di Emanuela Cocco

Teratocene: l’horror contemporaneo italiano tra dissoluzione e metamorfosi
AA.VV., Teratocene, a cura di Lucio Besana, Andrea Gibertoni, Luigi Musolino, Zona 42 Editore, Modena 2025, pp. 352, € 17, 90.

Il futuro è ormai il buio sotto i nostri letti, lo spauracchio che si nasconde negli armadi della nostra esistenza. Se ci portiamo al margine di quella porzione di avvenire che il nostro presente illumina con le sue certezze – una zona sempre più ristretta, una luce sempre più fioca – e ci sporgiamo a guardare nell’oscurità che si estende al di là, vedremo dei mostri.

La solida delimitazione dei corpi umani è spaventosa, diceva Kafka nei suoi diari, ma nei racconti dell’orrore e del fantastico di Teratocene (l’antologia è a cura di Lucio Besana, Andrea Gibertoni, Luigi Musolino è pubblicata Zona 42, nella collana “Caronte”, diretta da Luigi Musolino, e questo già dovrebbe dirvi che siamo nel territorio della scrittura di qualità) gli autori e le autrici coinvolti tendono, più che a farvi saltare sulla sedia, a farvi inorridire davanti alla prospettiva agghiacciante, per dirla con le parole di Thomas Ligotti, di una possibile terribile iperalterità.
Il puro terrore, qui, è dato proprio dal decadimento di questa delimitazione tra i corpi e tra il corpo e l’altro non umano, una dinamica che raggiunge esiti raccapriccianti fino all’insostenibile, incarnandosi in storie ambientate in un mondo che emana un terribile fetore, che pulsa, che geme e fluttua, insieme a uomini e donne costretti in una dimensione che, affatto depressiva, è più che altro tragica. Il lettore è trasportato nel bel mezzo di una rappresentazione del sublime terrore dell’individuo davanti a qualcosa altro da lui che però lo comprende, cosa di cui, suo malgrado è figlio, da cui dipende, di cui è senza dubbio debitore ma che al tempo stesso lo attanaglia in una insopportabile schiavitù che lambisce i territori della tortura.
Tutto, nei racconti di Teratocene, porta in scena una battaglia tra l’abbandono alla degradazione e l’estenuante difesa dei confini, fisici, etici, di quello che possiamo definire umano. Una battaglia che ben conosciamo, noi che viviamo oggi, nel mondo in cui, testimoni di un genocidio, ne siamo in qualche modo anche complici nel momento in cui fingiamo di non riconoscerlo, di non nominarlo.
Così i protagonisti di queste storie, nel tentativo di resistere al flusso o stremati dal desiderio di una liberatoria riconciliazione con quel tutto indistinto che li trasformerà in niente, nuotano tra le onde di un mondo- corpo deforme, mostruoso, con il quale, forse, sarebbe auspicabile fondersi, per avere tregua, per vedere riconosciuto, nel medesimo grido, nella stessa multiforme, aberrante struttura disarticolata, lo stesso dolore, le stesse (una volta infantili, ora depravate) aspirazioni alla supremazia dell’unico, in un mondo di uguali, dell’irreplicabile, in un mondo sopraffatto dall’indistinguibile.
Racconti di alto livello, molte voci italiane contemporanee che non si tirano indietro davanti alla sfida di usare il genere per parlare di un orrore comune, attuale, quotidiano, in cui siamo immersi. Teratocene è una raccolta che chiunque voglia scrivere horror oggi in Italia dovrebbe leggere per confrontarsi con i suoi pari e mettere alla prova il suo sguardo con lo sguardo degli altri, scoprendo forse, come è accaduto a me, sinistre inevitabili similitudini: il sentimento di perdita di orientamento in un mondo che, come dice Besana, uno dei curatori, nella prefazione, non è più casa nostra, e tentativi di fuga, immagini di uno spazio deformato, iniquo e a tratti sempre meno prevedibile se non attraverso la minacciosa sensazione di disfatta che lo avvolge.
Dentro, nei racconti di Francesco Corigliano, Stefano Cucinotta, Linda De Santi, Flavio Dionigi, Paolo Di Orazio, David Fragale, Elia Gonella, Federica Leonardi, Marco Malvestio, Maddalena Marcarini, Elena Giorgiana Mirabelli, Maico Morellini, e Francesca Tassini, trovano spazio: corpi separati dall’esercizio della loro meccanica, moltiplicazione dell’orrore, e degli sguardi, cannibalismo rituale, psicosi legate alla maternità, relazioni ambigue, zone buie di speranze tradite, di lutto, attese senza nome, fabbriche dismesse, corpi traslucidi, attraversabili, sostanze tossiche che penetrano, attraverso l’epidermide, l’olfatto, la vista, in una sempre più traballante, indistinta, forma di identità in bilico tra l’umano e la cosa animata.
Il mondo che un tempo credevamo essere la nostra casa, il mondo fatto per noi, lo stesso che abbiamo abitato, agito e adulterato senza il minimo riguardo, reagisce, inglobandoci dentro il suo orrore attraverso una sconcertante aggressione dei sensi, alla quale è impossibile fuggire.
È un mondo in cui tutto viene smontato e rimontato in una forma altra, dove ogni elemento perde la propria stabilità originaria per diventare parte di un organismo diverso, mutevole, incessantemente in trasformazione. Un mondo nel quale l’annullamento del singolo non è solo possibile ma necessario, quasi un atto di sopravvivenza, una forma estrema di adesione a un corpo collettivo che ingloba e dissolve.
In questa dinamica, i racconti gemono, invocano, abbracciano oppure resistono al flusso che li attraversa. Nell’inclusione si apre una doppia tensione: il terrore della dispersione e la malinconia profonda verso la propria perduta unicità, come se ogni perdita di confine fosse insieme ferita e promessa. Eppure, proprio in questo movimento, emerge anche una volontà sotterranea di ricomposizione, il tentativo di costruire una nuova identità, anche se franta, esausta, ancora tesa verso la propria impossibile individuazione.
Teratocene è l’inno della carne in balia delle onde oscure che agitano il nuovo mondo, il mormorio inceppato, a volte macabro, emesso da un corpo che sta per inabissarsi, incapace di sottrarsi alla propria trasformazione, all’evoluzione sinistra e inevitabile, un movimento vasto di intenti e voci autoriali, che questa trasformazione la attraversa e la supera, lasciando intravedere questo dopo, nel bel mezzo della tempesta.