di Paolo Lago
Gilbert Achcar, Gaza, genocidio annunciato. La catastrofe palestinese in una prospettiva storica e mondiale, trad. it. di G. Morosato, ombre corte, Bologna, 2026, pp. 227, euro 20,00.
Recentemente, diverse voci critiche, tra le poche che sono riuscite a restare umane nelle tragedie che avvolgono il mondo contemporaneo, hanno espresso il loro disappunto venato di incredulità nel constatare, riguardo all’arresto di alcuni attivisti della Flotilla in acque internazionali vicino all’isola di Creta, l’onnipotenza e l’impunità di Israele nel compiere qualsiasi azione bellica al di fuori della propria sfera di competenza, quasi fosse il padrone del mondo. È stato detto anche che, se a fermare le barche della Flotilla e a compiere gli arresti fossero stati i russi o gli iraniani, in occidente si sarebbe gridato al terrorismo e miriadi di navi da guerra americane e della Nato si sarebbero immediatamente precipitate sul posto. È la pura verità. D’altronde, sono anni che stiamo assistendo a un vero e proprio genocidio a Gaza (iniziato ben prima del 7 ottobre 2023) senza che nessuna nazione si mobiliti per fermarlo; se a compiere questo genocidio fosse l’Iran, l’Iraq o qualsiasi altro stato non ‘occidentalizzato’ – mettiamoci anche la Russia – si griderebbe al terrorismo. Perché, allora, ci sono stati che possono compiere palesemente atti illeciti e gravi sul piano internazionale e altri che non possono farlo? Innanzitutto, verrebbe da dire che tale logica la decide il sistema capitalistico, e siamo d’accordo. Però ci sono anche dinamiche storiche di carattere più contingente. Per rispondere a questa domanda riguardo all’impunità internazionale di Israele è assai utile leggere il bel saggio di Gilbert Achcar, studioso franco-libanese, professore emerito dell’Università di Londra, dal titolo Gaza, genocidio annunciato, che raccoglie diversi saggi e articoli usciti su riviste e giornali, dagli anni Novanta a oggi, pubblicato recentemente da ombre corte.
Le dinamiche storiche di carattere più contingente, cui si è accennato sopra, sono ben spiegate da Achcar. Si può pensare che tale impunità derivi da quella che lo studioso definisce “compassione narcisistica occidentale verso gli israeliani”, cioè quel “complesso di colpa dei paesi dell’Europa occidentale che hanno compiuto o permesso il genocidio nazista degli ebrei – Germania, Austria, Francia e Italia in particolare” che “ha portato a un grado senza precedenti di solidarietà incondizionata con lo Stato sionista, proprio nel momento in cui esso è guidato da persone che hanno sicuramente più cose in comune con i nazisti che con le loro vittime, siano esse vittime dell’odio razzista o membri della sinistra che i nazisti cercarono di annientare” (p. 55). La “compassione narcisistica” fa commuovere di più per le calamità che colpiscono i propri simili piuttosto che per quelle che colpiscono i propri dissimili: ecco che l’Occidente si è commosso molto di più per l’atroce massacro compiuto da Hamas il 7 ottobre 2023, in cui sono stati coinvolti individui bianchi e dall’aspetto occidentale, che per le reiterate e incessanti uccisioni dei palestinesi di Gaza. Sulla connotazione politica e ideologica dell’attuale governo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu – come nota Achcar – basta ricordare quanto scrisse su “Haaretz” nel febbraio 2023 lo storico dell’Olocausto Daniel Blatman dell’Università ebraica di Gerusalemme: “Il governo israeliano ha dei ministri neonazisti. Ricorda davvero la Germania del 1933”. Esso appartiene infatti al Likud, un partito erede del revisionismo sionista di estrema destra di Ze’ev Jabotinsky, ammiratore di Mussolini, che ha vinto per la prima volta le elezioni legislative nel 1977.
Eppure, per comprendere questa deriva è necessario compiere un’analisi storica a ritroso fino al 1947, anno in cui l’Assemblea generale delle Nazioni Unite adottò la risoluzione che autorizzava la creazione di uno “Stato ebraico” in Palestina e in cui avvenne anche l’indipendenza dell’India. In questa “simmetria antitetica” – scrive Achcar – c’era l’elemento comune della partizione: “L’ONU che votò per la partizione della Palestina contro la volontà dei suoi abitanti era composto da soli cinquantasei Stati, dominati dal Nord del mondo, Unione Sovietica compresa, con un ruolo molto preponderante degli Stati Uniti in un momento in cui la maggior parte del resto del mondo aveva bisogno della loro benevolenza economica” (pp. 37-38). Allo “Stato ebraico” veniva così concesso più del 56 % del territorio della Palestina tra il fiume e il mare. Meno nota è la risoluzione 273 dell’Assemblea generale, del 1949, che ammise alle Nazioni Unite lo Stato d’Israele entro i confini che aveva ampliato con la forza durante la guerra del 1948 con i suoi vicini arabi e con i palestinesi. Come nota lo studioso, si tratta di una flagrante violazione del diritto internazionale, uno dei cui pilastri fondamentali è il divieto di acquisizione di territorio con la forza. La maggioranza dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite decise che “Israele è uno stato pacifico (peace-lover State) che accetta gli obblighi della Carta ed è in grado di adempiere a tali obblighi. Come osserva Achcar con amarezza, “raramente una risoluzione adottata dalle Nazioni Unite si è rivelata, col tempo, essere così chiaramente l’esatto contrario della verità!” (p. 38).
La Carta delle Nazioni Unite avrebbe dovuto costituire la base del nuovo ordine democratico istituito nel 1945 all’indomani della sconfitta dell’estrema destra mondiale; un ordine portato avanti da una coalizione guidata dagli Stati Uniti di Franklin Delano Roosevelt. La morte di quest’ultimo nell’aprile del 1945 e la sua sostituzione con il vicepresidente anticomunista e di destra Harry Truman rappresentarono, secondo Achcar, l’evento chiave che portò alla trasformazione della Seconda guerra mondiale in Guerra fredda:
Il liberalismo atlantista sostituì il liberalismo tout court e fu utilizzato come cemento fondativo del mondo libero contro il totalitarismo comunista, mentre i principi liberali fondamentali venivano negati dalle caratteristiche comuni ai principali Stati del mondo apparentemente libero: colonialismo, imperialismo, discriminazione e oppressione razziale e sessista, autoritarismo, alleanza con i principali violatori dei diritti umani, compresi i più elementari diritti delle donne ecc. (p. 59).
Nel corso del tempo, l’anticomunismo venne sostituito dalla “guerra al terrorismo”: “bandiera comune sotto la quale l’amministrazione di George W. Bush e il governo di Ariel Sharon hanno condotto le loro guerre” (p. 62). E, continua lo studioso, “Il «nuovo antisemitismo», attribuito in blocco ai musulmani e alle persone di sinistra che difendono i diritti degli immigrati musulmani e criticano Israele, è così diventato un pretesto ideologico per assolvere l’estrema destra europea e americana dal suo antisemitismo passato e presente, al fine di trovare un accordo con essa sul terreno dell’islamofobia, attuale bersaglio privilegiato del suo razzismo e della sua xenofobia” (p. 64). Tratti di antisemitismo, infatti, si possono intravedere nei sostenitori incondizionati di Israele e non certo nei suoi detrattori (che vanno invece definiti come antisionisti). Come ha scritto la storica dell’antisemitismo Eleanor Sterling (lo ricorda Achcar in un articolo del 2012 riportato nel saggio), i cui genitori furono uccisi in un campo di concentramento nazista, l’antisemitismo e la nuova idolatria degli ebrei hanno molto in comune perché, per l’antisemita come per il filosemita, l’ebreo resta uno “straniero”, un diverso. Se i nazisti vedevano negli ebrei l’incarnazione del male, i filosemiti ritengono che la difesa degli “ebrei”, che vedono rappresentati dallo Stato di Israele, sia un dovere che prevale su tutti gli altri.
Uno dei presidenti americani più sionisti di tutti i tempi è stato Biden, e non certo Trump. Egli, il 18 ottobre 2023 in occasione di una visita ufficiale, affermò che “se non ci fosse Israele, dovremmo inventarlo” (p. 53). Infatti, Israele ha sempre rappresentato per l’Occidente un avamposto nel mondo arabo, una specie di insula felix popolata da individui bianchi e ‘civilizzati’ in mezzo a mostruosi selvaggi. L’allora ministro della difesa israeliano Yoav Gallant, nel 2023 dichiarò che “stiamo combattendo contro animali umani e agiamo di conseguenza” (p. 51). Una dichiarazione che ricorda i modi brutali del personaggio di Kurtz in Cuore di tenebra (Heart of Darkness, 1899) di Joseph Conrad che, parlando degli africani, invita a “sterminare tutte queste bestie”. Nei romanzi di Conrad è possibile intravedere quello che Edward Said definisce come “orientalismo”, cioè l’atteggiamento europeo di fronte ai ‘diversi’ appartenenti all’est e al sud del mondo. Una discreta dose di orientalismo la possiamo riscontrare anche nelle posizioni europee e occidentali in genere nei confronti di Gaza e del genocidio che qui si sta perpetrando. Come spiega Said, l’orientalismo si configura come un vero e proprio “discorso” europeo sull’Oriente, ed è sorretto da istituzioni, insegnamenti, immagini, dottrine “e in certi casi da burocrazie e politiche coloniali” (E.W. Said, Orientalismo. L’immagine europea dell’Oriente, trad. it. di S. Galli, Feltrinelli, Milano, 2013, p. 12). Lo sguardo occidentale su Gaza sembra incastrato in questa prospettiva orientalistica di matrice coloniale e colonialista. Se gli occidentali si autorappresentano (e rappresentano le loro guerre) come perfetti, razionali, eleganti, logici, gli ‘orientali’, gli ‘arabi’ vengono ritratti in modo opposto. Come scrive Said, nella prospettiva orientalistica, “da un lato ci sono gli occidentali, dall’altro gli arabi-orientali; i primi sono, nell’ordine che preferite, razionali, propensi alla pace, democratici, logici, realistici, fiduciosi; i secondi sono quasi esattamente l’opposto” (ivi, pp. 55-56). Se gli israeliani sono bianchi, vestiti all’occidentale, ‘razionali’ e ‘democratici’, professanti una religione assai vicina al cristianesimo, i palestinesi sono scuri di pelle, vestiti all’orientale e professanti la religione musulmana (non dimentichiamo che i musulmani sono stati per secoli i nemici giurati dell’Occidente cristiano). Come nota Said, è stata proprio la sua difficile esperienza personale di arabo-palestinese in Occidente che lo ha spinto a scrivere questo libro: “L’esistenza di un arabo-palestinese in Occidente, e in America in modo particolare, è tutt’altro che facile. Vi è un quasi unanime consenso sul principio che politicamente esso non esista, o esista solo come un ‘problema’ o, nel migliore dei casi, come un ‘orientale’. L’influenza del razzismo, degli stereotipi culturali, di un’ideologia imperialista o disumanizzante nei confronti di arabi e musulmani è assai forte, e con essa ogni palestinese deve fare i conti, come con un avverso destino” (ivi, p. 35).
Come affermò il poeta martinicano Aimé Césaire nel 1950 nel Discorso sul colonialismo, l’Occidente ha sempre adottato due pesi e due misure nei confronti dei bianchi e dei non bianchi. Ciò che il “distinto, umanista, cristiano borghese del XX secolo” non perdona a Hitler non è il fatto di aver compiuto un crimine contro l’uomo in quanto tale, ma contro l’uomo bianco. I nazisti hanno applicato nei confronti degli ebrei bianchi i brutali trattamenti tipicamente coloniali che prima di allora erano stati applicati nei confronti “degli Arabi d’Algeria, dei coolie dell’India e dei negri d’Africa” (p. 77). Come già notato in precedenza, i capi di stato e i governanti europei, nonché i mezzi di informazione occidentale, provano narcisisticamente maggiore empatia nei confronti dei propri simili; ecco perché il genocidio di Gaza può essere perpetrato sotto i loro occhi senza che muovano un dito, un genocidio che vede coinvolti migliaia e migliaia di bambini. Ecco perché la potenza democratica per eccellenza, gli Stati Uniti, insieme a Israele, può massacrare centinaia di bambini in Iran, come è successo recentemente con il bombardamento di una scuola. Gli Stati Uniti e Israele possono massacrare impunemente centinaia di bambini mentre se, ad esempio, a compiere il massacro fosse stato un missile russo, si sarebbe gridato ovunque al genocidio più infame. Evidentemente i bambini bianchi ed europei valgono più di quelli palestinesi o iraniani. Non è una constatazione cinica ma un crudo dato di fatto. Anche la recente guerra in Iran portata avanti da USA e Israele, per una larga fetta dell’Occidente non equivale a un massacro indiscriminato di civili fra cui donne e bambini ma alla sempre più difficile reperibilità e quindi a un aumento dei prezzi dei combustili fossili indispensabili per far muovere la macchina capitalistica.
La raccolta di saggi che Gilbert Achcar propone in questo interessante volume ci porta quindi nel cuore di tenebra delle democrazie occidentali, nel lato in ombra di qualsiasi pensiero illuminista, umanista, democratico e liberale soggiogato alla logica atroce del capitale. È un viaggio anche doloroso ma, crediamo, necessario per comprendere al meglio quello che sta accadendo intorno a noi perché ci svela anche i retroscena storico-politici di guerre, accordi, di “cessate il fuoco” più o meno farlocchi avvenuti nell’area del Medio Oriente. I governanti occidentali e i loro media (inclusi quelli italiani) stanno assomigliando troppo ai personaggi della famiglia del comandante del campo di sterminio di Auschwitz nel film La zona d’interesse (The Zone of Interest, 2023) di Jonathan Glazer, tratto dall’omonimo romanzo di Martin Amis. Se nel film la famiglia del comandante continua la sua vita come se niente fosse nel suo giardino fiorito ben sapendo che al di là del muro si sta compiendo un terribile genocidio, nella realtà l’Occidente dei potenti e dei loro leccapiedi mediatici continua la sua insulsa vita nella bolla di un capitalismo fondato su un benessere pronto a esplodergli sotto i piedi ignorando l’atroce genocidio di Gaza. Come scrive Achcar, infatti, in Occidente si sta profilando “l’era del neofascismo”, segnata dal ritorno di Trump alla Casa Bianca mentre il futuro del Medio Oriente si annuncia molto cupo: “Di fronte a tutto questo, non c’è spazio per l’ottimismo. Resta solo la speranza che la resistenza che si sta diffondendo tra i palestinesi, gli israeliani, i popoli arabi e il mondo intero, in particolare tra i giovani, possa alla fine riuscire a contrastare i progetti regionali e globali della nuova internazionale neofascista” (p. 218). Utopia o speranza fondata? A noi e solo a noi l’ardua sentenza perché altro non resta se non una resistenza quotidiana al fascismo strisciante e all’indifferenza, alla “cultura di destra”, come direbbe Furio Jesi, ormai diffusasi ovunque in Occidente e in questo paese, soprattutto nelle idee di chi si crede al sicuro nel suo bel giardino incantato. Ma i muri di questo giardino, ormai, hanno troppe brecce, ci sono troppi buchi da cui penetra l’orrore. L’orrore è più presente che mai e neppure un Occidente cinico, indifferente e razzista può starsene tranquillo a recitare i suoi inutili mantra di pace e democrazia tra un aperitivo e l’altro.



