In memoria di Abderrahim Fakir, cittadino del Pilastro: prima o poi la militarizzazione di un quartiere doveva portare al morto…

di Nico Maccentelli

Se guardiamo a Bologna sul piano delle abitazioni a partire dai quartieri popolari, la differenza con il passato è stridente: fino a qualche decennio fa l’edilizia a partire da quella popolare era funzionale ai cittadini, intere famiglie avevano il pieno diritto di abitare in quartieri nelle proprie case e il gli alloggi pubblici rispondevano a questa esigenza primaria. Pur con tutte le contraddizioni sociali ben presenti, questo era un aspetto che non veniva minimamente messo in discussione dalle giunte di sinistra.

Poi si è arrivati all’avvento del neoliberismo, gli anni Ottanta che hanno fatto da spartiacque. Da quel momento in poi, la città viene vista dai grandi appetiti del capitale come occasione di business, come opportunità di mettere a profitto il territorio. Le giunte hanno iniziato un vero patto implicito con questi comitati d’affari che volevano creare rendita da nuove strutture e da modifiche sostanziali dell’urbanistica per creare servizi e attività private che generassero profitto o che attirassero capitali da queste nuove configurazioni della città metropolitana. I bisogni sociali e la vivibilità della cittadinanza nei quartieri popolari in primis passava in secondo piano se non addirittura calpestata.

Questa seconda fase coincide con il passaggio al PD, non una forza di sinistra, al di là di certa demagogia sui diritti civili usata per abbindolare il suo popolo nella falsa coscienza (per dirla alla Marx), ma un vero e proprio regolatore dei comitati d’affari, dei potentati che nella città hanno capacità d’investimento e di attrazione degli investimenti.
Mostruosità (vere e proprie “macchine celibi”, ossia che non generano plusvalenze ma spese) come Eataly, e le opere che stiamo vedendo oggi, spesso inutili e demenziali come il People Mover che collega l’aeroporto alla stazione e che si blocca con due fiocchi di neve, dai palazzoni che tolgono luce e vista agli abitanti, ai vari centri commerciali e direzionali, parcheggi, viabilità e quant’altro, sono tutte operazioni in quota a questi gruppi voraci che di fatto mettono in scena una riedizione dell’eloquente quanto lungimirante film di Rosi “Le mani sulla città”.

Il risultato è la distruzione progressiva in sempre più zone cittadine dell’economia di vicinato (o di prossimità), l’aumento dei prezzi delle abitazioni al mq che rende insostenibile la permanenza dei ceti meno abbienti (ma non pensiamo al solo proletariato, anche la classe media) nella città a partire dal centro, e per ultimo, ma non certo meno importante la distruzione di suolo pubblico a partire dal verde esistente, a favore di una cementificazione dissennata e demenziale che assolve solo ai desiderata della rendita speculativa.

Le ultime due junte, Merola e Lepore, sono state l’apoteosi di queste operazioni spacciate per “rigenerazione urbana”, conferendo protagonismo a enti privati come la Fondazione Innovazione Urbana. Laddove occorrono servizi, salari ai lavoratori, si preferisce spendere quattrini per alimentare queste macchine della fuffa. Della Fondazione Innovazione Urbana tratterò in seguito. Desidero invece andare più a fondo sulla questione, arrivando al significato del titolo che ho dato a questo mio pezzo.

1. Nel momento in cui dagli anno ’80 circa, i grandi gruppi del capitalismo hanno deciso su scala mondiale di delocalizzare cicli di produzione verso le aree del sud del pianeta (molto eloquente il saggio Babylon By Bus del mai sufficientemente compianto Roberto Sassi:1, su tale argomento), la finanziarizzazione insieme alla terziarizzazione e privatizzazione dello stato sociale, di interi suoi comparti, sono state la tendenza portante del neoliberismo voluta da circoli di potere capitalistico come la Trilaterale, il Bildelberg e via dicendo.
Questa tendenza è stata sussunta anche dalla sinistra di appartenenza o provenienza socialdemocratica, laburista, liberal-democratica, che ha sposato questo modello applicandolo sia livello nazionale che locale (era Blair l’incipit).

Il passaggio dal PCI al PD, significa sul piano economico e dei rapporti di classe interni, un cambio di paradigma definitivo, dopo aver accettato con Berlinguer l’ombrello NATO e la fine della Rivoluzione d’Ottobre come motore propulsivo (parole sue).
Il terreno favorevole è stato l’aver adeguato il suo fiore all’occhiello, ossia il modello emiliano romagnolo che fino agli anni ’60 aveva messo al centro il lavoro condiviso, il cooperativismo di una volta, la messa al centro nei servizi e nel territorio delle esigenze sociali, la socialità dai forti valori (le case del popolo, ecc.), i servizi pubblici calmierati (vedi il costo se non la gratuità dei trasporti ATC a Bologna), in un terminale di filiera per la ristrutturazione capitalistica con conseguente scomposizione di classe: tradotto i soldoni il modello del decentramento produttivo ad alta riconversione di ciclo si sposava con le piccole imprese a conduzione familiare o di padroncini venuti su a pane e tornio.

Con l’avvento del neoliberalismo importato dai Chicago Boys di Milton Friedman, il TINA (there is not alternative) della Tatcher, si ha il passaggio dalla fase in cui la città era un luogo dove il lavoro aveva una sua soglia salariale tutelata dalla produttività con le sue aree artigianali a un terziario che presupponeva un lavoro precario e sottopagato del quale beneficiavano tutti i soggetti imprenditoriali: sia quelli a banchetto che quelli sotto il tavolo delle piccole attività.

Nella grande messa a profitto della città, quindi il lavoro c’entra eccome, facendo di tutta la questione e i conflitti che ne seguono anche sul piano della tutela dell’ambiente e del verde una questione che riguarda strettamente o indirettamente il rapporto tra capitale e lavoro. Le junte di sinistra, senza eccezione da parte dell’unica di centro-destra ossia quella di Guazzaloca, hanno sposato gradualmente ma inesorabilmente questa logica.

Chi opera per questa grande messa a profitto, per le privatizzazioni dei servizi comunali è un incrocio di consorterie e interessi, che hanno sempre questi soggetti:
Comune di Bologna, in particolare la Giunta e gli assessorati competenti per urbanistica e casa.
Fondazione Innovazione Urbana (oggi Fondazione IU Rusconi Ghigi), descritta come il principale soggetto di elaborazione e gestione dei processi partecipativi.
Università di Bologna, soprattutto attraverso docenti e consulenti coinvolti nella pianificazione urbana.
Azienda Casa Emilia-Romagna (ACER Bologna), per il ruolo nella gestione dell’edilizia residenziale pubblica.
Cooperative edilizie e di costruzione, in particolare quelle aderenti al sistema cooperativo emiliano (ad esempio il mondo Legacoop), considerate interlocutori privilegiati delle politiche di rigenerazione urbana.
Grandi operatori immobiliari e fondi di investimento, fondazioni bancarie, consorzi vari, società di progettazione e consulenza urbanistica, cioè studi professionali e progettisti che partecipano ai grandi interventi, gruppi assicurativi e finanziari che sappiamo bene quali sono e che operano oltre che nelle assicurazioni che surrogano la sanità pubblica e negli investimenti finanziari, sono attivi nella gestione immobiliare e nei fondi immobiliari con patrimoni consistenti, nelle partecipazioni bancarie, nelle joint venture, praticamente tutto. E non è che il maggiore partito della città non c’entri: ne è il garante e l’esecutore attraverso le PA2.

Questo intreccio di interessi ha ovvamente il sistema delle porte girevoli, in cui PD e centrosinistra sono bene inseriti. Sul piano edilizio, la vocazione a una resienza popolare si è persa con qualche contentinodi facciata. In realtà nulla si salva per favorire i fondi immobiliari e gli investitori nella realizzazione di una città gentrificata, tra uffici di pregio e studentati di lusso, residenze di fascia medio-alta ed edificazione di centri direzionali e commerciali. Tutto ciò, lo vedremo, determina espulsione sociale, forti differenze di classe e la formazione di una base lavorativa precaria che nelle condizioni mutate nella città e priva di garanzie che davano un minomo di protezione sociale nel epriodo del secondo dopoguerra, oggi è lasciata al libero arbitrio del mercato. La città diviene fonte primaria di profitto e di formazione di una forza-lavoro flessibile e ricattabile.

Prendo due paragrafi dall’articolo apparso su Antìgene (https://antigene.info/grand-hotel-bologna/) dal titolo Grand Hotel Bologna:

«Dall’accoglienza al rendimento: cosa sta diventando l’ospitalità
Hotel, studentati, residence, co-living e strutture ibride non sono mondi separati ma funzionano come parti dello stesso sistema. Mentre la distinzione tra turismo, studio e residenza sfuma. Un hotel oggi non è solo un luogo dove dormire: è un flusso economico da ottimizzare. Uno studentato non è solo un servizio per studenti: è un investimento con rendita stabile. Un co-living non è solo una forma abitativa: è un modo per monetizzare spazio e permanenza. La logica di fondo è semplice rendere ogni metro quadro sempre produttivo.

Rigenerazione urbana come porta d’ingresso dei capitali
Una delle dinamiche più visibili passa dalle aree ex industriali e militari. Spazi che per decenni hanno avuto una funzione vengono riconvertiti e reinseriti nel mercato urbano con nuove destinazioni. In questo passaggio la “rigenerazione urbana” non è solo un intervento fisico sulla città. Diventa anche una modalità di ingresso per capitali finanziari, che trovano in questi progetti un equilibrio tra rischio contenuto e alto rendimento atteso.»

Scontri al parco Don Bosco sulla vertenza delle scuole Besta: i manifestanti sono stati caricati persino sugli alberi mettendo a rischio la loro vita, ma di questo chi ha chiamato la polizia se ne fotte…

Ovviamente lo stesso schema d’investimento lo si può applicare anche per altri asset urbanistici e del terziario.

Un altro ambito, ma non disgiunto da questa grande mangiatoia è l’asse che va dall’hub aeroportuale del Marconi alle strutture ricettive gestite in massima parte da agenzie che fanno capo ai grandi player del settori come AirB&B e catene della ristorazione che hanno fatto del centro urbano una mortadella city.

Cementificazione e gentrificazione, così come la turistificazione non hanno bisogno di abitanti ma di forza lavoro disposta a tutto e sottopagata, meglio se desindacalizzata.

E qui passiamo al secondo punto. È un aspetto che si considera poco, ma se non si capisce un antico adagio, anzi … veloce del capitale, non si comprende la meccanica di tutta questa grande messa a profitto, ossia dell’unico vero progetto di spartizione della città nella sua espropriazione sistematica.

2. Per meglio comprendere la raiettoria che oggi più di ieri stanno prendendo poli metropolitani come Milano e Bologna, occorre andare indietro di secoli: nell’Europa pre industriale. Marx la descrive bene nel Primo libro de Il Capitale, parte VIII: Die sogenannte ursprüngliche Akkumulation.
Mi riferisco all’accumulazione originaria. Cosa accadeva nelle campagne inglesi, con un contado che coltivava la terra da secoli, in comune o in piccoli fondi di proprietà, garantendo sostentamento alle famiglie?
Già dal XIII-XV secolo: esistevano già casi isolati di recinzione delle terre comuni, ma erano ancora limitati.
Alla fine del XV secolo (circa 1470-1500): è qui che Marx colloca l’inizio del fenomeno su larga scala: i grandi proprietari terrieri iniziano a espellere i contadini per trasformare i campi coltivati in pascoli destinati all’allevamento delle pecore. La causa principale è l’enorme aumento della domanda europea di lana.

Ed è precisamente così che questa massa di contadini si riversa nelle città come Manchester e la stessa Londra, andando a formare quella forza-lavoro necessaria a far funzionare la manifattura a vapore (molti opifici della lana), l’inizio dell’era industriale e la formazione della classe operaia. Marx cita ironicamente una frase attribuita a Thomas More nell’Utopia: «Le pecore divorano gli uomini.»
Per Marx, l’accumulazione originaria è il processo storico che rese possibile il capitalismo:

• espropriazione dei contadini dalle terre comuni in Inghilterra;
• privatizzazione delle risorse collettive;
• colonialismo e schiavismo;
• formazione di una massa di lavoratori privi di mezzi di produzione e costretti a vendere la propria forza-lavoro.

Marx la descrive soprattutto come una fase storica preliminare alla piena affermazione del capitalismo.

Tutto questo è per sostanziare meglio cosa fu l’accumulazione originaria nell’analisi di Marx: ossia un processo storico di espropriazione violenta che separò i produttori dai loro mezzi di sussistenza- Infatti per secoli i contadini inglesi avevano accesso a:
• campi comuni (commons);
• boschi;
• pascoli;
• terreni demaniali.

Pensate che la questione sia cambiata da allora? A riattualizzarla ci ha pensato David Harvey3.
Harvey infatti sostiene che quando il capitalismo entra in crisi di sovraccumulazione (troppi capitali in cerca di profitto), tende a rilanciare l’accumulazione attraverso nuove forme di espropriazione:
• privatizzazione dei servizi pubblici;
• vendita di beni comuni;
• speculazione immobiliare;
• indebitamento forzato;
• appropriazione di risorse naturali;
• sfruttamento finanziario;
• brevetti su conoscenze e risorse genetiche.

Non vi ricorda qualcosa?
Ci sono tutti gli ingredienti della mangiatoia bolognese.

Nell’ottimo intervento del rappresentante sindacale di base di USB Federico Orlandini (che avrei voluto registrare…) all’iniziativa del 4 luglio a Bologna “Città pubblica, città merce”, il sindacalista ci parla di una Bologna nei quartieri come la Bolognina, il Navile, il Pilastro dove l’edilizia popolare e i servizi erano a su misura dei suoi abitanti, intere famiglie proletarie abitavano per generazioni alloggi pubblici a prezzi calmierati. Oggi invece i processi di gentrificazione e cementificazione non divorano solo il suolo pubblico e il verde in funzione dei progetti di messa a profitto, rendendo ai limiti dell’abitabilità e della socialità tali luoghi, ma di fatto inducono a un’espulsione sistematica dei suoi abitanti verso l’hinterland.

Che cos’è questo processo se non un enclosure, un’accumulazione per esproprio, o spoliazione, trasformando beni comuni, i commons – ossia quei beni comuni che sono il prodotto del welfare del secondo dopoguerra, patrimonio immobiliare gestito da enti pubblici, beni demaniali, ma anche quelle parti del territorio che esistono come patrimonio del verde non ancora aggredito dalla speculazione – in merce da ridefinire al miglior acquirente?
ACER per esempio è sì pubblica, ma attorno a lei interagiscono numerosi soggetti: cooperative di costruzione, imprese di edili, ordini professionali, istituti di credito che finanziano gli interventi, associazioni di categoria, oltre che la Regione Emilia-Romagna e il Comune di Bologna che hanno potere di indirizzo nei progetti secondo le logiche già trattate.

La manovra contro le fasce meno abbienti è concentrica, quasi un piano preordinato:
· forte aumento dei canoni di affitto;
· progressiva espulsione delle famiglie popolari dal centro;
· crescita della rendita immobiliare;
· insufficienza degli alloggi ERP;
· aumento degli sfratti per morosità;
· patrimonio pubblico inutilizzato.

Quest’ultimo, se non utilizzato diviene oggetto di speculazioni immobiliari. La politica abitativa è improntata al profitto e a un trasferimento dei soggetti più deboli fuori dalle zone appetibili o programmate per le speculazioni, e di sostituzione con ceti sociali che possono spendere parecchio per un alloggio: abitazioni, conglomerati e studentati di lusso, una media borghesia fatta di professionisti e tecnici che sono funzionali anche a progetti come il Polo tecnologico. Si preferisce costruire ex novo invece di ristrutturare il patrimonio immobiliare pubblico o privato esistente. E determina in un circolo dissennato il consumo di suolo e di verde. La percentuale di abitanti in rapporto agli alberi è tra le più basse del paese a Bologna: 1 su 22.

Ma detto questo, va ribaltata la litania dei “progressisti” che ci dice che l’aumento dei prezzi degli alloggi spinge settori sociali a migrare fuori città: in apparenza è così, come se però questo sia un fenomeno incontrollato. In realtà è esattamente il contrario, la necessità di peggiorare i rapporti tra capitale e lavoro (dal punto vista proletario) è tutta dentro la politica ben pianificata degli organismi di potere in capo al neoliberismo di cui sopra: i bassi salari e la precarietà dentro i progetti delle consorterie che governano il sistema Bologna necessitano di prendere due piccioni con una fava: mettere a profitto il territorio e nel contempo formare un proletariato flessibile e ricattabile che sopravviva ai limiti dell’indigenza, con l’esercito lavorativo di riserva che ne mantiene basse le condizioni contrattuali (se ci sono), di lavoro e salariali. Forse chi governa la città ha in mente il suo schemino “progressista” che lo legittina a devastare la città con opere infrastrutturali che rendono impossibile per anni la vita ai cittadini e usare le maniere forti poliziesche4 contro i comitati di quartiere vertenziali che si organizzano per protestare contro lo scempio sul patrimonio arboreo e la cementificazione. In realtà chi spinge per articolare la gentrificazione e la turistificazione della città sa bene che risultati ottenere: in pratica un mix di furbi e imbecilli.

Privatizzazioni ed esternalizzazioni sono organici a questa messa a profitto del territorio e dei servizi alla persona, in un piano organico che ha iniziato a funzionare come un orologio svizzero nel momento i cui il neoliberismo si è imposto in tutto il sistema capitalistico occidentale, con le regole UE, la schiforma del titolo V e il pareggio di bilancio, le politiche del debito, che già esse stesse rappresentano le enclosures del terzo millennio sulle popolazioni delle economie occidentali5.

Come si vede, il capitalismo, ossia chi ne gestisce la governance di sistema, a livello nazionale come locale, ha il potere di procedere per espropriazione, alienazione di diritti e beni comuni o privati acquisiti, privatizzazione (ho toccato solo alcuni punti di questo argomento). Per cui una forza che si intenda realmente di opposizione e di rappresentanza delle classi popolari salariate e precarie deve combattere con la lotta questo sistema: non ci sono scorciatoie o compromessi su questo terreno: o noi o loro. E loro hanno il potere di gestire la città, hanno dalla loro i media per criminalizzare ogni dissenso organizzato, hanno le forze dell’ordine con leggi sempre più penalizzanti il diritto di protesta e di mobilitazione.

E il succo della questione è il profitto, non altro, in cui rientra una forza-lavoro che proviene da devastazioni contrattuali e di legge fatte dalla destra come dalla sinistra negli ultimi decenni, e che viene riplasmata proprio con le politiche urbanistiche che regolano gli esodi e i flussi esattamente come seicento anni fa in Inghilterra. Cambiano le tecnologie e le modalità di realizzazione dei profitti, ma non cambia la logica di dominio sulle masse lavoratrici che alla bisogna vengono scomposte in piccole unità produttive (anni ’70), dequalificate e privatizzate in servizi sempre più inefficaci (che presuppongono ulteriori privatizzazioni), dati in pasto a manager di cooperative che di quelle d’un tempo non hanno più nemmeno l’odore, o peggio dati a polisportive e a un certo associazionismo compiacente, risparmiando con il terzo settore.

Questo sistema ha solo bisogno di far credere che tutto ciò venga deciso democraticamente, ma in realtà frutto di politiche decise dall’alto, da un comitato d’affari in quota ai decisori ed eletto in Comune con la storiella della “città più a sinistra d’Italia” e che questo gli dia il diritto di fare tutto ciò che vuole. E se la cosa è troppo puzzolente fare finta, come nel giochino della “riforma dei quartieri”, che siano i cittadini ad approvare ciò che è stato già deciso prima, nei vari consigli di amministrazione, nelle camere di compensazione dei vari interessi in gioco.

Oltre al sindacalismo conflittuale con l’organizzazione delle lavoratrici e dei lavoratori nelle lotte, è fondamentale trasformare la resistenza popolare delle vertenze sul territorio in contesa degli spazi aggrediti e di assalto popolare a quelli non ancora oggetto di speculazione lasciati al deterioramento. Il territorio è dei cittadini e non di chi vuole mettere le mani sulla città e la sola forma di “cittadinanza attiva” si basa sulla presenza organizzata a partire dai punti di frizione con il potere della speculazione e dei loro agenti della junta.

Questo la controparte lo sa molto bene e a fianco degli interventi polizieschi c’è la criminalizzazione secondo la vecchia logica che non cambia sin dai tempi dei Settanta e del PCI6.

Ma è sempre più chiaro che si tratta di un “re nudo” che si immerda da solo a causa dei disagi che crea alla maggior parte della popolazione tra cemento, distruzione del verde, emarginazione sociale, sfruttamento nelle più diverse modalità. Ed è un giochino che va rotto portando alla mobilitazione più soggetti possibili, laddove si rende maturo e praticabile l’antagonismo. Non lasciamogli il campo libero, facciamogliela pagare con la lotta e l’organizzazione: è l’unico mezzo per incidere sui rapporti di forza e cambiare le cose.

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Per approfondire il contesto bolognese, alcuni articoli da Antìgene:

https://antigene.info/lurbanistica-come-ingegneria-della-rendita/

https://antigene.info/rigenerazione-urbana-o-sottrazione-di-beni-pubblici/

https://antigene.info/grand-hotel-bologna/

https://antigene.info/servizi-essenziali-vite-impossibili/

 

Note.

 


  1.   Roberto Sassi, Babylon By Bus – dalla “campagna mondiale allabidobìville mondiale” a cura di Paolo Brunetti e Nico Maccentelli, Ed. Andromeda, 2023  

  2. forse Acerbo segretario di Rifondazione Comunista dovrebbe pensarci bene prima di aderire al Campo Largo, considerando che le grandi compagnie assicurative stanno sostituendo una sanità pubblica portata volutamente allo sfascio anche dai burocrati in quota PD per favorire l’ingresso del privato nel sistema sanitario…  

  3. fondamentali le sue opere: The New Imperialism [Il nuovo imperialismo] e A Brief History of Neoliberalism [Breve storia del neoliberismo]  

  4. emblematiche le lotte delle Besta e Mubasta, ecco alcuni link: https://antigene.info/besta-scuola-e-spazi-pubblici-ieri-oggi-e-domani-atti-del-convegno/?utm_source=chatgpt.comhttps://antigene.info/comitato-parco-don-bosco/?utm_source=chatgpt.comhttps://antigene.info/comitato-mubasta/   

  5. a tal proposito, illuminante è il saggio di Francesco Raparelli Rivolta o barbarie, cap. 3 pag. 65, saggi. Ponte alle Grazie, Adriano Salani Editore, 2012  

  6. vedere l’art. su Il Carlino del 2 luglio scorso