di Marco Sommariva
John G. Neihardt conobbe Alce Nero nell’agosto del 1930. Andò a trovarlo insieme al figlio Sigurd e a Falco Volante, un interprete che accettò di accompagnarli sino all’abitazione dello stregone e predicatore della tribù Oglala dei Sioux. L’alloggio si trovava a circa due miglia a ovest di Manderson, in una regione dove non accadeva quasi mai nulla, fuorché la “comparsa e scomparsa del sole, della luna e delle stelle”. Arrivarono a una capanna di legno, di una sola stanza, con l’erba che cresceva sul tetto di terra, dopo aver percorso una strada senza uscita, “attraverso i monti gialli, senza alberi”. Arrivati sulle montagne brulle del Big Horn, dove non c’era quasi nulla da fare se non “aspettare il ritorno del passato”, ad attenderli c’era Alce Nero, un vecchio semicieco, cugino del grande capo Cavallo Pazzo. L’incontro andò talmente bene che, quando il sole stava ormai per tramontare, Alce Nero disse a Neihardt di tornare. E così fece. I primi giorni di maggio del 1931, in compagnia delle figlie Enid e Hilda, tornò per farsi raccontare la storia della vita di un uomo che portava lo stesso nome del papà, del nonno e del bisnonno, nato nella Luna degli Alberi Scoppiettanti, quel periodo che per noi è, banalmente, dicembre.
In Alce Nero parla di John G. Neihardt sono tanto numerosi quanto interessanti gli episodi raccontati dalla guida spirituale dei nativi americani Oglala, ognuno dei quali ci mette di fronte alle poche analogie e alle tante differenze fra noi uomini bianchi, Wasichu, e loro: dal confronto ne usciremo con le ossa rotte.
Nel 1860 i Wasichu scoprono la presenza del “metallo giallo” sulla terra degli Oglala. Per accaparrarsi l’oro che già all’epoca adoravano e li “rendeva pazzi”, gli uomini bianchi decidono di costruire una strada che attraversa le terre della tribù per raggiungere il luogo dov’è il prezioso metallo. I nativi non vogliono quella strada per due motivi: avrebbe spaventato i bisonti che se ne sarebbero andati e avrebbe permesso ad altri Wasichu di arrivare lì “come un fiume”. Allora gli uomini bianchi rilanciano chiedendo solo un po’ di terra, almeno quella sufficiente a far passare le ruote di un carro, ma gli indiani non si fanno ingannare. Quello che i Wasichu volevano davvero, gli Oglala lo scoprirono in seguito, quando vennero rinchiusi in “piccole isole” che diventeranno sempre più piccole perché intorno a queste crescerà “la marea divorante dell’uomo bianco sporca di menzogne e di cupidigia”.
La stessa marea divorante che oggi, per esempio, s’appropria del petrolio dell’Angola e della Nigeria, del litio dello Zimbabwe, della bauxite della Guinea, del cobalto della Repubblica Democratica del Congo o delle terre rare di Sudafrica, Madagascar, Kenya, Namibia, Mozambico, Tanzania, Zambia e Burundi. Un continente intero più o meno depredato dalla cupidigia degli uomini bianchi, gialli, olivastri e chi più ne ha più ne metta, ossia di statunitensi, europei, cinesi e indiani.
È il 1872 e Alce Nero ha nove anni quando, insieme ai suoi amici, si esercita a sopportare il dolore. Venivano messi loro sui polsi dei semi secchi di girasole. Questi venivano accesi dalla parte di sopra e dovevano essere lasciati bruciare sino alla pelle. Facevano male e lasciavano delle bruciature, ma chi li faceva cadere oppure gridava “Ahi!”, veniva chiamato donna. A dieci anni, insieme al suo coetaneo Toro di Ferro, si divertiva a pescare. Quando prendevano il primo pesce lo mettevano sulla punta di un palo forcuto e lo baciavano perché, se non facevano così, erano sicuri che gli altri pesci non si sarebbero avvicinati. Se il pesce che prendevano era piccolo, lo ributtavano, ma non senza prima aver baciato anche questo in modo che, al ritorno dagli altri, non spaventasse i pesci grossi. Un modo di agire che portava i suoi frutti, visto che i due prendevano sempre una grande quantità di pesce e, per questo, i loro genitori erano molto orgogliosi.
Oltre che bugiardi e avidi, i bianchi si riveleranno anche smemorati. Alce Nero ricorda che, ovunque andassero, arrivavano i soldati per ucciderli, nonostante il paese fosse tutto loro e tale sarebbe rimasto anche dopo il patto fra Nuvola Rossa e i Wasichu, un accordo in cui si prevedeva che il territorio sarebbe rimasto degli Oglala finché “l’erba non avesse smesso di crescere e l’acqua di scorrere”. Peccato che, dopo solo otto inverni da questo patto, i bianchi cacciarono via i nativi perché, dice Alce Nero, “noi ricordavamo e loro dimenticavano”. Probabilmente, sono episodi come questi che lo portano a domandarsi come mai gli uomini diventano grassi quando sono cattivi e muoiono dalla fame quando sono buoni.
Sulla scarsa memoria dell’uomo bianco abbiamo da tempo esempi quotidiani da cui attingere. Il primo che mi viene in mente è l’invito di Donald Trump, datato 13 gennaio 2026, quando, mentre le forze di sicurezza della Repubblica Islamica già stavano sparando sulla folla nelle piazze di Teheran, scrisse su Truth Social: Iranian Patriots, KEEP PROTESTING – TAKE OVER YOUR INSTITUTIONS! HELP IS ON ITS WAY – ossia, Patrioti iraniani, CONTINUATE A PROTESTARE – PRENDETE IL CONTROLLO DELLE ISTITUZIONI! STIAMO ARRIVANDO! I ragazzi iraniani, quelli sopravvissuti, sono ancora lì che aspettano. È la solita memoria dell’uomo bianco, quella che va e viene a seconda della convenienza.
Combattere la fame e il freddo era una priorità quotidiana per i nativi. In un’occasione, Alce Nero uccise quattro bisonti con un fucile a ripetizione ma, sfortunatamente, avendo precedentemente buttato i suoi guantoni, per via del gelo l’arma gli si attaccò alle mani e dovette strapparsi la pelle per staccare il fucile dalle dita. Riguardo bisonti e Wasichu, Alce Nero racconta a John G. Neihardt un episodio accaduto nel 1883. Nell’autunno di quell’anno gli uomini bianchi macellarono l’ultimo branco rimasto di bisonti. Questo fatto riporta alla mente dello stregone Oglala i bei tempi in cui i bisonti erano tanti che non li si poteva contare e anche quelli seguenti, molto tristi, quando i sempre più numerosi Wasichu li uccisero finché non rimasero che mucchi sparsi di ossa nei luoghi dov’erano soliti vivere. L’uomo bianco non li uccideva per mangiarli, ma “per il metallo che li rende pazzi”: si prendevano le pelli unicamente per venderle. A volte non prendevano neppure quelle, si portavano via solo le lingue. “Battelli di fuoco” scendevano il fiume Missouri carichi di lingue di bisonte in conserva. Altre volte i Wasichu esageravano e non prendevano neppure le lingue, uccidevano per il solo gusto di ammazzare e nient’altro, a differenza dei nativi che, quando davano la caccia ai bisonti, uccidevano solo quelli che servivano loro. Quando non rimasero che i mucchi delle ossa, gli uomini bianchi tornarono indietro, le raccolsero e si vendettero anche quelle.
Ancora oggi non ci facciamo problemi a vendere ossa, e non di animali, ma di esseri umani. È notizia dei giorni scorsi che su piattaforme online svizzere – notare bene, non sul darknet – è stato scoperto un commercio di resti umani con prezzi che potevano superare i 10.000 franchi per uno scheletro completo. Non c’è nulla da fare, non è solo il metallo giallo a renderci ancora pazzi, ci interessa qualsiasi cosa possa risultare monetizzabile, che aumenti il nostro conto in banca, insomma.
Alce Nero rimpiange i tempi quando la sua gente era felice e di rado pativa la fame, quando “i bipedi e i quadrupedi vivevano insieme come parenti, e c’era abbondanza per loro e per noi”. Racconta che fu “un grosso battello di fuoco” a portarlo, insieme alla sua gente, giù per lo Yellowstone e poi per il Missouri sino al forte Yates, dove c’era una delle nuove riserve che avevano preparato per i Lakota. Lì vi trovarono molta gente di Toro Seduto, anche se il capo tribù che sconfisse Custer a Little Bighorn era ancora nella Terra della Nonna, in Canada.
Il tempo passava e gli Oglala venivano sistemati in “case grigie quadrate” sparse qua e là su una terra ormai impoverita dai Wasichu, gli stessi che tracceranno intorno a loro una linea per recintarli: “Il cerchio della nazione era stato spezzato, e non c’era più un centro per l’albero fiorente”. La gente era disperata e affamata perché buona parte di ciò che il Grande Padre a Washington mandava loro, molto probabilmente lo rubavano i Wasichu: “C’erano molte menzogne, ma non le potevamo mangiare”. Oggi ci siamo evoluti: nessuno perde tempo fra le tende sparse qua e là su una terra impoverita, a raccontare ai palestinesi menzogne per nulla commestibili.
Alce Nero racconta che seguitò a curare i malati per altri tre anni, che molti andarono da lui e furono salvati, ma che quando pensava alla sua grande visione in cui salvava il centro della nazione e faceva fiorire nel suo centro l’albero sacro, gli veniva voglia di piangere perché il cerchio sacro era ormai stato spezzato e sparso qua e là, e la vita del popolo era tutta in quel cerchio.
Verso la fine della sua ventitreesima estate (1886), ad Alce Nero parve esserci una piccola speranza per un futuro migliore. Alcuni bianchi chiesero agli Oglala una banda per un grande spettacolo organizzato da un Pahuska, un Capelli Lunghi, da noi meglio conosciuto come Buffalo Bill. Alce Nero fece parte di quella banda e ricorda quando a New York, nei giardini del Madison Square, per tutto l’inverno fecero spettacoli per molti Wasichu. Alla fine, si abituò a vivere lì, ma era come “un uomo che non avesse mai avuto una visione”. Si sentiva morto, la sua gente si sentiva perduta e pensava che non l’avrebbe ritrovata mai più – non vedeva nulla che potesse aiutarla. Notava i Wasichu che non si curavano degli altri Wasichu come, invece, faceva la sua gente prima che il cerchio della nazione fosse spezzato. Ognuno prendeva all’altro tutto quel che poteva, e così c’erano alcuni che avevano più di quanto potesse servire loro e moltitudini di altri che non avevano proprio nulla. Alce Nero si rese conto che gli uomini bianchi avevano dimenticato che la terra era la loro madre, e questo modo di pensare non poteva di certo portare alla sua gente una vita migliore di quella che avevano una volta, e così iniziò ad avere diversi brutti presentimenti: “C’era una casa di prigionieri sopra un’isola […] e un giorno andammo a vederla. Gli uomini puntavano i loro fucili sui prigionieri e li facevano girare là dentro come animali in gabbia. Questo mi fece sentire molto triste, perché anche il mio popolo era recintato in piccole isole, e forse i Wasichu avrebbero finito per trattarli così”.
Lo spettacolo del selvaggio West organizzato da Buffalo Bill, che raffigurava stereotipi romantici di cowboy, indiani delle pianure e fuorilegge, girò pure per l’Europa: Inghilterra, Francia, Germania e anche in Italia: “[…] andammo in […] un luogo dove la terra bruciava. C’era un monte alto, che finiva a forma di tenda, e lassù bruciava. Sentii dire che molto tempo fa una grossa città e molte persone erano scomparse nella terra, in quel luogo”.
Tre anni dopo, quando farà ritorno alla sua terra, ad accogliere Alce Nero ci sarà una brutta sorpresa. Scoprirà che la sua gente è ancora più affamata di prima, quando s’era diretto con la carovana di Buffalo BIll “di là dell’acqua grande”, e questo perché gli uomini bianchi non avevano mai dato agli Oglala più della metà di tutte le provviste assicurate ai nativi nel trattato dei Black Hills. La situazione era questa: “Faceva pietà vedere il mio popolo. C’era una grande siccità, e i fiumi grossi e piccoli sembrava dovessero morire. Nulla di ciò che la gente seminava cresceva, e i Wasichu mandavano ancor meno bestiame e altri cibi di quanti ne mandassero prima. I Wasichu avevano uccisi tutti i bisonti e ci avevano rinchiusi in recinti. Sembrava che noi tutti fossimo condannati a morire di fame. Non potevamo mangiare le menzogne, e non potevamo fare nulla”. Ma Alce Nero scopre esserci altro ancora: i Wasichu avevano pronto un altro trattato per togliere via circa la metà della terra che era rimasta loro. Ovviamente, il popolo indiano non voleva quel trattato, ma il generale Crook – per gli Oglala “Tre Stelle” – che capeggiava la commissione che negoziò il trattato del 1889, lo fece lo stesso e, così, l’inondazione di Wasichu “sporchi di cattive azioni”, si portò via la metà dell’isola che era rimasta loro. Chiusa e recintata, la gente di Alce Nero non poté nulla contro Tre Stelle; in pratica, questa cattività che li aveva resi impotenti, permise al generale Crook di prendersi la rivincita senza neppure sparare un colpo: tempo prima, quando provò a sconfiggerli con soldati e armi, il suo esercito fu sbaragliato e rimandato indietro da Cavallo Pazzo.
Le storie di questo libro proseguono sino a poco dopo il massacro di Wounded Knee che provo, malamente, a riassumere con queste parole di Alce Nero: “C’erano soltanto un centinaio di guerrieri, e i soldati erano quasi cinquecento. […] quando i soldati se ne andarono, dopo questo infame macello, cominciò a nevicare forte. […] La neve veniva spazzata dal vento, in quantità, nel burrone che era diventato una sola, lunga tomba di donne e fanciulli e bambini piccoli macellati: i quali non avevano fatto mai male a nessuno e soltanto volevano fuggire”.
Detto quanto sopra, sarei curioso di sapere cosa lega Alce Nero ai fascisti del Terzo Millennio di CasaPound visto che, fedeli alla loro strategia di egemonia culturale, lo inserirono in un pantheon di ottantotto numi tutelari dell’organizzazione. Numero non casuale, l’ottantotto, dato che si allude alla ripetizione dell’ottava lettera dell’alfabeto, l’acca, e quindi all’acronimo di “Heil Hitler!”.
La lettura di Alce Nero parla che temo l’estrema destra non abbia neppure sfogliato, può aiutarci a capire da dove arriva l’uomo bianco di oggi o, se credete meglio, a comprendere da quanto tempo è ridotto così; in questo senso, c’è un altro libro che consiglio vivamente: Papalagi che, nella lingua samoana, significa uomo bianco – guarda la combinazione!
Questo libro raccoglie tutti i discorsi concepiti esclusivamente per le sue genti polinesiane da Tuiavii, un saggio capovillaggio delle isole Samoa tedesche – un protettorato dell’Impero tedesco durato dal 1900 al 1919, nella parte occidentale delle isole Samoa –, quando compì un viaggio in Europa agli inizi del secolo scorso e venne a contatto con gli usi e i costumi dell’uomo bianco.
Aveva raccolto le sue impressioni perché dovevano servirgli a mettere in guardia il suo popolo dal fascino pericoloso dell’Occidente. Sono arrivate a noi a sua insaputa e contro la sua volontà perché Erich Scheurmann – conosciuto soprattutto per aver dato alle stampe nel 1920 proprio Papalagi, in quegli anni in Polinesia per fuggire dagli orrori della Prima guerra mondiale –, colpito dalle parole del capovillaggio, decise di offrire i discorsi di questo nativo al mondo dei lettori europei nella convinzione che anche per i bianchi “illuminati” potesse essere importante sapere con quali occhi, un uomo ancora così strettamente legato alla natura, vedeva noi e la nostra civiltà.
Oltre un secolo fa, questo saggio scriveva che la maggioranza delle nostre “capanne” sono abitate da più persone di quante non ce ne siano in un solo villaggio delle Samoa, e che per questo bisognava conoscere bene il nome della famiglia che si voleva andare a trovare, perché ognuna ha per sé una determinata parte del “cassone di pietra”. Precisava anche che una famiglia spesso non sapeva nulla delle altre, come se non ci fosse tra loro solo una parete di pietra, “ma le isole Manono, Apolima e Savaii e poi molti mari”.
Scrive che il denaro è la vera divinità dell’uomo bianco, il quale monetizza tutto, a parte una cosa: l’aria che respira. Ma aggiunge di ritenere questa nostra mancanza solo una temporanea dimenticanza.
Giunge alla conclusione che più uno è un vero europeo, più ha bisogno di cose, e che è per questa ragione che le mani del Papalagi non cessano mai di fare cose e che “i volti dei Bianchi sono spesso così stanchi e tristi”. Sul fatto che non abbiamo ancora smesso di produrre cose di cui ne abbiamo così poco bisogno che le più tante le gettiamo via inquinando il pianeta, come dimenticare il Great Pacific trash patch, l’isola di rifiuti plastici che da oltre quarant’anni galleggia sulle acque dell’Oceano Pacifico e continua a ingrandirsi? C’è chi dice sia più estesa della Penisola iberica, c’è chi sostiene sia più grande degli Stati Uniti, di certo c’è che è un disastro ambientale che stiamo già pagando sulla nostra pelle, tutti quanti, compresi gli abitanti delle isole Samoa e quei pochi indiani d’America rimasti.
Sulla nostra ricerca spasmodica di tempo che riteniamo non essere mai abbastanza, Tuiavii scrive che facciamo tanta scena e discorsi ridicoli, e che nonostante non ce ne potrà mai essere di più di quanto non ce ne sia tra l’alba e il tramonto, per noi non è mai abbastanza. Racconta d’aver incontrato una sola volta un uomo che non si lamentava mai per la mancanza di tempo: era povero, sporco, abbandonato, nessuno lo rispettava e la gente si teneva alla larga da lui. Quest’uomo risulterà l’unico essere umano che il saggio vedrà camminare senza fretta, con occhi che sorridono in modo tranquillo e amichevole.
Il nostro egoismo lo riassume così: “Il Papalagi ha un modo di pensare particolare ed estremamente contorto. […] Pensa sempre a una sola persona, non a tutte quante. E questa persona è lui stesso”.
Pensando all’uomo bianco, questo era l’augurio del saggio capo Tuiavii: “Rimani lontano da noi, con le tue voglie e i tuoi pensieri, con l’accumulare ricchezza nelle mani e nella testa, con la frenesia di sovrastare tuo fratello, con l’insensatezza del tuo fare, con il mulinare delle mani, con il curioso pensare e sapere, con le follie che rendono inquieto il tuo sonno sulla stuoia”.
Purtroppo, a un secolo di distanza, noi siamo ancora quelli che impazziscono per il metallo giallo, siamo animati dalla frenesia di sovrastare i nostri fratelli e prendiamo all’altro tutto quello che possiamo, cosicché alcuni hanno più di quanto può servire loro e moltitudini di altri non hanno proprio nulla. Chissà quando mai cambieremo.
Un giorno m’illusi tutto questo fosse solo un incubo a occhi aperti e allora li chiusi e provai a sognare la fine di questa infinita nostra prepotenza. Ricordo che sognai d’essere in un posto che, inizialmente, poteva essere il Centroamerica o il Sudamerica – tipo Cuba o il Venezuela – e poi, immediatamente dopo, il Medioriente – tipo l’Iran o la Striscia di Gaza –, ma sognai talmente forte che mi uscì il sangue dal naso. Quando riaprii gli occhi c’erano solo cani e fumo, e tende capovolte.
Alce Nero parla, Adelphi, pp. 304, euro 14,00 stampa





