di Gioacchino Toni

Massimo Cervelli, Alberto Molinari, Il governo del pallone. Storia della Federazione Italiana Giuoco Calcio, Il Mulino, Bologna, 2026, pp. 360, € 28,00

La mancata qualificazione della Nazionale maschile maggiore alla fase finale dei Mondiali di calcio 2026 ha indotto il mondo del pallone, dagli addetti ai lavori agli appassionati, a dibattere sullo stato di crisi in cui versa il sistema-calcio italiano mettendone in discussione i vertici e invocando soluzioni drastiche e immediate non sempre derivate da una attenta analisi dell’universo calcistico nazionale nella sua complessità. Come spesso è accaduto in questo Paese, la discussione circa le cause dell’insuccesso della rappresentativa azzurra tende a concentrarsi sulla presenza di calciatori non italiani nei campionati nazionali.

Alla luce dell’attuale interrogarsi sulla salute del calcio italiano, risulta utile ripercorrere la storia della Federazione Italiana Giuoco Calcio (FIGC) a partire dalla puntuale ricostruzione proposta dal volume Il governo del pallone (2026) di Massimo Cervelli e Alberto Molinari, così da poter guardare ai risultati sportivi del calcio italiano anche alla luce della sua governance e del suo intrecciarsi con gli interessi economici, le logiche politiche e le questioni sociali. Il lavoro di ricerca degli autori, entrambi membri della Società Italiana di Storia dello Sport con alle spalle pubblicazioni di ambito calcistico relative alla figura dell’allenatore (Cervelli) e alla presenza di atleti  stranieri nei campionati italiani (Molinari), si è basato su un’ampia letteratura secondaria, sull’analisi di numerose testate sportive, di opinione e politiche, sugli scritti prodotti dai diversi organismi sportivi, sugli almanacchi e gli annuari calcistici e sul materiale d’archivio relativo alla storia federale.

Lo stato di salute del calcio italiano andrebbe valutato non solo a partire dai risultanti conseguiti dalla Nazionale maschile maggiore. Il panorama calcistico nazionale è, infatti, un universo complesso che vede, oggi, il Club Italia annoverare le Nazionali maschili e femminili A, Under 21, Under 18, 17, 16, 15, Universitaria, Calcio a 5 e Beach Soccer. Nel periodo compreso tra il 2007 e il 2024, ricordano gli autori, non sono mancati successi sportivi: «il Club Italia ha collezionato cinque titoli europei (Under 19 femminile, Under 19 maschile, Under 17, Nazionale Futsal di calcio a cinque e Nazionale beach soccer), oltre a diversi buoni piazzamenti nelle competizioni internazionali» (p. 324). Inoltre, le buone prestazioni della Nazionale femminile, giunta ai quarti di finale ai Mondiali del 2019, hanno contribuito a far emergere anche a livello mediatico il calcio femminile in un Paese storicamente poco propenso a prestarvi attenzione.

Le cause di ordine sportivo dei recenti insuccessi della Nazionale maggiore maschile vanno a collocarsi all’interno di una serie di criticità strutturali del sistema-calcio italiano tra cui la gestione dei settori giovanili.

Da troppo tempo viene denunciata una carenza qualitativa come se fosse un dato ineluttabile, senza mettere in discussione un modello basato sull’imitazione del calcio professionistico. I giovani calciatori vengono educati, fin da piccolissimi, a giocare come i grandi, inquadrati in un contesto tattico organizzato alla ricerca esasperata del risultato. La selezione privilegia la struttura fisica. Paradossalmente s’insegue la maturazione precoce per poi, rispetto agli altri maggiori campionati, inserirli tardivamente in prima squadra (p. 328).

Esistono poi problematiche di ordine strettamente economico che, spiegano Cervelli e Molinari, derivano da molteplici fattori. In Italia i mancati introiti determinati dalla recente pandemia sono andati ad aggravare problematiche strutturali preesistenti, come una dipendenza dai diritti televisivi maggiore rispetto a quella di altri sistemi calcistici europei e l’elevata incidenza degli stipendi e dei trasferimenti dei calciatori sui bilanci delle società professionistiche. A ciò vanno aggiunti il perdurare di un forte squilibrio regionale in termini di impianti e la scarsissima presenza di stadi di proprietà da cui i club potrebbero ricavare introiti utili al proprio finanziamento. A testimoniare lo stato di malessere in cui versa il calcio nazionale è anche la crescente disaffezione manifestata dagli italiani nei confronti di questo sport, palesata dal calo di presenze negli stadi e di ascolti televisivi, in controtendenza rispetto a ciò che accade in altre nazioni europee.

Guardando alla stretta attualità, è evidente come dell’enorme indebitamento delle società calcistiche italiane stiano approfittando grandi gruppi finanziari stranieri, soprattutto statunitensi, che, di fatto, ricavano profitti dai prestiti alle squadre in cambio dei futuri introiti dei diritti televisivi o della vendita di calciatori.

Diventato uno show business, attraverso la nuova governance economico-finanziaria il calcio si è progressivamente strutturato in un’“economia parallela globale”. Il sistema mira a colonizzare e ristrutturare il modello tradizionale di business fondato sul club come unità calcistica di base e sulla sua capacità di controllare il patrimonio di giocatori posti sotto contratto (p. 330).

Negli ultimi tempi, la dimensione sportiva e agonistica è stata sempre più subordinata a quella finanziaria interessata a far fruttare gli investimenti nel calcio. Di ciò sono corresponsabili gli stessi organismi calcistici internazionale che, sottolineano gli autori, «hanno di fatto assecondato i processi di commercializzazione, finanziarizzazione e spettacolarizzazione del calcio e da tempo non sono più solo enti regolatori del sistema ma “vere e proprie istituzioni finanziarie”» (p. 330). La crisi di credibilità e di governance che investe gli organismi calcistici internazionali deriva anche da una sempre più smaccata concentrazione di potere nelle mani di alcune grandi società calcistiche che, muovendo enormi flussi di denaro, di fatto, pilotano l’agenda dei tornei per club e per nazionali in linea con la «spinta neoliberista impressa al calcio internazionale dalla FIFA del presidente Gianni Infantino» (p. 332).

Quando si parla di crisi del calcio italiano, lo si deve fare certamente guardando alla specificità nazionale, ma anche calandolo all’interno di  un contesto internazionale che sta riscrivendo la mappa calcistica e lo stesso gioco piegandolo sempre più alle esigenze dello spettacolo, dei media e dei fondi d’investimento. Un contesto in cui l’Italia manifesta tutta la sua debolezza assoggettata com’è a dinamiche complesse da cui difficilmente potrà risollevarsi se pensa di cavarsela accontentandosi di riproporre il leitmotiv della regolamentazione dei flussi migratori come panacea di tutti i mali che affliggono il calcio nazionale. La débâcle della Nazionale maggiore maschile – a cui si aggiungono le difficoltà delle squadre di serie A nelle competizioni internazionali, più difficilmente spiegabili con la motivazione dei “troppi stranieri” – può essere un’utile occasione per una riflessione profonda sul sistema-calcio italiano, senza mai separarlo, come detto, dal contesto internazionale.

Il governo del pallone, ripercorrendo la storia della FIGC, ricostruisce le trasformazioni di una delle principali strutture di governance del calcio nazionale che è a tutti gli effetti parte integrante della storia di questo Paese, non fosse altro che per il ruolo assunto da tale sport in termini di immaginario popolare, interessi economici e politici. Il volume delinea i processi di formazione della classe dirigente federale così come si sono succeduti e trasformati nel corso del tempo, le modalità con cui questa si è confrontata con i cambiamenti del sistema calcistico dai suoi albori dilettantistico-artigianali, alla comparsa dei grandi mecenati, sino alla sua attuale finanziarizzazione, spettacolarizzazione, globalizzazione e mediatizzazione. Una storia, quella della Federazione, che ha dovuto confrontarsi con la trasformazione del calcio da originaria pratica elitaria a sport popolare, con il problema della violenza negli stadi e con gli episodi di razzismo, con i mutamenti sociali, le ingerenze della politica e i fenomeni del doping, dei bilanci falsati e delle partite truccate.

Nel primo capitolo vine ricostruito lo sviluppo della Federazione dalla sua nascita al primo dopoguerra, dagli anni pionieristici in cui, sotto le spinte nazionalistiche del periodo, la denominazione abbandona l’originario riferimento al Football (FIF) in favore dell’italiano Giuoco Calcio (FIGC), passando per la gestione di questo sport nel periodo bellico fino alla riorganizzazione della Federazione al termine della Prima guerra mondiale alla luce della repentina crescita di popolarità del calcio. Gli autori ricostruiscono puntualmente come la Federazione si sia trovata a fare i conti in questo periodo con ingerenze politiche e con episodi di violenza sugli spalti riconducibili al più generale clima di tensione che attraversa la società italiana al termine della guerra.

Nel secondo capitolo viene indagata la governance del calcio italiano dalla fascistizzazione dello sport alla Seconda guerra mondiale. Uno snodo centrale nella riorganizzazione del calcio in età fascista è rappresentato dalla stesura della Carta di Viareggio del 1926 che, eliminata qualsiasi istanza elettiva, affida la gestione della Federazione a un direttorio nominato per via gerarchica. Nell’ottica di una generale semplificazione dell’universo calcistico italiano, la Federazione adotta, a partire dalla stagione 1929-1930, il modello a girone unico nazionale per il massimo campionato italiano e incentiva le fusioni societarie fra squadre della medesima città. Attraverso la Carta di Viareggio, il regime vieta alle società, salvo eccezioni transitorie, di ricorrere a giocatori non italiani estendendo il divieto, qualche anno dopo, anche agli allenatori. Abbandonate le resistenze al professionismo, di fatto il regime incentiva i primi fenomeni di spettacolarizzazione e divismo intendendo sfruttare il successo internazionale degli atleti sia al fine di accrescere l’orgoglio nazionale che di fornire un’immagine di efficienza del fascismo all’estero. La virata verso una maggiore spettacolarizzazione dello sport, inoltre, contribuisce a gettare le basi per un nuovo assetto economico dei club di calcio, spesso guidati da presidenti legati alle gerarchie fasciste, che conoscono un inedito apporto di capitali da parte di grandi industriali.

La Carta di Viareggio aprì la strada alla completa fascistizzazione dei vertici sportivi italiani. Il processo di riordino complessivo dello sport fascista si concretizzò nel dicembre del 1926 con la trasformazione del Comitato Olimpico Nazionale Italiano in un organo alle dirette dipendenze del Partito Nazionale Fascista guidato da Augusto Turati. Il principio dello “sport per lo sport”, che aveva caratterizzato l’età liberale, lasciava il posto ad una completa politicizzazione della dimensione sportiva (p. 98).

Negli anni Trenta la Federazione può fregiarsi della vittoria dei Mondali del 1934 e del 1938, successi abilmente sfruttati dal regime sia sul versante interno che su quello esterno, e si trova a fare i conti con la questione dei “rimpatriati”, cioè di quei calciatori sudamericani che, vantando origini italiane, vengono accolti dal regime sia per avvalersi delle loro prestazioni sportive che per mostrarsi paternalisticamente benevolo nei confronti di chi era emigrato in cerca di fortuna. Nel corso dello stesso decennio, la vergognosa promulgazione delle leggi razziali del 1938 non manca di avere ricadute anche sul versante calcistico italiano tenuto a eliminare dalla scena giocatori e allenatori di origine ebraica. Ad essere ricostruito da Cervelli e Molinari è anche il ruolo della Federazione nella parabola finale del fascismo e nell’immediato dopoguerra, in un contesto tenuto a fare i conti con figure dirigenziali legate al passato regime.

Nel terzo capitolo gli autori analizzano il ruolo assunto dalla FIGC nel processo di modernizzazione del Paese, dagli anni della ricostruzione postbellica al cosiddetto “miracolo economico”, quando il calcio acquisisce ormai assoluta centralità tra gli sport popolari. In un contesto segnato da problemi organizzativi, economici, logistici e di ordine politico-sportivo, la governance dello sport italiano torna alle modalità elettive abbandonando l’inquadramento totalitario del regime ma si divide su come operare la riorganizzazione del sistema sportivo: alle spinte per un rinnovamento profondo, comportante la drastica rimozione dei dirigenti maggiormente compromessi con il fascismo, si contrappone una linea più conservatrice votata a una maggiore continuità con il passato. Il prevalere, come in altri ambiti, di quest’ultima tendenza, fa sì che buona parte delle figure che avevano avuto ruoli dirigenziali in ambito sportivo durante il regime vengano mantenute al loro posto limitando, di fatto, il drastico cambiamento auspicato da una parte del Paese.

Nel dopoguerra, la FIGC, che a livello interazionale paga per qualche tempo lo stretto legame intrattenuto con il passato regime, si trova a fare i conti con: le rivendicazioni della Associazione Italiana Calciatori (AIC), sorta alla fine del 1945; le richieste di riapertura agli atleti stranieri da parte dei club; la progettazione del Centro Tecnico Federale destinato a divenire un luogo per la preparazione delle formazioni nazionali e la formazione tecnica delle nuove generazioni di calciatori; la tragedia di Superga del Torino, con le inevitabili ricadute sulla gestione del campionato in corso e sulla stessa Nazionale, costruita sull’ossatura della squadra granata.

L’insuccesso degli azzurri ai Mondiali brasiliani del 1950 riapre la discussione attorno alla partecipazione di calciatori non italiani al campionato contrapponendo chi vede nella loro presenza un’opportunità di arricchimento del panorama calcistico nazionale a chi, invece, ritiene che questi limitino la formazione dei giovani calciatori italiani. Sulla “questione stranieri” si scomoda anche il mondo politico: nel 1953 l’allora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giulio Andreotti vieta la concessione di permessi di soggiorno agli stranieri intenzionati a giocatore nei club di calcio italiani, ad eccezione di chi, tra questi, vanta la cittadinanza italiana in quanto figlio di italiani. Pur non essendo una novità il condizionamento del mondo sportivo da parte della politica, il cosiddetto “Veto Andreotti” resta nella storia come esempio paradigmatico di lesione del principio dell’indipendenza dello sport sancito dal CONI.

Le profonde dinamiche di trasformazione che attraversano l’Italia negli anni del “miracolo economico” coinvolgono direttamente anche il calcio. Se quest’ultimo, presente soprattutto nelle grandi città del Nord, soppianta il ciclismo nel ruolo di sport popolare per eccellenza del Paese, è anche perché al mondo contadino e provinciale, in cui affonda le radici il ciclismo, si sostituisce rapidamente l’universo metropolitano in cui sono presenti i principali club. Alla diffusione del calcio nel Paese nel corso degli anni Sessanta, sottolineano gli autori, concorrono il fenomeno dell’associazionismo sportivo legato all’universo politico, il successo del Totocalcio e, soprattutto, lo spazio sempre maggiore riservato a questo sport dalla radio e dalla televisione.

L’insuccesso della Nazionale nelle competizioni internazionali sul finire degli anni Cinquanta costringe la Federazione a confrontarsi, nuovamente, con la presenza dei calciatori non italiani, con l’elevato numero di squadre nella massima serie, con il potenziamento dei centri giovanili e dei quadri tecnici. In un susseguirsi di lotte intestine alla governance del calcio e di incapacità nel tradurre in pratica buona parte delle misure di rinnovamento pianificate, nel 1959 la guida della Federazione viene assegnata, per un breve periodo, a Umberto Agnelli, espressione diretta del grande padronato delle squadre di club, dunque a Giuseppe Pasquale, destinato a impattare con le feroci polemiche sorte attorno al disastro azzurro al mondiale cileno del 1962 e a quello quello inglese del 1970 mentre, nuovamente, riemerge il dibattito attorno alla presenza dei calciatori stranieri in Italia e continua ad aggravarsi la situazione debitoria delle società. Con Artemio Franchi ai vertici, la Federazione ottiene l’organizzazione e la vittoria dell’Europeo del 1968 e il secondo posto al Mondiale messicano del 1970, oltre che un’importante crescita dei vivai giovanili del Centro e del Sud e si trova a confrontarsi con il desiderio di protagonismo dalla rinnovata Associazione Italiana Calciatori e con la diffusione della violenza negli stadi in concomitanza con l’avvento di nuove forme di tifo organizzato.

L’ultimo capitolo del volume guarda al ruolo della Federazione nel momento in cui il calcio è sottoposto a un processo di industrializzazione e spettacolarizzazione sullo sfondo di un riassetto degli equilibri politico-sportivi ed economici che pongono le basi per la trasformazione globalizzata, finanziarizzata e mediatizzata del calcio contemporaneo. Nella seconda metà degli anni Settanta, in un contesto italiano segnato dalle crisi monetarie ed energetiche e da un incremento vertiginoso dell’inflazione, le società calcistiche italiane continuano a spendere cifre esorbitanti sul calciomercato nonostante siano sempre più indebitate. La crisi economica che attraversa il Paese non manca di riflettersi anche sulla presenza di pubblico negli impianti dovuta anche all’incremento della violenza negli stadi e al palesarsi di un evidente scadimento del livello tecnico a cui la Federazione tenta di porre rimedio facendo di Coverciano una sorta di “Università del calcio” istituendo un corso per dirigenti di società calcistiche.

In un clima di lotte intestine ai diversi organismi sportivi, sul finire degli anni Settanta emerge nuovamente la questione della presenza dei calciatori non italiani nei campionati nazionali alla luce del fatto che il blocco deciso dall’Italia contrasta con le norme sulla libera circolazione delle persone e la libera prestazione di servizi di natura economica del Trattato istitutivo della Comunità Economica Europea. Il mondo calcistico nazionale si trova anche a fare i conti con lo scandalo del calcio-scommesse che contribuisce alla perdita di credibilità del sistema italiano sia tra gli appassionati che a livello internazionale.

La vittoria del Mondiale spagnolo del 1982 contribuisce a riavvicinare i tifosi italiani al calcio e, in un clima di rinnovato ottimismo nel Paese, si apre un profondo cambiamento nella società italiana sotto la spinta neoliberista a cui l’imprenditore Silvio Berlusconi provvedere a fornire il necessario immaginario attraverso le sue televisioni e la gestione vincente del Milan acquistato a metà del decennio. Se da un lato gli anni Ottanta italiani si fregiano di avere “il campionato più bello del mondo”, dall’altro non mancano di palesare la crisi strutturale in cui versa il sistema-calcio nazionale. Ripetutamente alle prese con lo scandalo del calcio-scommesse, il mondo del pallone italiano si dimostra ancora una volta incapace di far fronte all’ulteriore indebitamento dei club derivato dall’euforia di onnipotenza di diversi presidenti di club disposti a spendere ingenti somme per accaparrarsi i campioni stranieri.

A metà degli anni Novanta la “Sentenza Bosman” obbliga il mondo del calcio italiano a non procrastinare ulteriormente l’adeguamento alle direttive europee in termini di libera circolazione dei calciatori. Di fatto la sentenza impone l’abolizione del tetto al numero di atleti comunitari negli organici dei club e riscrive i rapporti di forza tra società e calciatori in favore di questi ultimi e dei loro procuratori. L’apertura delle frontiere tra i Paesi dell’Unione Europea si inserisce all’interno di un generale processo di trasformazione dell’universo calcistico europeo caratterizzato da una sempre più evidente spettacolarizzazione sostenuta dalle televisioni e dalle sponsorizzazioni.

Nel corso degli anni Novanta la Federazione si trova a confrontarsi con la concessione dei diritti calcistici alle televisioni a pagamento, che contribuisce a concedere un inedito potere ai grandi club, con i fenomeni di violenza e razzismo negli stadi, con una lunga serie di scandali, dalle polemiche sugli arbitraggi ai casi di doping e di calcio-scommesse, oltre che con un indebitamento dei club ormai fuori controllo. Anche il nuovo millennio si apre all’insegna di uno scandalo, “calciopoli”, che si conclude con scudetti revocati, retrocessioni e punti di penalizzazione.

Il volume si conclude con uno sguardo disincantato sull’attualità privo di quel senso di nostalgia per una fantomatica età dell’oro andata perduta che, invece, sembra caratterizzare numerosi analisti e commentatori sportivi. Il governo del pallone mostra chiaramente come nell’intera storia del calcio italiano la dimensione sportiva si sia costantemente intrecciata con interessi economici, mire politiche e questioni sociali. Alla luce di ciò, pensare allo stato di salute del sistema calcistico del Paese guardando esclusivamente ai risultati sul campo della Nazionale maggiore maschile, o delle principali squadre di club nelle competizioni internazionali, rischia di essere fuorviante nella sua parzialità. Il volume di Cervelli e Molinari ha, tra gli altri, il merito di opporre allo sguardo selettivo con cui, troppo spesso, si guarda allo stato di salute del calcio nazionale, una serie di dati e riflessioni che mostrano come il sistema-calcio italiano sia stato attraversato da problemi e contraddizioni di ordine strutturale anche nei momenti di successo sportivo.