La cinematografia cipriota non è particolarmente conosciuta alle nostre latitudini, così come tanta della produzione culturale della piccola repubblica. L’isola in effetti ha ricevuto attenzioni da parte del mondo dell’informazione in Italia solo per le recenti vicende di politica internazionale, che la vedono trovarsi alla confluenza delle tante linee di attrito e frattura che attraversano il Medio Oriente e il Mediterraneo orientale, tra espansionismo israeliano, guerra all’Iran, tensioni con la Turchia e grandi progetti per lo sfruttamento dei giacimenti gasieri offshore.
È dunque un peccato che sia passato quasi inosservato l’ultimo film di Adonis Florides Africa Star (Cipro, 2024), tornato in Italia quest’anno grazie alle proiezioni organizzate in occasione del Francofilm-Festival del cinema francofono dell’Institut Français e delle giornate dedicate al cinema cipriota presso la Casa del cinema di Roma, entrambe in collaborazione con l’Ambasciata di Cipro in Italia.
È possibile classificare l’opera principalmente come un dramma storico ma sono diversi i
livelli di analisi con cui è possibile interpretarlo.
Il primo livello, quello maggiormente visibile, è appunto quello storico. Il film si muove tra tre diverse temporalità – il 1945, il 1967 e quella della contemporaneità – ognuna delle quali ci racconta qualcosa dell’anima tormentata del paese.
Nel 1945 troviamo Ploumou, in estrema povertà, che con la piccola Vasilou attende il ritorno del marito, partito per la guerra. All’epoca l’isola era ancora sotto dominazione britannica e nel corso del secondo conflitto mondiale circa 30 mila ciprioti vennero arruolati nel Cyprus Regiment e combatterono in Nord Africa, in Italia e su altri fronti. È a queste vicende che si richiama il titolo, in quanto la “Stella dell’Africa” era la medaglia commemorativa assegnata a coloro che avevano prestato servizio tra Mediterraneo orientale e Corno d’Africa. Il dominio britannico ci viene quindi raffigurato tramite un trittico composto da guerra (con il suo carico di morte e violenza), povertà (aggravata dalla struttura sociale ereditata dall’epoca ottomana e mai messa veramente in discussione) e corruzione, ben rappresentata dall’ufficiale inglese che vende la carne in scatola al mercato nero.
Nel 1967 invece ritroviamo l’isola diventata indipendente (1960) ma l’euforia era stata di
breve durata. Già nel 1963-1964 violenti scontri erano esplosi tra la comunità greco-cipriota e la minoranza turco-cipriota, portando alla separazione delle due comunità e alla creazione di enclavi per i turco-ciprioti. I due nazionalismi – quello greco che anelava all’énosis (l’unione con la Grecia) e quello turco che progettava la taksim (la separazione dell’isola in due parti) – fanno da sfondo alle vicende di Vasilou diventata una prostituta con il nome di Litza e infatuatasi di un giovane soldato greco. È interessante notare che durante tutto l’arco del film non viene mai fatto riferimento diretto all’invasione turca (1974) e all’ancora attuale divisione di fatto dell’isola, ma la tragedia viene evocata dal rapporto ostile che caratterizzava le due comunità, schiacciate dagli elementi più violenti e criminali tra di loro.
La contemporaneità apre e chiude il film con l’incontro tra Zeno, l’unico personaggio che
attraversa tutto l’arco della storia, e Christina, la figlia di Vasilou/Litza, alla ricerca di notizie sui membri della sua famiglia immortalati su di una vecchia foto. Una foto che rappresenta l’elemento simbolico in grado di tenere insieme una memoria familiare – e nazionale – fatta a pezzi, sparpagliata e dispersa.
Le temporalità sono attraversate da ambienti sociali e fisici differenti e per questo motivo il regista ha impiegato diversi registri stilistici. Se per il 1945 si possono riscontrare elementi e suggestioni tipici sia del Neorealismo – si veda La terra trema per le scene di miseria della campagna – che del Western – come quando la famiglia del mukhtar si introduce nella casa di Ploumou –, per il 1967 invece il film richiama chiaramente i toni e le atmosfere del Noir anni Quaranta.
Il secondo livello con cui è possibile leggere il film sono la dimensione di genere e quella di classe, strettamente legate. Delle tre protagoniste – la madre, la figlia e la nipote – le prime due sono costantemente in lotta contro un sistema stratificato che le vuole sottomesse e vittime. Seppure alla fine perdenti, queste donne non smettono mai di combattere per la loro indipendenza e dignità, per quanto possibile proteggendosi a vicenda. Anche se non si tratta di una vera e propria lotta tra bene e male – quasi tutti i personaggi sono caratterizzati da luci e ombre – non è possibile non notare che i personaggi maschili sono tutti caratterizzati dalla volontà di sottomettere e sfruttare per piacere, potere o colpa, le protagoniste. In questo contesto, nel film i soldi, onnipresenti sullo schermo, assumono la rappresentazione plastica di questa diversa morale di fondo: se per l’uomo sono il mezzo per comprare il corpo o lo spirito delle protagoniste, per le donne rappresentano invece un tramite per difendere un perimetro minimo di dignità e indipendenza.
Il terzo livello, infine, è quello della memoria rappresentato dalla contemporaneità della terza protagonista, la nipote. Christina è infatti, almeno inizialmente, riluttante a conoscere la storia della sua famiglia e, come raccontato dallo stesso regista in una bella intervista concessa a Diane Sippl (Kinocaviar), simboleggia tutte le difficoltà della attuale società greco cipriota a riflettere sul proprio passato, a farsi carico dei tanti traumi della sua storia, e mettere in discussione una costruzione della memoria collettiva per tanti versi confortante ma distorta.
Due passaggi dell’ultimo dialogo tra Zeno e Christina ben rappresentano sia la violenza della storia recente di questo paese che tutta la difficoltà per gran parte della società cipriota di affrontare ed elaborare traumi e lutti: se alla domanda di Christina su dove siano i cadaveri dei nonni assassinati, Zeno non può che rispondere laconicamente “c’è un pozzo dove non sia stato gettato un cadavere?”, la stessa Christina deve infine prendere atto che “tutto il villaggio sapeva…”.
Un amaro tributo a Cipro, alla sua terra riarsa dal sole e alla tormentata storia di un’isola che ancora oggi rischia di ritrovarsi schiacciata da processi storici più potenti di lei.




