Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sun, 18 Aug 2019 20:00:06 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.10 L’ultimo modello https://www.carmillaonline.com/2019/08/18/lultimo-modello/ Sun, 18 Aug 2019 20:00:06 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=54016 di Alessandra Daniele

Il tizio barbuto estrae una sigaretta. – Posso fumare? Rick Deckard annuisce. – Non pregiudica il test – Accende lo schermo del rilevatore Voight-Kampff – Cominciamo con la prima domanda. Sei a bordo d’una motovedetta della Guardia Costiera… – Io non sono nella Guardia Costiera. – È una domanda ipotetica. – Ah, ok. – All’alba avvistate un gruppo di naufraghi aggrappati al relitto d’un gommone. Sono scappati da un lager. Molti che erano con loro sono già annegati. I superstiti vi dicono che preferiscono morire tutti, che tornare in Libia. Cosa fai? – Chiamo la Guardia [...]

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di Alessandra Daniele

Il tizio barbuto estrae una sigaretta.
– Posso fumare?
Rick Deckard annuisce.
– Non pregiudica il test – Accende lo schermo del rilevatore Voight-Kampff – Cominciamo con la prima domanda. Sei a bordo d’una motovedetta della Guardia Costiera…
– Io non sono nella Guardia Costiera.
– È una domanda ipotetica.
– Ah, ok.
– All’alba avvistate un gruppo di naufraghi aggrappati al relitto d’un gommone. Sono scappati da un lager. Molti che erano con loro sono già annegati. I superstiti vi dicono che preferiscono morire tutti, che tornare in Libia. Cosa fai?
– Chiamo la Guardia Costiera libica perché li riporti in Libia.
Deckard alza gli occhi. Fissa il tizio barbuto. Poi torna a guardare lo schermo.
– Seconda domanda. La Guardia Costiera libica non risponde. Il tuo capitano…
– Non sono io il capitano?
– No.
Il tizio barbuto grugnisce con aria delusa. Deckard continua.
– Il tuo capitano decide di salvare i naufraghi. Ma la motovedetta è piccola, non ci sono cabine, né cibo, né acqua per tutti. I naufraghi sono costretti ad ammassarsi sul ponte, sotto il sole d’agosto. Ci sono bambini e donne incinte. Molti hanno i segni delle torture subite nel lager. Vi chiedono d’essere sbarcati nel porto sicuro più vicino. Tu sei al timone. Dove ti dirigi?
– In Germania.
Deckard alza la testa.
– In Germania?
Il tizio si sporge in avanti.
– Sì, perché l’Europa deve capire…
Deckard lo ferma.
– No, non devi spiegare le risposte.
Guarda lo schermo.
– Terza domanda. Il tuo capitano ti dice di dirigerti verso il tuo paese…
Il tizio insorge.
– Mi rifiuto! Basta invasione! Porti chiusi! La pacchia è finita!
Deckard spegne il rilevatore Voight-Kampff. Il tizio lo guarda.
– Abbiamo finito?
– Sì, grazie. Puoi andare.
Il tizio barbuto spegne la sigaretta. Si alza, ed esce con aria soddisfatta. Deckard si volta verso il delegato della Tyrell Corporation seduto alle sue spalle.
– Perché m’ha chiesto questo test?
Il delegato, calvo ed elegante, accenna un sorriso.
– Un controllo qualità. Quello è il nostro ultimo modello.
– Avete intenzione di ritirarlo?
Il delegato sospira.
– Deckard, lei ragiona ancora da impiegato statale. Adesso è nel ramo consulenze private, dovrebbe aver capito che noi interpretiamo il responso del suo test sull’empatia in maniera diversa. Opposta, direi.
– Cioè l’avreste ritirato se fosse risultato umano?
Il delegato sorride.
Buonista, Deckard, si dice buonista.
– Che intenzioni avete allora col vostro ultimo prodotto? Lasciarlo spadroneggiare quanto vuole?
– Ma no. Ha una data di scadenza. Come tutti.

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L’antropologia alle prese con la globalizzazione https://www.carmillaonline.com/2019/08/17/lantropologia-alle-prese-con-la-globalizzazione/ Sat, 17 Aug 2019 21:30:48 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=54066 di Gioacchino Toni

Marc Augé – Jean-Paul Colleyn, L’antropologia del mondo contemporaneo, Milano, Eléuthera, 2019, pp. 118, € 14,00

L’antropologia contemporanea si trova a dover evitare da un lato di prestarsi a un riduzionismo culturale volto a conformare l’intero globo al modello occidentale e dall’altro di contribuire alla costruzione di una distinzione artificiosa tra tale sistema ed il “resto del mondo” che “non ha saputo evolversi” in tale maniera. Che si tratti di assimilazionismo o di primitivismo, l’Occidente continua a mostrare tutte le sue difficoltà nel confrontarsi con l’alterità.

All’antropologia culturale del XXI [...]

L’antropologia alle prese con la globalizzazione è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Gioacchino Toni

Marc Augé – Jean-Paul Colleyn, L’antropologia del mondo contemporaneo, Milano, Eléuthera, 2019, pp. 118, € 14,00

L’antropologia contemporanea si trova a dover evitare da un lato di prestarsi a un riduzionismo culturale volto a conformare l’intero globo al modello occidentale e dall’altro di contribuire alla costruzione di una distinzione artificiosa tra tale sistema ed il “resto del mondo” che “non ha saputo evolversi” in tale maniera. Che si tratti di assimilazionismo o di primitivismo, l’Occidente continua a mostrare tutte le sue difficoltà nel confrontarsi con l’alterità.

All’antropologia culturale del XXI secolo Marc Augé e Jean-Paul Colleyn hanno dedicato nel 2004 un libro tradotto e pubblicato una prima volta in italiano un paio di anni dopo da Eléuthera ed ora riproposto, dal medesimo editore, in una nuova edizione: L’antropologia del mondo contemporaneo (Eléuthera, 2019).

A lungo, sostengono i due studiosi, gli antropologi hanno pensato di compiere viaggi nel tempo mentre in realtà si muovevano nello spazio. Al convincimento, oggi scarsamente sostenibile, che lo spostamento in terre lontane consenta di rintracciare “civiltà antiche”, si è sostituita la consapevolezza che, indipendentemente dal modo di vita degli esseri umani delle più diverse società, esistano riferimenti in comune e che l’antropologia, nel suo spiegare la variabilità dei fatti umani, debba saper comprendere anche le somiglianze e gli universali.

Se dal punto di vista valoriale la distinzione Occidente / resto del mondo e l’idea di uniformare in un’unica grande categoria l’umanità “non industriale” sono del tutto inaccettabili, dal punto di vista scientifico, sostengono Augé e Colleyn, non di meno la sfasatura tra “moderni” e “altri” necessita di essere indagata.

L’antropologia occidentale si è sviluppata all’interno di un percorso culturale che ha avuto le sue tappe principali nel pensiero greco-romano, nell’illuminismo e nella rivoluzione industriale. Condannato l’evoluzionismo che pretenderebbe di imporre una tendenza orientata da parte di tutte le forme sociali verso tale modello, occorre però, ribadiscono i due studiosi, prendere atto di come il modello occidentale abbia finito col farsi globale, sebbene, a ben guardare, risulti meno razionale di quel che pretende. L’economia della società postindustriale più avanzata resta infatti fortemente toccata dal simbolico, dall’ideologia e dalle credenze.
Nonostante tale sistema abbia condotto ad una professionalizzazione della ricerca tecnico-scientifica, l’Occidente non può pretendere di detenere il monopolio della riflessione critica:

non tutte le culture aderiscono a un modello scientifico basato sul confronto di argomenti razionali con l’unica preoccupazione di ricavarne leggi, regolarità, strutture. Ciò che oggi è in discussione è il fatto di capire se l’autonomizzazione della scienza e della ricerca introduca, rispetto a tutte le altre forme del sapere, una cesura epistemologica, o se la categoria isolata sotto il nome di “scienza” altro non sia che una forma relativa di sapere tra le tante (p. 119)

Lo schema base dell’agire dell’antropologo prevede: la costruzione di un oggetto di studio, la scelta di un tema legato a forme di vita collettiva, il portarsi sul campo al fine di svolgere l’indagine etnografica, affrontare la letteratura esistente sull’oggetto di ricerca, infine l’intraprendere la scrittura dei risultati ottenuti.

Circa l’oggetto, se un tempo era confinato a piccole società esotiche che si volevano indagare prima che venissero assorbite dall’espansione della civiltà europea, oggi, con l’avanzare del processo di globalizzazione, il contesto da indagare si estende all’intero globo. Ovunque le genti risultano “locali” solo in funzione di una precisa configurazione storica e, in un sistema mondiale come l’attuale, si mostrano sempre più interdipendenti. Dunque, l’antropologia è passata dallo studio dei popoli a quello dei temi, con le inevitabili specializzazioni. Nonostante si siano così strutturate, ad esempio, un’antropologia del diritto, della religione, della malattia, della città e così via, resta indispensabile, a parere di Augé e Colleyn, il mantenimento di un minimo di visione generale dell’umanità nel suo insieme.

Quando si parla di campo in ambito antropologico, si intende contemporaneamente un luogo ed un oggetto di ricerca ed a proposito di esso i due studiosi ribadiscono come il metodo su cui si basa l’antropologia resti quello dell’etnografia: il lavoro sul campo durante il quale il ricercatore prende parte alla vita quotidiana di una diversa cultura, osserva, registra, tenta di accedere al punto di vista indigeno e ne scrive.

L’immersione in una cultura consente un apprendimento spontaneo (per familiarizzazione o impregnazione) che dovrebbe impedire al ricercatore di proiettare sulla realtà sociale indagata ciò che vuole vedervi; l’antropologo deve riuscire ad evitare di inserire ciò che osserva all’interno di categorie appartenenti alla sua tradizione culturale e di trasformare ciò che si trova di fronte in differenza ed estraneità a tutti i costi rispetto alla sua cultura di provenienza.

L’attuale analisi transculturale si è formata sulla base dei tentativi degli anni Settanta di analizzare la realtà sociale dal suo interno, ed altrettanto importanti per la ricerca contemporanea sono state le ricerche antropologiche che hanno avuto come oggetto di analisi l’esperienza antropologica stessa in quanto forma della conoscenza prodotta dal contattato tra due diverse culture. Grazie ai postcolonial studies è stata invece messa in evidenza la dimensione politica del ruolo dell’antropologo nel suo derivare dal colonialismo.

Nell’attuale realtà globalizzata, segnata dalla mobilità delle culture e dagli spostamenti delle popolazioni, il lavoro sul campo si trova ad assumere una forma “reticolare”, richiedendo un’indagine delle “comunità sparse” tanto nel paese d’origine quanto in quello di approdo. L’inchiesta, però, sottolineano i due studiosi, non può ridursi a descrizione di quanto osservato sul campo: «essa non può fare a meno di prospettare fenomeni che la determinano dall’esterno, spesso studiati da altri specialisti: geografi, demografi, storici, linguisti, psicologi…» (p. 98)

A proposito della fase di lettura, Augé e Collyn ricordano come l’antropologo si trovi a tentare di comprendere l’universo sociale di una cultura che non consce e di come, a tal fine, debba confrontare quanto osservato sul campo con con il sapere accumulato dalla letteratura circa altre forme sociali presenti nel tempo e nello spazio evitando così di piegare l’esperienza diretta a quanto già conosce e allo stesso tempo di trarre stimolo dalle sue conoscenze. Ciò differenzia il campo dal reportage.

Attraverso la letteratura il ricercatore può dialogare con autori di epoche e culture diverse in modo da evitare di essere del tutto determinato dalle condizioni storiche in cui vive. I classici dell’antropologia, pur con tutti i limiti storico-culturali, mantengono elementi di utilità e di attualità. Tali ricerche necessitano di essere lette alla luce dei contesti culturali in cui sono state prodotte cercando in esse quanto resta di utilizzabile alla luce delle attuali conoscenze.

Circa la fase di scrittura è ovviamente necessario che l’antropologo si interroghi a proposito del linguaggio che intende utilizzare e, salvo rare eccezioni, è soltanto dall’inizio degli anni Ottanta che le modalità espositive sono state realmente problematizzate. «Ogni stile postula una teoria (una concezione generale di ciò che si discute), una tradizione intellettuale (la “letteratura”) e un impegno etico (non giudicare, ma capire)». (p. 104)

Da qualche tempo si tende a concedere maggior spazio a “voci altre” rispetto a quella del ricercatore: voci d’archivio, di interlocutori sul campo, di altre discipline, di narratori e così via. Il ricorso da parte di alcuni antropologi agli audiovisivi impone una particolare attenzione al fine disciogliere la mediazione di tali strumenti nella restituzione; che si abbia a che fare con la scrittura o con gli audiovisivi si tratta sempre di “discorsi costruiti”.

Se l’antropologia classica (1920-1975) aveva il suo genere preferito nella monografia, che si propone come ricerca esaustiva di una società localizzata, successivamente è stato preferito il saggio che, nel suo proporre un punto di vista argomentato, tenta di confrontare il locale con una realtà più allargata nello spazio e nel tempo. L’antropologia contemporanea ha dovuto anche prendere atto che i soggetti indagati sono spesso a loro volta lettori dei risultati ottenuti dal ricercatore e non mancano di discuterei e criticarli.

L’antropologia e la sociologia contemporanee operano nella convinzione che l’attualità si è fatta caotica e con l’implosione delle grandi narrazioni tutto tende ad essere visto sotto la lente del dubbio.

Dire che ogni testo è una costruzione è un’ovvietà, affermare che un testo di scienze umane è una finzione, in quanto non può pretendere di arrivare a una verifica definitiva, è un abuso di linguaggio o un espediente retorico. É bene infatti distinguere con cura tra finzione, errore, menzogna, falso, argomento ideologico, modello, ipotesi… (pp. 110-111)

L’idea soggiacente all’antropologia coloniale votata alla classificazione etnica, secondo i due studiosi, ha preannunciato il comunitarismo contemporaneo.

In entrambi i casi si trattati sottrarre una “società” dal suo ambiente storico, di preservarla dall’insieme che la contiene, lo Stato […] In Europa, se oggi si sviluppa uno spirito comunitario, ciò è dovuto a un indebolimento del potere di integrazione dello Stato e alla malintesa volgarizzazione di un’antropologia dilettantesca venata di moralismo. In questa ideologia, è la celebrazione delle differenze culturali che funge da a priori, non la comprensione dei meccanismi che stanno alla base della struttura identitaria e quindi delle alterità. I movimenti identitari non chiedono all’antropologo un giudizio morale. Esistono, e bisogna cercare di spiegarli, quindi di capirli (pp. 115-116).

Non sorprende, affermano Augé e Colleyn, che

le persone si raggruppino, adattino la propria cultura alle sfide del momento, sfruttino creativamente il proprio passato per cercare di trovare il proprio posto e di trarne qualche vantaggio. L’antropologo può deostruire queste ideologie, mettendo in luce come tutte le forme dell’esclusivismo – razziali, etniche, classiste, religiose, sessuali – siano falsamente presentate come qualità essenziali, ma deve anche fare opera di storico per studiare le condizioni che le hanno fatte emergere (p. 116).

Negli anni Ottanta si è iniziato a parlare di “antropologia indigena” a proposito delle ricerche svolte da appartenenti a “gruppi minoritari”: chi è stato a lungo oggetto di studio inizia a produrre a sua volta ricerche. Se deve essere accolto positivamente il fatto che l’Occidente divenga oggetto di studio da parte di chi “non ne fa parte”, non si deve però perdere di vista l’asimmetria tra le possibilità offerte a tale tipo di ricerca rispetto a quelle di cui dispone la ricerca occidentale.

Nel libro viene sottolineato come le località in cui sia individuabile un’autentica autoctonia siano restate davvero poche e di come sia ormai convinzione diffusa tra gli studiosi che l’etnicità sia

una una relazione più che una proprietà di un gruppo, che l’economia di mercato e le istituzioni statali consono incompatibili con strutture di lignaggio, che un movimento di guerriglia può ricorrere alla trance di possessione, che gli scambi “globali”, sotto forma di traffici di ogni genere, di migrazioni, di trasferimenti di beni su lunghe distanze e di lunga durata, non sono cominciati con l’invenzione della macchina a vapore (p. 125)

L’antropologa contemporanea non ha come obiettivi la ricerca di “paradisi perduti” o l’individuazione di modalità di “resistenza all’occidentalizzazione”. Non si tratta di scoprire gruppi sino ad ora sconosciuti o di completare la mappatura culturale del globo; l’antropologia, sostengono Augé e Colleyn, dovrebbe piuttosto preoccuparsi di «proporre un’analisi critica delle modalità di espressione culturale nel contesto storico che dà loro un senso» (p. 125).

L’antropologia, così come la sociologia, dovrebbe anche riflettere sulla deriva individualista della società contemporanea tenendo conto dell’enorme impatto dei mezzi di comunicazione e dell’indebolimento delle istituzioni tradizionali che storicamente assicuravano i legami sociali.

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Qui siamo, qui restiamo https://www.carmillaonline.com/2019/08/17/qui-siamo-qui-restiamo/ Sat, 17 Aug 2019 00:09:06 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=54159 di Vag 61

[Come si può leggere nel nostro editoriale, il 19 e 20 ottobre lo Spazio libero autogestito VAG 61, a Bologna, ospiterà il festival nazionale di Carmilla (in settembre il programma dettagliato). Nel frattempo, il VAG non è al riparo da minacce, come quelle che hanno portato nelle settimane scorse allo sgombero dello storico centro sociale XM 24. Riportiamo un comunicato del VAG, garantendo la nostra totale solidarietà.]

Il Comune di Bologna, con un avviso pubblico che riguarda complessivamente dieci edifici di proprietà dell’amministrazione, ha messo a bando la gestione dell’immobile di via Paolo Fabbri 110 che [...]

Qui siamo, qui restiamo è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Vag 61

[Come si può leggere nel nostro editoriale, il 19 e 20 ottobre lo Spazio libero autogestito VAG 61, a Bologna, ospiterà il festival nazionale di Carmilla (in settembre il programma dettagliato). Nel frattempo, il VAG non è al riparo da minacce, come quelle che hanno portato nelle settimane scorse allo sgombero dello storico centro sociale XM 24. Riportiamo un comunicato del VAG, garantendo la nostra totale solidarietà.]

Il Comune di Bologna, con un avviso pubblico che riguarda complessivamente dieci edifici di proprietà dell’amministrazione, ha messo a bando la gestione dell’immobile di via Paolo Fabbri 110 che dal 2004 è la casa dei progetti e delle iniziative di Vag61. Questo atto burocratico si insinua all’interno di una storia che ha già alle spalle 15 anni di attività, grazie alle quali un piatto deposito a rischio abbandono si è trasformato in uno spazio libero autogestito frequentato giorno dopo giorno da un numero incalcolabile di persone. Un destino ben diverso, guarda caso, da quello dell’immobile che Vag61 occupò in via Azzo Gardino, prima di ottenere l’attuale sede. Dopo lo sgombero, sono passati tre lustri di completo inutilizzo con buona pace dei “progetti” sventolati all’epoca per giustificare l’intervento della polizia: basta dare un’occhiata a queste immagini per rendersi conto dello stato in cui si è lasciato ridurre l’edificio insieme al suo cortile. E ora, proprio poco tempo fa, il Demanio ha fatto sapere di non aver trovato niente di meglio da fare che mettere tutto in vendita a favor di privato. Con gli immobili pubblici funziona così, a Bologna.

L’edificio di via Paolo Fabbri 110, invece, grazie a Vag61 oggi è un centro sociale che (partito dal progetto media center e con la nascita di uno dei primissimi mercati contadini di CampiAperti in città) attraversa ed è attraversato da molteplici percorsi: il Centro di documentazione dei movimenti “Francesco Lorusso – Carlo Giuliani” (che ha ricevuto la “Dichiarazione di interesse culturale” da parte della Sovrintendenza archivistica dell’Emilia-Romagna – Archivio di Stato di Bologna), Smk videofactory e OpenDDB, il Fondo Roversi, la Palestra popolare, il quotidiano online autogestito Zeroincondotta – Zic.it, il cantiere culturale permanente di Resistenze in Cirenaica, il Comitato B.E.C.C.O. (Bologna Est Contro il Cemento e per l’Ossigeno), il Nodo Sociale Antifascista, il Condominio Bel(le)trame in sinergia con il vicino dormitorio, la musica di Bologna Calibro 7 Pollici, i cibi resistenti della Brigata cucinieri, i gruppi di acquisto solidale di Alchemilla G.a.s. e Giaz… E poi i filoni di attività – per citare le più recenti – legate alla letteratura sociale, alla lotta del popolo kurdo, alle mobilitazioni femministe di Non Una Di Meno e non solo, alle condizioni di chi viene privato della libertà o rischia di esserlo. Al fianco di questi e altri progetti, le iniziative organizzate e ospitate in via Paolo Fabbri 110 sono centinaia e centinaia: sono tutte elencate sul sito Vag61.info, se qualcuno volesse averne conferma. Per portare avanti tutto ciò, negli anni abbiamo riversato negli spazi di via Paolo Fabbri 110 un investimento sociale, politico, culturale e anche economico difficile da rendere in freddi numeri. Ma Vag61 è lì, a testimoniare ogni tassello di questa piccola grande storia.

A questo percorso vogliamo caparbiamente dare continuità, per portare avanti le pratiche di autogestione, autorganizzazione, autoproduzione e tramite queste dimostrare che è possibile contrapporsi al mercato e al profitto, alla cultura omologata, all’individualismo e al pensiero sessista, razzista e fascista. La rotta che riteniamo di dover percorrere l’abbiamo tracciata formulando la nostra “Dichiarazione di (non)indipendenza”: poche righe, ma è tutto lì.

Vogliamo proseguire questo non facile cammino perchè ogni giorno ce n’è sempre più bisogno, vogliamo tutelare i progetti in corso, vogliamo garantire un futuro al prezioso patrimonio storico oggi custodito in via Paolo Fabbri 110. Per per questo, negli ultimi tempi, a più riprese abbiamo interloquito con il Comune alla ricerca di una modalità che consentisse a Vag61 di continuare ad essere quello che è e che non ha alcuna intenzione di smettere di essere. Il Comune ha man mano proposto diversi interlocutori ed ha cambiato più volte ipotesi di lavoro, ma nessuna è arrivata fino in fondo. Non per nostra volontà.

Ora, sul tavolo della città, c’è un bando. Quello che pensiamo dell’uso di questo strumento per la fruizione degli spazi pubblici abbiamo già avuto occasione di esprimerlo in passato e non abbiamo cambiato idea. Un bando non può misurare la complessità che emerge dalle esperienze di autogestione, non può rispondere all’esigenza di plasmare forme innovative di cooperazione e organizzazione. Un bando mette in competizione le realtà sociali, quando per ogni spazio gettato nell’arena ce ne sono dieci che restano ad ammuffire. Un bando rischia di mettere in secondo piano anni e anni di attività pregresse. Questa che di fatto è una minaccia, ora, pende su Vag61 e mette a repentaglio ciò che abbiamo costruito in questi 15 anni. La minaccia vogliamo dunque trasformarla nell’ennesima sfida, sapendo che in passato la comunità che fa vivere Vag61 è già stata capace più volte di resistere di fronte al rischio di ritrovarsi senza una casa. Questa volta ci troviamo costretti a resistere partecipando ad un bando, perchè l’alternativa sarebbe quella di consegnare ad altri il pretesto per accampare diritti sugli spazi racchiusi tra le pareti (bellissime: grazie ancora a Ericailcane e Bastardilla!) di Vag61. Non abbiamo garanzie e non possiamo certo dimenticare che questa amministrazione è la stessa che ha sgomberato numerosi centri sociali, aprendo altrettante ferite che sentiamo come nostre sulla pelle. Corriamo un rischio, per non correrne uno maggiore.

Abbiamo tutta l’intenzione di confermare che via Paolo Fabbri 110 è e sarà la casa di Vag61. Non abbiamo alcuna intenzione di smobilitare e chiudere i battenti. Ecco perchè i progetti continuano e l’attività dei prossimi mesi vede già diverse iniziative in cantiere: due giorni di festa con la rivista Carmilla, una serata dedicata al mondo della graphic novel, due iniziative nell’ambito del Terra di Tutti Film Festival con un workshop insieme a Silvano Agosti, uno spettacolo teatrale, l’assemblea annuale di Zapruder, i vinili di BC7P, la collaborazione con Resistenze in Cirenaica per la realizzazione di un “Quaderno di Cirene” dedicato al racconto di storie poco note di staffette, partigiane, “madame” e rivoltose. E tanto altro si aggiungerà, perchè non c’è bando che possa distrarci dalla voglia matta di riempire di vita via Paolo Fabbri 110.

Aquì estamos! Di là, invece, c’è il leghismo salvinista che non vede l’ora di vedersi consegnare un altro pezzo di città e di Paese. Fate il vostro gioco, noi il nostro lo stiamo già facendo.

Con Xm24 nel cuore,
l’assemblea di Vag61 – Spazio libero autogestito in via Paolo Fabbri 110

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La patria dell’uomo nuovo e l’inferno dei bambini di strada https://www.carmillaonline.com/2019/08/15/la-patria-del-socialismo-reale-e-linferno-dei-bambini-di-strada/ Thu, 15 Aug 2019 21:01:35 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=54131 di Sandro Moiso

Luciano Mecacci, Besprizornye. Bambini randagi nella Russia sovietica (1917-1935), Adelphi, Milano 2019, pp. 274, 22,00 euro

Siamo in pieno Ferragosto e vorreste star tranquilli, lo so. Non pensare a nulla e oziare è sicuramente il modo migliore per rilassarsi, qualsiasi sia l’attività che accompagna o determina le nostre giornate di attività fisica e/o mentale. Soprattutto, in questi primi o ultimi giorni di ferie non avete voglia di farvi mettere in agitazione da discorsi, letture o riflessioni che possano mettere a soqquadro la mente, le convinzioni e le, poche, certezze che vi rimangono.

Invece no, quella foto sulla [...]

La patria dell’uomo nuovo e l’inferno dei bambini di strada è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Sandro Moiso

Luciano Mecacci, Besprizornye. Bambini randagi nella Russia sovietica (1917-1935), Adelphi, Milano 2019, pp. 274, 22,00 euro

Siamo in pieno Ferragosto e vorreste star tranquilli, lo so. Non pensare a nulla e oziare è sicuramente il modo migliore per rilassarsi, qualsiasi sia l’attività che accompagna o determina le nostre giornate di attività fisica e/o mentale.
Soprattutto, in questi primi o ultimi giorni di ferie non avete voglia di farvi mettere in agitazione da discorsi, letture o riflessioni che possano mettere a soqquadro la mente, le convinzioni e le, poche, certezze che vi rimangono.

Invece no, quella foto sulla copertina di un libro, quello sguardo furtivo e incattivito di un bambino che, lo saprete soltanto poi consultando la terza di copertina, sbuca da un cassonetto della spazzatura di Odessa, nel 1928, ha attirato il vostro sguardo e vi ha incuriosito.
In quegli occhi è contenuta una storia, un enorme dramma che, lo si capisce al volo, non può essere soltanto individuale, ma deve essere per forza collettivo. E in effetti lo è.

Luciano Mecacci, già ordinario di Psicologia generale presso l’Università di Firenze e membro dell’Associazione Italiana degli Slavisti, sintetizza in un volume, che si fa leggere come un romanzo, la storia e le esperienze educative e repressive collegate al problema dell’infanzia randagia in Russia tra la Prima guerra mondiale e gli anni del pieno trionfo dello stalinismo.
Un problema non da poco se si pensa che su 147 milioni di abitanti della Russia, poi sovietica, almeno 7 milioni di giovanissimi appartenevano a tale e sfortunato gruppo.

Bambini di un’età compresa tra i 6 (e forse meno) e i 16 anni che venivano definiti come besprizorniki, una parola che tradotta letteralmente significa bambini abbandonati, privi di tutela, genitoriale o di qualsiasi altra specie.
Un fenomeno che iniziò a manifestarsi con la Prima guerra mondiale, ma che tese ad espandersi nel corso della rivoluzione, della susseguente guerra civile e delle carestie che si abbatteranno sul paese a seguito della seconda e delle svolte repressive messe in atto dal regime durante le campagne di espropriazione dei cosiddetti kulaki e che finiranno col dar vita ad un’ampia resistenza contadina nei confronti delle politiche bolsceviche di collettivizzazione dall’alto della terra e di ammasso forzato dei suoi prodotti, prima e dopo la morte di Lenin.

Bambini che non erano obbligatoriamente orfani dei genitori, ma che dalle alterne vicende della guerra, della rivoluzione, della Nep e delle politiche agrarie e. troppo spesso, della deportazione nei gulag e dell’eliminazione fisica di molti adulti ritenuti terroristi o nemici del partito stalinizzato negli anni Trenta, erano stati costretti ad abbandonare, spesso con l’incoraggiamento degli stessi genitori, le case e i luoghi di origine in cerca di una salvezza che, quasi sempre, non c’era e non poteva esserci.

Nell’Introduzione, l’autore afferma

Generalmente in queste ricerche la dimensione psicologica e comportamentale dei besprizornye, la vita di quei bambini e quei ragazzi nelle loro famiglie d’origine, nelle strade, negli orfanotrofi, nelle prigioni e nei lager emerge a posteriori rispetto all’esame del contesto storico, sociale e politico della Russia sovietica che li aveva generati. In questo libro si è adottata una prospettiva diversa, descrivendo i basprizornye attraverso i loro pensieri, il loro linguaggio, le loro emozioni e i loro affetti, e a questo scopo si è dato ampio spazio alle testimonianze dei protagonisti, così come ai racconti e alle relazioni degli scrittori russi o stranieri negli anni Venti e nei primi anni Trenta. Ne risulterà, così ci auguriamo, un quadro completo – dall’interno e, dall’esterno – dei vari aspetti della vita dei besprizornye: dalla fuga all’accattonaggio al furto, dalle manifestazioni di aggressività e di autodistruzione alla vera e propria violenza psichica e fisica (fino all’omicidio), dalla prostituzione al consumo di droghe.1

Già negli anni Settanta l’autore aveva trascorso un periodo di studio nell’URSS, durante il quale aveva avuto modo di raccogliere materiali e testi inerenti all’argomento sviluppato nel testo attuale e aveva potuto incontrare personalità quali, ad esempio, Aleksandr Lurjia che avevano avuto modo negli anni Trenta di occuparsi del pensiero e del linguaggio di quei bambini. Poiché già all’epoca, e soprattutto negli anni Venti, non erano mancati gli studi e i tentativi pedagogico-educativi di risoluzione del problema.

Ma se negli anni immediatamente successivi alla Rivoluzione si era peccato, forse, di troppo ottimismo nei confronti della possibile soluzione del problema attraverso il miglioramento dell’uomo socialista, come dimostrano le osservazioni della stessa Nadežda Krupskaja contenute nel testo di Mecacci, a partire dagli anni Trenta la risposta aveva cominciato a consistere in una progressiva rimozione dello stesso, accompagnata da una azione repressiva degna di quella degli squadroni della morte che hanno il compito di liberare le strade delle metropoli brasiliane dai meninos de rua che le “infestano”.

Il vero dramma infatti consiste proprio in una rimozione che ha fatto sì che per decenni, praticamente fino alla morte di Stalin ma anche oltre, negli anni Sessanta e Settanta, in Unione Sovietica fosse di fatto vietato parlare di tale, enorme problema.
Il documento di riferimento ufficiale è rimasto per anni lo pseudo-romanzo Poema pedagogico di Anton Makarenko pubblicato tra il 1933 e il 1935, e recentemente ristampato con eccessiva pompa magna qui in Italia, in cui si tracciava il cammino evolutivo di alcuni di quei bambini attraverso i provvedimenti statali che li avrebbero trasformati da piccoli delinquenti affamati a giovani pionieri, poi in militanti del Partito e infine in tranquilli e sereni cittadini sovietici.

Una narrazione ideologizzata e tranquillizzante che corrispondeva pienamente al progetto dell’uomo nuovo sovietico e dell’immagine che attraverso di esso il regime staliniano avrebbe voluto dare di sé. Un’immagine che fu distorta anche attraverso narrazioni fasulle e falsate, successivamente sbugiardate dalla ricerca storica, che raccontavano di un cammino dalle stalle alle stelle di numerosi personaggi in vista della scienza e della politica sovietica post-rivoluzionaria, tutti provenienti dai besprizornye e dagli istituti che se ne occupavano.

Purtroppo, invece, la realtà fu ben diversa poiché proprio nel 1935, anno di pubblicazione definitiva del Poema pedagogico, avvenne la svolta decisiva con la risoluzione congiunta del Comitato esecutivo centrale dell’URSS e del Consiglio dei commissari del popolo, approvata il 7 aprile di quell’anno, con cui si abbassò il limite d’età per perseguire penalmente i giovani delinquenti e i besprizornye: “A partire dai dodici anni di età, i minorenni riconosciuti colpevoli di furti, violenze, lesioni personali, menomazioni, omicidio o tentato omicidio, sono passabili di giudizio penale, con l’applicazione di tutte le misure punitive.”2

Secondo le ricerche condotte dall’autore

Il limite dei dodici anni fu aggiunto personalmente da Stalin sulla bozza di proposta preparata da Andrej Vyšinskij, il procuratore generale dell’URSS che di lì a poco avrebbe rappresentato l’accusa nei grandi processi di Mosca. Pochi giorni dopo, il 20 aprile 1935, una nota segreta fu trasmessa agli organi competenti: vi si chiariva che tra le ‘misure punitive’ andava annoverata anche la pena capitale (fucilazione). Non è noto il numero dei besprizornye che furono fucilati in applicazione di questa ‘nota esplicativa’, ma testimonianze e documenti indicano che già negli anni precedenti si era fatto ricorso ai proiettili per ‘liquidare’ quei ragazzi vestiti di stracci. Da ultimo il decreto del 31 maggio 1935 sanciva la fine del fenomeno dell’infanzia abbandonata.3

Il trionfo della pedagogia sovietica stalinizzata consistette, dunque, nella rimozione fisica del problema e nella rimozione di ogni memoria differentemente caratterizzata. Non solo la propaganda collegata al Poema pedagogico avrebbe nascosto la struttura criminalizzante, liquidatoria ed omicidiaria dei provvedimenti dell’aprile del 1935, ma anche il fatto che molti di coloro che si erano occupati in ben altri termini del problema sociale e pedagogico rappresentato dai bersprizornye avrebbero concluso le loro vite nei gulag e/o davanti a un plotone di esecuzione con l’accusa di terrorismo e tradimento.

Molto altro ci sarebbe da dire sull’ottimo libro di Luciano Mecacci, ma credo che sia sufficiente fermarsi qui per disturbare il tranquillo Ferragosto del lettore. E per ricordargli come non sarà mai possibile costruire alcun nuovo mondo e alcuna altra comunità umana se si continuerà a credere in modelli politici e culturali nati morti, sulla scia di un modello sociale ed economico di stampo ancora eminentemente autoritario e classista. Come quello stalinista, appunto.


  1. L. Mecacci, Besprizornye, p. 15  

  2. Sulle misure della lotta alla criminalità minorile, in Izvestija e Pravda dell’8 aprile 1935, cit, in L. Mecacci, op. cit. p. 29  

  3. Ivi, p. 29  

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La patria dell’uomo nuovo e l’inferno dei bambini di strada è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Confini e superamenti. Turismo o rivoluzione https://www.carmillaonline.com/2019/08/14/confini-e-superamenti-turismo-o-rivoluzione/ Wed, 14 Aug 2019 21:00:57 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=54084 di Gioacchino Toni

Rodolphe Christin, Turismo di massa e usura del mondo, Elèuthera, Milano, 2019, pp. 134, € 14,00

«Con l’industrializzazione del quotidiano anche i nostri sogni sono stati industrializzati». «Il turismo è la soluzione proposta dal capitalismo liberista per canalizzare la spinta sovversiva intrinseca alla volontà di trasformare la propria condizione». «La nostra smania di partire per le vacanze è l’indice della nostra insoddisfazione. Testimonia la nostra rassegnazione a vivere il noioso, l’insulso il carente, l’invivibile. Turismo o rivoluzione: bisogna scegliere» Rodolphe Christin

L’antropologo iraniano Shahram Khosravi nota che se da un [...]

Confini e superamenti. Turismo o rivoluzione è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Gioacchino Toni

Rodolphe Christin, Turismo di massa e usura del mondo, Elèuthera, Milano, 2019, pp. 134, € 14,00

«Con l’industrializzazione del quotidiano anche i nostri sogni sono stati industrializzati». «Il turismo è la soluzione proposta dal capitalismo liberista per canalizzare la spinta sovversiva intrinseca alla volontà di trasformare la propria condizione». «La nostra smania di partire per le vacanze è l’indice della nostra insoddisfazione. Testimonia la nostra rassegnazione a vivere il noioso, l’insulso il carente, l’invivibile. Turismo o rivoluzione: bisogna scegliere» Rodolphe Christin

L’antropologo iraniano Shahram Khosravi nota che se da un lato l’attuale “sistema delle frontiere” sembra voler imporre l’immobilità agli esseri umani più poveri, dall’altro non manca di imporre agli stessi un’estenuante mobilità che li costringe a vagare tra paesi, legislazioni, istituzioni, burocrazie, campi di accoglienza e di espulsione ecc. Khosravi spiega perfettamente come attorno alla mobilità umana si sviluppi una lotta incessante tra chi tenta di ridurla a strumento di controllo sociale e chi cerca di sottrarsi a quest’ultimo.

La rigida distinzione gerarchica introdotta dall’attuale “regime delle frontiere” prevede una netta differenziazione tra viaggiatori “non qualificati” (migranti, profughi, persone prive di documenti) e viaggiatori “qualificati” (turisti, espatriati, avventurieri). Se Io sono confine (Elèuthera, 2019) di Shahram Khosravi [su Carmilla] si occupa del primo tipo di viaggiatori, Turismo di massa e usura del mondo (Elèuthera, 2019) del sociologo Rodolphe Christin affronta il secondo con l’intento di analizzare l’usura del mondo «mettendo in evidenza le contraddizioni tra l’apparente libertà di movimento e lo sviluppo dell’industria turistica».

Secondo il sociologo viviamo una contemporaneità “dromomaniaca”, in balia dell’automatismo deambulatorio. Se per i personaggi pubblici la mobilità è una condizione di visibilità, più in generale è spesso vista come mezzo per conseguire la felicità e se nel turismo è possibile vedere «la punta di diamante dell’ideologia edonistica associata al muoversi nello spazio», per certi versi il mondo virtuale è lo spazio limite in cui la mobilità giunge ad annullarlo nell’istante. L’ubiquità è la forma massima di ipermobilità.

Nonostante solitamente alla mobilità venga associata l’idea di libertà, lo spostamento può divenire un obbligo. «Subita o in apparenza accettata, la mobilità è la condizione degli individui che si mettono a disposizione, che si sottomettono al capitalismo fluido e flessibile. Per chi è disposto ad adattarsi alle opportunità offerte dal Grande Mercato, il prezzo da pagare è lo sradicamento, o quanto meno la sua versione estetico-turistica, lo spaesamento».

La mobilità, sostiene Rodolphe Christin, favorisce l’espansione capitalismo: grazie ad essa i prodotti conquistano nuovi consumatori, le aziende si delocalizzano riducendo i costi, si fluidifica il transito della manodopera ecc. «Una tale fluidità sociale è connaturata all’economia di mercato e la migrazione ne è un ingrediente di base». La libertà di andare e venire può trasformarsi in un obbligo imposto dal sistema economico. «La conseguenza dell’ipermobilità è lo sradicamento, necessario all’intercambiabilità degli esseri e alla standardizzazione dei luoghi, che dunque riguarda sia gli oggetti che i soggetti»

Se il turista nasce come sperimentatore esistenziale, ora si è trasformato in un “consumatore geografico” e la mobilità turistica risulta essere al servizio del “consumo del mondo”. La libertà concessa dal tempo libero è presto degenerata in «nuove forme di controllo sociale finalizzate a canalizzare le energie destinate alle vacanze». Il tempo libero, continua l’autore, «diventa ben presto la preda preferita delle normative messe in campo da una razionalizzazione ideologica tesa a inculcare un certo modello di salute pubblica, che peraltro va in continuità con il pretesto terapeutico del turismo delle origini, le cui destinazioni erano speso terme o sanatori».

Da indubbio avanzamento sociale, le ferie retribuite sono presto divenute dal punto di vista legislativo un «adeguamento al modus operandi del capitalismo che ne favorì l’accettazione da parte delle classi lavoratrici. Ma ancor di più il rapporto tra salariato e ferie destinate allo svago gettò le basi per lo stile di vita tipico della società consumista». Come accaduto con il tempo lavorativo, «anche il tempo delle vacanze è stato progressivamente conquistato dall’ingiunzione mobilitaria, che non poteva certo lasciarsi sfuggire una simile opportunità per assicurarsi una circolazione sempre maggiore di beni, servizi e persone».

Il senso di libertà del turista risiede nel godere per alcune settimane all’anno dell’illusione di vivere di rendita. Libero di impiegare tempo come crede e di farsi servire dagli altri che invece stanno lavorando, il turista si sente un rentier. «Se il turista sogna di emanciparsi dal lavoro, di fatto lo fa solo nello spazio temporale dedicato alle vacanze». «Industria della ‘falsa partenza’, il turismo prospera grazie al male di vivere. Al quale si torna sempre, inesorabilmente».

Walter Benjamin individuava tre condizioni affinché potesse esservi la figura del flaneur: la città, la folla e il capitalismo. Rodolphe Christian ritiene che il turista presupponga: il lavoro salariato con ferie retribuite, la capacità logistica di organizzare una mobilità su larga scala e il capitalismo.

Il luogo consacrato ai consumatori in transito per eccellenza è il centro commerciale, ove il consumatore-flaneur vaga nel suo anonimato sentendosi libero di fare acquisti senza interferenze. La galleria commerciale accoglie un pubblico che tenta di placare la sua noia frequentando un luogo pensato per l’individuo indolente. «La figura del consumatore-flaneur, furtivo e prodigo al tempo stesso, è complementare a quella del produttore di beni o servizi, remunerato per quello che fa, un rapporto che configura il primo come il cliente attuale o potenziale del secondo. Questa stessa partizione è presente nel turista e struttura la relazione commerciale che intrattiene con il mondo. Anzi il turismo è l’esempio perfetto di questa ambivalenza dell’uomo contemporaneo, diviso tra il desiderio di avere, qui e ora, la possibilità di godersela senza alcun ostacolo e l’obbligo di pagare un prezzo per tutto questo, ovvero l’obbligo di lavorare per guadagnare il denaro necessario per i suoi acquisti, che farà durante il tempo libero. Alla pari dell’ozio anche il bighellonare consapevole […] ha in sé un potenziale di dissidenza comportamentale. Ma la società del consumo e l’ideologia economicista sono riuscite a canalizzare la forza a proprio vantaggio, riducendola al fugace piacere di passeggiare guardando le vetrine. Il prevalente orientamento mercantile impedisce a quel potenziale di trasformarsi in autentica forza sovversiva, convertendolo in turismo, cioè una realtà organizzata attorno al consumo».

«Affinare il sogno turistico, fornendogli una gamma di risposte adatte a ogni esigenza, rende accettabile la vita di tutti i giorni: sempre a condizione di averne i mezzi, l’offerta è quella di trascorrere qualche settimana in un luogo in cui si è temporaneamente sgravati dall’obbligo di lavorare e dalla monotonia del tran tran quotidiano». Il fatto di viaggiare in compagnia di “strumenti ausiliari” come smartphone, computer ecc., sostiene il sociologo, sottolinea quanto si tenda a voler tutto sommato restare gli stessi indipendentemente da dove ci si viene a trovare. L’ipermobilità contemporanea sembra funzionale a contenere gli individui all’interno dello spazio sociologico predefinito. Tale tipo di mobilità sembra essere un modo per mantenere l’essere umano all’interno in un mondo di beni e servizi presentato come il solo auspicabile o possibile.

«Dal canto suo il turismo è eterotopico: genera i propri luoghi, che adatta ai propri fini […] Per diventare turisticamente compatibile, una realtà deve prima estirpare i modi di vita tradizionali in cui affonda le proprie radici». Secondo l’autore, dopo essere state conquistate con fatica le vacanze sono divenute uno dei pilastri del sistema insieme alla televisione, agli antidepressivi, al calcio ecc. «La fugace felicità delle vacanze turistiche è una risposta al cupo fardello della vita quotidiana».

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Confini e superamenti. Turismo o rivoluzione è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Quel vuoto peperoncino https://www.carmillaonline.com/2019/08/13/quel-vuoto-peperoncino/ Tue, 13 Aug 2019 21:00:26 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=54071 di Giovanni Iozzoli

L’arresto dei membri della cosiddetta “gang del peperoncino” (variamente denominata nelle cronache giornalistiche) ha riportato in auge, tra cronaca, editoriali e reportage, la famigerata “questione giovanile” – un topoi eterno e immutabile, che viene istantaneamente tirato fuori ogni volta che un minorenne commette un atto criminale.

Lo schema, in queste settimane, ha trovato conferme e argomenti in altri scellerati fatti di cronaca che hanno avuto per protagonisti dei ragazzi – accoltellatori di carabinieri, lanciatori di cassonetti, un circo di giovane umanità degenerata che ha costretto psicologi ed editorialisti a fare gli straordinari agostani. La “questione giovanile” è infatti [...]

Quel vuoto peperoncino è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Giovanni Iozzoli

L’arresto dei membri della cosiddetta “gang del peperoncino” (variamente denominata nelle cronache giornalistiche) ha riportato in auge, tra cronaca, editoriali e reportage, la famigerata “questione giovanile” – un topoi eterno e immutabile, che viene istantaneamente tirato fuori ogni volta che un minorenne commette un atto criminale.

Lo schema, in queste settimane, ha trovato conferme e argomenti in altri scellerati fatti di cronaca che hanno avuto per protagonisti dei ragazzi – accoltellatori di carabinieri, lanciatori di cassonetti, un circo di giovane umanità degenerata che ha costretto psicologi ed editorialisti a fare gli straordinari agostani. La “questione giovanile” è infatti un cantiere narrativo perennemente aperto, disponibile ad ogni genere di incursione ideologica: che si parli di droga, violenze negli stadi, sadismi sociali, tutti possono andare ad azzuppare dentro questa vasta insenatura del nostro immaginario. E questo da sempre, nonostante i cambi di stagioni, di contesti e di generazioni.

C’è un concetto, però, che più spesso è rimbalzato in questi giorni dalle pagine dei giornali, imponendosi all’attenzione degli italiani spaparanzati sotto l’ombrellone o sbattuti nei bar di periferia: il Vuoto.

I giovani ne combinano di ogni, perché sono “vuoti” – o, a seconda delle versioni, crescono “nel vuoto”. Qui le variazioni sul tema sono infinite: il vuoto valoriale delle famiglie, il vuoto dei quartieri, il vuoto delle metropoli e quello della provincia, il vuoto della mancanza di luoghi di aggregazione, il vuoto delle discoteche.

Il Buddha sarebbe molto soddisfatto di questa continua evocazione del “vuoto” (anche se lui predicava la vacuità), come vera essenza di tutte le cose – in particolare del nostro sbrindellato tessuto sociale.

Qualche anno fa – ricordo la stagione dei sassi dal cavalcavia – andava di moda il più raffinato “nichilismo”, nel quale imberbi Stavrogin di provincia sguazzavano inconsapevoli, lungo i bordi bui delle autostrade. Era più o meno la stessa solfa semantica del “vuoto” – ma oggi si vede che i direttori dei giornali hanno meno fiducia nelle competenze linguistiche dei loro lettori e lasciano tranquillo Nietzsche.

Insomma, tutte le volte che ci si occupa dei “giovani” (categoria, anche questa, di assai dubbia pregnanza sociologica e statistica), è perché c’è scappato il morto e può partire la tiritera sull’assenza dei valori.

Mi permetto di dire che stavolta, al cospetto di questi rapinatori di collanine, non siamo davanti né a un vuoto valoriale (cioè, un rifiuto o una impermeabilità rispetto alla griglia dei valori condivisi) né ad una violazione deliberata dell’ethos sociale. Anzi, questi ragazzi, più che in una condizione di “vuoto”, sembrano piuttosto belli “pieni”: pieni di valori che non solo hanno ormai acquisito libera circolazione, ma sono diventati il combustibile di ogni ideologia e di ogni immaginario del presente. Qualcuno può definirli dis-valori, certo. Ma dipende dal campo di applicazione.

Dove sarebbe il “vuoto”, scusate? Nel fatto che rubino? Gesù: quali sarebbero i sacri esempi di integerrima onestà che si stagliano nel patrio empireo?

Non c’è un singolo pezzo di ceto politico che non abbia le mani invischiate nella merda dei finanziamenti illeciti, del riciclaggio, della corruzione, della concussione, del concorso esterno, del lobbismo a favore di banche e gruppi.
Le disavventure giudiziarie della Lega – da Siri al Metropol – hanno fatto addirittura impennare il suo consenso nei sondaggi, tanto per capire che aria tira nel paese sul tema legalità. La capitale d’Italia è diventata, a detta di molti osservatori, una narcometropoli, crocevia di ogni traffico internazionale, oltre che grande mercato a cielo aperto dello stupefacente; la polizia sequestra locali a dozzine, intorno alle grandi sedi istituzionali del paese, in pieno centro, perché riconducibili a clan che hanno pienamente assunto un ruolo egemone nell’economia cosiddetta legale. In Lombardia pure peggio: appalti, discariche in fiamme e controllo del territorio messo in atto da due generazioni di ‘ndrangheta. In Emilia, le mani sul mercato del lavoro e l’intermediazione di mano d’opera. E il mezzogiorno – in cui la violazione sistematica della legge diventa imperativo di sopravvivenza per decine di migliaia di persone – corre verso lo sfascio sociale facendo da apripista alla progressiva “mezzogiornizzazione” del paese intero. Sembra che una parte d’Italia si svegli ogni mattina col sangue agli occhi, furiosamente famelica, per derubare, truffare e spremere, l’altra parte che più o meno subisce – per evidente incapacità di fare altrettanto.

Volevamo diventare l’America (nei sogni di Berlusconi) o la Germania (nei sogni di Prodi) ma cominciamo ad assomigliare ad un paese dell’Est Europa: una piccola, insignificante Repubblichetta che si arrangia come può tra grande crimine, piccola illegalità e continua ricerca internazionale del protettore giusto. Questo è il paese reale, oggi. Non altro.

In che cosa i rapinatori di collanine sarebbero “fuori sincrono”? Rispetto a quali “valori” essi farebbero registrare un preoccupante vuoto? Rispetto ai valori borghesi ufficiali, formali – la buona educazione, il rispetto delle leggi? Ma quella è la scorza esteriore delle nostre comunità. Basta grattare un po’ col dito e la patina superficiale di consuetudini civili viene via: basta un pugno di profughi, un furto in casa, o anche solo la macchina rigata, che la brava gente perde la sua maschera di rispettabilità civica e invoca la pena di morte, il supplizio, l’affondamento militare dei barconi, l’ostracismo, i muri non alle frontiere nazionali ma a quelle del quartiere o del condominio.
Perché il rispetto della polis, del vivere civile, del tasso minimo di solidarietà umana che la nostra specie ha faticosamente conquistato in diecimila anni, non possono essere pannelli attaccati con lo scotch: o quelle cose ce le hai dentro per davvero – e fanno parte di un patrimonio valoriale reale (non importa se laico, civile o religioso), cioè di una mobilitazione permanente delle coscienze, di una storia che si tramanda di generazione in generazione – oppure non reggono, come le facciate di scena di Cinecittà: un soffio di vento e crollano.

Dunque, in che cosa i Di Puorto o i Cavallari sarebbero “devianti”, dentro il disastrato quadro antropologico dei nostri tempi? Nessun vuoto. Hanno pienamente assorbito l’imperativo consumista: “spendevano tutto quello che guadagnavano in abiti firmati”, ci informano scandalizzati i cronisti – come se i loro figli non fossero sottoposti alla medesima pressione morbosa. E hanno rapidamente introiettato l’ideologia competitiva che è l’essenza della nostra epoca: competere a scuola, col vicino di banco, con il vicino di casa, con il collega sul posto di lavoro, con i paesi, i popoli, le macroaree geopolitiche. Poi, è chiaro, ognuno la competizione la fa con gli strumenti che si ritrova: il furto con destrezza non deve essere poi sembrato un così grave crimine, nel quadro generale. E se qualcuno ci lascia la pelle, nella calca di un discoteca, che vuoi mai? È solo il risultato della dura legge della sopravvivenza, in cui tutti siamo tenuti a sfidarci, ad alzare la posta, a “sentirci veramente liberi di essere noi stessi”, a “superare i limiti”, a “non rimanere nel branco” (queste, ad esempio, sono solo alcune delle mediocri stronzate che i pubblicitari associano all’acquisto di mediocri vetturette che dovrebbero conferire al mediocrissimo acquirente una identità vincente).

Possono le etiche quietiste, sobrie, rassegnate di impotenza, competere con l’epica gomorroide di prima serata? Possono i richiami al buon senso, avere presa sul fuoco acido degli adolescenti?

E non dimentichiamo che questi meschini delinquentelli di provincia, hanno dalla loro una formidabile attenuante storica: appartengono alla prima generazione repubblicana che non ha mai, proprio mai, sentito parlare, della possibilità di vivere in un altro modo, in un altro mondo, in una società in cui il brand, il mercato, le gerarchie di classe, i destini di casta, non fossero l’unico terreno di gioco. Prima di rubare, quei ragazzotti sono stati derubati: di una narrazione alternativa, di una visione, di una possibilità, anche germinale o utopistica, di immaginare un altro modo di vivere. Una scommessa, una potenzialità, con cui da cento anni a questa parte, i giovani figli delle classi lavoratrici avevano avuto la possibilità comunque di misurarsi. In questo, i ragazzi del peperoncino sono stati allievi diligenti: hanno assimilato subito la lezione del There is no alternative, e si sono dati da fare – un po’ di spirito imprenditoriale ce l’hanno messo anche loro, per Dio – per attrezzarsi ad un degno ingresso in società.

Niente. Ad una attenta analisi non troverete nulla nel comportamento dei ragazzi della “gang” che rappresenti una reale defezione dalle leggi non scritte della moderna polis tardocapitalista.

Il sindaco di uno dei paesi modenesi in cui alcuni ragazzi del gruppo abitavano, ha tenuto a precisare che “si tratta solo di residenti, gente sradicata, estranea alla comunità”. Metà hanno cognomi meridionali (in gergo: marucchein), gli altri genuinamente maghrebini. Quindi le parole del sindaco hanno evocato una qualche differenza etnica: il male viene da fuori, noi lo abbiamo solo incolpevolmente ospitato, come fa un corpo sano con un virus. Non sono figli nostri – voleva dire. E in questo riflesso purista, si nascondeva proprio la terribile consapevolezza che SONO figli nostri, figli legittimi, prodotti di tutte le nostre passive accettazioni dello spirito dei tempi, contro cui è sempre sconveniente porsi, da amministratore, da intellettuale, da persona qualunque. Quella voce perbenista è la stessa di quei sindaci che difendono ad oltranza le aziende del “nuovo triangolo industriale” – che proprio nel modenese ha uno dei suoi vertici –, in cui quegli stessi cognomi marocchini/marucchein, figurano arruolati nella nuova classe operaia 4.0, in condizioni di sfruttamento e precarietà (vedi il comparto carni o la mitica Italpizza) un tempo sconosciuti.

Ecco: probabilmente i Di Puorto, gli Amoruso, i Mormone, gli Haddada, li avrebbero visti bene lì dentro, negli stabilimenti e nei cantieri, che stessero al loro posto naturale, a sei euro lordi l’ora – o a consegnare cibo in bicicletta. Ma ricordiamoci che oggi tutti – industriali e proletari, con la medesima pervasiva intensità – sono accecati dallo stesso peperoncino maligno; e tutti, ognuno con i mezzi che si trova a disposizione, cerca di partecipare alla medesima democraticissima Grande Festa: chi sbocciando champagne nel privèe, chi imbucandosi e strappando collanine.

La musica che ballano è comunque quella.

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Quel vuoto peperoncino è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Hanns Heinz Ewers e la Donna Ragno (Victoriana 27/II) https://www.carmillaonline.com/2019/08/12/hanns-heinz-ewers-e-la-donna-ragno-victoriana-27-ii/ Mon, 12 Aug 2019 21:40:53 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=54102 di Franco Pezzini

Sussurri e ghigni    [qui la prima puntata]

Dalla sommità di Punta Tragara a Capri, l’uomo che narra sta godendosi da un po’ il panorama. A un certo punto si appresterebbe ad andarsene, ma ecco un tipo sedersi sulla sua panchina e trattenerlo per un braccio: lo chiama per nome, c’è in lui qualcosa di noto. Occorre però un attimo al Nostro per riconoscere (nientemeno) Oscar Wilde: o piuttosto C.3.3., dal numero della cella assegnatagli a Reading dopo la penosa carcerazione per “gross public indecency”, e che lascia del frizzante [...]

Hanns Heinz Ewers e la Donna Ragno (<i>Victoriana</i> 27/II) è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Franco Pezzini

Sussurri e ghigni    [qui la prima puntata]

Dalla sommità di Punta Tragara a Capri, l’uomo che narra sta godendosi da un po’ il panorama. A un certo punto si appresterebbe ad andarsene, ma ecco un tipo sedersi sulla sua panchina e trattenerlo per un braccio: lo chiama per nome, c’è in lui qualcosa di noto. Occorre però un attimo al Nostro per riconoscere (nientemeno) Oscar Wilde: o piuttosto C.3.3., dal numero della cella assegnatagli a Reading dopo la penosa carcerazione per “gross public indecency”, e che lascia del frizzante e vigoroso esteta d’un tempo “una povera imitazione, un pallido ricordo”. Iniziano a parlare, fanno due passi insieme: Wilde è affaticato, non riesce a salire un ripido pendio e vi girano intorno.

Siedono davanti all’Arco naturale, e il Nostro ricorda un loro precedente incontro proprio in quel punto cinque anni prima: aveva trovato irritante la superbia sdegnosa di Wilde. Sembra fantastico ritrovarsi lì ora.

 

 – Sì – sottolineò Oscar Wilde. – Fantastico!

Si direbbe il sogno di un Essere ignoto… un sogno di cui siamo i protagonisti.

– Sì… che ha detto? – esclamò Oscar Wilde, ansante, ferito e divorato dall’eccitamento.

Ripresi negligentemente:

– Si direbbe il sogno di un Essere ignoto, un sogno di cui noi siamo i protagonisti.

Le mie labbra si muovevano macchinalmente, mi rendevo appena conto di quanto dicevo e pensavo.

Oscar Wilde ebbe un sussulto; questa volta la sua voce ritrovò l’antica inflessione dell’uomo il cui spirito altero si elevava al di sopra della folla volgare.

– Si guardi bene dal voler svelare l’ignoto: non a tutti è dato!

 

Il Nostro vorrebbe chiedergli, capire di più, ma Wilde si allontana. Tre giorni dopo il narrante riceve il biglietto per un appuntamento alle otto di sera nella grotta Bova Marina.

Interrompiamo per ora la storia di questo dialogo sui sogni di un essere ignoto, e torniamo al racconto Il ragno: che quanto a carica onirica a sua volta non scherza. Ewers si dedica al testo mentre si trova a Villa Suzy (successivamente detta Hôtel du Vieux-Chêne) nel Bois-de-Cise, una frazione di Ault nel dipartimento della Somme, Alta Francia. È reduce dal Sud America, via Lisbona e Parigi, e dal 12 giugno 1908 si ferma all’albergo dove compone varie novelle della raccolta Die Besessenen. Nei mesi successivi la Mosse-Verlag pubblicherà Il ragno sul Volkszeitung, il Berliner Morgen-Zeitung e sul Zeitgeist, supplemento culturale del Berliner Tageblatts: e l’opera, dedicata al fedele amico Franz Zavrel, sarà destinata a un successo strepitoso.

Le fonti sono, come rammentato, probabilmente parecchie, da un intero ventaglio di letture dell’autore. Che però molto presto deve difendersi da una specifica accusa di plagio: a detta di alcuni lettori, la sua sarebbe un’indebita ripresa della novella L’oeil invisible di Erckmann-Chatrian (firma collettiva dei due autori francesi Émile Erckmann, 1822-1899 e Alexandre Chatrian, 1826-1890). Ewers risponde il 7 dicembre 1908 su Zeitgeist dichiarando di non aver mai letto niente dei due, e che anzi non è stato facile rinvenire il testo in questione. Oltretutto – come emergerà da voci a sua difesa – anche se ne Il ragno l’ambientazione parigina può essere contemporanea, la misteriosa serie di suicidi sarebbe effettivamente avvenuta a Parigi intorno al 1866: ciò almeno secondo il beninformato Hofrat Hanel, docente di diritto tedesco all’Università di Praga. Della veridicità delle affermazioni di Ewers si è in realtà dubitato, suggerendo che potrebbe aver utilizzato novelle come quelle di Erckmann-Chatrian – brevi e non troppo complesse – per misurarsi fin da giovanissimo con la lingua francese. In effetti i nessi sembrano troppi per parlare di un caso: anche se, esaminando il presunto testo-fonte, ci rendiamo conto che Ewers lo trasforma comunque in tutt’altro, molto più affascinante e disturbante di quella fiaba romantica.

La novella L’oeil invisibile era comparsa nella raccolta Contes populaires edita tra il 1875 e il 1880, e vi si parla di due edifici gemelli a Norimberga: uno è il vivace albergo del Bue Grasso, l’altro il suo opposto speculare e sinistro, silenzioso e triste abitato in apparenza solo da una vecchia. I denti di lei sono “piccoli, appuntiti e di un bianco meraviglioso, e questo non è naturale alla sua età” fa notare il vecchio rigattiere ebreo Toubac: la gente la chiama Fledermausse, la Pipistrella… Parte così tutta una vicenda di rifrazioni, narrata dal protagonista, il pittore Christian, costretto per povertà a insediarsi nel tetto di un edificio molto più alto prossimo ai due. Quando appunto nell’albergo si consumano uno dopo l’altro tre misteriosi suicidi di clienti – guarda caso per impiccagione all’insegna dell’esercizio, raggiungibile da una certa Camera verde – Christian riesce dall’alto a scoprire che c’entra Fledermausse: una strega che vive sola in compagnia di un ragno ripugnante, e si serve di un manichino abbigliato come la vittima di turno onde indurla per imitazione (magia simpatica, potremmo dire) al suicidio. L’interesse della vecchia è quello tipico delle streghe folkloriche, la “soddisfazione diabolica” (sic) del male per il male, e tutto il racconto è giocato come una fiaba: compreso il finale in cui Christian si fa ospitare nella Camera verde e, truccatosi specularmente da vecchia, mette in gioco per primo il sotterfugio del manichino. La pessima Fledermausse finirà dunque con l’impiccarsi…

Lo scarto dalla storia di Ewers è ovviamente enorme: la natura della nemica è chiara, non si tratta di una fascinosa e sfuggente femme fatale incarnazione delle potenti forze della libido e la dimensione erotica è assente; il set è una Norimberga alla Hoffmann, romantica e fiabesca, invece della metropoli francese moderna; il narrante è lo stesso Christian, non due voci altamente sospette come quelle dell’anonimo che in Ewers riporta i fatti e dello stesso diario di Richard; e se pure troviamo tre suicidi misteriosi prima dell’inizio dell’azione reale, il contesto è del tutto diverso. Tra le vittime c’è uno studente, ma è appunto uno dei primi tre; e l’ottimismo del protagonista non emerge all’inizio, ma alla fine della storia, prima dello scontro “magico” con la Pipistrella. Quanto al ragno, ha un ruolo del tutto secondario: vediamo la vecchia che lo nutre con una mosca (torna cioè il siparietto di voracità tra invertebrati) ma mancano la dimensione cannibalesca tra femmina e maschio della stessa specie e l’ambiguo nesso con la persona della predatrice.

La dimensione scopica è poi presentata in termini differenti. Troviamo anzitutto la visione panoramica della casa maledetta da parte di Christian, spinto a guardare dal richiamo di una farfalla notturna (che lui interpreta come l’anima di una delle vittime, proprio lo studente). Una visione che si rivela però tanto innaturalmente dettagliata da flirtare con lo sguardo di un narratore onniscente; al punto da spingere Christian ad avvicinare metaforicamente la farfalla a un silfo, gli spiriti dell’aria noti come paradigmatici voyeur in tutta una tradizione letteraria francese. D’altra parte c’è la visione delle vittime, che però non richiede un rapporto tanto prolungato tra l’ospite della Camera verde e la vecchia portatrice di malocchio. Emblematica la spiegazione sul meccanismo criminale: che certo Christian affronta in termini generali, senza capire il particulare del potere di Fledermausse (appunto la magia simpatica), ma per esempio dà conto in termini efficaci del brivido misterioso di certe epidemie di suicidi.

 

Mi vennero alla mente quei precipizi che attraggono con un potere irresistibile; quei pozzi o cavità che la polizia è stata costretta a chiudere, perché la gente vi si gettava dentro; quegli alberi che erano stati abbattuti perché ispiravano agli uomini l’idea di impiccarsi; quel contagio di suicidi, di rapine, di omicidi, in certe epoche, con mezzi disperati; quella strana e sottile attrattiva dell’esempio, che ti fa sbadigliare perché un altro sbadiglia, soffrire perché vedi un altro soffrire, uccidere te stesso al vedere gli altri ammazzarsi – e i miei capelli si sono rizzati per l’orrore.

 

Quanto al finale, quella di Christian è la vittoria di un eroe da fiaba, mentre la distruzione della seduttrice Clarimonde – parente di altre femme fatale e mostri femmina simbolisti come l’enigmatica Sfinge strangolatrice – si ascrive a un contesto di fragilità e disperazione ben diverso, dell’uomo decadente che sta fallendo alla prova della realtà e deve far fronte al vampiro con gli ultimi spasmi della propria debolezza.

In questo senso, il cercare la fonte – o le fonti – de Il ragno non può ovviamente ridursi alla cifra asfittica del plagio, in presenza di un quadro ben più ricco, ma torna a suggerire la creatività con cui Ewers gioca i materiali a propria disposizione. Anche sul piano formale: se la dimensione scopica in L’oeil invisibile presenta come detto connotati irrealistici, al contrario Ewers offre un dramma (letteralmente) da camera. Cioè una situazione da un lato agevolmente riconducibile a dinamiche teatrali, e ormai conosciamo le sue competenze in materia; ma dall’altro già leggibile con uno sguardo cinematografico. Non solo insomma quanto a possibile messa in scena, ma in rapporto a un linguaggio, un immaginario (la finestra come schermo, i giochi d’ombre, il dialogo muto come nei primi film), una potenza simbolica e di metafora. E all’Ewers del cinema dovremo tornare.

D’altra parte il libero uso di fonti letterarie da parte del Nostro non comporta che tutto si esaurisca sul piano libresco. Al contrario, molti degli spunti presenti nella raccolta di cui ora continuiamo l’esame, Il Ragno e altri Brividi,  vengono direttamente dalla vita di Ewers, dai suoi viaggi, dagli incontri fatti, dalle storie ascoltate…

Il volume costituisce la benemerita riproposta da parte di Meridiano Zero di un florilegio ewersiano edito da Del Bosco (Roma 1972), uno dei pochi apparsi in Italia: ed è vero che a fronte del capolavoro Il ragno gli altri racconti antologizzati risultano minori. Eppure chi li svilisse sbaglierebbe: a parte la fantasia, l’abilità nei siparietti messi in scena, il divertissement di certe situazioni macabre, il panorama che emerge è di primario interesse nella prefigurazione di quella cultura nera di Weimar, libera e ossessa, visionaria e torbida, che ad autori come Ewers dovrà moltissimo. Dove torniamo al distinguo tra l’abilità tecnica di un autore, il suo impatto e l’originalità mostrata, da un lato, e dall’altro la dimensione anche profondamente equivoca di un certo immaginario.

Si pensi alla frequenza di immagini disturbanti legati al corpo e alla figura femminile, anche se all’interno di racconti che poi sviluppano temi diversi in termini di grande fantasia. Il nesso è in fondo con quel simbolismo fitto di demoni e dei che vede dilagare nella cultura tedesca – e non solo – intere gallerie di donne tremende: dove in realtà i profili della vamp divoratrice e della vittima di violenze disturbanti finiscono con il sovrapporsi, nel segno di un esplosivo mix sessista di sadismo e ginofobia. Anche la distruzione del ragno alla fine del racconto che abbiamo esaminato può ascriversi al quadro di donna fatale punita: veri e propri materiali mitologici, con tutto ciò che comportano in termini di adesione emotiva e ricadute anche allarmanti nei rapporti concreti tra i sessi.

Il fenomeno, come detto, guarda ben oltre la Germania, e per capire alcune odierne derive del web dobbiamo indagare come l’eredità di Sade sia stata ripensata a cavallo tra Otto e Novecento impattando sul modo di concepire il genere, la sessualità e le sue forme. Emblematico in età nazista il ruolo della vamp che minaccia l’eroe, e sul tema si può rinviare al classico studio di Klaus Theweleit, Fantasie virili. Donne Flussi Corpi Storia. La paura dell’eros nell’immaginario fascista (il Saggiatore, Milano 1997). Ma il discorso non si esaurisce evidentemente con la caduta della croce uncinata, e corre per infiniti altri rivoli fino ai nostri giorni.

A conferma di tale direzione immaginale si sgranano le novelle successive della raccolta in esame: e i necessari cenni di riassunto qui forniti in chiave di analisi – almeno sommaria – lasciano intatte le sorprese di un tessuto narrativo.

Troviamo così L’ambra al Tribunale Criminale, dove dall’immagine di insetti preistorici imprigionati appunto nella resina fossile si passa all’evocazione di reperti inclusi sempre maggiori, come nella leggendaria collezione del dottor Katzenkopf che il narrante vorrebbe vedere. Salvo poi scoprire che si tratta di reperti falsificati, nel senso che il sinistro dottore conchiude nel materiale resinoso in fusione gli oggetti naturali più incredibili: e il racconto termina con l’immagine evocata, francamente macabra, della testa nell’ambra di una bella donna. Dove il fatto che sia bella rimarca non solo la sua dimensione di attrattiva erotica ma la sua iniziale pericolosità: pietrificata nell’ambra, finisce così col rimandare al pietrificante gorgoneion, sia pure in una chiave sordida di truffa e follia.

Il racconto seguente, La fine di John Hamilton Llewellyn (scritto a Capri, 1905), narra della triste rovina psichica cui va incontro un pittore morbosamente attratto da un corpo femminile preistorico (questa volta lo è sul serio) incluso nel ghiaccio come i coevi mammut. Per ritrarre quella bellezza al meglio, il pittore penetra abusivamente nel deposito del British Museum dov’è conservata e la libera dalla gelida corazza: ma poi non trova di meglio che gettarsi tra le braccia di lei… le cui carni all’improvviso gli si decompongono addosso facendolo impazzire. Se qui il rimando sembra piuttosto alle vanitas pittoriche, restano gli elementi di una donna fatale, un corpo imprigionato e una dimensione di sessualità disturbante, necrofiliaca.

Ne Il cuore trafitto (Ellen Carter) (scritto a Cannes, 1903) il cadavere soggetto all’impalamento nel Rhode Island non appartiene a una donna – come potremmo a questo punto attenderci –, ma a un uomo di una certa età: la disgustosa pratica è sancita secondo l’antico uso dal tribunale per punire un suicidio. Ma la bellissima figlia Ellen è pronta a concedersi a chi l’aiuti a ottenere una più degna sepoltura al genitore: il narrante riesce nell’impresa vivendone tutto l’orrore, desidera disperatamente la ragazza ma rifiuta un simile rapporto mercenario. Ellen si sente a sua volta rifiutata e lui resta in scacco delle proprie emozioni: non riescono a chiarirsi, lui rimane tormentato dal desiderio – il cuore trafitto del titolo è quello del cadavere ma idealmente anche il suo e in fondo quello di Ellen – e le due vite finiranno con l’incrociarsi continuamente, tormentosamente. Di nuovo insomma una donna fatale, una donna che si fa puro corpo, e l’orrore fisico di un cadavere devastato.

La Mamaloi (scritto a Ragusa, 1907) vede invece in scena Haiti e i rituali vudù: il protagonista amato da Adelaide, una mamaloi/sacerdotessa del culto, verrà da lei salvato a un prezzo terribile e finirà con l’ucciderla. Ancora dunque una donna fatale, che cambia la vita al narrante, e alcuni cadaveri.

Ambientato in Guyana, Due donne per un uomo (scritto sull’Atlantico presso quella costa, 1906) racconta il salvataggio di un tedesco da parte di una religiosa, la soave Suor Vittorina, e di una nativa americana di cui non conoscono il nome: costei nutre il poveretto, colpito da un morbo locale, con l’unico alimento che lo stomaco possa trattenere, cioè il latte dei suoi seni. E per questo finisce poi battuta a morte dal marito.

 

– Ma è roba da pazzi – gridò il tedesco. – Ditemi, dottore: Suor Vittorina sapeva gli usi inconcepibili di queste tribù?

Il dottor Bonhommet alzò nuovamente le spalle.

– L’ignoro – rispose. – Del resto, la cosa non mi riguarda. In tutti i casi è certo che l’indiana che le ha salvato la vita sapeva benissimo che cosa l’aspettava.

 

Il finale, con l’ennesimo femminicidio, lascia insomma sussistere nei confronti della brava suora tanto preoccupata per l’occidentale un’ombra vaga e piuttosto raggelante. In questo caso la fatalità del ruolo femminile presenta ovviamente un duplice volto.

Ne La mummia (scritto a Capri nel 1913), invece, un’altra vicenda di orrori d’alloggio offre il destro per un divertissement macabro dove una ragazza un po’ insopportabile finisce mummificata da un condomino del narrante, e passa per reperto egizio…

In apparenza non compaiono invece donne, fatali o meno, nel racconto con Oscar Wilde sopra citato, Il ghigno: un testo fantastico ispirato però, come detto, all’autentico incontro di Ewers con lo scrittore inglese nel 1898 durante un viaggio a Capri. Abbiamo lasciato che i due si ritrovassero nella grotta Bova Marina, dove Wilde ha dato appuntamento al tedesco: un posto, spiega, che gli ricorda il suo penitenziario. E incalza: “Recentemente, lei ha detto qualche cosa che mi ha colpito… Ha detto: ‘Si direbbe il sogno di un Essere ignoto, un sogno di cui noi siamo i protagonisti’”. Proprio così: tutto è sogno, “il sogno di un Essere ignoto, un sogno di cui io sono il protagonista!”. Soltanto per quello non si è fatto saltare le cervella alla prospettiva del carcere: la rivoltella gliel’avevano pure passata, di straforo durante il processo… ma durante la notte Wilde aveva fatto uno stranissimo sogno.

 

Vicino a me vidi un essere strano, una massa molle come un mollusco, che nella parte superiore terminava in una orribile Smorfia. Questa creatura era sprovvista di braccia e di gambe; la si sarebbe detta una testa ovoidale dalla quale, in qualunque momento e da tutte le parti, potevano spuntare arti gelatinosi. Tutto l’insieme aveva un colore bianco tendente al verde quasi trasparente, dove s’intrecciavano innumerevoli lineamenti.

E io parlavo con questa cosa; non so più di che. Tuttavia il nostro colloquio divenne sempre più vivace, e alla fine la Smorfia mi rise ignominiosamente in faccia, prorompendo:

“Vattene! Non vale veramente la pena di discutere con te!”

“Cosa?” replicai. “È un po’ forte! Guardate la cattiveria che pretende di sviluppare un essere che in realtà non è che un brutto fantasma di me stesso!”

La Smorfia si contorse in un sogghigno, s’inchinò più volte e chiocciò:

“Guardatelo! Non sarei dunque che un suo fantasma! No, povero amico, la situazione è proprio l’opposto: sono io che sogno, e tu non sei che un minuscolo personaggio del mio sogno”.

Ciò dicendo, la Cosa continuava a sogghignare: tutta la sua maschera sembrava un sogghigno. Poi scomparve e io non vidi più, nell’immaginazione, che il Sogghigno.

 

Soffermiamoci su quest’immagine terribile, una specie di mollusco dai connotati disturbanti e sarcastici. E il primo pensiero è relativo a quel sogghigno che resta alla sparizione dell’essere: qualcosa come la riscrittura lisergica, disturbante, del già onirico Gatto del Cheshire di Alice in Wonderland. Un richiamo sembra almeno plausibile.

Inevitabile poi domandarsi quali tipo d’influenze – per quanto oblique e indirette – simili fantasie avrebbero contribuito a scatenare nei lettori. Per esempio in un Lovecraft, che si può sospettare conosca il racconto: dove la fantasia su un mostruoso simil-mollusco dai poteri sul cosmo – nel senso della realtà di Wilde – e legato a una dimensione di sogno pone almeno qualche domanda. “In his house at R’lyeh, dead Cthulhu waits dreaming” eccetera…

Ma torniamo alla provocazione di partenza: siamo davvero certi che il racconto in esame manchi di figure femminili? Soffermiamoci su quest’essere inquietante. Mettiamo pure da parte l’uso in italiano del genere femminile per i vocaboli che lo definiscono: “Smorfia”, “creatura”, “testa ovoidale”, “Cosa”. Mettiamo da parte anche il fatto che l’essere ha generato Oscar nei suoi sogni, cioè ne è in qualche modo madre. Ma un essere che è tutta testa, vagamente tentacolata, finisce col richiamare anche e proprio nel mondo immaginale di Ewers al mostro-femmina per eccellenza, la Gorgone decapitata, dalle labbra spalancate in una sorta di ghigno. Se in effetti la donna, nelle storie di Ewers, è spesso una parte di donna, una mutilazione di donna o un semplice residuo di corpo femminile, quest’essere molle potrebbe interpretarsi come la testa mozza di Medusa: dove il nome, anche in tedesco, trascolora dal mito alla zoologia. Con una suggestione ulteriore, persino più estrema: se pensiamo a come altri artisti hanno giocato a épater le bourgeois in chiave teratologica sul tema queer – per esempio ai giochi che il genio omosessuale James Whale immetterà in Bride of Frankenstein, 1935 – potremmo non stupirci nel riconoscere in quel gorgoneion dall’aspetto di porzione anatomica ridacchiante che dialoga con l’omosessuale Wilde un apparato genitale femminile… In fondo una provocazione onirica e un po’ disturbante che non striderebbe rispetto all’ironia dell’inventiva mitologizzante di Ewers.

Sia come sia: ma il giorno dopo quel sogno, durante l’interrogatorio che vede il pubblico sbellicarsi alle fulminanti risposte dell’aforista Oscar, questi guarda a un tratto il fondo dell’aula. Ed è ben sveglio, nel notare che laggiù ora “tutto lo spazio disponibile era occupato dall’orribile Cosa informe della notte. Il Ghigno sardonico che aveva turbato il mio sogno si estendeva a tutta la Smorfia”… Questa ridacchia chiocciando e contorcendosi alle risposte di uno degli avvocati; e quando Wilde, chiudendo gli occhi e poi riaprendoli, riesce a riconoscere finalmente qualche volto di conoscenza, la Cosa ghignante resta comunque dietro di loro. Impossibile per lui seguire il processo attentamente, con quel Sogghigno alle spalle. E alla fine “Quattro agenti di cambio, cinque negozianti di cotone, cereali e whisky, due maestri di scuola e un onorato padrone di macelleria mandarono Oscar Wilde in prigione. Veramente comico!”: visto che si tratta di persone neppure in grado di capire cosa lui scriva.

Ma quella notte la Smorfia torna a visitare Oscar: i due discutono – ciascuno sostiene che l’altro appartiene al suo sogno – e Wilde, convinto di parlare in inglese, scopre a quel punto di comunicare “in una lingua che mi era completamente sconosciuta, che parlavo e capivo alla perfezione, e che non aveva certamente niente in comune con l’inglese o con qualunque altra lingua del globo”. Un contesto, a ben vedere, di nuovo parecchio lovecraftiano.

Incassata una vittoria almeno temporanea, la Cosa cerca allora di convincere il prigioniero a usare la pistola e uccidersi: per tutta la notte continua così, ghignando accanto a lui, tanto che al mattino l’esausto Wilde consegna l’arma a un custode. La notte seguente la Smorfia gli propone dunque d’impiccarsi con le bretelle, e il prigioniero avrà dunque il suo daffare a lacerarle in minuti frammenti. “È in questa atmosfera che cominciò il mio soggiorno in prigione”…

Ma lasciamo ancora una volta i due personaggi e soffermiamoci sul set. Il racconto viene scritto proprio a Capri, dove, ricorderemo, Ewers passa un lungo periodo con la prima moglie. Assieme a lei e poi più tardi dopo la separazione (aprile 1912) viaggia parecchio, come corrispondente per giornali: Spagna e Francia meridionale (1905), Caraibi e America centrale (1906), Brasile, Argentina e Paraguay (1908), India, Sudest asiatico, Australia (1910) eccetera. Ne sviluppa un’ampia serie di memoriali di viaggio a partire da Mit meinen Augen su Capri e in generale sull’Italia, 1909, e Indien und ich appunto sull’India, 1911; ma i viaggi sono anche preziose fonti d’ispirazione per i racconti, di cui vara una nuova raccolta, Grotesken, 1910. Durante il viaggio del 1906, per esempio, partecipa a una cerimonia vudù ad Haiti da cui la vicenda di La Mamaloi. D’altra parte i viaggi e la stessa attività di traduttore lo spingono a vagheggiare una cultura sovranazionale degli artisti – i suoi contatti con un mondo intellettuale vivacissimo non si esauriscono entro i confini della Germania –, sia pure nell’ambito di una visione razziale in cui gli europei avrebbero un ruolo speciale.

Ancora: ben radicato nel mondo teatrale, almeno dal 1907 Ewers inizia a occuparsi di cinema, è tra i primi critici a riconoscere il valore della nuova arte e probabilmente in Francia nel 1908 gira il suo primo filmato. Non è un caso che i suoi romanzi – avviati nel 1910 da Der Zauberlehrling oder die Teufelsjäger, primo della trilogia sull’antieroe Frank Braun, amorale e privo di scrupoli – presentino uno sguardo a tratti vividamente cinematografico che nei racconti accennati trovava meno spazio. Ciò è particolarmente evidente nel secondo della saga, il notissimo Alraune, 1911, che non solo sarà a monte molto presto di varie trasposizioni per il grande schermo, ma presenta già nel taglio delle fantasie macabre e burattinesche, in certe coreografie, persino (si direbbe) nelle maschere/trucchi dei personaggi un sapore di cinema, nel segno di quell’espressionismo su schermo che Ewers stesso contribuirà a spalancare.

D’altronde Ewers continua nei romanzi la trascrizione delle femme fatalities dei racconti. In Der Zauberlehrling il cinico Braun manipola con l’ipnosi le reazioni entro una piccola comunità evangelica di un villaggio alpino in Italia: la donna sua vittima finirà crocifissa, in una libera rilettura del caso ottocentesco di Margaretta Peter (una vicenda patologica di mix tra misticismo e crimine) alla luce delle dinamiche della psicologia di massa. Ma soprattutto la terribile Alraune torna alla tradizione da un lato delle donne fatali e dall’altro di quelle reificate – per il nesso con la radice di mandragora nelle disturbanti modalità di concepimento, tramite fecondazione di una prostituta con il seme di un assassino giustiziato – fino a un’ovvia, tragica fine. Alraune può considerarsi a buona ragione il capolavoro di Ewers, sia pure con il compiacimento per il turpe che fermenta nelle sue pagine.

Nel terzo romanzo della saga e che arriverà a distanza di parecchio tempo, Vampir, 1921, troveremo Braun alle prese con una fatale deriva che lo spinge a nutrirsi del sangue della sua amante ebrea Lotte van Ness: una sorta di prefigurazione da parte del filosemita Ewers di qualcosa che in pochi anni precipiterà addosso alla Germania.

Per quanto il Nostro resti eclettico (nel 1912 si unisce al Deutsches Theater di Max Reinhardt come attore e poco dopo lavora a un libretto d’opera, a un’antologia di canzoni francesi e altre iniziative nel campo dello spettacolo culturale) e mostri una notevole vitalità anche nel privato (avvia per esempio un rapporto che durerà fino al 1920 con la pittrice Marie Laurencin, cui dedica l’opera teatrale Das Wundermädchen von Berlin, 1912), le coloriture del suo lavoro si fanno sempre più livide e tenebrose. Tra il 1909 e il 1910 avvia una serie di conferenze sulla religione di Satana e si abbandona alla morfina, e nel 1913 sceneggia il suo primo vero film, lo straordinario e sulfureo Der Student von Prag, tra i protomodelli dell’espressionismo su schermo, giocato sul tema del patto faustiano e del doppio: di nuovo una sorta di prefigurazione, stavolta su un patto fatale che lui stesso firmerà una ventina d’anni dopo. E per inciso, in un remake nuovamente sceneggiato da Ewers (assieme a Henrik Galeen, 1926) troverà per caso una piccola parte quell’Horst Wessel poi oggetto del citato film propagandistico su commissione nazista.

Der Student von Prag è d’altronde l’ennesimo caso di capacità di Ewers di collaborare con altri artisti d’eccezione (in questo caso i due registi Stellan Rye e Paul Wegener, qui anche interprete, poi mattatore del fantastico tedesco su schermo), di studiare tecniche nuove che influiscono sul complesso della sua produzione, di rileggere la grande età del primo romanticismo tedesco in un nuovo epos espressionista.

D’altra parte, a proposito di occulto, tra il 1914 e il 1918 il Nostro intrattiene contatti e amichevoli frequentazioni con il mago inglese Aleister Crowley: fatto non strano perché in qualcosa si assomigliano, entrambi eccessivi, egocentrici, visionari e coltissimi, entrambi cultori di occulto ma con allegre derive verso l’osceno e il pornografico.

Quanto ai viaggi di Ewers in questi anni, i motivi non sono solo culturali. Lo troviamo in Spagna tra il 1915 e il 1916 con passaporto svizzero falsificato, poi in Messico dove in apparenza solidarizza con la rivoluzione e conosce Pancho Villa, quindi in Perù dove apprende l’assassinio dell’Arciduca Francesco Ferdinando… Sulla via per il ritorno in Europa resta bloccato negli USA dall’esplosione della Grande guerra, dove diventa attivissimo tra gli emigrati tedeschi: su invito dell’ambasciatore del Kaiser conduce propaganda filotedesca, gira il paese tenendo discorsi contro l’entrata in guerra degli americani, pubblica a New York Deutsche Kriegslieder (cioè canzoni di guerra tedesche), raccoglie fondi per la Croce Rossa tedesca e aiuta compatrioti – come emergerà a un certo punto – a raggiungere il fronte in Europa con documenti falsi. D’altra parte è entrato negli USA assieme a una “Grethe Ewers” presentata come moglie ma la cui identità resta ignota, e lo stesso viaggio in Messico sembra finalizzato a creare turbative contro gli USA, evidentemente per ostacolare la loro partecipazione alla guerra. È un fatto del resto che in questi anni il suo sentire veda una sterzata – o almeno una svolta, coerente del resto con un certo immaginario amato da sempre – dal precedente cosmopolitismo al nazionalismo. Col risultato che dopo l’entrata in guerra americana, nel 1918 il Nostro è impacchettato quale “propagandista attivo”, non processato come agente nemico (come invece lo considerano i servizi inglesi e francesi e studi recenti confermano), ma internato a Fort Oglethorpe in Georgia: si ammala gravemente, viene ricoverato a New York e lo scrittore inglese John Galsworthy si attiva per riguadagnargli la libertà vigilata su cauzione nell’agosto del 1919. Riceve comunque il divieto di tornare a pubblicare negli USA, e la commedia musicale Das Mädchen von Alaska, di cui ha scritto il libretto, non viene rappresentata. Frattanto in sua assenza in Germania appaiono per i tipi Georg Müller le raccolte Der gekreuzigte Tannhäuser und andere Grotesken, 1916 (che unisce Grotesken e alcune novelle precedenti) e, nella collana “Galerie der Phantasten” precedentemente curata dal Nostro, Mein Begräbnis und andere seltsame Geschichten, 1917 (altra selezione di testi precedenti).

Liberato dopo la fine della guerra, rientra in patria (agosto 1920) con la giovane Josephine Bumiller che diverrà sua moglie. Ma il ritorno di Ewers in una Germania impoverita e provatissima non è lieto, tra crediti non saldatigli da parte dell’editore, debiti a sua volta insoluti che gli causeranno un arresto (gli alimenti alla prima moglie) e difficoltà varie. Possiamo non stupirci trovando la sua fantasia farsi sempre più nera: pubblica il citato Vampir e la nuova raccolta Nachtmahr, 1921, che gronda morbosità quasi ai limite dell’intollerabile, continua (fino al 1925) le conferenze sul diabolismo attingendo anche all’opera del 1897 Die Synagoge des Satan di Stanisław Przybyszewski… Ma edita anche un originale Der Geisterseher, a ideale completamento del Visionario di Friedrich Schiller, 1921, purtroppo stroncato dai critici, biografie romanzate come Der Graf Cagliostro, 1921, e persino un testo di divulgazione scientifica, Die Ameisen, 1923-1924.

Sembra paradossale il disagio di Ewers in una Germania che sembra uscita dalle sue stesse fantasie d’inizio secolo, quasi sia lui ad avere il ruolo del Ghigno che la sogna e la plasma: una Germania dove i suoi racconti sono letti e ripubblicati, dove l’eros e l’occulto di cui si è baloccato – e in fondo continua a farlo – sono assurti a mode, dove tra scossoni sociali, rivolte, tentati putsch (soprattutto nella prima fase 1919-1923) fioriscono le arti, la filosofia, gli studi sulla sessualità. Basti citare il pionieristico Institut für Sexualwissenschaft fondato nel 1919 (e spazzato via dai nazisti nel 1933) dell’“Einstein del sesso” Magnus Hirschfeld, grandissimo studioso e militante omosessuale, amico del Nostro. Le speculazioni narrative di Ewers sull’androginia, per esempio, e la convinzione che non si esaurisca sul piano estetico (si pensi al peso del tema in Alraune) perché la psiche contiene elementi sia maschili che femminili, si accordano proprio con il libero dibattito di quegli anni di Weimar. D’altra parte non mancano anche componenti più torbide, e basta aprire il volume Voluptuous Panic. The Erotic World of Weimar Berlin di Mel Gordon (Feral House, expanded edition, 2008) per rendersi conto di come le fantasie di Ewers abbiano in parte precorso i tempi, in parte fornito forme adeguate a fenomeni d’epoca in fermentazione. Fenomeno del resto parallelo a quello di altri grandi nomi le cui fantasie associamo a Weimar ma che già prima – si pensi alla squadra di Der Student von Prag – avevano iniziato a seminare.

Quando nel 1922 l’amico Walther Rathenau, che aveva cercato di coinvolgerlo nel proprio lavoro ed è diventato ministro degli Esteri, viene assassinato da terroristi di estrema destra, per Ewers è un ulteriore trauma. È però proprio verso destra che le sue posizioni politiche muovono sempre più: ma pur aderendo al partito popolare monarchico, con il suo bagaglio di tradizionalismo fuori tempo, su alcuni temi continua a rompere le righe. Firmando per esempio petizioni contro la punibilità dell’omosessualità maschile (1923 e 1926).

La sua fama letteraria ha trovato del resto una sorta di consacrazione con l’uscita per Georg Müller dell’Hanns Heinz Ewers Brevier, 1922, antologia di testi dal complesso della sua opera con un’ampia bibliografia. Ma, quasi in sintonia con la deriva sempre più a destra, la sua vena creativa inizia a inaridirsi.

Tanto più che nel 1926 muore sua madre, interlocutrice preziosa. Tanto più che nel 1927, amareggiato, è costretto a chiudere il rapporto con Georg Müller che non gli versa i diritti arretrati: passa a Sieben Stäbe Verlag. Tanto più che varato un nuovo romanzo – Fundvogel, die Geschichte einer Wandlung, 1928, libera ripresa di un testo dei Grimm che ora include la storia di una mutazione sessuale – e fondata la società cinematografica Hanns Heinz Ewers Produktion, deve fare i conti con la crisi del 1929 che impatta anche su editoria e cinema. Tanto più che si ammala, e vede entrare in crisi anche il secondo matrimonio. Tanto più. Tanto più…

Pubblica con Hirschfeld i tre volumi di Liebe im Orient ma è quasi un canto del cigno, e a fine 1929 decide di uccidersi. Però non lo fa, e l’anno dopo si separa dalla moglie.

Ma torniamo al racconto, e ad altre tentazioni di suicidio. Come spiega l’ex-prigioniero del carcere di Reading:

 

Oscar Wilde non si è mai piccato d’impegnare battaglia con la stoltezza umana, né di giocare all’eroe e al martire di fronte ai piccoli e miserabili tormenti dell’esistenza. Ma qui mi si offriva un eccitamento e un combattimento nuovo: un combattimento che pochi mortali hanno mai sostenuto. Volevo vivere per dimostrare alla maledetta che io vivevo! La mia esistenza era destinata a provare l’inesistenza di un altro Essere.

 

Se nel passato si spezzavano le ossa, ora Wilde è spezzato dalla prigionia: e tuttavia resiste alla Cosa ghignante che gli si presenta tutte le notti e talora di giorno, sempre con nuovi motivi per spingerlo al suicidio. Soltanto dopo un anno di sue resistenze le visite si rarefanno: lui la annoia, confessa la Cosa, “Non vali abbastanza per tenere un ruolo nei miei sogni. Ci sono cose più divertenti. Credo che comincerò a dimenticarti tranquillamente”. E anche Wilde inizia a quel punto a dimenticare se stesso:

 

Di tanto in tanto le succede ancora di sognare di me, ma sento che la mia vita onirica sta sfumando. Non sono ammalato, ma la mia vitalità comincia a cedere. La Cosa non vuol più sognare di me; quando mi avrà completamente abbandonato, mi spegnerò.

 

Gli pare anzi di riconoscerla, in quel momento, in uno scoglio, “ha la facoltà di conferire la sua forma a qualunque oggetto. Guardi come sogghigna!” e anche al narrante sembra di riconoscerla. Poco dopo, sulla barca che li riporta indietro, Wilde lo esorta a credergli: “non c’è dubbio possibile. Rinunci una volta per tutte alle sue magniloquenti concezioni dell’umanità. La vita umana e tutta la storia del Mondo non sono altro che il sogno che un Essere beffardo fa a nostre spese”.

Concludendo il racconto a Capri, nel maggio 1903, Ewers non può ancora sapere che il Ghigno attenderà lui pure al varco.

Mentre sta cercando di ripartire con l’attività creativa, cerca interlocutori sempre più a destra, pubblicando nel 1932 il romanzo Reiter in Deutscher Nacht come apologia dei Freikorps, le milizie volontarie di antica storia in Germania (quelle stesse, per intendersi, responsabili nel 1919 dell’assassinio di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht). Dietro la figura del tenente omosessuale Detlev Hinrichsen del romanzo è Karl-Günther Heimsoth, medico, poligrafo e politico che gli fornisce utili informazioni sul tema: attivista del primo movimento omosessuale (è forse il primo ad introdurre il termine homophilia in sessuologia), diviene membro del partito nazista e finirà assassinato dalle SS a Berlino, nell’ambito della Notte dei Lunghi Coltelli.

Ma ormai il cerchio è chiuso, dal 1931 Ewers è entrato nell’orbita di Hitler. La svastica può esser vista in effetti come un ragno mostruoso, ed è in quel mondo fattosi improvvisamente claustrofobico – come una certa stanza di un albergo di Parigi – che lo scrittore pagherà le conseguenze del suo patto faustiano. Salvando qualche vita di amici ebrei, riuscirà ancora a stritolare coi denti il ragno che l’ha invaso dentro: ma non a salvarsi. Non tanto dalla morte fisica, che logoro com’è ormai si attende, o dalla damnatio memoriae di cui francamente può non importargli; ma dal sapore in bocca di quella Grande Bruttezza che in qualche modo ha sostenuto, come forse è ancora abbastanza lucido da avvertire.

Riconoscere le qualità tecniche di uno scrittore, le sue grandezze e per contro le sue miserie, non è un’operazione da tifoseria acritica (e per favore evitiamoci banalità udite in certe presentazioni, per esempio su Lovecraft, come “Bisogna capirlo, a quell’epoca tutti pensavano così”: non è vero, ed è un mezzuccio per non porsi questioni). Il problema non sta nell’affibbiare etichette a uno scrittore, tanto più dalle posizioni continuamente fuori e dentro il coro come Ewers, e comunque in un percorso che resta cangiante: per questo le stigmatizzazioni facili (o le facili canonizzazioni, c’è anche quel rischio) restano, a un’analisi che intenda esser seria, operazioni di scarsa utilità, intelligenza, onestà. E tantomeno sta nel giudicare l’uomo dietro la scrittura, una missione i cui maldipancia possiamo serenamente evitarci. Ma nell’individuare, questo sì, tra le pieghe di quegli scritti tracce di un terreno malsano, pre-fascista o francamente fascista, nutrito di nazionalismo e di sessismo (pensiamo alle contraddizioni di aperture coraggiose verso l’omosessualità e di avalli almeno equivoci alle peggiori fantasie virili sulla donna), di aggressive insicurezze e di estetizzazioni losche: qualcosa che nel contesto di quella Germania ha infine condotto a soffocare ogni sogno di libertà e richiesto un prezzo altissimo. In alcune forme storiche, non sappiamo quanto ripetibili. Però quei mali del mondo moderno non si sono esauriti lì, ci accompagnano, nutrono certe colture batteriche delle destre anche italiane – spesso irriconosciute nei giudizi facili di chi si crede estraneo a una certa area, e pontifica da “uomo della strada”. Dipende quale strada.

La cartina al tornasole di una serie di problemi è in fondo, potremmo sintetizzare, quella dell’identità: cioè la grande questione posta sul tavolo, nella sue dimensioni individuali come collettive, proprio dal linguaggio del fantastico moderno, fin dalle sue origini. Se il fantastico è il linguaggio dell’ambiguità – perché le fa emergere – è anche quello delle crisi (nel senso più ampio possibile del termine) legate all’identità. L’opera di Ewers, con le sue contraddizioni, ne è un grande teatro, e richiederà senz’altro studi ulteriori. Contribuendo forse a ricordarci che in quella chiave di provocazione identitaria si gioca non solo ciò che leggiamo, ma ciò che intendiamo o non intendiamo essere.

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Hanns Heinz Ewers e la Donna Ragno (<i>Victoriana</i> 27/II) è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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La pacchia è finita https://www.carmillaonline.com/2019/08/11/la-pacchia-e-finita/ Sun, 11 Aug 2019 20:00:48 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=54044 di Alessandra Daniele

“I compagni si rassegnino, questo governo durerà 5 anni” – Matteo Salvini

Ampia maggioranza in parlamento, egemonia culturale nel paese, opposizioni allo sbando. L’unico modo che aveva il governo Grilloverde di cadere era suicidarsi. E ovviamente l’ha fatto. Matteo Salvini ha abboccato all’amo dei sondaggi, e proprio come aveva fatto Matteo Renzi, s’è convinto dell’esistenza d’un effettivo, solido 40% d’italiani pronti ad acclamarlo imperatore. In realtà, calcolata l’astensione, soltanto più o meno due elettori su dieci sono (al momento) intenzionati a votarlo. Dentro questo risultato c’è un po’ [...]

La pacchia è finita è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Alessandra Daniele

“I compagni si rassegnino, questo governo durerà 5 anni” – Matteo Salvini

Ampia maggioranza in parlamento, egemonia culturale nel paese, opposizioni allo sbando. L’unico modo che aveva il governo Grilloverde di cadere era suicidarsi.
E ovviamente l’ha fatto.
Matteo Salvini ha abboccato all’amo dei sondaggi, e proprio come aveva fatto Matteo Renzi, s’è convinto dell’esistenza d’un effettivo, solido 40% d’italiani pronti ad acclamarlo imperatore.
In realtà, calcolata l’astensione, soltanto più o meno due elettori su dieci sono (al momento) intenzionati a votarlo.
Dentro questo risultato c’è un po’ di tutto: padroncini rampanti e operai incazzati, ex grillini e neo fascisti, granitici leghisti della prima ora, e volubili fans del Cazzaro del momento, ieri Renzi, oggi Salvini, domani chissà.
Due elettori su dieci, e degli altri otto almeno quattro lo odiano a morte.
Ma ricapitoliamo il piano originario dei Grilloverdi per scappare dal ristorante senza pagare il conto, la loro exit strategy così come l’avevamo prevista fin dall’inizio:

  • Fase unodare la colpa all’Europa
  • Fase due: darsi la colpa a vicenda
  • Fase tre: far cadere il governo, sperando di passare mano a un tecnico che faccia tutto il lavoro sporco, e si prenda tutta la colpa
  • Fase quattro: tornare a votare, e rivincere con le stesse promesse irrealizzabili.

Obsolescenza programmata.
In questi mesi però, mentre Salvini cannibalizzava l’elettorato grillino, il Movimento 5 Stelle ha perduto ogni speranza di realizzare la Fase quattro, e quindi, pur di restare imbullonato alle poltrone, ha tradito tutti i suoi millantati principi, e svenduto tutti i suoi presunti ideali, prima a Salvini, e poi alla Von der Leyen.
La Fase tre riveduta e corretta, che il Movimento Due Facce in realtà prepara da mesi come fail safe, prevede la sua partecipazione a un governo tecnico gradito a Bruxelles, una Coalizione dei Volenterosi che dia al nuovo Nuovo Hitler Salvin Hussein tutta la colpa.
Così, oggi Salvini è l’unico rimasto a volersi precipitare alle urne, mentre il pentito Grillo invece esorta il suo Movimento ad adottare “la strategia di sopravvivenza dello scarafaggio”. Da grillini a scarrafoni: la metamorfosi kafkiana s’è compiuta.
L’ennesimo voltafaccia poltronista di Matteo Renzi non è neanche una notizia. È un cazzaro.
Salvini è il nuovo boss di livello, però, citando il titolo d’un famoso libro di Enzo Biagi su Buscetta e i Corleonesi, il boss è solo.
Circondato da Ombre Russe, ed ex complici sedotti e abbandonati che non vedono l’ora di svendere anche lui come si sono svenduti tutto il resto.
Solo, di fronte alla prospettiva d’una crisi economica mondiale, con Bruxelles che sogna di esibire la sua testa su una picca come monito a tutti gli altri rais nazionalisti come lui.
Il boss è solo.
E le urne sono ancora lontane.

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La pacchia è finita è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Partigiano a dodici anni https://www.carmillaonline.com/2019/08/11/partigiano-a-dodici-anni/ Sat, 10 Aug 2019 22:01:18 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=53666 di Luca Cangianti

Felice Cipriani, Ugo Forno. Il partigiano bambino, Diarkos, 2019, pp.153, € 15,00.

In seconda media andiamo a scuola, facciamo i compiti, frequentiamo un corso di chitarra, giochiamo a pallone e, in una città come Roma, i genitori ci accompagnano ancora a scuola. Se spostiamo la leva della macchina del tempo fino al 1943 scopriamo però che Antonio Calvani, militante della formazione comunista dissidente Bandiera Rossa, aveva 16 anni quando fu ucciso a Porta San Paolo nel tentativo di arrestare l’occupazione tedesca della Capitale. Gloria Chilanti, animatrice dell’associazione di [...]

Partigiano a dodici anni è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Luca Cangianti

Felice Cipriani, Ugo Forno. Il partigiano bambino, Diarkos, 2019, pp.153, € 15,00.

In seconda media andiamo a scuola, facciamo i compiti, frequentiamo un corso di chitarra, giochiamo a pallone e, in una città come Roma, i genitori ci accompagnano ancora a scuola. Se spostiamo la leva della macchina del tempo fino al 1943 scopriamo però che Antonio Calvani, militante della formazione comunista dissidente Bandiera Rossa, aveva 16 anni quando fu ucciso a Porta San Paolo nel tentativo di arrestare l’occupazione tedesca della Capitale. Gloria Chilanti, animatrice dell’associazione di bambini comunisti “Coba”, aveva tre anni di meno quando portava a segno azioni di sabotaggio e di consegna di armi. Lo stesso Rosario Bentivegna, il famoso comandante dei Gap centrali garibaldini, nel 1943 aveva solo 21 anni e dei 335 martiri delle Fosse Ardeatine, 27 ne avevano meno di venti. La “guerra, le privazioni, portano in avanti il calendario dell’età” dice Felice Cipriani nella biografia dedicata all’ultimo combattente caduto a dodici anni per la liberazione di Roma.

Era il 5 giugno del 1944 e gli alleati erano entrati in città da meno di un giorno. Mentre nei quartieri del centro e del sud si ballava, ci si baciava e si arrestavano i fascisti, nelle propaggini settentrionali di Roma i guastatori tedeschi erano ancora all’opera per rallentare l’avanzata alleata. Ugo Forno si accorge che i militari nemici stanno piazzando delle cariche esplosive sotto un ponte ferroviario sul fiume Aniene. Coinvolge degli amici e un gruppo di contadini che abitano nella zona. Con un fucile alto quasi quanto lui comincia a sparare. I tedeschi reagiscono con colpi di mortaio, Ugo è colpito al petto e muore, ma il ponte è salvo.
Oggi è davvero difficile immaginare un atto del genere e potremmo essere indotti a classificarlo erroneamente come incoscienza giovanile. Secondo Cipriani invece ci sono individui che “quando vengono coinvolti in qualcosa che appartiene al male, non possono fare a meno di combatterlo per gli altri ma anche per se stessi.” Il partigiano Pietro Chiodi in Banditi cerca di spiegarsi come nacque in lui la decisione di agire: “Mi ricordo con precisione: una strada piena di sangue e un carro con quattro cadaveri vicino al Mussotto. Il cantoniere che dice: – È meglio morire che sopportare questo -. Avevo sempre odiato il fascismo ma da quel momento avevo sentito che non avrei più potuto vivere in un mondo che accettava qualcosa di simile, fra gente che non insorgeva pazza di furore, contro queste belve.”

In narratologia l’evento scatenante interrompe il fluire consueto della vita e ci pone di fronte al dilemma se agire o meno. A fronte del pericolo e della morte, colui o colei che decide di farlo diventa protagonista, soggetto, eroe o eroina. Prende in mano il suo destino e salvando il mondo salva se stesso. I fatti e le testimonianze raccolte in Ugo Forno. Il partigiano bambino ci fanno capire come questo sia drammaticamente possibile perfino per un normale ragazzo di dodici anni che frequentava la seconda media in una scuola di Roma Nord.

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Partigiano a dodici anni è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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I crimini dell’amore: il Noir incompreso https://www.carmillaonline.com/2019/08/10/i-crimini-dellamore-il-noir-incompreso/ Fri, 09 Aug 2019 22:01:16 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=53976 di Walter Catalano

“Essere stranieri in ogni luogo è l’unico modo per vedere davvero”.

(Derek Raymond )

“La vita è un secchio di merda con il manico di filo spinato”.

(Jim Thompson)

 

Con la Guida alla letteratura Noir, pubblicato da Odoya nell’ottobre del 2018, ho cercato a fianco di Pasquale Pede, Leopoldo Santovincenzo, Giuseppe Panella e Luca Ortino, di individuare le sfuggenti specificità del Noir. Termine oggi più che mai abusato e che, dopo essere stato per decenni – e quasi sempre erroneamente – confuso, accavallato e sovrapposto a quello [...]

I crimini dell’amore: il Noir incompreso è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Walter Catalano

“Essere stranieri in ogni luogo è l’unico modo per vedere davvero”.

(Derek Raymond )

“La vita è un secchio di merda con il manico di filo spinato”.

(Jim Thompson)

 

Con la Guida alla letteratura Noir, pubblicato da Odoya nell’ottobre del 2018, ho cercato a fianco di Pasquale Pede, Leopoldo Santovincenzo, Giuseppe Panella e Luca Ortino, di individuare le sfuggenti specificità del Noir. Termine oggi più che mai abusato e che, dopo essere stato per decenni – e quasi sempre erroneamente – confuso, accavallato e sovrapposto a quello di giallo, poliziesco, mystery, (questi sì tutti sinonimi), ora tende addirittura, almeno nel nostro paese, a sostiturlo lessicalmente. Per motivi puramente merceologici, s’intende: il nome si è creato un’aura, una mitologia (soprattutto in ambito cinematografico, ma la questione è analoga), e pertanto i media tendono a usarlo come un’etichetta, un logo efficace, in sostituzione di altri ritenuti più obsoleti e meno carismatici, come appunto giallo, poliziesco, ecc.

In realtà è quanto mai necessario mantenere la differenza perché, prima di tutto, il giallo, il poliziesco, il mystery è un genere, proprio come la fantascienza, l’horror, il western; il Noir invece risulta così sfuggente e indefinibile (o, come ho già scritto nel libro, definibile solo apofaticamente: dicendo cioè quello che non è, nell’impossibilità di dire cos’è) proprio perché non è un genere ma uno stile, un mood, un’atmosfera, un’estetica o antiestetica, che può attraversare tutti i generi: potremmo usarla efficacemente come categoria stilistica in modo analogo ad altri lemmi che definiscono fenomeni artistici complessi, come classicismo, manierismo, barocco, romanticismo, espressionismo, surrealismo, ecc.

Questo è il primo e più importante elemento da prendere in considerazione (lo approfondiremo in seguito) ma ce n’è almeno un altro ugualmente valido anche per coloro che, con visione più limitata, considerano – non sempre del tutto a torto, bisogna riconoscerlo – il Noir come sottogenere del mistery, per la precisione propaggine americana del giallo d’indagine britannico, nata alla metà degli anni ’20 sui Pulp e definita Hard-Boiled School, “scuola dei duri”, la cui trimurti fondativa è rappresentata da Dashiell Hammett, Raymond Chandler e – con caratteristiche ben diverse – James Mallahan Cain. Qui i meccanismi abusati dell’indagine, il gioco di indizi e di logiche deduttive (non sempre inferenzialmente impeccabili), gli improbabili detective dandy, cari alla tradizione di Poe, Conan Doyle, Agatha Christie, S.S. Van Dine, e ai loro seguaci, vengono sostituiti da una rappresentazione del crimine crudamente realistica e spesso crudele – sul piano tematico come su quello linguistico – interessata alla psicologia dei personaggi e agli scenari sociali, più ancora che all’inchiesta e alla risoluzione del delitto che si riduce spesso ad un pretesto per raccontare altro. L’attenzione per l’aspetto politico e filosofico (Hammett), etico ed esistenziale (Chandler), nichilistico e antinomista (Cain), prevalgono sull’indagine: non si può più parlare di mystery, perché non è il mistero l’elemento determinante. La dialettica vittima/colpevole, delitto/castigo che caratterizza il giallo classico, viene di solito sovvertita o complicata nell’Hard-Boiled e proprio questa sovversione e questa complicazione sostanziano la trama: l’ordine sconvolto non viene mai ristabilito perché l’unica eziologia che l’indagine porta alla luce è la constatazione dell’onnipervasività del crimine: il delitto non è infatti l’infrazione ma la regola stessa della società – giungla d’asfalto come viene spesso darwinisticamente definita – e il detective non deve far altro che adattarsi alle circostanze e volgerle a suo favore con tutti i mezzi.

E’ evidente che il percorso ha gradi e toni diversi a secondo dell’autore coinvolto, che il Philip Marlowe di Chandler è meno lontano dal giallo di quanto lo sia il Continental OP o il Sam Spade di Hammett, per non parlare delle coppie diaboliche di Cain le cui crook stories, non polizieschi, sono sempre raccontate dalla parte di chi il delitto lo compie: dei tre fondatori dell’Hard-Boiled, secondo questa prospettiva “deontologica”, l’unico davvero Noir è Cain, la violenza e il cinismo dei personaggi di Hammett sta a metà strada, mentre il rigore del cavaliere senza macchia né paura, angelo caduto in un mondo di carogne di Chandler è il più periferico. La necessità che il castigo riscatti il delitto è per Chandler, come per gli autori di mystery, ancora determinante; l’unica ma non certo secondaria differenza, è che in Chandler la punizione del colpevole non segue necessariamente le ordinarie vie legali, dal momento che sbirri e giustizia ufficiale sono quasi sempre complici e colluse con il crimine. In Hammett la posizione è più sfumata e più determinata da criteri soggettivi: “se ti ammazzano il collega si presume tu debba fare qualcosa” – dirà lo Spade del The Maltese Falcon. Cain ribalta la posizione: se il crimine non paga è solo perché il meccanismo ordito dal villain di turno in qualche modo si inceppa per le oscure configurazioni di un destino perennemente insensato e ostile.

Abbiamo quindi già identificato almeno due caratteristiche – ancora da approfondire – proprie del Noir: una stilistica (il Noir non è un genere ma una Weltanschauung) ed una tematica (il Noir ignora o sovverte la struttura del mystery). Possiamo aggiungerne altre due derivate da queste: una filosofica (il Noir ha una visione esistenziale negativa: è angoscioso, pessimistico, amaro) e una politica (il Noir è critico e sovversivo riguardo alla società, al potere e all’autorità: ribalta le istanze conservatrici e rassicuranti/consolatorie del mystery). E’ evidente quindi che il termine non possa categoricamente essere applicato non solo a tutti gli autori del giallo classico, britannico o meno, ma neanche ai fortunati commissari del canone poliziesco, dal Maigret di Simenon (totalmente altro discorso invece per i romanzi “duri”, senza protagonista seriale, dello scrittore belga), al Nestor Burma di Malet (che invece esordisce proprio con una “Trilogia nera”, questa sì assolutamente pertinente), al Pepe Carvalho di Montalbàn, al Montalbano di Camilleri (l’unico personaggio seriale autenticamente Noir in Italia, almeno secondo i parametri che stiamo cercando di tracciare, resta il Duca Lamberti di Giorgio Scerbanenco), ecc. Sono invece legittimamente ascrivibili al Noir opere mainstream che niente hanno a che vedere con il giallo o con il thriller, come ad esempio To Have and Have Not di Hemingway, Sanctuary di Faulkner, The day of the Locust di West, The Violent Bear It Away di Flannery O’Connor o perfino certi classici dell’esistenzialismo come L’Étranger di Camus o La Nausée di Sartre.

Discorso analogo per il cinema dove in teoria dovrebbe essere più facile districarsi esistendo un canone codificato molto più preciso e rigoroso che la maggior parte dei critici situa fra il 1941 con The Maltese Falcon di John Huston e il 1958 con Touch of Evil di Orson Welles. Il termine Noir in realtà nasce proprio in quegli anni presso la critica francese per definire un gruppo di film statunitensi aventi caratteristiche molto riconoscibili: storie, prevalentemente ma non necessariamente criminali (più che poliziesche), che attingono alla lingua dell’Hard-Boiled; attori e attrici ricorrenti (Bogart, Mitchum, Welles, Lancaster, Lorre, Robinson, Garfield, Ava Gardner, Barbara Stanwyck, Lana Turner, Rita Hayworth, Gene Tierney, ecc.); uno stile visuale compatto che appare come il proseguimento dell’espressionismo cinematografico tedesco della Repubblica di Weimar trapiantato oltreoceano per la diaspora di registi, operatori, scrittori ed attori ebrei o antinazisti fuggiti dalla Mitteleuropa dopo l’avvento del Terzo Reich (Billy Wilder, Robert Siodmak, Fritz Lang, Edgar G. Ulmer, Rudolph Maté, Karl Freund, Peter Lorre, Marlene Dietrich, ecc.). Un’estetica che impregna e cambia profondamente l’industria hollywoodiana specie nel campo delle medie e piccole produzioni. Esiste comunque anche una parallela via francese ugualmente importante che prende le mosse dal cinema del Fronte popolare degli anni ’30, dal Jean Renoir de La Chienne o de La Bête humaine o dal Marcel Carnè de Le quai des brumes, con i suoi attori eponimi, Michel Simon e Jean Gabin, ma si plasma soprattutto al tocco crudele e sadiano di Henri-Georges Clouzot con film come Le Corbeau, Quai des Orfèvres, Le Salaire de la peur, Les Diaboliques, fino al melodramma nero La verité, grande exploit di Brigitte Bardot del 1960. Poi seguiranno i capolavori di Jean Pierre Melville, le escursioni metalinguistiche della nouvelle vague (À bout de souffle o Alphaville di Godard, Tirez sur le pianiste di Truffaut, Ascenseur Pour L’Echafaud di Malle, ecc.) e la crepuscolare cristallizzazione polar (neologismo francese che fonde i termini policier e noir) di José Giovanni. Non si può più però parlare di Noir classico a questo punto, e si dovrà introdurre la nozione di neoNoir o di postNoir per tutti i film posteriori alla seconda metà degli anni ’50, che non corrispondono ormai più pienamente al canone di cui abbiamo detto: questo avviene già molto presto con piccoli film innovativi e sovvertitori come Murder by Contract di Irving Lerner (1958), Kiss Me Deadly di Robert Aldrich (1955) o i primi due lungometraggi di Stanley Kubrick Killer’s Kiss (1955) e The Killing (1956).

La questione in campo cinematografico è stata analizzata recentemente con grande competenza e completezza in libri come L’età del noir: Ombre, incubi e delitti nel cinema americano, 1940-60 di Renato Venturelli, probabilmente la più completa disamina sul cinema Noir americano classico mai svolta da un autore italiano; lo precedevano di molti anni un paio di volumi di autore americano: i datati Sogni e vicoli ciechi di Shadoian e Giungle americane: il cinema del crimine di Clarens. Ma esistono però anche esempi negativi di testi abborracciati con superficialità e dilettantismo che invece di chiarire le idee sull’argomento, risultano non solo inutili ma dannosi, gettando il lettore nella totale confusione. Un volume che non vale nemmeno la pena di nominare, per esempio, uscito proprio in concomitanza con la nostra guida al Noir letterario, e che cito solo come modello, pessimo, di una mancanza totale di metodo e di congruenza, si riduce ad un elenco onnicomprensivo di titoli dove il canone classico Noir e molti legittimi neoNoir si mescolano e ingarbugliano con film che con essi niente hanno a che vedere per stile visuale, tematiche e sensibilità filosofica. Il corrivo catalogo in questione, per esempio, inserisce a tutti gli effetti la quasi totalità della filmografia di Alfred Hitchcock, cineasta che sì, può aver praticato frequentemente poliziesco o thriller ma non è certo mai stato Noir (se non forse, molto tangenzialmente, nella prima parte di Psycho); cita addirittura in copertina L’occhio che uccide (Peeping Tom) di Michael Powell che è un horror psicologico metacinematografico e sicuramente non un Noir; include senza distinzioni e in toto il Gangster Movie, sottogenere che può forse essere un parente stretto ma che ha modi e strutture del tutto diverse dal Noir (il Gangster Movie è sempre dominato da un movimento centrifugo, il Noir sempre centripeto, solo per dirne una…); dimentica l’esistenza di Clouzot e quando nomina Il corvo, non intende il capolavoro, assolutamente Noir, del grande regista francese, ma il film omonimo di Alex Proyas, che è un gotico sovrannaturale e non ha proprio niente a che fare col Noir; così come ugualmente horror è The Hitcher di Robert Harmon, film con caratteristiche stilistiche e strutturali del tutto diverse, cui ugualmente viene attribuita l’etichetta arbitraria di Noir, e così via. Non mi dilungo oltre, ma spero di aver reso l’idea di quanto sia facile perdere la strada in questo labirintico territorio, se non si impugna strettamente il filo di Arianna di una solida visione metodologica.

Riprendendo dunque il nostro percorso letterario, in mancanza di un repertorio ben definito come quello cinematografico del Film Noir di cui si è detto, dobbiamo per necessità essere elastici ed attenerci ad un’inclusività meno rigorosa. Il termine Noir in letteratura diventa una definizione sfumata come quella di Decadentismo: se decadenti, in senso proprio, sono gli alfieri dell’estetismo fin de siècle, il Des Esseintes di Huysmans, il Dorian Gray di Wilde, l’Andrea Sperelli di D’Annunzio, non meno decadenti sono i “superuomini” del D’Annunzio novecentesco o gli eroi futuristi di Marinetti, né gli “inetti” di Svevo, di Gozzano, di Pirandello, per arrivare, magari troppo avanti, fino a Pavese. Come esiste un Decadentismo “breve” e uno “lungo”, così esiste un Noir “breve” e uno “lungo”. Il primo comprende l’Hard-Boiled e la narrativa Pulp degli anni ’30 e ’40; i paperback statunitensi degli anni ‘50 che eludevano la censura maccarthista e sovvertivano il perbenismo etico e politico di quegli anni con testi crudeli e scandalosi come Black Wings Has My Angel di Elliott Chase, Cape Fear o The End of the Night di John D. MacDonald, e la serie di capolavori che Jim Thompson sforna a raffica fra il 1952 e il 1959 (da The Killer Inside Me a Getaway); il feuilleton francese riletto dai surrealisti; la Trilogia nera di Malet scritta alla fine degli anni ’40 (La vie est dégueulasse, Le soleil n’est pas pour nous, Sueur aux tripes); gran parte dei romanzi di Cornell Woolrich o di Boileau-Narcejac o tutti quelli che André Héléna produce a ritmo febbrile dal 1949 (esordisce con Les flics ont toujours raison). Il secondo potrebbe includere ampie porzioni della letteratura esistenzialista da Sartre a Camus, a Boris Vian; vari esempi di cosiddetto Southern Gothic, da Faulkner a Flannery O’Connor ad Harper Lee; il neo-polar militante di J.P. Manchette, J.C. Izzo, o D. Daeninckx, nato sulle pagine della storica Série noire fondata nel 1945 per Gallimard da Marcel Duhamel; opere inclassificabili di personaggi bizzarri come Charles Willeford (Pick-up, Cockfighter o The Burnt Orange Heresy su tutte…) Chester Himes o George Higgins; quelle degli autori britannici “duri”, corrispettivo letterario della pittura di Francis Bacon, come il Derek Raymond del ciclo della Factory o il David Peace del Red Riding Quartet; il nostro Scerbanenco e probabilmente alcuni dei giallisti italiani più caustici (penso soprattutto a De Cataldo, Carlotto, in qualche caso Lucarelli…certo il nostro autore più autenticamente Noir – con romanzi come Travestito da uomo, L’orma rossa o L’ultimo sparo – è un nome adesso impronunciabile: Cesare Battisti, rendiamogli almeno questo tributo); infine le istituzioni universalmente riconosciute come James Ellroy, Edward Bunker, Elmore Leonard o – più per Cold in July o The Bottoms, che per il ciclo di Hap & Leonard – Joe R. Lansdale.

Che cosa unisce tutte queste opere così disparate ? Non l’intreccio tortuoso o l’assunto criminale, non il nihilismo o la brutalità del contesto, piuttosto il malessere, l’Angst esistenziale, la visione critica senza compromessi, radicalmente non rassicurante e non consolatoria dell’esistente, il punto di vista, sempre in soggettiva, che vagola tra epochè fenomenologica e ossessione delirante, fra realismo sistematico e onirismo allucinatorio, fra empirismo e metafisica: tutte queste opere disparate spaziano dall’uno all’altro estremo delle due polarità, talvolta soffermandosi solo su uno dei due aspetti, talvolta su entrambi, nella contraddizione feconda di un nodo aporetico: libertà o necessità, destino o responsabilità. Nel suo continuo farsi domande e non cercare risposte il Noir è alla fine, sempre e soltanto, una prospettiva filosofica sul mondo.

Per compendiare ed estendere ulteriormente queste riflessioni si rimanda il lettore interessato al volume Guida alla letteratura Noir: nella prima parte del libro cinque saggi dei cinque autori cercano con fatica una definizione, un’essenza, una specificità, riprendendo e sviluppando quanto ho cercato di sintetizzare qui; nella seconda parte vengono presentate le schede dettagliate sui 28 autori imprescindibili fra quelli che ho citato in queste pagine; nell’appendice si ripercorre infine l’itinerario storico del Noir attraverso le pubblicazioni che lo hanno sostanziato come tale in Usa, Francia e Italia. Sia il neofita che l’appassionato potrebbero trovarvi utili spunti di giudizio e di discussione.

 

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I crimini dell’amore: il Noir incompreso è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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