di Francesco Gallo
Giorgia Tribuiani, Pezzi, pp. 320, € 19, il Saggiatore, Milano 2026
Sarebbe un errore chiedersi da quale tipo di sentimento nasca questo romanzo. Dall’odio, forse? Dalla rassegnazione? Dalla nostalgia, dalla rabbia, dalla fiducia? Dall’amore? È che mi pare impossibile immaginare una predisposizione d’animo così esclusiva nonché fornita di una calibratura sufficientemente salda da durare tanto a lungo nel tempo. Nemmeno sono disposto a credere nella capacità di mettere ordine in una congerie di emozioni solo per estrarne di vantaggiose e opportune. Non è tra i sentimenti, e nemmeno tra le emozioni, quindi, che una storia come questa nasconde la propria origine: risultati più convincenti si otterrebbero indagando l’apparizione di certi funghi quando, incapace di trattenere un moto di raccapriccio, li vedo spuntare sulle cortecce di certi alberi. E che siano vivi o morti, gli alberi, non fa alcuna differenza. Da dove salta fuori, allora, Pezzi, il nuovo romanzo di Giorgia Tribuiani?
Più di una volta, leggendone le pagine densissime, sono stato attraversato da una suggestione: si tratta di una storia che nasce da un’altra storia, da una storia concepita da un’altra penna, e ho pensato, con l’immediatezza di certi ricordi improvvisi, a Il Mar delle Blatte di Tommaso Landolfi. A una delle prime scene. Quella in cui Roberto, il figlio dell’avvocato Coracaglina, mostra al padre le labbra divaricate e sanguinolenti di una ferita (apparsa misteriosamente sul proprio avambraccio) rivelandone il contenuto fantastico: «una bulletta da scarpe, alcuni pallini da caccia, dei chicchi di riso […] un moscone colle ali appiccicate e un vermiciattolo azzurro e diafano». Ecco: più volte sono stato attraversato dalla certezza che Giorgia Tribuiani abbia dato fondo alle proprie riserve di coraggio per rimestare in questa landolfiana «melma sanguinolenta» in modo da estrarne qualcosa che valesse la pena di essere raccontato. Qualcosa di magico, ecco. E di oscuro. Ma di cosa parla questa storia? E dov’è ambientata?
Siamo in un piccolo villaggio perso tra i boschi: il Villaggio di G.: «[…] troppo anonimo e stanco per destare l’interesse di qualcuno già da prima della strage, e troppo arronzatello, e così, anonimamente e stancamente, arronzatellamente, gli abitanti seguivano quel giorno il rintoccare di campane […]». Un villaggio tipico e inconsueto a un tempo, capace di evocare altri modesti agglomerati rurali. Come, per esempio, quelli delle favole, delle filastrocche e delle Fiabe del focolare dei fratelli Grimm. Ma anche, o forse soprattutto, Borgo San Giuda, il «posto che quasi non esiste» – ma che esiste invece, esiste eccome – in XY di Sandro Veronesi, là dove un terribile sconvolgimento si manifesta davanti agli occhi increduli degli abitanti. Un destino, sentenzia Veronesi, quasi sempre invisibile: «[…] ma almeno quella volta, per noi, non avrebbe potuto essere più appariscente.» E quanto è appariscente, e chiassoso, e macabro, per gli abitanti del Villaggio di G., il destino che li attende?
Una mattina, attraverso un sistema di cordicelle legate alle caviglie, una comunità di merli deposita sui gradini della chiesa un pacchetto. Contenuto: due falangi di un indice umano e l’invito a un gioco. Obiettivo: indovinare il nome della persona mutilata prima di commettere il numero massimo delle penalità. Il superamento delle penalità consentite comporterà l’uccisione della persona fatta a pezzi. Tratteggiati i contorni di questa sfida, che assieme all’apparizione della mappa del Villaggio di G., con il BOSCO, i POSSEDIMENTI, la PIAZZA del MUNICIPIO e la PIAZZA della CHIESA, evoca, o meglio: cita, poiché è presente nel romanzo a mo’ di esergo («La gente di qui sta facendo del suo meglio, nonostante molte difficili circostanze.» «Ma questo meglio è abbastanza buono?»), il film Dogville (2003) del regista danese Lars von Trier, Giorgia Tribuiani intreccia e attorciglia le esistenze dei suoi personaggi. Il romanzo ci li presenta un po’ alla volta, capitolo per capitolo, neanche fossero maschere di cartapesta da indossare durante la cerimonia di un santo patrono: il Sarto, la Panettiera, il Pittore, la Pettegola, la Maestra, il Cantante, l’Allettato, il Lustrascarpe, il Becchino, il Mutilato di Guerra… Una comunità, insomma, che condivide un territorio, un passato e una cultura e che improvvisamente si ritrova a fare i conti con delle dinamiche comunitarie sovvertite dall’uomo dei pezzi, colui che, mentre intona un’inquietante filastrocca («gira, gira, volta, viene anche la coda se viene la testa–»), sterilizza la lama di una roncola sulle braci di un fuoco ardente. Cosa prevarrà, alla fine? I legami affettivi e tradizionali, oppure quelli razionali, addirittura d’interesse?
Il talento di Giorgia Tribuiani tutto questo non lo dice, per fortuna, bensì lo mostra. Allestisce un inventario tanto arcano quanto moderno di ripensamenti tardivi, atti brutali e risposte abiette che drammatizzano il modo in cui gli abitanti del Villaggio di G. – a volte restando in piedi, a fatica; certe altre soccombendo, miseramente – affrontano l’apparizione di quella che di continuo, in fondo, si manifesta davanti ai nostri occhi, aperti eppure insensibili, mai mostrando contorni tanto evidenti: l’ineluttabilità dell’esistenza. Pezzi è una storia dalla doppia vocazione: da una parte trovano spazio il rigore, lo scrupolo, l’acribia da naturalista d’accademia, dall’altra spintonano la disinvoltura, la sfrontatezza, l’abbandono quasi romantico al resoconto delle passioni. E, a proposito di passioni: Giorgia Tribuiani pare rispecchiarsi in una specifica genia di narratrici ottocentesche. Quelle che, come ha scritto Pietro Citati riferendosi ad Anna Maria Ortese, sono dotate di «[…] un ardore, un fuoco incontenibile, a cui la letteratura non sembra bastare: gli opposti abissi di tenebra e di eterea letizia: un lieve delirio, che sfuma le sensazioni: il dono di cogliere il reale e l’irreale appena si producono, e di fonderli nell’incantesimo di un unico sogno.» Proprio L’Iguana di Ortese, in effetti, è la creatura che più mi sento di accostare ai merli che popolano questa vicenda e che di fatto posseggono delle “Caratteristiche fisiche” assai peculiari: possono misurare «da 86cm a 145cm», posseggono un peso che va «da 16kg a circa 43kg» e sfoggiano una «estensione alare: da 1,5m a 2,3 m». Come se non bastasse, attraverso le “Credenze popolari” e le “Superstizioni del dopoguerra” veniamo a conoscenza persino della loro “Organizzazione sociale e gerarchia”. Tutto ciò, e non è per niente poco, viene tenuto insieme da una scrittura che è il vero punto di forza del romanzo. Una prosa contraddistinta da un fraseggio elaborato, flessibile e plasmabile, che contribuisce alla restituzione di una realtà in grado di colare dappertutto, terrorizzata dal vuoto. Dal vuoto della memoria, ovviamente. Singola e collettiva. Dall’oblio. E dal momento in cui i personaggi di Pezzi sono ruoli, e maschere intercambiabili, e parole – anzi: forse sono soprattutto parole –, sono le parole di una letteratura che, come ogni letteratura, è carica di memoria. La nostra memoria. La nostra memoria chiamata in causa affinché riesca a colmare quel minuscolo spazio nero e minaccioso che talvolta si inceppa e rende nefasti i meccanismi e le reazioni della nostra coscienza di esseri umani.



