di Walter Catalano
Paul Dukes, Crepuscolo rosso e il nuovo giorno, Edizioni Medhelan, trad. Fabrizio Bagatti, prefazione di Antonio Carioti, pp. 320, 24,00 €.
Se Peter Fleming – il fratello maggiore di Ian, l’inventore di James Bond – osserva la guerra civile russa dall’esterno (qui), con gli occhi dello storico che ricostruisce a posteriori un disastro annunciato, Paul Dukes la vive dal di dentro, con il fiato corto di chi sa che un errore di calcolo può costargli la vita. Crepuscolo rosso e il nuovo giorno, pubblicato nel 1922 e ora finalmente tradotto in italiano da Medhelan, è un documento eccezionale: le memorie di un agente del MI6 infiltrato nella Pietrogrado bolscevica per due anni, dal 1918 al 1920, autorizzate dai servizi britannici in un’epoca in cui simile concessione era praticamente inaudita. Come notava all’epoca il Times Literary Supplement, si trattava di un caso quasi unico: un agente segreto in attività cui veniva concesso di raccontare la propria missione mentre i protagonisti di quella storia erano ancora vivi e pericolosi.
Il contesto in cui Dukes si muove è quello dei mesi più convulsi della rivoluzione bolscevica. Dopo l’ottobre del 1917, Pietrogrado — che aveva cessato di essere capitale a favore di Mosca nel marzo del 1918, proprio per sottrarla all’avanzata tedesca — è una città allo stremo: la fame morde, le fabbriche sono ferme, le strade percorse da pattuglie della Čeka e da delatori pronti a vendere chiunque per un tozzo di pane. Il Terrore Rosso, proclamato ufficialmente nell’estate del 1918 dopo l’attentato a Lenin, ha trasformato la città in una trappola in cui la sopravvivenza dipende dalla capacità di sparire nella folla, di cambiare identità, di non fidarsi di nessuno. È in questo scenario che Dukes deve operare, raccogliere informazioni, mantenere i contatti con i circoli controrivoluzionari clandestini e far pervenire i propri dispacci a Londra attraverso una catena di corrieri che attraversano clandestinamente il confine finlandese.
Dukes non era una spia di professione. Era un giovane insegnante d’inglese, prima a Riga poi a San Pietroburgo, innamorato della Russia e della sua cultura, abbastanza fluente in russo da potersi muovere tra la gente comune senza destare sospetti. Fu proprio questa sua anomalia — non l’agente addestrato ma l’appassionato che conosce il paese e la sua anima — a renderlo prezioso agli occhi dell’MI6, che lo reclutò nell’estate del 1918 dopo che l’assassinio del capitano Francis Cromie nell’ambasciata britannica di Pietrogrado aveva decimato le reti di spionaggio esistenti. Cromie era stato ucciso il 31 agosto 1918 da un gruppo di bolscevichi che avevano fatto irruzione nell’edificio diplomatico: la sua morte segnò la rottura definitiva dei rapporti tra il governo britannico e il regime di Lenin, e lasciò l’intelligence britannica quasi cieca proprio nel momento in cui più urgentemente aveva bisogno di occhi sul campo. Le istruzioni che Dukes ricevette erano di una vaghezza quasi comica: torni in Russia come può, si arrangi, mandi dispacci. Come attraversare il confine ghiacciato tra Finlandia e Russia bolscevica era affar suo.
Sul piano narrativo, il libro segue Dukes attraverso una serie di identità successive, costruite con pazienza artigianale e abbandonate all’ultimo momento quando diventano troppo pericolose. Si fa chiamare Aleksandr, poi Joseph, poi ancora con altri nomi, coprendosi con documenti falsi di volta in volta procurati attraverso la rete clandestina. Si nasconde in appartamenti di fortuna, dorme in rifugi improvvisati, assiste a esecuzioni sommarie, frequenta riunioni segrete di socialrivoluzionari e monarchici che si illudono ancora di poter rovesciare il regime. Incontra personalità reali della resistenza clandestina, alcune delle quali pagheranno la propria opposizione con la vita. Uno dei momenti più drammatici del libro è la fuga finale attraverso il Golfo di Finlandia su una barca a remi nel cuore dell’inverno, inseguito dalle motovedette bolsceviche: una sequenza che anticipa quasi cinematograficamente certi topoi della spy story del Novecento, e che non stupisce abbia lasciato traccia nell’immaginario di chi, come Ian Fleming, crebbe in un ambiente familiare saturo di storie di questo tipo.
Ciò che ne risulta è un libro che sfugge con eleganza alle categorie: non è propriamente una spy story, non è un memoir convenzionale, non è un saggio storico, eppure è un po’ tutte e tre le cose insieme. Dukes racconta i travestimenti successivi — una barba da russo, un nome ucraino per giustificare l’accento non perfetto, documenti contraffatti — con quella capacità tutta britannica di trattare il pericolo con un humour misurato che non scade mai nell’autocompiacimento. Ma sotto la superficie avventurosa scorre qualcosa di più prezioso: una testimonianza diretta e affettuosa della vita quotidiana a Pietrogrado nei primi anni del regime bolscevico, le opinioni della gente comune raccolta dalla voce stessa della strada, la progressiva organizzazione repressiva della Čeka, i velleitari tentativi controrivoluzionari destinati al fallimento. Dukes descrive con precisione il funzionamento dei comitati di quartiere attraverso cui il potere bolscevico penetrava capillarmente nella vita privata dei cittadini, il sistema delle razioni utilizzato come strumento di controllo politico, la sistematica eliminazione di quella borghesia colta e liberale che aveva creduto, nel febbraio del 1917, di poter guidare la Russia verso una democrazia parlamentare.
Dukes amava i russi — li amava davvero, non come l’agente ama il suo terreno di caccia ma come chi ha vissuto abbastanza a lungo in un paese da farne propria qualcosa dell’anima. Questa empatia autentica è forse la qualità più rara del libro, quella che lo distingue dalla produzione spionistica contemporanea: non c’è qui il freddo disprezzo del professionista per le sue pedine, né la superiorità dell’osservatore occidentale verso una civiltà che non capisce. C’è invece la curiosità genuina di chi vuole capire cosa stia succedendo a un popolo che conosce e rispetta, e la malinconia di chi vede qualcosa di irrecuperabile andare perduto nel vortice della storia. La Pietrogrado che Dukes aveva conosciuto prima della rivoluzione — la città dei teatri, dei caffè letterari, delle serate musicali in cui lui stesso aveva suonato il pianoforte nei salotti dell’intellighenzia — è ormai irriconoscibile, svuotata dei suoi abitanti più colti dalla fame, dalla fuga e dalla repressione. Questo lutto per una civiltà perduta, quella borghese che la Rivoluzione ha scalzato via, percorre il libro come un basso continuo, e gli conferisce una profondità emotiva che trascende il resoconto di spionaggio.
Come nel caso del volume flemingiano, la cura editoriale di Medhelan si fa sentire: la prefazione di Antonio Carioti contestualizza il testo con precisione nel panorama storico e nella storia del servizio segreto britannico, e la traduzione di Bagatti restituisce il tono di Dukes — quel mix di tensione narrativa e understatement tipicamente inglese — senza forzature. I due volumi, Fleming e Dukes, si leggono bene in sequenza: sono le due facce della stessa medaglia, lo stesso momento storico visto dall’esterno e dall’interno, il grande crollo dell’ordine zarista raccontato da chi c’era e da chi, più tardi, ha cercato di capire cosa fosse successo davvero. Medhelan ha avuto l’intelligenza di pubblicarli quasi in contemporanea, costruendo così non due semplici uscite editoriali ma un dittico coerente su uno dei momenti più drammatici e emblematici del secolo scorso.



