di Luca Cangianti
Alberto Sebastiani, Il poliziesco e la letteratura italiana contemporanea, Carocci, 2026, pp. 209, pp. 22,00.
Il giallo è un genere di mero intrattenimento in cui lo schema fisso ruota intorno a un crimine, all’indagine per scoprire il colpevole e alla soluzione dell’enigma. Giusto? Manco per niente, afferma Alberto Sebastiani nel suo nuovo saggio Il poliziesco e la letteratura italiana contemporanea. Questa definizione è un mero cliché che separa la letteratura “alta” di scandaglio psicologico individuale da quella popolare, buona, tutt’al più, a farci passare qualche ora in beata spensieratezza.
In primo luogo Sebastiani preferisce utilizzare la nozione di modo piuttosto che quella di genere. Il primo consente infatti di far risaltare meglio il dialogo che il poliziesco intrattiene con altri modi: fantastici (come nella Casa femmina di Lino Aldani, nel ciclo di Eymerich di Valerio Evangelisti e in Eva di Nicoletta Vallorani), spionistici (come nel Candeliere a sette fiamme di Augusto De Angelis) e horror (come in Bloodyline di Gianfranco Nerozzi). Certo, il poliziesco è figlio della modernità borghese, della fiducia nella conoscibilità del mondo e nella capacità umana di risolvere gli enigmi con il potere della razionalità e della scienza. Tuttavia, con lo stesso sviluppo storico della società capitalistica, le cose si evolvono e già il commissario Maigret, ci ricorda l’autore, nel «Caso Saint-Fiacre non riesce a leggere la realtà, diventa un gregario, inetto, incapace di svolgere le indagini e quindi di scoprire la verità, cioè quanto più di lontano si possa pensare da un investigatore.»
Ma c’è di peggio (o di meglio, a seconda dei punti di vista). Sebastiani, rifacendosi alla lezione di Valerio Evangelisti, sostiene che i temi più scomodi, sommersi e indicibili, si nascondono spesso proprio dove meno te lo aspetti, per esempio in una pubblicazione di carta a basso costo con la copertina gialla: «il giallo è un cavallo di Troia, dove Ilio è il lettore da conquistare nell’ecosistema mediale attuale, e il cavallo una storia che può acquisire più configurazioni, ma attraente, e in grado di veicolare contenuti non banali, o addirittura “impegnati”, per cercare di orientare una (diversa?) coscienza del reale.»
Ciò vale massimamente per il poliziesco italiano, nato a cavallo tra il XIX e il XX secolo, che si caratterizza subito per l’attenzione alle classi disagiate, alle ingiustizie sociali e alla criminalità organizzata, in un clima di sfiducia per le istituzioni e nella possibilità di ristabilire, o perfino concepire, un ordine, una linea di demarcazione tra legale e illegale. Sebastiani passa così in rassegna – con larghe spalle accademiche, ma l’affabulazione del narratore – molti dei fondatori riconosciuti del giallo italiano, da Alessandro Varaldo ad Augusto De Angelis, dedicando tuttavia molto spazio alla produzione più recente. In quest’ultimo caso, oltre alla ricca base empirica va menzionato il taglio multimediale del saggio con un’attenzione originale a webzine, blog letterari e podcast.
Il virus delle tematiche “massimaliste” viene rilevato nel Nome della rosa di Umberto Eco, in cui vengono trasposti i conflitti degli anni settanta, in Falange armata, in cui Carlo Lucarelli descrive una nuova strategia della tensione, nella saga dell’Alligatore, in cui Massimo Carlotto mette in scena l’irriducibilità della memoria del decennio rivoluzionario italiano a fronte del potere dei vincitori. E così il “delitto” finisce per diventare un mero pretesto per parlare d’altro: lotta armata, repressione politica, mafia, razzismo, omofobia, overtourism. Alla faccia del mero intrattenimento!



