di Gioacchino Toni

Bruno Bartolozzi, Enrico Currò, Il Neocalcio. Storia, filosofia e cronaca tra stadi, finanza e social network, Rogas, Roma, 2026, pp. 190, € 17,70

Non appena il gioco del calcio ha abbandonato lo spirito ludico-sportivo dilettantistico delle origini, assumendo una dimensione di massa, ha rivelato il suo potenziale economico ed è risultato appetibile alle mire della politica trasformandosi in un organismo complesso che, al di là delle sue specificità, ha inevitabilmente finito per assoggettarsi alle trasformazioni che hanno investito la società contemporanea indirizzandosi, in linea con la le logiche neoliberiste, ad assecondare i processi di commercializzazione, finanziarizzazione e spettacolarizzazione che hanno via via subordinato la dimensione sportiva e agonistica a quella finanziaria.

A modificare profondamente il gioco del calcio è stato anche il suo inevitabile rapportarsi ai mezzi di comunicazione di massa, dalla radio alla televisione sino al web, che hanno modificato tanto la sua pratica, indirizzandola verso una maggiore spettacolarizzazione – coadiuvata da cronache mediatiche che hanno prontamente adeguato il registro retorico in funzione di ciò –, quanto la sua fruizione. Si pensi, ad esempio, a come l’introduzione della moviola nei programmi televisivi abbia modificato non solo la modalità di fruizione di questo sport, ma anche lo stesso gioco, piegandolo alla visione tecnologica che ha finito per “entrare in campo” attraverso il Video Assistant Referee (VAR) che trasforma l’immagine televisiva da testimone attendibile di ciò che è avvenuto sul campo in un concreto attore dell’avvenimento agonistico che incide in maniera rilevante sulle scelte arbitrali.

La presenza degli schermi giganti sui campi di calcio, nel loro duplicare l’evento in versione ingrandita attraverso le immagini, ha modificato non solo la visione della partita da parte dei telespettatori e del pubblico presente sugli spalti, ma anche gli atteggiamenti dei calciatori che al termine di ogni azione tendono a rivolgervi lo sguardo sapendo di essere inquadrati, dunque atteggiandosi di conseguenza. Allo stadio la visione della partita è, inoltre, spesso filtrata dagli smartphone puntati sui protagonisti o utilizzati per procurarsi contenuti aggiuntivi (ripetizione delle azioni appena concluse, immagini dagli altri campi…) e per ottenere una sorta di “testimonianza” di partecipazione “diretta” all’evento. L’universo dei social network ha poi modificato la visione e la narrazione degli eventi sportivi creando inedite modalità di protagonismo virtuale per i tifosi e per gli stessi giocatori. È evidente quanto il pubblico, il tifo organizzato, i calciatori, gli allenatori e i dirigenti ormai vivano la partita – dilatata a dismisura dai media – costantemente “in favore di telecamera” in ossequio alla tendenza alla “vetrinizzazione” contemporanea.

L’incidenza delle sponsorizzazioni e del merchandising hanno impattato in maniera rilevante anche sul logo e sulle divise dei club, introducendo colorazioni e grafiche improponibili, in alcuni casi rasentanti il ridicolo nel loro rifarsi più ai piagami o alle divise da commessi di centri commerciali che non alle tradizionali tenute da calcio. Si tende così a spezzare la linea di continuità della storia dei club i cui simboli e colori meriterebbero di essere preservati e tutelati come “bene comune”, vero e proprio patrimonio storico-identitario delle comunità di tifosi. Tutto ciò riflette la graduale trasformazione dell’appassionato o del tifoso in utente tenuto a consumare intrattenimento anziché vivere emotivamente il gioco.

Per quanto già a partire dalla metà del secolo scorso il calcio si sia allontanato sempre più dai suoi connotati sportivi originari, sostengono Bruno Bartolozzi ed Enrico Currò nel volume Il Neocalcio (Rogas 2026), è soprattutto a partire dagli anni Dieci del nuovo millennio che tale sport ha subito un vero e proprio cambio di paradigma traforandosi nella sua stessa riproduzione. La mutazione in Neocalcio ha sostituito alle liturgie proprie di un rito sacralizzato dalla passione popolare i canoni della civiltà tecnologica, dell’interconnessione globale, dell’individualismo assoluto, del capitalismo finanziario e della datificazione digitale.

Ad aprire il volume dei due autori sono alcune considerazioni sul mondo del pallone e sulla società di cui questo è parte dell’ex calciatore brasiliano Walter Casagrande, passato dai campi italiani indossando le maglie dell’Ascoli e del Torino, noto per aver fondato insieme a Socrates e Wladimir, la Democrazia Corinthiana, esperienza politico-sportiva di gestione collettivista della squadra del Corinthians di San Paolo durante l’ultimo scorcio della dittatura militare brasiliana. Nel testimoniare un calcio in cui le scelte dettate dalla passione per il gioco e dalla volontà agire e pensare collettivamente nello sport, come nella società, potevano ancora avere la meglio rispetto a quelle dettate dal conto in banca e dalla fama individuale, le parole di Casagrande testimoniano come tutto sia davvero cambiato, come le competizioni sportive si siano adeguate all’imperativo del successo individuale a ogni costo e con ogni mezzo necessario, leale o sleale che sia.

In questo quadro il fine non è solo la vittoria in classifica. Il successo è un riconoscimento che Dio mostra a chi lo ottiene, un po’ come per Max Weber (1864-1920) la disciplina e la operosità erano un segno della Grazia ultraterrena. Vincere è l’epifania della propria virtù. E questo si è riverberato in tutti i campi. […] Un uomo, un collettivo, un’azienda, una squadra valgono solo se conquistano un titolo, ovvero la ricchezza o il predominio sociale o la legittimità delle rappresentazioni di relazione e valoriali. […] Il graduale allineamento dello sport ai modi di produzione ha fabbricato un’idea di mondo che istituzionalizza ovunque il diritto del più forte. […] Nello sport tutto è stato più evidente perché l’agonismo, diventato apparato e ordinamento, si è rivelato più funzionale a propagandare il nuovo sentire capitalistico, quello della fine della storia, proposto dallo statunitense Francis Fukuyama [che] parlava di una edificazione dell’ultimo uomo, il quale si era liberato, “finalmente”, dalle ambizioni ugualitarie del socialismo o dai valori delle altre ideologie (pp. 15-16).

Il linguaggio sportivo si è adeguato all’idea di questo “uomo nuovo” che si rapporta in maniera mutata con il mondo e con il proprio corpo  all’interno di una forma tecnologica votata al consumo. «Un fatto sportivo è fruito davanti a un tablet o a una TV, si guarda un pezzo di partita (tra uno spot pubblicitario e un altro o dentro un flusso continuo di messaggi) per poi passare a consumare un altro trancio di evento, magari su suggerimento di algoritmi che interpretano e sostituiscono i nostri desideri. Ci si immerge in ambienti social o di contesto gaming dove si affievoliscono i contorni dell’evento» (p. 17).

Il filtro tecnologico-mediatico ha creato un nuovo soggetto e una nuova modalità di fruizione dello sport offrendo al capitale la possibilità di smembrare e sfruttare il fatto sportivo rispetto a quell’unità originaria che, tra mille contraddizioni, era rimasta in equilibrio fra epica, pedagogia ed estasi. L’attuale fruitore mediatico dello sport viene indotto a confrontarsi con un gesto particolare separato dal suo contesto all’interno di continuum di immagini digitali ri-mediate da un mezzo all’altro che, anziché riflettere ciò che è avvenuto, in linea con i meccanismi predittivi dell’attuale economia, provvedono a plasmare una nuova realtà. La stessa Fifa non si limita più a organizzare il calcio come in passato, ma, sottolineano Bartolozzi e Currò, lo sta rimodellando imponendo una nuova visione del mondo. Non si tratta semplicemente di una “visione aumentata” del gioco, ma di una sua trasformazione in intrattenimento spettacolare. «Si vogliono imporre nuovi criteri estetici cosmopoliti, nati e sviluppati negli Stati Uniti, in base ai quali sport e intrattenimento sviluppano le proprie produzioni» (p. 22).

Ridotto ad una serie di unità minime, di frammenti decontestualizzati dall’evento sportivo complessivo, il calcio mediatizzato fornisce al Neocalcio una nuova semiotica sportiva caratterizzata, come detto, da nuove modalità di fruizione. «Il tifoso-cliente, nel sistema produttivo dell’intrattenimento, dovrà ricevere poche spiegazioni, dovrà discutere il meno possibile, applaudire e comprare (abbonamenti pay per view, oggetti di merchandising…) (p. 31). La modalità mediatica di derivazione videoludica di fruizione dello sport, esattamente come accade in altri contesti dell’intrattenimento, si è fatta sempre più individuale, una fruizione non più collettiva che si svolge all’insegna della solitudine digitale con tanto di pressanti inviti a prendere parte al business delle scommesse online. Dalle sponsorizzazione sulle magliette dei calciatori, agli inserti pubblicitari, all’esibizione delle quote proposte dai diversi operatori, anziché trasmettere l’amore per il gioco del calcio i media finiscono per fomentare comportamenti ludopatici malcelati da ipocriti inviti alla “moderazione”.

Nell’era del Neocalcio, sottolineano gli autori, «il tifoso soppiantato dalla figura del cliente viene oggi tracciato attraverso i big data, che ne censiscono le simpatie calcistiche, i gusti, gli spostamenti e li trasmettono ai club stessi e alle aziende di articoli sportivi. Il fatturato delle grandi squadre di calcio è condizionato da questa catalogazione globale degli appassionati. La gara è a chi si accaparra più clienti» (p. 140). Per i grandi club esiste un campionato parallelo a quello che si gioca sui campi e che riempie gli stadi, è un campionato assai redditizio in cui ci si contendono i tifosi-social ricorrendo all’intelligenza artificiale, un campionato in cui il Real Madrid è giunto, nel 2025, ad avere 500 milioni di follower sulle diverse piattaforme online.

Il calcio dell’era globalizzata ha provveduto non solo ad omogenizzare gli stili di gioco e le differenze culturali, ma anche a cancellare la dimensione popolare degli impianti di gioco imponendo stadi-nonluoghi per un pubblico di clienti e turisti. Le manifestazioni sportive internazionali organizzate in maniera faraonica, grottesca e decontestualizzata in Medio Oriente non sono che l’aspetto più evidente di un indirizzo intrapreso anche dai Paesi occidentali.

Il Neocalcio, sottolineano gli autori, richiede la sostituzione dell’identità e della spontaneità dei tifosi con le regole dello show business, e una marcata verticalizzazione dei rapporti che si vivono anche dentro lo stadio. Lo stesso tifo organizzato è stato investito da fenomeni verticistici sempre più smaccati e, non di rado, messo a profitto nell’ambito di un’economia illegale che condivide con la variante legale logiche e finalità. Nelle curve, ove non è potuto arrivare il business legale delle società, in svariati casi, soprattutto nei club delle grandi città, alla messa a profitto ha provveduto la criminalità organizzata.

La stessa politica non ha mancato di sfruttate il seguito popolare del calcio a proprio vantaggio; basti pensare agli esempi eclatanti di sfruttamento politico dello sport che in Italia si palesano, oltre che nel corso del ventennio fascista, nei casi degli anni Cinquanta del secolo scorso dell’armatore Achille Lauro alla presidenza del Napoli calcio, che frutta il suo ruolo dirigenziale per finalità elettorali, o dell’ingerenza di Giulio Andreotti nell’ambito della chiusura delle frontiere ai calciatori non italiani e negli anni Ottanta, nelle forzature di alcuni politici, sia locali che nazionali, per le controverse ammissioni al campionato di campioni stranieri come Zico all’Udinese della Zanussi e di Cerezo nella Roma di Dino Viola, impegnato direttamente in politica, oltre che, nel decennio successivo, nel caso del Milan di Silvio Berlusconi in cui diversi calciatori di primo piano si sono persino prestati a fare da testimonial dell’entrata in politica dell’imprenditore brianzolo. A livello internazionale occorre poi ricordare i casi di sfruttamento politico del mondo ultras nel conflitto fratricida degli anni Novanta nella ex-Jugoslavia.

La spinta neoliberista al laissez faire, sottolineano gli autori, ha espulso «le rappresentanze e i relativi bisogni cresciuti socialmente o territorialmente, dalle programmazioni economiche lasciate in balìa delle logiche del business» (p. 41). In un tale contesto «le relazioni, a ogni livello, non sono più basate sul riconoscimento o sulla competizione, dentro sfide dettate da regole di accesso e garanzie per tutti. Sono determinate solo dall’appartenenza ad un unico mercato globale in cui si può soltanto scegliere se stare dalla parte di chi comanda (e competere ma sottostando ai diktat del più forte) o schierarsi fra chi si oppone e pagarne più dure conseguenze» (p. 41).

Divenuto un’articolazione del mondo degli affari e della geopolitica, nello sport a rafforzarsi sono soltanto quelle strutture capaci di «fare cartello con gli oligopoli delle grandi corporations, degli Stati organizzatori delle manifestazioni, delle confederazioni, dei portatori di interesse mondiali, dei network e dei media, degli sponsor» (p. 41) in una lotta senza quartiere. In un tale contesto, il risultato sportivo è stato del tutto subordinato alle speculazioni finanziarie dei fondi di investimento che stanno accaparrandosi uno ad uno i club calcistici. «Chi investe in una grande squadra di calcio lo fa scommettendo sulle potenzialità del settore e sulla sua popolarità nel sistema economico interconnesso. La vittoria è un sovrappiù» (p. 85). Alla luce di ciò, era inevitabile che gli enti del governo calcistico mondiale ed europeo del calcio (Fifa e Uefa) impattassero con la volontà dei club più potenti di emanciparsi da quelli minori, come dimostra il progetto della Superlega che, per quanto bloccato sul nascere, ha comunque comportato una riorganizzazione delle coppe europee per club in tal senso.

La storia concettuale dello sport ha un inizio olimpico e uno sviluppo legato all’irrompere della politica e alle trasformazioni industriali e tecnologiche. Il cambio di statuto comincia dopo i primi due decenni del Novecento, determinato dalle tecniche e dalla diffusione di massa. Lo sport cresce insieme al cinema, ai cartoons e all’industrializzazione. […] È questa la fase in cui lo sport diviene concettualmente la sua riproduzione. Si passa così dall’etico all’estetico. […] Ma l’eroe sportivo, raccontato con la tecnica del montaggio e in qualche modo reso simile a una macchina, contiene già la grammatica che consentirà la trasformazione dell’atleta olimpico in un atleta-cyborg. La rivoluzione cibernetica conclude la trasformazione. Con il Neocalcio contano i dati, i cosiddetti analytics, attraverso i quali si costruiscono le squadre, si acquistano i calciatori, si fanno crescere gli atleti. L’industria delle scommesse, economia parallela del Neocalcio, anch’essa cresciuta fra algoritmi e connessioni globali, è la più potente replica di una disciplina che perde gradualmente identità. Si sviluppa uno sport per nuovi o modificati utenti. Tutto e proiettato in una dimensione digitale che rivoluziona il modo di fruizione dell’evento sportivo e l’evento stesso. I display, le protesi che ci permettono di accrescere le nostre potenzialità, le wearable technologies, potenziano le nostre relazioni con il mondo dello sport. Ma in questo sviluppo si perde l’evento. Protagonisti e fruitori smarriscono l’identità (pp. 143-144).

Con la trasformazione dello sport, in linea con l’indirizzo intrapreso dal mondo di cui è parte, si è assistito alla graduale perdita dell’incanto della dimensione sportiva in favore delle logiche della macchina predittiva del neoliberismo digitale. Per quanto il contesto delineato nel volume renda difficile pensare che lo sport possa requisire una vitalità forte, se ancora resta una speranza, affermano i due autori, questa non può che guardare alla pratica sportiva, così che la sua dimensione vitale possa, in qualche modo, sopravvivere e, perché no, contribuire alla messa in discussione di un sistema di sviluppo mortifero, non solo in ambito sportivo.


Sport e dintorni – serie completa