Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Tue, 01 Dec 2020 06:47:01 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.16 Lo Specialista e John Rain https://www.carmillaonline.com/2020/11/30/lo-specialista-e-john-rain/ Mon, 30 Nov 2020 21:24:24 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=63641 di Shi Heng Wu

In un un paio di recensioni i lettori hanno evidenziato una corrispondenza tra il mio primo romanzo Lo specialista e le opere di Barry Eisler, che veniva definito “il sommo”. Ammetto che non conoscevo questo scrittore. E’ una delle mie lacune, ho pensato, e come tale devo cercare di superarla.

Così mi sono documentato sull’autore americano e ho cercato qualche suo libro in biblioteca. Ho scelto Rain Storm, anche per il sottotitolo: Pagato per uccidere. Due killer dunque, lo Specialista e il nippo-americano John Rain. Confronto e [...]

Lo Specialista e John Rain è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Shi Heng Wu

In un un paio di recensioni i lettori hanno evidenziato una corrispondenza tra il mio primo romanzo Lo specialista e le opere di Barry Eisler, che veniva definito “il sommo”. Ammetto che non conoscevo questo scrittore. E’ una delle mie lacune, ho pensato, e come tale devo cercare di superarla.

Così mi sono documentato sull’autore americano e ho cercato qualche suo libro in biblioteca. Ho scelto Rain Storm, anche per il sottotitolo: Pagato per uccidere. Due killer dunque, lo Specialista e il nippo-americano John Rain. Confronto e ricerca di corrispondenze mi sembravano ideali.

Devo dire che l’inizio non è stato dei migliori. La scrittura “bassa” mi sembrava un po’ troppo tale. Va fatta una premessa: bassa non significa inferiore allo stile “alto”. Anche perché la scrittura alta, o elevata, offre il fianco all’autoreferenzialià, all’esibizionismo, che risulta stucchevole. La bassa è diffusa nel genere thriller perché è semplice, senza sbavature, si presta a veicolare le storie, gli intrighi, i colpi di scena. Tecnicamente è indicata per accompagnare il lettore nelle avventure, per tenerlo incollato alla pagina. In un certo senso è una lingua da favole, favole nere, criminali.

Però un’espressione come “C’era poca gente in giro” mi sembrava un luogo comune linguistico, una battuta da bar. Ma mi sono imposto di andare avanti, perché conosco il mio approccio critico a priori, la mia tendenza iniziale a respingere.

Poi la storia decolla. Lo stile è preciso, zeppo di specifiche tecniche, non pedante, ma necessario nel thriller. I lettori thrilleristi amano le armi, i calibri, i tipi di pallottole, i tiri utili, i mirini laser, e in questo anche lo Specialista fa la sua parte usando le armi alla moda, pistole, esplosivi, mitragliette. Forse è una specificità tipicamente maschile, quando giocavamo con le pistole e i fucili. Anche gli ambienti sono rappresentati in modo esatto, e qui emerge una differenza rispetto allo Specialista. John Rain se ne intende di tutto, e apprezza tutto: hotel e ristoranti di lusso, di cui conosce i piatti prelibati, le marche di vini costosi, i whisky, i cocktail; se viaggia ama la prima classe, dove servono lo champagne. I locali sono sempre descritti con dovizia di particolari, gli arredi, il servizio.

Lo Specialista è indifferente a tutto questo. E’ un monaco, non beve alcol se non per esigenze di lavoro, è vegetariano e non si dilunga in descrizioni. Per lui gli ambienti sono scenari che lo riguardano solo in funzione del suo lavoro: eliminare i soggetti ostili.

E qui c’è una corrispondenza: entrambi i killer uccidono altri criminali. Entrambi sono distaccati, privi di scrupoli, anche se John Rain ogni tanto si abbandona a sentimentalismi che fanno un po’ sorridere in un assassino che spezza il collo di una vittima con una mossa di arti marziali.

Ed ecco l’affinità elettiva principale tra i due: lo Specialista è un campione di kung fu, John Rain di Judo. Ma non mancano le differenze. Il kung fu dello Specialista è acrobatico, come in certi film cino-coreani, spettacolare quanto basta per renderlo favolistico, da super eroe. Il judo di John Rain è più tecnico, più “umano”; richiede descrizioni di prese, di posizioni complesse. Il kung fu è imbattibile, può abbattere un numero imprecisato di nemici, come in Kill Bill, o in Zatoichi, il capolavoro di Takeshi Kitano. Il judo è più verosimile, più vulnerabile, da eroe non “super”. Lo Specialista è un TQ nel pieno delle proprie forze, John Rain un cinquantenne che inizia a perdere colpi. Il lettore partecipa ai suoi limiti, condivide le sue debolezze, mentre con l’efficienza aliena dello Specialista sogna e si esalta, combatte le proprie paure.

La storia di John Rain tiene, l’autore riesce a non impantanarsi nelle complicanze e nei grovigli che spesso diventano inestricabili. Ci sono gli ingredienti della spy story, la CIA ambigua e letale, i doppi e i tripli giochi, il sospetto perenne, il tradimento sempre latente. Barry Eisler ha fatto ricerche sterminate, tecniche, geografiche: una imponente task force di collaboratori e consulenti lo ha assistito nelle arti marziali, le indagini, lo spionaggio digitale, la sorveglianza, l’autodifesa, addirittura la moda e la gastronomia. La definizione “Il più grande autore di thriller americano” mi sembra adeguata.

La storia dello Specialista è più semplice, perché l’intreccio non è il vero elemento portante. L’avventura, i colpi di scena, la violenza gli servono soprattutto per un fine: scoprire chi è, quali sono le origini del male, dei luoghi oscuri che si porta dentro, nonostante il suo animo apparentemente gelido e iper funzionale.

Il finale è il punto più delicato. Come li terminiamo questi mercenari, questi assassini? Li facciamo redimere? Barry Eisler si è posto il problema. In una intervista ha detto di John Rain: “Anche se agisce male ha un senso dell’onore, è buono con gli amici, è leale, e attorno a lui ci sono queste persone corrotte e false, e in paragone a loro lui è un personaggio positivo”. Positivo: può esserlo un assassino prezzolato? Ma se li facciamo redimere poi come la mettiamo con la serialità, le nuove avventure?

Barry Eisler se la cava sbandando un po’ di qua, un po’ di là. La vicenda si è conclusa con successo e arriva il momento del meritato riposo del guerriero. E anche della riflessione. Il classico “tirare le somme”. Emerge qualche scrupoletto sulla vita e la morte, ma niente di che; persino una folata di sentimentalismo passa e va. Non manca neanche lei, la strafiga misteriosa e, forse, pericolosa: “Era bellissima. Semplicemente… bellissima.” Ma poi che farà John Rain? Ovvio, continuerà con l’onesto mestiere di killer, ma chissà, il flusso del destino, l’ignoto…

E’ un finale abbastanza deludente, ma davvero non si sa quale altra soluzione si sarebbe potuta studiare per uno che ammazza la gente e tale deve rimanere. Forse avrebbe potuto essere tipo I’m proud? Io sono un assassino e sono fiero di esserlo, non me ne frega niente del mondo. Un eroe negativo fino in fondo, come gli assassini onesti di Suburra; o, per tornare all’antica epica patinata americana, Il Padrino.

Io, per me, ho fatto de lo Specialista un assassino totale, puro come un cristallo. Uccide in modo scientifico, senza dubbi o rimorsi. Ma non mi è possibile scrivere senza etica, o evocarla tanto per disimpegnarmi quanto basta. Per cui niente spiagge tropicali col cocktail e la coguar al fianco, ma un viaggio abbastanza spaventoso nell’antico, alla ricerca della propria origine.

Il thriller muta in thriller storico, quando tutto ebbe inizio, alla ricerca di una luce nel mondo morto, di una nuova consapevolezza. Forse persino della redenzione.

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Lo Specialista e John Rain è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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La sagra delle anime perdute: L’âge d’or https://www.carmillaonline.com/2020/11/29/la-sagra-delle-anime-perdute-alternative-metal/ Sun, 29 Nov 2020 21:30:20 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=63562 (La sagra delle anime perdute è un passaggio di Insomnia di Stephen King. Ora è una miniserie di racconti politicamente scorretti ambientati… nella società perduta.)

di Mauro Baldrati

Abito in San Donato. Polvere, veleno, rumore. Morti, sono tutti morti. Cadaveri che camminano. Mummie al volante. Ectoplasmi col passeggino. Anche Dorian è morto. E’ già sepolto. La sua sentenza capitale è stata la perdita del lavoro, quel giorno è salito sul patibolo. Il suo padroncino di autocarri è fallito, i camion confiscati, Dorian a terra con la liquidazione vaporizzata. La moglie lo ha lasciato, [...]

La sagra delle anime perdute: <em>L’âge d’or</em> è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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(La sagra delle anime perdute è un passaggio di Insomnia di Stephen King. Ora è una miniserie di racconti politicamente scorretti ambientati… nella società perduta.)

di Mauro Baldrati

Abito in San Donato. Polvere, veleno, rumore. Morti, sono tutti morti. Cadaveri che camminano. Mummie al volante. Ectoplasmi col passeggino.
Anche Dorian è morto. E’ già sepolto. La sua sentenza capitale è stata la perdita del lavoro, quel giorno è salito sul patibolo. Il suo padroncino di autocarri è fallito, i camion confiscati, Dorian a terra con la liquidazione vaporizzata. La moglie lo ha lasciato, anzi, l’ha buttato fuori di casa. Come farò ora? Ripete continuamente. Come farò a cinquantatre anni? E piange.
Cinquantatre anni, salito sul patibolo.
Io no. Non piango. Ne ho sessantadue, e sono vivo. Ho smesso di vagare per le agenzie interinali, smesso di sedermi di fronte a quelle ragazzotte e a quei ragazzotti sempre al telefono con lo sguardo perso nel loro vuoto nevrotico.
All’inferno le interinali. All’inferno tutti loro, il Presidente della Repubblica Cosmodemonica, il partito dei riformisti beat, i direttori, i dottori, gli avvocati. Il vostro mondo sta sprofondando in un pantano di merda. E quando finalmente esalerete l’ultimo respiro io canterò. Sarà un canto stonato ma canterò. E danzerò sulle vostre carogne verminose.
Non ho soldi, né risorse, né speranze. Non ho il computer, né la televisione, né il telefono. E sono felice. Fino a tre mesi fa pensavo di essere libero. Ora non lo penso più. Lo sono.

Mentre cammino per via Lame, con le orecchie dritte, lo sguardo attento, vedo il tipo in camicia bianca e cravatta che accosta l’Audi A5 Sportback al portico, scende di getto lasciando la portiera spalancata e corre all’edicola. Il motore è acceso, pronta per me. Una manciata di secondi, mezzo minuto per il giornale o un’informazione, ma io sono più svelto. Salto a bordo, ingrano la prima e parto. Lo vedo nello specchietto mentre corre in mezzo alla strada e si sbraccia.
Guido veloce ma prudente fino alla carrozzeria Naldi. Parcheggio sul piazzale asfaltato, sotto agli alberi, accanto alle auto incidentate.
Naldi mi vede, si avvicina trafelato. Faccia da topo, capelli grigi scarmigliati, mani pulite. Non lavora lui, amministra. Fa lavorare gli operai, uno anziano, il capo, e un rumeno taciturno sempre incazzato.
Fissa l’Audi con le sopracciglia aggrottate. Non dice una parola.
“Nuova di pacca” faccio.
“Mettila dentro subito” dice, furtivo, indicando il capannone.
“Te lo sogni.”
Non mi lascio fregare da Naldi. Mettila dentro che vediamo.
“Dimmi quanto mi dai e caccia fuori i soldi.”
“Mille.”
“Tu sei matto” dico. “Mille per questa qui? Ne vale cinquantamila. Ed è nuova.”
“Lo sai com’è. Devo mandarla giù a Napoli, è rischioso.”
“Cazzi tuoi. La porto alle Roveri. Mille è una miseria.”
“Quelli delle Roveri sono dei marocchini, non si lavora coi marocchini.”
“E te cosa sei?” sbotto. Per Naldi i marocchini non sono gli abitanti del Marocco, ma quelli non affidabili, poco seri. I ladri disonesti insomma. “Ha solo 8000 chilometri. Dentro c’è il libretto e tutto.”
“Millecinquecento e punto. Se non ti va bene portala pure dai marocchini.”
Taglia corto, inutile insistere. E in fondo non mi frega di insistere. Millecinquecento euro mi stanno bene. Un colpo di culo favoloso.
“Dammi i soldi.”
“Mica li ho in contanti, cosa credi? Poi viene un balordo come te e mi rapina. Mettila dentro, sbrigati.”
Già, la rapina. Con una bella botta in testa. Ci penserò.
“Naldi, o mi dai i soldi in mano o me ne vado” faccio, guardando l’Audi.
Si gratta la testa, fa una smorfia.
“Aspettami qui. Devo andare in banca a prelevare. Torno tra mezz’ora.”
Gira i tacchi, va verso il capannone, inforca un motorino e parte a gambe larghe, come una specie di farfallaccia in caduta libera.
Dieci bigliettoni da cento e dieci da cinquanta.
Una cosa favolosa.

Quando Naldi torna coi soldi vado al supermercato coop, compro due bottiglie di Montepulciano, formaggio parmigiano, lasagne al forno precotte, frutta, caffè, dolcetti, uova, piselli in scatola, insalata. Pago con un cinquanta, con una sorta di gioia trionfale. Sorrido alla cassiera, una bella signora mora, che ricambia.
Fuori dal supermercato c’è una bicicletta legata a un lampione con un lucchetto ridicolo. Due occhiate in giro e lo apro in un secondo col coltellino passepartout.
Infilo i sacchetti nel manubrio e pedalo fino in San Donato. A casa.

Il nostro antro è in un quartiere lebbroso, un’accozzaglia di edifici abitativi decrepiti, magazzini e negozi vuoti con le serrande marce, aiuole spelacchiate, asfalto crepato. Siamo dietro a un centro di distribuzione di abiti per famiglie povere, con un viavai continuo di donne africane, vecchi, bambini zingari che corrono dappertutto urlando. E’ un magazzino o un laboratorio dismesso, che il Crotalo – uno strozzino che gestisce un campo nomadi abusivo in un cantiere abbandonato – ci ha affittato in cambio di tre etti di marijuana all’anno, che io e Dorian coltiviamo lungo l’argine del Reno. E’ un androne alto sei metri, con finestroni a filo del soffitto, i muri velati di una muffa nera, il pavimento di cemento grezzo. Non c’è riscaldamento, abbiamo installato una grande stufa a legna che produce un caldo favoloso, e per l’acqua abbiamo fatto entrare una derivazione da una fontana in cortile. Poi ho alzato due pareti di legno truciolare alte tre metri, perché voglio la mia stanza da letto, non mi va di condividere lo spazio con quello scorreggione depresso di Dorian.
Dorian è seduto al tavolo di cucina, con la testa tra le mani. Immagine abituale, ci ho fatto il callo ormai. Non alza la testa, non mi saluta.
“Oi!” grido, mentre sbatto i sacchetti sul tavolo. Apro lo sportello del frigorifero, metto dentro gli alimenti.
Dorian mi guarda, segue i miei gesti. Ha gli occhi rossi, avrà pianto come al solito.
“Che è?” fa, con voce arrochita.
“Ho fatto su una bici” dico.
Non mi va di scendere nei particolari, non è necessario che Dorian sappia che sono in pilla.
“Uh.”
“Stasera organizziamo una bella cenetta, pensavo di invitare quelle due” dico.
Una prospettiva favolosa. Quelle due sono una donna afro che faceva le pulizie dal padroncino di Dorian e una sua amica tunisina. Rappresentano il mio ideale di donna di questo periodo: floride, calde, accoglienti, di una bellezza strato.
“Uh” fa di nuovo Dorian.
“Ma vuoi tirarti un po’ su, perdio?” sbraito, scrollandolo per una spalla. Trovo insopportabili i tipi tristi e pessimisti. Quelli che si conformano al mondo morto, che cercano di assomigliare ai cadaveri che camminano.
“La fai facile te. Anche oggi ho fatto un giro per agenzie. Niente. Alla mia età nessuno ti offre nulla. Mi dici come faccio a tirare avanti?”
Alla mia età? E io come faccio? Cazzo te ne frega del lavoro? Mettiamo altre piante di maria, ci arrangiamo.”
“Sì, e prima o poi ci beccano e andiamo al gabbio.”
Basta, ci rinuncio. Con Dorian è tutto un problema, tutta una sconfitta. Va sempre male, e domani andrà peggio.
Domani non esiste. Esiste oggi. E io oggi sono libero e in buona salute.
Esco di nuovo, vado in farmacia e, facendo la sceneggiata con una bella farmacista dall’aria favolosamente borghese, la convinco a darmi una confezione di valium senza ricetta.

Ci siamo. La serata è iniziata. Verso il vino, rido con la pancia e con la gola. Di me dicono che ho una risata torrenziale, contagiosa. Dicono che comunico la mia allegria all’ambiente. E che dovrei fare, piagnucolare come Dorian?
Comunque stasera anche il mio socio maniaco depressivo ride, scuotendo la testa. E ridono Amina e Nidal, la tunisina che mi piace da matti. Ha 67 anni, opulenta, coi capelli tinti di un biondo chiarissimo, quasi bianchi. Ha un nasino all’insù che regala uno stile unico alla sua faccia rotonda, con le guance soffici come paste alla crema. Anche Amina è bellissima, giovane, cinquantenne, opulenta quasi quanto Nidal, nera del centroafrica, coi capelli lisciati, lucidi. Ha il rossetto e le unghie rosso scarlatto, sgargianti. D’un tratto spalanca i suoi grandi occhi, che sembrano fanali neri nella notte profonda, e indica un punto alle mie spalle. Mi giro verso l’angolo cucina e vedo uno scarafaggio di ragguardevoli dimensioni che si muove lento sopra al lavello.
Rido e alzo le spalle, mentre Dorian fa un balzo verso l’insetto, che si è già eclissato dietro al lavello.
“Qui ci sono loro” dico. “Abbiamo provato di tutto, polveri insetticide, trappole, ma tornano sempre. E allora che ci stiano, questi stronzetti. Vivono dietro il lavello, non si allargano troppo. Ogni tanto ne cade qualcuno nel minestrone.”
“Ohhh!” esclama Nidal, con una mano davanti alla bocca, e guarda seria il suo piatto di lasagne.
“Non preoccuparti” la tranquillizzo. “Queste sono precotte.”
Ridiamo.
Mi verso in gola una bicchierata scurrile di Montepulciano, ne verso a Nidal e Amina. Dorian ha il bicchiere ancora pieno. Non beve, gli basta la sua disperazione, che ha di nuovo preso il sopravvento, come avevo previsto. Non ha spazio per altro.
Cerca di vuotare il sacco con Amina. La sta deprimendo coi suoi discorsi mortiferi.
“Non si trova niente, capisci? Non ti permettono di costruire nulla.”
Cala un’atmosfera cupa. Amina ascolta a testa bassa, con aria afflitta. Lei stessa fa le pulizie in nero, ha lo sfratto, non vede prospettive. Perfetto, spalanchiamo le porte ai presidenti degli zombi, permettiamo loro di invadere anche le nostre case, le nostre menti. Offriamo loro su un piatto d’argento il sangue caldo delle nostre vite pulsanti. Non aspettano altro.
Se non intervengo subito la serata è rovinata. Amina e Nidal se ne andranno da qui tristi e deluse.
“Bene, ci facciamo un bel tè allegro ?” dico a voce alta, sbracciandomi come un attore di teatro.
L’allegro è tè verde con le foglie di maria. Le ragazze lo sanno. Anche Dorian lo sa, e ogni volta lo beve sperando di ridere un po’. Invece su di lui ha l’effetto opposto. L’erba sintetizza i suoi stati d’animo, li purifica per così dire. La sua depressione diventa assoluta, come una formula matematica.
Così lo aiuto. Verso nella sua tazza cento gocce di valium. Non ha quasi toccato il vino, con la maria avrà un effetto soporifero senza complicazioni.
Infatti dopo neanche un quarto d’ora inizia a ciondolare la testa, mentre noi ridiamo di tutto, degli scarafaggi, del vecchio divano coi cuscini logori, del fatto che non posseggo un telefono cellulare e sono un cavernicolo. Rido con gli occhi intrecciati con quelli di Nidal, colorati come i datteri della sua terra.
Intanto tengo d’occhio Dorian.
“Sarà meglio che ti metti a dormire” dico, in una pausa dalle risate.
“Uh” fa Dorian.
“Noi ci tratteniamo ancora una mezz’oretta, poi andiamo tutti a letto” soggiungo.
Dorian si alza barcollante, saluta confusamente, si ritira nel suo box. Lo seguo con lo sguardo, cerco di valutare se devo accompagnarlo. Ma ce la fa con le sue gambe. Meglio così. Aiutarlo, sostenerlo come se fosse un disabile imprimerebbe una svolta malata all’energia allegra che scorre tra noi.
Restiamo noi tre, finalmente. E’ la situazione ideale per me. Da solo con una donna avverto sempre una certa tensione, un confronto tra me e lei. Ma con due la felicità esplode, le battute si incrociano, l’eccitazione sale.
Mi avvicino, prendo le loro mani, le accarezzo. Mi siedo in mezzo a loro sul divano, bacio Amina su una guancia, poi bacio Nidal, accarezzo i capelli di Amina, le dico che sono bellissimi, abbraccio Nidal sulle spalle, cerco la sua bella bocca piena, morbida, aspiro il suo alito profumato. Continuo a scherzare e ridere, per aiutarle a superare l’imbarazzo, soprattutto Amina, che è rigida, sbalordita. Ma l’erba tailandese-renana fa il suo lavoro, ci guida nella leggerezza che sola può donare la vita, l’amore, e concederne il godimento.
Sfilo la maglietta di Nidal, bacio i suoi seni prorompenti, tiro a me Amina, che lentamente si lascia andare, si ammorbidisce, mi permette di accarezzare e baciare la sua pelle nera, di immergere la bocca nel suo cespuglio di rose nere. E sprofondo nei loro corpi opulenti, sprofondo nella pancia favolosa di Nidal. Precipito nel dolce abisso di Amina.

Al mattino mi alzo in forma straordinaria. Guardo il cielo azzurro dai finestroni, nuvole bianche in viaggio nella brezza di aprile. Ho la testa leggera, le gambe scattanti. Mi sento come se avessi quarant’anni. Voglio fare una lunga passeggiata nel parco, poi a pranzo con Dorian in un buon ristorante. Non ci faremo mancare nulla.
Anche Dorian si alza. E’ pallido, sembra sfatto. Ha le braccia penzoloni, le occhiaie, la pelle grigiastra. Cerca di rianimarsi, si sciacqua a lungo la faccia con acqua corrente, nel lavello della cucina.
“Com’è andata con le ragazze?” chiede.
“Tutto bene” faccio.
“Mi dispiace per ieri sera, non ce la facevo più” si scusa.
“Oh, fa niente” lo rassicuro.
Crolla seduto al tavolo, prende i dolcetti che ho comprato alla coop. Intanto io metto sul fornello la caffettiera.
“Ho preso una decisione” dice, con tono solenne. Talmente solenne che rido, mentre sollevo il coperchio della caffettiera.
“Basta buttarmi giù. Basta vedere tutto nero. Basta con le previsioni negative.”
Rido, mentre verso il caffè nelle tazzine.
“Sì, da ora in poi andrò avanti come una macchina. Cercherò lavoro con calma e tenacia, senza farmi venire l’ipertensione se tutti mi chiudono la porta in faccia. Ce la farò prima o poi. Devo farcela.”
Bevo il mio caffè e rido.
“Ma la smetti di ridere, cazzo. Non sai fare altro, te. Mangiare, ridere, scopare. Certe volte sei disgustoso. Quanto credi che durerà?”
Guardo la sua faccia emaciata e scoppio di nuovo a ridere.
“Dorian, con quella faccia cosa credi di fare? Se vai in giro così si toccano tutti le palle.”
Guarda il pavimento. Annuisce.
“Sì, ma la metterò via, questa faccia. Oggi ho testa pesante, non so, forse ho dormito male. Ma io credo in un progetto. Tu non hai nessun progetto. Vivi alla giornata. Sei un incosciente.”
Assaporo il caffè. Sento ancora l’aroma della bocca di Nidal, il suo alito fragrante. Chiudo gli occhi. Ti amo Nidal. Amo anche te, Amina. Non faccio che pensare a voi. Voglio vivere con voi.
“Che progetto, Dorian? Un nuovo lavoro da camionista, dodici ore al giorno seduto al volante? Facchino precario?”
“Sì, disprezza pure tutto. Ne farai di strada.”
“Non voglio fare strada. E non disprezzo nessuno. Voglio vivere gli anni che mi restano come un animale, come un selvaggio. Non me ne frega niente del progetto.”
Non sembra avermi sentito. Annuisce, guardando il pavimento.
“Sì. Andrà meglio, ne sono sicuro. Perché questa è la mia volontà.”
Andrà meglio, sì.
Meglio… meglio di così?

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La sagra delle anime perdute: <em>L’âge d’or</em> è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Futuro neogotico https://www.carmillaonline.com/2020/11/28/futuro-neogotico/ Sat, 28 Nov 2020 22:42:54 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=63635 di Franco Pezzini

Paco Ramirez, Amore e Morte, pp. 260, € 14,90, Morellini, Milano 2020.

“Non tentare mai di staccarti da terra quando parli di volare, / non ti girare né chiudere gli occhi se stai parlando della morte”: questo, di Leonard Cohen, l’incipit del romanzo.

D’accordo, non è scontato che in tempo di covid, mentre contiamo gli scomparsi – a volte persone care – si abbia voglia di parlare di morte in certi termini. Cioè in chiave gotica, o piuttosto neogotica, perché il romanzo di Paco Ramirez, Amore e Morte, si dipana [...]

Futuro neogotico è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Franco Pezzini

Paco Ramirez, Amore e Morte, pp. 260, € 14,90, Morellini, Milano 2020.

“Non tentare mai di staccarti da terra quando parli di volare, / non ti girare né chiudere gli occhi se stai parlando della morte”: questo, di Leonard Cohen, l’incipit del romanzo.

D’accordo, non è scontato che in tempo di covid, mentre contiamo gli scomparsi – a volte persone care – si abbia voglia di parlare di morte in certi termini. Cioè in chiave gotica, o piuttosto neogotica, perché il romanzo di Paco Ramirez, Amore e Morte, si dipana tra tanatoprassi, esequie e anche più tardive avventure del cadavere da un lato, gestione interiore dell’evento morte dall’altro. Va pur detto che una certa poetica nera è stata ampiamente sdoganata anche a livello di commedia per famiglie, si pensi solo a Tim Burton, e anzi al canonizzarsi delle sue fantasie in chiave sempre gradevole ma un tantino ripetitiva. Eppure la narrativa – ma vorrei dire la letteratura, perché la stoffa di Ramirez è quella – in fondo va a provocarci proprio sui nervi scoperti, mostrando che c’è altro modo di riflettere sulle cose: e non certo in chiave di provocazione sterile, visto che con un simile tema non smetteremo mai di fare i conti. Parole intelligenti e un abbraccio – possiamo sintetizzare il contenuto del romanzo anche così – sono un buon modo.

Il testo è compatto, efficace, elegante: si potrebbe definirlo una commedia nera, ma l’etichetta è accettabile solo a patto di considerare che la storia è a tratti molto drammatica, animata da una genuina poesia, e l’amore per la vita celebrato è sincero e contagioso. Malaga, i giorni nostri: le voci che si alternano sono quelle di Raúl, giovane erede di un’avviata ditta di pompe funebri, e dell’adolescente Mariem, “Una mestiza, una meticcia [figlia di un islamico marocchino e di un’atea di stirpe kazaka]. Figlia del cielo e delle tenebre. Malinconica, possibilista, suggestionabile”. La madre di Mariem è morta improvvisamente, e la piccola è rimasta da sola con il corpo di lei per un’intera giornata: la mamma le manca terribilmente e non è strano che, amando disegnare, lei cerchi di richiamarne la presenza disegnandola sui muri di casa o più avanti, sulla stessa tomba, in una rivisitazione illustrata della storia di Orfeo. Per lei la morte è una dimensione divinizzata di incontro con la Madre: per lui oggetto di infinite riflessioni nel segno della razionalità, nonché motore di benessere. Certo, i due restano outsider: marginalizzata Mariem, considerato strano Raúl, circonfuso di un fascino tenebroso che pure preoccupa le ragazze attorno.

Peccato che Momi, amico dell’affettuoso padre di Mariem, e che a differenza di lui è un bruto maschilista esponente della più odiosa incultura patriarcale, spinga per il matrimonio della ragazza, artista ribelle e tenerissima, con il proprio imbarazzato figlio Assad. Mariem viene così regolarmente costretta a estenuanti uscite a quattro; e un brutto giorno (questo si può raccontare senza rovinare la trama con indebiti spoiler) Momi fa irruzione in casa mentre il padre di Mariem non c’è, e la violenta in chiave di atto dimostrativo e lezione pratica per l’inorridito figlio e per la ribelle. Diciamo solo che l’amore tra Mariem e Raúl, sbocciato sulla tomba della madre di lei (come quello tra Mary e Percy Bysshe Shelley) riuscirà a ricomporre ciò che l’espressione più becera e maligna del patriarcato aveva piagato in modo tanto grave.

Mariem è una figura meravigliosa, difficile non innamorarsi di lei, e la costruzione del profilo di Raúl lo rende una figura simpatica e umanissima, che nonostante la maturata disinvoltura verso il proprio terreno professionale troviamo a piangere commosso la morte improvvisa del mentore e compagno di lavoro Zacarias, ucciso in auto da un tir:

 

[…] appoggio la mano sopra a quella di Zacarias e comincio a piangere sommessamente. Mi sforzo di richiamare alla mente le elucubrazioni logiche e pseudofilosofiche con cui, in questi anni, ho costruito il mio bellissimo regno dell’Oltretomba. La Morte come necessità, come conseguenza della vita. La Morte come forma indispensabile di sopravvivenza al tutto.

Le so, queste cose, le so benissimo.

Ma perché, ora, soffro come un cane?

Non riesco a dare una spiegazione scientifica. L’unica consapevolezza, cocente e palpabile, è che, in barba a ogni materialismo e ragionamento ineccepibile, la Morte dei nostri cari ci devasta.

Non ci è consentito sfuggire alla nostra umanità.

 

I personaggi del romanzo, sia i principali che i caratteristi, sono felicemente delineati, senza forzature o schematismi caricaturali. Eppure ciò che più colpisce è il rapporto profondo che la coppia protagonista avvia a cavallo tra amore e morte. L’eccitazione con cui si uniscono su bare o in ossari è – paradossalmente – limpida e vitale: nulla di simile alle perversioni dei necrofili che Raúl disprezza, e neppure al frisson superficiale dei compagni di Mariem che, credendo di imitare la coppietta gotica considerata à la page, vanno in truppa a pomiciare al cimitero. La storia d’amore nata tra i morti, tra le parole sui morti e con le relative, straziate profondità, pur nelle sue note un po’ curiose ha la forza della vita che s’impone.

In una fase storica come la nostra, in cui le giovani generazioni faticano a coniugare al futuro, come non esistesse più il relativo tempo verbale, per un’eclissi di speranza di cui politica ed economia hanno pesanti responsabilità, è legittimo domandarsi se la provocazione neogotica tanto bene dipinta in questo romanzo non costituisca un abbozzo di risposta.  Appartiene a un’esperienza non così rara (a me è successo, ma ne ho sentito parlare anche da altri) la scoperta che a seguito di lutti “grossi” ci troviamo diversi, capaci di proiettarci avanti come prima non avremmo immaginato, con lo stupore di forze inattese: forse un meccanismo di specie per garantire il passaggio di testimone generazionale. Non c’è equivoco, “la Morte dei nostri cari ci devasta. Non ci è consentito sfuggire alla nostra umanità”, eppure il futuro nelle sue dimensioni vitali può paradossalmente affermarsi anche attraverso le pieghe dell’Indesiderabile per antonomasia. Dove l’eccitazione dei due amanti che si accoppiano nell’ossario o sulla cassa di un’esumazione, a dispetto del contesto peculiare, non è affatto necrofila, ma al contrario parla il linguaggio dell’esperienza profonda e (anche se non ci è mai passata per la testa) profondamente nostra: una primavera spalancata a esiti insperati appena una stagione addietro, e tanto più forte per la terribile memoria della perdita. Come se, paradossalmente, la serietà di un futuro vitale potesse essere garantita solo da un’interlocutrice tanto spietatamente più seria di tutti i portatori di storytelling istituzionali o economici che si affollano con la merce di vari tipi di alte velocità esistenziali.

Di più: il romanzo in questione non ha certo valenza allegorica, ma i due diversi approcci di Mariem e Raúl, il lavorare creativamente di lei sulla morte e sul lutto, e la gestione della morte quale buon artigianato da parte di lui, offrono qualche spunto ulteriore. Sia perché la morte (come mi insegnava un caro amico) “si può fare”, cioè si può affrontare – al pari della vita – in termini di buon artigianato: una considerazione che da allora ho sempre conservato come rasserenante. Sia perché offrirvi espressioni creative (artistiche, letterarie) la strappa all’afasia e ci immette in modo attivo nell’esperienza di un mistero condiviso. Come scrive Scarlett Thomas, “Abbiamo bisogno della narrativa perché siamo condannati alla morte”: la scrittura e forse tutte le arti sono un modo di affrontarla, di esperire altre vite e di approfondire il senso della nostra identità e degli strappi che viviamo come lutti (a volte solo in modo simbolico), delle varie discese agli inferi che ci toccano nel corso dell’esistenza… E questo riguarda anche tutta la morte che viviamo in vita, sia nelle componenti fisiche che qui Raúl ben evoca – il nostro sbriciolarci progressivo negli anni, capelli che cadono, frammenti di pelle… – sia in quelle interiori di strappi, lutti, depressioni. Mariem e Raúl hanno conosciuto le loro catabasi – lei attraverso una serie di esperienze tremende; lui fin dal loro primo incontro, quando la ragazzina dagli occhi da guerriera kazaka l’ha fatto precipitare nella fossa dello scavo, e il trauma l’ha segnato per anni – e, come sempre nelle discese agli inferi, anche loro vi hanno lasciato parti di sé: ma potranno riemergerne insieme. Al netto di qualunque romanticismo facile, ecco il futuro in un senso concreto.

Se le parole sul futuro offerte dalle agenzie dell’eterno presente si rivelano inevitabilmente farlocche, la provocazione presentata da Ramirez (ma si tratta di pseudonimo di un giovane saggista metà italiano, metà malagueno), in questo bel romanzo che mette a frutto le atmosfere neogotiche, è ben diversamente intensa. Proprio la percezione condivisa e viscerale di certe profondità, come per Mariem e Raúl, ci pone davanti un futuro: una strada aperta che per noi e quest’unica volta che siamo al mondo val la pena percorrere, in avventure da tentare o appunto baci da condividere. Non necessariamente tra le mura di un ossario, ma – perché no? – anche lì.

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Futuro neogotico è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Nella Giacomelli, per una Umanità Nova 2/2 https://www.carmillaonline.com/2020/11/28/nella-giacomelli-per-una-umanita-nova-2-2/ Fri, 27 Nov 2020 23:49:04 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=63629 di Francisco Soriano

Qui la prima parte.

L’anarchica firmava i suoi scritti con lo pseudonimo Ireos che era stato probabilmente il nome di sua figlia, morta prematuramente, da come si evince dal testo di una lettera inviata a Oberdan Gigli nel 1903. Nella propugnò l’idea di un’Italia rigenerata dal punto di vista etico, forte della sua tradizione storica e culturale con il ritorno a un umanesimo che avrebbe dovuto contrastare l’effimera deriva populista del patriottismo e dello sciovinismo, cause e valori propugnati da chi indirizzava il Paese verso avventure belliche con [...]

Nella Giacomelli, per una Umanità Nova 2/2 è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Francisco Soriano

Qui la prima parte.

L’anarchica firmava i suoi scritti con lo pseudonimo Ireos che era stato probabilmente il nome di sua figlia, morta prematuramente, da come si evince dal testo di una lettera inviata a Oberdan Gigli nel 1903. Nella propugnò l’idea di un’Italia rigenerata dal punto di vista etico, forte della sua tradizione storica e culturale con il ritorno a un umanesimo che avrebbe dovuto contrastare l’effimera deriva populista del patriottismo e dello sciovinismo, cause e valori propugnati da chi indirizzava il Paese verso avventure belliche con mero e biasimevole spirito di conquista. Studiosa e attenta alle trasformazioni socio-politiche, entrò a pieno titolo nelle diatribe politiche e si dedicò al difficile rapporto fra anarchismo e socialismo, sottolineando la vocazione governista di quest’ultimo partito. Gli accadimenti degli anni successivi circa le scelte strategiche dei socialisti italiani le diedero ragione: tanti furono gli errori che avrebbero tradito lo spirito di opposizione intransigente dei primi anni soprattutto nelle difficili congiunture storiche di quei tempi in continua mutazione: il nome di socialista è come bandiera di un codazzo di parolai politicanti. La sua attenzione verso le questioni sociali, le relazioni fra uomo e donna e il libero amore, furono affrontate nella consapevolezza di un accerchiamento politico e, soprattutto, culturale e antropologico. Come farà più tardi Anna Kulishoff nelle sue numerose attività e azioni che si concentravano sulle questioni di genere, pose l’accento sul ruolo delle istituzioni politiche e religiose dedite al mantenimento dello status quo sociale, come la Chiesa e le autorità di governo che intravedevano nella famiglia borghese lo schema di continuità del proprio potere e la garanzia della stabilità delle istituzioni autoritarie. Le denunce dell’anarchica non risparmiavano neppure i movimenti libertari in cui, in molti casi, si dava seguito alla concezione di una donna al servizio dell’uomo in condizioni di assoluta subalternità. Questa dinamica era la prova che le questioni di genere avevano una validità e una necessità di rivendicazione in modo trasversale. In alcuni studi su Nella Giacomelli vengono riportati stralci delle sue lettere e scritti sulla questione di genere: La donna è una creatura tutta da fare. Oggi la donna non esiste che come femmina dell’uomo, o cuoca, o lavapiatti, gingillo, ma non come individualità dignitosa, distinta. Non solo dunque il pregiudizio religioso che si traduceva nel rafforzamento delle forme di potere e supremazia maschile, ma la perniciosa condizione delle donne. Queste ultime dovevano assolutamente prendere in mano le redini della protesta per la rilettura dei ruoli di genere in seno alla società per decidere, finalmente, un proprio ruolo nella società civile e politica: Qui il pregiudizio è indagato come veleno che ‘attossica il pensiero’ tanto degli uomini quanto delle donne, e che fa quindi della avversione all’emancipazione femminile una questione non maschile ma maschilista. Sempre sul ruolo fondamentale dell’educazione nella società, Giacomelli sottolineava in modo interessante e originale quanto potesse essere importante una solerte autoeducazione fra le donne: Questo è pur noto ai signori uomini, i quali pur dilettandosi di femminismo, ci tengono a quella ragione che permette loro di ritenersi il sesso forte e di guardare con disprezzo a quel mondo in sottana che turbina loro all’ingiro. Questo farsi della donna [non può che partire dalla constatazione] della propria miseria, della propria indegnità [presupposto per l’inizio di una vera] autoeducazione. Dunque il compito del movimento anarchico, fra i tanti, era di smascherare e sconfiggere lo schema dell’istituzione famiglia chiaramente concepita e plasmata sulle forme gerarchiche e autoritarie di potere. L’intento era di destrutturare, con l’amore libero e il rapporto materialmente realizzato di parità fra uomo e donna, quel collaudato spazio-strumento al servizio dell’uomo che rappresenta la famiglia, mentre la donna rimaneva funzionale alla procreazione e mantenimento del focolare domestico “la poesia di Dio” è un dogma che lo Stato e le sue istituzioni utilizzano per ridurre gli spazi di libertà dell’individuo […]. Infatti“l’inviolabile santuario della famiglia” viene ben fortificato dal matrimonio che, nella sua forma contrattuale “ipoteca un’esistenza di anni e anni sulla base di sentimenti nati in un solo giorno”. Chi meglio di lei poteva percepire il pregiudizio e la delazione, che aveva sopportato le delazioni e le volgarità dei censori benpensanti di una società grigia e senza afflati di libertà, sacrificando slanci e creatività sull’altare del normale, del giusto, del religioso. Il pregiudizio morale è per Nella serpe velenoso in agguato [che] non risparmia nessuno.

 Fu nel 1905 che Nella decise di partire da Milano e affrontare un esperimento esistenziale e politico in una comunità comunista denominata L’Essai, ad Aiglemont in Francia. Nelle Ardenne la speranza della Giacomelli era di sperimentare uno spazio condiviso con donne e uomini animati dagli stessi intenti ideologici con finalità sociali e umane comuni. Questi progetti di vita comunitaria erano stati teorizzati da Giovanni Rossi detto “Cardias” e si fondavano su forme di comunitarismo: si autogestivano nelle attività del quotidiano isolandosi dal mondo esterno, cercando di far fronte alle difficoltà con assoluta autonomia. Questa comunità in particolare fu fondata da Fortuné Henry, fratello dell’anarchico dinamitardo Émile condannato alla pena capitale nel 1894. L’esperienza però non soddisfaceva Giacomelli che, con una seria requisitoria, ne metteva a nudo i difetti più macroscopici, come già aveva compiuto Malatesta richiamando gli anarchici a restare al loro posto di lotta. Nella si convinse che non è verosimile creare una società sospesa all’interno di un’altra società che si trova all’esterno, perché non è possibile nessuna forma di astrazione dall’ambiente circostante. Fortuné veniva accusato di instillare nella comunità germi di autoritarismo e di non risolvere il problema che risiedeva nell’assenza di un vero beneficio sia materiale che spirituale per le persone: un esperimento grottesco che finiva per essere una mera imitazione di una parallela società borghese. Attacchi negativi e credibili in un’analisi che non lasciava scampo a malintesi: era necessario compiere un percorso di emancipazione e non di isolamento che aveva invece il sapore di una credibile fuga dalla realtà e dalla soluzione dei problemi quotidiani. Una maturità in Giacomelli che lascia immaginare quanto fosse strutturata e consapevole delle sue idee e delle azioni conseguenti da intraprendere. Questa esperienza le aveva fatto capire che sopravvivere significava miseria e disagio, condizioni che compromettono la reale qualità della vita quotidiana e pregiudicano la tanto aspirata libertà da raggiungere. Nella insisteva sul tema della “rigenerazione mentale” degli individui al fine di cancellare nel nostro processo ideativo le influenze borghesi, che tanto danneggiano e compromettono il pacifico e comune vivere degli uomini. Delusione e disagio da questa esperienza maturarono in Giacomelli la consapevolezza della strada da seguire: Secondo me l’Umanità deve passare attraverso tutte le esperienze, deve commettere e sventare tutti gli errori e le colpe per imparare a dominarsi [..] per apprendere il valore e la portata della morale. Dev’essere a prezzo del suo sangue e del suo dolore che deve redimersi ed innalzarsi verso le idealità che gli spiriti eletti precorrendo i tempi le hanno vaticinato attraverso i secoli. Dopo appena un mese si concluse l’esperienza comunitaria transalpina. L’anarchica rientrava a Milano mentre nella sede del giornale si respirava un clima incandescente. La linea anti-organizzatrice della coppia Giacomelli-Molinari contrastava con coloro i quali intravedevano, in un esasperato individualismo, la manifestazione macroscopica del culto dell’Io: di questa corrente critica  facevano parte Libero Tancredi, Attilio e Ludovico Corbella che propugnavano una società in cui l’unico ha diritto alla vita per quanto glielo permette ed acquista la sua potenza […]; legge eterna e inesorabile della natura. Idee che non solo minavano la sopravvivenza del giornale per questioni teoriche interne al movimento ma apparivano come una vera deriva di una parte degli anarchici verso il culto della forza e sopraffazione. Con l’abbandono anche di Gigli della redazione del giornale si entrava in un momento di grosso disagio. L’esperienza importantissima del giornale aveva fine, già dal 1905, nonostante i diversi tentativi compiuti per assicurarne la sopravvivenza.

Intanto Giacomelli e Molinari continuarono ad essere oggetto di attenzioni non solo della questura ma addirittura nella persona del console generale d’Italia a New York che, con celerità, segnalò al ministero dell’Interno l’intercettazione di una lettera dell’anarchica ai compagni d’oltreoceano. La coppia richiedeva fondi per il finanziamento di un nuovo giornale, La protesta umana, secondo la dicitura della questura al fine di provvedere alla stampa clandestina di opuscoli e fogli sovversivi. Richiesta che fruttò subito l’intervento degli anarchici americani che organizzarono una festa campestre per raccogliere denaro da inviare a Milano. Nel 1906, infatti, grazie ai contributi giunti dagli Stati Uniti il giornale fu in grado di essere pubblicato e prendere parte alla dialettica di quei mesi su fatti che avevano avuto un riscontro emotivo e di dibattito nell’opinione pubblica di tutta l’Italia. La prima vicenda che sollevò una notevole protesta riguardò l’uccisione a Milano dell’anarchico Angelo Galli, nel maggio del 1906, ad opera di una guardia privata. Nel processo l’omicida fu assolto per legittima difesa. La seconda riguardava un uxoricidio: il tenente Vito Modugno oltre ad aver ucciso la moglie era noto per le violenze di cui era stato protagonista in Cina nel 1900: torture e uccisioni sommarie contro la popolazione durante il mandato ricevuto sotto l’egida di una coalizione internazionale al fine di partecipare alla repressione della cosiddetta “rivolta dei Boxer” contro l’oppressione colonialista. Giacomelli con coraggio e ardore accusò Modugno che aveva evitato ogni condanna per le sue azioni criminali e richiamò l’attenzione sull’impunità di cui godevano gli apparati militari quando venivano coinvolti nella repressione delle rivolte. Le repressioni cruente inoltre avvenivano in modo ancor più deprecabile perché, come nel caso dei Boxer, erano scoppiate per difendere la legittima aspirazione  dei popoli alla propria indipendenza: L’assaltare una casa, il passare i cittadini a fil di spada, il mozzar loro il naso e le orecchie, il flagellarli, il seppellirli vivi, è fra le operazioni più brillanti di guerra. Forse che i soldati non sono fatti per queste cose? A che servirebbero dunque le spade, i [fucili] wetterly, i cannoni e le mitragliatrici se non fossero usati per trucidare, fucilare e distruggere? […] Nelle spedizioni militari a scopo di civilizzazione, questi fatti sono comuni e generali. Al Transvaal, al Congo, in India, nel Sudan, in Cina, ovunque i soldati sono andati in missione, hanno portato la civiltà della divisa: violenze, stupri, rapine, assassini, crudeltà. Sono essi i soli colpevoli? Sempre sulla testata giornalistica, nel 1906, Giacomelli alzò la sua voce di protesta contro la condanna di due attivisti del sindacalismo rivoluzionario come Virginio Corradi e Maria Rygier, che erano stati condannati a 5 anni di reclusione per attività antimilitariste e reati contro l’ordine pubblico: influenza benefica esercitano sul nostro sentimento e sul nostro carattere le loro prove di coraggio e di forza. Il giornale finì ancora una volta sotto i riflettori della questura e, addirittura, fu oggetto di un dibattito alla Camera l’undici dicembre del 1907. Il sottosegretario Pozzo tranquillizzò i parlamentari sottolineando la vigilanza che la magistratura opponeva alle attività sovversive della rivista dichiarando che, più di cinquant’otto numeri ne [erano] stati processati: ben ventinove per istigazione a delinquere, per apologia di reato, per incitamento dell’esercito alla disubbidienza delle leggi, per eccitamento al regicidio, costringendo a nove cambiamenti del responsabile. Il giornale cessò definitivamente la sua attività nel novembre del 1909, non solo per motivi legati alla sua sostenibilità economica ma soprattutto per la pressione della polizia e lo scontro controproducente e drammatico con Paolo Schicchi a cui era stata ceduta la direzione del periodico.

Nello stesso anno Giacomelli e Molinari iniziarono un nuovo periodo di attività politiche gettandosi alle spalle la cocente delusione a causa dei notevoli strascichi polemici, anche di carattere personale con Schicchi, che offendeva la Giacomelli tramite la scrittura di libelli derisori e sessisti. A Milano insieme a Leda Rafanelli e Giuseppe Monanni che contribuivano a dare energie e linfa vitale al movimento anarchico, intrapresero diverse azioni. Giacomelli e Leda Rafanelli rivendicavano l’antimilitarismo e ogni tipo di interventismo nelle guerre mobilitandosi contro il governo Giolitti che intendeva intraprendere una spedizione bellica per la conquista della Libia contro la Turchia. La collaborazione con la coppia Rafanelli-Monanni fu importante perché furono avanzate riflessioni originali nella galassia multiforme del movimento anarchico dei tempi. Gli anarchici milanesi decisero di coinvolgere anche Malatesta nella direzione della Protesta umana, ma ricevettero un secco diniego da parte del maggior esponente dell’anarchismo italiano. Il triste momento vissuto con Schicchi, oltre a essere stata una delusione umana e una deriva politica, fu ancora una volta un tema di riflessione sulla violenza. Giacomelli ebbe modo di delineare un pensiero che era maturato sulle azioni violente fisiche e morali concepite come meri atti impulsivi controproducenti: la società anarchica non sarà soltanto la simultanea di un atto di violenza (la rivoluzione), ma sarà anche il portato d’una lunga e paziente preparazione delle coscienze. Dunque per Nella Giacomelli, sia ne Il Grido della Folla che ne La protesta umana l’idea portante rimaneva il sostanziale rifiuto di ogni violenza e la rivelazione del principio che la stessa potrebbe essere necessaria solo se colpisce chi ci colpisce. Il rifiuto all’atto sanguinoso è assoluto per le azioni dinamitarde che coinvolgono cittadini inermi: determinano semplicemente un’idea controproducente nei confronti degli anarchici e delle loro idee che dovrebbero ispirarsi a un umanitarismo ed egualitarismo che rifugge dalla logica del rischio del massacro indiscriminato degli innocenti. Il discorso sulla violenza dell’anarchica tuttavia non deve lasciar pensare a un suo rifiuto assoluto. Giacomelli rimaneva intransigente sulla necessità di accelerare i mutamenti storici con mirate azioni che non possono essere derubricate sotto la voce di una violenza fine a se stessa. Infatti gli esempi riportati dall’anarchica per una “giustificata” violenza riguardano, ad esempio, il regicidio a Monza per mano dell’anarchico venuto dall’America, Gaetano Bresci che, secondo l’idea della Giacomelli, aveva comunque dato un impulso a una evoluzione democratica del regime. In questa cornice Nella poneva l’accento sulla valenza dell’atto violento che rappresentava, in modo evidente, la risposta di cittadini che si ribellavano alla forza terroristica e brutale di uno Stato che non abiura mai ai brutali mezzi repressivi per soffocare libertà e diritti legittimi.

Con tono polemico Giacomelli si chiedeva, rivolgendosi ai socialisti, quando [la violenza] non è necessaria? […] Come la butterete giù questa baracca di odio e di iniquità che è la società presente? Come cadono le Bastiglie? Il limite alla violenza risiedeva dunque proprio nella sua causalità e nella legittimazione dell’atto: nella rivoluzione l’atto violento doveva avere peculiari caratteristiche presenti nella logica e nell’audacia, non di certo nell’istinto e nel rischio. Infatti i riferimenti nella decisione di adottare questa strategia dovevano essere ricercati nei valori dell’altruismo generato da un forte afflato umanitario che giustifica in pieno la rivolta e lo scoperchiamento contro gli ordinamenti che sotto la scorza del rispetto della legge compiono inusitati gesti terroristici: allo stesso modo che una statua di bronzo ha bisogno di braccia robuste per essere rizzate, così una teoria di ribellione ha bisogno di coscienze salde per essere affermata, esaltata, difesa. Parallelamente alla problematica sulla strategia della violenza come lotta si innestava il ruolo dell’educazione: Giacomelli infatti considerava la pedagogia condizione imprescindibile per la cultura del radicalismo anarchico, in quanto è propedeutica all’evento rivoluzionario. Giacomelli si preoccupava sinceramente della formazione delle coscienze rivoluzionarie, e intravedeva proprio nelle strategie pedagogiche la possibilità di rappresentare una vera barriera alla strutturazione mentale di un popolo educato a Dio, patria, famiglia e proprietà. Il modello era quello del grande libertario e pedagogo Francisco Ferrer y Guardia che fondò la Scuola moderna su principi antitetici a quelli di una società impostata gerarchicamente e autoritariamente sulla formazione di uomini capaci alla guerra e alla produzione.

Negli anni successivi la lotta antimilitarista occupava gran parte delle azioni degli anarchici. Il 7 giugno del 1914 ad Ancona si verificò una reazione violentissima della polizia contro anarchici, socialisti, sindacalisti e repubblicani che manifestavano contro la repressione dei militari di leva “rivoluzionari”. In età giolittiana molti furono gli “eccidi proletari”. Le forze dell’ordine spararono sulla folla e uccisero tre persone. In Italia fu decretato lo sciopero generale che durò diversi giorni. Tuttavia, ancora una volta, uno sconcerto profondo sconvolse gli anarchici: non solo tra le fila dei socialisti (nel partito socialista il direttore dell’Avanti era Benito Mussolini) e dei repubblicani, ma anche all’interno del movimento anarchico e tra i sindacalisti rivoluzionari alcuni militanti si schierarono per l’intervento in guerra, come Alceste De Ambris, Filippo Corridoni, Maria Rygier, Mario Gioda, Edoardo Malusardi, Edmondo Mazzuccato, Libero Tancredi e Oberdan Gigli. Quest’ultima defezione fu un colpo durissimo per la Giacomelli che mise in discussione l’amicizia con Gigli fino a quel momento rimasta cristallina negli anni: sono contro la guerra e il microbo patriottico che la innesca. Non ammetto sì predichi la solidarietà e la fratellanza dei popoli, e poi con l’arma alla mano ci si scanni a vicenda per conservare intatti ed immutabili le linee di separazione. Dai documenti storici emerge addirittura un testo di Edoardo Malusardi che scrisse al Popolo d’Italia fondato da Mussolini in seguito alla sua adesione alla guerra: non tutti gli anarchici si sono fossilizzati in formule stantie, ma che hanno – non curandosi delle scomuniche – saputo guardare in faccia alla realtà.

Furono le donne a essere le prime protagoniste della sfida allo Stato contro tutti gli interventismi in guerra. Fra le molte militanti anarchiche la coppia Giacomelli-Rafanelli fu sempre in prima linea: riconosciute da tutti come le intransigenti e rigorosamente internazionaliste. Il Primo maggio del 1915 le anarchiche milanesi furono arrestate per aver protestato contro la guerra dopo essere riuscite a impedire una manifestazione interventista: finirono in prigione Nella Giacomelli, Leda Rafanelli, Palmira Corbetta, le sorelle Clelia, Ines e Ida Premoli. Dopo appena un anno da questi eventi, il Primo maggio del 1916 e, successivamente, la domenica del 30 aprile gli anarchici si diedero nuovamente appuntamento in piazza Duomo per una manifestazione. Questa volta le forze di polizia che erano a conoscenza del progetto arrestarono alcune decine di militanti prima che potessero manifestare. Nella rete delle forze dell’ordine caddero nuovamente Giacomelli e Rafanelli. Purtroppo per Nella scattò un’ordinanza con un foglio di via obbligatorio che le intimava di risiedere a Lodi. Il Commissario civile appositamente nominato per la funzione di vigilare sulle azioni degli antimilitaristi scrisse al ministro dell’Interno riferendo proprio su Nella Giacomelli: Da una lettera intercettata dalla censura postale di Siena firmata col pseudonimo Irèos la Giacomelli risultava tra le più attive propagandiste della progettata manifestazione delle donne contro la guerra in occasione del “Primo maggio”. Intanto il giorno stesso in cui fu emessa l’ordinanza, cioè il 30 aprile, la Giacomelli veniva arrestata per aver preso parte al tentativo di dimostrazione in piazza del duomo. È stata denunciata quindi per contravvenzione all’art. 3 del R. Decreto legge 23 maggio 1915. Contro la Giacomelli sono in corso anche indagini per accertare la sua responsabilità nella stampa e nella diffusione del noto manifesto clandestino per la dimostrazione contro il 1° Maggio [sic]. Anche questi fatti dimostrano come non sia assolutamente prudente l’ulteriore permanenza in questa città della Giacomelli, negli attuali momenti. Dalle perquisizioni successive in casa di Nella non emersero altri elementi di colpa. I verbali della polizia tuttavia denotano una certa ossessiva ricerca delle colpe, tanto che considerarono l’anarchica comunque protagonista di atti contro l’ordine pubblico con la sua attiva e deleteria propaganda antimilitarista e antipatriottica. La sua attività nel manifestare veniva considerata come una forma di rivolta che comprometteva l’ordine pubblico, sancendo di conseguenza l’obbligo per la donna di risiedere a Lodi come un’esiliata politica: una sorta di rimpatrio coattivo nel luogo dove aveva vissuto per ben 25 anni prima di giungere a Milano. Per la sua ineccepibile condotta tenuta a Lodi e con una parola data in merito alla sua astensione ad altre attività di propaganda contro la guerra, il Commissario ritirò l’ordinanza e concesse il rientro a Milano della donna.

Negli autorevoli studi di Ercole Ongaro ben si delineano i momenti e le motivazioni della fondazione di una nuova creatura editoriale ad opera di Nella Giacomelli ed Ettore Molinari, progetto che resiste fino a oggi: Umanità Nova. Nel 1920 la stessa Giacomelli aveva proposto il nome giustificandone la scelta in un suo scritto: Umanità Nova è il titolo del quotidiano anarchico in progetto, titolo mite, quasi evangelico, non intonato, qualcuno dice, al concitato respiro della società in fermento, al tumultuoso avvicendarsi di eventi, al minaccioso delinearsi di azioni violente e di propositi audaci di quest’ora che viviamo. (…) Umanità Nova! Esso abbraccia nella sua significazione completa il massimo delle nostre aspirazioni, e ci segna il cammino per pervenirvi senza deviamenti. (…) Ci incamminiamo verso l’ineluttabile. La rivoluzione non è più un sogno; il comunismo libertario è una meta raggiungibile; l’ideale anarchico non è più un’utopia. Il grido della folla che esce tumultuoso dalle officine e sale dai campi sterminati e fecondi, rappresenta la più alta delle proteste umane contro la secolare sofferenza; Spartaco si accinge a spezzare le sue catene; le coscienze insorgono per la rinnovazione del mondo. Umanità Nova, meta suprema di tutte le nostre lotte e dei nostri dolori, noi ti adottiamo come simbolo luminoso di una visione vivente, e t’innalziamo al di sopra di tutte le folle, verso tutti i cuori, faro e bandiera di luce e di libertà. Nel febbraio del 1920 Umanità Nova faceva il suo esordio nelle edicole italiane. Le cronache storiche raccontano di un incontro a Firenze, un anno prima, al fine di discutere la nascita del giornale, dopo che la questione era stata affrontata a casa del professor Molinari a Milano. In Italia si viveva un momento di forti contrasti sociali, di lotte sindacali e operaie che infiammavano le piazze. In questo contesto Umanità Nova assolse a una funzione importantissima in termini rivendicativi e rappresentò uno spazio di confronto nuovo e prodigo di soluzioni e proposte. Certamente i momenti di sconvolgimento sociale nei primi anni Venti del ‘900 illusero molti teorici e attivisti della imminenza di una rivoluzione popolare che avrebbe potuto mettere in discussione gli antichi e collaudati apparati di potere.  In realtà non solo non ci furono sconvolgimenti rivoluzionari, ma la congiuntura di instabilità sociale suscitò nelle forze autoritarie la volontà di annichilire ancor più tenacemente movimenti e uomini del dissenso. Nell’ottobre del 1920 Malatesta insieme ai redattori del giornale furono incarcerati con le solite accuse di cospirazione verso gli apparati dello Stato. Nella Giacomelli scrisse addirittura un testo teatrale dove si parlava della paranoia dei giudici nel cercare, senza trovare mai nulla di credibile ai fini delle accuse, elementi e indizi contro gli oppositori al regime soprattutto anarchici. Nello stesso momento però, la stessa Giacomelli inviava una missiva a Umanità Nova in cui esprimeva un certo disagio verso la linea editoriale allegando anche le sue dimissioni dalle funzioni di amministratrice di Umanità Nova: C’è stato un periodo in cui per un diffuso e già esistente stato d’animo, prodotto dalla guerra, le masse sembravano alla vigilia della rivoluzione. Tu te ne sei compiaciuta, come tutti coloro che credono nelle fatalità storiche, ed hai ritenuto con tanti altri che doveva essere imminente ed ineluttabile quel rivolgimento sociale che secondo te deve segnare per l’Umanità una novella istoria. (…) Non ti sei trattenuta dal sognare ad alta voce e dal mostrare come fatto quello che in verità si era ben lontani dal poter fare. (…) Abbi pazienza, cara Umanità Nova, non avertela a male se rifiuto di associarmi al lusinghiero omaggio che ti fanno le Autorità e in opposizione ad esse pesto sotto i piedi la truculenta maschera che esse con malvagia e maliziosa intenzione ti pongono sulla faccia, perché tu non hai proprio nulla di terribile! È possibile che Giacomelli fosse convinta che una rivoluzione futura potesse avvenire soltanto nel caso in cui le coscienze degli uomini fossero pronte e mature, altrimenti l’evento rivoluzionario non sarebbe di sicuro quello auspicato dagli anarchici. Non a caso è importante porre l’accento su un aspetto fondamentale del pensiero dell’anarchica: quello di ritenere inscindibile l’educazione e la conoscenza dalla possibilità di realizzare una rivoluzione. Infatti precisò che la retorica rivoluzionaria finisce sempre per mettere in secondo piano quegli aspetti e condizioni più profondi che risiedono nella mutazione culturale ed etica in senso libertario: si creano dei ribelli, ma non si formano degli anarchici. Un concetto caro e profondo che non si slega dalla dialettica sulla violenza così caro all’anarchica. Tuttavia in quel momento di difficoltà si può ben constatare la buona fede del giornale soprattutto quando l’intera redazione di Umanità Nova, relegata in carcere, diede inizio a uno sciopero della fame per chiedere di essere sottoposti a un giusto processo. Il giudice a pochi giorni da questo evento derubricò l’imputazione di cospirazione contro lo Stato a reato di stampa e di parola in comizi pubblici. Ma una tragedia stava per abbattersi sull’intero movimento e su cittadini inermi grazie alla deriva terroristica di alcuni anarchici che posizionarono una bomba al Teatro Diana di Milano che, nel tentativo di uccidere il questore Giovanni Gasti, provocarono la morte di ventuno innocenti e ottanta feriti. Era lo stesso scenario che la Giacomelli aveva da sempre condannato e osteggiato con i suoi scritti sulla violenza e la sua idea di una “pedagogia rivoluzionaria” che avrebbe consentito la formazione di una coscienza collettiva di lotta e rivendicazione politica finalmente razionale e profonda. Non bastò questo, evidentemente, a risparmiare Nella dagli arresti indiscriminati e dalla massiccia operazione della polizia nei confronti di anarchici: il prefetto scrisse al Ministero dell’Interno: in seguito all’attentato terroristico del Diana fu qui arrestata e denunciata (Nella Giacomelli) con altri anarchici all’Autorità giudiziaria per associazione a delinquere. Nella Giacomelli provata da questa enorme tragedia venne successivamente liberata e potè tornare presso la dimora del professor Molinari. Gli stessi organi di polizia accertarono che, dall’ultimo arresto, pur professando sempre le sue teorie anarchiche la donna rimase sempre defilata dalle manifestazioni pubbliche. L’anarchica continuò la sua collaborazione sulla rivista Pagine libertarie e sottolineò quanto aveva già scritto negli anni precedenti invitando, ancora una volta, a fare un esame di coscienza che concilii un po’ più e un po’ meglio i nostri costumi, diciamo così politici, coi postulati ideali che perseguiamo, cercando di non surrogare le caratteristiche ideali con quelle passionali e transitorie del rivoluzionarismo in considerazione del fatto che se la rivoluzione diventa lo scopo primo ed unico dell’azione e della propaganda, si creano dei ribelli, ma non si formano gli anarchici, non si costruiscono valori e coscienze. Il professor Molinari si spense nel 1926 e Nella continuò a vivere con i figli dell’uomo che seguivano le orme del padre e si dedicavano al podere di famiglia grazie alla loro passione per l’agricoltura.

Nel 1927 Giacomelli diede alle stampe un testo, con prefazione di Molinari, dedicato alla riforma Alker sull’allevamento del baco. Era il segno di un allontanamento dalla vita politica attiva: Nella aveva patito arresti e cocenti delusioni soprattutto fra i compagni anarchici. Tuttavia nel 1928 venne nuovamente incarcerata in una nuova e massiccia ondata di arresti, circa cinquecento, perché sospettata di complicità in un attentato compiuto ad opera di antifascisti che vedevano coinvolti anche componenti del movimento “Giustizia e Libertà”. Finirono in prigione insieme a Nella anche i due figli di Molinari, gli ingegneri Henry e Libero di fede anarchica. Nella Giacomelli visse questa detenzione come un atto di gratuita ingiustizia, persecutorio perché maturato senza prove circa le sue attività sovversive: ha l’apparenza di esser stata voluta e calcolata. […]  Sono così stanca di sopportare questa ingiustizia senza colpa, senza aver fatto proprio nulla che la provocasse anche con delle apparenze o delle ombre, che spesso mi sorprendo a lamentare di non aver commesso niente. Preoccupati dalla situazione in cui la donna era stata incolpevolmente coinvolta e per il suo stato di prostrazione la sorella Fede scrisse ad Ada Negri, vicina al regime fascista, affinchè intercedesse presso il Duce per la liberazione della donna. Lo stesso fece Oberdan Gigli in una missiva inviata alla famosa poetessa. Ada Negri intervenne prontamente e Mussolini, con un telegramma, annunciò il suo assenso alla immediata liberazione della Giacomelli.

Nella Giacomelli si ritirò a Rivoltella sul Garda passandovi gli ultimi vent’anni di vita dedicandosi ai fiori, alle letture, all’allevamento dei bachi da seta. Non cessarono mai sulla sua persona controlli e appostamenti tanto che, nell’aprile del 1939, il prefetto riportava nei suoi verbali che la Giacomelli risiede tuttora a Rivoltella di Desenzano del Garda, casa Molinaccio [sic]. Pur mantenendo fede alle sue idee anarchiche, non consta svolga propaganda di sorta. È convenientemente vigilata.

In un progressivo quanto inevitabile pessimismo sugli accadimenti futuri e sull’Uomo come essere incapace di innalzarsi dalla brutalità e dalla volontà di dominio sul prossimo, in alcune sue analisi Nella si soffermò sulla conquista del potere da parte di Mussolini, sottolineando l’incapacità soprattutto del Partito socialista di rappresentare un argine alla tirannia nella coscienza nazionale: se nel movimento socialista vi fossero stati degli uomini capaci e non dei burocratici impiciati di riformismo e di legalitarismo fin nel più profondo del loro essere, sicuramente la scalata al potere del Duce sarebbe stata meno facile o addirittura evitata. La crisi interiore dell’anarchica era anche umana, un disagio crescente soprattutto alla stregua delle sue considerazioni teoriche così attuali e profetiche nei suoi tempi. Secondo Nella l’animo umano è in grado di mutare, di progredire, ma non è mai capace di sopprimere quell’istinto viscerale così lontano da quel razionale e legittimo sogno di liberarsi dalle catene dell’oppressore: ed allora c’è sempre la possibilità di veder l’uomo tornare allo stato bruto, allo stato originario, non appena le circostanze lo tenteranno? Una domanda e una tensione che ereditiamo dalla Giacomelli nella speranza sempre attuale di un risveglio contro il dominio dell’oppressore.

Si spense a Desenzano sul Garda nel 1949. Un altro destino.

 

Si ringrazia per la collaborazione nella redazione dell’articolo Gianpiero Landi e la Biblioteca libertaria Armando Borghi di Castel Bolognese.

 

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Nella Giacomelli, per una Umanità Nova 2/2 è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Lacreme napulitane https://www.carmillaonline.com/2020/11/26/lacreme-napulitane-2/ Thu, 26 Nov 2020 19:30:05 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=63576 di Giovanni Iozzoli

E così se n’è andato anche Maradona. Portandosi dietro il mistero che un paio di generazioni di sociologi, antropologi, tuttologi, hanno cercato di svelare: qual è il dispositivo segreto che lega l’icona Maradona alle “masse popolari” di ogni ordine e grado? Sarebbe un buon modo di cominciare, con un certo distacco, la postura e lo sguardo critico dell’osservatore; ma starei solo fingendo, in un esercizio depistante di razionalizzazione.

Al problema, scandaloso, della sua morte ci sto girando intorno perché tra le “larghe masse popolari” commosse figura anche lo scrivente – e la maggior parte delle persone che [...]

Lacreme napulitane è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Giovanni Iozzoli

E così se n’è andato anche Maradona. Portandosi dietro il mistero che un paio di generazioni di sociologi, antropologi, tuttologi, hanno cercato di svelare: qual è il dispositivo segreto che lega l’icona Maradona alle “masse popolari” di ogni ordine e grado? Sarebbe un buon modo di cominciare, con un certo distacco, la postura e lo sguardo critico dell’osservatore; ma starei solo fingendo, in un esercizio depistante di razionalizzazione.

Al problema, scandaloso, della sua morte ci sto girando intorno perché tra le “larghe masse popolari” commosse figura anche lo scrivente – e la maggior parte delle persone che conosce. E il carico emotivo di questo lutto è inspiegabilmente alto, rispetto all’oggettiva distanza dall’evento. Cosa e quanto avevamo investito nel mito Maradona – prima come genio calcistico, poi come iperbole umano-letteraria, infine come sublime simbolo populista – per indurci la pena e la tempesta emotiva che proveremmo verso un fratello lontano e mai dimenticato? Cosa avevamo buttato, negli anni, dentro il pozzo senza fondo di quel mito, per ritrovarci qui a piangerlo, in un delirio globale che non ha molti precedenti dai tempi di John Lennon?

Era Diego, che dietro il suo aspetto caricaturale, eccessivo, celava un qualche magnetismo segreto e inafferrabile, come i grandi clown o i grandi dittatori? O eravamo noi (masse popolari: almeno per stasera in culo agli snob!) che avevamo traslato su di lui, inconsapevole mentecatto, una carico di aspettative e narrativa devastante? E non è stata forse tutta questa “letteratura” (popolare) ad uccidere l’uomo? Gesù non sfuggì al suo destino, a Gerusalemme ci andò con le sue gambe; e pure Ernesto Che Guevara in Bolivia ed altri ce ne sarebbero, da aggiungere alla lista: tutti costoro si avviarono sul Golgota spontaneamente, perché su di loro si era addensato il peso insostenibile di un Eggregore gigantesco, mostruoso, il condensato di milioni di anime perse, stanche, miserabili e indomite che ti esigono morto e glorificato, per scaldare un po’ le loro vite esangui? Si è sacrificato, Diego (supplizio autoinflitto a coca, cibo e alcol – e poteva andargli peggio), perché non poteva sottrarsi al suo ruolo? Lo abbiamo spinto noi, sul crinale infuocato della leggenda?

Maradona è stato così amato perché ha caricato su di sé tutti i peccati del mondo, in un’espiazione godereccia e torbida, esplodendo dall’interno come una stella marcia e luminosissima. Anzi, si è caricato sulle spalle il vero peccato, il Peccato Originale: la mediocrità dei mediocri, delle vite irredimibili, prive di salvezza, incapaci di tirare avanti senza i deliri di un qualche eroe, o sedicente messia. Destino epico e buffo – com’era nel suo stile arruffato, disordinato, folle, con così poco tango nelle vene.

Molte cose saranno dette, scritte, raccontate, nelle prossime ore. A noi piace ricordarlo abbracciato a un’altra stella americana, Hugo Chavez, un altro figlio prediletto del popolo, morto pure lui per una specie di segreta combustione interiore, consumato da un amore folle e canceroso per la vita e la povera gente. Intanto, da sportivi, registriamo l’ultimo miracolo di Diego, che ha battuto il Covid e ci ha tolto ministri, governatori e virologi dai coglioni, almeno per qualche ora.

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Vivare come l’uselin su la rama* https://www.carmillaonline.com/2020/11/25/vivare-come-luselin-su-la-rama/ Wed, 25 Nov 2020 22:00:10 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=63532 di Sandro Moiso

Dino Coltro, Il Paese perduto. La cultura dei contadini veneti, vol. I La giornàda e il lunario, pp. 264, Cierre edizioni, Verona 2013, 16,00 euro; vol.II Il giro del torototèla. Ande e cante contadine, Cierre edizioni, Verona 2015, pp. 440, 18,00 euro; vol. III Le parole del moléta, Cierre edizioni 2016, pp. 300, 18,00 euro; vol. IV Il pomo doraro – Aneddoti e favole, Cierre edizioni 2020, pp.750, 20,00 euro.

Torna disponibile per il grande pubblico un’opera uscita per la prima volta, per l’editore Bertani di Verona, tra il [...]

Vivare come l’uselin su la rama* è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Sandro Moiso

Dino Coltro, Il Paese perduto. La cultura dei contadini veneti, vol. I La giornàda e il lunario, pp. 264, Cierre edizioni, Verona 2013, 16,00 euro; vol.II Il giro del torototèla. Ande e cante contadine, Cierre edizioni, Verona 2015, pp. 440, 18,00 euro; vol. III Le parole del moléta, Cierre edizioni 2016, pp. 300, 18,00 euro; vol. IV Il pomo doraro – Aneddoti e favole, Cierre edizioni 2020, pp.750, 20,00 euro.

Torna disponibile per il grande pubblico un’opera uscita per la prima volta, per l’editore Bertani di Verona, tra il 1975 e il 1978. Fu all’epoca una scelta sicuramente coraggiosa per un editore che fino ad allora aveva principalmente pubblicato testi, italiani e stranieri, riconducibili tutti, o quasi, all’ambito dell’antagonismo politico di estrema sinistra.
La ricerca dell’autore, infatti, si avventurava nell’opera di riscoperta e ricostruzione di una cultura, quella dei contadini veneti delle Basse veronesi, che sicuramente all’epoca, anche e forse soprattutto agli occhi dei militanti di quella Sinistra che si dichiarava extra-parlamentare, doveva apparire arcaica, superata, conservatrice, se non addirittura controrivoluzionaria. Perdendo così, già all’epoca, l’occasione per avvicinare strati popolari, allora ancora in parte superstiti, in cui era radicato un forte antagonismo nei confronti della cultura “elevata”, o presunta tale, imposta dallo Stato e dalla onnicomprensiva modernizzazione della società.

Dino Coltro (1929-2009) di quella cultura e di quella società contadina era invece discendente e, si potrebbe dire, voce; diretta emanazione di una lingua e di conoscenze apparentemente destinate ad essere cancellate dalla Storia.
Nato in provincia di Verona e cresciuto al Pilastro (Bonavigo), una tipica corte della Bassa veronese dove abitò dalla prima infanzia fino agli anni Cinquanta, dopo essere stato avviato al lavoro salariale, riuscì con l’impegno dell’autodidatta a diventare maestro. Con l’insegnamento iniziò anche la sua attività sociale, facendosi promotore di numerose cooperative agricole. A questa si aggiunse l’esperienza della Cooperativa della Cultura di Rivalunga, un’iniziativa socio-pedagogica che anticipò tendenze e metodi del rinnovamento della scuola. Dal 1972 si dedicò alla ricerca e alla trascrizione della tradizione orale veronese e veneta, di cui l’opera ripubblicata e recentemente portata a termine dalle edizioni Cierre di Verona costituisce uno dei risultati e, forse, l’esempio più significativo.

Sappiamo tutti come, oggi, in Veneto l’uso del dialetto sia ancora estremamente diffuso e sappiamo anche, purtroppo, che la sua difesa ha finito col costituire la base di una rivendicazione identitaria troppo spesso sfociata in una forma di autentica ostilità, se non di vero e proprio razzismo, nei confronti dei forestieri e degli immigrati più poveri, cui la Lega, nelle sue varie espressioni, ha dato voce e fiato per poter acquisire maggior rappresentatività politica sia a livello locale che nazionale.

Certo, l’opera di Coltro non andava, e non va letta tutt’ora, in quella direzione. Anzi quelle parole, quelle favole, quei modi di dire, quei canti e quelle filastrocche continuano a ricordare al Veneto degli schei (quattrini)1, una società contadina in cui molti vivevano come l’uccellino sul ramo* ovvero mangiando poco. Una società spesso povera, ma dall’identità forte proprio perché restia alla penetrazione di una cultura ufficiale, basata sulla prevalenza del testo scritto, destinata a sconvolgerla, privandola ancor prima che della lingua, ancor più della sua capacità creativa e della sua capacità di intendere il mondo, la natura, il lavoro, la fatica e la miseria, ma anche e soprattutto dei suoi valori etici e morali.

Come affermava infatti l’autore nelle riflessioni destinate ad accompagnare una prima ristampa dell’opera, nel 1982:

Il mio intento era di presentare una cultura nei termini e nei principi basilari intrinseci, senza ricorrere a prestiti interpretativi provenienti da altre concezioni della vita e del mondo. In questo modo risalta l’originalità della condizione contadina, nello spazio e nel tempo, e si dimostra che il complesso delle esperienze e delle situazioni, trattenute dalla coscienza collettiva, esprime una vera e reale concezione del mondo, da cui derivano valori e modelli che guidarono (e forse guidano) il comportamento individuale e collettivo. La mancanza di comunicazione simbolica o segnica della cultura subalterna, avverte soltanto che l’attenzione alla comunicazione orale deve essere portata al colore, alle forme, alla mitologia, alla fabulazione nelle loro complessità. Ma complessa non vuol dire frammentaria; la creatività e l’autonomia caratterizzante questa cultura ne amplificano la poliformia.

[…] C’è tuttavia, una unità concettuale, in larga misura implicita e intuitiva. Occorre soltanto capirne i termini. Esiste una morale del popolo, cioè degli imperativi molto più forti e tenaci della morale ufficiale con la quale, molto spesso, vengono in opposizione […] Così scopriamo opinioni e credenze sui diritti, sulla giustizia che nascono sotto lo spunto delle condizioni di vita e non risultano dei cascami degradanti dalle concezioni dominanti, come spesso si sente dire2.

Aggiungeva poi ancora, nella Premessa:«La lingua rappresenta un modulo conoscitivo fondamentale di una società e della sua cultura. Per questo ho tentato la trascrizione del linguaggio contadino della Bassa, colto nelle forme più espressive, dalla voce degli ultimi “analfabeti”, conservandone, fin dove possibile la contestualità e la struttura culturale orale. Una lingua non esiste al di fuori della cultura, cioè, al di fuori di un insieme ereditato socialmente di usanze e credenze che determinano la struttura della nostra vita [da S. Amin, Il linguaggio, Einaudi, Torino 1969 – N.d.R]»3.

Come afferma, infatti, Manlio Cortelazzo nella Prefazione al primo dei quattro volumi:

La propria parlata individuale, di uso e di ricordo, come indicatore del lessico comunitario; e questo ripreso, quale specchio fedele e spesso unico testimone della perduta memoria collettiva di un passato anche recente, che va man mano sbiadendosi e sfumando i suoi precisi connotati: ecco l’opera, carica di pietas, compiuta con grande passione e lunga fatica dall’Autore […]
Non c’è, in questo lavoro, né recriminazione, né idilliaca (e, quindi, sostanzialmente falsa) ricostruzione di un’esistenza faticosa, superata sì nei suoi deprimenti aspetti quotidiani, ma anche in altri aspetti positivi, così alieni dal nostro impoverito villaggio globale.
La descrizione di questo “paese perduto” sa procedere attraverso la parola, il verbum, inteso in senso lontanissimo, includente qualsiasi manifestazione verbale, anche i gridi di richiamo e incitamento degli animali domestici, anche le creazioni effimere, incontrollate e irripetibili, o fantasiose e sfuggenti a tutti i tentativi di logica spiegazione, per arrivare a cogliere esattamente, come confermerebbero documentazioni di altro tipo, peraltro non indispensabili, il corso della vita contadina a cavallo fra i due secoli, anzi, tra un mondo millenario […] e il suo fresco antagonista, il mondo d’oggi, che se n’è liberato4.

Coltro privilegiava quindi la lingua dell’oralità, il dialetto, la lingua del fare, che è pensiero legato alla concretezza della vita quotidiana, alle fatiche, alle miserie, alla fame, alla violenza dell’esistenza.
Lingua di condivisione sociale e famigliare degli eventi e degli atti, lingua che ci ricorda che ogni lingua nazionale, spesso imposta con la violenza (anche a scuola), è una forma di colonizzazione non solo socio-economica, ma anche dell’immaginario espresso collettivamente. In un mondo in cui il termine analfabeta ha rappresentato, e rappresenta tutt’ora, un grave stigma.

Il mondo contadino preso in considerazione, appare in una dimensione culturale più esatta attraverso il suo linguaggio che ne esprime anche la filosofia e la morale: uno specchio modesto di una civiltà che va scomparendo […] Tuttavia il mondo contadino non si presenta con un’unica fisionomia: la differenza culturale di chi possiede casa e terra da chi non ha che le braccia per lavorare non è trascurabile. La spaccatura salariale in categorie di lavoro (salariati, avventizi, giornalieri) e in sottoclassi sociali determina una diversa visone del lavoro e della vita.
L’ambiente di paese o di corte, il vivere in case isolate o raggruppate, in contrade, in frazioni; l’influenza della predicazione religiosa e delle tradizioni mitologiche popolari; la frequentazione dell’osteria e la solitudine delle stalle, sono tutti fattori che rendono “diverso” un modo di dire, apparentemente identico o uniforme. In questo caso, ripetizioni e varianti diventano frasi ed espressioni del tutto nuove e autonome.
Il lessico dialettale ha sfumature, inflessioni verbali, accenti che variano con il mutare dell’ambiente naturale, sotto l’influenza delle condizioni economiche, in rapporto alla composizione sociale delle comunità contadine. Differenze si possono notare dentro uno stesso paese, determinate dal lavoro, dalla povertà, sottolineate da condizionamenti storici, da fattori spirituali, dall’accettazione o meno dell’insegnamento della Chiesa5.

In fin dei conti, forse, Francis Fukuyama non aveva del tutto torto quando parlava della fine della Storia con i progressi avvenuti al termine del XX secolo, poiché il capitalismo, il suo stato e la sua cultura hanno di fatto contribuito a far finire migliaia di volte la Storia delle culture e società altre, costringendole ad essere relegate in ricordi sempre più sbiaditi oppure a negarsi per potere stare al passo con la Modernità, lo Sviluppo e il Progresso.

Le lingue altre, i gerghi e i dialetti hanno continuato però a portare dentro di sé una memoria materiale di un passato quasi sempre distrutto e poi rimosso e nascosto. L’opera di Dino Coltro quindi, a quasi cinquant’anni dalla sua prima pubblicazione, è ancora di estrema attualità per la metodologia impiegata. L’amplissima raccolta di detti, proverbi, modi dire, espressioni comuni, cantilene, fole scaturisce direttamente dalla viva voce dei contadini, non vi sono passaggi di carattere letterario o interpretativo che ne nascondano o ne travisino l’implicita forza espressiva.

L’opera risulta poi ancora attualissima poiché è stata scritta «appena usciti dal grande esodo dalle campagne, risulta, in definitiva, un esame immediato, spontaneo, fatto sul filo di una memoria intatta di quanto il cambiamento” aveva sperperato più che mutato. Perché il “cambiamento” era ed è nelle cose della storia e se c’era qualcuno che lo attendeva come una “liberazione”, questi erano i contadini. E, forse perché arrivato troppo tardi, li ha spinti a una trasmigrazione culturale così affrettata, confusa e sradicata da autentiche energie vitali. Una immagina speculare dell’emigrazione dalle campagne alle aree urbane, un tempo rifiutata»6.

Estremamente attuale nel ricordarci, in questo inizio secolo in cui gigantesche trasformazioni socio-economiche e tecnologiche contribuiscono a rovesciare ogni forma di resistenza e solidarietà nel loro contrario e ogni autonomia politica e culturale in immaginario spendibile per la causa capitalista, anche grazie ad una Sinistra dalle infinite sfumature progressiste tutte ispirate più dall’idealismo illuminista che dal materialismo e dall’interesse per gli “altri” di marxiana memoria7, che ogni passaggio, ogni trasformazione economica e sociale, anche all’intero di un medesimo modo di produzione, è sempre e soprattutto una trasformazione antropologica dei soggetti coinvolti. Senza di questa, senza la scellerata e condivisa rimozione di ogni forma di cultura non funzionale allo sviluppo economico e tecnologico dominante lo stesso non potrebbe infatti affermarsi e sopravvivere.


  1. Si veda G. A. Stella, Schei. Dal boom alla rivolta: il mitico Nord-est, Baldini &Castoldi, Milano 1997  

  2. D. Coltro, Riflessioni per una ristampa, in D. Coltro, Il paese perduto, vol.I, pp. 15-16  

  3. D. Coltro, Premessa a Il paese perduto, vol.I, op.cit. p.9  

  4. M. Cortelazzo, Il mondo contadino di ieri in D. Coltro, Il paese perduto, Vol. I La giornàda e il lunario, Cierre edizioni, Verona 2013, pp. 19-20  

  5. D. Coltro, Premessa in op. cit. pp. 10-11  

  6. D. Coltro, Riflessioni in op. cit. pp.16-17 

  7. Si vedano in proposito: E. Cinnella, L’altro Marx, Della Porta Editori, Pisa – Cagliari 2014 e K. Marx, Quaderni antropologici, Edizioni Unicopli, Milano 2009 oltre che K. Marx – Friedrich Engels, India, Cina, Russia, a cura di B. Maffi, il Saggiatore, Milano 1960; oppure, ancora, E. P. Thompson, Rivoluzione industriale e classe operaia in Inghilterra, il Saggiatore di Alberto Mondadori Editore, Milano 1963  

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Lorenzo Ciampi, umorismo intelligente https://www.carmillaonline.com/2020/11/25/lorenzo-ciampi-umorismo-intelligente/ Wed, 25 Nov 2020 00:48:03 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=63570 di Daniela Bandini

Lorenzo Campi, La città dei matti, Porto Seguro Editore, Firenze 2020, pp. 394, € 15,50.

Questo è il romanzo in assoluto più strambo, esilarante, intelligente e grottesco che io abbia letto di recente. Per chi seguisse XFactor, è l’equivalente di N.A.I.P ai bootcamp: sconcerto e incredulità che si materializzano in un istante.

Esiste, in quel di Ivanovo, città della Russia Centrale, un ospedale psichiatrico giudiziario, dove gli ospiti, per motivi di isolamento e/o pigrizia (veramente complesso e laborioso l’aggiornamento), sono rimasti al calendario pre 25 dicembre 1991. Il legame che esiste [...]

Lorenzo Ciampi, umorismo intelligente è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Daniela Bandini

Lorenzo Campi, La città dei matti, Porto Seguro Editore, Firenze 2020, pp. 394, € 15,50.

Questo è il romanzo in assoluto più strambo, esilarante, intelligente e grottesco che io abbia letto di recente. Per chi seguisse XFactor, è l’equivalente di N.A.I.P ai bootcamp: sconcerto e incredulità che si materializzano in un istante.

Esiste, in quel di Ivanovo, città della Russia Centrale, un ospedale psichiatrico giudiziario, dove gli ospiti, per motivi di isolamento e/o pigrizia (veramente complesso e laborioso l’aggiornamento), sono rimasti al calendario pre 25 dicembre 1991. Il legame che esiste tra Ivanovo e la sua rinomata struttura con l’Italia e gli eventi narrati è che questa “negli anni della Seconda Guerra Mondiale divenne un rifugio sicuro per i dirigenti dei Partiti Comunisti ricercati e perseguitati dai nazifascisti”. Ci soggiornarono Aldo Togliatti, Gino e Giuseppe Longo, i figli di MaoTse-Tung, il figlio del Maresciallo Tito ecc…

Il legame con il nostro Paese, con il romanzo, nasce dal sedicente gruppo terroristico “Il Club degli Anziani” (vedi qui), dove arzilli e determinati pensionati pensano di imbracciare le armi già ignominiosamente abbandonate. Quindi, onde evitare pericolose pandemie emulative, lo Stato italiano pensa di provvedere alla loro detenzione in luoghi inaccessibili e top-secret.

Da qui il tentativo di organizzare un’evasione, con un furgoncino Porter guidato da un paesino della provincia di Firenze a Ivanovo. Padre e figliolino, con il dissenso della moglie, che infatti denuncia il marito per rapimento. Non vi basta ancora?

Per farvi definitivamente innamorare di questo romanzo, riporto il discorso del figliolo, Enrico, con l’impiegato dell’Ufficio Anagrafico.

“L’impiegato dell’anagrafe rimase meravigliato di trovarsi davanti un ragazzino delle elementari che chiedeva la procedura per cambiare il nome. ‘E come vorrebbe chiamarsi?’… ‘Nikolaj’, rispose Enrico Ferrajoli. ‘E che nome sarebbe questo?’ ‘Un nome russo. Nikolaj Ivanovic Bucharin. Era un bolscevico. Mio padre mi chiamò Enrico per Enrico Berlinguer, ma io penso che Berlinguer non fece il bene della sinistra e dei comunisti in particolare’ ‘Ma lei signor bambino non sarà mica tra quelli che pensano che Berlinguer sia lento?’ ‘Signor impiegato comunale, vorrei farle notare che Berlinguer è morto… Anche io gli voglio bene a Berlinguer, ma i’ problema unné mica quello di fidanzarsi con Berlinguer. Gl’ė quello di fa la rivoluzione.’ ‘E si fa la rivoluzione. L’unica cosa che dovrebbe fare Berlinguer é quella di darci ‘i via. Lui si dovrebbe presentare in televisione. Alla zitta. Senza dire nulla a nessuno. La sera alle 9. Lui arriva alla zitta, buonasera eh compagni, via’, concluse l’impiegato comunale”.

Nel romanzo troverete Alejnikov, il Generale Cadorna, Cechov, il Treno di Lenin, Guccini, la Banda dei Quattro, il nuovo questore Rocco Assassino, il vecchio questore Salvatore Questore, il vicequestore candidato Mariano Vice, Lev Trockij, la granduchessa Anastasjia Romanov, l’inviata di TeleSorriso, Rui Barros, Gramsci, Umberto ed Enrico Ferrajoli, ecc. A voi l’onere e il divertimento di scoprirli tutti.

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Il terremoto che mise le cose in chiaro https://www.carmillaonline.com/2020/11/24/il-terremoto-che-mise-le-cose-in-chiaro/ Tue, 24 Nov 2020 17:00:05 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=63552 di Giovanni Iozzoli

[Si segnala l’uscita su “Napoli Monitor” di L’innocenza del sisma. Cosa fu il terremoto “dell’Irpinia” di Giovanni Iozzoli. Tra trasformazione antropologica necessaria per la sconfitta e sconfitta necessaria per poter attuare la trasformazione antropologica. Chissà che tra qualche anno non si possa interpretare meglio anche il terremoto pandemico in corso – gh]

«Il terremoto non fu solo lo sfarinamento dei tufi vecchi o del cemento disarmato, sarebbe facile se fosse così – un po’ di crolli, un po’ di morti e un po’ di retorica da anniversario [...]

Il terremoto che mise le cose in chiaro è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Giovanni Iozzoli

[Si segnala l’uscita su “Napoli Monitor” di L’innocenza del sisma. Cosa fu il terremoto “dell’Irpinia” di Giovanni Iozzoli. Tra trasformazione antropologica necessaria per la sconfitta e sconfitta necessaria per poter attuare la trasformazione antropologica. Chissà che tra qualche anno non si possa interpretare meglio anche il terremoto pandemico in corso – gh]

«Il terremoto non fu solo lo sfarinamento dei tufi vecchi o del cemento disarmato, sarebbe facile se fosse così – un po’ di crolli, un po’ di morti e un po’ di retorica da anniversario annuale. No. È stato peggio, indicibilmente peggio. E probabilmente quel “peggio” sarebbe precipitato ugualmente sui nostri paesini, sui capoluoghi slabbrati, sulle nostre esistenze: il peggio ansimava nell’aria, era lo spirito del tempo – il terremoto mise solo le cose in chiaro, annichilì ogni nostra eventuale resistenza. Diventammo altro, da noi stessi, in un minuto e trenta. Tutti, cittadini e paesani, diventammo altro. I beati anni del travaglio, o dell’agonia: durò tutto solo novanta secondi» …  Articolo completo

“Napoli Monitor” è stato un mensile cartaceo, in edicola dal 2006 al 2014. A partire dal 2010 è un sito di informazione e approfondimento. Dal 2015 pubblica anche libri e dal marzo 2018 la rivista “Lo stato delle città”.

Giovanni Iozzoli, I terremotati, (Manifestolibri, 2009) su “Carmilla”

 

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La via populista al totalitarismo https://www.carmillaonline.com/2020/11/23/la-via-populista-al-totalitarismo/ Mon, 23 Nov 2020 22:00:21 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=63460 di Gioacchino Toni

«Solo oggi il totalitarismo è possibile. Fascismo e Nazismo sono esempi storici di totalitarismo imperfetto a causa di invalicabili limiti tecnici, non surrogabili dalle grandi adunate e dalle fiaccolate notturne. Solo oggi, con l’elettronica applicata e il controllo capillare dei singoli individui, il totalitarismo è praticabile». Così si esprime Franco Ferrarotti nell’intervista pubblicata in coda al volume di Anna Camaiti Hostert, Enzo Antonio Cicchino, Trump e moschetto. Immagini, fake news e mass media: armi di due populisti a confronto (Mimesis, 2020). L’affermazione del sociologo tocca una delle questioni su cui [...]

La via populista al totalitarismo è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Gioacchino Toni

«Solo oggi il totalitarismo è possibile. Fascismo e Nazismo sono esempi storici di totalitarismo imperfetto a causa di invalicabili limiti tecnici, non surrogabili dalle grandi adunate e dalle fiaccolate notturne. Solo oggi, con l’elettronica applicata e il controllo capillare dei singoli individui, il totalitarismo è praticabile». Così si esprime Franco Ferrarotti nell’intervista pubblicata in coda al volume di Anna Camaiti Hostert, Enzo Antonio Cicchino, Trump e moschetto. Immagini, fake news e mass media: armi di due populisti a confronto (Mimesis, 2020). L’affermazione del sociologo tocca una delle questioni su cui riflettono anche gli autori del testo che, attraverso il confronto tra Trump e Mussolini evidenziano elementi utili alla lettura delle nuove forme di potere che contraddistinguono una contemporaneità ormai espansa sul web e da questo ridefinita.

Sebbene il paragone tra le due figure proposto dagli autori appaia a volte un po’ azzardato ed altre estendibile anche a personalità politiche meno discusse, tale confronto ha il merito di evidenziare alcune analogie tra i primi decenni del Novecento e quelli del nuovo millennio. In entrambi i peridi storici, sostengono Camaiti Hostert e Cicchino, la crisi e il diffuso senso di disorientamento determinato dai cambiamenti si danno in un contesto di affermazione di nuovi poteri con l’annessa proliferazione di populismi e relativa individuazione di carpi espiatori contro cui indirizzare il malessere diffuso. Insieme all’angoscia suscitata dal crollo di vecchie certezze, come spesso accade, fanno capolino sulla scena “uomini forti” che promettono protezione da quegli stessi cambiamenti di cui in realtà sono essi stessi il prodotto.

Elementi di affinità tra il clima politico che apre il secolo scorso e quello che caratterizza l’inizio del nuovo millennio non mancano nemmeno restando all’interno del solo ambito americano. Se in apertura di Novecento gli Stati Uniti si prodigano in un inasprimento delle leggi sull’emigrazione, agitano un primo spauracchio del comunismo, e presentano fenomeni populisti, analogamente il periodo che precede il successo elettorale di Trump mostra una crescente ostilità nei confronti dell’immigrazione, sopratutto tra le classi lavoratrici bianche, e un ritorno sulla scena del populismo.

Jan-Werner Müller definisce il populismo come «una particolare visione moralistica della politica, un modo di percepire il mondo politico che oppone un popolo moralmente puro e completamente unificato – ma, direi, fondamento immaginario – a delle élite corrotte o in qualche altro modo moralmente inferiori. Essere critici nei confronti di tali caste è una condizione necessaria ma non sufficiente per essere considerato populista […]. La rivendicazione di fondo del populismo è dunque una forma moralizzata di antipluralismo. […] Il populismo prevede un’argomentazione pars pro toto e la rivendicazione di una rappresentanza esclusiva, entrambe intese in senso morale, anziché empirico»1.

Il web sembra oggi poter offrire ai leader populisti la possibilità di attuare una relazione, almeno apparentemente, diretta con i propri seguaci, dunque di costruire una sorta di carisma digitale. I leader carismatici contemporanei tendono a prescindere dal supporto dei partiti strutturati, o almeno tentano di celarlo il più possibile, sfruttando quell’immagine anti-establishment resa necessaria dall’impresentabilità delle formazioni politiche tradizionali. Scrive a tal proposito Alessandro Dal Lago che «questi leader neo-carismatici tenderanno a rafforzare i rapporti con il loro pubblico e quindi a perseguire politiche neo-nazionalistiche, protezionistiche in economia e ostili agli stranieri. Visto in questa prospettiva il populismo digitale è dilagante [e] capace di assorbire le istanze sociali che sono state deluse dai processi di globalizzazione e di dislocazione della forza lavoro verso la periferia del mondo»2.

Tra i motivi del consenso che Trump ha saputo conquistare tra l’elettorato bianco popolare vi è sicuramente la sua promessa di salvaguardare i posti di lavoro dall’invasione degli immigrati, proponendosi come argine di conservazione di certezze in via di dissoluzione. Il successo di Trump non è stato cancellato nemmeno dalla recente vittoria di Biden, a differenza di quello che avevano previsto tanti  spocchiosi “osservatori”, che guardano agli Stati Uniti dalle finestre degli hotel delle grandi città o dai talk show televisivi, incapaci di comprendere come, in questo ultimo caso, più che il triste spettacolo in sé occorra analizzare gli occhi di chi lo osserva.

La demonizzazione degli immigrati, il disprezzo per le istituzioni democratiche a cui ama ricorrere Trump, uniti al narcisismo, all’agire d’impulso, allo scaricare chiunque lo offuschi o lo contraddica, all’abilità nello sfruttare i mass media, al ricorso ad affermazioni infondate e al presentarsi come un messia in grado di “salvare” il suo paese tanto dai nemici esterni quanto dall’establishment di casa, richiamano fenomeni dittatoriali degli anni Venti e Trenta del secolo scorso.

Ripreso dagli autori del volume, Alan Badiou3, nello spiegare il successo trumpiano nel momento storico presente, ritiene debbano essere presi in considerazione soprattutto: l’assolutismo globalizzato del capitalismo, la crisi della politica delle élite borghesi, il generalizzato stato confusionale e di frustrazione e l’assenza di una strategia alternativa. Da ciò deriverebbe quel diffuso convincimento circa l’immodificabilità di uno status quo caratterizzato da un’estrema concertazione della ricchezza, dall’impossibilità di garantire la sopravvivenza a quanti la cercano migrando: in sostanza la persuasione della mancanza di un’alternativa alla distruzione generalizzata operata del capitalismo globalizzato.

Da ciò deriva che le élite politiche vengono irrimediabilmente compromesse e perdono il controllo. Così proliferano ovunque, nell’ambito delle democrazie occidentali, politici che costituiscono una “esteriorità interna”. Usano linguaggi violenti, demagogici e contraddittori con il fine di creare flussi di emotività che si coagulano in unità artificiali. La gente nei momenti di crisi viene infatti magnetizzata da promesse irrazionali e spesso irrealizzabili che a volte si basano su un passato mitico e impossibile da recuperare. Nasce così quello che Badiou definisce il “fascismo democratico” che contrabbanda per nuove, vecchie idee come il nazionalismo, il razzismo, il colonialismo, il sessismo e le coagula in un pastiche dove vecchio e nuovo coesistono senza criteri razionali. A differenza del fascismo vero però, quello nuovo non ha un antagonista fisico come il comunismo e non ha neanche specifiche organizzazioni che si costruiscono attorno al capo. È comunque un fenomeno interno al sistema dominante che per Badiou si concentra sulla sacralità della proprietà privata4.

Ad indurre gli autori di Trump e moschetto a mettere a confronto il figlio di un ricchissimo immobiliarista americano con il figlio di un fabbro romagnolo, personaggi che hanno conquistato il potere politico a quasi un secolo di distanza e in due contesti inevitabilmente diversi, è il fatto che lo statunitense sembra avere visto nell’italiano il modello a cui ispirarsi.

Estremi lontani vicinissimi. Mussolini. Trump. Due vincoli nella storia. Letti come contemporanei, con lo stesso filo emotivo. Entrambi uomini di inizio. Primi del novecento Roma. Primi anni duemila Washington. Motori ambedue di violenza, diretta del sangue l’uno, e indiretta verbale di incitazione alla prevaricazione l’altro. Scalcinate file di marciatori nel film del ’22 per Benito, stadi assiepati di folla votante per Donald. Volti, sorrisi, occhi, mani, corpi urlanti, adoranti. Sono uomini o solo pedine di una gigantesca partita di scacchi? I primi marciano contro l’intera classe liberale e socialista italiana responsabile della “vittoria mutilata”. I secondi contro l’establishment democratico di uno stato in crisi che mina gli interessi del popolo statunitense. Di qua i sopravvissuti della Grande Guerra. Di là coloro passati per la tragedia dell’11 settembre 2001, un vulnus irreversibile che qualcuno ha detto essere ancora più profondo di quello della Seconda guerra mondiale5.

Gli anni Venti del secolo scorso e l’inizio del nuovo millennio sono accomunati da un’analoga incapacità da parte della politica tradizionale di rapportarsi con i bisogni sociali emergenti derivati dal senso di insicurezza determinato dalla disoccupazione, dalla precarietà lavorativa e dall’instabilità sociale. Secondo gli autori si possono trovare analogie tra la retorica della “vittoria mutilata” utilizzata nell’Italia degli anni Venti e l’abilità con cui il trumpismo ha saputo far breccia nell’immaginario sfruttando la crisi della “rust belt”, delle vecchie industrie con annessa dequalificazione della mano d’opera specializzata.

Clarence Page, editorialista del “Chicago Tribune”, ha messo in relazione la messa in onda della serie televisiva The People Vs. O.J. Simpson. American Crime Story del 2016 e la campagna elettorale che ha portato Trump alla casa bianca, sostenendo che in entrambi i casi si può parlare di dispute tra “narrative” di intrattenimento6.

La “narrativa”, sostiene Page, ha un ruolo determinante nella vittoria elettorale e la ricerca del consenso può essere ottenuta ricorrendo a strategie da reality show date in pasto a un pubblico avido di essere intrattenuto: occorre dire qualcosa di scandaloso per poi, mentre tutti ne stanno ancora discutendo, rilanciare con una nuova affermazione scioccante. Ai seguaci spetta il compito di costruire sui social network una comunità di sostengo impenetrabile da ogni altra informazione discordante. Quando serve riconquistare il centro della scena si ricomincia da capo rimettendo in moto il meccanismo. Tutto sommato è così che funziona un reality show, e con esso buona parte dell’entertainment della tv generalista contemporanea, e questo può essere un meccanismo replicabile in una campagna votata alla ricerca del consenso.

L’affarista Trump si è mostrato indubbiamente abile nell’imbastire una narrativa capace di accaparrarsi consenso attraverso forme di intrattenimento.

Se i fascisti per innalzare il muro contro il pericolo bolscevico bruciano bandiere rosse e camere del lavoro, Trump ed i suoi trumpieri innalzano la dura retorica anti islamica ed anti ispanica al suono di: “Impediremo ai musulmani di entrare negli Stati Uniti” e “Costruiremo un muro con il Messico”, precisando che quest’ultimo lo dovrà pagare il governo messicano. Simile a Mussolini la diffidenza di Trump nei confronti dei politici di professione, dell’establishment: hanno ridotto il paese in condizioni disgraziate. I liberal, quelli che rispettano la political correctness, hanno interdetto un paese che non riconosce più se stesso, tanto ha paura di dire o fare cose sbagliate, secondo Trump. E non tratta meglio poi il partito repubblicano per cui dovrebbe candidarsi: i suoi membri, inetti! E proclama: “Finalmente, la maggioranza silenziosa è tornata ed avrà la sua voce: me!”7.

si fanno promesse che si sa già non potranno essere mantenute, solo per rassicurare un bacino elettorale sicuro di niente, ma solo di essere stato trascurato da tutte le altre forze politiche. Ad esso ci si rivolge cercando di creare processi identificativi inesistenti, facendo credere di essere parte della massa, seppure in entrambi i casi i due leader politici facciano parte di un’élite che niente ha a che vedere con i derelitti e i poveri8

Agli slogan di successo di Barack Obama “Hope” e “Yes we can”, Trump ha risposto con il suo “Make America great again”, ottenendo le simpatie di tanti elettori americani che si sentono trascurati, se non addirittura abbandonati dall’establishment del Partito democratico. Trump ricorre a una violenza verbale insolita per un candidato alle presidenziali, parole che non mancano di incitare alla violenza fisica ed i media, anche quando intendono metterlo alla berlina o accusarlo, nei fatti finiscono per fare da grancassa a tutte le sue dichiarazioni.

Al di là della brutalità trumpiana descritta dal volume, occorrere chiedersi se esista una modalità sostanzialmente diversa di utilizzare i social all’interno di un sistema tecnologico-mediatico sempre più indirizzato a sorvegliare e indirizzare i comportamenti degli esseri umani come ha descritto Shoshana Zuboff9. I metodi “più gentili” di usare i media e i social degli Obama, dei Clinton e dei Biden sono forse nella sostanza meno falsi e demagogici?

A proposito del ricorso ai Big data da parte della politica contemporanea, gli autori riprendendo le analisi di Eitan D. Hersh10 ricordano come oggi si ricorra all’analisi dei dati tanto per indirizzare gli elettori quanto per costruire su di essi una retorica che strizza l’occhio alla pancia popolare. Indubbiamente, a differenza del passato, questa pancia può ora essere indagata in maniera molto più approfondita grazie a quell’ammontare dei dati raccolti dai colossi del web.

L’ambizione a quel “totalitarismo perfetto” a cui fa cenno il sociologo Ferrarotti nell’intervista – citata in apertura di questo scritto – sembra propria di un intero sistema capace, da sempre, di indossare tanto la maschera anti-establishment di personaggi sguaiati e sanguigni quanto quella presentabile di politici più posati e controllati. Quella esplicitamente populista, verrebbe da dire, sembrerebbe essere una delle vie che mirano al totalitarismo (più o meno perfetto).


  1. Jan-Werner Müller, Cos’è il populismo, Egea, Milano, 2017. 

  2. A. Dal Lago, Populismo digitale. La crisi, la rete e la nuova destra, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2017, p. 22. Qua su “Carmilla”. 

  3. A. Badiou, Trump o del fascismo democratico, Meltemi, Milano, 2019. 

  4. A. Camaiti Hostert, E. Antonio Cicchino, Trump e moschetto. Immagini, fake news e mass media: armi di due populisti a confronto, Mimesis, Milano-Udine, 2020, p. 14. 

  5. Ivi, pp. 16-17. 

  6. C. Page, What the O.J. Simpson trial and Donald Trump have in common, “Chicago Tribune”, 18 marzo 2016. 

  7. A. Camaiti Hostert, E. Antonio Cicchino, Trump e moschetto, op. cit., p. 47. 

  8. Ivi, pp. 56-57. 

  9. S. Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza. Il Futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri, Luiss University Press, Roma, 2019. Qua su “Carmilla”. 

  10. E. D. Hersh, Hacking the Electorate: How Campaigns Perceive Voters, Cambridge University Press, Cambridge,2015. 

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La via populista al totalitarismo è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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La sagra delle anime perdute: Favolose nullità https://www.carmillaonline.com/2020/11/22/favolose-nullita/ Sun, 22 Nov 2020 21:30:13 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=63454 (La Sagra delle anime perdute è un passaggio di Insomnia di Stephen King. Ora è una miniserie di racconti politicamente scorretti ambientati… nella società perduta.)

di Mauro Baldrati

Io e la lady ci facciamo questa pista, sottraendola al sacchetto che dobbiamo portare all’avvocato. Modica quantità, per andare su di giri, non per uscire di testa. L’avvocato non se accorgerà. Perché non può accorgersene, visto che non avrà certo il tempo di pesarla. “Ah!” esclama la lady rovesciando indietro la testa. L’anello che le pende dal naso tintinna. Tiro a mia volta, la roba [...]

La sagra delle anime perdute: <em>Favolose nullità</em> è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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(La Sagra delle anime perdute è un passaggio di Insomnia di Stephen King. Ora è una miniserie di racconti politicamente scorretti ambientati… nella società perduta.)

di Mauro Baldrati

Io e la lady ci facciamo questa pista, sottraendola al sacchetto che dobbiamo portare all’avvocato. Modica quantità, per andare su di giri, non per uscire di testa. L’avvocato non se accorgerà. Perché non può accorgersene, visto che non avrà certo il tempo di pesarla.
“Ah!” esclama la lady rovesciando indietro la testa. L’anello che le pende dal naso tintinna. Tiro a mia volta, la roba scende in gola, amara. Non amo particolarmente questa Airplane, che quando cala mi fa venire la febbre, ma oggi va bene perché ho voglia di farmi la lady, come lei ha voglia di farsi me. Ci buttiamo all’indietro sul parquet di assi, ci strappiamo i vestiti, le metto a nudo i seni sotto la maglia nera. Facciamo l’amore leggeri come angeli che volano sul tappeto fatato, incuranti di quello sventurato di Roby che si aggira per il capannone, lancia occhiate verso di noi e borbotta tra sé.
Concludiamo, ci rivestiamo, lei si fa un’altra riga, io no. A me va un caffè piuttosto. E’ entrato anche Chip, butta lo zaino in mezzo al capannone. Fa un paio di mosse di kung-fu, canta a squarciagola. Poi dice che fa freddo, si incazza perché nessuno mette mai legna nella stufa.
Vado da Roby. “Tira fuori i soldi” dico. Roby si schermisce, dice “aspetta un attimo.” “Aspetta un attimo un cazzo” dico. “Oggi hai preso la cassa integrazione e la versi qui. Come sempre. Come tutti.” Roby abbassa la testa, dice che secondo lui sarebbe più giusto pagare una quota, come affitto, come spese comuni, ma tenere per sé… lo interrompo: “Senti, se vuoi fare così vattene. Qui la regola è questa. Oggi io e la lady andiamo a fottere l’avvocato, facciamo un bel po’ di grano, rischiamo anche la pelle, e va tutto qui, nella cassa. Poi a fine mese dividiamo.” Roby annuisce, con quella sua insopportabile aria da depresso. Mi fanno andare giù la catena i depressi. “Va bene va bene” dice, e sospira.
Roby ciondola la testa. Se si mette di nuovo a fare quella lagna sulla ricerca del lavoro lo caccio via a pedate. Se vuole rovinarsi la vita sognando di diventare un operaio o un impiegato che lavora tre mesi e poi va di nuovo in depressione si accomodi. Ma fuori di qui. Questo non è un albergo. Non è un centro di assistenza psicologica. E’ un’organizzazione seria.
“Sei pronta?” chiedo alla lady. Lei annuisce. “Andiamo allora. E sangue freddo, mi raccomando.”

Fuori piove. Una nebbia fradicia, che rende l’aria puro veleno. Il nostro capannone da fuori sembra il solito magazzino abbandonato in un’area industriale dismessa nell’estrema periferia di Merdopolis. Bene così. Meglio non dare nell’occhio. Qui stiamo tranquilli, caldi e asciutti.
“Ho voglia ancora di te, lady” dico, prendendole la mano. Lei la ritira.
“Io no.”
“Sei proprio una stronza, lady.”
“Bah. Neanche se tu fossi l’ultimo uomo sulla terra. Fai schifo.”
Ridiamo, mentre saliamo sull’Ape di Chip.
Guido io, questo ronzino puzzolente che Chip usa per fare gli sgomberi e caricare i metalli che poi va a rivendere al rottamaio in Via della Cooperazione. La lady mi dice che una sua amica vorrebbe unirsi a noi. Le chiedo che tipa è. “Una in regola” dice.
“Potrebbe prendere il posto di Roby” dico. “Quello sfigato ogni giorno che passa è messo peggio. ”
“Non chiamarlo sfigato.”
“Ah, no? Cos’è, ti fa pena? Bene, allora è un doppio sfigato.”
“E’ solo uno che non ce la fa a vivere come noi.”
Rallento perché c’è una macchina dei vigili urbani che ci segue. Vorrei prendere la corsia dei taxi ma non posso farlo con quelli dietro.
“Ma lui vive già come noi, lady. Perché non c’è altra vita al di fuori di questa. Ne abbiamo già parlato.”
La lady è di nuovo in vena di discussioni deprimenti. Devo avere pazienza, non voglio innervosirla prima dell’azione.
“Non ne sono più tanto sicura” dice.
“Allora dimmi che vita ti aspetti. Ogni giorno in giro per quelle agenzie che ti promettono un lavoro pagato una miseria per un mese? Ogni giorno a spedire curriculum che vanno a finire direttamente nel cestino? E questo per quanto? Per sempre.”
“Sono stanca. E ho solo 27 anni. E tu ne hai 32. Quanto pensi di andare avanti?”
“Quanto? Finché posso. D’altra parte non potrei fare nient’altro. E poi vuoi proprio saperlo? Mi va bene così.”
La lady abbassa la testa. “Già, è proprio questo il problema” sussurra.

Arriviamo sotto il palazzo dell’avvocato. Parcheggio duecento metri più in là, per non dare nell’occhio con l’Ape quando usciremo. Sono le nove, l’ora giusta. Non c’è nessuno in giro. Sono tutti a casa davanti alle televisioni, e chi deve uscire si sta ancora preparando. Le strade del centro sono deserte. Merdopolis è morta, dopo l’orario di lavoro.
La lady esita. Le chiedo cosa succede.
“Succede che non ho voglia di succhiare l’uccello di quel maiale fascista” dice.
Le prendo una mano. Per una volta me la lascia.
“E’ solo un minuto. Ti prometto che risolvo subito.”
“Un minuto. Ti sembra poco?”
“Lady, tu sei la chiave di tutto. Se ti tiri indietro l’operazione va in fumo. Non ci guadagniamo niente, gli ho promesso un prezzo stracciato per la roba proprio perché c’è il nostro piano.”
“E se reagisce? Sai cosa tiene nel cassetto.”
“Non ne avrà il tempo. Fidati di me.”
Sospira. Ritira la mano. “E va bene. Però non voglio farlo mai più, ricordalo.”

La telecamera è abbassata, come concordato. Gli ho detto chiaro che non saremmo entrati con la telecamera in funzione. Suono il campanello. Non c’è risposta ma con un “clack” si apre il portone.
Entriamo nel vano scale di un palazzo storico, gradini di marmo, passerella di moquette rossa con gli orli di ottone, corrimano in ferro battuto. Saliamo al primo piano. La porta blindata è socchiusa. Entriamo. La lady è nervosa, lo sento.
Lo studio dell’avvocato Renzini, detto “Chiagniefotti”, maneggione degli appalti e consigliere regionale di uno di quei partiti di ladri che dettano legge a Merdopolis, è foderato di una specie di carta da parati che sembra plastica, di un rosa scroto-di-neonato tutta bugnata e macchiata di sfumature color vomito. Uno schifo indescrivibile, ma che piace ai ricchi e costa una fortuna. Ci sono un sacco di specchi con le cornici dorate, e poltrone inverosimili che sembrano uscite dal set di un film di fantascienza.
Una voce grida “venite!”
Percorriamo un tratto di corridoio sul quale si affacciano delle porte laccate di bianco e ci affacciamo su quella dell’avvocato.
Chiagniefotti è seduto dietro una scrivania col ripiano di vetro, e guarda il video piatto di un computer. Alle pareti la stessa carta/plastica da parati, sul pavimento un tappeto tipo persiano. Scaffali di legno scuro carichi di libri col dorso di cuoio, un divano di pelle bianca. Un ficus accanto alla finestra con le tende tirate. Avrà cinquant’anni, la cravatta rossa su quelle camicie azzurre che usano tutti loro perché viene bene in televisione. Sorride. Ma cosa sorride, c’è poco da ridere.
Non ho voglia di discorsi inutili, così tiro subito fuori la busta col mezzo etto e gliela piazzo sotto il naso.
“Ecco qua avvocato” dico, “roba purissima.”
“Certo, certo” dice con aria complice.
“La provi” dico.
Mi guarda con gli occhi piccoli, il naso arricciato. “Sì.”
Prende un coltellino da un cassetto, apre con cura la busta, allinea una pista di Airplane sul ripiano di vetro. Non usa la banconota arrotolata, ha la cannuccia d’oro col dilata-narice, per spararsela per bene direttamente nel cervello. Tira come un aspirapolvere, si massaggia il naso, se la spalma anche sulle gengive.
“Una cannonata” dice.
Lo so bene. E’ roba di prima qualità. Annuisce tutto soddisfatto, mentre lancia occhiate alla lady. Le guarda le tette. Le sbirciava anche prima, ma dopo la riga si è fatto più audace. Proprio quello che voglio.
“Senta avvocato, se ci dà un piccolo extra la mia amica le fa un bel lavoretto” dico.
Gli faccio l’occhiolino, lui mi guarda con le sopracciglia sollevate.
“Un… lavoretto?” dice, allungando le labbra in un sorriso. Gli occhi brillano come fanali. E’ in pieno flash. Bisogna cogliere l’attimo, accelerare il ritmo. Faccio un cenno alla lady, che gli va vicino. Gli siede sulle ginocchia. La sua mano destra, incerta, morta, parte verso il seno.
“Sì, carino” dice la lady, facendo le fusa, ”ti faccio una bella… cosina… la vuoi?”
Lui ride, muove la mano sulle tette, mette in azione anche l’altra. Ma continua a sbirciarmi.
“Sì ma… e lui?”
“A me piace guardare” dico. “Ognuno ha i suoi gusti, avvocato.”
“Oh” sussurra l’avvocato, mentre la lady gli sollecita il lobo dell’orecchio con la lingua. Non ha tempo di riflettere sulle mie parole, la ragnatela elettrica dell’Airplane gli sta mandando in corto circuito i neuroni del cervello. “Ahhh” sospira, mentre la lady, lenta e suadente, gli sbottono i pantaloni. Glielo tira fuori, lo prende in bocca.
Io sono in posizione strategica, ci resto il minimo indispensabile, circa trenta secondi. Glielo devo, alla lady. Mi avvicino e, mentre lui ha la testa rovesciata all’indietro con gli occhi chiusi lo colpisco con un pugno in faccia. Colpo frontale, con spinta a fondo. Lui grida, si abbatte con la schiena sulla spalliera della poltrona, mi guarda atterrito con la bocca spalancata, il sangue che zampilla dal naso rotto. La lady si stacca di colpo, sputa. Io apro fulmineo il cassetto e prendo il piccolo revolver col manico di madreperla. Me lo ficco in tasca. E’ un gioiellino, ci farò almeno mille euro al mercato nero.
“Te lo taglio questo schifo, brutto bastardo” dice la lady, girandogli le spalle.
L’avvocato Chiagniefotti è immobile con la faccia stravolta dal dolore e dalla sorpresa. Recupero il sacchetto con la roba.
“Adesso mi dai tutti i soldi. Anche quelli che hai in cassaforte. Se credi di fare il furbo, se ti viene l’idea di sporgere denuncia pensa a questo.” Apro lo zaino che porto sempre con me, gli mostro la telecamera digitale fissata col nastro da pacchi. “Se fai una cazzata metto il filmato in rete. I tuoi clienti, tua moglie, i tuoi elettori rideranno di gusto vedendo che tiri droga e poi ti fai fare un pompino da una ragazza punk.”
Niente. Non si muove. E’ una statua con la bocca spalancata, il sangue che cola sul petto, sulla camicia azzurro-cadavere. Così, per aiutarlo a scuotersi, gli mollo un calcio nella parte interna della rotula, il punto più doloroso di tutta la macchina umana.

Guido rilassato nel traffico che ha ricominciato a scorrere. La lady è chiusa in un mutismo che nulla sembra scalfire. Non ha neanche risposto alle mie battute.
“Che schifo di storia” dice.
“Sei stata grande” dico, cercando di portarla fuori dal suo stato di down. “E ho cercato di tenerla corta. Neanche un minuto.”
“Bah” dice, cupa.
“Lady. Abbiamo quattordicimila euro in contanti, una pistola da collezionisti e la roba, che rivendo in due giorni. Possiamo costruire il secondo bagno nel capannone, finalmente.”
“Il bagno. In un locale occupato. Possono sbatterci fuori anche domani.”
“Ma no. Devono demolirlo per uno di quei progetti di recupero che non partirà mai. Il comune è in miseria, c’è la crisi. A nessuno frega niente del nostro capannone.”
“Sarà. Tu la fai sempre facile” dice. Si accende una sigaretta.
“Lady, le cose non vanno male, perché vuoi sempre metterle in peggio, come Roby?”
Dopo due tiri lancia fuori la sigaretta dal finestrino.
“Ho fame. Andiamo a farci una pizza” dice.
Mi piace il suo tono. E’ così… tirato via. Così notturno.
“Possiamo mangiare anche in un ristorante a cinque stelle, se vuoi.”
“Ma no. Non me ne frega niente del ristorante. Andiamo alla Scalinatella.”
“Come vuoi.”
Quello che piace a lei piace anche a me. Il fatto è che la lady mi piace da matti.
“Senti lady… perché noi due, insomma… perché non ci mettiamo insieme?”
“Insieme?”
“Sì. Sul serio. Non è vero che ti faccio schifo, dai.”
“No, non è vero. Però mi fai paura. E’ questo il problema.”
“Paura?”
Ha lo sguardo fisso davanti a sé. Sta uscendo dal down, sta entrando nel ritmo lento, sta entrando nella notte.
“Sì. Tu non ti fermi davanti a niente. Non hai limiti. Per te ogni differenza tra bene e male è polverizzata. Io non sono così. Non so se lo sto diventando.”
Parcheggio l’Ape dietro la stradina della pizzeria. E’ un’area di sosta riservata alla Polizia Municipale, ma piove, fa freddo, e i vigili urbani non escono con questo tempo da lupi. Stanno a scaldarsi il culo in ufficio.
Le prendo la mano mentre passiamo di fianco alla torre medievale che un tempo era una galera della Chiesa e oggi è un bed & breakfast.
Siamo davanti all’ingresso della pizzeria. Quando entreremo il proprietario come al solito ci farà un’accoglienza trionfale, come se entrassero due star della televisione. Non ho mai capito perché.
“Lady, guardami.”
Mi guarda. Sorride.
“Sono io.”
“Tu. E allora?”
“Io, lady. Non disprezzarmi. Io sono il futuro.”
China il capo. Forse sorride.
L’avrò convinta?

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La sagra delle anime perdute: <em>Favolose nullità</em> è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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