di Franco Pezzini

Vampiro è l’autore

[È comparso qualche tempo fa per i tipi Hypnos, Milano 2026, il dittico Jan Blazek. Le chimere del cacciatore di vampiri, seguito dell’episodio precedente qui presentato, a firma di Antilia de Caston Motte e a cura di chi scrive. La saga costituisce un omaggio ai film della Hammer e al genere cappa e spada; e un’ulteriore coppia di avventure, Jan Blazek. La terra dei minotauri, di prossima uscita, è già disponibile in questi giorni al Salone del libro di Torino. Dalla Postfazione de Le chimere si propone qui un breve stralcio.]

La grandissima stagione vittoriana delle storie di vampiri e le relative ricadute nell’ambito di un gotico su schermo – anche in costumi, parafernali e (diciamo così) parainfernali – rendono oggi molto difficile pensare di darvi seguito in narrazioni, pena il ricadere in fatali cliché. Più fertile dunque l’indagare in chiave di affabulazione il secolo precedente, di cappa e spada & di vampiri, non ancora confinati in quel canone pseudostokeriano che le regie popolari hanno irrigidito; e cercare chiavi diverse dalle solite saghe di tombe aperte e morsi sul collo. Tanto più che i vampiri folklorici non attingono al collo ma al petto (e collo è censura linguistica vittoriana per seno), a svelare le disturbanti parentele del vampir con la grande categoria di incubi oppressori e demoni inclini allo stupro.
D’altra parte il vampiro – se ha senso parlare in termini unitari di una creatura dai connotati tanto vaghi, una sorta di nebulosa immaginale che richiede a chi brandisca il termine di circoscriverne subito l’ambito – sorge nel contesto di culture continuamente meticciate e dai confini mobilissimi, a colpi di paci settecentesche (Passarowitz, 1718; Belgrado, 1739; eccetera) stipulate tirando linee sulla carta: tutto resta, come nel titolo del giallo “vampiresco” di Fred Vargas (2008: Einaudi, 2009) Un luogo incerto. Un luogo in senso topografico ma anche tematico, un topos: e un’incertezza che non è solo quella dell’imbarazzo del fantastico alla Todorov, categoria come all’incrocio degli spazi di strano e meraviglioso, ma quella radicale di un soggetto – oltretutto un soggetto ossimorico, come ricordava Gianfranco Manfredi, “Il vampiro è un ossimoro” – dalla definizione sfuggente.
E ancora, al di là del vampiro c’è il vampiresco, come dimensione e qualifica. Possono essere vampireschi – o vampiri, come si preferisca, ma in chiave diversa dal classico vampir – svariatissimi tipi di creature (animali, piante…) e persino oggetti. […]
In ogni caso, la prima ambiguità vampiresca sta nel rapporto tra chi scrive e il suo soggetto. […] Qualunque scrittore si appoggia a concreti materiali umani per dar corpo e volto alle proprie creazioni, in genere persone ben conosciute (ricordare l’influsso del mattatore Sir Henry Irving nella costruzione della figura del conte Dracula da parte di Bram Stoker è in questa sede persino fin troppo ovvio) o magari profondamente amate. L’autore vampirizza il modello e a sua volta in qualche modo ne viene vampirizzato – perché non ne uscirà più, sta modellando un legame immaginale e in fondo magico: di nuovo, i confini si fanno incerti. In grazia, a pensarci bene, di quell’operazione assieme sacra e occulta che è la scrittura, per cui coinvolgere (a livello di ispirazione o scrittura comune, o anche solo fantasticando assieme) significa legare, saldare, unire virtualmente per sempre.