di Fabio Ciabatti

Azem Ibtisam, Il libro della scomparsa, Hopefulmonster, Torino 2021, pp. 172, € 23,00

Quella tra i palestinesi e gli israeliani è “una forma di coabitazione forzata che non prevede contatto. Vicinanza senza relazione”. Il popolo occupante e quello occupato confinano in una realtà “che connette senza comunicare”. Una realtà in cui “non ci si incontra mai davvero” e dove “l’unico luogo di contatto, reale e umano, è la linea del fronte”. Vengono in mente queste parole di Alba Nablusi, scritte nel suo recente testo Lessico palestinese, per introdurre Il libro della scomparsa, romanzo della scrittrice e giornalista israelo-palestinese Ibstsam Azem, uscito in arabo nel 2014, tradotto in italiano nel 2021 e opportunamente ripubblicato nel 2025, con una postfazione alla ristampa di Paola Caridi.
Il testo, come sostiene la stessa autrice, si può accostare al genere del realismo magico dal momento che la storia ruota attorno all’improvvisa e inspiegabile scomparsa di tutti i palestinesi in Israele e nei Territori occupati. Cosa succede agli israeliani quando scompare il loro nemico? Disappunto per i problemi che derivano dall’assenza di un grande numero di lavoratori, ovviamente. Delusione per il “tradimento” di persone cui si è dato fiducia consentendogli magnanimamente di vivere e lavorare in Israele. In alcuni casi, preoccupazione per il buon nome dello stato sionista, possibile oggetto di critiche per aver organizzato una nuova pulizia etnica. Ma ancor di più sconcerto e inquietudine per una possibile trama ordita nell’oscurità dai palestinesi che potrebbero sbucare come zombie per vendicarsi. E soprattutto sollievo perché, come per miracolo, il più grande problema di Israele si è finalmente risolto. In fin dei conti, a nessuno interessa veramente la sorte dei palestinesi. I più aperti tra gli ebrei israeliani esprimono solo il desiderio che li lascino in pace.
La vicenda viene narrata attraverso la descrizione di diverse scene di vita quotidiana che, collegate al contesto generale del racconto ma indipendenti dalla trama principale, potrebbero rappresentare dei brevi racconti a se stanti. Ma soprattutto la storia riguarda due protagonisti, più una terza di cui parleremo più avanti. Il primo è Ariel, ebreo israeliano, corrispondente da Tel Aviv per una testata statunitense, sionista liberal. Il secondo è Alaa, cameramen freelance palestinese con cittadinanza israeliana. I due vivono a Giaffa nello stesso palazzo, anche se si ignorano reciprocamente finché non fanno conoscenza attraverso una comune collega, una giovane tedesca ossessionata dal senso di colpa per l’Olocausto. Alaa si presenta al suo futuro amico dicendo in tono scherzoso: “Shalom, Ariel. Sono l’arabo della festa, quello di cui avete bisogno per poter dire che avete un amico arabo”. Ariel scoppia a ridere e inizia così un rapporto sincero, ma inevitabilmente conflittuale. Un rapporto possibile perché entrambi sono figure tormentate: Ariel deve far convivere le sue convinzioni liberal con la sua anima sionista, mentre Alaa deve mettere d’accordo il suo status di cittadino israeliano con la suo nazionalità palestinese.

Ariel non mette mai in dubbio il diritto degli ebrei sulla terra di Israele. E i palestinesi? Beh, i vincitori non si guardano indietro. Vanno dritti alla meta spianando la strada del futuro. Per lui l’esercito israeliano è guidato dagli ideali umani come valore più alto. In fin dei conti, il suo paese è l’unica democrazia del Medio Oriente. Certo, la giustizia assoluta non è cosa di questo mondo. D’altra parte dov’era la giustizia quando i nazisti perpetravano l’Olocausto? In ogni caso Ariel pensa che Israele debba ritirarsi dalla Cisgiordania e da Gaza e consentire la creazione di uno Stato palestinese demilitarizzato per concentrarsi sul problema principale, l’Iran e il suo braccio armato Hezbollah. Quando esprime queste idee durante una cena i suoi commensali lo guardano come se venisse da un altro pianeta. Come può lui, figlio di un martire delle forze armate, chiamare quella terra Cisgiordania invece di Galilea e Samaria?
In realtà, anche Ariel nella maggior parte dei casi utilizza gli antichi nomi biblici per indicare i territori occupati dove viene inviato per il suo servizio di leva.  Inizialmente, pensa di rifiutarsi quando viene a sapere che dovrà andare ad Hebron, anche se non è contrario in linea di principio a fare il militare. Alla fine accetta l’arruolamento perché ritiene che la cosa più importante sia poter scrivere della situazione sul campo. Ma finisce per vivere un vero incubo. A Hebron vede un palestinese quattordicenne che lancia pietre freddato da uno dei tanti cecchini dell’esercito, vere e proprie divinità che premendo il grilletto possono decidere della vita e della morte. E subito dopo vede l’amico del ragazzo ucciso fermo a un centinaio di metri con le mani piene di sassi, in un silenzio glaciale, perché dentro di lui la paura è morta. Esperienze come questa fanno vacillare ma non crollare le sue certezze sioniste. Per esempio la convinzione che suo nonno, gentiluomo inglese trasferitosi nella terra promessa negli anni Venti del Novecento, non era un colonizzatore, dal momento che non aveva mai appoggiato l’espulsione dei palestinesi. Anche se, deve ammettere a malincuore, gli assomigliava molto, convinto com’era che ogni progresso a quel popolo di nomadi e contadini era stato portato dagli europei.

Il tormento di Alaa è probabilmente ancora più profondo. Quando si trova inavvertitamente a esprimersi in ebraico, sente una voce estranea che parla al posto suo. Per superare gli esami a scuola e all’università deve memorizzare i racconti e i sogni degli ebrei israeliani sulla terra dei suoi avi seppellendo dentro di sé le proprie storie e quelle dei suoi simili. La memoria dell’Altro, insinuata nella propria, è la tassa da pagare per avere il diritto di restare nella terra oramai appropriata dal colonizzatore. Ma la memoria non scompare perché si eredita come il colore degli occhi e della pelle. E ad Alaa è stata trasmessa da sua nonna, il terzo tra i personaggi principali del libro. La conosciamo, in una sorta di prologo, nel primo capitolo, quando si lascia morire da sola davanti al mare di Giaffa, oramai stanca della vita. Ma la sua presenza aleggia per tutto il racconto perché è la persona con cui Alaa dialoga costantemente nei suoi pensieri e nelle pagine del suo diario che costituisco molti dei capitoli del romanzo.
La nonna rappresenta per il nipote la memoria del popolo palestinese e della sua catastrofe. Nel 1948, incinta di sei mesi, aveva deciso di rimanere a Giaffa. In quell’anno la città, successivamente inglobata da Tel Aviv, conta più di centomila abitanti palestinesi. Durante la Nakba scompaiono quasi tutti, “Come se il buio li avesse inghiottiti. Come se il mare li avesse rapiti”, sostiene la nonna. Ne rimangono appena quattromila. Tra questi lei, abbandonata da tutta la famiglia fatta eccezione per il padre che, però, presto morirà oramai impazzito, delirando di un ritorno a casa perché incapace di riconoscere la città in cui aveva vissuto per tutta la sua vita.  Giaffa è una città infestata dai fantasmi. Le sue strade sono piene di gente, eppure vuote, si lamenta la nonna che però continua ad amarla. Camminando in questi luoghi insieme al nipote, utilizza nomi diversi da quelli scritti sui cartelli. Di notte sente ancora il vociare, la musica e i tamburi delle vecchie feste di matrimonio palestinesi. E così Alaa impara a vedere quello che vede lei. Due città incarnate l’una nell’altra. Il nipote e la nonna diventano due spettri che vivono l’uno nella città dell’altra.
C’è qualcosa, nei sopravvissuti, che li rende perennemente soli, nota Alaa pensando alla nonna. Orfani a casa propria. Eppure è la stessa la nonna a ripetere spesso che tutto andrà bene e a continuare ad amare la vita, pur abitando in una città che, sostiene, non la riconosce. A differenza di molti reduci della Nakba, ammutoliti dal dolore, ha la forza per continuare a raccontare la sua storia, anche se il peso del passato la spinge spesso a chiudere i suoi discorsi con un improvviso “adesso basta”. Per questo la sua memoria è indelebilmente impressa nella mente del nipote. Una memoria con molte crepe che non significano mancanza di chiarezza, ma inestirpabile dolore. Alaa è arrabbiato con lei per questo fardello che gli ha trasmesso ma, in realtà, ce l’ha con la nonna perché è rimasto solo quando lei ha deciso di lasciarsi morire. Ogni scomparsa lascia dietro di sé qualcosa di irrisolto. Per quanto possiamo illuderci, nulla sparisce mai del tutto. 

Lo stesso vale per Ariel che, chiedendosi dove sia finito il suo amico dopo la scomparsa di tutti i palestinesi, prova una sorta di rabbia. Perché Alaa non si era mai potuto godere il fatto di vivere in un paese moderno che gli permetteva di essere libero? Per quale motivo non aveva capito che solo rimanendo, un giorno, avrebbe forse potuto cambiare tutto quello che voleva? Come mai si era sempre fatto ostacolare dal passato invece di guardare avanti? Probabilmente per trovare una risposta a queste domande irrisolte Ariel inizia a leggere ossessivamente il diario di Alaa che trova entrando a casa dell’amico, grazie al fatto che i due si erano scambiati le chiavi dei rispettivi appartamenti per qualsiasi evenienza. Vedendolo immergersi nei pensieri dell’amico, il lettore può sperare che Ariel possa finalmente comprendere davvero il suo Altro. Che il colonizzatore possa riconoscersi nel colonizzato. Ariel e Alaa, in fin dei conti, hanno un legame vero e, pur divisi dall’appartenenza etnica, non rappresentano certo le componenti più intransigenti delle due parti in conflitto. È possibile infrangere i limiti angusti della realtà, che sembra imprigionata nella ripetizione all’infinito di uno scontro sanguinario, almeno attraverso l’immaginazione fantastica?

Alla fine, però, dobbiamo constatare che l’improvvisa scomparsa di tutti i palestinesi è un evento meno fantasioso di come potrebbe apparire a prima vista. Non è forse la narrazione ufficiale israeliana a raccontarci che tra i settecento e gli ottocentomila palestinesi si sono dileguati di loro spontanea volontà dal territorio del nuovo stato tra il 1947 e il 1948 , come se il buio li avesse inghiottiti? Se nel romanzo la scomparsa dei palestinesi appare come un’assurdità, non lo è altrettanto la verità di stato sulla loro sparizione nel corso della sedicente guerra di liberazione della terra promessa?

Insomma, l’impressione è che il racconto di Ibstsam Azem non ci proietti in avanti verso una soluzione immaginaria delle contraddizioni del presente, ma ci catapulti nuovamente in un passato irrisolto. O meglio, in una sorta di ripetizione utopica del passato. Una utopia esclusivamente sionista, sia ben inteso, che nasce dal più contradditorio dei desideri: poter eliminare completamente i palestinesi liberandosi di ogni senso di colpa e senza perdere il proprio status di vittima per eccellenza. Un desiderio talmente radicato che può portare a capovolgere ogni logica, come accade nel romanzo quando Ariel legge un blog in cui i palestinesi, con i loro racconti sulla Nakba, sono accusati di aver rubato agli ebrei israeliani la loro catastrofe. Sono stati proprio questi ultimi, sostiene infatti il blogger, che hanno sofferto più di tutti per aver ucciso chi voleva ucciderli facendo violenza alla propria natura misericordiosa.
Sia come sia, non si può scappare da un senso di déjà vu quando leggiamo il discorso che, nel romanzo, il primo ministro israeliano tiene davanti alla Knesset: 

Nelle prossime ore faremo un censimento, e a tutti coloro il cui nome non compare, o che non ritornano entro le quarantotto ore dai primi casi di scomparsa degli arabi, ovvero entro le tre del mattino, non sarà consentito di rientrare. I loro diritti e le loro proprietà verranno trasferiti allo stato. Queste persone sono scomparse dal nostro paese di loro spontanea volontà. Non abbiamo cacciato nessuno, e sarebbe impossibile per chiunque provare il contrario […] Ci piacerebbe sapere dove sono andati, ma in fin dei conti questa è stata la loro decisione e noi non abbiamo obbligato nessuno ad andarsene. Qualunque sia la ragione, hanno scelto di partire, come altri palestinesi in precedenza, e di tornare nei loro paesi. 

Come altri palestinesi, appunto, che una legge israeliana del 1950 consentiva di espropriare dei loro beni in quanto assenti, cioè residenti al di fuori dei confini del nuovo stato tra il 1947 e il 1948, durante la guerra. O, per aggiungere un tocco surreale all’infamia, in quanto presenti-assenti, vale a dire persone che nel medesimo periodo erano state lontane dalle loro residenze abituali pur essendo rimaste all’interno dei confini di quella che sarebbe diventata la la terra di Israele.

Ma, in conclusione, torniamo a uno dei protagonisti della nostra storia. Ariel, senza un motivo apparente, si trasferisce nella casa di Alaa. È notte. Sente un brusio, ma non riesce a capire da dove venga. Ricomincia a leggere il diario del suo amico scomparso e sente di nuovo un bisbiglio. Alla fine si addormenta con un’idea fissa che torna anche nei suoi sogni: devo cambiare la serratura della porta.
In fin dei conti, sionista liberal o un sionista messianico poco cambia, sembra dirci l’autrice. C’è un comune istinto predatorio che, però, non riesce a cancellare una profonda inquietudine. Perché questo assillo di cambiare la serratura? Forse perché alle porte dell’inconscio israeliano continua a bussare il fantasma dei palestinesi che conservano a distanza di generazioni le chiavi delle case da cui sono stati scacciati per poterci un giorno fare ritorno?