di Marco Sommariva

In un articolo intitolato L’ultimo dei demoni pubblicato nell’inverno del 2008 sulla rivista francese XXI (in Propizio è avere ove recarsi, Adelphi, 2017), Emmanuel Carrère scriveva d’essersi trovato a parlare di Eduard Limonov con più di trenta persone, sconosciuti e amici – artisti, editori e giornalisti –, e nessuna di queste gli aveva parlato male di lui, anzi. Scriveva anche d’aver chiesto a questi amici se il nome Partito nazionalbolscevico di cui Limonov era il leader, non li imbarazzasse, così come i crani rasati, i teschi sulle fasce al braccio e la bandiera del partito che imitava quella nazista, a parte che nel cerchio bianco in campo rosso, invece della croce uncinata, si trovavano la falce e il martello. Carrère raccontava che i suoi interlocutori s’erano stretti nelle spalle e gli avevano risposto che era lui a essere schizzinoso, che faceva delle storie per nulla e che di umanisti con le mani pulite ne avevano quanti ne volevano, mentre i nazbol pagavano di persona, andavano in galera per le loro idee.

Cos’era un nazbol era stato scritto sulla rivista di Limonov, Limonka, il cui titolo rinviava chiaramente al suo nome, ma significava anche “granata”. “Sei giovane. Non ti piace vivere in questo paese di merda. Non vuoi diventare né un qualsiasi compagno Popov, né un figlio di puttana che pensa soltanto alla grana, né un čekista. Sei uno spirito ribelle. I tuoi eroi sono Che Guevara, Mussolini, Lenin, Mishima, Baader. Ecco: sei già un nazbol”. Nell’articolo veniva specificato che i nazbol comprendevano skinhead che andavano in giro con i cani lupo e che si divertivano a fare il saluto nazista per rompere le palle alle persone perbene, fascisti di base, fascisti intellettuali, estremisti di sinistra, fumettisti, bassisti rock alla ricerca di compagni per formare un gruppo, quelli che scrivevano poesie di nascosto, chi sognava vagamente di compiere una strage a scuola e poi farsi saltare le cervella come succede in America, e anche coloro che “prima o poi finiscono per convertirsi all’islam”. Provo a riassumere: sull’argomento nazbol gli amici artisti, editori e giornalisti di Carrère fecero spallucce e gli dissero d’essere schizzinoso e che faceva delle storie per nulla.

Nel 2020 ho il  pubblicato Appropriazione indebita – sottotitolo Ray Bradbury non era di destra –, un mio pamphlet scritto contro quella che ritengo essere, appunto, un’appropriazione indebita da parte di CasaPound della figura dello scrittore statunitense e dell’intera sua opera, specie del romanzo Fahrenheit 451.

Ray Bradbury è compreso fra gli 88 numi tutelari di CasaPound, protettori che, spesso, hanno poco o niente a che fare con chi si definisce “fascista del terzo millennio”. È una lista che comprende personaggi quali George Orwell, James G. Ballard, Geronimo, Alce Nero, John Fante, William Butler Yeats, Corto Maltese, Giordano Bruno e tanti altri ancora, compreso Dante Alighieri. Notare che il numero 88 non è una scelta casuale: al numero 8 corrisponde nel nostro alfabeto la lettera H e, come 1312 sta per ACAB (All Cops Are Bastards), 88 sta per HH (Heil Hitler).

Fra i vari obiettivi di Appropriazione indebita, opera arricchita da un testo di Erri De Luca e dalla postfazione di Elia Rosati, c’era quello di allertare il lettore circa l’avanzata di CasaPound che, da quando è nata, ha sempre viaggiato in parallelo alla crescita esponenziale della destra nel nostro Paese arrivata, oggi, ai vertici del governo. Un’avanzata iniziata a fine anni Novanta quando, prima di occupare CasaPound, un gruppo neofascista romano decise di prendere un romanzo di Bradbury come vessillo facendosi chiamare “Fahrenheit 451”: si era all’inizio di una storia che avrebbe dato vita a una nuova corrente della destra radicale giovanile italiana. Pochi lo notarono e tra questi molti ironizzarono o risero, anche a destra, di quegli strani camerati che non sceglievano nomi sacri e consueti, ma si affidavano a un immaginario che sembrava estraneo all’area.
A distanza di qualche anno questa strategia nera sembrerà decisamente più chiara e lineare: sarà una delle chiavi del successo di quella organizzazione e più in generale di quanti a destra sapranno rendersi mainstream, abbandonando per sempre quell’autocompiaciuto e aristocratico sentirsi esuli in patria, per costruire una comunità di fascisti della porta accanto. E non è certo un caso che tutto ciò sia iniziato col rubare da destra Fahrenheit 451 di Bradbury, un testo del 1953 che, in quegli Stati Uniti militaristi, razzisti e classisti, per primo narrava quanto poteva essere sovversiva la cultura, un libro che, nonostante la fine del nazifascismo, ribadiva che una società che voleva essere ordinata e pura sarebbe finita sempre per ridurre in cenere le diversità.

Questo libello aveva come fine anche quello di mettere a disposizione nuove armi per coloro che desideravano intraprendere una militante controffensiva intellettuale verso una certa destra che già allora – l’idea del pamphlet è del 2016 – stava avanzando, almeno nella mia quotidianità, persino tra colleghi e conoscenti. Non fu un successo. A parte un lettore veneto che mi scrisse quanto utili fossero risultate quelle mie pagine durante le discussioni col figlio adolescente affascinato da Cp (così è chiamata l’organizzazione da chi ne fa parte), non sortii alcun altro ritorno, anzi, l’unica recensione che s’occupò del mio scritto fece presente questo: “Smentire, con dovizia di esempi, ricerche e persino ragionamenti seri, che Ray Bradbury era «di destra» poiché quelli di CasaPound l’hanno messo tra i loro 88 numi tutelari facendoti venire l’orticaria, dai, non è serio. Anzi, è da non credersi: non dico il fatto che quelli l’abbiano messo lì nel loro pantheon, ma che tu, Marco, abbia perso tempo per smentirli, che è tipo catturare l’aria con le mani. Ma che ce ne fotte se Bradbury era o non era di destra o fascista? […] Intellettualmente, CasaPound non è deprecabile, figurarsi, è solo un buco (nero) che si riempie grazie soprattutto a libri come questo” (Stefano I. Bianchi, Blow up, n. 274).

Quindi, “non è serio” provare a smentire, persino con “ragionamenti seri”, ciò che si ritiene falso, che poi sarebbe un tentativo per invitare a non parlare male cosicché, di conseguenza, non si finisca con il pensare male. E dire che fu proprio Orwell – uno dei numi tutelari di CasaPound – col suo 1984, ad allertarci sul fatto che il fascismo non si identifica con un determinato sistema di governo, ma viene praticato da tutti coloro che, indipendentemente dal colore ideologico, parlano male e facciano parlare male, e parlando male e facendo parlare male, pensino male e facciano pensare male. Provo a riassumere: la sensazione è che, sull’argomento CasaPound, io sia risultato schizzinoso, uno che abbia fatto delle storie per nulla.

Mi auguro vada meglio a Paolo Berizzi, inviato speciale de la Repubblica dove lavora dal 2000, autore de Il libro segreto di CasaPound edito nel 2025, che ho avuto il piacere di andare ad ascoltare lo scorso 6 dicembre nella sala Rossa del Comune di Savona, durante un incontro organizzato dalla libreria savonese Ubik.

Berizzi, che s’è occupato anche di lavoro nero, caporalato, droga, narcotraffico e tanto altro ancora, è conosciuto soprattutto per il suo ventennale lavoro di indagine sul neofascismo. Inchieste che mi sa siano state realizzate parecchio bene, dato che dal 1° febbraio 2019 vive sotto scorta in seguito a minacce di morte e atti intimidatori ricevuti da gruppi neofascisti.

“Non so ancora se e quanto resterò in CasaPound. Uscire è ancora più complicato che entrare. Soprattutto adesso. È peggiorato il clima di sospetto e di tensione, anche gratuita, spesso immotivata. Ho partecipato a campagne denigratorie sui fuoriusciti. Anche a trattamenti educativi per chi ha lasciato la comunità, magari con spiegazioni e giustificazioni che non stavano in piedi e che la direzione non gradiva. Se esci per motivi famigliari o lavorativi si accetta: non militi più, va bene, ma resti comunque un simpatizzante. Se invece lasci di punto in bianco, senza motivazioni plausibili, e la cosa non sta bene al capo sezione, scattano le spedizioni punitive. La paura la senti”, comincia così Il libro segreto di CasaPound. Le parole sono di un militante storico di Cp, deciso a rivelare storia, segreti, alleanze e affari di questa struttura di matrice neofascista, a partire dall’occupazione nel 2003 del palazzo in pieno centro a Roma, al civico 8 di via Napoleone III, di proprietà dell’Agenzia del demanio – un’occupazione tuttora in atto.

È una testimonianza straordinaria perché raccolta all’interno di un mondo da sempre inaccessibile, chiuso e protetto. Mai era successo prima che un militante storico di CasaPound rilasciasse una testimonianza così forte, precisa e dettagliata. Dice lo stesso Berizzi: “La voce di un militante di CasaPound da oltre vent’anni solleva per la prima volta il velo nero che copre l’organizzazione e ci guida alla scoperta di un mondo oscuro che riguarda tutti. Perché il neofascismo, quando è sdoganato, sfacciato, protetto e coperto da chi ha in mano il potere, è pericoloso per la democrazia”.

La sollevazione di questo velo nero, intende rivelare la vera storia dell’occupazione del palazzo di proprietà dello Stato in pieno centro a Roma, i nomi dei finanziatori di CasaPound mai resi pubblici prima, il “piano B” eversivo in caso di sgombero da via Napoleone III, i rapporti con Giorgia Meloni, i legami con la destra di governo, la violenza come metodo, i campi di addestramento, la copertura delle istituzioni, i rapporti con i media mainstream e ancora… i capi e i capetti, le donne, le ombre criminali e il sistema su cui s’è retta sinora l’architettura di questo lungo inganno chiamato CasaPound, un movimento che – dopo quasi un quarto di secolo – potrebbe andare incontro allo scioglimento per tentata ricostituzione del Partito fascista.

Prima di addentrarci in questo mondo oscuro, qualche parola sulle origini del libro, un lavoro che nasce da un incontro totalmente inaspettato. È il 6 giugno 2020 e Berizzi, accompagnato dai carabinieri della sua scorta, sta seguendo la manifestazione di CasaPound contro il green pass in piazza Santi Apostoli a Roma, un mezzo flop che, nonostante tutto, verrà ricordato come la protesta delle “mascherine tricolori”. È in quell’occasione che gli uomini della scorta lasciano che una ragazza lo avvicini perché possa dirgli alcune parole: “Le sembrerà strano, ma se vuole sapere la verità su CasaPound contatti questo numero…”. Gli lascia un bigliettino, saluta e s’allontana. La modalità della ragazza sorprende Berizzi e, pensando a uno scherzo, inizialmente sorride, poi smette pensando a una possibile trappola, una provocazione. Dimentica l’episodio, ma mesi dopo, in seguito a un suo tweet su X, un utente gli scrive in privato dicendogli d’essere disposto a raccontargli cose inedite su CasaPound. Al termine di alcuni rapidi contatti telefonici con la presunta fonte e di numerose verifiche effettuate di persona specialmente sul territorio romano, il giornalista scoprirà di non esser stato contattato da un millantatore, ma da un militante di primo livello di Cpi (acronimo di CasaPound Italia). Ottenute le dovute garanzie reciproche, fissano il primo appuntamento a cui ne seguiranno molti altri. La fonte è pronta a “tradire” il gruppo, un gruppo in cui il militante ha molto creduto ma nel quale, così spiega, non crede più. O perlomeno non crede più come prima. Berizzi sa bene di correre il rischio di essere “usato” – è evidente che il neofascista stia mettendo in atto una regolazione di conti all’interno di CasaPound –, ma il materiale messogli a disposizione è davvero tanto e interessante, e capisce che quella mole d’informazioni non solo può reggere un libro, ma è importante che lo diventi.

Verremo così a leggere quella che per Berizzi è la vera storia dell’occupazione del palazzo dello Stato. Un’occupazione che darà vita alla “prima di una serie di stronzate che hanno tolto credibilità al gruppo e creato forti tensioni interne”. Secondo la gola profonda, la prima stronzata è stata quella di convertire gli spazi dell’edificio occupato in quattro alloggi per piano, che avrebbero dovuto ospitare solo famiglie povere in difficoltà – solo ed esclusivamente italiane, ovviamente – mentre, invece, finiranno con l’accogliere anche capi e capetti di CasaPound con tanto di mogli, figli, genitori e parenti vari.

La fonte racconta inoltre che Giorgia Meloni ha fatto tanti “presenti” insieme ai militanti di Cp, quand’era giovane, e che il suo gancio era l’amico Simone Di Stefano – cofondatore di CasaPound, di cui ne è stato anche vicepresidente e segretario nazionale –, lo stesso che l’accolse nella sezione del Msi della Garbatella quando, nel 1992, Meloni iniziò a fare politica attiva: “Quando Giorgia Meloni ha iniziato ad avere ruoli istituzionali non è più venuta ad Acca Larentia. Non da militante, insomma. Ha cominciato a tenere la distanza fisica della prudenza. Ma il suo giro è comunque lo stesso di Di Stefano […]”. Insomma, il libro sostiene che non è affatto vero che Giorgia Meloni non abbia avuto e non abbia rapporti con CasaPound.

Altro passaggio parecchio interessante è quello dedicato agli Unici, una settantina di uomini e donne dei quali si fanno nomi e cognomi, fra cui imprenditori (per esempio, Marco Della Bernardina, presidente dei Giovani di Confindustria Verona), giornalisti (per esempio, Gianluca Mazzini di Mediaset e Davide Burchiellaro per dodici anni vicedirettore di Marie Claire Italia e per altri quattordici anni a Panorama), avvocati (per esempio, Domenico Di Tullio, anche legale di CasaPound), il generale dell’Aeronautica Paolo Pappalepore, l’ambasciatore d’Italia in Giappone Mario Vattani, oltre a docenti universitari, medici, politici, tassisti, una guida turistica e altri insospettabili. Gli Unici nascono nel 2017, un anno prima delle elezioni politiche, quando CasaPound prova a ottenere una rappresentanza parlamentare. Gli Unici sono persone che assicurano a Cp una copertura finanziaria non solo nell’immediato, ma anche nel tempo. Soldi necessari a sostenere campagne elettorali, iniziative, candidature. Risorse che servono a far crescere il movimento e aiutarlo a essere competitivo in mezzo a partiti al confronto dei quali CasaPound scompare. Sino a quel momento Cp era sempre stato un movimento, mai un partito, non aveva mai percepito finanziamenti pubblici. Per loro le elezioni non andarono benissimo: otterranno lo 0,9%, molto al di sotto della soglia del 3%, e il 26 giugno 2019 decideranno di non presentarsi più alle competizioni elettorali.

È un libro pieno di tante altre sorprese che non svelo, anche per rispetto del lavoro dell’autore. Aggiungo solo un passaggio della fonte rivelatasi a Berizzi, che richiama alla memoria tanta Italia degli ultimi cent’anni: “Ci sono state tante aggressioni premeditate, organizzate a tavolino. O comunque che sono partite da noi. E sono state decine. Quella a Trastevere contro i quattro ragazzi del Cinema America; quelle di Torino e Cremona; quella ancora a Roma, nei pressi del Cutty Sark, contro quattro giovani della Rete degli studenti medi e della Sinistra Universitaria dopo la manifestazione del Partito democratico in piazza Santi Apostoli; quella di Torino, contro il cronista de La Stampa Andrea Joly”.

Ma forse anche tutte queste aggressioni, così come l’intero libro di Berizzi, potrebbero risultare, ai più, come delle pratiche da evadere velocemente archiviandole nel fascicolo degli schizzinosi, di chi fa delle storie per nulla, che poi credo sia un po’ quello che successe con le prime aggressioni fasciste avvenute tra il 1919 e il 1922.