di Camillo Acquilino

Il lavoro è stato un mio compagno di vita fin da quando ero giovanissimo. La mia famiglia, insieme a quella dei nonni e degli zii contadini, nell’educazione di noi bambini poneva la capacità operativa e la disposizione al lavoro come obiettivi primari. Si era premiati con la riconoscenza al termine dei piccoli servizi prestati ai grandi, ma si veniva elogiati soprattutto quando il servizio era svolto senza una richiesta esplicita: “Questu figgeu u vedde u lòu” sottintendendo ovviamente che non lo rifugge. Durante le vacanze scolastiche collaboravamo in modo naturale, acquisendo senso pratico, manualità e un senso di appartenenza alla comunità. Senza saperlo, vivevamo in modo coerente con l’articolo 4 della Costituzione.

Il mio ciclo di studi si è concluso con l’acquisizione della maturità tecnica nel 1976. Il Civico Istituto Tecnico Industriale che avevo frequentato passava per una scuola molto impegnativa, anche per via degli orari che già si avvicinavano a quelli delle industrie verso le quali eravamo destinati. All’esame finale adottai alcune scelte personali:

  • Scelsi, per la prova orale, le materie considerate più impegnative: Teoria delle Macchine e Tecnologia Meccanica, argomento vastissimo. Così mi collocavo nella posizione meno favorevole e non dovevo temere il peggio;
  • Dopo la prova scritta, in attesa dell’orale, passai alcuni giorni sulla collina “a Michea”, versante “Palìn”, con uno dei primi decespugliatori arrivati in zona, una tanica di miscela e un bottiglione di bianco “du Tunn-a”: uno per il suo funzionamento, l’altro per il mio. Credo di essere stato l’ultimo a tagliare il fieno in quel prato, nel 1976. Oggi quel versante si presenta come un bosco di alberi di alto fusto;
  • Subito prima del colloquio finale mi sono offerto un bicchierino di Marsala secco.

Il risultato di questa strategia è stato un 51/60, che per il CITI G. Galilei di allora non era niente male.

Ho seguito tutto il ciclo scolastico con il mio gemello Gigi e, giunti alla maturità, contavamo ancora su un’estate di vacanza, operativa come lo erano state le precedenti, prima di intraprendere il servizio militare obbligatorio. Però, non senza un certo imbarazzo, i miei ci hanno accennato di un’officina che cercava proprio l’aiuto di un paio di disegnatori meccanici. Avrebbero contato sul nostro aiuto fino alla partenza per il militare, riconoscendoci 250.000 lire al mese, 125.000 a testa, di stipendio. Abbiamo accettato, ovviamente, ma io ricordo ancora il brivido lungo la schiena che mi ha colto pensando che sarebbe incominciata una stagione lavorativa che avrebbe caratterizzato la maggior parte della mia vita. Era fine luglio 1976 e, salvo il periodo del servizio militare, ho lavorato con contratti ininterrotti fino al 30 aprile 2019.

Il mio primo lavoro “vero” è iniziato nella primavera del 1977 con un contratto di borsa di studio presso un centro di ricerca in campo navale. Quell’ambiente mi colpì profondamente per la sua natura specialistica, per procedure operative ancora largamente manuali e per i molti lavoratori anziani che vi operavano come consulenti specialisti in quanto avevano vissuto in precedenza la grandezza postbellica dei cantieri navali italiani. Giovane perito industriale meccanico, inesperto, mi trovavo a dover imparare velocemente il mestiere del costruttore navale, non senza provare il disagio di non sapere nulla delle navi pur essendo un genovese. Per mia fortuna il mio “gemello” di assunzione era un costruttore navale vero, e quella non era la sua sola autenticità. Lorenzo era competente, paziente e generoso nel trasmettere ciò che sapeva. Il nostro intervallo quotidiano prevedeva la rinuncia al pasto in mensa, per un giro cittadino con la sua motocicletta e la visita alla Cantina del chianti in Via Frugoni o all’oste Mauro, quello dell’Asinello, in Canneto il Lungo. A quell’epoca coltivavo una passione intensa per l’alpinismo e spesso iniziavo la settimana di lavoro stanco e teso per le arrampicate del fine settimana; ero intrattabile, ma non per lui. Mi dispiace esserci persi di vista dopo che ho cambiato lavoro nel 1982 e posso solo consolarmi per il fatto che ancora oggi guido quella stessa motocicletta, che avevo acquistato da Lorenzo nel 1979.

Il banco da disegno navale ha un piano orizzontale di circa uno per quattro metri. Uno strumento di queste dimensioni non consente uffici piccoli: richiede una sala disegno. Quindi i disegnatori navali lavoravano necessariamente in spazi condivisi, molto prima che l’espressione “open space” entrasse nel lessico aziendale. La collocazione in un’unica sala di tutte le postazioni che sviluppavano le varie specialità di un solo progetto rendeva l’ambiente di lavoro vivace e continuo nel confronto. Con Lorenzo, sotto la guida teorica del carenista Doria e quella pratica dei disegnatori Taccini e Parodi, due disegnatori consulenti già in pensione che all’inizio della giornata indossavano un grembiule leggero per proteggere dall’usura i calzoni quando dovevano appoggiarsi al banco di lavoro e, per lo stesso motivo, indossavano anche dei manicotti sopra la camicia, ci occupavamo dell’aspetto idrodinamico del progetto. L’istruzione avveniva quasi interamente in dialetto genovese. Gli strumenti principali per il disegno della carena erano i “ciungi”, pesi in piombo sagomati che bloccavano le aste flessibili sul piano di costruzione, il reticolo delle sezioni nei tre piani della forma. Era l’uso dei “ciungi” che richiedeva un piano orizzontale.

Le aste flessibili fermate dai piombi erano costruite in legno da un falegname che aveva il laboratorio presso la Villa Giustiniani Cambiaso di Albaro, allora sede della facoltà di Ingegneria Navale di Genova. Le “linee d’aegua” si rastremavano verso un’estremità, così da favorire l’avvio delle linee verso la chiusura di poppa o verso il dritto di prua. Una versione più robusta di queste aste flessibili era “a cua de rattu”. Esistevano anche aste spesse alle estremità e sottili al centro, necessarie per tracciare “a sessiùn mestra”. Le più sottili erano costruite con il legno di bosso (büsciu). Un piano di costruzione richiedeva settimane: partendo da una bozza delle sezioni trasversali, occorreva far coincidere tutti i punti d’incontro delle sezioni orizzontali e longitudinali.
Si raccontava che nei cantieri Ansaldo alcuni disegnatori, pur avendo lavorato insieme per tutta la vita, continuassero a darsi del “vu scia”.
“Vu scià cusse scia ne dixe? A va ben questa linea d’aegua?”, “Scia l’agge pasienza, ma a me pà in po troppu süssà”. (troppo succhiata, nel senso di troppo fine in chiusura). E ancora più impegnativo, a mio parere, era il disegno delle eliche.

Fra i colleghi giovani ve ne erano due, nelle postazioni di lavoro davanti alla mia, che si occupavano della schematizzazione delle strutture navali in elementi finiti, da valutare con il programma di calcolo Nastran, sviluppato dalla NASA. Un livornese di mezza età era specializzato nella sistemazione dell’apparato motore. Aveva un portamento elegante, ma a volte giocava ad essere irrispettoso verso i più anziani sostituendosi a loro nella funzione di mentore di noi giovani. Da lui ho imparato l’imprecazione “bù di hulo” che fino ad allora non avevo mai sentito. Lo specialista della struttura della nave era riconosciuto come molto valente, ma spesso era preso di mira per la sua avarizia. Sul suo banco, assieme ai disegni strutturali della “sessiùn mestra” abitavano i tomi dei vari registri di classificazione; RINA, ma anche Det Norske Veritas, American Bureau of Shipping, Bureau Veritas, Lloyd Register.

Ultimo componente operativo era il disegnatore dei Piani Generali, la mappa dell’imbarcazione. Era un uomo di Sestri Ponente, di indole socialista, non particolarmente apprezzato dalla direzione. I Piani Generali sono dei disegni complessi e di sintesi e il signor Cavalli era davvero bravo nel suo lavoro. Per mitigare la sua posizione a volte difficile, alcuni colleghi lo avevano coinvolto per la predisposizione di uno schizzo a matita che serviva urgentemente al Direttore, impegnato in una importante riunione. Quando il prodotto, terminato in tempi brevi, è stato consegnato al Direttore, questi è subito esploso con rabbia: “Avevo detto a matita, non a china”. “Ma, Signor Direttore, è a matita”.

La nostra attività era anche rivolta alla valutazione della geometria della nave, anche con l’uso di planimetri, dei calcoli di stabilità, di valutazione delle prove in vasca navale e delle prove di navigabilità in mare. Per tutti questi lavori nella sala disegno avevamo un calcolatore Olivetti Programma 101, ma gli anziani usavano ancora alcune calcolatrici meccaniche, e nel centro c’era un calcolatore elettronico IBM e altri, con input dati a schede, dischi rigidi amovibili di grosse dimensioni, stampante a modulo continuo grande come una lavatrice.

 

I giri del tavolo

Valter, dopo aver letto il mio ultimo post, con tono di rimprovero scherzoso, mi ha detto: “Però non l’hai raccontata tutta; non hai detto dei giri del tavolo.”

È vero. Aggiungo però che è stato solo per un vuoto di memoria. Non era mia intenzione mascherare situazioni che possono incrinare l’immagine degli assidui giovani lavoratori che forse ho descritto con troppa enfasi.

La smania per l’arrampicata mi dominava dopo che avevo frequentato un corso di alpinismo nel 1980. Avevo anche detto che con il mio collega di lavoro Lorenzo, a piedi o in moto, giravamo per il centro di Genova durante la pausa pranzo, invece che andare in mensa. A proposito della moto, devo aggiungere che allora l’obbligo del casco non vigeva ancora.

Un episodio che può dare la misura della mia fissazione per l’arrampicata riguarda una volta che, in uno dei giri con Lorenzo, mi trovavo in Piazza de Ferrari dal lato del Teatro Carlo Felice. Passò di lì in Vespa Marco, uno dei miei più assidui compagni di cordata, ed essendo senza casco poté richiamare la nostra attenzione gridando: “Camilluu!”. Proseguì poi la sua corsa girando attorno alla vasca che ancora si trovava al centro della piazza, così da urlarmi, in un secondo passaggio davanti a noi: “Existe anche a patatta!”.

In effetti il fuoco sacro che mi animava allora era di fatto incompatibile con implicazioni amorose.

Il luogo dove lavoravo aveva un lungo corridoio in testa al quale, sul lato sud, c’era la postazione del dirigente, mentre, sulla destra dell’altra estremità, c’era la sala disegno, con di fronte il deposito della cancelleria. Anche questo locale aveva delle caratteristiche specifiche per il disegno navale. Al suo centro c’era un tavolo che serviva a tagliare, dai rotoli di fornitura, i grandi fogli di carta lucida sui quali disegnavamo. Il ripiano di quel mobile appoggiava su solide gambe ed era largo almeno un metro e mezzo. I bordi laterali erano fasciati da una banda metallica che facilitava il taglio dei fogli. Mi capitò di vedere in quel mobile un attrezzo da allenamento, perché la parte inferiore del piano, posizionata a poco più di un metro da terra, sembrava un tetto da superare in arrampicata. Quel modo di vedere le cose mi aveva già permesso di individuare come arrampicabili tanti manufatti, soprattutto nell’ottica del sassista. Ad esempio, passando da Orco per uno o più bicchieri del nostralino della Toppia, dopo una giornata di arrampicata in quell’area del finalese, non mancavo ancora di provare un passaggio di arrampicata che prevedeva di ristabilirsi in piedi sul lastrone che fascia la base del campanile, senza approfittare dell’aiuto dello spigolo del campanile stesso. Eravamo in tanti ad avere un approccio di quel genere; nel 1982 era stato pubblicato “Sassismo, spazio per la fantasia”, considerato una pietra miliare del bouldering (che all’epoca in Italia veniva appunto chiamato “sassismo”), dove Gian Carlo Grassi esponeva un censimento maniacale di tanti massi sui quali@ si poteva sviluppare un gesto di arrampicata. A Genova molti arrampicavano già sui muri verticali del “tritagalüsci” di Punta Vagno.

Generalmente, in una pausa di lavoro autogestita nel primo pomeriggio, incitato dai miei giovani colleghi iniziai a usare quel tavolo per i miei acrobatici allenamenti. Partendo dal piano superiore, mi lasciavo scivolare al di sotto di uno dei bordi laterali, attraversavo la faccia inferiore per ristabilirmi poi nuovamente sul piano superiore salendo dall’altro lato. Tutto questo senza toccare a terra e avendo a disposizione la sola presa dei due bordi, resi taglienti dalla banda metallica di rivestimento.

Eseguivo quella traversata in tre versioni che avevano difficoltà crescenti. Il passaggio più agevole era quello che chiamavo laterale, con il mio corpo in asse con i bordi del tavolo. C’era poi quello longitudinale, con la testa in avanti e quello longitudinale con piedi in avanti, il più difficile perché richiedeva di uscire da sotto il tavolo con una posizione a candela e ribaltamento del corpo sul piano del tavolo. La tecnica dei tre passaggi richiedeva la forza fisica necessaria a rimanere appeso sotto il tetto senza toccare a terra, ma il segreto del successo stava nella gestione del trasferimento “dolce” del proprio baricentro da un bordo all’altro, giocando anche con gli agganci dei piedi. Era proprio questa necessità tecnica ad avvicinare questa prestazione indoor all’arrampicata su roccia strapiombante.

Un giorno è successo che un giovane ingegnere, prestante e sicuro di sé, volesse provare il passaggio laterale. Con la sua forza è riuscito a rimanere appeso sotto con mano e piedi destri appigliati a un bordo e quelli sinistri all’altro. Non riusciva però a gestire il trasferimento del baricentro verso il bordo di uscita e, dopo un po’ di tentativi, ha chiesto il mio aiuto: “Camillo, sono nella merda”. Non ha però ottenuto la mia risposta, anzi, ha forse percepito il silenzio improvviso di tutti i presenti. Da sotto il tavolo poté solo vedere le scarpe e i calzoni del dirigente che ha intimato: “Scendi giù di lì!” e lui: “Sono proprio nella merda”.