di Roberta Cospito
Sam Raimi, classe 1959, a quattro anni dall’uscita di Doctor Strange nel multiverso della follia, ritorna dietro la macchina da presa con Send Help, un film che usa l’idea del survival per mettere in scena la quotidiana guerra che si consuma sul posto di lavoro. La trama è piuttosto semplice: la protagonista Linda Liddle – interpretata da Rachel McAdams – è un’anonima impiegata che trascorre le proprie giornate tra lavoro, cura del suo pappagallino e visione di reality televisivi dedicati alla sopravvivenza che la rendono un’esperta in questo campo. Incurante del suo aspetto esteriore dimesso e poco attraente – indossa per esempio scarpe comode e resistenti e larghi pantaloni di un colore smorto – un giorno ha l’ardire di ambire al posto di vicepresidente all’interno dell’azienda dove lavora da anni con diligenza e costanza, ma che resta saldamente governata da maschi ipercompetitivi.
L’inizio del film si svolge prima all’interno dell’azienda in cui Linda si muove goffamente, isolata dai colleghi e ignorata dal nuovo capo, poi – diretta a Bangkok per lavoro, insieme al superiore e ai suoi tirapiedi – sull’aereo della ditta dove vengono replicate sull’impiegata le stesse dinamiche di sfruttamento e derisione dell’ufficio. Il seguito di Send Help ci catapulterà in una lussureggiante isola deserta dove Linda e il capo Bradley – l’attore Dylan O’Brien – naufragano e si scoprono essere gli unici sopravvissuti all’incidente aereo che li ha coinvolti.
All’inizio della forzata convivenza, Bradley – in evidente difficoltà a rapportarsi con la nuova imprevedibile e complessa realtà in cui la sua sottoposta pare invece muoversi completamente a suo agio – prova a imporsi, replicando il rodato meccanismo sviluppato in ambito lavorativo, dando ordini e aspettando dalla controparte l’abituale muta obbedienza. Benché i rapporti di forza si siano bruscamente invertiti, per via che “il potere” è in mano alla sempre meno scialba ragazza che riesce a procacciarsi cibo, costruire un riparo dalle intemperie e aver tutto il necessario per sopravvivere, l’elegante uomo – nonostante l’evidente sua incompetenza – non riesce proprio a dimostrarsi gentile e comportarsi in maniera paritaria, malgrado questo sia, a rigor di logica, il comportamento da adottare per sopravvivere sull’isola, anche fosse temporaneamente.
Raimi gioca con gli stereotipi, talvolta ci scivola dentro, ma lascia emergere un aspetto socio-politico difficile da ignorare: quando il potere cambia di mano, chi lo ha sempre posseduto fatica a immaginare una relazione che non sia di dominio. La donna diventa per lo spettatore un triplo simbolo: soggetto della lotta di genere, figura della lotta di classe e paladina dell’ascensore sociale. La donna contro l’uomo, l’impiegata contro il dirigente e la competenza contro il privilegio. Il film alterna commedia nera, tensione thriller e incursioni horror, ma il vero interesse è dato dalle domande che inevitabilmente si affacciano dopo la visione di questo film: come mai nel 2026 siamo ancora qui a discutere sul fatto che se sei donna e non particolarmente attraente spesso vieni ignorata sul posto di lavoro?
Possibile che ancora si debba denunciare un mondo in cui non si riesce a non essere competitivi e in cui “l’altro” non è mai un compagno, ma sempre un avversario? Possibile che ancora si debba denunciare un’idea di maschio che pretende di essere servito e riverito? Le situazioni estreme trasformano una persona o tirano fuori quello che era solo sopito in lei? Cosa resta della nostra morale quando non c’è nessuno a guardarci?
Send Help non offre risposte ma, almeno, sotto la superficie del “survival movie”, lascia intravedere la speranza che il vero naufragio non sia quello su un’isola, bensì quello di un modello di potere che non sa sopravvivere senza subordinare qualcuno e ci invita a riflettere sul nostro comportamento quando vengono meno le infrastrutture sociali che, in qualche modo, lo regolano.



