Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sun, 17 Feb 2019 00:36:26 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.9 Von Banditen erschossen (su Mattarella e le foibe) https://www.carmillaonline.com/2019/02/17/von-banditen-erschossen-su-mattarella-e-le-foibe/ Sun, 17 Feb 2019 00:32:55 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=51171 di Sergio Bologna (da Volerelaluna)

Come cittadino, come storico del nazismo e soprattutto come triestino sono rimasto sconcertato, amareggiato e disgustato dalle dichiarazioni del Presidente Mattarella sulla questione delle foibe.

Avevo otto anni quando i partigiani di Tito, il 1 maggio del 1945, proprio sotto casa mia fermarono la loro avanzata per non esporsi al tiro della guarnigione tedesca, asseragliata nel Castello di San Giusto. Erano scesi dall’altipiano del Carso in due colonne, una si era diretta all’edificio del Tribunale dove i tedeschi avevano installato il Comando e l’altra al Castello di San Giusto, dove il vescovo Santin svolgeva [...]

Von Banditen erschossen (su Mattarella e le foibe) è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Sergio Bologna (da Volerelaluna)

Come cittadino, come storico del nazismo e soprattutto come triestino sono rimasto sconcertato, amareggiato e disgustato dalle dichiarazioni del Presidente Mattarella sulla questione delle foibe.

Avevo otto anni quando i partigiani di Tito, il 1 maggio del 1945, proprio sotto casa mia fermarono la loro avanzata per non esporsi al tiro della guarnigione tedesca, asseragliata nel Castello di San Giusto. Erano scesi dall’altipiano del Carso in due colonne, una si era diretta all’edificio del Tribunale dove i tedeschi avevano installato il Comando e l’altra al Castello di San Giusto, dove il vescovo Santin svolgeva il ruolo di mediatore tirando le trattative per le lunghe in modo da dare il tempo ai neozelandesi, avanguardia dell’esercito alleato, di arrivare ed evitare in tal modo che la resa venisse consegnata nelle sole mani dell’esercito di liberazione yugoslavo. Così la guarnigione tedesca si arrese il 2 maggio, presenti anche gli anglo-americani, giunti a marce forzate dalla litoranea. Ma sul Carso, a vista d’occhio dalla città, si combatteva ancora. La cosiddetta “battaglia di Opicina” è costata molti morti, in gran maggioranza tedeschi, e si sarebbe conclusa solo il 3 maggio.

Secondo certe ricostruzioni (Leone Veronese, 1945. La battaglia di Opicina, Luglio Editore, 2015) i primi a essere gettati nelle cavità carsiche furono soldati dell’esercito tedesco, fucilati dopo la resa. La versione secondo cui gli infoibati sarebbero stati in maggioranza cittadini inermi che avevano il solo torto di essere italiani è falsa. La grande maggioranza di quelli che poi furono gettati nelle foibe erano membri dell’apparato repressivo nazifascista, in mezzo ci saranno state anche persone che non avevano commesso particolari crudeltà ma c’erano anche quelli che avevano torturato o scortato i treni che portavano ebrei e combattenti antifascisti nei campi di sterminio. Così come non regge la versione che vorrebbe la città di Trieste sottoposta a una dittatura sanguinaria durante i 40 giorni dell’occupazione yugoslava. Se non altro per la presenza delle truppe anglo-americane.

Peggiori delle false ricostruzioni sono le amnesie. Infatti si dimentica (o si ignora) che l’apparato repressivo nazifascista a Trieste non era di ordinaria amministrazione, aveva un suo carattere di eccezionalità perché ne facevano parte personaggi che hanno avuto un ruolo centrale nella politica di sterminio di Hitler. Christian Wirth era uno di questi. Si legga il curriculum terrificante di questo individuo su Wikipedia: responsabile del programma di eutanasia, prelevava le vittime dalle prigioni, dagli ospedali psichiatrici, tra gli zingari. Comandante del lager di Belzec, riorganizzatore di quello di Treblinka, di Sobibor, fu il primo a usare il monossido di carbonio per gasare i deportati. Arriva a Trieste nel 1943. Un anno dopo i partigiani lo individuano e lo uccidono (non è vero, come scrive Wikipedia, che fu ucciso in combattimento presso Fiume, il suo certificato di morte è apparso in rete non più tardi del 2017, dice: von Banditen erschossen, morto in un agguato organizzato dai partigiani mentre passava su una macchina scoperta, nei pressi di Erpelle (Hrpelje) a pochi chilometri da Trieste). Ma ce n’erano altri di personaggi dalla pasta criminale analoga a Wirth, che si erano fatti i galloni nei peggiori Lager del Reich e venivano a Trieste dove gente importante li accoglieva a braccia aperte e dove trovavano anche il modo di non perdere certe abitudini, visto che a portata di mano avevano la Risiera di San Sabba, un forno crematorio che la mia città ha avuto la vergogna di ospitare. Proprio a Opicina la salma di Wirth ricevette gli onori militari.

Trieste e zone circostanti, assurte a provincia del Reich, erano diventate un ricettacolo di criminali di guerra, l’angolo di un continente dove la risacca della storia aveva deposto i suoi rifiuti più immondi. I partigiani di Tito hanno liberato l’umanità da alcuni di questi individui, hanno spento quel forno crematorio. Dovremmo essere loro grati per questo, pensando quale tributo di sangue è stato da essi versato per compiere quella missione. Ora però vengono ricordati come un’orda di barbari assetati di sangue, non di sangue nemico, no, di sangue di povera gente inerme che non aveva alzato un dito contro di loro.

Ciò che accadde in quelle tragiche giornate di aprile/maggio 1945 impedì alla memoria storica di mettersi subito al lavoro. Quello che sarebbe stato l’Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione nel Friuli Venezia Giulia si costituì senza i comunisti. Enzo Collotti diede un contributo fondamentale all’impostazione della ricerca e l’Istituto divenne uno dei luoghi dove cominciai a capire in che razza d’inferno ero cresciuto. Il primo periodo d’attività fu dedicato a “mettere in sicurezza”, come si dice in termine aziendale, la storia dei movimenti di liberazione nella regione, storia tormentata e perciò fonte di drammatiche divisioni (un esempio per tutti l’eccidio di Porzus, ripreso anche nell’ampia pubblicazione, Atlante storico della lotta di liberazione nel Friuli Venezia Giulia. Una resistenza di confine 1943-1945, 2005). Tra tutti gli Istituti della Resistenza italiani quello di Trieste fu l’unico dove la presenza comunista o fu assente o svolse un ruolo decisamente secondario. Del resto il comunismo è finito ormai da 30 anni e i suoi seguaci di allora sono in genere i più accaniti nell’infierire sul suo cadavere, ma a leggere certe vaneggianti uscite di quotidiani come “Il Giornale” o “Libero Quotidiano” nel Giorno della Memoria  sembra che orde di “trinariciuti” riescano ancora a dettare legge in Italia.

Negli Anni ’90 la dissoluzione dell’ex Yugoslavia ha investito in pieno il senso d’identità nazionale di croati, sloveni, serbi, macedoni; i nazionalismi hanno fatto a pezzi l’esperienza socialista, la guerra di liberazione non è stata più l’epopea fondativa dello Stato federale, l’immagine di Tito è stata strappata dal piedestallo e se si voleva trovare gente che gettava fango sulla sua figura e sul suo ruolo la si trovava soprattutto tra i suoi compatrioti. L’orrore di quella guerra degli anni Novanta, che così bene Paolo Rumiz ha decodificato nei suoi meccanismi oscuri, ha cancellato ogni traccia di orgoglio per l’eroica ribellione alla dittatura nazifascista. Le falsità, le deformazioni, le mistificazioni che oggi dilagano avrebbero potuto diventare communis opinio in quel contesto, invece gli storici triestini legati all’Istituto colsero l’occasione dell’apertura di certi archivi per intensificare la ricerca della verità.

Perché questo va detto con forza: le ispezioni nelle cavità carsiche, le esumazioni, le ricerche per dare un nome ai morti, il recupero e l’attento esame dei registri, di qualunque documento in grado di fare luce sulle circostanze, sulle vittime e sui carnefici, tutto questo lavoro ingrato e difficile fu opera di storici che si riconoscevano pienamente nei valori della Resistenza posti alla base della nostra Costituzione, come Roberto Spazzali, Raoul Pupo e molti altri. Sono loro che hanno dimostrato rispetto per gli infoibati, che hanno contestualizzato quegli avvenimenti, mentre alla canea revanscista e neofascista il destino di quei morti non interessava per nulla, era solo pretesto, strumento, per aggredire gli avversari politici di turno e oggi per fare pura e semplice apologia del fascismo. Come mai nel Giorno della Memoria un Presidente della Repubblica invece di rivolgersi ai primi per impostare un discorso con un minimo di rigore storico si rivolge ai secondi?

[Raccomandiamo ai lettori di visitare il sito Volerelaluna, per avere  ulteriori documenti, link utili e un profilo dell’autore di questo articolo.]

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Sinistra e critica alla Ue: a che punto è la notte? https://www.carmillaonline.com/2019/02/16/sinistra-e-critica-alla-ue-a-che-punto-e-la-notte/ Sat, 16 Feb 2019 01:05:30 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=51160 di Alessandro Barile

«Senza teoria rivoluzionaria non può esservi movimento rivoluzionario» Lenin

«Un’oncia di azione vale quanto una tonnellata di teoria» Engels

Ormai giunti al 2019 possiamo trarre un parziale ma significativo bilancio sul rapporto tra la sinistra[1] e l’Unione europea. O meglio: tra la sinistra e la critica alla Ue. Una posizione, questa, che ha segnato una novità e una discontinuità nel discorso medio della sinistra italiana ed europea di questo decennio. Forse l’unica vera discontinuità concettuale che ha investito le posizioni politiche della sinistra da molti anni a questa parte. Nei fatti, il dibattito pubblico veicolato [...]

Sinistra e critica alla Ue: a che punto è la notte? è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Alessandro Barile

«Senza teoria rivoluzionaria non può esservi movimento rivoluzionario» Lenin

«Un’oncia di azione vale quanto una tonnellata di teoria» Engels

Ormai giunti al 2019 possiamo trarre un parziale ma significativo bilancio sul rapporto tra la sinistra[1] e l’Unione europea. O meglio: tra la sinistra e la critica alla Ue. Una posizione, questa, che ha segnato una novità e una discontinuità nel discorso medio della sinistra italiana ed europea di questo decennio. Forse l’unica vera discontinuità concettuale che ha investito le posizioni politiche della sinistra da molti anni a questa parte. Nei fatti, il dibattito pubblico veicolato dal sistema politico-mediatico si concentra nei pressi proprio dell’Unione europea: sovranità politica o popolare, sovranismo, populismo, questione nazionale, lotta alla globalizzazione, crisi economica et similia. L’Unione europea è al centro di ogni frame discorsivo massmediatico che ci investe quotidianamente. Va però riconosciuto che siamo entrati in una fase diversa. Se negli anni attorno allo scoppio della crisi economica, e soprattutto – in Italia – nel periodo tra il 2009 e il 2012, andava introdotto a forza un pensiero critico che ponesse la Ue al centro delle riflessioni sistemiche, oggi questa critica si è assestata. Procede affinandosi, ovviamente, ma si è resa in qualche modo inaggirabile, al di là di come la si pensi sulla rottura o meno della costruzione europeista. Per essere più precisi: la critica alla Ue è andata sedimentando tre posizioni, espressioni di altrettante sinistre: da una parte la sinistra anti-Ue, che orienta la sua proposta politica attorno al tema della rottura coi vincoli europeisti; dall’altra, quella sinistra che, nonostante il posizionamento critico, persiste nel dichiararsi europeista, proponendosi al più di «cambiare dall’interno» il rigido regime liberista di Maastricht; c’è poi una sinistra che decide di posizionarsi fuori da questo schematismo, lasciando decisioni e ragionamenti in sospeso, evitando il confronto diretto con la questione europeista. Dunque, per farla breve, la critica alla Ue ha prodotto per condivisione o per reazione dei posizionamenti politico-organizzativi espliciti. A questo punto però si dovrebbe valutare cosa ha prodotto questa divisione. Dopo appunto un decennio potremmo trarre delle parziali conclusioni.

In primo luogo, salta all’occhio il continuo mancato confronto tra queste diverse posizioni. Se in origine lo straniamento aveva prodotto una volontà di capire piuttosto trasversale, dando vita ad un dialogo tra diversi punti di vista, oggi possiamo al contrario prendere atto che quel confronto si è chiuso. Da una parte e dall’altra si è rimasti convinti delle proprie posizioni, ci si è attestati su di una convinzione politica data per giusta e non più rimessa in discussione. Il mancato dialogo non è per forza di cose un fatto negativo. Nel caso specifico, però, dovrebbe tenere a mente due dati. Il primo, che le vicende continentali di questi anni sembrano confermare più che smentire il presupposto cardine del discorso anti-Ue: la sua irriformabilità. Una costruzione politica irriformabile diviene dunque solamente “abbattibile”, sempre che il proposito sia quello del cambiamento radicale del sistema politico-economico e non la sua gestione più o meno “virtuosa”. La Ue non sembra essere quel “guscio vuoto” a cui va dato di volta in volta un senso politico (magari tramite l’elezione del Parlamento europeo: figuriamoci). Si è affermata come strumento politicamente pervaso dalla sua necessità ordoliberale, attraverso cui limitare la democrazia economica e sociale prevista dalle diverse Costituzioni europee scritte nel secondo dopoguerra[2]. È dunque un agente politico, per sua natura quindi avverso alle ragioni di democratizzazione insite nel discorso della sinistra radicale.

Il secondo dato che va tenuto in considerazione è invece questo: nonostante la posizione politico-concettuale della lotta alla Ue si sia affermata e abbia dato vita o trasformato organizzazioni politiche e sociali, nonostante dunque sia stata accettata da più di qualcuno la torsione anti-europeista quale idea-forza attraverso cui aggregare consensi e proporsi politicamente, questa non è riuscita ad uscire fuori dal suo carattere intellettuale, astratto e vagamente teorico (sempre che la lotta alla Ue possa considerarsi una «teoria» politica). Più esplicitamente: la critica alla Ue non è riuscita a intervenire davvero nella lotta politica, rafforzando i conflitti particolari, mettendoli in relazione ideale dentro un riferimento di più ampia portata. È rimasta una posizione intellettuale, sempre più perfezionata e compiuta forse, a cui però (ancora) manca il salto di qualità da teoria per capire il mondo a strumento per trasformarlo. Si tratta di un limite che corrode alla radice i ragionamenti che, un decennio fa, venivano apposti per convincere della necessità di una posizione coerente e dirompente riguardo alla Ue. Veniva infatti detto: dietro lo scollamento tra «popolo» e «élite» c’è un malessere economico che nasconde una volontà di rottura con la Ue. Il «popolo» intuisce quale sia il nemico, ma non ha strumenti, lessico e orientamento da renderlo cosciente. Intestiamoci questo bisogno di rottura, diamogli forma, “coerentizziamolo”, e quelle masse che oggi decidono di farsi rappresentare dal “populismo” sceglieranno inevitabilmente noi, almeno – ovviamente – una certa quota. Almeno – ancora – una certa quota di proletariato oggi convinto dalle sirene populiste regressive.

Questo mancato incontro tra posizione politico-intellettuale e lotte di classe può essere spiegato da due motivi. Il primo, più banale: quel campo è oggi presidiato militarmente dal populismo di governo. È un presidio soltanto elettorale, in effetti, ma la politica nel XXI secolo, in assenza di partecipazione e mobilitazione reale che inventa propri indipendenti canali di rappresentanza, trova solamente nel momento elettorale il modo di esprimere una sua posizione. Possiamo dunque girarci intorno, “ciurlare nel manico” dell’esegesi dell’astensionismo, ma la realtà ci restituisce altro: i rapporti tra popolazione e politica si decidono oggi solo nel voto. Dunque il presidio elettorale del populismo equivale ad un (controverso) presidio politico più vasto del solo momento elettorale. Si traduce, malamente, in egemonia politica, in gestione dell’ordine del discorso. L’occupazione politica del tema in questione oscura di fatto tutte le altre proposte che ruotano attorno allo stesso tema. Perché affidarsi al partitino dello zerovirgola quando quegli stessi discorsi – magari meno “coerentizzati” – vengono fatti propri da partiti dal 20 o 30 percento elettorale? Mettersi in scia del populismo non ha fatto altro che rendere ulteriormente subalterne le ragioni della sinistra alle ragioni del governo.

Il secondo motivo, più profondo, è questo: forse – forse – la critica alla Ue non è il fattore decisivo nell’organizzazione della rabbia degli impoveriti. L’aver agitato la bandiera della lotta alla Ue non ha reso questa sinistra più capace di aggregare consensi, maggiormente interessante agli occhi di quel proletariato e/o di quella piccola borghesia travolta dallo «Stato di polizia economica»[3] rappresentato dalla Ue. Ma il dubbio determinante nasce piuttosto dalla valutazione retrospettiva dell’operato dei due partiti populisti al governo. Nonostante il fallimento clamoroso della prova di forza in sede Ue riguardo al deficit contenuto nella Legge di stabilità; nonostante aver letteralmente calato le brache arrendendosi ad un deficit di gran lunga inferiore a quello portato a casa dai governi Gentiloni, Renzi, Letta e Berlusconi nel decennio precedete; nonostante il fallimento dell’ulteriore prova di forza con la Ue sul tema migranti: quella quota di popolazione che il 4 marzo aveva decretato la maggioranza elettorale alle forze populiste non solo non è diminuita, ma è andata aumentando a dismisura. Se un anno fa i consensi viaggiavano attorno al 40% dei votanti, oggi si sono stabilizzati attorno al 60%. Oltretutto, nessuno dei competitor e delle varie presunte alternative politiche ha visto incrementare le proprie proiezioni elettorali e dunque i consensi. La quota di popolazione convinta del populismo persiste nel sostenere le ragioni del governo nonostante il fallimento della prova di forza con la Ue. Se la Ue fosse stata il fatto decisivo, in qualche modo si sarebbe avuto un segnale, magari non eclatante, di questo distacco. E invece, non siamo in presenza di alcun distacco. La critica alla Ue dunque non appare come fattore determinante. L’assunto originario andrebbe allora ribaltato: dietro l’inconsapevole critica alla Ue si nasconde un tentativo di resistenza all’impoverimento. Perso il confronto con la Ue, non per questo viene meno il senso politico del populismo quale fattore in grado di rallentare le politiche economiche ordoliberali e quindi la perdita di quote di salario e/o profitto.

Per tentare una valutazione di questi due fattori (posizione in via teorica giusta in quanto confermata dalla realtà fattuale di questi anni, ma sua incapacità di farsi “teoria di lotta” e quindi favorire mobilitazione e conflittualità), bisogna tornare a qualche anno fa. Precisamente, nel momento in cui questa posizione veniva introdotta nel discorso politico della sinistra. Per farlo, però, dobbiamo brevemente riprendere in mano il Lenin del Che fare. Come noto, il Che fare rappresenta, nella produzione politica, teorica e polemica leniniana, una sorta di “svolta ultra-soggettivista” dell’azione politica del Partito socialdemocratico. Lenin si andava accorgendo di un fatto: la rivoluzione stava progressivamente uscendo di scena dal marxismo socialdemocratico russo. Questa veniva delegata, e regalata, a quei Socialisti-rivoluzionari eredi del narodničestvo, del populismo rivoluzionario della Narodnaja Volja, di tutto un periodo della storia russa contraddistinto dall’attualità della rivoluzione. Seppur grezzo e incoerente, al partito S-R rimaneva l’onore di lottare per la rivoluzione. Il marxismo socialdemocratico russo (e non solo russo), stava al contrario virando verso un’ambigua e impotente versione oggettivistico-legale dei rapporti politici, mettendosi in scia di quel «tempo omogeneo e vuoto» di benjaminiana memoria rappresentato dal riformismo operaio della socialdemocrazia tedesca. Ebbene, Lenin voleva e doveva rimettere la rivoluzione al centro della socialdemocrazia. Nel farlo, dirà poi nei commenti polemici suscitati proprio dal Che fare e rispondendo in particolare a Plechanov (cioè al marxismo «ortodosso»), occorreva «piegare il bastone dal lato opposto», forzare ideologicamente la situazione dicendo che la rivoluzione non è solo una necessità storica, ma prima ancora un atto di volontà del partito della cospirazione, che deve sviluppare una sua scienza della rivoluzione capace di cogliere l’occasione appena questa si presenti. Lenin era però sempre cosciente del suo atto d’imperio, e non a caso pochi anni dopo procederà ad una svolta opposta, quella “oggettivista” contenuta nel suo Materialismo ed empiriocriticismo, resasi necessaria per frenare quei bolscevichi eccessivamente convinti dell’urgenza di continuare ad attaccare il potere zarista nella fase post-rivoluzionaria e repressiva seguita al 1905. Dunque, il fatto fondamentale è questo: Lenin non “cambiava opinione” a seconda della contingenza, ma adeguava la sua tattica forzando ora da una parte ora dall’altra le posizioni politiche della frazione bolscevica. Lenin era conscio di stare forzando la polemica, non ne era inconsapevole. Tenuto presente questo possiamo tornare alle vicende della critica alla Ue.

Nel momento in cui queste posizioni lottavano per essere introdotte negli sterili schematismi ideologici della sinistra, occorreva per l’appunto forzare una situazione, piegando il bastone dal lato opposto. Bisognava, in altri termini, costringere a pensare chi per anni, per decenni, si era posizionato in scia del pensiero borghese. La crisi economica aveva rimesso al centro del discorso la questione nazionale, e questa, pur mascherando come sempre una questione sociale, assumeva altre forme e rispondeva ad altri problemi rispetto a come si era andata proponendo nel Novecento o nell’Ottocento. Ogni periodizzazione storica della modernità, in effetti, ha una sua propria questione nazionale. Il «risveglio dei popoli» dell’Ottocento non è uguale al nazionalismo borghese di fine Ottocento e del primo Novecento, così come quest’ultimo non corrisponde alla questione nazionale imposta dal discorso anti-coloniale e della liberazione dei popoli del secondo Novecento. Di seguito, dunque, la questione nazionale del XXI secolo, rimessa in moto dal combinato disposto tra crisi economica e costruzione europeista, non è uguale alla questione nazionale dei tempi passati né tutto questo può ridursi a «nazionalismo». La questione nazionale non è nazionalismo: mettiamocelo in testa una volta per tutte. Eppure, a sinistra e a cavallo dello scorso decennio, si insisteva a non pensare in termini originali. Chiunque mettesse in dubbio il valore progressivo dell’internazionalizzazione dei capitali e delle merci, criticasse dunque il significato profondo (non quello superficiale e culturale) della globalizzazione, veniva marchiato attraverso la scomunica: nazionalista!. E il dibattito finiva lì.

Occorreva dunque forzare la polemica, riprendersi temi e linguaggi rischiosi quali nazione e sovranità e riformularli, modellandoli e innestandoli su di una critica dell’economia politica che ne svelasse il rapporto dialettico. Dovevamo riappropriarci di temi nostri, che da sempre il pensiero marxista ha empiricamente affrontato, scegliendo di volta in volta – empiricamente appunto – la posizione da tenere nella più vasta lotta contro il capitale nella sua fase imperialista (Marx sulle diverse questioni nazionali ha più volte ribaltato i propri ragionamenti). L’abitudine doveva far spazio al rischio di sporcarsi la testa per poter ritrovare l’audacia di parole e temi su cui occorreva (e occorre ancora oggi) dire qualcosa di diverso rispetto al passato tenendo in conto ciò che si è detto davvero nel passato.

Se questa traiettoria era necessaria dieci o sei anni fa oggi lo scenario, per quanto siamo andati dicendo fino ad ora, è cambiato. La forzatura polemica ha prodotto dei risultati politici, ma questi non si sono dimostrati all’altezza dei compiti che ci si prefiggeva. La critica alla Ue si è dimostrata la più corretta nel dare una spiegazione generale ai processi politici, geopolitici ed economici riguardanti il nostro paese, ma non si è dimostrata sufficiente. Non ha esaurito lo spettro, ma non si è neanche dimostrata l’elemento decisivo attorno a cui ruotare ogni altra interpretazione della realtà. Si è usciti dal recinto cosmopolitico per ritrovarsi nella gabbia sovranista che poi, nei fatti, si traduce nella replica in trentaduesimi del bismarkismo togliattiano: senza Unione Sovietica, Guerra fredda, coesistenza pacifica e blocchi contrapposti. Insomma, quel tanto (o poco) che poteva essere giustificato della politica di Togliatti, dato il particolare contesto entro cui prendeva forma e significato, viene oggi replicato fuori da ogni razionalità progressiva. Per capire tutto questo bisognava però essere coscienti, leninianamente, di stare forzando la situazione per sacrosanti scopi polemici. In altri termini. bisognava non crederci troppo. Ossia: essere convinti della natura ordoliberale irriformabile della Ue; del bisogno di rottura quale condizione necessaria ma non sufficiente; di un recupero di ragionamento sui caratteri della sovranità, che non è parola proibita ma concetto ineliminabile della lotta politica. Convinti di tutto questo, bisogna(va) avere i giusti anticorpi verso scivolamenti eccessivamente “sovranistici” della contesa, utili a muoversi nella bagarre polemica ma inutili come posizioni «per sé», autosufficienti e conchiuse. La critica della Ue non è una teoria politica ma una tattica contingente. Nel primo caso, dimostra tutta la sua incompiutezza; nel secondo, continua a dimostrarsi inaggirabile, utile e sintonizzata sui problemi decisivi del nostro tempo.

Oggi dunque quale movimento richiede la realtà dei fatti? Premesso che la valutazione è parziale, sembra essere il momento di costruire ponti più che scavare fossati. Non che questi fossati non servano, anzi: approfondire il solco tra sinistra e «centrosinistra» è sempre più necessario alla credibilità di chi lotta (non c’è fronte comune centrosinistro contro il populismo, e anche solo pensarlo significa alimentare il fuoco populista oltre i suoi limiti strutturali). Eppure il mancato incontro tra critica alla Ue e lotte di classe dimostra che i due aspetti non possono procedere separati. Chi, d’altronde, dovrebbe alla fine operarla questa benedetta rottura se non proprio quelle lotte di classe che vengono maldestramente sottomesse al prisma antieuropeista? Il ponte da costruire riguarda quindi la disponibilità alla convergenza che ponga al centro il conflitto e non una teoria (già ce l’abbiamo, una teoria!). Non è responsabilità dell’una o dell’altra sinistra, intendiamoci. Non ci sono colpe da distribuire o da accollare. Va però favorita questa disponibilità, che costringa gli uni a liberarsi dalle incrostazioni positivistiche di un’ideologia asservita al falso umanesimo del capitale (che si traduce, nel concreto, con uno strampalato appoggio critico al Pd o alternative costruzioni centrosinistre), e gli altri ad acconsentire “limitazioni di sovranità ideologica”, per così dire. Bisogna sporcarsi, dicevamo. E questo può essere fatto solo se si è in due a volerlo e solo se si assume fino in fondo il bisogno di farlo, dimenticandosi improbabili egemonie contrapposte o ancor più deleteri tatticismi elettorali in salsa europea. Per una volta, tiriamoci fuori dal ridicolo che ci distingue da un decennio.

[1] Intendiamo, con «sinistra», il variegato campo di forze politiche e sociali fuori dal perimetro politico-elettorale del cosiddetto «centrosinistra».

[2] Cfr. Giacché V., Costituzione italiana contro trattati europei. Il conflitto inevitabile, Imprimatur, Reggio Emilia 2015.

[3] Cfr. Somma A., Sovranismi, Derive/Approdi, Roma 2018.

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Sinistra e critica alla Ue: a che punto è la notte? è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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La sofferenza estrema e il suo linguaggio https://www.carmillaonline.com/2019/02/15/la-sofferenza-estrema-e-il-suo-linguaggio/ Fri, 15 Feb 2019 01:24:06 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=51110 di Valerio Evangelisti

Rocco Marzulli, Italiani nei lager. Linguaggio, potere, resistenza, Milieu edizioni, 2019, pp. 178, € 16,90.

Ecco un libro veramente straordinario. Frutto di un lavoro protrattosi per anni, tratta, come dice il titolo, dei prigionieri italiani rinchiusi nei campi di concentramento nazisti. Non solo ebrei, si badi. Dopo l’8 settembre 1943, ogni italiano sotto le armi fu considerato dai tedeschi un nemico o, peggio, un traditore. Ai militari internati si sommarono disertori, antifascisti, ex combattenti della guerra di Spagna, sacerdoti e così via, destinati ai lavori forzati e, in tantissimi casi, alla morte.

Se il tema non è [...]

La sofferenza estrema e il suo linguaggio è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Valerio Evangelisti

Rocco Marzulli, Italiani nei lager. Linguaggio, potere, resistenza, Milieu edizioni, 2019, pp. 178, € 16,90.

Ecco un libro veramente straordinario. Frutto di un lavoro protrattosi per anni, tratta, come dice il titolo, dei prigionieri italiani rinchiusi nei campi di concentramento nazisti. Non solo ebrei, si badi. Dopo l’8 settembre 1943, ogni italiano sotto le armi fu considerato dai tedeschi un nemico o, peggio, un traditore. Ai militari internati si sommarono disertori, antifascisti, ex combattenti della guerra di Spagna, sacerdoti e così via, destinati ai lavori forzati e, in tantissimi casi, alla morte.

Se il tema non è nuovo, è nuova, per i non specialisti, l’angolatura da cui Rocco Marzulli lo affronta. Non è intuitivo capire che uno dei problemi maggiori con cui si dovettero confrontare i detenuti fu il linguaggio. Le SS parlavano solo tedesco, che pochissimi dei reclusi conoscevano. Non comprendere un ordine, fraintendere una frase, poteva significare percosse, frustate, morsi dei cani lupo e, a volte, l’uccisione.

Inoltre, nei lager erano rinchiusi prigionieri di varia nazionalità. La reciproca incomprensione voleva dire non poter beneficiare dell’esperienza dei più anziani, ignorare le poche regole per cercare di sopravvivere, non sapere come far fronte alle ricorrenti malattie, essere all’oscuro degli espedienti per procurarsi un po’ di cibo. Come se non bastasse, gli italiani erano particolarmente odiati, perché, se agli occhi delle SS erano dei voltagabbana, a quelli di russi, polacchi, francesi erano fascisti e basta. Da cui un supplemento di vessazioni.

Come si resisteva, il più possibile, in quegli inferni sospesi nel nulla, in cui era inevitabile perdere la nozione del tempo? Bisognava imparare le parole essenziali per non scontentare gli aguzzini, e anche un linguaggio misto, con vocaboli in varie lingue deformate e soprattutto in tedesco e in polacco, nato spontaneamente nelle camerate. Linguaggio oggi perduto, solo orale e mai scritto, a parte brevi e rare iscrizioni sulle pareti.

È stato un lavoro di Sisifo mettere assieme testimonianze, disperse in archivi e in raccolte private, in nastri da sbobinare, tanto da ricavarne un libro. Ne è uscito qualcosa di unico, di commovente e allucinante, più delle testimonianze note sui lager nazisti. Oserei definirlo uno dei testi migliori sul tema concentrazionario. Oltre a essere un esempio luminoso dell’importanza della storia orale, nelle mani di chi sappia maneggiare con perizia questo importante strumento.

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29 tesi per ripensare la rivoluzione https://www.carmillaonline.com/2019/02/14/29-tesi-per-ripensare-la-rivoluzione/ Wed, 13 Feb 2019 23:01:37 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=51031 Michele Castaldo, La crisi di una teoria rivoluzionaria, Edizioni Colibrì, Paderno Dugnano (MI) 2018, pp. 110, euro 14,00

[Di Michele Castaldo era già stato recensito su Carmilla Marx e il torto delle cose (qui), opera in cui l’autore si interrogava sulle speranze rivoluzionarie riposte da Marx e dal cosiddetto marxismo nella classe operaia e si chiedeva se non fossero state il frutto di un’errata valutazione sociale e politica. Nel nuovo testo Castaldo continua sulla stessa linea di riflessione giungendo a delle conclusioni, condensate nelle 29 tesi che pubblichiamo qui di seguito, che, pur non essendo sempre condivisibili, possono risultare [...]

29 tesi per ripensare la rivoluzione è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Michele Castaldo, La crisi di una teoria rivoluzionaria, Edizioni Colibrì, Paderno Dugnano (MI) 2018, pp. 110, euro 14,00

[Di Michele Castaldo era già stato recensito su Carmilla Marx e il torto delle cose (qui), opera in cui l’autore si interrogava sulle speranze rivoluzionarie riposte da Marx e dal cosiddetto marxismo nella classe operaia e si chiedeva se non fossero state il frutto di un’errata valutazione sociale e politica. Nel nuovo testo Castaldo continua sulla stessa linea di riflessione giungendo a delle conclusioni, condensate nelle 29 tesi che pubblichiamo qui di seguito, che, pur non essendo sempre condivisibili, possono risultare stimolanti e sicuramente attente a ri/pensare il futuro. Soprattutto in un tempo in cui la cosiddetta “sinistra di classe” sembra soltanto annaspare e affogare nella nostalgia del passato e nella sua coartata ripetizione. S. M.]

1) Il moto-modo di produzione capitalistico è un insieme di rapporti degli uomini con i mezzi di produzione e di leggi oggettive che hanno come epicentro il mercato e la concorrenza a cui gli uomini sono incapaci di sottrarsi.

2) Il soggetto è il movimento storico divenuto modo di produzione capitalistico, con classi e interessi fra le classi che sono complementari e contrastanti al contempo.

3) Questo movimento generale cui gli uomini sono arrivati dopo secoli di sviluppo è la conseguenza di rapporti di produzione precedenti superati da nuove forze produttive.

4) Detto movimento sta entrando in una crisi generale non per l’opposizione di una classe al suo interno, ma perché ha saturato il processo di produzione e riproduzione semplice e allargato, con una sovrapproduzione sia di merci che di mezzi di produzione privi di sbocchi.

5) In virtù di tale meccanismo il moto-modo di produzione capitalistico è destinato ad avviarsi verso il caos generale senza alcuna possibilità di correggere le leggi che lo regolano.

6) Non c’è e non ci può essere – in virtù di dette leggi – nessuna classe in grado di capovolgere a suo favore il rapporto di proprietà dei mezzi di produzione e organizzare diversamente la produzione e determinare quindi nuovi rapporti sociali.

7) Tutte le classi si intersecano in un movimento fluido dato dall’accumulazione del capitale, esse sono complementari e subiscono modificazioni secondo l’accelerazione o il rallentamento dell’accumulazione che rincorre a sua volta l’aumento continuo della produttività, sempre attra verso lo sviluppo di nuove tecnologie.

8) In virtù di tali considerazioni sono da ritenersi illusori e privi di ogni valenza storica gli strascichi teorici e politici del movimento operaio del ‘900 che fondava le sue prospettive sull’autonomia della classe operaia e sul presupposto di una sua metamorfosi da classe in sé – per il capitale -, a classe per sé, cioè per la rivoluzione.

9) Il proletariato è costretto a seguire pedissequamente il proprio capitalismo nazionale per tenersi a galla come classe subordinata, nonostante venga continuamente svalorizzata, cioé impoverita.

10) A sostegno della precedente tesi citiamo l’esempio di determinati settori produttivi trainanti come la siderurgia, la metallurgia e la chimica, in modo particolare quelli più inquinanti, che vedono una convergenza tra capitalisti e operai senza che i secondi riescano in qualche modo a separare i loro destini dai primi, proprio come i girasoli guardano il sole per mantenersi in vita.

11) I capitalisti, in modo particolare in Occidente, stretti nella morse della crisi, fanno pressioni sugli Stati per un ritorno allo sciovinismo più becero. Perciò ogni Stato manda in frantumi anche il benché minimo obiettivo su ambiente, sanità e immigrazione per rincorrere fantomatiche e impossibili nuove misure protezionistiche per mantenere in vita l’economia nazionale sorretta dal profitto. E gli operai sono costretti a subire passivamente le impostazioni dei capitalisti.

12) L’esistenza dei fattori oggettivi dello sfruttamento e dell’oppressione non sono sufficientemente a determinare l’azione rivoluzionaria degli sfruttati e degli oppressi, ma è necessario che maturino i fattori determinati da una crisi generale del modo di produzione capitalistico.

13) La natura materiale dei bisogni umani è alla base dell’azione e quindi della formazione di una coscienza storicamente determinata dei lavoratori. Essa si esprime in idee che danno luogo a movimenti e partiti politici ideali che mutano con il mutare delle necessità oggettive degli oppressi e degli sfruttati.

14) La lunga marcia della liberazione degli oppressi e degli sfruttati può trovare uno sbocco definitivo solo con l’esaurirsi del moto-modo di produzione capitalistico.

15) La lotta sindacale degli operai è una necessità contingente, un riflesso agente di cui farebbero volentieri a meno, ma sono costretti ad agire sempre come estrema ratio, di volta in volta secondo l’andamento dell’accumulazione capitalistica nell’infernale meccanismo della concorrenza tendente progressivamente a un livellamento tra le varie aree geografiche.

16) La natura sindacale della lotta proletaria si è distinta in quattro fasi:
una prima fase di associazione di mutuo soccorso;
una seconda fase di associazione di operai specializzati, di mutuo soccorso e di difesa corporativa contro il capitale e insieme contro la crescente concorrenza dovuta allo sviluppo di sempre nuove tecnologie;
una terza fase di associazione di proletari, operai comuni de-professionalizzati dall’accresciuta tecnologia, che chiedevano quota parte nel processo crescente dell’accumulazione capitalistica;
una quarta fase, quella attuale, in modo particolare in Occidente, per contenere l’arretramento dell’accumulazione.

17) I comunisti, cioè l’espressione politica delle necessità oggettive dei lavoratori, sono una costante storicamente determinata, scissa in due linee parallele: una ideale e una reale, una rivoluzionaria e l’altra riformista. Il programma del partito rivoluzionario-ideale si colloca alla fine del moto-modo di produzione capitalistico. Mentre il percorso riformista è il movimento reale del proletariato che in quanto complementare si comporta con il capitale proprio come i girasoli con il sole.

18) Dagli anni ’70 del secolo scorso il proletariato delle metropoli occidentali ha iniziato a regredire a causa della caduta tendenziale del saggio di profitto e dell’accresciuta concorrenza del proletariato nordafricano e asiatico.

19) L’attuale fase della lotta sindacale si caratterizza soprattutto per il lento, graduale e progressivo impoverimento del proletariato delle metropoli, senza possibilità che tale tendenza si inverta.

20) Questa fase preannuncia una rottura totale con quelle precedenti, nel senso che non si potranno più dare nuove associazioni operaie con le stesse caratteristiche, cioè complementari all’accumulazione e allo sviluppo capitalistico e tendenti a migliorare la propria condizione di classe. Il nuovo movimento operaio nasce dall’implosione del modo di produzione capitalistico.

21) Con l’approssimarsi di una conflagrazione generale dell’intero sistema capitalistico la questione sindacale si connota perciò in maniera diversa rispetto al precedente ciclo: arretramento disordinato del vecchio movimento operaio e avanzamento altrettanto disordinato del costituente nuovo movimento operaio su basi necessariamente diverse, i cui connotato sfuggono al momento ad ogni previsione.

22) Il nuovo movimento operaio comincerà a darsi con fiammate improvvise, fluttuando e rifluendo, perché sarà oggettivamente incompatibile con la crisi generale del modo di produzione capitalistico.

23) All’impoverimento del proletariato delle metropoli imperialiste sta corrispondendo una sostanziale modificazione della struttura economica dei paesi di giovane capitalismo con una nuva proletarizzazione di centinaia di milioni di nuovi operai. Essi non possono più essere parte di nuovi nazionalismi e unità popolari anti-colonialiste e antimperialiste basate su una economia prevalente mente agricola.

24) I comunisti della nuova epoca storica vengono a configurarsi come molecole sparse disordinatamente, proprio come disordinatamente comincerà a mobilitarsi il proletariato. L’aggravarsi della crisi porrà alle masse proletarizzate la necessità di un’aggregazione molecolare e così diverranno rivoluzionarie di fatto.

25) E’ del tutto anacronistico rappresentare gli interessi delle future generazioni degli oppressi e degli sfruttati con il simbolo della falce e del martello, perché esso ha avuto un significato nel movimento ascendente del capitalismo le cui rivendicazioni erano la sottrazione della terra ai feudatari in favore dei contadini, da una parte, e la vendita organizzata della forza lavoro per gli operai dall’altra.

26) Per queste ragioni un nuovo manifesto comunista non può che essere espressione di una ribellione generalizzata delle nuove generazioni proletarie tanto nelle periferie quanto nelle metropoli, che vedono avanzare il caos senza alcuna prospettiva di una vita migliore. Si tratterà di un movimento composito, a macchie di leopardo, disordinato e no ideologico che, strada facendo, troverà le sue linee guida e i suoi programmi che saranno per forza di cose lontani e distinti da quelli delle classi oppresse e sfruttate del capitalismo antecedente.

27) In assenza di mobilitazioni generalizzate nelle diverse aree e nei diversi continenti, parlare di programmi politici è privo di senso, un esercizio al quale non ci sentiamo di partecipare.

28) La forza dei comunisti più che nelle capacità della classe operaia sta nell’essere il riflesso delle difficoltà del modo di produzione capitalistico o, che a ondate aumenteranno progressivamente fino alla sua implosione. Questo vuole dire che è la crisi a far scattare quel famoso riflesso agente in settori, categorie e classi sociali, che si compongono in massa d’urto e quindi in possibile soggetto rivoluzionario.

29) Resta aperta la questione dello Stato, cioè di uno strumento capace di gestire in senso comunistico risorse, produzione e distribuzione. Un tema rispetto al quale è perfettamente inutile arrovellarsi il cervello perché sarà possibile affrontarlo solo in presenza di condizioni oggettive, storicamente determinate, e comunque si tratterebbe di centralizzare il tutto a livello mondiale. Si tratta di un’opera improba certamente, ma con gli attuali livelli di sviluppo dei mezzi di produzione sarebbe meno difficoltoso dei secoli precedenti. La vera questione d affrontare è se l’umanità, dopo aver sperimentato fino in fondo i benefici e danni del modo di produzione capitalistico, sia in grado di iniziare a ipotizzare ruoli e rapporti che superino i vecchi rapporti di produzione per mettere all’ordine del giorno una centralizzata produzione e distribuzione tanto delle risorse naturali quanto di quelle umane.

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29 tesi per ripensare la rivoluzione è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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La bibbia della fantascienza https://www.carmillaonline.com/2019/02/13/la-bibbia-della-fantascienza/ Tue, 12 Feb 2019 23:01:55 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=51076 di Gian Filippo Pizzo

Carmine Treanni, Il futuro è adesso, Homo Scrivens, 2018, p. 394, € 18.

Gli anni Settanta furono quelli della massima espansione delle letteratura di fantascienza in Italia e questo favorì anche la pubblicazione di numerosi saggi sull’argomento, che variavano dalle semplici guide ai suggerimenti di lettura, dalle analisi critiche alle storie editoriali. Poi il fenomeno si arrestò e le pubblicazioni di libri sull’argomento furono molto sporadiche, con l’eccezione di qualcosa in campo cinematografico e, più recentemente, con i saggi di Giulia Iannuzzi sulla fantascienza italiana. Salutiamo perciò [...]

La bibbia della fantascienza è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Gian Filippo Pizzo

Carmine Treanni, Il futuro è adesso, Homo Scrivens, 2018, p. 394, € 18.

Gli anni Settanta furono quelli della massima espansione delle letteratura di fantascienza in Italia e questo favorì anche la pubblicazione di numerosi saggi sull’argomento, che variavano dalle semplici guide ai suggerimenti di lettura, dalle analisi critiche alle storie editoriali. Poi il fenomeno si arrestò e le pubblicazioni di libri sull’argomento furono molto sporadiche, con l’eccezione di qualcosa in campo cinematografico e, più recentemente, con i saggi di Giulia Iannuzzi sulla fantascienza italiana. Salutiamo perciò con piacere l’uscita di questo Il futuro è adesso: il grande libro della fantascienza di Carmine Treanni, che assieme alla più generica Guida ai narratori italiani del fantastico (Odoya, 2018) riapre un dibattito importante.

Treanni è giornalista ed editore e ha al suo attivo alcuni volumi sui telefilm, sia di fantascienza che di altri generi, ma soprattutto è direttore del mensile online Delos Science Fiction che sotto la sua guida ha superato i cento numeri. Persona quindi quanto mai indicata per affrontare un’impresa del genere. Il futuro è adesso appartiene al tipo delle guide e dei consigli di lettura e di visione, essendo strutturato in ben 500 schede che riportano le trame di romanzi, racconti, film, telefilm, fumetti ma anche musica, cartoni animati, videogiochi, sceneggiati radiofonici e siti internet da consultare. La novità, e per l’Italia è proprio una novità assoluta, sta proprio in quest’approccio multigenere e multimediale che offre un panorama pressoché completo della fantascienza, dalle origini a oggi. La parte del leone la fanno ovviamente la narrativa con la presentazione di cento romanzi e cinquanta racconti e lo schermo con cento film e cinquanta serie televisive, mentre i fumetti e le graphic novel sono cinquanta e tutti gli altri media venticinque ciascuno: un equilibrio condivisibile considerando appunto la produzione nei vari campi.

Interessanti anche il capitolo sulla definizione della fantascienza, che presenta un quadro sintetico delle opinioni di scrittori e critici (senza che si sia mai giunti a uniformità) e la partecipata e divertita introduzione dell’autore, che mette le mani avanti per quanti volessero giudicare le sue scelte e lamentare qualche esclusione o inclusione, sostenendo che la scelta è rigorosamente personale e così va accettata. Non ce n’era bisogno, intanto perché è ovvio che una compilazione di questo tipo rifletta le opinioni di chi l’ha scritta, e in secondo luogo perché ci sembra che non manchi nessun classico, nessun testo o film essenziale. Ci sono Le voyage dans la Lune, Metropolis, 2001 odissea nello spazio, Blade Runner, la Trilogia Galattica, la Guida galattica per autostoppisti, I mercanti dello spazio, Neuromante, “Notturno”, “Pentiti, Arlecchino!”, “La settima vittima”. E altri testi e spettacoli meno conosciuti che il lettore dovrebbe assolutamente procurarsi. Dove la scelta dell’autore è più personale è semmai nella produzione degli ultimissimi anni, ma come detto è largamente condivisibile. Con tutto ciò un piccolo appunto va fatto, e cioè la scarsità di opere italiane presenti: pur considerando che il novantanove per cento della produzione fantascientifica è straniero, forse si poteva citare qualcosa di più che un romanzo di Valerio Evangelisti e un racconto di Vittorio Curtoni.

Insomma siamo davanti a un excursus che compendia qualcosa come oltre novant’anni di produzione fantascientifica, letteratura (e non genere!) che ha influenzato il nostro immaginario offrendo all’uomo la possibilità di riflettere su chi siamo, cosa vogliamo e dove stiamo andando. Attraverso toni e modi affatto differenti, dall’esplorazione spaziale al rapporto con gli alieni, dalle innovazioni tecnologiche alla speculazione sul futuro e tutti gli altri strumenti che la science fiction ha messo in campo. Un excursus scritto con passione, anche divertente, che segue sì il percorso individuato da Carmine Treanni ma al contempo è un invito a tutti i lettori (e spettatori, ascoltatori, giocatori, internettisti) a crearsi un proprio cammino. E per questo il libro non va consultato (anche perché, purtroppo, manca un indice dei titoli che avrebbe favorito la consultazione) ma letto seguendo l’ordine delle pagine, almeno per ciascun capitolo, e arrivando così a delimitare un perimetro di conoscenza sufficientemente esteso in un campo così vasto e appassionante.

 

 

 

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Dallo sgombero dell’Asilo alla resistenza generale. Salvini arriviamo! https://www.carmillaonline.com/2019/02/12/dallo-sgombero-dellasilo-alla-resistenza-generale-salvini-arriviamo/ Tue, 12 Feb 2019 11:30:53 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=51093 di Radio No Tav

Un piccolo contributo sui fatti di Torino. Per chi non c’era, per chi non si fida dei giornali. Per una voce nostra.

Tanti, tantissimi. Tantissimi e arrabbiati. Salvini arriviamo! Doveva succedere prima o poi e finalmente è successo. Prima o poi qualcuno si sarebbe incazzato e così è stato. Mamme migranti col passeggino, abitanti del quartiere, “balonari”, centri sociali e case occupate, riders in bicicletta e gente che si arrangia, che fa i “lavoretti”. Non la Cit Turin madamina, ma la Torino dei quartieri popolari. Torinesi e [...]

Dallo sgombero dell’Asilo alla resistenza generale. Salvini arriviamo! è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Radio No Tav

Un piccolo contributo sui fatti di Torino. Per chi non c’era, per chi non si fida dei giornali. Per una voce nostra.

Tanti, tantissimi. Tantissimi e arrabbiati. Salvini arriviamo!
Doveva succedere prima o poi e finalmente è successo.
Prima o poi qualcuno si sarebbe incazzato e così è stato.
Mamme migranti col passeggino, abitanti del quartiere, “balonari”, centri sociali e case
occupate, riders in bicicletta e gente che si arrangia, che fa i “lavoretti”. Non la Cit Turin madamina, ma la Torino dei quartieri popolari. Torinesi e provinciali. Gente da tutta Italia. Tanti giovani, “quelli che non vedi mai ai cortei”.

E tutti che hanno capito una cosa. Non si difende solo “questa” casa occupata, le sue parole d’ordine. Si difende un simbolo ma si difendesoprattutto un’idea. Non siamo “anacronismi” come dice il questore Messina o “teppisti” come vuole Salvini. Siamo il corpo vivo della società che non accetta la direzione verso cui vanno le cose.
Partendo da una piccola questione certo, che si chiama quartiere Aurora, Torino, pianeta terra. Quartiere dove centri direzionali, scuoline d’autore, mercati di lusso, bar da “movida” e destinazione turistica sostituiscono il Balon, i panettieri, i bar da dopolavoro, le officine, le case e gli affitti contenuti.

Una questione che non tocca solo l’Asilo occupato, non tocca solo quel quartiere.
E non tocca solo gli italiani.
Lo sgombero dell’Asilo, offerto dal questore Messina al ministro dell’interno, parte da un’inchiesta sulla lotta ai lager per migranti.
Qualcosa che chi non ha permesso di soggiorno, o che per non perderlo accetta qualsiasi condizione di lavoro, conosce bene. Qualcosa che conosce bene chi decide di attraversare le “montagne del me piemont” perché questo governo ha tolto il permesso di soggiorno umanitario, illegalizzando migliaia di persone con un colpo di penna.

In questa convergenza si spiega la perfetta assonanza tra l’amministrazione cittadina di Chiara Appendino e il ministro del terrore, Matteo Salvini. Voci che si fondono, dal pasionario proTav Esposito, al senatore Airola, ai Marrone e alle Alessi (fdI).
Il governo 5 Stelle – Lega ormai ha fatto abbastanza perché possa essere giudicato dai fatti, e non da parole e slogan. La pacchia è finita: ma stavolta lo diciamo noi.
C’è una nuova generazione che a tutto questo ha deciso di opporsi, e finalmente la rabbia esplode e si fa concreta.

A chi finge di indignarsi per le vetrine della Smat, che taglia l’acqua ai morosi, o per le macchine dell’Eni, sporche di sangue e di petrolio,lasciamo i giornali ben pensati e gli slogan delle “madamine”. Abbiamo troppa umanità per preoccuparci di quattro vetrine.
Ci auguriamo sia solo l’inizio.

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Sport e dintorni – Calcio e violenza operaia https://www.carmillaonline.com/2019/02/12/sport-e-dintorni-calcio-e-violenza-operaia/ Mon, 11 Feb 2019 23:01:10 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=50646 di Gioacchino Toni

John Clarke, Football hooliganism. Calcio e violenza operaia, DeriveApprodi, Roma, 2019, pp. 120, € 12,00

L’importanza dei lavori di John Clarke, tra i primi studiosi a occuparsi delle radici dell’hooliganismo in Gran Bretagna negli anni Settanta indagando il legame tra calcio e condotte violente delle fasce popolari, è messa in risalto nell’Introduzione stesa da Luca Benvenga al volume: «Attraversando epoche differenti [Clarke] mette sotto la lente conoscitiva, oltre all’evoluzione che ha investito questo sport in termini strutturali e più propriamente di partecipazione agli eventi, la tesi della violenza come conditio sine qua non per una crescente preoccupazione di [...]

Sport e dintorni – Calcio e violenza operaia è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Gioacchino Toni

John Clarke, Football hooliganism. Calcio e violenza operaia, DeriveApprodi, Roma, 2019, pp. 120, € 12,00

L’importanza dei lavori di John Clarke, tra i primi studiosi a occuparsi delle radici dell’hooliganismo in Gran Bretagna negli anni Settanta indagando il legame tra calcio e condotte violente delle fasce popolari, è messa in risalto nell’Introduzione stesa da Luca Benvenga al volume: «Attraversando epoche differenti [Clarke] mette sotto la lente conoscitiva, oltre all’evoluzione che ha investito questo sport in termini strutturali e più propriamente di partecipazione agli eventi, la tesi della violenza come conditio sine qua non per una crescente preoccupazione di gruppi di giovani partoriti dalla deindustrializzazione. Così riaffermando nella “passione aggressiva” i valori di una classe e l’esasperato senso di territorialità con la riappropriazione dei campi, in una logica tutta operaia di presidio simbolico di uno spazio (come lo street corner, la piazzetta o il quartiere) che emerge per contrapposizione […]. Secondo Clarke il progressivo cambiamento che interesserà il gioco del calcio nel secondo dopoguerra è, per i figli della working class britannica, il pretesto per l’esplosione di un sentimento di frustrazione e di un generale malcontento nei confronti della società. Il “football hooliganism” si afferma così in nome di una volontà di esprimere una refrattarietà all’imposizione di un modello-calcio che si sposta coattivamente verso la professionalizzazione […], la commercializzazione […] e la spettacolarizzazione» (p. 13).

Nelle alienanti società moderne avare di avvenimenti straordinari capaci di fuoriuscire dalla routine quotidiana, il calcio resta una dei pochi ambiti in grado di soddisfare tanto la domanda di emozioni forti che la possibilità di una loro espressione pubblica. «A partire dalla Rivoluzione industriale la vita di gran parte dei lavoratori si definiva nell’organizzazione tecnica e nella disciplina oraria del lavoro in fabbrica. Il calcio ha così offerto un’alternativa alla routine, ridisegnando l’esperienza quotidiana della classe operaia […] L’eccitamento si intensifica con l’esperienza di considerarsi parte di un vasto pubblico di tifosi. La pressione fisica, il trasporto psicologico, essere “uno” tra altri cento a incoraggiare la propria squadra è parte essenziale del fascino del gioco» (p. 38).

I settori popolari degli stadi sono stati storicamente occupati da lavoratori manuali abituati allo scontro dal loro dover fare i conti con la sopravvivenza sociale e un gioco come quello del calcio, caratterizzato dal corpo a corpo e dallo scontro fisico, non poteva che attrarre una classe operaia abituata da sempre al conflitto e alla durezza della vita quotidiana spesa tra lavoro e quartiere. All’interno di una working class abituata a fare i conti con l’aggressività e contraddistinta da una notevole dose di machismo, la violenza, sostiene Clarke, non era di certo vista come problema, né doveva essere giustificata.
Il calcio, scrive C. R. Critcher (Football as popular culture – an outline), «ci restituisce complessivamente la prospettiva operaia della violenza: “In questo alternativo universo morale la violenza è legittimata come in nessun altro contesto della società, ma è allo stesso tempo abbondantemente localizzata, come se il calcio consentisse di formalizzare delle attitudini proprie dei lavoratori, come fosse un sistematico aspetto della vita di ognuno che può periodicamente manifestarsi, ma non ci si aspetta che ciò sfugga di mano o che si trasformi in uno stato d’animo pervasivo”» (p. 40).

Il calcio, puntualizza Clarke, ha a lungo rafforzato quel senso di comunità, di territorialità e di mutualità della working class. Nella squadra veniva vista una sorta di rappresentativa della comunità impegnata nella difesa del territorio dagli estranei. Tale senso territoriale alle origini è stato rafforzato dal fatto che molti giocatori erano nati e vissuti in quei quartieri, spesso erano di estrazione operaia e per certi versi restavano parte della classe di provenienza in termini salariali e di stile di vita.

Il volume si sofferma anche sul ruolo rivestito dalla vittoria nell’immaginario popolare. Riferendosi agli anni Venti, scrive a tal proposito Arthur Hopcraft (The Football Man, 1971) che andare alla partita significava «lasciarsi alle spalle uno stato di profondo sconforto e immergersi nella lotta. L’identificazione con la squadra di casa restituiva un’individuazione positiva attraverso la forza e i goal. La vittoria era un successo personale, la sconfitta un altro schiaffo dato dalla vita. Il calcio non era tanto una droga per la gente, quanto un baluardo scagliato contro il capitalista che chiude la fabbrica e il padrone di casa armato di ufficiali giudiziari» (p. 43).

È a partire dal dopoguerra che il calcio cambia profondamente indirizzandosi verso la professionalizzazione, l’internazionalizzazione e la commercializzazione. «Tutte queste trasformazioni sono legate alla fiducia nella struttura sociale della Gran Bretagna negli anni Cinquanta. È l’era dell’Affluenza, del consenso politico, dell’emergere di una società senza classi. I club di calcio, in questo nuovo ordine sociale, anticipano la scomparsa del supporter con il tradizionale cloth-capped, percepiscono di dover affrontare una crescente competizione per accaparrarsi il pubblico, in concorrenza con forme alternative di intrattenimento, cinema e tv su tutti. Se lo storico fan non esiste più, rimane tuttavia il tradizionale attaccamento; i club si propiziano il nuovo consumatore senza classi, razionalmente selettivo. Egualmente, il gioco deve essere reso il più possibile coinvolgente “per attrarre” il nuovo spettatore, metterlo a proprio agio e accoglierne ogni richiesta. Era impensabile che si recasse ogni sabato ad assistere agli incontri di una squadra debole e perdente, perciò occorreva maggiore attenzione per scongiurare l’insuccesso» (p. 46).

Ian Taylor (Football Mad a Speculative Sociology of Soccer Hooliganism, 1971) ricorre al termine “borghesificazione” per indicare quel processo che vede la classe media appropriarsi di ciò che in passato apparteneva alla working class. Quella generale trasformazione tendente a piegare l’intera società inglese sul modello della classe media, sostiene Clarke, provocherà una modificazione della figura del tifoso “genuino” non più riconducibile al proletario tradizionale che viveva nell’attesa della partita settimanale «con le sue fortune inestricabilmente legate alle sorti della squadra, partecipante attivo del gioco», bensì a un «consumatore razionale e selettivo dei servizi di intrattenimento, che commenta dal suo comodo posto in tribuna. Questa antinomia trova la sua ipotesi esplicativa nelle figure del “Fan” da un lato e dello “Spettatore” dall’altro (una simile distinzione è stata adoperata per altre attività di svago della classe operaia, come il pub, per citare un esempio, nei termini di una ripartizione tra frequentatori e clienti)» (p. 48).

È a partire dalla metà degli anni Sessanta che il teppismo calcistico inizia ad essere etichettato come problema e attraverso la retorica gonfiata dai media sul teppismo legato agli stadi prenderanno piede alcuni stereotipi duri a morire, come l’idea che vede negli hooligan giovani ignoranti appartenenti alla working class che frequentano gli stadi privi di qualsiasi interesse per la partita al solo scopo di creare disordini per sfogare una violenza del tutto gratuita e irragionevole. Sui media inglesi spesso i settori popolari sono descritti come luoghi lerci, avvolti dal puzzo rancido di birra e cipolle, ove risuonano oscenità e vanno in scena comportamenti del tutto incivili. Affinché il calcio potesse essere confezionato su misura per la middle class, occorreva ripulirlo da tutto ciò: la working class andava ammaestrata.

In balia di tali trasformazioni molti giovani fan di estrazione popolare finirono per sentirsi derubati del loro gioco e della loro squadra. Secondo Ian Taylor a questi giovani non è restato che tentare di mantenere in vita alcune caratteristiche tradizionali del loro gioco. «Mantengono vive le antiche rivalità, oramai di poca importanza per i club, l’“invasione” del territorio nelle partita in trasferta lascia ora il posto al take the ende nella più recente occupazione del centro città. La natura del viaggio è di per sé significativa. La giornata per soli maschi della classe operaia ha rappresentato per lungo tempo un’occasione per “lasciarsi andare” e bere senza freni» (pp. 54-55).
Se Ian Taylor ha avuto il merito di cogliere e analizzare il collegamento tra violenza e calcio, palesa però il limite, scrive Clarke, di non spiegare i motivi per cui numerosi giovani vivono il calcio in maniera così totalizzante in un momento storico in cui si tanti loro coetanei si sono spostati verso altre culture giovanili.

Nella seconda parte del volume Clark analizza le trasformazioni sociali che hanno agito sul mondo del calcio a partire dalla comparsa del fenomeno Skinhead, considerato da molti l’estrema sintesi del fenomeno hooligan. Comparsi originariamente nel 1968 nell’East End di Londra, in poco tempo i gruppi Skinhead hanno fatto la loro comparsa negli stadi di tutto il paese attirando l’attenzione perché spesso coinvolti in episodi di violenza e per un modo di presentarsi decisamente connotato: scarponi da lavoro spesso dotati di rinforzo metallico, jeans con risvolto, bretelle, capelli rasati ecc. Il fenomeno Skinhead viene alla luce in un’epoca di mutamenti sociali che segnano la rottura dello stile di vita della working class la dissoluzione delle comunità tradizionali segnate dall’arrivo nei quartieri di immigrati e di famiglie della classe media attraverso trasformazioni urbanistiche che spostano molti nuclei famigliari nei nuovi quartieri sorti attorno ai sobborghi più periferici e per mezzo di una progressiva sostituzione dei tradizionali trenini di case orizzontali che correvano a stretto contatto con la vita di strada fatta di pub, negozietti e spazi comuni con grandi palazzoni in verticale. Questa sistematica rimozione dei vecchi spazi di socializzazione ha comportato un arroccamento nei pochi luoghi rimasti, come il campo da calcio, che hanno così assunto ulteriore valenza identitaria-culturale; è significativo, afferma Clarke, che le zone in cui si strutturano i gruppi di Skinhead corrispondono a quei nuovi o vecchi quartieri di edilizia popolare riprogettati e in cui giungevano sempre più “outsider”.

A cambiare non sono però soltanto gli stadi; gli stessi pub e i club vengono trasformati in “divertimentifici” e la concentrazione nel centro città delle strutture dedicate ai giovani comporteranno un indebolimento delle comunità periferiche. Se negli anni Cinquanta ha preso piede l’idea di una società che si voleva senza classi, avviata all’opulenza, il decennio successivo ha invece manifestato la povertà e i conflitti di classe, con un’istituzione scolastica vissuta come un luogo alieno da molti giovani della working class.

«Fin dall’avvento del rock’n’roll e dei Ted all’inizio degli anni Cinquanta, i giovani hanno cercato di risolvere questa crisi culturale e la conseguente mancanza d’identità creando delle culture più appropriate alle proprie esigenze ed esperienze. (La classe operaia ha reagito a questi cambiamenti in maniera difforme, tra chi aveva nostalgia dei tempi passati, e chi attraversava la sindrome del “Lavoratore Benestante” mediante un ritorno introspettivo in seno alla famiglia). Verso la metà degli anni Sessanta, le due tendenze di sviluppo della cultura giovanile erano la continuazione dell’“era Mod” e la crescita dell’underground inglese. Nessuna delle due correnti si adattava alle esperienze dei giovani che sarebbero diventati degli Skinhead» (p. 61).

Nel libro viene sottolineato come nonostante molti Mod provenissero dalla classe operaia, il centro della scena di questa cultura giovanile fosse in mano a giovani colletti bianchi occupati nei lavori più umili, inoltre lo stile Mod finì presto per rivolgersi a consumatori benestanti per divenire alla fine degli anni Sessanta una vera e propria impresa commerciale ben supportata dalle band musicali più in vista. «Da quel momento piombarono nella scena gli Skinhead, il vero impeto dei Mod scompariva e restava solo l’aspetto commerciale. Gli Skinhead stravolsero l’immagine Mod, esattamente come i Mod fecero con i Rocker. […] Lo stile Skin riaffermava le vecchie tradizioni di una cultura minacciata da una contaminazione di valori e simboli middle-class. L’uniforme Skinhead è una versione stilizzata della working clothes, è l’immagine rivisitata della classe operaia attraverso il taglio di capelli, attitudine, violenza, ma tutto ciò si esprimeva in tinte esagerate, come fosse una forma di auto-rappresentazione caricaturale […] e l’inevitabile scenario per ricostruire i tradizionali valori della working class era il classico luogo di ritrovo del sabato pomeriggio, il campo di calcio» (pp. 63-65).

Dunque, sostiene Clarke, nel fenomeno degli hooligan nel calcio è possibile scorgere un tentativo di mantenere o riportare il calcio alla working class, «un tentativo di difendere la cultura operaia dall’usurpazione della borghesia. La violenza, il razzismo, il puritanesimo e il localismo (l’effetto della comunità nel gruppo, ovvero l’aiutarsi l’un l’altro quando il pericolo incombe) fanno tutti parte di questo ricrearsi un tipo di vita» (p. 65).

Nel libro Clarke illustra «come il “declino della comunità d’origine”, l’aumento della ricchezza e le diseguaglianze socio-economiche possono essere ritenuti i responsabili della formazione di differenti risposte come quelle Mod e Skinhead. […] I Mod emergevano in un periodo della vita inglese in cui i temi della società senza classi e dell’opulenza erano fortemente significativi, mentre il quadro era cambiato notevolmente alla fine degli anni Sessanta, e il fenomeno Mod divenne parte del background sociale in cui trovarono spazio gli Skin» (p. 66)

Al tentativo disperato di questi settori giovanili di mantenere il calcio all’interno della working class si debbono aggiungere i media nel loro far da grancassa agli episodi di violenza negli stadi, contribuendo così a richiamare sugli spalti chiunque avesse voglia di menar le mani a prescindere dai motivi, le esigenze dei club calcistici avviati verso una riorganizzazione indirizzata a una middle class che voleva poter godere in tranquillità lo spettacolo calcistico, dunque il rafforzamento della presenza poliziesca. Con tali premesse la profezia della violenza non poteva che auto-avverarsi.

Secondo lo studioso il calcio ha a lungo mantenuto uno stretto legame con la classe operaia perché quest’ultima vi individuava valori comuni come l’abilità fisica, l’identità territoriale e il desiderio di vittoria. «L’assunto centrale era una precisa idea di mascolinità, su ciò che significa “essere uomo”. Un uomo si pensava dovesse essere “rude”, non nel senso di brutale o vizioso, ma in grado di sopportare un “castigo” (una “punizione”). Nel caso del calciatore significava essere colpiti alle spalle, farsi scaraventare a terra dall’avversario, tollerare tali “offese” e mostrarsi pronto a subire dell’altro. Per il tifoso della classe operaia questa “rudezza” era una qualità molto preziosa nella vita quotidiana. Egli doveva sopportare i rigori, le imposizioni, le pressioni del lavoro in fabbrica e sperimentare nuove tensioni ogni qualvolta si recasse sul posto di lavoro. Il lavoratore (come salariato) non poteva accettare di arrendersi a queste pressioni, così il calciatore non si poteva sottrarre allo scontro fisico sul terreno di gioco. Sia nel calcio che nella vita dei lavoratori maschi certi tipi di violenza erano “normali” – “un uomo deve essere in grado di badare a se stesso”. È importante comprendere che solo alcune condotte violente erano accettate: la slealtà, ad esempio, era tenuta fuori dalla “normalità” (pp. 76-77).

Gli operai inglesi d’anteguerra vedevano nella durezza a cui veniva sottoposto il fisico del calciatore un’analogia con quella a cui erano costretti a sottoporre il proprio nelle fabbriche. «I campi di calcio delle più antiche società sportive nascevano quasi tutti nelle aree industriali delle principali città. I fari, gli spalti, le terrace sorgono tra le ciminiere delle fabbriche e le file di case a schiera. Questa disposizione è l’aspetto più visibile della connessione tra il club e il territorio. […] L’interazione tra il gioco del calcio e gli spettatori veniva intensificata da un’origine che avevano in comune calciatori e il pubblico. Al contrario delle star di oggi, i primi rimanevano lavoratori nello stile di vita e nelle ambizioni» (pp. 77-78).

Sebbene il controllo del calcio professionistico non sia mai stato davvero nelle mani dei tifosi di estrazione popolare, si può dire che sia stato «attraverso il modo di guardare il football e di sostenere la propria squadra che le classi lavoratrici hanno “colonizzato” questa forma di intrattenimento e fatta propria» (p. 78). Prima della guerra il rapporto tra i tifosi delle aree popolari e il calcio, scrive Clarke, non aveva nulla a che fare con il rapporto attuale divenuto ormai “spettatoriale”; all’epoca il coinvolgimento era decisamente più profondo. «Andare allo stadio non significava semplicemente guardare la partita, bensì rappresentava un’attività sociale di gruppo […] La partita non era solo ciò che accadeva “laggiù”, ma l’intero campo era parte di un evento sociale. Il tifoso non era una figura neutrale, ma qualcuno – parte del gruppo – coinvolto nella creazione di un evento fuori dal gioco. Da un’altra ottica, il tifoso non era neutrale ma un «militante», un partigiano del club nel suo senso più ampio. Questo significava avere un rapporto sentimentale con la partita, viverla non come un confronto tra due squadre, ma tra la “propria” e quella avversaria, una posizione che non sollecitava una banale complicità, ma incentivava il diritto di critica e i commenti nei confronti della dirigenza e del club» (pp. 78-79). Si trattava di una vera e propria appropriazione dello sport da parte dei tifosi.

Nel dopoguerra, quando la società dell’intera Gran Bretagna è sembrata avviarsi verso un generale miglioramento delle condizioni di vita e le opportunità di intrattenimento si sono ampliate, il calcio ha intrapreso quella strada della spettacolarizzazione e del business che, negli anni Sessanta e Settanta, ha portato alla ristrutturazioni degli stadi, ai posti a sedere e alla creazione di una serie di servizi di intrattenimento come bar e ristoranti. Il tifoso si stava ormai trasformando in uno spettatore propenso ad assistere al gioco «solo se gli sono offerti degli standard di benessere che troverebbe altrove». Il nuovo tifoso divenuto spettatore si avviava così a non essere più parte integrante dell’evento.

Nel processo di spettacolarizzazione un ruolo centrale spetta indubbiamente alla televisione. «Il calcio in tv non è semplicemente calcio, ma parte dell’intrattenimento mediatico, e come tale è soggetto alle regole e alle pratiche della creazione televisiva di un evento. […] Prima della guerra, l’esperienza di guardare il calcio era collettiva e fisica, la folla era coinvolta nel gioco, nel fare propria l’esperienza dell’incontro. Per il nuovo spettatore, il calcio è un divertimento offerto – qualcosa che sta al di fuori, piuttosto che un fatto interno alla relazione tra ciò che accade sul campo e la folla. Il nuovo spettatore vive distaccato, è in grado di formulare giudizi critici, di scegliere tra questa o un’altra forma di svago. Per lo spettatore di calcio televisivo questo aspetto si intensifica» (pp. 86-87). Il fenomeno dell’hooliganismo, sostiene Clarke, «si palesa quando le forme tradizionali dell’assistere alle partite intercettano la professionalizzazione e la spettacolarizzazione del gioco» (p. 88).

Dunque, se la lettura ufficiale dell’hooliganismo tende a ricondurre il fenomeno a una condotta che ha poco a che fare col vedere il calcio, Clarke sostiene invece che il teppismo calcistico possa essere problematizzato soltanto comprendendolo come parte del modo di contemplare il calcio e la violenza tra tifosi avversari dovrebbe essere letta come parte di una volontà di partecipazione al gioco, una sorta di «estensione della lotta sul campo che include anche quella sugli spalti […] L’importanza attribuita alla durezza, come nella cultura calcistica anteguerra, è ancora trasferita nella vita» (p. 95), i tifosi più accesi intendono pertanto mettersi fisicamente alla prova come «difensori delle identità locali e dei campanilismi – è la loro squadra, il loro territorio a essere in gioco […] La violenza è solo la parte più visibile dei differenti stili di assistere a una partita – i giovani tifosi hanno conservato ed esteso le tradizioni del tifo collettivo e partecipativo proprio mentre il gioco concedeva delle modifiche per attirare i nuovi consumatori. […] Se il gioco è cambiato per diventare più spettacolare, così la partecipazione dei tifosi è cambiata da attiva, al gioco, ad attiva in favore dello spettacolo» (pp. 95-97). Insomma, se il consumatore si limita ad osservare, i tifosi, necessariamente al plurale, intendono prendere parte allo spettacolo.

Fanno parte del volume anche una Prefazione – Sottocultura ultras e generazione X – scritta da Andrea Ferreri in cui si insiste sull’importanza di contestualizzare il fenomeno ultras italiano e l’hooliganismo inglese sviluppati dalla generazione nata in Occidente tra il 1960 e il 1980, all’interno di quei cambiamenti che hanno segnato i decenni del conservatorismo reganiano e thatcheriano e una preziosa bibliografia ragionata curata da Luca Benvenga: 100 titoli sui giovani, le sottoculture spettacolari e la violenza nel calcio.


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Sport e dintorni – Calcio e violenza operaia è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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La signora in giallo https://www.carmillaonline.com/2019/02/10/la-signora-in-giallo/ Sun, 10 Feb 2019 18:00:04 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=51047 di Alessandra Daniele

Luigi Di Maio l’ha presentata in una teca come una Madonnina piangente: la prima tessera del mitico Reddito di Cittadinanza. Che in realtà non è un reddito, e non è di cittadinanza, ma sarà (se e quando partirà davvero) un sussidio di disoccupazione, vincolato a un milione di regole burocratiche che trasformeranno in un sorvegliato speciale chi cercherà di ottenerlo. Inoltre, la gialla master card destinata secondo Di Maio ad “abolire la povertà” sarà comunque negata proprio ai più poveri. Non la riceveranno gli sfrattati e i senzatetto. Non la [...]

La signora in giallo è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Alessandra Daniele

Luigi Di Maio l’ha presentata in una teca come una Madonnina piangente: la prima tessera del mitico Reddito di Cittadinanza. Che in realtà non è un reddito, e non è di cittadinanza, ma sarà (se e quando partirà davvero) un sussidio di disoccupazione, vincolato a un milione di regole burocratiche che trasformeranno in un sorvegliato speciale chi cercherà di ottenerlo.
Inoltre, la gialla master card destinata secondo Di Maio ad “abolire la povertà” sarà comunque negata proprio ai più poveri.
Non la riceveranno gli sfrattati e i senzatetto.
Non la riceveranno italiani e stranieri in povertà assoluta che risiedono in Italia da meno di dieci anni.
Non la riceveranno i giovani disoccupati che devono abitare ancora coi genitori.
Se la riceverà, la perderà l’imbianchino disoccupato di Catania che si rifiuta di andare ad allevare anguille a Comacchio, e viceversa.
Non riuscirà mai ad ottenerla chi non sa o non può procurarsi tutta la documentazione necessaria per dimostrare a Nostra Signora del Sussidio che non è un truffatore fancazzista, né un immigrato a torso nudo con lo smartphone.
Ma basta con queste lamentele, guardiamo il bicchiere mezzo pieno: se tutto va bene, da maggio circa un milione di famiglie riceveranno una nuova social card con circa 100 euro a settimana per fare la spesa (l’eventuale resto sarà rigorosamente destinato all’eventuale affitto).
È il momento di recuperare lo scontrino col quale Pina Picierno voleva dimostrarci come 80 euro bastassero a una famiglia di tre persone per una spesa settimanale.
Lo scopo primario del Reddito di Cittadinanza però non è lo stesso degli 80 euro renziani, cioè pagare gli italiani per votare un branco di cazzari. Quello lo fanno anche gratis.
Il Reddito di Cittadinanza è innanzitutto uno strumento di controllo sociale, come ha esplicitato il sociologo ex-grillino Domenico De Masi: “Elargire questo sussidio serve ai ricchi, per evitare che i poveri s’incazzino e gli taglino la testa”.
Il compito dichiarato del Movimento 5 Stelle è sempre stato fin dall’inizio quello di assorbire la rabbia popolare, per impedire che producesse qualcosa di realmente rivoluzionario.
Beppe Grillo l’ha rivendicato più volte: “Se non ci fossimo noi a tenerla buona, la gente scenderebbe in piazza”. E Di Maio s’è vantato di recente: “Senza di noi, anche in Italia ci sarebbero i gilet gialli”.
Il RDC è un sedativo di massa. 
E non è certo concepito per evitare la recessione (generale e prevista) né la conseguente prossima Quaresima di tasse e tagli, ma per renderle più sopportabili per le masse, con un centinaio di euro in più a settimana a quelli che potrebbero diventare realmente pericolosi per il sistema.
Per tenerli tranquilli. E sorvegliati.
Perché restino buoni cittadini.
E consumatori.
Non ai senzatetto quindi, né ai migranti, che invece vengono spinti sempre più verso l’emarginazione totale – anche col decreto Salvini – per essere usati come spauracchio e capro espiatorio.
Questo disegno non è occulto, è esplicito, come le dichiarazioni che ho citato confermano, ma funziona lo stesso, come ogni manipolazione che faccia leva sugli istinti e sui bisogni primari.
L’utilità del governo Grilloverde per le élite che dice di combattere però difficilmente lo salverà dal suo destino ultimo: diventare a sua volta il capro espiatorio, quando la Crisi affonderà le zanne, e i sedativi di massa non basteranno a tenere buone le prede.

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Francia: qualcuno si ricorda di Gavroche? https://www.carmillaonline.com/2019/02/10/francia-qualcuno-si-ricorda-di-gavroche/ Sat, 09 Feb 2019 23:01:23 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=51064 di Giacomo Marchetti

Con lo sciopero generale del 5 febbraio il movimento in Francia è entrato in una nuova fase. L’arresto dal lavoro di 24 ore è stato organizzato dalla CGT e da Solidaires (a cui si aggregate alcune federazioni di FO), ed ha visto manifestazioni partecipate da 300.000 persone in circa duecento città, secondo la principale centrale sindacale francese. Queste mobilitazioni hanno visto sfilare insieme giacche rosse del sindacato e GJ che hanno partecipato in massa per la prima volta ad una iniziativa sindacale, a cui si sono uniti sia gli [...]

Francia: qualcuno si ricorda di Gavroche? è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Giacomo Marchetti

Con lo sciopero generale del 5 febbraio il movimento in Francia è entrato in una nuova fase.
L’arresto dal lavoro di 24 ore è stato organizzato dalla CGT e da Solidaires (a cui si aggregate alcune federazioni di FO), ed ha visto manifestazioni partecipate da 300.000 persone in circa duecento città, secondo la principale centrale sindacale francese.
Queste mobilitazioni hanno visto sfilare insieme giacche rosse del sindacato e GJ che hanno partecipato in massa per la prima volta ad una iniziativa sindacale, a cui si sono uniti sia gli studenti delle medie superiori, talvolta in testa al corteo, che e quelli universitari autori di blocchi delle proprie università e dei campus.

I media italiani hanno di fatto censurato la giornata francese, continuando quella sorta di “congiura del silenzio” su ciò che avviene Oltralpe da più di due mesi. Quando non si sceglie l’omertà tout court non si forniscono gli elementi minimi di comprensione, ci si concentra su figure del tutto secondarie e marginalizzate delle mobilitazioni tanto più rappresentati mediaticamente quando privi di seguito (soprattutto se di estrema destra o creatori di fantomatiche liste elettorali Gilets Jaunes), si fanno circolare notizie in chiave spettacolare-sensazionalistica concentrandosi sugli scontri nella capitale parigina, quando non si creano vere e proprie fake news (i servizi segreti francesi che avvertono Macron di un possibile colpo di stato alla vigilia di un importante anno di protesta!).

Così come lo sciopero generale non è stato minimamente menzionato, lo stesso trattamento è stato riservato alla prima “assemblea delle assemblee” nei pressi di Commercy tenutasi il 26-27 gennaio, in cui più di settanta realtà di gilets jaunes, con 200 partecipanti, hanno dato vita – su proposta dell’Assemblea Generale di Commercy – a due giorni di intenso dibattito.
I mezzi di comunicazione in Francia hanno dato ampio risalto all’avvenimento e fornito cronache puntuali della discussione – trasmessa integralmente in streaming – con ottimi reportage da parte di “Reporterre”, “Mediapart” e “Libération”. Anche “Le Monde” ha dedicato spazio al resoconto dei due giorni, ma in Italia non se ne trova praticamente traccia anche tra gli apologeti della democrazia diretta.

Una delle ragioni di questa doppia omissione, verrebbe da pensare, è che questi due avvenimenti (la loro partecipazione e i contenuti emersi) distruggono alla radice la rappresentazione mediatica che anche il ceto intellettuale residuale della sinistra radicale ha voluto dare di questo inedito movimento transalpino, incapace di capire come materialmente si manifesta la lotta di classe nel XXI secolo.
Eppure un arco di forze politiche ampie (FI e NPA, “ecologisti radicali”, movimenti dei quartieri popolari, ecc.) ha colto l’importanza sia del primo momento di confronto diretto tra delegati dei GJ, sia del primo sciopero generale che ha visto una prima convergenza effettiva del “blocco sociale della crisi” espressosi dal 17 novembre.

Mentre con l’assemblea di Commercy il movimento cerca di darsi una organizzazione diretta ed indipendente basata sulle assemblee locali, e non sulle decisioni delle figure di spicco emerse nel corso di questi due mesi, comunque importanti e determinatissime – Eric Drouet, Maxime Nicolle (alias “Fly Rider”), Priscilla Ludosky, Jerôme Rodrigues – con lo sciopero i GJ recuperano quel margine di fiducia necessaria verso quei corpi intermedi che anche se dissanguati e marginalizzati possono concorrere a mobilitare e ad impattare maggiormente sull’economia, oltre a fornire una struttura organizzata fatta di sedi fisiche, e connessioni territoriali e di categoria, rispolverando uno storico strumento del conflitto capitale/lavoro: lo sciopero generale.
Due dei momenti più alti di mobilitazione popolare francese hanno avuto proprio nello sciopero generale il loro culmine: le mobilitazioni durante il Fronte Popolare e il Maggio 1968.

Un aspetto importante è il fatto che stia sempre più emergendo la critica “spietata” al sistema mediatico, con una maturazione della coscienza critica che comprende il valore inestimabile dell’informazione fatta attraverso gli strumenti che “la società dello spettacolo” ha democratizzato con la digitalizzazione e le fonti d’informazione alternativa che erano in precedenza patrimonio di una cerchia ristretta di attivisti e tendenzialmente appannaggio delle classi urbane istruite.

Come dimostra la recente ricerca pubblicata su “Le Monde” – divisa in tre parti – che setaccia i “topoi” dei GJ nella sfera della comunicazione digitale, la questione della violenza dello stato è diventata una delle principali questioni, a cui tra l’altro l’Atto XII è stato interamente dedicato. Un movimento di massa ha conosciuto quella guerra civile a bassa intensità prima riservata da parte dello Stato e dei suoi apparati solo a contesti di lotta localizzati – la ZAD di Notre-Dames-Des-Landes per esempio -, vertenze sindacali di una certa intensità – la lotta degli cheminots contro le privatizzazioni -, i Territori D’Oltre Mare (all’isola della Reunion Macron ha inviato ben presto l’esercito dopo il 17 novembre), o i quartieri popolari.

Il tema della violenza poliziesca fino ad ora patrimonio di una rete di attivisti agguerriti – Il Comité Adama o Desarmons-les! Per non citare che i più conosciuti – è diventato un portato della coscienza politica diffusa, di cui anche i media mainstream sono costretti a parlare, alimentando involontariamente questo processo di crescita.

Forse la sinistra “nostrana” deve ancora maturare ciò che Victor Hugo maturò nel 1841 quando si rese conto della stigmatizzazione negativa che si dava, usando i termini populace e misérable, agli ultimi, che saranno poi i protagonisti di uno dei migliori affreschi del riscatto sociale dell’Ottocento…

Se Gavroche vivesse oggi in Francia, probabilmente porterebbe un gilet giallo e sarebbe considerato un “casseur”.

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Non morire delusi. Discussione a margine sui Pasti Marginali https://www.carmillaonline.com/2019/02/08/non-morire-delusi-discussione-a-margine-sui-pasti-marginali/ Thu, 07 Feb 2019 23:01:58 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=51021 di Riccardo Canaletti

Presentiamo di seguito l’intervista ad Angelo Canaletti, autore di due romanzi noir (Storie di Pasti marginali e Antipasti marginali, usciti entrambi per le Edizioni Creativa) che perfettamente si inseriscono nel filone percorso anche da altri componenti del collettivo “sedicente intellettuale” di cui Canaletti fa parte: la “Carboneria letteraria”. Una realtà alla quale l’autore deve molto, penso ad altri romanzi come La notte apparente di Alberto Cola (altro carbonaro); ma una realtà che sa prendere molto anche dall’autore, dotato di sottile ironia e di grande conoscenza storica del periodo che va [...]

Non morire delusi. Discussione a margine sui <em>Pasti Marginali</em> è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Riccardo Canaletti

Presentiamo di seguito l’intervista ad Angelo Canaletti, autore di due romanzi noir (Storie di Pasti marginali e Antipasti marginali, usciti entrambi per le Edizioni Creativa) che perfettamente si inseriscono nel filone percorso anche da altri componenti del collettivo “sedicente intellettuale” di cui Canaletti fa parte: la “Carboneria letteraria”. Una realtà alla quale l’autore deve molto, penso ad altri romanzi come La notte apparente di Alberto Cola (altro carbonaro); ma una realtà che sa prendere molto anche dall’autore, dotato di sottile ironia e di grande conoscenza storica del periodo che va dagli anni ’68/’69 fino ai nostri giorni. In questa compagine di eventi due elementi saltano all’occhio: una grande capacità di creare intrecci che sappiamo mettere in dialogo passato e vicende presenti (in particolare il periodo che gravita intorno al ’77 e il presente inteso come categoria, ovvero un presente che non si riduce mai ai fatti di un protagonista, e di pochi personaggi connessi, ma che si apre alla complessità che, per le stesse parole dell’autore, fa un po’ da sostrato alla trama dei suoi romanzi); e una grande capacità di fare critica di quei tempi, di quei movimenti, ma senza mai arrendersi a inutili disfattismi. Abbiamo ironia, autocritica, analisi e narrazione che, in una più che armonica (e leggera) costruzione letteraria come quella del romanzo/racconto resa in brevi capitoli, agili, ognuno dei quali resta come un’immagine quasi fosse un track di un album musicale, fanno luce su varie vicende, vari concetti mai chiariti, o i cui chiarimenti non sono mai stati accettati dai più.

Altra questione importante è quella che vede scansare qualunque forma di ortodossia (gramsciana, leninista, etc.) per concedersi, proprio tramite l’autocritica e l’ironia, a una visione delle cose meno “dogmatica” e/o “universale”, potremmo dire “antireligiosa”. La violenza, elemento su cui si basa la storia, non è mai uno strumento assoluto, un qualcosa da difendere o celebrare. La violenza non è mai un fine, uno scopo. La violenza è solo la risposta, la “reazione” ad una vita che è, per il novantanove percento del tempo, non violenta, assuefatta alle logiche dell’economia, della politica e del lavoro. Guardare al mondo del vissuto, invece che al mondo delle scienze (se volessimo mantenere una distinzione che già Edmund Husserl, padre della fenomenologia, aveva fatto), significa lasciare aperto il campo dell’incertezza, del probabile (e dell’improbabile). Significa non assicurarsi nessun risultato, ma mirare all’azione, un’azione che, lontanissima dall’idea “corporativista” di alcune realtà armate del secolo scorso, si snoda nella giornata dei due protagonisti, Umberto e Gino, uomini normali ma stanchi di abbassare sempre la testa.

In questo dialogo parleremo del primo libro, Storie di Pasti marginali

Come è venuta l’idea del libro? I personaggi, ad esempio, non sembrano prendersi sul serio, eppure sono dotati di una certa coscienza politica e anche di una determinata cultura. Umberto e Gino, due figure in qualche modo autobiografiche?

Smontiamo gli equivoci: cinque o sei anni separano la mia biografia da quella dei personaggi. Loro erano a Roma nel ’77, io alle medie, a Civitanova Marche. È evidente che condividiamo una biografia culturale e lo spirito politico è affine. Eppure le motivazioni sono altre, a cominciare da una certa insofferenza per romanzi e cinematografia dedicata a poliziotti bravi e buoni, magistrati raffinati e risolutivi, giudici simpatici e benevoli. Qui si vuole narrare delle storie di due antagonisti; gli eroi, i buoni, sono fuori dalla legge, esercitano il loro intelletto per sfuggire alla legge. Riprendono cioè il meglio, a mio parere, dell’esperienza delle lotte autonome degli anni Settanta e delle fughe conseguenti. Senza cedere troppo alla seriosità. Anzi, direi, cedendo assai poco. Per questo li ho descritti spesso nella loro imbranataggine.

Nel romanzo narrazione e riflessione politica si alternano in equilibrio, ma in dei punti della storia quest’ultima sembra prevalere sul racconto. C’è un tentativo di difesa, di ripresa, o si vuol semplicemente sottolineare come azioni del genere non siano prive di senso?

Bene, è pur sempre un romanzo, e quindi la vicenda è una storia di fantasia, non si pretende di descrivere un atto nel senso di auspicarlo. Il fatto in sé è funzionale al racconto e allo sviluppo della trama e dei personaggi. Resta il fatto che ciò che è auspicabile è la rivolta, ovvero il desiderio di rivolta. Non so quali azioni siano sensate, ma ritengo assai sensato ragionare sul tempo presente per mettere a fuoco quanto sia insensato e spesso meno favorevole di quello che negli anni Settanta ha scatenato rivolte sociali nel cosiddetto Occidente industrializzato. La politica è vista come critica della politica e fa da controcanto all’attuale rimozione della politica.

La “risposta al Capitale” dei protagonisti è fortemente ironica, seppur mai ridicola. È una forma di violenza, in qualche misura? O dobbiamo guardare ad Umberto e Gino solamente come due uomini delusi? Sono, cioè, dei perdenti da compatire (io non credo) o personaggi con una loro forza che sta negli ideali, più che nella realizzazione?

Ecco, questo non è facile a dirsi. Sono dell’idea che i due atteggiamenti convivano. Perché è umano avere ideali anche quando si sente il peso della sconfitta o dell’emarginazione. Eppure io credo che prevalga in Umberto e Gino un percorso ancora diverso: la loro strada è lunga, a partire da quegli anni ribelli fino a Pasti Marginali. Tra delusioni, discussioni e ripresa dell’azione, riescono comunque a mantenere una loro lucidità e capacità di analisi. Sicuramente qualcuno li compatisce, altri ancora riconoscono le loro idealità, e molti li ignorano. Loro scelgono un percorso “violento” nel senso che si muovono al di fuori del consentito e infrangono la tranquillità delle vittime, in un caso si scontrano con la morte. Ma non è una scelta basata sulla violenza come meccanismo perfetto e ineludibile, riconduce di più a una necessità, ad un mezzo opportuno e mai osannato in quanto tale. Per intendersi, non mimano la lotta armata brigatista, ma si rifanno agli espropri proletari. Due pratiche che nell’essere diverse operativamente connotavano due idee diverse di rivolta e di coinvolgimento sociale.

Sempre parlando dei protagonisti, non si può certo definirli eroi. Eppure si parteggia per loro, per via della loro simpatia e della loro umanità. È stata una formula calcolata o i personaggi sono cresciuti con la storia e con l’autore?

Difficile rispondere. Prima di tutto perché non sono un professionista della scrittura e non so muovermi tra gli argomenti propri della letteratura e dei suoi meccanismi codificati. Dico che sono eroi in quanto protagonisti e che la loro forma si è data nel corso della stesura e nel fluire delle idee narrative. L’intenzione di guardare tutto con occhio ironico è sicuramente voluta, come pure il mio parteggiare per le loro scelte in contrasto con quelle di buon senso di molti altri personaggi. Come pure è esplicito il desiderio di mettere in cattiva luce l’ex poliziotto e il magistrato. Poi, nello scrivere, la storia si sviluppa in modo a volte imprevedibile per chi la scrive.

Passando agli altri personaggi, che non potrebbero in qualche modo non definirsi anche loro protagonisti, la domanda più spontanea è: perché questo interesse nel tratteggiare con tanta perizia anche psicologica delle figure, potremmo dire, alla periferia della vita? degli esclusi (penso alla prostituta)

Penso che la prostituta, Svetlana, sia il personaggio puro per eccellenza. Nella sua vita carica di esperienza negative, lei svetta come elemento di candore, anche quando esercita la sua professione o pensa al suo futuro da modella. È una ragazzina che vorrebbe essere tale ma si ritrova a vivere in quel modo a causa di una vita in cui lei non ha potuto mai dare precedenza alle sue scelte. Su di lei si concentra tutto il mio affetto. Per gli altri protagonisti, come dici giustamente, il mio obiettivo era quello di renderli attori essenziali allo sviluppo delle vicende. Non credo che ci possano essere figure umane di secondo piano, anche quando sono tra quelli che io disdegno e tratteggio in modo non positivo. L’attenzione per ognuno è un modo per rendere efficace la vicenda di ognuno nell’economia di questa storia.

Il paesaggio assume un ruolo non solo di cornice ma ha, anzi, impresse tutte le caratteristiche “sociali” del contesto in cui esso sussiste (Nord Europa, Marche, etc.). Cosa significa paesaggio? E qual è il luogo a lei più vicino nella storia, non necessariamente geograficamente?

Amo il freddo, quindi la finale Norvegia assomiglia al mio paesaggio ideale. Che poi è il senso del racconto, l’adozione dell’idea di fuga come ribellione e non come ritirata. L’esodo come rivolta, secondo i ragionamenti di molti autori a me cari rintracciabili in una pubblicazione periodica di qualche anno fa, titolata Luogo Comune. Ma ogni luogo ha un senso, un suo senso. Dalla metropoli alla provincia, alle regioni in ebollizione sparse per il pianeta. Ogni luogo è un’esperienza ò la conoscenza di altre esperienze. Certamente un luogo non è solo geografia. E i luoghi a cui mi riferisco sono sempre antropizzati, non ho un’idea positiva della natura in sé. Non mi interessa proprio sapere che ci sono delle belle cascate, mi interessa vederle o studiarle o capire come farne buon uso. Che non vuol dire sfruttare la natura, ma semplicemente interagire con la natura. Senza umanità non trovo i valori naturali di particolare interesse. Dove si sviluppa la storia si sviluppa una parte di umanità irrequieta. Inoltre, ogni luogo è simbolo di una contraddizione.

La tematica politica, ritorniamoci, si presta bene a certe riflessioni. Non c’è apologetica, ma non c’è nemmeno delusione. Come guardare agli eventi del ’77 e del ’68?

Ogni processo storico è bene che si connetta sempre al suo tempo. Le riproposizioni fanno diventare tutto tragedia o farsa. Io ritengo estremamente utile capire quei processi e quei periodi, coglierne la portata e valutarne le assurdità che pure erano presenti. Il fatto più interessante è che nei movimenti dal ’68 al ’77 si è dato vita a una capacità elaborativa di quel presente in grado di prefigurare lo sviluppo futuro della società dell’Occidente industrializzato. La riduzione del tempo di lavoro, la comunicazione come fattore produttivo, l’automazione e le migrazioni dal sud del mondo, per dirne alcune. E la necessità di scardinare il patto tra capitale e movimento operaio ufficiale, con annessi sindacati, per dare corso allo sviluppo di desideri e bisogni immediati. Quello che è importante e non è morto era e resta la voglia di lottare contro il presente, di non accettarlo preconfezionato e definito per legge.

Nella misura in cui ci si appresta a leggere questo noir con gli occhi critici di un lettore attento, non può che nascere alla fine un sentimento di rivolta, una voglia vicina a quella di Umberto e Gino. Qualche formula per quest’epoca? Qualche consiglio per i giovani che vorrebbero non cedere alle lusinghe e alle violenze della coercizione e del Capitalismo?

Non si danno consigli a chi è giovane, si vorrebbe essere giovani e basta! Sono io che li attendo da voi, buoni consigli per non morire delusi.

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Non morire delusi. Discussione a margine sui <em>Pasti Marginali</em> è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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