Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Fri, 17 Aug 2018 06:38:38 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.8 Sogni senza futuro. L’Epopea Americana di Joyce Carol Oates https://www.carmillaonline.com/2018/08/17/sogni-senza-futuro-lepopea-americana-di-joyce-carol-oates/ Thu, 16 Aug 2018 22:01:45 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=47288 di Gioacchino Toni

«Non esiste idea più catastrofica di quella secondo la quale ci si deve sempre schierare con il proprio paese, che sia nel giusto o che sbagli, e che chiunque esiti ad aderire ai crimini commessi nel nome del patriottismo merita di essere punito» (Joyce Carol Oates)

A Garden of Earthly Delights (1967), Expensive People (1968), Them (1969) e Wonderland (1971) sono i romanzi che, tradotti e pubblicati nel 2017 da Il Saggiatore, compongono la tetralogia Wonderland Quartet dell’americana Joyce Carol Oates.

Quella della scrittrice è una produzione letteraria caratterizzata da [...]

Sogni senza futuro. L’<em>Epopea Americana</em> di Joyce Carol Oates è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Gioacchino Toni

«Non esiste idea più catastrofica di quella secondo la quale ci si deve sempre schierare con il proprio paese, che sia nel giusto o che sbagli, e che chiunque esiti ad aderire ai crimini commessi nel nome del patriottismo merita di essere punito» (Joyce Carol Oates)

A Garden of Earthly Delights (1967), Expensive People (1968), Them (1969) e Wonderland (1971) sono i romanzi che, tradotti e pubblicati nel 2017 da Il Saggiatore, compongono la tetralogia Wonderland Quartet dell’americana Joyce Carol Oates.

Quella della scrittrice è una produzione letteraria caratterizzata da frequenti cambi di registro narrativo: «I miei interessi hanno sempre oscillato tra il “mondo reale” e il “mondo surreale”. Ovvero, tra il mondo fatto di realtà navigabili e il mondo dominato dalla logica onirica. Non ho mai fatto distinzioni qualitative tra una dimensione e l’altra, anche perché non ho mai ragionato in termini di reale e fantastico. Per fare un esempio, nei racconti di Poe e nella letteratura gotica la virata verso il surreale è una diretta conseguenza dell’immersione nella coscienza di un individuo, e della decisione di privilegiare una narrazione in soggettiva rispetto a uno sguardo più distaccato e onnicomprensivo. In altre parole, la scelta tra “reale” e “surreale” è una diretta conseguenza del tipo di struttura narrativa che, di volta in volta, decido di privilegiare» (Intervista rilasciata a Luca Briasco, «Il Venerdì di Repubblica», 28 luglio 2017).

In Wonderland Quartet, cambiando più volte registro narrativo, così come ambientazione e contesto sociale, l’autrice costruisce una parabola sociale e morale degli Stati Uniti attraverso storie in cui le speranze e le ambizioni di alcuni individui vengono mandate in frantumi dalla falsità, dall’individualismo, dal cinismo e dalla violenza di una società davvero impietosa. Oates non si limita però a narrare storie di perdenti: racconta, piuttosto, di una società in cui, indipendentemente dal successo economico, moralmente non ci sono vincitori. Una società ipocrita, violenta e totalmente priva di sensibilità in cui non si salva nessuno. Una società fondata sulla violenza più crudele, sulla sopraffazione, sull’inganno e sull’individualismo non può che tramutare i propri sogni in incubi da cui risulta impossibile uscire senza mettere in discussione le fondamenta del sistema.

Joyce Carol Oates, Il giardino delle delizie, Il Saggiatore, Milano, 2017, pp. 520, € 21,00

Il giardino delle delizie narra l’America profonda, maschilista, rurale e proletaria degli anni Cinquanta e Sessanta. Un mondo in cui ci si spacca la schiena sul lavoro, di giorno, e il naso nelle bettole, di sera, dopo qualche bicchiere di troppo. Gli sterminati campi di segale avvolti dall’afa e illuminati da un sole accecante che fanno da sfondo alle vicende del romanzo non concedono davvero nulla al pittoresco. Clara, venuta al mondo in un canale di scolo, figlia di due braccianti in balia di un mondo che a loro concede solo guai e miseria, sin da adolescente sogna di poter fuggire da quell’ambiente misero, violento, apatico e privo di prospettive in cui si trova a crescere. Sogna amori idilliaci e ricchezza ma soprattutto Clara desidera andarsene e cambiare vita, disposta ad avventurarsi lungo strade sconosciute e in storie al buio: la relazione con Lewroy, che l’abbandonerà non appena restata incinta, poi la storia con il ricco Revere, che sembrava poterle garantire la tranquillità economica e con il figlio di questo, Swan, che si rivelerà un essere spregevole e violento. Per Clara la fuga si rivelerà inutile; l’infame destino da cui intendeva fuggire sembra ineludibile per la giovane donna e che si tratti del misero universo di quel violento ubriacone di Carleton, il padre, o di quella squallida figura di Swan, il degrado non muta. Soltanto sogni infranti e disillusioni, abusi e violenze. Il giardino delle delizie si rivela una dannata terra arida e desolata così come i personaggi che la popolano, da cui sembra davvero impossibile sfuggire per chi è nato tra i miserabili e non è in grado di sgomitare a sufficienza per soggiogare i suoi simili.

Joyce Carol Oates, I ricchi, Il Saggiatore, Milano, 2017, pp. 329, € 18,00

Le cose sembrano poi non cambiare granché nemmeno ne I ricchi, secondo capitolo dell’Epopea americana, in cui l’autrice, rispetto al romanzo precedente, narra di un altro spaccato sociale. Il naufragio dell’american dream viene qui messo in scena ricorrendo al registro della commedia nera che mostra impietosamente la maschera grottesca e violenta che si nasconde dietro ai colori pastello «e nessuno steccato bianco, nessun filo di perle, nessun cocktail party può nasconderlo: è il cuore nero e pulsante dell’America più irreprensibilmente wasp, l’America democratica e progressista, l’America di Kennedy e di Carter, l’America delle magnifiche sorti e progressive, l’America che cela, dietro le sue medaglie al valore, un volto sinistro». Un racconto acido e tagliente, dall’ironia straziante, costruito attorno a una villa del Midwest e alle figure di Natashya Romanov Everett e del figlio Richard, che si sente uno dei tanti personaggi a cui ha dato vita la madre nei suoi romanzi e che per certi versi è vittima del successo della donna. Una narrazione in cui l’intrecciarsi di realtà e finzione, di falsità e apparenza, lascia il lettore disorientato, proprio come accade ai protagonisti del racconto.

Joyce Carol Oates, Loro, Il Saggiatore, Milano, 2017, pp. 653, € 23,00

Il terzo romanzo del Wonderland Quartet, Loro, «riscrive il racconto epico dell’America spregiudicata e selvaggia, dalla Grande depressione fino alla sommossa di Detroit del 1967». Le storie di Loretta, Maureen e Jules, i protagonisti, sono raccontate ricorrendo a una crudele vena satirica capace di mostrare come il destino si accanisca nel trasformare anche i piccoli sogni in incubi senza possibilità di soluzione. Nell’America di fine anni Trenta un colpo di pistola mette fine alla vita di Bernie, l’amante clandestino di Loretta che porta in grembo Jules, il frutto di quel rapporto nascosto. A fare da sfondo alle vicende di quella che la stessa autrice ha definito «un’opera storica in forma narrativa», è «un’America patriarcale e sanguinolenta: le prostitute passeggiano davanti ai collegi cattolici, l’aria odora di polvere da sparo e temporali, i giovani crescono nell’ossessione del potere, delle macchine costose, del denaro facile». L’american dream è qui minacciato anche dallo spettro della guerra che si avvicina e Loretta e i figli Jules e Maureen si troveranno a doversi spostare continuamente in cerca di fortuna per finire poi travolti dal crimine e dalla violenza sullo sfondo di una Detroit grigia e dura. Il destino sembra davvero accanirsi nei confronti di questi poveri disgraziati: Loretta andrà incontro ad un nuovo fallimentare matrimonio, Maureen finirà in balia della prostituzione e della violenza più feroce, mentre Jules tenterà di trovare un’occasione di riscatto nell’intreccio tra politica e malaffare.

Joyce Carol Oates, Il paese delle meraviglie, Il Saggiatore, Milano, 2017, pp. 651, € 23,00

Il quarto volume della tetralogia, Il paese delle meraviglie, assume le forme del romanzo gotico per raccontare la trasformazione del sogno americano in incubo: «le ataviche colpe familiari che avvelenavano gli interni di Nathaniel Hawthorne sono, qui, quelle di un’intera nazione, che ha smarrito ogni innocenza, ogni grazia originaria». Il racconto ruota attorno Jesse che, dopo essere scampato da bambino dal massacro che ha sterminato la famiglia, divenuto uno stimato neurochirurgo, nel tentativo di riportare a casa la figlia fuggita in una inquietante comunità alternativa, finisce col fare i conti con il mostruoso che regna attorno a lui. Anche in questo caso non ci sarò alcun happy end; la salvezza della ragazza si trasformerà inevitabilmente in una vera e propria dannazione e, giunti a questa ultima storia, il giardino delle delizie sembra davvero aver lascito definitivamente il posto a «un soffocante paese delle meraviglie da cui nessuna Alice può fuggire. È il paradiso perduto. L’America di oggi».

In questo Wonderland Quartet Joyce Carol Oates non ha alcuna intenzione di fare sconti alla società americana in cui vive. Anzi. Nessuna indulgenza per un paese incapace persino di provare pietà per i vinti. Vinti che, a loro volta, non sempre possono essere considerati semplicemente vittime.

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Cronaca dettagliata di un Movimento pluridecennale https://www.carmillaonline.com/2018/08/16/cronaca-dettagliata-di-un-movimento-pluridecennale/ Wed, 15 Aug 2018 22:01:44 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=47751 di Sandro Moiso

Mario Cavargna, NO TAV Cronaca di una battaglia ambientale lunga oltre 25 anni , Volume I 1990-2008, edizioni INTRA MOENIA 2016, pp. 320, € 11,50 e Volume II 2009-2018, INTRA MOENIA 2018, pp. 416, € 12,50

Torna ad un genere antico Mario Cavargna, la cronaca, per raccontarci con tenacia e amore del dettaglio la storia del Movimento No Tav valsusino, dalle sue origini fino ad oggi. L’opera, costituita da due volumi usciti a due anni di distanza l’uno dall’altro, narra con estrema precisione e attenzione ai particolari sia lo [...]

Cronaca dettagliata di un Movimento pluridecennale è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Sandro Moiso

Mario Cavargna, NO TAV Cronaca di una battaglia ambientale lunga oltre 25 anni , Volume I 1990-2008, edizioni INTRA MOENIA 2016, pp. 320, € 11,50 e Volume II 2009-2018, INTRA MOENIA 2018, pp. 416, € 12,50

Torna ad un genere antico Mario Cavargna, la cronaca, per raccontarci con tenacia e amore del dettaglio la storia del Movimento No Tav valsusino, dalle sue origini fino ad oggi.
L’opera, costituita da due volumi usciti a due anni di distanza l’uno dall’altro, narra con estrema precisione e attenzione ai particolari sia lo sviluppo e lo svolgimento della lotte contro il mostro ad Alta Voracità che il disordine programmatico, le menzogne mediatiche e il decisionismo politico-finanziario che hanno accompagnato e spesso blindato le iniziative, le ipotesi, i progetti di coloro che invece intendevano realizzare l’opera.

Per fare ciò l’autore, che è master di valutazione di impatto ambientale al Politecnico di Torino e di Losanna e presidente della Pro Natura del Piemonte oltre che militante No Tav, ha fatto riferimento a circa 13.000 articoli pubblicati nel corso degli anni dai giornali locali “LaValsusa” e “Luna Nuova” e, a livello nazionale, dal quotidiano “La Stampa” perché, come afferma l’autore

“utilizzare sistematicamente altre fonti avrebbe reso troppo lungo il racconto. Ma la linea editoriale tenuta da «La Stampa» e «La Repubblica», che pubblicano entrambe una edizione dedicata a Torino e alla sua provincia, è identica e rappresentativa di quella tenuta da tutti gli altri grandi quotidiani e dall’informazione televisiva. Per spiegare i motivi di questa unanimità e delle differenze tra la verità raccontata dai media e quella rilevata da chi abita l’area interessata, bisogna considerare l’intreccio finanziario che si svolge nelle zone profonde di tutti i rami della società e che si alimenta anche degli enormi investimenti dedicati alle grani opere”.1

Allo stesso tempo, però, l’opera monumentale di Cavarga si nutre di testimonianze e documenti espressi da coloro che a tale intreccio finanziario, devastante per gli interessi delle comunità locali e per l’ambiente più in generale, si oppongono ormai da più di un quarto di secolo.
Così mentre da un lato risulterà visibile, in ogni dettaglio, il balletto di menzogne ed interessi innominabili che da sempre, e ancor oggi, accompagnano l’idea della realizzazione del mostro, dall’altra risulteranno decise ed irreprensibili, sia sul piano sociale che su quello tecnico-scientifico, le ragioni di un movimento che a tali buffonesche, onnivaghe e costosissime proposte si è sempre, lasciatemelo dire almeno per una volta, eroicamente opposto.

Un movimento cresciuto in forza, numero dei partecipanti e determinazione nel corso di tutti gli anni raccontati dal cronista valligiano, mentre sempre di più sono appassite le ragioni opposte. Sia che queste fossero difese da presunti imprenditori, rappresentanti governativi e istituzionali di ogni genere e colore, sindacalisti andati in pensione con indennitài di valore superiore a quello dello “stipendio” del Presidente degli Stati Uniti, voltagabbana, pennivendoli e rappresentanti delle Coop e delle mafie “vicine” e lontane.

Un’opera che ogni militante interessato a ripercorrere organicamente e con precisione la storia della Valle e del movimento a cui hanno saputo dare vita le comunità che la abitano e la caratterizzano dovrebbe avere in casa, anche soltanto per consultazione, accompagnata, oltre tutto, da un vasto repertorio iconografico ricco di significati quanto l’ordinatissimo testo.
Conclusa, nel secondo volume, da una Appendice che elenca puntigliosamente le 150 ragioni contro la Torino-Lione che è anche stata edita e distribuita sotto forma di opuscolo a sé stante, giunto ormai alla sua terza edizione.2


  1. Mario Cavargna, NO TAV Cronaca di una battaglia, Premessa pag.5  

  2. Una grande opera inutile. Nuove 150 ragioni contro la Torino-Lione. Brevi considerazioni tecniche sul progetto, Aprile 2018  

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Occidente lunare https://www.carmillaonline.com/2018/08/14/occidente-lunare/ Tue, 14 Aug 2018 21:41:42 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=47992 di Franco Pezzini

Tale è la mente degli uomini sulla terra, quale è la giornata che loro invia il padre degli dei e dei mortali. (Odissea 18, 136-7)

Fa uno strano effetto recarsi ai Bray Studios, nel profondo della campagna inglese. Se in tempi recenti è stato possibile accedere all’interno solo in speciali occasioni memoriali (e con le nuove destinazioni immobiliari è difficile comprendere cosa sarà dell’area), anche il semplice colpo d’occhio sull’ingresso può emozionare chi ami il cinema popolare: da quel cancello degli studios (un tempo) della casa di produzione Hammer sono [...]

Occidente lunare è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Franco Pezzini

Tale è la mente degli uomini sulla terra, quale è la giornata che loro invia il padre degli dei e dei mortali. (Odissea 18, 136-7)

Fa uno strano effetto recarsi ai Bray Studios, nel profondo della campagna inglese. Se in tempi recenti è stato possibile accedere all’interno solo in speciali occasioni memoriali (e con le nuove destinazioni immobiliari è difficile comprendere cosa sarà dell’area), anche il semplice colpo d’occhio sull’ingresso può emozionare chi ami il cinema popolare: da quel cancello degli studios (un tempo) della casa di produzione Hammer sono passati personaggi che hanno modellato in modo impressionante il nostro orizzonte immaginale, muovendo archetipi e dinamizzando strutture mitiche. A partire dai quattro moschettieri che sotto i vessilli Hammer hanno segnato in modo più evidente – senza far torto a tutti i compagni nelle retrovie produttive, organizzative e di collaborazione artistica – la rinascita del gotico/horror alla fine degli anni Cinquanta. Cioè il regista Terence Fisher (1904-1980), col suo immaginario vittoriano, la fascinazione per la Scienza e l’approccio allusivo che evoca senza mostrare; lo sceneggiatore Jimmy Sangster (1927-2011), il cui stile sogghignante svela dall’inizio una potente carica critica; e soprattutto i due interpreti Peter Cushing (1913-1994), già divo del piccolo schermo, la cui carriera conosce al tempo una nuova nascita nel segno del gotico, e l’allora quasi esordiente – aveva avuto in precedenza solo piccole parti – Christopher Lee (1922-2015).

Il fatto è che il peso di quell’epopea, avviata nel 1957 con La maschera di Frankenstein e subito dopo – stessa squadra, sull’onda dell’enorme successo di pubblico – dall’ancor più fortunato Dracula il vampiro del 1958, non tocca solo la storia del cinema fantastico. Attraverso un complesso interscambio con fenomeni culturali, economici e sociali di vario genere, in un Occidente che sta uscendo dai postumi del Secondo conflitto mondiale e fa i conti con la Guerra fredda, la Hammer si pone come un potente motore di quella riscoperta del linguaggio dell’insolito, del gotico e dell’occulto che influenzerà ad ampio raggio non solo la fiction popolare – e i relativi studi – ma letteratura e arte “canonizzati” e più in generale il modo di comunicare e pensare in tutto l’Occidente. Un fenomeno che, fermentato lungo il corso degli anni Sessanta, condurrà alla fine del decennio in tutto l’Occidente al grande revival magico, spesso in chiave antiautoritaria (a sfatare un po’ la vulgata che abbina magia e pensiero reazionario) e con declinazioni – va detto – anche bizzarre. Se poi in questione è un orizzonte (come detto) occidentale, soprattutto del Vecchio Mondo ma con impatto potente in quegli Stati Uniti che per anni lasciano all’Inghilterra il timone dell’immaginario gotico, occorre considerare che le ripercussioni saranno planetarie. L’influsso per esempio sul fantastico dell’Oriente, anche estremo, sarà avvertibilissimo.

A ricordarci topoi, impatto e sviluppi di questa mitopoiesi sono oggi due studi straordinari, usciti a un po’ di mesi l’uno dall’altro e di diverso taglio, ma che idealmente si integrano: due volumi varati con rigore e passione – ben avvertibile, il che è sempre una marcia in più – da specialisti riconosciuti e destinati, per la loro ricchezza, a restare punti di riferimento e basi ineludibili da cui partire per successive ricerche.

Il primo e più recente, a firma di un’autorità nel campo degli studi sulla teratologia sociale, Fabio Giovannini, è il monumentale Dracula il vampiro. Il capolavoro gotico della Hammer 60 anni dopo, volume autoprodotto a tiratura limitata (2018, pp. 363, euro 49, cfr. sito), perché “nessuno degli editori con cui sono in contatto o collaboro abitualmente avrebbe mai pubblicato un volume illustrato, di molte pagine, tutto a colori e con le caratteristiche che desideravo”. Il risultato è una festa dell’immaginazione gotica in otto capitoli più introduzione e allegati, con un corpo impressionante di foto – da quelle più note alle rarissime –, una esaustiva presentazione del film, la sceneggiatura comprensiva di scene rimosse o invece aggiunte rispetto al testo originale, il cineromanzo trattone, un commento puntuale alle scene e poi uno generale, più tutto il resto che si può chiedere su una pellicola. Informazioni sugli attori e sulla scenografia, sulla critica, i flani e il merchandising… Un regalo che l’autore si fa per i suoi sessant’anni, quelli del film e la sessantina di pubblicazioni al suo attivo, a celebrare l’opera che anche più profondamente de La maschera di Frankenstein dell’anno prima ha segnato l’avvio di un fenomeno di massa: basti pensare che Lee, già imbastito nel trucco “da incidente stradale” della Creatura di Frankenstein (mancavano i diritti sul classico make-up Universal costruito da Jack Pierce) ora nei panni del Conte può mostrare tutta la sua eleganza da danzatore, torrida seduttività e aristocratica distanza. Se d’altra parte nella rivisitazione della storia di Frankenstein si aveva già il botto del gotico (la Hammer aveva varato fino a quel punto solidi film di fantascienza, ma negli anni Cinquanta le fantasie gotiche erano state in generale abbandonate dal cinema un po’ in tutto l’Occidente), con Dracula il vampiro irrompe il sovrannaturale e quell’occulto – con richiami sempre più avvertibili al pagano e al magico – che poi emergerà per mille rivoli. Quella che oggi è uso chiamare occulture.

Come ricorda una delle frasi un po’ enigmatiche del disegno ad anelli concentrici sul pavimento della biblioteca dove si consuma la distruzione di Dracula, “Tale è la mente degli uomini sulla terra, quale è la giornata che loro invia il padre degli dei e dei mortali” (Odissea 18, 136-7: nel disegno il testo è in greco). Come a dire che la giornata che sorge a Bray, quella idealmente degli anni Sessanta coi demoni e dei del pandemonium Hammer, impatta sulle menti di uomini che si affannano a proclamarsi moderni, baloccandosi anche con l’atomica, per riscoprirsi affascinati da un mondo mitico-magico ancora dotato evidentemente di buone ragioni simboliche.

Giovannini si basa su una bibliografia molto ampia – e penso, oltre ai libri, alla quantità di articoli su riviste. Tra i volumi citati mi fa però piacere ricordare un testo solido, completissimo e relativamente recente di Stefano Leonforte, A qualcuno piace l’horror. Il cinema della Hammer Films (Leima, Palermo 2014) che oltre a ricordare per ariosità di formato il volume recensito, permette di collocarne l’oggetto in una più generale galleria di titoli.

Al di là dell’estrema godibilità, la summa di Giovannini sul film del ’58 non si consuma nell’orizzonte del puro fandom; e addentrandoci nel dedalo di suggestioni che propone ci imbattiamo in una quantità di indicatori di un’epoca (l’immaginario visivo e il nuovo uso del colore, la dimensione musicale, i rapporti con la censura…) e insieme di provocazioni verso gli anni che verranno. Inizia in sostanza l’età del Swinging Gothic in cui s’incrociano mantelli di Dracula e minigonne alla Carnaby Street, vertigini della modernità e vaghe nostalgie imperiali; sesso e sangue – mostrati e soprattutto allusi – vengono celebrati nell’ambito di film-liturgie con un linguaggio rituale molto articolato, in cui il pubblico partecipa (oltre lo schermo, come da un palco teatrale o sulle panche di un tempio) delle trasgressioni del Conte e dell’affidabile maturità del suo avversario; e il pubblico – compresi i giovani come nuovo target di riferimento, da cui suggestioni iniziatiche del rito – torna a interessarsi in via derivata di un certo tipo di narrativa che pareva aver perso appeal. In particolare Dracula il vampiro si pone come causa principale del boom orrifico e specificamente vampirico dei primi anni Sessanta: anche in termini di fiction e saggistica, e si pensi alle scampagnate vampiriche di Tony Faivre, Ornella Volta, Valerio Riva, Emilio De’ Rossignoli. Ed è qui che passiamo al secondo volume.

Fabio Camilletti, professore associato e Reader a Warwick ha nel giro di pochi anni pubblicato non solo ottime curatele di classici gotici ma illuminanti studi saggistici e anche testi divulgativi di qualità come una Guida alla letteratura gotica per Odoya (Bologna 2018). Il suo terreno è la letteratura e il suo nuovo volume Italia lunare. Gli anni Sessanta e l’occulto (Lang, Oxford-Bern-Berlin-Bruxelles-New York-Wien 2018, pp. X-248, euro 51,47) è anzitutto un grande saggio di letteratura; ma non solo, perché le spettro è più ampio, e nei quattro capitoli più introduzione e conclusione troviamo cinema, studi sociali e un po’ di storia contemporanea. Si tratta di uno studio pionieristico (soprattutto le conclusioni potrebbero figliare parecchi altri volumi) ma con una compattezza e una ricchezza d’analisi che lo rendono fin d’ora preziosissimo.

Camilletti prende le mosse da un prodotto televisivo italico, cioè Il Segno del comando del 1971: un prodotto popolare di ottimo livello e dalla complessa genesi che si colloca al termine di quella stagione dei Sessanta che il Dracula di Fisher preparava. Dalle suggestioni occulte di quegli anni – nei due sensi, quello magico e quello poliziesco-spionistico (trame, servizi, golpe, Italia dei misteri e quant’altro) Il Segno del comando è epifania e metafora: e di qui un carotaggio nella cultura a monte per identificare una serie di radici di quest’Italia “lunare”.

Il panorama è ricchissimo, e l’autore segue quattro principali piste immaginali. Anzitutto (non a caso) il vampirismo tra Landolfi e Valerio Riva, Ornella Volta e De Rossignoli, Scerbanenco e i film di Polselli, Bava e Mastrocinque, ad analizzare le ricadute nostrane di un mito che al tempo spiazza i critici. Quindi i fantasmi: ed ecco entrare in gioco Fruttero e Lucentini (partendo dalla straordinaria antologia Storie di fantasmi, Einaudi 1960) e poi Soldati e Pitigrilli, Rol e tutta la stagione di una ghost story italicissima, nel complesso poco nota al grande pubblico odierno ma spesso qualitativamente alta, coi suoi perturbanti e perturbati. Si passa poi all’Italia dei dannati tra Charles Fort, Pauwels e Bergier, Folk Horror, Urban Wyrd e quel concetto di insolito che trova in Buzzati un grande anfitrione, in De Martino e Ginzburg studiosi d’eccezione e in Talamonti e Inardi curiosi repertoriatori. Fino al quarto tema, il demoniaco, alla luce livida del Toby Dammit riletto da Fellini e Bernardino Zapponi e delle risposte pontificie di quattro anni dopo. A quel punto Il Segno del comando “segna anche il momento in cui l’‘Italia dei misteri’ delle ‘Guide’ Sugar e dei vagabondaggi di Buzzati e Fellini lascia il posto a ‘misteri d’Italia’ di natura ben diversa”, nel segno del potere (il “comando”) e dei suoi giochi spregiudicati: dove i nessi tra paradigma esoterico – con quanto di paranoia implichi – e complottismo politico trovano rapporti in realtà concretissimi.

Di qui vicende che purtroppo conosciamo, compreso quel caso Pinelli che ha visto spesso il palazzo della questura presentato come sorta d’inconoscibile spazio gotico (con patologie misteriose come il malore attivo – prima considerazione del recensore), dunque con buona pace dei tentativi di avere giustizia (meglio pacificazioni senza verità scomode, e l’Italia-mamma ha riportato tanta bella concordia – seconda considerazione del recensore). È insomma “possibile che prodotti culturali come Il Segno del comando […] intercettino un preciso clima politico-sociale piuttosto che essere, rispetto a esso, strumenti di evasione”, disseppellendo “in pieno 1971, la capacità del gotico di afferrare obliquamente le tensioni e i conflitti di una società che si percepisce sempre di più alienata rispetto al ‘Palazzo’”.

D’altronde (come ben mostra l’autore) il gotico va “letto”, e la sua fittizia narrazione del passato in realtà parla del presente, di tutti i “presenti” che via via scorrono; ed è vero che a volte pare di trovarsi collettivamente in un romanzo gotico di cattiva qualità. In un castello d’Otranto dove l’occulto è spesso solo ciò che non si vuol vedere: e vengono in mente altre letture recenti che aiutano a guardare dietro quel velo di Pulcinella. Le impressionanti pagine di Vittorio Coco, Polizie speciali. Dal fascismo alla repubblica (Laterza, Bari-Roma 2017) e Davide Conti, Gli uomini di Mussolini. Prefetti, questori e criminali di guerra dal fascismo alla Repubblica italiana (Einaudi, Torino 2017) mostrano per esempio con chiarezza il pacifico e anzi onorato perpetuarsi di personale fascistissimo nell’amministrazione repubblicana, dove l’epurazione è stata limitata: e questi personaggi hanno avuto tutto il tempo di selezionare propri simili, perpetuare convinzioni mentalità atteggiamenti, e relativizzare valori (presuntamente) condivisi. Solo un tassello nell’Italia di misteri tra i decenni Sessanta e Settanta, ma che può dire qualcosa su quel passato e per li rami ancora su un certo fetore del nostro presente.

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Il grande camaleonte https://www.carmillaonline.com/2018/08/14/il-grande-camaleonte/ Tue, 14 Aug 2018 01:04:00 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=47919 di Daniela Bandini

Luigi Lollini, La Controfigura, Edizioni Alegre collana Quinto Tipo, 2018, pp. 381, € 16,00.

“Ho giocato così bene che ho scordato che dovevo vincere…”

Con questo incipit degli Afterhours, “Fa male solo la prima volta”, album Folfiri o Folfox, si indirizza il poliedrico Eduardo Rózsa Flores verso la sua sintesi: non importa come vada a finire, l’importante è crederci e provarci.

Siamo nel 1988, e incontriamo Eduardo (padre magiaro e madre boliviana) alla celebrazione del IX centenario dell’università di Bologna, dove seduce e incanta praticamente tutti con la sua dialettica, la sua versatilità, quella dote chiamata chárisma, che [...]

Il grande camaleonte è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Daniela Bandini

Luigi Lollini, La Controfigura, Edizioni Alegre collana Quinto Tipo, 2018, pp. 381, € 16,00.

“Ho giocato così bene che ho scordato che dovevo vincere…”

Con questo incipit degli Afterhours, “Fa male solo la prima volta”, album Folfiri o Folfox, si indirizza il poliedrico Eduardo Rózsa Flores verso la sua sintesi: non importa come vada a finire, l’importante è crederci e provarci.

Siamo nel 1988, e incontriamo Eduardo (padre magiaro e madre boliviana) alla celebrazione del IX centenario dell’università di Bologna, dove seduce e incanta praticamente tutti con la sua dialettica, la sua versatilità, quella dote chiamata chárisma, che si fonda sull’empatia e la spregiudicatezza del sapere non tanto interpretare i desideri, quanto convogliarli. Un dominatore, un attore che si impone sulla scena rendendo credibile ogni esternazione, fisica e verbale.

E si incontra con Alberto, colui che in questa casualità chiamata fato o destino, sembra rincorrere un sentiero parallelo, ma decisivo, che appunto si interseca per un tempo sufficientemente significativo per essere determinante e quindi sprofondare nell’oblio. Alberto non si rassegna a essere una mera eventualità, rimane sconcertato e bisognoso di decifrare la persona e non il personaggio Eduardo. Si rivedranno a Budapest, ceneranno dai genitori di lui, si consoliderà un mito, Eduardo sempre al centro, Eduardo canta a gran voce su tram, metropolitane, ovunque vi sia sufficiente folla da ammaliare, “conosce Contessa, Bella Ciao, I morti di Reggio Emilia, La Ballata di Pinelli, Fischia il vento“, saluta a pugno chiuso.

Eduardo, in Croazia come giornalista, collaboratore della Bbc, arruolato nella Guardia nazionale croata, colonnello, poi in Albania a favorire la partenza degli ebrei albanesi verso Israele, Eduardo convertito all’Islam e vicepresidente della Comunità islamica d’Ungheria. Poi in Palestina, Indonesia, Sudan, Iraq ed Iran. Tutto di Eduardo in frammenti di cronaca, in brani di lettere inviate ad Alberto, tutto Eduardo nei “corpi nudi, lordi di sangue… Eduardo ride ed abbraccia i suoi commilitoni, mostra all’obiettivo pistole e munizioni disposte sul tavolo” Poi le foto del suo cadavere, il cadavere di Eduardo ancora  sul palcoscenico, ancora protagonista nei minimi particolari, i segni delle pallottole ben evidenti. Ucciso con l’accusa di aver architettato l’omicidio di Evo Morales, il presidente della Bolivia. Ma non ha alcun senso!

“Nato e morto a Santa Cruz, Bolivia, come il Che Guevara.”

Questo libro, non facile, non fluido, non amichevole,  non ti strizza l’occhio, non dice cose che vorresti sentirti dire prima di addormentarti, a cui ti aggrappi qua e là cercando un’ancora, un senso, una morale, anche iconoclasta, è bello proprio per questo: un immenso sforzo storico-bibliografico che parte da un incontro e percorre una moltitudine di sfaccettature fondamentali della storia contemporanea, quella meno conosciuta, ma chi dice “Se non si fanno i conti con le contraddizioni di classe, e con i propri ambigui privilegi, come classe ti scegli la comunità atavica, la stirpe, il branco, la cosca, la tua famiglia che maledice e sottomette tutte le altre” ha saputo anche interpretare il presente. E molto bene.

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Il grande camaleonte è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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L’Esercito del Selfie https://www.carmillaonline.com/2018/08/12/lesercito-del-selfie/ Sun, 12 Aug 2018 17:09:38 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=47805 di Alessandra Daniele

Salvini è un troll. Un generatore automatico di polemiche inutili, capri espiatori, e distrazioni di massa. Ed è sempre più ripetitivo e meno interessante. Con Salvini basta seguire la prima regola di Internet: Don’t feed the troll. È invece ancora interessante vedere i grillini, presunti esperti del ramo, ripetere oggi esattamente tutti gli stessi errori comunicativi dei renziani. Spocchia, trionfalismo, vanagloria, slogan ridicoli, lottizzazione spudorata, negazione dell’evidenza. Sondaggi platealmente manipolati, come l’ultimo che accredita a Giuseppe Conte la fiducia del 60% degli italiani, quand’è già difficile da credere [...]

L’Esercito del Selfie è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Alessandra Daniele

Salvini è un troll. Un generatore automatico di polemiche inutili, capri espiatori, e distrazioni di massa. Ed è sempre più ripetitivo e meno interessante. Con Salvini basta seguire la prima regola di Internet: Don’t feed the troll.
È invece ancora interessante vedere i grillini, presunti esperti del ramo, ripetere oggi esattamente tutti gli stessi errori comunicativi dei renziani. Spocchia, trionfalismo, vanagloria, slogan ridicoli, lottizzazione spudorata, negazione dell’evidenza. Sondaggi platealmente manipolati, come l’ultimo che accredita a Giuseppe Conte la fiducia del 60% degli italiani, quand’è già difficile da credere che il 60% degli italiani anche soltanto ne conosca l’esistenza, o sia in grado di distinguerlo da un manichino dell’Oviesse.
Alcuni grillini hanno persino cominciato a chiamare chi li critica “Gufi e rosiconi”.
A fronte delle solite mirabolanti promesse di rivoluzione, palingenesi e cuccagna, il bilancio legislativo dei primi mesi del governo Grilloverde è miserrimo, e di fatto si riduce al cosiddetto “Decreto Dignità”, che in teoria dovrebbe ridurre il precariato, ma in pratica incentiva il turnover, e reintroduce i voucher.
Un’eterogenesi dei fini che puzza più d’incompetenza che di malafede, ma che comunque rende gli attuali festeggiamenti dello sghignazzante Di Maio ancora più grotteschi delle magnum di spumante stappate fra i palloncini gialli il mese scorso, per celebrare l’irrisoria sforbiciata a un migliaio di pensioni parlamentari come se fosse la presa della Bastiglia. Mentre la disoccupazione continua a salire, e il caporalato fa decine di morti.
Spocchia, trionfalismo, perniciosa incompetenza. Continue giravolte sui temi fondativi. Eppure la base grillina, “ala sinistra” compresa, sembra continuare a digerire tutto.
“Se i 5 Stelle fanno l’accordo con la Lega, li inseguiamo coi forconi”. Che fine hanno fatto i forconi promessi da Ivano Marescotti? Finora non s’è vista neanche una forchettina da dessert.
Il consenso al M5S potrebbe risultare più duro a morire di quello fortunosamente catalizzato dal PD renziano, perché per la maggioranza dei sostenitori grillini è letteralmente l’ultima speranza, ed è alimentato da un odio furibondo e completamente giustificato verso la classe politica renziana e berlusconiana, che ancora resiste annidata negli interstizi del potere, come un batterio immune a qualsiasi antibiotico, in attesa della prossima occasione per riprendere il sopravvento.
L’establishment però in realtà se lo augura che il Movimento 5 Stelle declini in modo graduale e controllato, perché un contemporaneo crollo repentino di M5S e Lega potrebbe provocare una crisi di sistema.
Se venisse meno del tutto la funzione di assorbire e tenere sotto controllo il dissenso che l’Esercito del Selfie ha svolto finora, milioni di persone incazzate potrebbero cercare e trovare un altro modo di combattere l’establishment.
E stavolta potrebbe essere un modo efficace.

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L’Esercito del Selfie è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Un libro inquietante https://www.carmillaonline.com/2018/08/12/un-libro-inquietante/ Sun, 12 Aug 2018 00:28:45 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=47851 di Valerio Evangelisti

Pino Nicotri, Triplo inganno, Il Vaticano, gli apparati, i mass media e il caso Orlandi, Kaos edizioni, 2014, pp. 258, € 17,00.

Questa non è una recensione vera e propria. Il libro di cui tratto è del 2014, e probabilmente saranno poche le librerie ad averne copia. Premetto inoltre che di solito non seguo la cronaca nera, né le trasmissioni televisive che se ne occupano. Certo, ho avuto notizia del caso di Emanuela Orlandi, la figlia di un dipendente del Vaticano scomparsa sedicenne, il 7 maggio 1983, e mai più ritrovata. Difficile ignorare quel mistero, visto che [...]

Un libro inquietante è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Valerio Evangelisti

Pino Nicotri, Triplo inganno, Il Vaticano, gli apparati, i mass media e il caso Orlandi, Kaos edizioni, 2014, pp. 258, € 17,00.

Questa non è una recensione vera e propria. Il libro di cui tratto è del 2014, e probabilmente saranno poche le librerie ad averne copia. Premetto inoltre che di solito non seguo la cronaca nera, né le trasmissioni televisive che se ne occupano. Certo, ho avuto notizia del caso di Emanuela Orlandi, la figlia di un dipendente del Vaticano scomparsa sedicenne, il 7 maggio 1983, e mai più ritrovata. Difficile ignorare quel mistero, visto che da un quarantennio ci viene riproposto con sempre nuove e più complicate sfaccettature. Ancora di recente un docu-film di Roberto Faenza (La verità sta in cielo), un numero speciale di “Micromega” e un documentario di Andrea Purgatori per La 7 sono tornati sul caso.

Pino Nicotri, ex redattore de “L’Espresso” e ora del quotidiano on line “Blitz”, ha dedicato alla vicenda ben tre volumi, di cui Triplo inganno è l’ultimo e la sintesi dei precedenti. Nicotri non si propone di trovare soluzioni, bensì di mostrare come un episodio tragico, ma simile a molti altri, possa essere gonfiato da vari attori a dimensioni mostruose, fino a trasformarsi in una sarabanda, in una specie di circo capace di cancellare forse per sempre la verità dei fatti.

La ricostruzione è dettagliatissima. I primi inquirenti, magistrati e poliziotti, pensano a un delitto a sfondo sessuale, probabilmente (adombra Nicotri) maturato in un ambiente non lontano da quello della famiglia. Ma ecco che interviene Giovanni Paolo II, che due anni prima ha subito l’attentato di Ali Agca ed è impegnato in una dura lotta contro il comunismo. Senza addurre alcuna prova allude a un sequestro, forse inserito in una trama più vasta. Da quel momento l’inchiesta è affidata ad altre mani, entrano in ballo i servizi segreti e alti funzionari di Stato. L’ipotesi è che Agca fosse manovrato dallo spionaggio bulgaro, e che si debbano cercare da quel lato i rapitori della ragazza.

Giungono messaggi bizzarri, in cui fantomatici gruppi estremisti turchi propongono la restituzione della giovane in cambio della liberazione di Agca. Si scoprirà molto più tardi che autori delle missive sono i servizi segreti della Germania Est, desiderosi di liberare dai sospetti i loro colleghi bulgari. Nel contempo, fioccano chiamate telefoniche strampalate, senza che i chiamanti forniscano prove convincenti dell’esistenza in vita della giovane. Una “sua” unica, agghiacciante registrazione vocale risulta tratta, secondo la polizia romana, da un film pornografico (dettaglio su cui Purgatori sorvola). E avere anche quel reperto fasullo innesca un conflitto con il Vaticano, che dopo avere lanciato il sasso con le parole di Woytila nasconde la mano, cioè si chiude nel mutismo e collabora sempre meno volentieri.

Ma siamo solo agli inizi della farsaccia. La “pista Agca” (cui questi, inizialmente riluttante, in seguito si presta fin troppo) si esaurisce nel nulla. D’altra parte, nessuno sembra ragionare sul fatto più evidente. Potrebbe essere una qualunque ragazzina, sia pure residente in Vaticano, merce di scambio utile a ricattare un pontefice e l’intero Stato italiano? L’ipotesi è semplicemente folle. Eppure, negli anni e nei decenni, proseguono le segnalazioni di chi ha visto vivente Emanuela qui e là: suora in un convento di montagna, sposata in Medio Orente, ecc. Tutte cazzate, peraltro regolarmente appoggiate da Pietro Orlandi, fratello fin troppo credulone della giovane (si presume in buona fede). Non si va da nessuna parte.

Ed ecco, trent’anni dopo, la svolta. In una puntata del programma tv “Chi l’ha visto” (12 settembre 2005), un anonimo telefonista invita, per conoscere la sorte di Emanuela, a indagare su chi sia sepolto nella basilica di Sant’Apollinare (adiacente all’accademia in cui la scomparsa studiava il flauto), e quali servizi abbia reso al defunto cardinal Poletti. Colpo di scena; nella chiesa c’è il sepolcro di Enrico De Pedis, uomo vicino alla ormai leggendaria Banda della Magliana (anche se forse non direttamente militante, finito ucciso). “Chi l’ha visto” preme affinché la sepoltura venga aperta, e il Vaticano nicchia. Infine si spalanca la tomba, e non si trova un accidente. Idem per gli scavi in un ossario nel sottosuolo.

Nel frattempo “Chi l’ha visto” scova una ex amante del De Pedis, con un passato di tossicodipendente, reduce da plurimi ricoveri psichiatrici. Costei, smentita dalla sorella, conferma che è stato Enrico De Pedis a tenere reclusa Emanuela in uno scantinato, mentre si affaccia minacciosa la sagoma di un alto prelato su berlina nera. Finché il cadavere della giovane non è stato fatto sparire in una betoniera, che può fare di tutto salvo sminuzzare un corpo.

Finito il delirio? No, perché “Chi l’ha visto?” scopre un mitomane, sedicente artista creativo, che sa dove sia nascosto il flauto che Emanuela imparava a suonare. Viene ritrovato. Peccato che non sia lo stesso flauto, bensì uno strumento qualsiasi. Ed ecco affacciarsi il noto esorcista padre Amorth. Emanuela Orlandi è stata uccisa in uno dei festini satanici e pedofili che si tengono nei sotterranei del Vaticano. La fonte? Messo alle strette, Amorth cita un libro dello stesso Nicotri, che non asseriva nulla di simile.

E questi sono solo i nodi salienti di una follia informativa ininterrotta, francamente scandalosa, che vede mescolati sensitivi, giornalisti “d’inchiesta” di chiara fama (o infamia), mafiosi che si attaccano al carro di passaggio, magistrati in lotta contro l’alzheimer. Tutto il mondo italiano dei mass media, dalla stampa alla tv, è messo sotto accusa da Nicotri, con fior di nomi e di cognomi. E ancora non sapeva, al momento di pubblicare Triplo inganno, che un oscuro deputato avrebbe poi cercato di collegare il rapimento Orlandi addirittura al caso Moro, tanto per alimentare la cloaca delle menzogne.

Lo ripeto, questa non è una recensione. Mi guardo dal giudicare lo stile di Nicotri, e non ho le competenze necessarie per valutare la sua indagine. Se però solo la metà del suo libro fosse vera, ci troveremmo a navigare, nel mare dell’informazione italiana, in un oceano di melma. Purtroppo, altre tematiche anche odierne rafforzano il senso di nausea.

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Un libro inquietante è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Black Empusa. Füssli, la koiné degli incubi e il fantastico moderno (III) https://www.carmillaonline.com/2018/08/10/black-empusa-fussli-la-koine-degli-incubi-e-il-fantastico-moderno-iii/ Fri, 10 Aug 2018 21:48:14 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=47818 di Franco Pezzini

Alle spalle di Füssli

All’originalità di The Nightmare – come accennato (cfr. le puntate precedenti qui e qui) – non osta il fatto che Füssli dia espressione artistica a un tema già considerato di notevole interesse nell’Inghilterra del tempo. Sull’onda, va detto, di secoli di elaborazione del mito dell’incubus nell’Europa cristiana: e non è questa la sede per affrontare nei dettagli tale sviluppo, attraverso il doppio filo dell’elaborazione popolare/folklorica e di quella dotta, prima demonologica (Agostino, Tommaso d’Aquino, Delancre, Bodin, Kramer & Sprenger, re Giacomo…) e poi [...]

<i>Black Empusa</i>. Füssli, la <i>koiné</i> degli incubi e il fantastico moderno (III) è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Franco Pezzini

Alle spalle di Füssli

All’originalità di The Nightmare – come accennato (cfr. le puntate precedenti qui e qui) – non osta il fatto che Füssli dia espressione artistica a un tema già considerato di notevole interesse nell’Inghilterra del tempo. Sull’onda, va detto, di secoli di elaborazione del mito dell’incubus nell’Europa cristiana: e non è questa la sede per affrontare nei dettagli tale sviluppo, attraverso il doppio filo dell’elaborazione popolare/folklorica e di quella dotta, prima demonologica (Agostino, Tommaso d’Aquino, Delancre, Bodin, Kramer & Sprenger, re Giacomo…) e poi medica. Tuttavia qualche cenno pare necessario. E per vedere cosa Füssli si trovi alle spalle – o per certi versi sul petto, a premerlo – torniamo al dipinto.

Partiamo dalla figuretta del demone incubo. Sul fronte dell’elaborazione popolare, il mondo svizzero-tedesco dove Füssli nasce e cresce vede il tema già ben rappresentato, e proprio nel Settecento ne troviamo le prime trascrizioni in raccolte folkloriche. Due in particolare sono i profili mitici di riferimento: e anzitutto quello dell’Alp – stessa famiglia linguistica dell’inglese Elf, cioè Elfo, di cui può condividere tratti ambigui o allarmanti – diffuso in tutta l’area germanica, e di cui per esempio ci parlano anche i fratelli Grimm (“Der Alp”, Deutsche Sagen 1816/1818, n. 81). Originariamente uno spirito della natura come i Fauni classici, trascolorante in varie tipologie che noi tendiamo a distinguere (Elfi, Nani…) ma che nel folklore trascolorano in termini più equivoci, l’Alp dopo il medioevo vedrà accentuarsi soprattutto i propri tratti notturni e allarmanti, da cui un complesso sistema di profilassi. Viene considerato portatore di malanni di vario genere tra i quali l’epilessia; succhia sangue dai capezzoli di uomini e bambini ma anche latte alle donne (che sono in genere le sue vittime, anche se raramente il suo attacco presenta connotazione di abuso sessuale); colpisce anche il bestiame e ha la caratteristica di trarre poteri – in particolare l’invisibilità – da un copricapo magico, la Tarnkappe: qualcosa che sembra apparentare all’incubus romano col suo berretto conico, che se ritrovato offriva invece il potere di scoprire tesori nascosti (cfr. Petronio Arbitro, Satyricon, 38, a proposito del successo di Trimalchione: “a quel che si dice […] dopo aver rubato il pileo a un folletto [quom Incuboni pilleum rapuisset], è finita che ha trovato un tesoro”).

Ma soprattutto l’Alp reca oppressione e incubi orribili, da cui i termini Alpdruck/Alpdrücke, “oppressione da Alp” e Alptraum, “sogno da Alp” proprio a indicare l’incubo. L’Alp ha naturalmente poteri metamorfici e può cavalcare cavalli (eventualmente sfiancandoli): dunque, per quanto libera, la raffigurazione di Füssli – dove l’incubus non ha cappello e vanta una cavalcatura sovrannaturale, non un cavallo ordinario – può comunque ben rimandare a questa fattispecie. Ancora, l’Alp è normalmente inteso come un demone; ma in qualche caso risulta lo spirito di un morto o invece la manifestazione notturna di un vivo (Füssli stesso sopra la mancata moglie?), sulla base di una serie di criteri di predisposizione magica. Del resto il quadro è fluido, ed esistono diverse varianti dell’Alp: si pensi al Trud o al Walrider (sostanzialmente sinonimi di Alp) o allo Schratteli (Schrat è un altro sinonimo per Alp); oppure al Drude, soprattutto della Germania meridionale, associato alla Caccia selvaggia. Drudenfuss, “piede del Drude”, indica il vischio ma anche il pentagramma di utilizzo magico, detto anche Alpfuss, “piede dell’Alp”; Drudenstein è invece una pietra con un foro naturale, che viene appesa nelle stanze o nelle stalle come cacciaincubi.

Un inciso a parte merita poi un’altra creatura simile, l’Old Hag anglosassone (abbreviazione dall’antico inglese hægtesse, “strega”), un incubus dall’apparenza di vecchia ripugnante che salirebbe sul petto dei dormienti opprimendoli, da cui il termine inglese Old Hag Attack in riferimento a una situazione che comprenda stato ipnagogico, paralisi e allucinazioni. Se però sul piano fenomenologico l’Old Hag può definirsi un incubo, in quanto demone femminile richiama a una seconda categoria strettamente connessa, quella dei succubi. A differenza dell’incubus, il succubus – o senz’altro la succuba, per l’aspetto femminile – non implica con frequenza sensazioni angosciose (soffocamento, schiacciamento, eccetera) ma piuttosto una pericolosa seduzione che conduce ad attività sessuale irregolare, a sogni bagnati (la dispersione del seme vista come qualcosa di minaccioso e potenzialmente generativo di larve psichiche) e a conseguenze fisiche potenzialmente gravi fino alla follia e alla morte. Vedremo peraltro che non mancano storie in cui il demone succubo o lo stesso incubo desiderano soltanto amoreggiare, senza recare altri disturbi che qualche modico danno alla castità personale.

Ma torniamo al dipinto, e passiamo a considerare la figura del cavallo spettrale. Si è già detto che nel primo bozzetto Füssli non aveva pensato di inserirlo; e si è anche accennato al gioco di parole tra due significati di mare, giovane cavalla ma anche tipo di spirito. Beninteso, noi non sappiamo se il cavallo qui raffigurato sia maschio o femmina: si sarebbe tentati di immaginarlo maschio, visto che penetra la tenda quasi come a metafora di un atto sessuale. Se però l’Alp è costantemente immaginato come maschio e insidiatore di donne, al contrario lo spirito noto come mare – antico inglese mære, mare o mere, antico olandese mare, antico altotedesco e antico scandinavo mara, come pure nello slavo ecclesiastico antico (ipoteticamente da un protoindoeuropeo *mer-, “danneggiare”, o dal greco μόρος, indoeuropeo *moros, “morte”), con diffusione in tutte le lingue derivate, compreso il francese  cauchemar – presenta connotati spesso femminili.

La mare ha, anche più dell’Alp, la caratteristica di montare cavalli che poi lascia sfiniti, ma anche alberi di cui lascia i rami aggrovigliati. Le prime attestazioni note sono scandinave, ma il demone è ben noto in Germania (mara, mahr, mare, mårt) e nei paesi slavi fino alla Russia (il nome Mora del conte di Browning costituisce la variante non ceca – come dal titolo I vampiri di Praga ci si attenderebbe, e che suona můra – ma slovacca, croata e serba), nonché in Romania (dove la fisionomia del moroi sfuma in quella del vampiro). Per quanto le caratteristiche delle turbative recate siano parzialmente diverse tra una regione e l’altra (al mora si attribuisce per esempio la tendenza a strangolare le vittime, di nuovo a ricollegare al folklore sui vampiri), il riferimento all’orizzonte dell’incubus connota varie di queste fisionomie. Alla costellazione sembra appartenere il termine dalmata per incubo usato da Charles Nodier come titolo per la straniante opera Smarra, ou les Démons de la Nuit, conte fantastique (1821) liberamente ispirata da Apuleio.

L’associazione etimologica del mare al termine per giovane cavalla riporta all’immagine del dipinto di Füssli. Non è scorretto affermare che sia un Alp a stare assiso sul petto della ragazza mentre una mare occhieggia spuntando dalla tenda, ma si tratta di una definizione approssimativa per una suggestione dinamica mitica e simbolica. Legata forse anche al passaggio dell’autore dalla Svizzera tedesca all’Inghilterra: in Germania il brutto sogno legato all’incubus è spesso definito con un richiamo all’Alp (come detto, Alpdruck/Alpdrücke, “oppressione da Alp” e Alptraum, “sogno da Alp”, anche se non manca un Nachtmahr), in Inghilterra con un richiamo alla mare (night-mare, “mare notturna”, cfr. anglosassone e islandese martröð, “cavalcata della mare”, come nel danese mareridt e nel norvegese mareritt). Ma come al solito il magma immaginale non permette di costringere in cifre troppo rigide – cavallo maschio o cavallo femmina – qualcosa che appartiene al territorio dell’allusione.

Fin qui sul folklore: ma Füssli sa bene che esiste anche tutta un’elaborazione dotta; e che dalla ricca demonologia tardoimperiale assurta a tema per filosofi, gli incubi arrivano molto presto all’esame dei teologi cristiani. Nel V secolo Agostino (De Civitate Dei XV, 23), che considera troppe le testimonianze perché si possa negarle, associa la categoria ai Fauni e Silvani lubrichi e violentatori: e in effetti una prima dimensione di fenomeni associati agli incubi è quella erotica/sessuale. Nell’Europa cristiana l’incubus che attenta alla virtù femminile (dal latino tardo incubare, “giacere sopra”) e il succubus che insidia quella maschile (da subcubare, “giacere sotto”, ma i termini relativi a postura sovrastante e sottostante non vanno intesi in senso rigido) verranno in genere intesi come demoni della schiera di Satana, anzi di solito come le medesime entità che semplicemente si presentano in modo diverso (cioè come incubo o come succubo) a seconda di sesso e dinamica con la vittima. Agendo in fondo come maschere dell’oscuro mondo del desiderio, delle pulsioni notturne e dell’allentarsi coi freni inibitori di una serie di pastoie morali e culturali: il tema di una violenza sessuale implicito nel concetto non appare dunque un elemento necessario della narrativa derivata.

Il fronte erotico traghetta semmai a un tema ulteriore che la dice lunga sulla ramificazione mitopoietica, cioè quello dei figli dell’incubus. In queste storie, aperte a un antico retroterra mitico su unioni tra esseri umani e divini o angelici, troviamo in genere un rapporto di partnership sessuale tra una donna reclusa – per prigionia, ascesi, condizione religiosa – o ritrosa da un lato, e dall’altro un’entità sovrannaturale che la ingravida di un figlio speciale (Merlino, Roberto il diavolo…), eventualmente definito cambione (dal francese cambion, cfr. Dictionnaire Infernal di Jacques Auguste Simon Collin de Plancy, 1818). Di qui complicate spiegazioni – Tommaso d’Aquino nella Summa Theologica (1265-1274), Heinrich Kramer e Jacob Sprenger nell’infame Malleus Maleficarum (1486, pubbl. 1487), re Giacomo nella sua Daemonologie, In Forme of a Dialogue (1597) e tanti altri – per giustificare il passaggio di seme tra un essere incorporeo e una donna. L’idea è in generale che il seme venga rubato ad altri uomini, vivi (il demone lo sottrarrebbe in forma di succubus, per poi riciclarlo come incubus) o morti, ma si considera anche la possibilità che il diavolo utilizzi alla bisogna un cadavere momentaneamente animato.

A questo proposito, merita almeno un cenno per l’impatto sull’immaginario fantastico un’opera bizzarra a firma del demonologo francescano Ludovico Maria Sinistrari d’Ameno, De Daemonialitate et Incubis et Succubis (1680), articolatissimo trattato sull’erotica di incubi e succubi. Sinistrari tiene a distinguere l’attività sessuale dei demoni con le streghe, finalizzata a farne proprie collaboratrici, da una fattispecie assai meno grave, cioè le relazioni notturne di incubi e succubi con persone non solo estranee a ogni commercio con le tenebre, ma talora pie e decise a opporre resistenza allo stalker sovrannaturale. Tanto più che a differenza dei demoni della schiera satanica, assoggettati al potere degli esorcismi, questi spiriti – associabili senz’altro ai satiri e ai folletti – non ne risultano affatto turbati: si tratterebbe in sostanza di creature capaci di innamorarsi, sia pure magari in modo molesto, e il cui danno specifico starebbe nella pura minaccia alla castità dell’amante umano (il concetto di altre forme di danno recate dallo stalking è all’epoca del tutto ignorato). Il De Daemonialitate impatterà sull’immaginario sugli incubi post-Füssli seducendo vari letterati dell’Ottocento francese, compreso Huysmans: si parla di edizioni arricchite apocrifamente in senso malizioso (cfr. la correzione di rotta sul punto nelle due diverse edizioni dello studio di Massimo Introvigne sui satanisti, 1994 e 2010) ma un approfondimento sul tema sarebbe benvenuto.

Un discorso a parte riguarderebbe poi la lussureggiante elaborazione demonologica in tema di incubi e succubi nel folklore e nella dottrina ebraica, che Füssli potrebbe conoscere anche tramite la presenza di comunità israelitiche in Svizzera e in Germania. Si pensi al ruolo di Lilith, delle sue varie identità e della nebulosa di creature analoghe (a partire dalle sue tre sorelle Eisheth, Agrat Bat Mahlat e Naamah, con lei considerate le quattro regine dei demoni) sulla base di una mitopoiesi antichissima ma con ampi sviluppi medioevali e anche più tardi.

Da quanto detto è comunque abbastanza chiaro che il tema della violenza o seduzione notturna da parte di un essere sovrannaturale che tanto spazio avrà poi nel fantastico moderno trova in questa nebulosa immaginale già un ampio (si perdoni il bisticcio) incubatoio.

D’altro canto il nightmare può manifestarsi attraverso un ventaglio di sgradevoli o addirittura scioccanti fenomeni di malessere fisico. E a questo punto, dopo l’incubus (a destra) e la sua cavalcatura (a sinistra) è tempo di occuparci dell’altra presenza del dipinto, la giovane riversa: che pare un compendio ideale delle sofferenze legate a questo tipo di fenomeni.

Un ventaglio piuttosto vario, a partire dalla sensazione di un peso opprimente sul petto o la bocca dello stomaco, per cui la dormiente si sente schiacciata o soffocata (ecco la dispnea o fame d’aria). C’è poi il traumatica sensazione di una sorta di paralisi di tutto il corpo (la sleep paralysis); c’è un’indefinita ma concretissima sensazione di terrore (i cosiddetti night terrors); c’è la visione di entità da incubo che giungerebbero a perseguitare (ecco allucinazioni ipnagogiche e sogni lucidi); per non parlare della dimensione erotica che il dipinto mostra senza equivoci. E c’è infine, una volta liberati, il senso di una vampiresca privazione di forze, in ipotesi sottratte dall’incubus: il languore di questa figura già sembra evocarlo, e il quadro-sequel L’incubo abbandona il giaciglio di due fanciulle dormienti lo conferma in modo paradigmatico.

Del resto nel dibattito sulle interpretazioni occupano un certo peso per secoli le credenze nella stregoneria, per esempio sull’attacco nel sonno da parte di animali che sarebbero in realtà spiriti famigli. Non stupisce che dalla dimensione diabolica la fattispecie trascolori col tempo verso quella vampiresca: il vampiro folklorico – o meglio le tipologie che astraendo riconduciamo a una simile macrocategoria – e lo stesso vampiro della fiction hanno con l’incubus rapporti piuttosto stretti. Si pensi solo al tema della consunzione – termine generico usato tra Sette e Ottocento evocante una pluralità di patologie connesse al respiro/vita – in stretta correlazione immaginale con la figura del vampiro, e che ben potrebbe essere figurata in questa pallida ragazza.

Ma accanto alla spiegazione sovrannaturale o in complesso interscambio con essa, fin dall’antichità la medicina cerca di fronteggiare gli incubi ricorrenti anche come malattie, e per esempio Plinio il Vecchio (Naturalis Historia, XXX, 10, 84) menziona l’uso di massaggi con decotti di parti di serpente, vino e olio. All’inizio dell’età moderna – da metà del Cinquecento a metà del Settecento – si trovano spesso citati quali cause di incubi l’indigestione (Thomas Hobbes parla di male da golosi) o lo squilibrio di umori; e se la progressiva laicizzazione nel Settecento della cultura europea non reca un omogeneo affermarsi di interpretazioni razionaliste (emblematico è il caso delle analisi del fenomeno vampirismo), proprio la dettagliata fenomenologia fisica dell’incubo permette a un certo punto di strappare il tema a contesti superstiziosi.

Con un precedente al freudiano Jones che Füssli potrebbe conoscere persino in via diretta. A occuparsi infatti pionieristicamente del tema a Londra, appena una decina d’anni prima che Füssli vi metta piede, è John Bond, un medico inglese di cui poco si conosce, ma personalmente soggetto a questo tipo di disturbi notturni. Intrigato dal fronte scientifico della faccenda ma toccato anche nella vita personale, Bond redige An Essay on the Incubus, or Night-mare, 1753, trattandolo per primo in modo organico – forte dei nuovi studi sulla circolazione – quale fenomeno patologico legata a un meccanismo di stagnazione del sangue.

Bond lamenta la scarsa attenzione prestata dalla dottrina medica al tema degli incubi, e gli “imperfect accounts” (Preface) dei pochi autori che se ne sono occupati: da cui la necessità e insieme la complessità di addentrarsi in tale materia. Inizia dunque a trattare “Della storia e delle varie opinioni riguardanti la causa di questo Disordine” (cap. I), indicato dai Greci con il nome Ephialtēs, dai Romani con quello di Incubus, e in inglese come Night-mare, la cui etimologia associa alle superstizioni popolari (ma in fondo non gli interessa). Dopo aver descritto a vividi cenni il fenomeno che ben conosce, e aver affrontato una rapida disamina delle tesi mediche susseguitesi, passa a “Un’indagine sul tema della vera causa dell’Incubo” (cap. II), esaminando il tema della postura del dormiente e dei relativi aspetti circolatori. Per esempio in relazione al “too common method of making the feet of beds higher than the heads, since a stoppage of the Blood is always productive of dangerous consequences” (p. 11): e in effetti notiamo la postura riversa della fanciulla del dipinto di Füssli.

Bond continua con “Un resoconto dei Sintomi” (cap. III): presenza di “frightful Dreams” (p. 21), “The vast oppression on the Breast, and immobility of the Body” (p. 24) con un senso di paralisi, e ancora ansia, palpitazioni eccetera, in sostanza proprio il contesto che sembra evocato dal dipinto.  Affronta quindi il discorso “Della Cura Naturale” (cap. IV) riportando il caso di un certo colonnello Townshend capace di scivolare in una strana condizione catalettica a causa di una grave patologia che portava contraccolpi circolatori. Segue un esame “Delle Cause che concorrono all’Incubo” (cap. V) – nel senso che la causa principale, legata a posizione supina del corpo e problemi di circolazione, non basterebbe da sola a determinarlo – e Bond offre resoconti di casi di persone affette, quattro donne tra i 15 e i 20 anni (anche nel dipinto la ragazza è molto giovane), e un “corpulent Clergyman” cinquantenne (p. 55). Questi “immaginava che il Diavolo venisse al suo letto, lo afferrasse alla gola e cercasse di soffocarlo” (ibidem) con tanto d’impronte sul collo: lo smarrimento è già quello del reverendo di Green Tea di Le Fanu, tormentato da un presunto spirito, e in ogni caso le testimonianze suggeriscono il sopravvivere tra la gente di convinzioni sull’origine sovrannaturale del night-mare. Seguono considerazioni “Dei Pronostici di questo Disordine” (cap. VI), con nuove analisi di casi e il parere dell’antico Galeno che già considerava l’incubo come una sorta di epilessia, rimarcandone la pericolosità se abituale in quanto minaccia di epilessia vera e propria, apoplessia o melancolia; e “Della Cura” (cap. VII), sul cambio di postura nel letto e l’uso di farmaci, salassi, purganti e diete. Anche se poi “Temperate living is certainly the most effectual method of preventing this and many other Disorders” (p. 80).

Nel periodo successivo all’uscita del testo di Bond parecchie opere riprendono il tema. In quel Settecento dove stanno fermentando sogni e incubi della ragione e gli illuministi vanno a braccetto con gli illuminati, l’uomo moderno scopre che le sue notti sono un ideale campo di battaglia tra antichi demoni e patologie sfuggenti. La melanconia pretende spazio, e non è un caso se il primo Paradiso perduto del fantastico – ben prima di quello dell’età vittoriana, poi considerato archetipico – sia proprio l’epoca tra metà del secolo dei lumi (di qualunque tipo) e primi decenni del successivo. Di cui il quadro di Füssli, tra conati erotici, sopravvivenze mitico-magiche, urgenze mediche ed emersioni letterarie è insomma in qualche modo un manifesto.

[3-Continua]

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<i>Black Empusa</i>. Füssli, la <i>koiné</i> degli incubi e il fantastico moderno (III) è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Esperienze audiotattili tra dispositivi panottici e panacustici https://www.carmillaonline.com/2018/08/10/esperienze-audiotattili-tra-dispositivi-panottici-e-panacustici/ Thu, 09 Aug 2018 22:01:48 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=42109 di Gioacchino Toni

il tema della sorveglianza e del controllo sostanzia una della “emozioni culturali” più forti del nostro contemporaneo, capace di toccare i nervi scoperti di un apparato politico-ideologico che dal cinema del complotto degli anni Settanta (pre- e post-Watergate) arriva fino ai giorni nostri (Antonio Iannotta)

In alternativa all’approccio oculocentrico con cui le teorie filmiche hanno storicamente indagato il cinema, Antonio Iannotta, nel suo saggio Il cinema audiotattile. Suono e immagine nell’esperienza filmica (Mimesis, 2017), riprendendo la convinzione di Maurice Merleau-Ponty che vuole la percezione come un’esperienza sempre sinestetica, propone un’interessante riflessione sul cinema come esperienza audiotattile. Per avere [...]

Esperienze audiotattili tra dispositivi panottici e panacustici è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Gioacchino Toni

il tema della sorveglianza e del controllo sostanzia una della “emozioni culturali” più forti del nostro contemporaneo, capace di toccare i nervi scoperti di un apparato politico-ideologico che dal cinema del complotto degli anni Settanta (pre- e post-Watergate) arriva fino ai giorni nostri (Antonio Iannotta)

In alternativa all’approccio oculocentrico con cui le teorie filmiche hanno storicamente indagato il cinema, Antonio Iannotta, nel suo saggio Il cinema audiotattile. Suono e immagine nell’esperienza filmica (Mimesis, 2017), riprendendo la convinzione di Maurice Merleau-Ponty che vuole la percezione come un’esperienza sempre sinestetica, propone un’interessante riflessione sul cinema come esperienza audiotattile. Per avere un esempio del coinvolgimento plurisensoriale dello spettatore al cinema, basti pensare a come le basse frequenze diffuse in sala dalle tecnologie contemporanee siano in grado di permettere allo spettatore di «percepire i suoni attraverso il corpo e le sue terminazioni nervose, vibrando fisicamente all’unisono con quello che si propone di definire cinema audiotattile» (p. 10). Lo studioso si propone, in particolare, di indagare la reciproca relazione tra sonoro e visivo nell’esperienza cinematografica, rintracciando quei momenti topici nella storia del cinema capaci di evidenziare tale relazione ricorrendo a un approccio metodologico in cui interagiscono le teorie della comunicazione audiovisiva con le teorie e filosofie dei media.

Dopo aver ricostruito le tappe tecnologiche che hanno condotto al cinema «compiutamente sonoro» e alla messa punto del linguaggio cinematografico attraverso il montaggio, e dopo aver analizzato il cinema dagli anni Trenta ai Settanta – soffermandosi sull’avvento del Dolby, sull’innesto del medium radiofonico sul cinema muto, sull’affinarsi della teoria del montaggio audio-visivo, sulle caratteristiche del cinema contemporaneo caratterizzato dall’high fidelity e dal concetto di verità del cinema -, nella parte conclusiva del volume Iannotta si sofferma sui cambiamenti tecnologici che hanno riguardato il cinema a partire dagli anni Settanta, dal perfezionamento dei meccanismi di fonofissazione fino all’avvento dell’era digitale. Secondo l’autore, tali trasformazioni tecnologiche metterebbero «in questione alcuni nodi capitali del cinema strettamente contemporaneo, in particolare il realismo in connessione con l’ontologia nell’epoca della produzione digitale, e il cinema della sorveglianza e del controllo nell’esperienza del cinema audiotattile» (p. 11).

Un esempio paradigmatico di come il cinema audiotattile faccia dell’iperestesia auditiva il proprio centro nodale, è indicato dallo studioso nell’incipit di Short Cuts (America oggi, 1993) di Robert Altman: la macchina da presa, che sbuca dal nero dello schermo, anticipata dal rumore di un elicottero, sorvola la città dominandola dall’alto e controllando le conversazioni dei cittadini.

Short Cuts ci conduce all’interno del dispositivo audiovisivo dall’alto, dalla posizione privilegiata di chi può sorvegliare il mondo sonoro del film […] Altman ci invita a prestare attenzione a quello che si dice per sciogliere una matassa narrativa ricostruendo le vicende dei tanti personaggi inquadrati dalla storia a partire dal sonoro e in prima istanza dalla voce, a volte in altre over altre ancora off dell’opinionista televisivo […] La voce entra in ogni casa e il dispositivo audiovisivo coinvolge in maniera totalizzante le nostre orecchie. Si tratta a tutti gli effetti di un dispositivo e di un film panacustico (p. 186).

Risulta evidente il riferimento all’ambiente panottico e panacustico pensato da Jeremy Bentham che sarà alla base degli studi di Michel Foucault sui dispositivi di sorveglianza e sui meccanismi di sapere e potere. Ai dispositivi di controllo visivo vanno aggiunti quelli di ascolto. Non stupisce che il termine “monitor” sia passato dall’iniziale significato di «istruttore e controllore carcerario», a designare un «apparato tecnologico di informazione» e, dunque, sottolinea Iannotta, di «sorveglianza e controllo». Secondo l’autore, l’esperienza cinematografica sarebbe legata «all’esperienza del controllo: non siamo più in grado di percepire il mondo in cui viviamo come un universo dotato di un senso decifrabile ma ci percepiamo (come) percepiti da altri» (p. 188).

Nel cinema contemporaneo non sono pochi i film che ricorrono alla sorveglianza come dispositivo narrativo. Si pensi a film come: Lost Highway (Strade perdute, 1997) di David Lynch; Gattaca (Id., 1997) di Andrew Niccol; Enemy of the State (Nemico pubblico, 1998) di Tony Scott; The Truman Show (Id., 1998) di Peter Weir; Caché (Niente da nascondere, 2005) di Michael Haneke; Paranormal Activity (Id., 2007) di Oren Peli; REC (Id., 2007) di Jaume Balagueró e Paco Plaza; Cloverfield (Id., 2008) di Matt Reeves… È «il fantasma dell’ascolto» ad essere sempre al lavoro in questi film, e, sostiene Iannotta, occorre seguire l’invito di Gilles Deleuze circa la necessità di affiancare allo studio foucaultiano delle società disciplinari l’analisi di un «più invasivo e strisciante meccanismo di sorveglianza posto in essere dalle società di controllo», da qui l’invito del filosofo francese a dotarsi di «nuove armi».

In Enemy of the State il fuggiasco viene mappato ininterrottamente oltrepassando qualsiasi barriera e, suggerisce Iannotta, nel film il controllo spaziale continuo ha un equivalente sonoro preciso.

Grazie al pan pot (panoramic potentiometer) è possibile creare l’illusione pressoché perfetta che la fonte sonora fluttui circolarmente nello spazio uditivo. La spazializzazione quadrifonica mette in cortocircuito l’idea che esista un unico e determinato punto di ascolto. Il suono satura lo spazio come se fosse una nube di vapore. È qui che si situa il cambio di paradigma: le teorie oculocentriche, pur nella loro sofisticata varietà, individuavano l’esperienza cinematografica in maniera abbastanza univoca, come se ci si trovasse tutti in un unico grande peep-show, con il senso dell’udito pronto ad ascoltare ciò che viene diffuso dallo stesso luogo della visione in correlazione con l’immagine. Sussiste qualcosa di più di un’analogia tra il punto di vista, che al cinema è per lo più genericamente assimilabile al punto di vista della macchina da presa, e un punto di ascolto, che invece non coincide mai espressamente con la posizione delle orecchie dello spettatore. Chi ascolta quello che noi ascoltiamo? Il suono sembra attribuire delle orecchie virtuali alla macchina da presa rendendola un personaggio dotato di una strana concretezza. Non si sta negando la nozione di punto di ascolto; per quanto la si presupponga necessaria, è solo a partire dalle differenze strutturali più volte ribadite tra suono e immagine che si deve chiarire il concetto di rappresentazione uditiva al cinema (pp. 190-191).

Iannotta presenta un interessante confronto tra due importanti film incentrati sul controllo: The Conversation di Francis Ford Coppola e Die 1000 Augen des Dr. Mabuse (Il diabolico dottor Mabuse, 1960) di Fritz Lang. Nel film di Coppola l’esperto di intercettazioni Harry Caul (Gene Hackman), dopo aver intercettato la conversazione di una coppia in Union Square a San Francisco, si trova catapultato in una situazione da cui non riesce a venire a capo. Il ruolo svolto dalla coppia intercettata da Caul, secondo lo studioso, rimanda ad un’analoga funzione rintracciabile nella coppia al centro del film di Lang.

L’ultimo film del regista tedesco marca una differenza importante tra la fine di una fase che si è detta moderna, con al centro la relazione mediale tra cinema e schermo televisivo, e l’epoca del controllo diffuso di un film come Enemy of the State, sull’asse della relazione mediale tra cinema e computer. Il fantasma di Mabuse, che sapevamo essere morto dal secondo film della trilogia, viene evocato da quello che scopriremo essere il suo nuovo erede, il sedicente visionario cieco Peter Cornelius, alias dottor Jordan (Wolfgang Preiss). La coppia di amanti al centro dell’escamotage diegetico del film è composta dal ricco industriale Henry Travers (Peter van Eyck) e da Marion Ménil (Dawn Addams), donna apparentemente disperata che finge il suicidio nell’albergo dove risiede Travers, con l’obiettivo di irretirlo. Con un carrello all’indietro, scopriamo che i due sono spiati su un monitor. La cabina di regia di chi sorveglia quanto accade nell’albergo possiede più videocamere: da qui i 1000 occhi (e orecchie) del titolo. Mabuse, o chi per lui, può vedere e sentire qualsiasi cosa. Un doppio livello di sorveglianza si impone nel film: quello della storia d’amore (Travers spia Marion da una stanza attigua) e quello di Mabuse. Il miliardario sta partendo con Marion ma nutre ancora qualche sospetto su di lei. Incalzata dalle sue domande, la donna confessa di essere un’agente della banda di Mabuse e di averlo ingannato per sposarlo, impadronirsi della sua ricchezza e soprattutto delle sue ricerche sulla bomba atomica. Ma Marion dice di amarlo davvero e implora di essere creduta. L’albergo, rivela, ha occhi e orecchie che osservano e ascoltano: “Loro vedono e sentono tutto!”. Alle richieste di spiegazioni di Traverse, Marion mostra il luogo dell’ascolto. Eccolo al lavoro il sistema di sorveglianza di Mabuse. Il dispositivo panottico e panacustico presente dovunque nell’albergo nel finale disvela tutta la potenza audiovisiva del suo potere occulto (pp. 192-193).

Il film di Coppola, in cui il protagonista deve ricostruire il significato della conversazione della coppia amanti, «offre anche un efficace discorso sul (cosiddetto) reale e sulla rappresentazione che il medium cinematografico è chiamato a dare». Captando la frase «He’d kill us if he got the chance», Caul viene catapultato all’interno dei problemi della coppia e del committente dell’intercettazione fino a comprendere, sul finale del film, che egli stesso è vittima di intercettazioni, scoprendo, in preda alla paura, di non sapervi, né potervi, porre rimedio.

Nell’epilogo delle narrazione, Caul, rientrato a casa, si dedica al suo hobby prediletto, suonare il sax tenore duettando con un disco jazz, improvvisando le note che si accavallano a quelle dello strumento solista. A rompere il fraseggio è il suono insistente di una telefonata […] Harry, spazientito, abbassa il volume del giradischi, risponde e ripete per due volte «Pronto», senza alcun esito. Dall’altra parte del ricevitore si ode solo il suono muto della linea telefonica. La macchina da presa ferma l’inquadratura per qualche secondo sul primo piano del telefono, mentre Caul si sposta nuovamente sulla sedia e riprende a suonare, rialzando il volume del disco. A quel punto la cinepresa si sposta con un carrello laterale per riprendere Harry nuovamente al centro dell’inquadratura. Dopo pochi secondi il telefono squilla nuovamente. Questa volta Caul è visibilmente in ansia, tanto da non prendersi la briga di abbassare, come aveva fatto prima, il volume del giradischi. Si alza e risponde nuovamente: “Pronto”. Questa volta il suono di un nastro che si riavvolge è immediato: “Noi sappiamo che lei sa tutto, signor Caul. Per il suo bene le consigliamo di non immischiarsi. Noi la sorvegliamo”. La musica del giradischi cessa e Caul si mette al lavoro. Con tutta la perizia tecnica di cui è capace cerca di capire come sia possibile che il miglior spione in circolazione sia stato messo sotto controllo. Con metodica professionalità, fa a pezzi la casa in cui vive. Nulla è lasciato al caso, anche la carta da parati viene rimossa. Senza esito alcuno, però. “Noi la sorvegliamo”. Alla fine, evidentemente senza più speranza, anche se si sente ancora sorvegliato, rimette il disco e ricomincia a suonare, tra le macerie, mentre la cinepresa percorre in lungo e largo la stanza dove si trova. L’ultima scena del film lo ritrae mentre continua a suonare il sax, con una panoramica dall’alto. È il cinema del controllo che lo sovrasta e noi con lui siamo sotto il suo dominio (pp. 193-194).

L’abile intercettatore non trova la microspia forse perché questa si colloca fuori dalla sua portata: il sistema di sorveglianza adottato «è irreperibile e irrimediabilmente sottratto agli occhi di Caul perché è allogato nello stesso dispositivo della macchina cinematografica» (p. 195). A differenza di quanto accade nel film di Lang, qui sembra emergere un «dispositivo vedente e senziente che non si interfaccia né identifica con nessun personaggio del film […] Qui l’identificazione è con la stessa macchina da presa, con un occhio e un orecchio capaci di dominare quanto viene visto e udito nella diegesi […] Il luogo del controllo si è spostato, ha cambiato direzione in maniera impercettibile quanto decisiva muovendosi dallo spazio della storia alla condizione primigenia che ogni storia possa essere raccontata» (p. 195).

La sorveglianza è divenuta la vera protagonista della narrazione filmica. Più il protagonista cerca il dispositivo senza trovarlo, più si sente in balia della sorveglianza e in preda alla paura: «il cinema audiotattile si dispiega come un rizoma difficile da decodificare, dove la minaccia è permanente e si fa allarmante metafora dell’ontologia dell’ascolto. Immersi in questa foschia fibrillante, un compito infine sembra spettare a ciascuno di noi: a ogni spettatore audiotattile la propria cimice da trovare» (p. 196).

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Esperienze audiotattili tra dispositivi panottici e panacustici è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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Tutto in una notte (o quasi) https://www.carmillaonline.com/2018/08/09/tutto-in-una-notte-o-quasi/ Wed, 08 Aug 2018 22:01:53 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=47512 di Sandro Moiso

Massimo Anania, Autostop per la notte, Miraggi edizioni, Torino 2018, pp.110, € 12,00

Uno studente universitario borderline, una coppia di truffatori tarantiniani, un malavitoso d’alto bordo e un professore ex-sessantottino sono i protagonisti di una vicenda che si pone a metà strada tra un noir atipico e una commedia nera, in cui la violenza e la morte sono presenti senza mai diventare del tutto esplicite. Ambientato tra le periferie torinesi e le residenze collinari di una borghesia il cui stile di vita sembra ormai coincidere quasi totalmente con quello della criminalità organizzata, il breve romanzo d’esordio di [...]

Tutto in una notte (o quasi) è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Sandro Moiso

Massimo Anania, Autostop per la notte, Miraggi edizioni, Torino 2018, pp.110, € 12,00

Uno studente universitario borderline, una coppia di truffatori tarantiniani, un malavitoso d’alto bordo e un professore ex-sessantottino sono i protagonisti di una vicenda che si pone a metà strada tra un noir atipico e una commedia nera, in cui la violenza e la morte sono presenti senza mai diventare del tutto esplicite.
Ambientato tra le periferie torinesi e le residenze collinari di una borghesia il cui stile di vita sembra ormai coincidere quasi totalmente con quello della criminalità organizzata, il breve romanzo d’esordio di Massimo Anania può costituire una lettura estiva piacevole e disincantata.

L’autore, nato in una nebbiosa Torino nel gennaio del 1975, vive attualmente in Veneto, dove oltre a lavorare in una grande impresa si occupa di arte e letteratura, e sembra trasfondere alcune sue caratteristiche comportamentali nel personaggio principale, lo studente tiratardi che sembra obbligarsi ogni notte ad attendere l’alba sperando che questa sia sempre più lontana. Notte che non sempre, come nella migliore tradizione del noir oppure della letteratura fantastica, porta con sé consiglio.

Notte che, anzi, può nascondere inganni e incontri con demoni meschini, destinati a trascinare i nottambuli non troppo scaltri in catene di eventi da cui risulta poi difficile uscire senza conseguenze. Notte buia, ma non tempestosa, e piuttosto confusa: soprattutto quando un poco sapiente cocktail di cocaina e whisky può far perdere il poco ingegno che si ha a disposizione.

Una storia assai poco politically correct in cui l’attrazione sessuale gioca un ruolo non secondario. Un’attrazione sensuale e ambigua, destinata ad ingannare più che a soddisfare nel momento del suo fisico realizzarsi.
Un’avventura notturna le cui conseguenze saranno ri-governate da una ragione malavitosa che, in un mondo dominato e colonizzato dal feticcio denaro, non è in fin dei conti peggiore di quella contenuta nel conformismo dominante. All’interno di vicende che, nonostante alcune smagliature nella trama, spesso sono narrate con un linguaggio cinico e, a tratti, visionario.

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Riprendere e reinventare il comunismo con il ’68 https://www.carmillaonline.com/2018/08/08/riprendere-e-reinventare-il-comunismo-con-il-68/ Tue, 07 Aug 2018 22:01:33 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=47759 di Fabio Ciabatti

Alain Badiou, Ribellarsi è giusto! L’attualità del maggio 68, Orthotes Editrice, 2018, pp. 107, € 14.

Perché continuare a parlare del ’68 a cinquant’anni di distanza dal maggio francese? Perché, risponde Alain Badiou, nonostante moltissimo sia cambiato da allora, noi siamo contemporanei del ’68, abbiamo lo stesso problema: riprendere e al tempo stesso reinventare il comunismo. Per poter fare questa affermazione Badiou deve leggere le vicende di quell’anno (e di quelli che verranno dopo) alla luce di una vera operazione filosofica, deve cioè interpretarle attraverso il concetto di “evento”.

Ma [...]

Riprendere e reinventare il comunismo con il ’68 è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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di Fabio Ciabatti

Alain Badiou, Ribellarsi è giusto! L’attualità del maggio 68, Orthotes Editrice, 2018, pp. 107, € 14.

Perché continuare a parlare del ’68 a cinquant’anni di distanza dal maggio francese? Perché, risponde Alain Badiou, nonostante moltissimo sia cambiato da allora, noi siamo contemporanei del ’68, abbiamo lo stesso problema: riprendere e al tempo stesso reinventare il comunismo. Per poter fare questa affermazione Badiou deve leggere le vicende di quell’anno (e di quelli che verranno dopo) alla luce di una vera operazione filosofica, deve cioè interpretarle attraverso il concetto di “evento”.

Ma di quale ’68 stiamo parlando? Nel breve testo Ribellarsi e giusto! l’autore ne individua quattro e questa segmentazione spiega come mai le memorie e i bilanci storico-politici possano essere molto differenti. In primo luogo c’è il ’68 liceale e studentesco, quello più noto e spettacolare con le manifestazioni di massa, gli scontri e le barricate. Si è trattato di un fenomeno mondiale, ma che ha riguardato una minoranza proveniente dalla borghesia dominante (e questo spiega il successivo ritorno all’ordine di molti militanti e leader dell’epoca). Da un punto di vista ideologico questa gioventù si caratterizzava per un misto di virulenza anarchica, dogmatica marxista e accettazione generalizzata della legittimità della violenza (anche se essa fu agita per lo più da piccoli gruppi organizzati in funzione essenzialmente antirepressiva).
Il secondo ’68, sostiene Badiou, è quello operaio che diede luogo al più imponente sciopero generale della storia francese. Esso si è articolato intorno alle grandi fabbriche e alle imprese nazionalizzate, essenzialmente strutturato e animato dai sindacati, in specie la CGT, legata al Partito comunista francese. Partito e sindacato cercarono di isolare il contesto operaio dalla rivolta studentesca, ma questo non impedì lo svilupparsi di caratteristiche comuni. In primo luogo il movimento nelle fabbriche fu iniziato da giovani operai al di fuori delle strutture sindacali, utilizzando metodi di lotta non convenzionali come gli scioperi selvaggi (che in realtà partirono nel ’67, prima della rivolta studentesca) e, soprattutto, l’occupazione delle fabbriche, pratica ereditata dai grandi scioperi del ’37 e del ’47, ma mai sperimentata in forma così estesa. Anche nel ’68 operaio, inoltre, ci fu un’ampia accettazione della violenza, come testimoniano i sequestri dei dirigenti e gli scontri con i quadri locali e i CRS (la celere francese). Infine, quando il protocollo di intesa negoziato da Partito comunista e CGT fu presentato nelle fabbriche per porre fine agli scioperi, gli operai lo respinsero nonostante le numerose conquiste che esso assicurava. Questo rifiuto manifestava una soggettività operaia che associava allo sciopero qualcosa di ancora indistinto che però andava al di là della classica dialettica sindacale.
Il terzo ’68, prosegue Badiou, è quello libertario, figlio del comunismo utopico e del surrealismo. Questioni dominanti erano la trasformazione dei costumi, i nuovi rapporti amorosi e le libertà individuali. Una sorta di calderone anarchico, sostiene Badiou, che vide il trionfo dell’estetica sulla politica e che influenzerà la sfera culturale con le sue idee di un nuovo linguaggio pubblico, di un nuovo stile di azione collettiva ecc.

Infine c’è il quarto ’68 che è costituito dalla diagonale (attenzione, non la sintesi) degli altri tre. Per spiegarsi Badiou ricorre a un racconto personale. Siamo in una piccola università di provincia che, sulla scia degli eventi parigini, è in sciopero. Nasce l’idea di una manifestazione che si deve concludere davanti alla principale fabbrica locale, anch’essa in sciopero. “Cosa andavamo a fare laggiù? Non lo sapevamo, avevamo solo la vaga idea che la rivolta studentesca e lo sciopero operaio dovessero unirsi senza l’intermediazione delle organizzazioni classiche”. Nonostante la diffidenza di un gruppo di sindacalisti, si avvicinò qualche giovane operaio e poi altri ancora. “Iniziammo delle discussioni informali. Avvenne una sorta di fusione locale”. Si fissarono delle riunioni comuni all’interno della città e “costruimmo così la possibilità di una diagonale attiva tra i due Maggio 68”.1 Dal punto di vista dell’atteggiamento soggettivo, l’atmosfera era segnata da “un entusiasmo al tempo stesso gioioso e angosciato”, tipico della filosofia del terzo ’68.2
Il quarto ’68, secondo Badiou, esprime la convinzione che la vecchia concezione della politica è giunta al termine e avvia la difficile ricerca di una forma nuova dell’agire collettivo. La vecchia concezione parte dall’idea che la possibilità dell’emancipazione è inscritta e perfino programmata nella realtà storica e sociale grazie all’esistenza di un agente storico, oggettivamente dato, che per trasformarsi in potenza soggettiva deve essere rappresentato da un partito. Questo deve essere presente in tutti i luoghi di potere e di intervento per trasportarvi la forza e il contenuto dei movimenti sociali i quali, lasciati a se stessi, possono soltanto esprimere rivendicazioni particolari e organizzarsi in forma sindacale.
Le organizzazioni tradizionali e la democrazia rappresentativa, di cui esse rappresentavano i necessari organi, vennero aspramente criticate e delegittimate durante il ’68. La ricerca di una nuova politica avvenne però alla cieca anche perché la critica del vecchio fu fatta utilizzando il suo stesso linguaggio. Di qui la tematica chiaramente insufficiente del tradimento. Seppur a tentoni, qualcosa di nuovo è però emerso, non tanto in concomitanza dell’esplosione del maggio, ma attraverso il decennio successivo, grazie a una ricerca, al contempo pratica e teorica, svolta da un pugno di intellettuali, da un migliaio di studenti e liceali, da qualche centinaio di operai e di donne delle case popolari e anche da un bel po’ di proletari spesso provenienti dll’Africa.
Il ’68, in particolare il quarto, ha dunque reso possibile, anche se in forma meramente temporanea e localizzata, come nella città di provincia di cui ci racconta Badiou, qualcosa che immediatamente prima era assolutamente inverosimile, inimmaginabile. È questa la cifra di un evento, inteso nel senso filosofico di Badiou: un accadimento le cui conseguenze sono necessarie anche se imprevedibili prima dell’accadimento stesso. L’evento ’68 ci ha rivelato che, se una nuova politica comunista è possibile “essa partirà dai legami di massa, sarà un attraversamento delle classificazioni stabilite, non organizzerà ciascuno al suo posto ma al contrario consentirà degli spostamenti, materiali e mentali, strabilianti”.3 Il quarto ’68 ci ha mostrato che “il rovesciamento dell’inesorabile, della sordida gerarchia delle fortune, delle libertà e dei poteri erano politicamente possibili attraverso un interventismo inedito e la ricerca esitante di forme organizzative adeguate all’evento”.4 Tutto ciò appartiene, in senso stretto, al quarto ’68, l’unico che secondo Badiou ha avuto le caratteristiche dell’evento, in quanto è l’unico che, al di là dell’esplosione iniziale, innesca nuovi e straordinari processi di lunga durata.

Anche il lungo ’68 francese fu però interrotto: a livello intellettuale dalla “controcorrente ideologica e rinnegata” chiamata nouvelle philosophie, successivamente dalla vittoria elettorale della sinistra del socialista Mitterand e, infine, dal trionfo di un capitalismo tornato alla sua primitiva ferocia liberale. L’elezione di Mitterand, come tutti i ritorni all’ordine, ha prodotto una breve illusione in una larga parte del popolo. Per le giovani generazioni, ci ricorda Badiou, è stato necessario riapprendere dolorosamente che la sinistra non è una nuova possibilità della vita politica, ma solo uno spettro fortemente segnato dalle stigmate della putrefazione.
Purtroppo dobbiamo notare che il ciclo dell’illusione e della disillusione sembra ripresentarsi in continuazione. Per rompere la gabbia di questa coazione a ripetere, apparentemente inesorabile, le indicazioni di Badiou non saranno forse sufficienti, ma sono senz’altro preziose. Secondo il filosofo francese dobbiamo in primo luogo mantenere viva l’ipotesi storica di un mondo liberato dalla legge del profitto. È più importante sostenere che il mondo attuale non è necessario piuttosto che affermare “a vuoto” che un altro mondo è possibile, perché nella “vera politica”, così come definita attraverso la logica dell’evento, si va dalla non-necessità alla possibilità. In secondo luogo, la principale virtù politica che oggi ci manca è il coraggio. Non solo il coraggio di affrontare la polizia, senz’altro necessario, ma anche quello di difendere e di praticare le nostre idee, di utilizzare quelle parole che non osiamo più pronunciare. Spetta a noi criticarle, dare loro un nuovo senso, sulla scia del ’68. “Noi dobbiamo poter dire ancora ‘popolo’, ‘operaio’, ‘abolizione della proprietà privata’ etc., senza sembrare inattuali”.5 Infine, secondo Badiou, dobbiamo tornare a porci il problema dell’organizzazione, facendo tesoro dei multiformi esperimenti cominciati nel ’68 e partecipando alle sperimentazioni locali e alle battaglie politiche attuali da cui nascono nuove figure organizzative. Ben sapendo che la questione più difficile da risolvere è proprio quella di sapere di quale tipo di forma associativa abbiamo bisogno. In breve “dobbiamo avere il coraggio di avere un’idea. Una grande idea”6 attraverso la quale legarci alle immense masse di operai e di poveri che vagano sulla superficie della terra per trovare un luogo in cui vivere. Per tornare a dire “Ribellarsi è giusto”.


  1. Alain Badiou, Ribellarsi è giusto!, Orthotes Editrice, 2018, pp. 60-61. 

  2. Ivi, p. 63. In realtà Badiou attribuisce un valore secondario al terzo ’68, nei confronti del quale traspare, in modo forse ingeneroso, una certa antipatia. 

  3. Ivi, p. 65. 

  4. Ivi, p. 66. 

  5. Ivi, p. 71. 

  6. Ivi, p. 76. 

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Riprendere e reinventare il comunismo con il ’68 è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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