di Gioacchino Toni

Ramon Usall, Un secolo in salita. Storia popolare e politica del ciclismo, Mimesis, Milano-Udine, 2026, pp. 298, € 20,00

Alla luce dell’imminente partenza del Tour de France 2026, giunto alla centotredicesima edizione, vale la pena ricordare come la sua nascita agli albori del Novecento sia stata fortemente influenzata dalle pulsioni antisemite di importanti imprenditori francesi. Il primo Tour si è tenuto nel 1903, ma si può far risalire la sua storia alla finire del secolo precedente quando, in Francia, anche la stampa sportiva si è trovata a confrontarsi con l’Affaire Dreyfus. Di fronte alla presa di posizione in favore del capitano alsaziano di origine ebraica Dreyfus da parte del giornale sportivo “Le Vélo”, organizzatore delle principali gare ciclistiche francesi dell’epoca, diversi industriali francesi hanno deciso di ritirare le inserzioni pubblicitarie e di fondare una nuova testata sportiva su posizioni più conservatrici denominata in un primo tempo “L’Auto Vélo”, poi “L’Auto”. Si deve a questa nuova testata dalle pagine gialle, per differenziarsi dal colore verde utilizzato dal giornale concorrente, l’organizzazione del primo Tour in sei tappe.

È con il racconto della nascita del Tour de France che si apre il volume Un secolo in salita (Mimesis 2026) del sociologo catalano Ramon Usall in cui vengono ripercorsi in quaranta capitoli, che scorrono come le tappe di un grande giro, alcuni grandi accadimenti che hanno attraversato il Novecento con cui si è trovato a fare i conti il ciclismo a partire, come detto, dalla nascita della Grande Boucle, proseguendo poi attraverso la Guerra civile spagnola, la Francia del Front populaire, l’uso propagandistico dello sport nell’Italia fascista e nella Germania nazista, i movimenti indipendentisti e anticoloniali, le strade del maggio ’68 parigino e via dicendo, fino a concludersi con le sfide ciclistiche tra Stati Uniti e Unione Sovietica nei primi anni Ottanta. Il volume di Usall si inserisce nell’ambito di quelle letture della realtà sportiva che coniugano la passione per lo sport e uno sguardo critico attento alle sue implicazioni storico-sociali.

Tornando al Tour de France, che nella sua edizione 2026 prende il via da Barcellona, occorre notare come l’usanza di organizzare qualche tappa al di fuori dei confini nazionali, introdotta nel corso della sua quarta edizione nel 1906, non sia sempre stata dettata da motivazioni di ordine meramente commerciale. Ad esempio, a partire da quell’edizione, per alcuni anni l’itinerario del Tour ha previsto il passaggio nelle regioni dell’Alsazia e della Lorena, all’epoca a sovranità tedesca, con l’esplicita intenzione di “allargare” simbolicamente i confini francesi ai territori persi in linea con le posizioni nazionaliste del quotidiano sportivo “L’Auto”, organizzatore del Tour. Tale testata, nata, come detto, sull’onda dell’antisemitismo di alcuni industriali all’epoca dell’Affaire Dreyfus, ha mantenuto nel tempo la sua inclinazione reazionaria, tanto che nel periodo della seconda guerra mondiale non ha mancato di trasformare l’iniziale presa di posizione antinazista in esplicito collaborazionismo ed aperta ostilità nei confronti della Resistenza francese, posizioni che, a fine guerra, hanno portato alla chiusura del giornale e alla condanna a morte del direttore.

Dal volume di Usall emerge come le testate sportive abbiano avuto un ruolo centrale nella promozione e nell’organizzazione delle gare ciclistiche in molti Paesi. Lo stesso Giro delle Fiandre, che si tiene in Belgio dal 1913, è nato per volontà del giornale sportivo “SportWereld” esplicitamente schierato con il nazionalismo fiammingo. Sfruttando il collaborazionismo della comunità fiamminga con l’occupante nazista, De Ronde, come amano chiamarla nelle Fiandre, è stata l’unica classica a disputarsi anche durante la seconda guerra mondiale.

La bicicletta ha assunto un suo ruolo anche nella storia della lotta di emancipazione basca a partire dalle gare ciclistiche organizzate ad inizio Novecento ancora una volta da un giornale sportivo, l’“Excelsior”, per far conoscere al mondo la loro lotta indipendentista attraverso itinerari estesi anche ai territori a sovranità francese. Passate nel periodo franchista sotto l’organizzazione del quotidiano “La Voz de España” – sulla cui testata campeggia il motto “Dio, Patria, Re” –, le corse basche sono state assoggettate alla dittatura spagnola, tanto che il Gran Premio República, nato nel 1932 per celebrare la proclamazione della Repubblica, è stato sostituito dalla Vuelta a España organizzata per la prima volta nel 1935 dal quotidiano antirepubblicano “Informaciones” caratterizzato da posizioni antisemite e filonaziste. Anche in ambito catalano la storia del ciclismo è segnata dall’eliminazione ad opera del franchismo di gare come La Republicana, tenutasi per alcune edizioni a metà degli anni Trenta, e la manifestazione cicloturistica Jaca-Barcelona promossa dal quotidiano barcellonese progressista repubblicano “El Diluvio” in memoria della tragica sollevazione antimonarchica di Jaca del 1930. Allo stesso stesso giornale si deve l’organizzazione del trofeo Pedal Antifascista del 1937 a sostegno del Soccorso Rosso Internazionale.

Nella Francia del Front populaire il Tour è stato seguito con grande attenzione anche dai quotidiani “Le Populaire (organo della Sfio) e “L’Humanité” (organo del Pcf), in passato critici nei confronti della gara per i suoi legami con gli industriali e con i settori politici conservatori. “L’Humanité”, ad esempio, ha colto l’occasione per dedicare una rubrica alla puntuale ricostruzione storica delle rivolte popolari dei luoghi attraversati dal Tour, per manifestare lungo il tracciato le vertenze dei lavoratori e per esprimere solidarietà alla Spagna repubblicana minacciata dal franchismo.

Come visto, oltre agli aspetti economici e sportivi, non di rado l’itinerario delle competizioni ciclistiche è stato pianificato anche per motivazioni politiche. Nell’edizione del 1952 del Tour è stata introdotta la tappa Vichy-Parigi per suggerire la necessità di giungere ad una sorta di riconciliazione nazionale dopo le profonde lacerazioni della guerra, mentre nel 1987 la competizione francese ha preso il via in una Germania ancora divisa dal muro a Berlino Ovest, così da segnalare la sua collocazione all’interno del “mondo libero”. Un altro itinerario studiato a tavolino per trasmettere messaggi politici avrebbe voluto collegare Parigi con Mosca nel 1989. L’intenzione degli organizzatori – le testate giornalistiche “Pravda” (Urss), “Neues Deutschland” (Ddr), “Trybuna Ludu” (Polonia), “Rudé Právo” (Cecoslovacchia) e “L’Humanité” (organo del Pcf francese) – era quella di celebrare l’anniversario della Rivoluzione francese legandola a quella russa. Il progetto è poi naufragato a causa dello sgretolarsi del blocco sovietico. Anche il Tour ha voluto celebrare a suo modo il bicentenario della Rivoluzione francese con la tappa Versailles-Parigi.

L’utilizzo dello sport come macchina di regolamentazione sociale e di propaganda da parte del fascismo italiano e del nazismo tedesco è noto. Anche il ciclismo è stato assoggettato a tali obbiettivi ed a tal proposito Usall si sofferma sulle vicende del ciclista tedesco Albert Richter che ha finito per pagare con la morte per mano della Gestapo nel 1939 il suo costante rifiuto di adeguarsi al saluto nazista e di portare la svastica sulla maglia. In ambito italiano viene ricordato nel volume lo sfruttamento propagandistico fascista del successo di Bartali al Tour del 1938 ed il ruolo “distensivo” che si è voluto vedere nel successo del campione italiano nell’edizione del 1948 in occasione dell’attentato a Togliatti.

Le competizioni ciclistiche si sono intrecciate anche con i movimenti anticoloniali, come nel caso del corridore algerino Ahmed Kebaïli, combattente indipendentista che ha pagato con la tortura e la prigionia la sua militanza, che con i suoi successi ha rappresentato l’orgoglio di un popolo in lotta contro il colonialismo francese. Le competizioni sportive tra “Paesi fratelli” del blocco socialista si sono rivelate occasioni di riscatto per i “Paesi satelliti” nei confronti del controllo esercitato su di essi dall’URSS. Nel volume viene ricordato il caso del ciclista polacco Stanisław Królak, vincitore nel 1956 della Varsavia-Praga, denominata all’epoca Corsa Internazionale della Pace. Anche in questa competizione l’itinerario è stato sfruttato per trasmettere messaggi politici: l’intenzione degli organizzatori è stata infatti quella di celebrare lo spirito di fratellanza tra i “Paesi fratelli” e, alla luce della scelta di far iniziare la corsa il primo maggio, la portata internazionale della festa dei lavoratori. Anche nella Jugoslavia di Tito il Trka Kroz Jugoslaviju, competizione nata nel 1937 in età monarchica, l’itinerario è stato studiato in modo da attraversa tutte le aree del Paese, così da rappresentare simbolicamente l’unità e la fratellanza di popolazioni diverse.

La storia del Tour de France riflette la storia della società francese e con essa il ruolo femminile; sino al 1979, salvo rarissime eccezioni, alle donne è stata preclusa la partecipazione alla carovana ciclistica anche in ambito giornalistico. Atteggiamenti discriminatori nei confronti delle donne da parte di ciclisti e giornalisti non sono mancati nemmeno nei decenni successivi. Usall si sofferma anche sul ruolo della bicicletta durante le insorgenze studentesche e operaie del ’68 francese: se da un lato il blocco dei trasporti pubblici e del settore degli idrocarburi ha riempito le strade delle grandi città di biciclette, dall’altro il ciclismo professionistico ha guardato con ostilità le mobilitazioni temendo, fino all’ultimo, di veder sfumare l’edizione del Tour di quell’anno. Soltanto il graduale ritorno all’ordine del Paese ha permesso il regolare svolgimento della competizione mentre, parallelamente, nella Spagna franchista, la Vuleta ha dovuto confrontarsi con le manifestazioni degli indipendentisti baschi. Nel 1974 il Tour de France è stato preso di mira dagli antifranchisti anarchici spagnoli dei Gruppi d’Azione Rivoluzionaria Internazionalista (Gari) e, pochi anni dopo, gli incidenti che hanno caratterizzato le tappe basche della Vuelta del 1978, hanno determinato la scelta di non attraversare più qui territori fino agli anni Duemila. Anche la decisione di far partire nel 1988 la Vuelta dalle isole Canarie, a rimarcare il loro assoggettamento alla Spagna, ha determinato azioni di protesta da parte degli indipendentisti locali. A riverberarsi sullo sport, ciclismo compreso, sono stati anche i difficili rapporti tra Francia e Spagna negli anni Ottanta derivati da contenziosi di natura agricola nell’ambito della Comunità europea e dalla questine dei prigionieri baschi riconsegnati dai francesi alle autorità spagnole.

Nei primi anni Ottanta la Guerra fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica ha finito per riflettersi anche in ambito sportivo con una serie di reciproci boicottaggi alle competizioni internazionali organizzate da uno o dall’altro blocco. Tra le eccezioni figura la partecipazione sovietica, nel 1981, alla Coors Classic, la principale competizione ciclistica nordamericana. Se a livello individuale la sfida, seguita con estremo interesse dai media internazionali che hanno voluto leggervi la sfida il mondo capitalista e quello socialista. Nella vittoria nella classifica individuale di uno statunitense davanti a due sovietici e nel trionfo dell’URSS nella gara a squadre diversi media hanno voluto cogliere le differenze tra i due sistemi, la valorizzazione dell’individualismo in un caso e del collettivo nell’altro. Con lo sgretolarsi definitivo del mondo sovietico è terminato anche il suo sistema sportivo. A tal proposito Usall si sofferma sul caso del ciclista di origini usbeke Djamolidine Abdoujaparov, campione degli anni Novanta formatosi nel sistema sportivo sovietico, che non ha mai nascosto di provare nostalgia per il mondo in cui è cresciuto.

Con Un secolo in salita Usall propone un’avvincente storia popolare e politica del ciclismo concentrandosi soprattutto sulle competizioni a tappe francesi e spagnole che merita di essere letta anche dai non appassionati delle corse in bicicletta. Unica annotazione che si può muovere all’autore è quella di non essersi soffermato altrettanto sul contesto italiano e in particolare sul Giro d’Italia, una gara ciclistica meritevole di essere affrontata nell’ambito della sua storia popolare e politica delle due ruote. Chi volesse affrontare la storia del panorama ciclistico italiano alla luce dei suoi risvolti politico-sociali, oltre che sportivi, può contare sul meticoloso studio che vi ha dedicato Stefano Pivato nei suoi volumi Sia lodato Bartali (Castelvecchi, 1986), La bicicletta e il sol dell’avvenire (Ponte alle Grazie, 1992), Il Touring Club Italiano (Il Mulino, 2007) e Storia sociale della bicicletta (Il Mulino, 2019).


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