di Franco Pezzini
Elizabeth Rasicci, Il segreto della rosa bianca, pp. 368, € 20, La Corte, Torino 2025
Di tale incompetenza si è dimostrata la gran parte degli storici nell’ambito di studi che si sono scelti, che, caso mai tornassero in vita i morti delle epoche passate, ci si potrebbe quasi chiedere se sarebbero in grado di riconoscere gli eventi del proprio tempo, così come a noi tramandati per ignoranza e distorsioni.
Con tale pepe Horace Walpole inizia “Historic doubts on the life and reign of King Richard the Third“, 1768, quattro anni dopo aver varato il suo celeberrimo “The Castle of Otranto”, 1764. Autentico enfant terrible, dopo aver sbeffeggiato gli eruditi contemporanei con il divertito gioco semiotico del Castello (una storia che retrocede a dilettanti i maliziosi autori della famose teste di Modigliani), sulla base delle proprie competenze storiche e antiquarie Walpole si diverte a smontare uno dei luoghi comuni della storia inglese, la cattiva fama di Riccardo III, mostrando come la vulgata su di lui fosse a monte pilotata da concretissimi interessi politici della dinastia subentrante, i Tudor. Della pirotecnia di crimini di colui che era descritto come un mostro – in tutti i sensi, bodyshaming compreso – esistono molte voci e fragili prove; mentre la propaganda Tudor aveva assoluta necessità di demonizzare colui che attraverso gli York era comunque epigono della grande casa reale plantageneta, per srotolare il tappeto a una figura ben più oscura.
L’inutile sconcio del cadavere di Riccardo dopo la morte in battaglia darà anche visivamente il senso di una brutalità volgare e inutile dei subentrati.
Il nuovo re Enrico VII farà d’altronde piazza pulita dei possibili rivali, quindi che criminalizzi il predecessore con ogni mezzo non è strano; e tanto più considerando i profili disinvolti dei suoi sponsor, il vescovo John Morton – credibile artefice della leggenda nera e grande manipolatore – e la sua figlioccia madre di Enrico, la beghina maneggiona Margaret Beaufort. Sarà in ultimo la consacrazione shakespeariana di Riccardo ad arcicattivo, nell’ambito di un dramma celeberrimo (ne ricordo solo un paio di splendide versioni in chiave cinematografica, con Laurence Olivier del 1955, molto classica, e con Ian McKellen del 1995 – quest’ultima ambientata in età fascista – più naturalmente la citazione con l’annegamento di un critico in una botte di vino nel geniale Oscar insanguinato con Vincent Price, 1973) a influire sulla percezione del pubblico. E i re successivi vi si adegueranno con compiacenza, un cattivo esempio – specie alla fine di una dinastia conclusa – fa sempre comodo.
Eppure i dubbi non sono mai mancati, tanto più che le fonti non appaiono mai scevre da interessi politici e mai a firma di persone del giro fedele di Riccardo: fin da John Rous, che al mutare di regime cambia allegramente versione, passando dalle lodi alla damnatio più fantasiosa, a Polidoro Virgili e Thomas More (che vivono dopo e attingono a fonti non neutrali, Morton in prima linea) e via via ad altri sempre più distanti. Si preferisce attenersi a una versione nera consolidata, ma non va perso il ricordo di alcune abilità del re: e i dubbi più pesanti iniziano a manifestarsi nel Seicento – età di grandi ridefinizioni delle dinastie inglesi – con George Buck. Un secolo dopo, appunto Walpole sottolinea non ci siano prove o siano contestabili le accuse tradizionalmente portate a Riccardo, che così elenca:
Presunti crimini di Riccardo III.
- L’assassinio di Edoardo, principe di Galles, figlio di Enrico VI.
- L’assassinio di Enrico VI.
- L’assassinio di suo fratello Giorgio, duca di Clarence [annegato, secondo tradizione, nel vino Malvasia].
- L’esecuzione di Rivers, Gray e Vaughan.
- L’esecuzione di Lord Hastings.
- L’assassinio di Edoardo V e di suo fratello [Riccardo, i due principi giovanissimi ipoteticamente fatti sopprimere nella Torre di Londra].
- L’assassinio della propria regina.
A questi si possono aggiungere, come spesso accade per infangarlo, il suo matrimonio combinato con la nipote Elisabetta, la penitenza [pubblicamente imposta, e umiliante] a Jane Shore e le sue deformità fisiche.
Provvedendo a confutarle una dopo l’altra.
Per lo studioso ottocentesco Clements Markham a far assassinare nella Torre i due principi ragazzini non sarebbe costui ma il suo nemico e successore Enrico VII Tudor, mentre il resto delle accuse si ridurrebbe a pura propaganda; altri autori coevi saranno più prudenti di Markham ma sottolineeranno le qualità del re sconfitto e una crudeltà diffusa nell’Inghilterra dell’epoca che avrebbe potuto condizionare anche Riccardo senza renderlo in senso proprio un mostro. Nel 1924 viene fondata la Richard III Society, prima di varie associazioni nate per rivalutare il vecchio re, e qualche decennio più tardi il romanzo giallo La figlia del tempo di Josephine Tey (1951) smonterà le accuse a Riccardo con il linguaggio della fiction. Ulteriore e inatteso colpo di scena sarà però recato dal ritrovamento sotto un parcheggio a Leicester (settembre 2012) dei resti di un convento francescano e delle ossa identificate – per una serie credibile di motivi – in quelle di Riccardo, poi traslate nella locale cattedrale (marzo 2015). Con l’onore che Enrico VII non gli aveva tributato.
A questo punto, nessuna sorpresa per una nuova operazione revisionistica, nel godibilissimo romanzo Il segreto della rosa bianca di Elizabeth Rasicci, giornalista e autrice di programmi televisivi cultrice di storia (il suo blog Beyond Death è ricco di spunti d’interesse): un intelligente, intenso e amaro romanzo storico in realtà ucronico, a ritoccare la realtà a colpi di “e se…?” ma proprio per questo necessariamente documentatissimo e scritto con penna molto controllata e felice. L’autrice non sbarella in fantasie assurde (non cede cioè alla moda dei cospirazionismi da Grande Congiura, oggi dilaganti), e si allontana dalla versione canonica solo dove lo vede credibile sulla base di una lettura rigorosa dei fatti. Capitalizzando dunque in chiave fantastica, l’ucronia, la vocazione popolare del romanzo storico romantico – si pensi solo al nostro Ottocento – con tutto quanto connota il genere: passioni, colpi di scena, tradimenti, amori oltre la vita…
La passione è tanta da far vagheggiare che l’autrice parli di storie proprie, con un sovrapporsi di un’Elizabeth sull’altra. Ma in fondo proprio la scrittura permette di valorizzare le tracce di noi – a volte impronte sull’argilla, altrove frantumi memoriali o persino genetici – alla deriva del tempo.
Per quanto colto, Il segreto della rosa bianca può essere letto facilmente e “prendere” senza difficoltà il grande pubblico. Invece di tanto scipito fantasy adolescenziale minore in traduzione, quegli stessi lettori troverebbero sollievo in (tardi)medioevi appassionati come questo, con il surplus di imparare qualcosa sulla grande storia, d’una sfida a scoprire dove sia stato utile “correggerla” e d’una lettura in buon italiano. I grossi editori ricordino l’autrice.
La storia vede come protagonista e in gran parte narrante Elizabeth di York (1466-1503), primogenita di Edoardo IV d’Inghilterra, principessa schiacciata dalle scelte dinastiche, costretta a sposare uno zio ma innamorata dell’altro, appunto Richard: una sintesi, questa mia, che farebbe pensare a un modesto teatrino sentimentale se non fosse per la statura dei personaggi. Elizabeth è appassionata, volitiva, non priva di iniziative personali, tormentata da rimpianti e rimorsi: non tanto per la storia adulterina con lo zio Lord Protettore del re nipote e poi sovrano a sua volta, ma per il dolore recato alla soave moglie di lui, Anne Neville e per le morti che fioccano intorno, di cui a tratti si sente responsabile. Il suo motto è inizialmente “Sans remevyr”, “Senza mai cambiare”, che lascia intuire con quanta fatica l’erede degli York costretta alle nozze con il vincitore Lancaster e ostaggio della suocera Margaret Beaufort potesse giudicare quelle forzature diplomatiche. E il fatto stesso che la Nostra si trovi a quel punto a cambiarlo in “Humble and Reverent”, “Umile e penitente”, ha giustamente posto all’autrice una serie di domande.
Interessante è poi come Rasicci sciolga i nodi su cui si era accanita la propaganda Tudor: non si tratta di revisionismo a buon prezzo, come quello che tante volte è stato speso tra faciloneria e manipolazione ideologica su vilain d’ogni tempo e latitudine (Caligola, Nerone, Vlad Dracula e magari gerarchi fascisti e nazisti). Lontano anni luce dalla caricatura del mostro, Riccardo appare figura nobile ma ingombrante, sensuale e calcolatore, divoratore di affetti e pronto a sacrificarli per un’idea molto sua di responsabilità verso il trono. Ovvio, fare il re – almeno nella brutale Inghilterra del tempo – non era un giro di valzer. Ma sappiamo che in generale, nelle nostre vite, i danni peggiori non li fanno tanto, o soltanto, i mostri.



