre, nel XIX secolo la democrazia di origine contadina, la cui ideologia animò i rivoluzionari, avrebbe potuto trasformarsi in democrazia urbana. Questo rimane uno dei significati storici della Comune del 1871. Minacciata da questa possibilità la borghesia, a cominciare dalla ristrutturazione parigina di Haussmann, distrugge l’urbanità allontanando la classe operaia dal centro. Per questo durante la Comune la classe operaia si riappropria del centro della città. David Harvey, sulla scia di Lefevbre, ha sostenuto che nella loro storia moderna i movimenti rivoluzionari hanno assunto spesso una dimensione urbana anche se l’attenzione è stata tradizionalmente concentrata sull’insediamento della classe operaia a livello di fabbrica. Nel Nord globale dei nostri giorni, la frammentazione e precarizzazione della classe lavoratrice ci costringono ad un’attenzione ancora maggiore nei confronti della dimensione urbana.
Non è un caso che i movimenti più importanti di questo ultimo periodo siano indissolubilmente legati ad alcuni luoghi urbani: Puerta del Sol a Madrid, piazza Syntagma ad Atene, Gezi Park a Istanbul, Zuccotti Park a New York, Piazza Tahrir al Cairo ecc. In tutti questi luoghi un’effimera centralità urbana è stata ricostituita attraverso la simultanea presenza e l’incontro di soggettività precedentemente disperse che si sono coagulate in una comunità di lotta, caratterizzata da rivendicazioni materiali e politiche, nuove forme di socialità e una rinnovata dimensione ludica. Se in un recente passato i luoghi dove si esprimeva il conflitto – le fabbriche, le scuole, le università, i quartieri – erano, per così dire, già abitati da comunità in sé che tramite la lotta divenivano comunità per sé, i nuovi movimenti sembrano aver dato luogo ad una nuova comunità estemporanea, nata senza apparenti mediazioni a partire da una situazione di atomizzazione, attraverso l’occupazione e la reinvenzione di un luogo cittadino. Tale caratteristica spiega la natura fugace di questi movimenti e il fatto che, nel migliore di casi, le energie da essi generate siano confluite verso una sfera prettamente politica, in discontinuità, almeno parziale, con le originarie prassi e professioni di democrazia radicale. Partiti come Syriza e Podemos, la corrente socialista di Berny Sanders dei democratici americani hanno rappresentato, tra le altre cose, la traduzione nella sfera politico-istituzionale di quei movimenti. Rimane da chiedersi se sia possibile che la dimensione carnevalesca delle nuove centralità urbane del terzo millennio possa in futuro interagire con e retroagire su una molteplicità di altri punti di radicamento in ambito lavorativo e territoriale per dare luogo a un nuovo soggetto collettivo che non si esaurisca in un batter d’ali e che non venga riassorbito in una dimensione prettamente politicistica.

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Dialettica della città e spazio dei movimenti è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Sorrisi e Cazzari https://www.carmillaonline.com/2018/10/14/sorrisi-e-cazzari/ Sun, 14 Oct 2018 17:00:02 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=49144 di Alessandra Daniele

“La nostra è una scommessa. Ci riusciremo? Io spero di no” – Lapsus freudiano del ministro dell’Economia Giovanni Tria

La cosiddetta Manovra del Popolo che doveva abolire la povertà e istituire il Sorriso di Stato, come prevedibile si sta dimostrando una truffa, contabile e politica. Per l’ennesima volta gli italiani si ritrovano ad aver comprato la Fontana di Trevi, e a questo giro da due pataccari diversi contemporaneamente, Salvini e Di Maio. Delle mirabolanti promesse elettorali sono rimaste soltanto le etichette, appiccicate con lo sputo a pasticciati tentativi di mance elettorali. Controlliamo le principali: Reddito di [...]

Sorrisi e Cazzari è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Alessandra Daniele

“La nostra è una scommessa. Ci riusciremo? Io spero di no” – Lapsus freudiano del ministro dell’Economia Giovanni Tria

La cosiddetta Manovra del Popolo che doveva abolire la povertà e istituire il Sorriso di Stato, come prevedibile si sta dimostrando una truffa, contabile e politica.
Per l’ennesima volta gli italiani si ritrovano ad aver comprato la Fontana di Trevi, e a questo giro da due pataccari diversi contemporaneamente, Salvini e Di Maio.
Delle mirabolanti promesse elettorali sono rimaste soltanto le etichette, appiccicate con lo sputo a pasticciati tentativi di mance elettorali.
Controlliamo le principali:

Reddito di cittadinanza
S’è trasformato in una specie di Carta Annonaria con la quale, forse fra sei mesi, sarà possibile solo acquistare beni di sopravvivenza. Se compri un cellulare, arriva la Finanza. Giusto per tenere le Fiamme Gialle lontane dagli evasori veri, per i quali è in arrivo il solito condono.
Abolizione della legge Fornero
S’è ridotta alla cosiddetta “Quota 100”, che per alcuni significherà andare in pensione più tardi, se saranno abolite le altre salvaguardie.
Flat Tax
S’è ristretta a uno sgravio fiscale per alcune partite IVA. Altri si troveranno a pagare di più.
Legge contro il conflitto di interessi
Sparita, e sostituita dalla solita spudorata lottizzazione della Rai.
Riconversione ecologica dell’Ilva 
Sparita. È stato applicato il piano Calenda.
Reintroduzione dell’articolo 18
Sparita
Asili nido gratis
Spariti
Abolizione delle accise
Sparita
Internet a banda larga gratis
Sparito
Abolizione degli studi di settore
Sparita
Blocco TAV e TAP
Sparito

Il governo Grilloverde è stato capace di tradire anche le promesse fatte dopo le elezioni, come l’annunciato decreto Di Maio per i diritti dei rider, sparito nel nulla mentre Foodora lasciava l’Italia. O l’impegno solenne di Toninelli per la demolizione e ricostruzione celere del ponte Morandi, che invece ancora aspetta, spezzato in due come la città che univa.

Eppure, secondo gli standard cravattari dell’UE persino questa fetecchia di manovra è considerata sacrilega, e rende il governo Grilloverde meritevole di punizione esemplare per aver offeso i mercati, e i supermercati, minacciando la chiusura domenicale obbligatoria.
I pataccari quindi sperano di far saltare tutto dando la colpa all’Europa. È la fase uno della loro Exit Strategy per tornare a votare in primavera, rivincere con le stesse promesse irrealizzabili, e spostare anche tutto l’asse politico europeo in loro favore, facendo deragliare l’UE.
Con questa sfida fra cravattari e pataccari, classisti e razzisti, si sta ingloriosamente chiudendo la parabola dell’Europa unita.
L’unico sorriso sarà di schadenfreude.

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Sorrisi e Cazzari è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Sport e dintorni – Sia lodato Bartali https://www.carmillaonline.com/2018/10/14/sport-e-dintorni-sia-lodato-bartali/ Sat, 13 Oct 2018 22:01:41 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=49118 di Alberto Molinari

Stefano Pivato, Sia lodato Bartali, Castelvecchi, Roma, 2018, pp. 158, € 17,50.

Attento studioso dei rapporti tra politica e immaginario, Stefano Pivato è stato uno dei primi (e pochi) storici che ha aperto il mondo accademico universitario alle ricerche sullo sport. Tra i suoi numerosi e importanti contributi, nel 1985 usciva un saggio su Gino Bartali. Come ricorda Pivato, all’epoca «la storia dello sport muoveva i suoi primi passi»: «la storiografia rimaneva una disciplina tutto sommato estranea a un fenomeno che pure era stato, fin dalle origini, fra la fine [...]

Sport e dintorni – <em>Sia lodato Bartali</em> è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Alberto Molinari

Stefano Pivato, Sia lodato Bartali, Castelvecchi, Roma, 2018, pp. 158, € 17,50.

Attento studioso dei rapporti tra politica e immaginario, Stefano Pivato è stato uno dei primi (e pochi) storici che ha aperto il mondo accademico universitario alle ricerche sullo sport. Tra i suoi numerosi e importanti contributi, nel 1985 usciva un saggio su Gino Bartali.
Come ricorda Pivato, all’epoca «la storia dello sport muoveva i suoi primi passi»: «la storiografia rimaneva una disciplina tutto sommato estranea a un fenomeno che pure era stato, fin dalle origini, fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, un collettore di passioni, emozioni e sentimenti». Rispetto alla diffidenza degli storici nei confronti degli studi sullo sport, con il suo lavoro Pivato metteva in luce la complessità del fenomeno sportivo che, oltre all’aspetto emozionale e ludico, rimanda ad «un intreccio che coinvolge la dimensione politica, la storia del costume e della mentalità» (pp. 9-10).
La ricerca è stata da poco ripubblicata per i tipi di Castelvecchi con il medesimo titolo – Sia lodato Bartali – ma in una versione ampiamente modificata. Il volume, agile e di piacevole lettura e nello stesso tempo rigoroso e ben documentato, ripercorre in tre capitoli la vicenda che porta alla creazione del “mito” Bartali, comprende un originale excursus su “Bartali secondo Paolo Conte” ed offre al lettore la possibilità di accedere direttamente ad alcune fonti attraverso un’appendice antologica nella quale sono raccolti articoli particolarmente significativi sul campione toscano pubblicati tra gli anni Trenta e Quaranta.

Per spiegare le origini della mitizzazione del “pio” Bartali – cattolicissimo, nel 1937 prende l’abito del Terz’ordine carmelitano – Pivato risale agli albori del Novecento quando, superata l’iniziale ostilità nei confronti della pratica sportiva, i settori del movimento cattolico più attenti alle trasformazioni indotte dalla modernità individuano nello sport «uno strumento in grado di forgiare una nuova antropologia del militante cattolico» impegnato nella conquista cristiana della società: «Lo sport può insegnare al giovane militante valori quali la disciplina, la perseveranza, la tenacia ma soprattutto quel “coraggio” che gli educatori considerano un imprescindibile postulato per quella sfida alla modernità che, alle soglie del Ventesimo secolo, il mondo cattolico si appresta a lanciare» (p. 18).
È in particolare padre Semeria, uno dei protagonisti del cattolicesimo d’inizio secolo, ad elaborare «un’ideologia sportiva che avrebbe dovuto avvicinare i giovani agli ideali di un “cristianesimo di concorrenza”» (p. 18). Sfidando gli ambienti cattolici più conservatori, il sacerdote barnabita elabora una teoria pedagogico-sportiva che concepisce lo sport come «esercizio di un rinnovato abito mentale per i giovani militanti cattolici che dovevano acquisire, proprio attraverso la pratica sportiva, quel “coraggio cristiano” che li avrebbe preparati a una concezione competitivistica nella vita quotidiana» (p. 21).
Su questo sfondo si forma l’ideale del “magnifico atleta cristiano” che troverà in Bartali la sua più compiuta incarnazione.

A metà degli anni Trenta Carlo Bergoglio, firma di punta del “Guerin Sportivo”, e Carlo Trabucco su “Gioventù Nova”, il periodico della Gioventù Cattolica, veicolano per primi l’immagine del “pio” Bartali aprendo la strada ad «una e vera e propria opera di canonizzazione» (p. 24) del campione che si sta affermando nel ciclismo professionistico.
A mobilitare in questa direzione la stampa cattolica è Luigi Gedda, il dirigente dell’Azione Cattolica attento all’evoluzione del fenomeno sportivo che catalizza ormai l’interesse di milioni di persone. Mentre il regime strumentalizza lo sport in funzione propagandistica e in vista della creazione dell’“uomo nuovo” fascista, «Gedda propugna lo sport come un moderno strumento per l’apostolato» e «Gino Bartali diviene il testimone di una moderna apologetica». Nella seconda metà degli anni Trenta, di fronte alle iniziative del regime che mirano a soffocare i residui spazi di autonomia del movimento cattolico, «anche il mito bartaliano con i suoi connotati contribuisce ad affermare l’orgoglio e la presenza di una tradizione autonoma di cui, nonostante certi compromessi con il fascismo, alcune frange del mondo cattolico si mostrano gelose» (p. 27).
Contro l’immagine virilista a sfondo sessuale dell’uomo fascista, Bartali viene descritto come «casto per convinzione morale e igienica»; all’agonismo “guerriero” dello sport di regime si contrappone l’atteggiamento del campione che rispetta l’avversario traducendo in chiave sportiva i principi dell’etica cattolica; «non di rado, il comportamento in gara del “magnifico atleta cristiano” viene proposto come modello di stoicità, di rara sopportazione della fatica e del dolore, attraverso una prosa retorica che riecheggia i richiami dell’agiografia cattolica» (pp. 29-30).
Non solo il “pio” Bartali, dunque, ma anche il Bartali «bellicoso, combattivo, affatto remissivo e simbolo della riscossa del mondo cattolico» (p. 31).

Nel corso degli anni Trenta anche la stampa non cattolica e la pubblicistica fascista sottolineano a più riprese il versante religioso della vita di Bartali.
Pivato analizza l’oscillazione della stampa fascista che in alcuni casi esalta le qualità umane e le convinzioni religiose del ciclista toscano e contribuisce a rendere pubblica la sua adesione all’Azione Cattolica, in altri manifesta fastidio per l’ostentata professione di fede del campione e lo irride attraverso pungenti vignette anticlericali e appellativi come “il fraticello”.
Le penne del regime si compattano poi in senso antibartaliano alla vigilia del Tour de France del 1937. Di fronte all’indecisione di Bartali, reduce dalla vittoria al Giro d’Italia, circa la sua iscrizione alla competizione francese, la stampa fascista si scaglia contro il ciclista considerato reo di «un comportamento antisportivo» e di scarso spirito nazionale», spingendosi sino ad accusarlo «di voler barattare la sua partecipazione alla corsa a tappe francese in cambio di una consistente somma di denaro» (p. 36).
Emblematici sono anche i commenti di alcuni fogli di regime all’indomani della vittoria di Bartali al Tour dell’anno successivo. L’impresa del ciclista capace di vincere nella Francia del Fronte popolare è esaltata come prova della superiorità della gioventù sportiva fascista, ma nulla si dice del suo credo religioso.
Il fascismo non può peraltro evitare che attraverso questa vittoria si imponga definitivamente, anche oltralpe, l’immagine del “campione della fede”.

Il 31 luglio 1938 Bartali chiude da trionfatore il Tour de France.
Due settimane prima sul “Giornale d’Italia” è comparso il “Manifesto degli scienziati razzisti”, presupposto pseudoscientifico e ideologico delle leggi razziali varate in novembre che segnano l’inizio della tragedia degli ebrei italiani. L’antisemitismo fascista si riflette anche nello sport. Diversi atleti ebrei vengono espulsi dalle loro società sportive e sono costretti ad abbandonare l’attività agonistica. Le leggi razziali si ripercuotono in particolare nel mondo del calcio, costringendo alla fuga «personaggi come Ernő Egri Erbstein, allenatore del Torino, successivamente catturato e rinchiuso in un campo di lavoro. Più sfortunata la vicenda di Arpad Weisz, ebreo di origini ungheresi, alla guida della più prestigiosa squadra italiana degli anni Trenta, il Bologna “che tremare il mondo fa”. Weisz nell’ottobre del 1938 deve riparare a Parigi con tutta la famiglia e successivamente è rinchiuso ad Auschwitz dove muore» (pp. 42-43).
Dopo l’8 settembre 1943 l’antisemitismo razzista viene assunto come punto programmatico dalla Repubblica Sociale Italiana e i fascisti di Salò collaborano attivamente con i nazisti nella deportazione degli ebrei italiani verso i campi di concentramento e di sterminio.
È in questa cornice che si inquadra un’intensa pagina di impegno civile della vita di Bartali, segno dell’umanità e della generosità di uno degli atleti più amati nella storia dello sport italiano. Tra il 1943 e il 1944 – d’accordo con il cardinale di Firenze Elia Dalla Costa che ha allestito una rete per il salvataggio degli ebrei – con un gesto di grande coraggio Bartali approfitta della mobilità consentita dagli allenamenti per trasportare nel tubo del telaio documenti contraffatti che consentiranno a molti ebrei di sfuggire alla persecuzione razziale. Venuta alla luce solo dopo la morte del campione nel 2000, questa vicenda porterà al suo riconoscimento come “Giusto tra le nazioni” da parte dello Yad Shalem, il memoriale delle vittime della Shoah.

Al termine della guerra le gare ciclistiche possono riprendere con regolarità. Nel 1946 il “vecchio” Bartali – il campione ha quasi trentadue anni – si aggiudica il Giro d’Italia. L’anno successivo vince la Milano-San Remo e giunge secondo al Giro dopo Coppi, l’ex gregario di cinque anni più giovane. Nel 1948 trionfa al Tour de France. Su queste vittorie prende forma un nuovo mito, quello dell’“eterna giovinezza” del “campione della fede” che deve i suoi successi in età atleticamente avanzata anche ad una vita condotta secondo i dettami del cristianesimo.
Se però «nella seconda metà degli anni Trenta Bartali aveva recitato sulla scena sportiva un modello alternativo a quello fascista, nel mutato contesto politico del dopoguerra egli diviene il simbolo del conformismo politico di un’epoca, quella democristiana» (p. 47). Pio XII – definito “il Papa degli sportivi” per l’interesse dimostrato in più occasioni nei confronti dello sport – lo indica come modello esemplare agli uomini dell’Azione Cattolica e lo stesso Bartali si presta alla propaganda per il partito di De Gasperi.

Parallelamente, prende forma la leggenda di Coppi “comunista”. In contrapposizione all’esibizione della fede di Bartali, Coppi viene elevato «a campione di laicità»: «la fantasia popolare interpreta nelle sconfitte che Coppi infligge a Bartali l’ideale umiliazione di uno dei simboli dell’Italia cattolica e democristiana», «crea la leggenda del Coppi comunista per opporsi non solo al campione della bicicletta ma, almeno idealmente, per sconfiggere il simbolo dell’Italia democristiana: Gino Bartali, il “De Gasperi del ciclismo”» (pp. 56-57).
Anche se, come documenta Pivato, gli atteggiamenti di Coppi non lasciano trasparire simpatie politiche per la sinistra, nell’Italia lacerata dai conflitti politici e sociali del dopoguerra il mondo ciclistico si divide in due fazioni contrapposte e il dualismo sportivo assume una connotazione politica: come si sta o con De Gasperi o con Togliatti, così si fa il tifo o per Bartali o per Coppi. Pivato cita alcuni episodi tratti dalle cronache dell’epoca che attestano il sapore politico assunto dalla rivalità tra i due atleti. Nel 1947 ad esempio Vasco Pratolini nella sua veste di inviato al Giro d’Italia riporta la notizia dei cartelli della Gioventù Cattolica che in Campania inneggiano a Bartali, mentre in Puglia Coppi viene accolto al traguardo dai rappresentanti del Pci con un mazzo di garofani rossi.

L’uscita della nuova edizione di Sia lodato Bartali cade a settant’anni dal 1948, l’anno delle elezioni del 18 aprile che vedono la vittoria della coalizione a guida democristiana contro il Fronte popolare socialcomunista. Poco dopo, l’attentato a Palmiro Togliatti viene vissuto dalla sinistra come il segnale di un attacco generalizzato al Pci; il 14 luglio, quando la Cgil proclama lo sciopero generale, è già scattata la mobilitazione dei militanti comunisti che in alcune località assume un carattere radicale, alimentando nel Paese la sensazione di essere sull’orlo di una guerra civile.
Secondo una vulgata largamente diffusa, in quel frangente drammatico la vittoria di Bartali al Tour de France avrebbe “provvidenzialmente” salvato l’Italia dalle tensioni rivoluzionarie, pacificando il Paese.
Ricostruendo questo episodio, Pivato sottolinea il sussulto patriottico generato dal successo del campione toscano in terra francese e, soprattutto, l’enfasi delle cronache dei quotidiani sportivi e della stampa cattolica sul suo ruolo di “salvatore della patria”. Bartali sdrammatizza la rivoluzione “a colpi di pedale”: «il titolo più significativo è quello del “Giornale dell’Emilia” che con Sia lodato Bartali attribuisce alla vittoria una funzione miracolistica per avere calmato “il furore politico”» (p. 62).

Pivato esamina la vicenda sottolineando come la vittoria di Bartali avviene in realtà quando nelle piazza italiane le manifestazioni e i disordini seguiti all’attentato sono ormai scemati (in uno scenario che, peraltro, secondo diverse ricostruzioni storiche non si configurava in senso pre-rivoluzionario: «è fuor di dubbio che si sia trattato di una rivolta spontanea, una forma di jacquerie che coglie di sorpresa il Partito Comunista ma anche la CGIL che si adoperano per far rientrare quelle proteste» p. 64).
Il ruolo taumaturgico della vittoria al Tour de France appare quindi come frutto di una ricostruzione a posteriori. Il campione toscano, conclude Pivato, «è entrato nel mito senza passare per la storia. In realtà, al di là delle interpretazioni di carattere politico da una parte e dall’altra degli schieramenti, rimane il fatto che nella leggenda di Bartali che salva l’Italia dalla rivoluzione spunti di storie reali, miracolistica e visioni millenaristiche si sono intrecciati fino a creare quella che, verosimilmente, va considerata una leggenda metropolitana» (p. 70).
Una “leggenda” paradigmatica dell’intreccio tra la dimensione politica e l’immaginario sportivo e rimasta impressa nella memoria collettiva come uno dei simboli di un passaggio cruciale della storia repubblicana.


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Sport e dintorni – <em>Sia lodato Bartali</em> è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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