di Franco Ricciardiello

Rachel Kushner, Il lago della creazione (Creation lake, 2024), 400 pagg, euro 21,00, Einaudi 2026

“Non ci interessa come vivere nell’epoca attuale,
ma come vivere contro l’epoca attuale”
Bruno Lacombe, pag. 154

Nel precedente, straordinario I lanciafiamme (2013; Ponte alle Grazie, 2014), Kushner raccontava en passant l’Italia degli anni Settanta, introducendo tra l’altro un personaggio nel quale Nanni Balestrini stesso si sarebbe riconosciuto; nel presente Lago della creazione l’autrice statunitense continua ad affrontare, come pure negli altri due romanzi della sua non prolifica carriera (Telex da Cuba, 2008; Mondadori, 2010 e Mars Room, 2018; Einaudi, 2019), gli orrori del capitalismo e storie varie di opposizione: dopo l’insurrezione castrista, la spontaneità operaia e l’assistenza nelle carceri private americane, sceglie un’ambientazione europea, la Francia rurale e l’utopia di un ritorno alla natura.

Nella Guienna, entroterra di Bordeaux, una comunità in qualche modo anarchica ha fondato una comune agricola, Le Moulin, ispirata al pensiero del filosofo radicale post-marxista Bruno Lacombe. Quest’ultimo, ex seguace del situazionista Guy Debord, si è ritirato a vivere in una località non specificata, ma vicina alla comune, e da lì spedisce email ai Moulinard in risposta a domande specifiche, ma divaga anche su questioni filosofiche.

I Moulinard, i componenti della comune agricola, sono sospettati di voler boicottare il progetto di un gigantesco bacino idrico che minaccia di dissestare le risorse e l’ecosistema della regione, al quale si oppongono fieramente anche a nome di molti agricoltori. L’autrice sceglie un punto di vista particolare, il personaggio di Sadie Smith, una statunitense giovane e attraente, che però è pagata da committenti che neppure lei conosce per infiltrare i Moulinard e, nel caso in cui non stessero progettando un sabotaggio illegale, indurli a un’azione violenta, così da scatenare la repressione delle autorità e spazzare via la comune.

Sadie si è trasferita a lavorare in Europa dopo essere stata licenziata da un’agenzia federale Usa per la quale agiva sotto copertina: ha sì indotto un adolescente a un attentato terroristico, ma il successivo processo ha sentenziato che il ragazzo è stato convinto all’atto da una agente prezzolata. Non se ne conosce ancora la vera identità, ma giornalisti investigativi stanno lavorando sui documenti, e Sadie sente sul collo il fiato della giustizia.

A Le Moulin il suo incarico di spia e agent provocateur procede come previsto, tranne il fatto che le email di Lacombe suscitano il vivo interesse dell’infiltrata. Lacombe è in effetti il vero protagonista del romanzo, e la sua filosofia di vita è il cuore della riflessione intorno al problema di come opporsi alla massificazione capitalista e consumista. Nelle sue lunghe email, Lacombe espone una propria “teoria unificata dell’esistenza” basata sulla contrapposizione, fra l’alba dell’umanità e oggi, tra i remissivi Neanderthal e gli aggressivi Sapiens, e sulla sopravvivenza di caratteri Thal (così chiama la razza ominide spazzata via dagli uomini) nella nostra genetica.

Dopo il maggio del ’68 c’è stata una scissione tra lui e diversi compagni marxisti. Lacombe era l’unico a sostenere che il proletariato non fosse più in grado di distruggere la società capitalista. Anzi, era diventato parte integrante del capitalismo, un pilastro di quel mondo che, secondo lui, dobbiamo abbandonare. (par. 154)

Il lago della creazione non è un romanzo d’azione, anche se gli ultimi capitoli sono piuttosto concitati; l’autrice ci trascina inevitabilmente a simpatizzare con Sadie Smith, anche se non condividiamo i suoi intenti e disprezziamo i metodi e le motivazioni di chi l’ha inviata. Un colpo di coda nell’epilogo giustifica retrospettivamente la nostra fiducia nel personaggio, senza distoglierci dalla consapevolezza che l’autrice “si è ispirata a vicende reali di infiltrazione poliziesca e persecuzione giudiziaria contro l’attivismo ecologista”, come leggiamo nei risvolti di copertina.

La scrittura di Rachel Kushner è molto particolare; è noto che è stata paragonata a quella di Don DeLillo (da David Ulin sul New York Times); è estremamente adatta a inserire divagazioni, storie collaterali, flashback, documenti apocrifi e tutto ciò che fa di un romanzo come questo una pietra importante nella riflessione su come sostituire il capitalismo con un sistema più umano — e più thal se preferite.