di Sandro Moiso
Mario De Pizzo, Tempesta. Reykjavik, Brest, Rabat, New York e la battaglia per l’Atlantico, prefazione di Giampiero Massolo, Luiss University Press, Roma maggio 2026, pp. 100, 16 euro
Forse un titolo migliore per questo testo pubblicato dalla LUISS University Press avrebbe potuto essere Un grande avvenire dietro le spalle, rubato all’autobiografia di Vittorio Gassman e, come quella, con un sottotitolo dedicato non tanto alla vita, agli amori e ai miracoli di un grande mattatore, ma ai drammi, alle contraddizioni e gli attuali sinistri di un’bgex-grande alleanza. Quella atlantica per l’appunto.
Un elemento che Giampiero Massolo, nella sua prefazione, mette in rilievo fin da subito, parlando di un libro che «mette nero su bianco, con lucidità e senza retorica, quello che un diplomatico vede ogni giorno sul campo: il ritorno brutale della Storia, la fine di un ordine liberale che credevamo eterno e la necessità di ragionare con un principio di realtà ferreo»1.
Quello che l’autore mette, per così dire, in scena è un dramma che si svolge su un palco definito da quattro ben identificate città: Reykjavik, New York, Brest e Rabat. Quattro luoghi apparentemente lontani, ma tutti al centro di una delle tempeste geopolitiche attuali più importanti, fatta di tensioni, interessi e rivalità che agitano i mari, i fondali, i cieli e le cancellerie di tutto il mondo.
De Pizzo che durante la compilazione della sua indagine non ha fatto in tempo ad aggiungere le conseguenze delle guerra scatenata per il controllo dello stretto di Hormuz, che non hanno certo giovato all’alleanza che da sempre porta il nome dell’oceano protagonista dei conflitti anticipati o riassunti nel suo libro, molto probabilmente è stato spinto a rivolgere l’attenzione agli stessi a partire dalla “crisi groenlandese” tra Stati Uniti ed Europa sviluppatasi a partire dagli ultimi mesi del 2025 e dagli effetti geopolitici scatenati dal cambiamento climatico in atto.
Cambiamento climatico che, mentre scioglie i ghiacci dell’Artico, porta alla luce nuove risorse minerarie, permettendo allo stesso tempo l’apertura di rotte commerciali inedite tra le coste settentrionali della Russia e quei ghiacci un tempo quasi insuperabili. Mentre, allo steso tempo, alimenta conflitti antichi per il possesso e il controllo di risorse strategiche che sembrano dare vita ad una gigantesca battaglia navale, di cui la sempre suggestiva grafica delle copertine dei testi editi dalla LUISS rende bene l’idea.
Battaglia navale certo non rinviabile alle immagini d’Épinal riferibili alle battaglie navali dell’epoca dei velieri, ma neppure a quelle di Leyte e Midway, considerato che anche dal secondo conflitto mondiale in poi molta acqua, non solo di mare, è passata sotto i ponti della Storia. Sia dal punto di vista tecnologico, soprattutto grazie allo sviluppo e alla diffusione dei droni guidati dall’intelligenza artificiale sia nei cieli che in mare, ma anche da quello delle forme sempre più ibride con cui il conflitto per il controllo dei mari e delle coste si presenta. Affiancando ai silenziosi duelli tra sottomarini russi, cinesi e americani che si osservano, si inseguono e si studiano in un equilibrio precario fatto di deterrenza e ombre, sui fondali dell’Atlantico, una guerra spesso sfuggente, combattuta non solo con missili e flotte, ma attraverso sabotaggi, attacchi ai cavi sottomarini e offensive cibernetiche.
Mario De Pizzo è giornalista del TG1 ed è stato conduttore di edizioni speciali e inviato al seguito di diversi presidenti del Consiglio nei principali vertici internazionali. Dal 2023 è membro l’Atlantic Council, uno dei più noti think thank americani che si occupano di geopolitica, così nel testo appena pubblicato per Luiss University Press naviga tra le sponde dell’Atlantico raccontando luoghi e protagonisti di questa nuova competizione globale di cui le quattro città elencate nel sottotitolo sembrano definire un piano di gioco in cui tutte le contraddizioni geopolitiche, economiche e militari del presente sembrano avvicinarsi, nemmeno troppo lentamente, ad un punto di non ritorno.
A partire proprio, e in maniera sempre più evidente dopo l’avvento della presidenza Trump, dallo sfilacciamento progressivo del legame storico tra Europa e Stati Uniti che scricchiola paurosamente sotto la pressione delle potenze rivali e delle divisioni interne sempre più profonde.
“Contro la fame, la povertà, la disperazione e il caos”. Camminando su Rue de Rivoli, prima che questa bellissima strada ceda la scena a Place de la Concorde e si apra la vista sulla Senna e sul cuore di Parigi, ci si imbatte in queste parole, iscritte su una semplice lastra di marmo, sull’Hotel de Talleyrand. È la targa commemorativa del Piano Marshall, sul palazzo, elegantissimo, intitolato a uno degli artefici del Congresso di Vienna. La curva nella memoria di due tentativi, seppur diversi e lontani quasi un secolo e mezzo, di dare ordine al caos.
Nelle stanze in cui Talleyrand tesseva la sua tela, si insediò dopo la Seconda guerra mondiale l’amministrazione del piano di investimenti e prestiti con il quale gli Stati Uniti strinsero un patto con l’Europa nel 1948. Washington avrebbe prestato i capitali per la ripresa economica di Paesi dilaniati dalla guerra, che non avrebbero così ceduto al richiamo dell’influenza dell’Unione Sovietica. Inoltre, con la nascita dell’Alleanza Atlantica, gli Stati Uniti avrebbero fornito anche l’assistenza militare, per evitare che l’Armata Rossa tornasse oltre la Cortina di ferro.
[…] Con il piano Marshall e la Nato, nel 1949 nasceva l’Occidente politico. Un’idea, un’entità che oggi si sono sgretolate, già prima della scelta di Donald Trump di praticare un’egemonia predatoria e ridurre l’emisfero occidentale al solo continente americano. Dopo la caduta del Muro di Berlino il patto tra le due sponde dell’Oceano e le sue architetture non hanno tenuto il passo della Storia2.
Il riferimento a Talleyrand rinvia al più grandioso tentativo fallito di restaurazione dell’ordine precedente in un’Europa che era stata sconvolta dalla Rivoluzione francese e dalle successive guerre napoleoniche, a cui la primavera di popoli del 1848, sia con i moti rivoluzionari che con la nascita e il contemporaneo rafforzamento di ideali sia patriottici che socialisti, avrebbe posto fine, nonostante i sussulti che avrebbero ancora accompagnato l’agonia dell’Ancien Régime.
Nel contesto in cui si muovono sia De Pizzo con la sua analisi che i fatti a noi contemporanei, comprese le accuse rivolte da Donald Trump, anche in occasione del vertice di Ankara, agli alleati europei, Italia In primis, per non aver fino ad ora speso a sufficienza per la difesa e non aver collaborato per le operazioni militari nel Golfo Persico, tale riferimento assume una valenza simbolica certo non indifferente. Soprattutto nel senso negativo cui si è appena accennato.
Tralasciando per ora tale discorso, che sarà comunque ripreso in chiusura, e tornando alle città elencate come cardini su cui si articola l’attuale tempesta atlantica, De Pizzo ci ricorda che:
Brest è la base dei sommergibili nucleari dell’unica potenza atomica d’Europa, la Francia. Un’infrastruttura segretissima, oggetto addirittura di una minaccia ibrida sul finire del 2025 […]. Da quello che succederà sulle rive di questa cittadina a ovest di Parigi dipenderanno sia le sorti della difesa dell’Europa come spazio geografico e politico, e della sua capacità di risposta [militare], sia la possibilità per l’Europa di stabilire una maggior autonomia dalla difesa degli Stati Uniti, che rappresenta ancora la garanzia di tutela reale del Vecchio continente. La guerra ibrida, la proliferazione vertiginosa di armamenti nucleari e l’avvento di armi autonome con sistemi di intelligenza artificiale richiedono nuove forme di multilateralismo3.
Una parola quest’ultima che, come ci avverte ancora l’autore, suona ormai desueta, soprattutto tra le fila occidentali ed europee; dove tra mugugni, rivalità economiche e tecnologiche e difficoltà politiche interne, proprio il progetto di una difesa comune appare sempre più difficile da realizzare. Considerato anche che quando De Pizzo ha scritto il suo libro Keir Starmer era ancora saldamente al governo, cosa che lo poneva al centro di ogni iniziativa della cosiddetta “coalizione di volenterosi”, essendo anche a capo del governo dell’unica altra potenza nucleare europea, mentre oggi le sue dimissioni e il possibile risultato delle future elezioni politiche nel Regno Unito potrebbero rimettere in discussione le prospettive politiche e militari su cui poggiavano le sue iniziative.
Così come nell’italietta meloniana lo stesso governo deve destreggiarsi tra promesse di solidarietà all’Ucraina, attenzione a non sforare il bilancio con spese militari tendenti a compromettere ulteriormente una spesa pubblica già fortemente ridotta a tutto svantaggio dei cittadini e l’emergere di una nuova forza di destra che dell’opposizione alla partecipazione, anche indiretta, al conflitto ucraino ha fatto uno dei suoi punti di forza, insieme al sempiterno motivo del razzismo, presente oggi nel dibattito politico pubblico sotto le spoglie della “remigrazione” e della sicurezza pubblica.
Due punti, questi ultimi, che accomunano sia il Rassemblement National di Marine Le Pen e Jordan Bardella, in Francia, che la tedesca Alternative für Deutschland, il partito di estrema destra che sembra far traballare sempre più la coalizione politica su cui si basa il governo di Friedrich Merz in Germania. Governo che dopo aver fatto storcere il naso agli alleati per sue pretese nucleari e di gigantesca espansione della spesa militare, oggi deve fare comunque i conti con la minaccia di centomila licenziamenti e la possibile chiusura di quattro grandi stabilimenti industriali da parte del gruppo automobilistico Volkswagen/Audi.
Un panorama politico ed economico mozzafiato per chiunque si fosse precedentemente adagiato sulle promesse di un europeismo e di un atlantismo senza fine, cui la crisi irreversibile della Nazioni Unite aggiunge un ulteriore tassello di incertezza.
A New York le Nazioni Unite, simbolo della speranza che le potenze mondiali potessero sempre cercare la strada del dialogo, languono. Così come sono messe a dura prova tutte le istituzioni costruite nel secondo Novecento, di fronte a una volontà di potenza che scuote il mondo anziché proteggerlo, sfaldando gli organismi di quell’Occidente politico che può sopravvivere al caos solo ripartendo dalla sua legge fondamentale: l’idea che il potere non possa non avere un limite4.
Per l’autore, all’opposto, Reykjavík e Rabat potrebbero invece rappresentare «le opportunità di un’intesa rinnovata nella comunità occidentale», soprattutto la seconda. Vediamone ancora i possibili motivi.
La diffusione delle infrastrutture critiche rende vulnerabile anche la potenza più forte, anzitutto sul proprio terreno: gli scudi spaziali non bastano a contenere minacce che corrono via mare, aria, terra e sulle vie digitali.
[…] Cina, Russia, Iran, Corea del Nord, contendono terre rare e materie prime, dall’Artico al Sahel. Sommergibili, droni, accordi economici, attacchi ibridi e cyber, ingerenza e destabilizzazione nella vita delle società di Paesi sensibili e fake news sono le armi di un conflitto globale già in atto. Il controllo dello Giuk Gap, lo stretto tra Groenlandia, Islanda e Regno Unito, è essenziale ancor più oggi che durante la Guerra fredda; per non lasciare l’Artico e le sue risorse alla Cina e alla Russia e per impedire a Pechino e Mosca di muovere i propri sottomarini nell’Atlantico e minacciare Stati Uniti e Europa.
A sud, l’Occidente deve ricostruire un rapporto con i Paesi africani, per non consegnarli all’instabilità, alle bande terroristiche e alle milizie guidate dalle potenze ostili che possono rappresentare una minaccia reale soprattutto per l’Europa. I margini dell’Atlantico del Nord, dall’Africa all’Artico, diventano il luogo in cui ricostruire la relazione tra vecchio e nuovo continente attorno a un bene comune:,la pace, la sicurezza. […] una nuova frontiera che difenda l’ordine liberale, la democrazia, lo Stato di diritto, la cooperazione.
John Fitzgerald Kennedy, il presidente americano, ucciso tragicamente a Dallas nel 1963 […] terminò il suo discorso all’Università di Washington con parole che nel 2026 sembrano eretiche per un presidente degli Stati Uniti, ma che racchiudono la missione dell’Occidente e propongono il miglior antidoto al caos dei giorni che viviamo: “Faremo anche la nostra parte per costruire un mondo di pace in cui i deboli siano sicuri e i forti siano giusti. Non siamo privi di risorse rispetto a questo compito, né privi di speranze circa il suo successo. Fiduciosi e senza timore continueremo a lavorare: non per una strategia di annientamento, ma per una strategia di pace”5.
Ecco, allora, giunto il momento di sottolineare il momento in cui i progetti alla Talleyrand iniziano a fallire, fin da subito, ovvero dal sogno e dal desiderio di riportare tutte le istituzioni politiche, le alleanze militari e le condizioni economiche a com’erano state prima. Prima della Rivoluzione francese, prima di Napoleone, prima dello sviluppo di nuove società industriali ed economiche come la Cina e l’India, prima della caduta del muro di Berlino e dell’URSS, l’altro principale garante del condominio mondiale russo-americano su cui si era fondato l’ordine successivo alla seconda guerra mondiale.
Un “prima” idealizzato e forse mai davvero esistito, sia nel XVIII secolo che nel XX e che certo non avrebbe potuto tornare nel XIX e che non potrà farlo nemmeno nel XXI secolo. Non per scelta o volontà degli individui o dei singoli governi, sempre più limitati nelle loro opzioni dalle necessità imposte dalle leggi dell’accumulazione del capitale, sia all’Ovest che all’Est o al Sud e al Nord, sia tra i paesi ancora aderenti all’Occidente che ai BRICS. Una competizione sempre più drammatica rispetto alla quale il problema non è tanto quello di ritrovare o perseguire vecchi ideali per superarla, quanto piuttosto di cambiare il paradigma economico, sociale, ambientale e politico affidandosi al quale l’Occidente si è ristretto e l’Atlantico si è allargato distanziando tra di loro a dismisura tutti gli ormai ex-alleati che si affacciano sulle sue sponde. Rispetto a cui, guarda caso, l’unica via per il suo restringimento e riavvicinamento tra gli stessi sembra essere costituito, ancora una volta e come sempre, dalla creazione di un nemico o da un male assoluto cui occorrerebbe opporsi, sia militarmente che politicamente.
Proprio in questo senso, la consultazione del testo di De Pizzo, ricco di dati ed informazioni, può risultare utile, soprattutto per i giovani lettori vista anche sua la maneggevolezza e sinteticità. Considerate anche le parole spese da Massolo in chiusura della sua prefazione: «Questo libro non è dunque un requiem per l’Occidente. È una carta nautica per navigare la tempesta. Leggetelo con attenzione. Perché la tempesta non è alle porte: è già qui»6.
G. Massolo, Prefazione a M. De Pizzo, Tempesta. Reykjavik, Brest, Rabat, New York e la battaglia per l’Atlantico, Luiss University Press, Roma maggio 2026, p.11. ↩
M. De Pizzo, Introduzione a Tempesta, op. cit., pp. 13-14. ↩
Ivi, p. 14. ↩
Ivi, p. 14. ↩
Ivi, pp. 14-15. ↩
G. Massolo, op. cit., p. 12. ↩



