di Dafne Orlando
Karin Tidbeck, Jagannath, trad. di Cristina Pascotto, pp. 176, € 16, Safarà, Pordenone, 2022.
Se una sera d’estate svedese, in un teatro organico progettato da David Cronenberg, le fantasie oniriche di Neil Gaiman si materializzassero tra le fiabesche scenografie dipinte da Einar Norelius, la regia di Karin Tidbeck presenterebbe ai fortunati spettatori l’essenza di Jagannath.
I tredici racconti che compongono questa originalissima raccolta, premiata col Crawford Award 2013, finalista del World Fantasy Award 2013 e menzionata nel James Tiptree Jr. Award 2012, spaziano tra surrealismo e fantascienza, tra weird e slipstream.
Il racconto di apertura, Beatrice, è una dichiarazione d’intenti: trattasi della tormentata storia d’amore tra un uomo e un dirigibile (e tra una donna e un macchinario a vapore). La bizzarria del soggetto, che a tratti sembra anticipare le mutazioni biomeccaniche del film Titane di Julia Ducournau, si colora di una malinconia che pervade l’intera raccolta.
Sono già presenti, inoltre, alcuni temi ricorrenti in altri racconti: i nuclei familiari non convenzionali, le implicazioni emotive nel rapporto col cibo, l’ombra della morte e della fine di ogni cosa che si staglia funesta, e l’inscalfibile volontà altrui, che non si lascia domare a nostro piacere e non si piega ai nostri desideri.
La raccolta si snoda poi tra il folklore scandinavo (ora suggerito, ora esibito) di Alcune lettere per Ove Lindström, Io e Miss Nyberg, Il villaggio vacanze di Brita, La montagna delle renne, Marmellata di camemori e Pyret, la delicata metamorfosi di Herr Cederberg, l’incubo kafkiano che imprigiona il centralinista di Chi è Arvid Pekon?, il dramma teologico di Rebecka (il cui pessimismo si situa tra Lisa Tuttle e Thomas M. Disch), per approdare al trittico finale costituito da Augusta Prima, Zie e l’eponimo Jagannath, che sfocia nel fantasy venato di distopia.
Augusta Prima, vincitore del Science Fiction & Fantasy Translation Award 2013, presenta un mondo fatato e sospeso nel tempo à la Alice nel Paese delle Meraviglie in cui la stasi e l’ignoranza sono il prezzo della felicità.
Zie approfondisce la mitologia sottesa in Augusta Prima focalizzandosi sulle tre matronali crapulone che danno il titolo al racconto, i cui autofagi banchetti – preparati dalle solerti Nipoti – ne perpetuano tanto l’esistenza quanto il dominio sull’aranceto in cui dimorano; ma niente è per sempre, neppure l’eternità.
Il post-apocalittico Jagannath, che rievoca il retrofuturismo steampunk di China Miéville (e forse anche le astronavi senzienti dell’universo Xuya di Aliette de Bodard), cala sulla raccolta un sipario intriso di quieta rassegnazione.
In questo racconto, i figli della Grande Madre (la nave-insetto che li ha generati, in cui abitano e della cui manutenzione si devono occupare) sembrano usciti dalla fantasia della protagonista di Il villaggio vacanze di Brita, una scrittrice che sta progettando, tra le altre, una storia su un gruppo di bambini che lavora nella sala macchine di un’astronave. È quasi come se tra i racconti intercorresse una tensione metatestuale che amplifica ulteriormente la natura elusiva degli universi narrativi in cui si collocano, universi dai quali emerge l’assenza di Dio – e se Dio c’è, è un Dio beffardo, capriccioso e crudele.
Karin Tidbeck, che ha esordito nel 2010 con l’antologia Vem är Arvid Pekon? e che due anni dopo ha pubblicato il romanzo Amatka (uscito in Italia nel 2018, sempre per i tipi di Safarà), finalista del Locus Award 2018, con la raccolta Jagannath ha debuttato in lingua inglese, occupandosi personalmente della traduzione e lavorando con cura sugli effetti espressivi. Nei suoi racconti, infatti, un ruolo cruciale è giocato dalle atmosfere rarefatte ed evanescenti, in cui i contorni sono sfumati e i toni soffusi, come in un acquerello.
Il suo stile sobrio e minimalista non manca di una duttilità capace di adattarsi ad approcci diversi preservando la propria identità, come nel toccante Alcune lettere per Ove Lindström, scritto per l’appunto in forma epistolare, o nel borgesiano Pyret, che adotta l’espediente della voce enciclopedica sull’omonima creatura (con tanto di note).
Jagannath è una lanterna magica che proietta figure emerse da un passato mitico, visioni di un futuro sognato e inquietudini di un presente sulla soglia tra realtà e fantasia.



