di Franco Pezzini

Vittorio Giacopini, Ogni altro tempo è Pace, pp. 384, € 19, Nutrimenti, Roma 2026.

Il titolo di questo romanzo splendido e visionario può sembrare un po’ strano, ma in realtà costituisce una citazione dal Leviatano di Hobbes:

La guerra […] non consiste solo nella battaglia o nell’atto di combattere, ma in uno spazio di tempo in cui la volontà di affrontarsi in battaglia è sufficientemente dichiarata: la nozione di tempo va dunque considerata nella natura della guerra, come lo è nella natura delle condizioni atmosferiche. Infatti, come la natura del cattivo tempo non risiede in due acquazzoni, bensì nella tendenza verso questo tipo di situazione, per molti giorni consecutivi, allo stesso modo la natura della guerra non consiste nel combattimento in sé, ma nella disposizione dichiarata verso questo tipo di situazione, in cui per tutto il tempo in cui sussiste non vi è assicurazione del contrario. Ogni altro tempo è pace.

Già testimoni felici di uno dei rari periodi di pace abbastanza diffusa (in occidente), quanti di noi hanno superato la mezza età ormai da decenni hanno realizzato con sgomento la residualità della pace, il suo carattere di scampolo rispetto a una tragica normalità di segno opposto. Al tema Vittorio Giacopini dedica ora quest’opera ambiziosa e impegnativa, sontuosa e barocca, impregnata di amaro realismo ma – va notato – non esaurita in uno sterile pessimismo.
Nelle sue pagine crepitanti d’immagini, sogghigni e ossessioni il filo viene così teso dall’alba del mondo moderno, cioè da quel superconflitto che è stata la Guerra dei trent’anni (1618-1648) nelle sue varie, distruttivissime fasi che ispireranno Grimmelshausen e Schiller, Brecht e Alan D. Altieri, fino ai conflitti di un orizzonte distopico futuro. Già narratore delle guerre napoleoniche e delle relative provocazioni al nostro oggi in La mappa (il Saggiatore, 2015), Giacopini mette a frutto anche la propria vocazione di illustratore: là in veste di cartografo, a mostrare i nessi tra la mappatura territoriale e la geopolitica, qui i diversi modi di raffigurare la guerra, a seconda che la vedano committenti illustri o sconcertati testimoni oculari. Con pagine a tratti assurde e grottesche come il Grillo chimerico sul frontespizio storico del Simplicius Simplicissimus di Grimmelshausen (1669).
A tenere idealmente insieme l’arco trentennale del conflitto seicentesco sono tre artisti che ne hanno lasciato documentazioni più o meno sconvolte: gli incisori Jacques Callot (c. 1592-1635, autore di Les Grandes Misères de la guerre in due serie che prefigurano Goya), Matthaus Merian (1593-1650) e, appena evocato nei discorsi del padre, il figlio omonimo di costui (1621-1687). Alle voci di Callot e Merian senior troviamo qui dunque alternarsi quelle del fittizio mercenario e affarista veronese Iacopi da Pescantina, di suor Lucie Moran (religiosa orsolina del monastero normanno di Saint Louis di Louviers, luogo di un celebre caso 1643-1647 di presunta possessione collettiva sull’onda di casi simili come quello celeberrimo di Loudun, 1634) e soprattutto di un odierno e anzi futuro ex-mercante d’arte & alia. In apparenza nulla è più lontano dall’Europa barocca e miserabile del conflitto seicentesco tra Impero e coalizione antiasburgica di quel futuro degradato – un calamitoso 2032 – dove tra pandemie, crisi climatica, guerre trentennali e altre calamità il Nostro ormai a riposo vivacchia in un distopico falansterio di otto chilometri, con struttura di panopticon in viale Togliatti (detto Togliattenstrasse), dopo la distruzione di gran parte di Roma sotto bombardamenti, e il Megabotto che ha ridotto a rovine il Grande Raccordo Anulare: eppure tutto diventa teatro barocco. Mentre dai fiumi in secca spuntano carri armati e cadaveri, e il Nostro ci consegna i ricordi di un suo interlocutore eccellente, il tagiko Sergei Block, specializzato di commercio d’armi e dintorni trescando per anni con tutti i belligeranti della terra – un russo cinefilo e cordialone, naïf e a suo modo paradossalmente simpatico.
La Guerra dei trent’anni ci viene narrata da ottiche diverse, da parte di Iacopi che la vive dall’interno, la combatte e vi mercanteggia, dei due incisori che la raccontano sconvolti nelle opere – quelle che la riguardano e quelle che non la riguardano affatto, e dove l’allontanarsene suona già indicativo – e dal mercante del futuro attraverso gli echi pervenuti e uno stato di guerra ormai cronico a spiazzare persino i vecchi mercanti d’armi. Del resto, riflette già Callot:

E gli anni me l’hanno insegnato, e ora ho capito che tutto è guerra, che è sempre tempo di guerra e ostilità e confronto ostinato e animosità e astio, e nervi tesi, e che gli uomini non traggono piacere dalla compagnia reciproca ma all’incontrario molta molestia e litigano per reputazione, onore, gloria, e anche sciocchezze più incerte e sottili, molto frivole, e questo nostro tempo malato di melanconia è impastato di forza e frode e intrighi e sospetti e gronda competizione e diffidenza.

“[…] malato di melanconia”: il grottesco vira naturaliter in melanconico, e del resto Pezzi di fantasia alla maniera di Callot era proprio il titolo offerto da Hoffmann a una raccolta di stranezze oniriche, grottesche e angosciate. Compare anche, di sfuggita, Cartesio, nel caos defilatissimo testimone di una qualche razionalità.
Dunque spazio all’occhio, al potere della visione, ai testimoni, al panottico di Togliattenstrasse: ma neppure la visione basta. Per esempio la “sfrontata opulenza” che l’Olanda seicentesca chiama pace è frutto di massacri su altre latitudini, in altri teatri (di guerra), a noi invisibili per distanza: quindi neppure l’occhio è sufficiente, e l’orrore corre spesso oltre il livello della nostra immediata percezione. Anzi, “Più diventa cruenta la Storia, più rigogliose e abbondanti e sfacciatamente ricche si fanno le loro Nature Morte”. Inevitabile domandarci quali siano le nostre.
Più che l’occhio, rileva forse dunque l’udito. La chiave è fornita dall’inizio:

Tra due guerre, anzi, proprio dentro due guerre, e in compresenza. Oggi, ieri, domani: parole vane. Ne nos vexetevis inpeti: il tempo non esiste, è un cono d’ombra. E io che fui e sono e sarò, fui e sono e sarò: mille persone (o travestimenti e maschere o imposture, che vuoi che cambi?). Datemi retta. Non sono pazzo, io. Non sento voci. Io, io sono voci. E io, sono sempre io, allora e adesso. State in ascolto…

Per cui possiamo non stupirci delle contiguità/compenetrazioni tra autore e personaggi, fin dai loro nomi (Giacopini e Iacopo Iacopi, disinvolto “soldato di ventura et mediatore in svariate mercanzie atte alla guerra come alla pace”); e del resto tutto si rifrange, passato e futuro, un interlocutore nell’altro, un tipo di commercio nell’altro, le fatali comete nel cielo nella seicentesca Osteria della Cometa di Erbach – che cambia più volte nome restando luogo di relazioni umane e di quiete, fino all’Hotel Komet dove dialogano i due mercanti del futuro –, il cane Ombra di Iacopi nell’“Umbra profunda sumus, ombra che resta” delle riflessioni del suo epigono, la guerra del Secolo di Ferro nel gioco a tema dei giovani nerd in Togliattenstrasse, suor Lucie Moran imputata di stregoneria nella vecchia hippie Liza (detta Cometa-che-Corre-nella-Nebbia) del falansterio, le diavolerie sabbatiche delle campagne tedesche nelle sghembe assurdità di un futuro distopico…
Perché la storia si ripete, di assurdità in assurdità, e la pace emerge residuo fragile dalle sue convulsioni: e i trent’anni di guerra del passato seicentesco si replicano nei decenni d’incancrenito stato di guerra – lo stato di tempo, la tendenza citate da Hobbes – d’un futuro che ci pare già tristemente prefigurato dal nostro presente. Nessuna apocalisse, ma un lento imputridire…
Grandiose e terribili le battaglie dei Trent’anni descritte da Iacopi, e gli stessi scorci sul futuro colti da Callot in un fantomatico specchio magico zingaresco: ma la spaventosa conclusione è che, come da documento della Nato qui citato, “Tu sei il territorio conteso, ovunque tu sia, chiunque tu sia” – te compreso, lettore, in questo stesso momento. Dunque realismo e amarezza che grondano, ma tra le pagine resta il sogno qui e là vagheggiato dalle voci narranti, la speranza di conservare un angolo umano: che sia un’osteria con il pergolato o invece l’alloggio di una vecchia hippie nel falansterio, tra voli d’api e di piccioni straniti.
L’occhio dell’autore (come già evidente ne La mappa) è comunque sguardo sulle cose e il loro accumulo: e di cose – dagli almanacchi alle armi, dalle figure degli scacchi ai prodotti tipografici su richiesta dei potenti, dai beni predati nelle fattorie a quelli consumati dai diplomatici delle grandi potenze negli incontri di pace… –, cose tutte predabili o predate, vendibili e vendute, questo romanzo è un incredibile, vertiginoso repertorio. Da quelle delle parallele quotidianità descritte ai millanta oggetti di razzia o di affari nell’ambito della guerra passata e futura, infine agli uomini stessi reificati, resi cose a seguito di opportuna impagliatura nei felliniani magazzini della Contromorte (dal motto “serbare et custodire”), ente segreto passato da Prudentissima e Venerabile Confraternita seicentesca, traversando zitto zitto le epoche, a sgarrupato collettivo hacker.

È così da quel giorno sul terreno di Ingolstadt e da quel cavallo: ricominciano la vita di chi la vita ha perso, pietosamente ne raccattiamo i resti, e – con la canapa e il ferro e filo sottile e paglia – li ricomponiamo. E i nostri impagliati non sono Golem o Feticci o Statue di Cera ma uomini e animali come noi, fatti e finiti, certo muti e immobili e silenti ma non propriamente morti anche se, chiaro, neanche propriamente vivi, lo concediamo.

Un modo ruspante per combattere la morte, “guerra alla guerra”, tramite tassidermia sui corpi mietuti… Fino a evocare, se vogliamo, lo spettacolo dei morti di tutte le guerre dell’età moderna, accumulati in un ipotetico museo, rigidi come i guerrieri di terracotta di un antico imperatore cinese, ma testimoni per noi molto più sconvolgenti. Insomma un teatro barocco: e come diceva Max Reinhardt, qui citato, “Io credo che il reale alberghi ormai da tempo nelle scenografie”. Quanto poi ciò divenga anche metafora per la scrittura, arte del combattimento contro la decomposizione delle cose, si può lasciare la riflessione ai lettori.
Ma ad accumulo, fin dall’elenco delle terre rare dell’incipit e poi in infinite pagine a raccogliere oggetti come nei quadri fiamminghi, è il modo stesso di evocare dell’autore, la sua lingua che è la vera protagonista (più degli imperatori, più dei condottieri) e tiene insieme come in un ritratto arcimboldesco la messe di spunti offerti. Con una voce ricca, un virtuosismo affabulatorio mai vuoto e uno stile sornione, colorito, ghiotto e spesso brillante di guizzi antiquari, come in qualche confidenza tra noi vecchi reduci di mondi esplosi, all’osteria. Della Cometa, naturalmente.