di Paolo Lago
“Ma come fate a non sapere un cazzo del posto dove state?” dice Giulio a Doriano e Carlobianchi mentre stanno visitando la Tomba Brion, al che quest’ultimo gli risponde: “Non sappiamo un cazzo ma sappiamo tutto”. E probabilmente ha ragione perché i protagonisti del bel film Le città di pianura (2025) di Francesco Sossai, Doriano detto Dori e Carlobianchi (interpretati rispettivamente da due bravissimi Pierpaolo Capovilla e Sergio Romano) sono due personaggi in continuo movimento, nomadici, legati strettamente al territorio ma soggetti a una continua deterritorializzazione come i nomadi di Deleuze e Guattari, esponenti di una nuova soggettività policentrica, queer e metamorfica. Il loro movimento continuo attraverso le strade del Nord Est è un espediente conoscitivo che non scaturisce da una volontà predeterminata ma dalla casualità. Doriano e Carlobianchi si muovono esclusivamente per andare a “bere l’ultima”, il cosiddetto “bicchiere della staffa” e per questo motivo sarebbero capaci di spostarsi, in piena notte, da un capo all’altro della loro terra, il Veneto. Perché Le città di pianura è un film strettamente legato al territorio, un esperimento di mappatura dei luoghi che attua una riscrittura creativa del territorio stesso. Contemporaneamente fiabesco e reale, quello spazio che pare scaturito da un “capriccio” del Veronese che osserva Giulio (un altrettanto bravissimo Filippo Scotti) nella villa del Conte, è forse allora il protagonista indiscusso del film. I personaggi nomadici, lanciati in una dimensione picaresca on the road alla ricerca del bicchiere della staffa, possiedono uno sguardo particolare – forse magico e fiabesco – sullo spazio che attraversano, un po’ come Totò e Ninetto nei film-fiaba di Pasolini (penso a Uccellacci e uccellini e a La Terra vista dalla Luna), che si trovano a solcare le periferie romane nel momento della trasformazione del boom economico. Fra cantieri e segnaletiche strampalate, fra spazialità lancinanti che verranno cementificate, i due si muovono come folletti straniti in un’età dominata da un cieco sviluppo.
Non troppo diversa è l’età, quella contemporanea, in cui si muovono Doriano e Carlobianchi: anche adesso il territorio appare continuamente soggetto a scempi paesaggistici, a distruzioni, a cambiamenti inaspettati. Fiabeschi e marginali, a volte i due si trovano in mezzo a personaggi ancora più straniti, ma stavolta in senso negativo (ma che pure si pensano ‘normali’), storditi e ‘zombificati’ dallo sviluppo e dal conformismo. Come nel momento in cui si recano nel locale in stile far west lungo la strada per Venezia dove, sorseggiando una birra, Doriano osserva: “Sembra di stare negli Stati Uniti”. E in effetti si trovano in mezzo a ragazze con cappelli da cow boy che si muovono meccanicamente al suono di folk music, fra musicisti agghindati anch’essi alla cow boy e bandiere americane. Le persone spente, stranite e zombificate che si trovano nel locale sono forse una metafora della società contemporanea, dell’incapacità degli individui di sentirsi vicini al proprio territorio in modo positivo e propositivo. Forse, invece, i frequentatori del locale sono capaci di essere vicini al territorio solo in modo deleterio e negativo, con tutte le implicazioni sovraniste, razziste e leghiste, un po’ come i frequentatori dei bar che si lamentano delle gestioni cinesi in un altro bel film ambientato nel Nord Est, Io sono Li (2011) di Andrea Segre. Mentre loro sono dentro a stonarsi nel loro universo fatto di America e di cow boys, fuori dal locale Carlobianchi si fa offrire una sigaretta da un curioso personaggio, un tedesco che gira l’Italia per vederla prima che gli italiani la distruggano e che sta cercando il cantiere dell’autostrada Lisbona-Treviso-Budapest, che sembra un aggiornamento 4.0 dei cantieri solcati da Totò e Ninetto nei film di Pasolini. Mentre una gran parte di paese passa il suo tempo nell’indifferenza e nel qualunquismo, quello stesso paese viene progressivamente vandalizzato e devastato dal potere, con la tacita connivenza di molti.
Nel loro movimento continuo, i personaggi sembrano poi metamorficamente assumere connotazioni provenienti da altre storie e da altri film. Ad esempio, quando ‘agganciano’ Giulio, giovane studente di architettura, in una Venezia notturna alla festa per la laurea di Giulia Antonia, di cui è segretamente innamorato, i due assomigliano un po’ al Bruno Cortona-Vittorio Gassman in Il sorpasso (1962) di Dino Risi che, a sua volta, ‘aggancia’ e si porta con sé il timido Roberto Mariani (Jean-Louis Trintignant), innamorato di una sua compagna di università che vive in Versilia. Come il personaggio di Trintignant (ma in una storia, stavolta, con happy end), Giulio è sempre sul punto di abbandonare i due per tornarsene a casa, alla sua vita ‘seria’ fatta di studio. Senonché, i due fiabeschi folletti avranno il compito di incoraggiarlo e di instradarlo verso la sua amata che, guarda caso, abita a Verona, città da innamorati. Nel momento in cui Giulio sale sul treno per recarsi dalla ragazza non riesce a capirsi con Carlobianchi, che gli dice qualcosa quando le porte sono già chiuse; allo stesso modo, alla fine di La dolce vita (1959) di Federico Fellini, Marcello (Marcello Mastroianni) non riesce a capire le parole di una ragazza che gli parla da lontano sulla spiaggia. Carlobianchi, poi, nella sua continua ricerca di sigarette che non compra perché – dice – “io non fumo”, può far pensare al personaggio di Domenico (Erland Josephson) in Nostalghia (1983) di Andrej Tarkovskij, che chiede sempre una sigaretta perché non fuma dicendo: “bisogna imparare a non fumare, bisogna imparare a fare le cose importanti”.
Dori, Carlobianchi, Giulio e anche Genio (Andrea Pennacchi), il vecchio amico tornato dall’Argentina, sono legati al territorio ma anche estranei: se Dori e Carlobianchi sono fiabescamente marginali, Giulio, studente di architettura a Venezia, è ‘straniero’ in quanto napoletano e Genio ritorna come un forestiero dopo un lungo soggiorno in Argentina. Lo vediamo in immagini poetiche mentre attraversa territori sconfinati insieme ai lavoratori del posto, o sperduto in bivacchi notturni dove, appunto poeticamente, la sua figura potrebbe evocare i versi di Dino Campana dedicati al periodo trascorso dal poeta in Argentina: “Quiere Usted Mate? Uno spagnolo mi profferse a bassa voce, quasi a non turbare il silenzio della Pampa. Le tende si allungavano a pochi passi da noi seduti in circolo in silenzio guardavamo a tratti furtivamente le strane costellazioni che doravano l’ignoto della prateria notturna” (D. Campana, Canti orfici, Rizzoli, Milano, 1989, p. 183).
E il territorio, sotto lo sguardo dei personaggi, non cessa di cambiare. Spariscono vecchi luoghi del cuore, autentici e popolari, stritolati dalla macina sfrenata dello sviluppo, come la trattoria della Mery dove i tre amici si recavano a mangiare le lumache mentre le vecchie case vengono abbandonate e nuove autostrade e veloci vie di comunicazione si apprestano a devastare antichi giardini e ville storiche. La narrazione on the road di Le città di pianura srotola un movimento picaresco che fotografa in tanti flash il territorio del Nord Est e i suoi spazi, lembi di terra ormai preda del degrado e della solitudine, specchio dell’intero paese. Per guardare allo spazio circostante i personaggi sembrano scegliere una specie di contro-spazio, la Tomba Brion, costruita dall’architetto veneziano Carlo Scarpa e rimasta incompiuta, che si configura quasi come una eterotopia foucaultiana. Da questo luogo ‘altro’, diverso, separato dal contesto quotidiano, Doriano e Carlobianchi, insieme a Giulio, scrutano campi abbandonati e villette a schiera tutte uguali che si susseguono nella eterna periferia delle “città di pianura” del Nord Est. Città blandite e ferite, come la working class che le abita, da crisi su crisi e da cinici esponenti del capitale come il Cavalier Fadìga (Roberto Citran), pronto a premiare, appunto cinicamente, l’operaio Sossai (che ha lo stesso nome del regista) nel giorno del suo pensionamento.
Eppure, lo sguardo incantato dei personaggi, perennemente on the road per andare “a bere l’ultima”, sembra poter sovvertire qualsiasi convenzione e normalizzazione, qualsiasi cinismo nascosto nelle pieghe della calma piatta quotidiana. Perché la stessa passione per il bere che li caratterizza, più che un vizio moralisticamente da condannare, appare come un ulteriore legame culturale con lo spazio che li circonda e una spinta aperta alla socializzazione, in una successione pressoché infinita di incontri, contro l’individualismo imperante. “Andiamo a bere l’ultima?” è la risposta popolare e sociale, intrisa della cultura del popolo, all’individualista, volgare, elitaria e ignorante “Milano da bere” degli anni Ottanta. La ricerca continua del “bicchiere della staffa” sembra assumere i tratti della ricerca dell'”antica festa” in un mondo ormai ‘tecnicizzato’, secondo quanto scrive Furio Jesi riguardo alla trilogia La bella estate (1949) di Cesare Pavese. Come nota Jesi, “le «feste» dei tre romanzi sono le lunghe veglie in compagnia, nelle ore notturne in cui i personaggi si uniscono e continuano a camminare per la città e per la collina, esitando sempre all’istante di lasciarsi, prolungando fino all’alba quell’essere desti insieme che nell’antichità era condizione festiva, ma coincideva con l’attesa e la celebrazione di un’epifania oggi impossibile” (F. Jesi, Letteratura e mito, Einaudi, Torino, 1968, p. 163). La ricerca dell’ultimo bicchiere è quasi un legame impossibile con il mito, il prolungamento di una socialità arcaica sconosciuta all’universo della tecnologia che devasta gli spazi in nome del profitto e che, dopo avere cementificato quegli stessi spazi, ha costretto gli individui nelle solitudini domestiche di fronte ad apparecchiature elettriche ed elettroniche, che siano il televisore degli inizi, lo smartphone o una smart TV con piattaforme a pagamento; è il legame diretto con le dinamiche ancestrali del saper stare insieme oggi inesorabilmente perdute. Lo sguardo dei personaggi, tra una birra, un vinello e una grappa, legge, mappa e ama follemente il territorio e la sua gente, almeno fino alla prossima devastazione.



