di Franco Pezzini

Algernon Blackwood, La Casa Vuota e altre storie, con un saggio di Giacomo Ortolani, pp. 316, euro 24,90, Providence Press, Bologna 2022.
Algernon Blackwood, Shock, pp. 353, euro 25,90, Providence Press, Bologna 2025.

“Il mio interesse per le questioni psichiche ha sempre riguardato casi di coscienza estesa o espansa. Se viene percepito uno spettro a me interessa meno ciò che è di ciò che lo percepisce”.
Come il collega gallese Arthur Machen, anche se con caratteristiche un po’ diverse, anche l’inglese Algernon Blackwood è autore oggi oggetto di ampia riscoperta editoriale: se sillogi di suoi testi brevi sono apparse in Italia già parecchi anni fa, l’interesse per uno scrittore spesso archiviato nel pop ma che mostra le panoplie d’un registro letterario è vivo e basta un giro su shop online come ibs per farsene un’idea. Per i testi lunghi o comunque di una certa ampiezza, a parte storie notissime come I salici (il Saggiatore, 2022; Newton Compton, 2025) e le periodiche riproposte della raccolta John Silence, negli ultimi anni sono apparse opere meno note come I dannati (Landscape Books, 2022), La promessa dell’aria (Agenzia Alcatraz, 2025), Jimbo (Arcoiris, 2023; Agenzia Alcatraz, 2026) e si annuncia come prossimo Il centauro; quanto alle antologie di testi brevi o brevissimi o alle comparse di singoli racconti, sono piuttosto numerose.
In questa sede concentrerei però l’attenzione sulla latitudine della proposta della bolognese Providence Press, che ha il grande merito di aver offerto con rigore di traduzioni e cura filologica un corpo vastissimo delle short stories di Blackwood come riunite (tranne singole esclusioni per evitare racconti troppo noti) nelle edizioni originali. Certo, si parla di tirature piccole, che vanno esaurite in fretta ma che vale senz’altro la pena di inseguire – tenendo d’occhio le ristampe – per la qualità e la cura dei paratesti; e certo, si tratta ancora soltanto di una scelta di titoli, visto che dell’autore resta a tutt’oggi comunque intradotta molta della produzione. Teniamo presente che non c’è neppure completa certezza del numero di opere scritte da questo infaticabile e prolificissimo cantore del mistero. E che sarebbe riduttivo liquidare con le solite categorie amatoriali ferme alle etichette anni Settanta o magari alle idiosincrasie di Lovecraft, che diffida dei tecnicismi occultisti alla Silence e rimprovera a Blackwood scarso amore per la poesia della parola, pur apprezzandone singole prove (del resto i due culturalmente non potevano davvero capirsi: cfr. quanto già anticipato qui a proposito del blackwoodiano Discesa in Egitto, Hypnos, 2017).
Proprio le edizioni Providence Press permettono comunque già di mappare uno sviluppo di estremo interesse nella produzione dell’autore britannico: e merita leggere in sequenza due di queste raccolte.
La Casa Vuota e altre storie (The Empty House and Other Ghost Stories), edito la prima volta nel 1906, si articola in dieci racconti – Providence Press vi aggiunge il bel saggio critico “Una immaginazione così vivida”: Algernon Blackwood e la coscienza drammatica della ghost story di Giacomo Ortolani, che nuovamente, come su Machen nel volume Il Cerchio Verde per lo stesso editore, offre pagine di grande interesse, lucidità critica e ricchezza di documentazione. Senza polemiche inutili, su mattatori del fantastico che tanti presumono di conoscere è ormai venuto il tempo di presentazioni meno generiche, più approfondite e consapevoli di quanto spesso troviamo nei siti di sussiegosi amatori o nelle note a corredo delle edizioni spesso circolanti: presentazioni – come questa di un serio studioso come Ortolani – che prendano sul serio Machen, Blackwood & Co. appunto nella loro dimensione letteraria, con le analisi filologiche del caso.
Merita affrontare almeno brevemente i dieci racconti, cercando di spoilerare il meno possibile ma con la coscienza che il loro alto pregio stia anzitutto nel modo in cui sono scritte e non tanto in qualche “sorpresa” finale. Tanto più che uno degli aspetti affascinanti di questi racconti è che le storie in genere non vedono una chiusura “a effetto”: le case restano infestate, i fenomeni torneranno probabilmente a proporsi, l’infezione metapsichica non scompare solo perché ci è stata raccontata. Tutto ciò aumenta la credibilità, rendendo le narrazioni – in sé eleganti quanto a stile – anche di notevole efficacia.
Il primo racconto, La casa vuota, in qualche modo fornisce il passo al florilegio, dedicato in larga parte a costruzioni infestate o variamente ossesse: del resto l’ultima delle rivoluzioni del 1848 è quella dello spiritismo, legata appunto alla casa infestata delle sorelle Fox. Parlare di fantasmi è in prima battuta parlare del loro manifestarsi in uno spazio chiuso: e il genere ghost story che da metà ottocento ai primi decenni del secolo breve incontra una straordinaria fortuna trova in Blackwood una ridefinizione fondamentale. Non è casuale dunque che la produzione edita dell’autore parta proprio di qui, mostrando peraltro una duttilità dello spunto – ciò a spiegare come la formula non sia troppo rigida.
Seguendo l’ordine, La casa vuota è la narrazione di folgorante efficacia della catabasi in una casa infestata in città – plausibilmente in Inghilterra, il modello reale era a Brighton – del giovane protagonista con la temeraria e spaventatissima zia: quel che costituisce il tessuto del racconto è la partecipazione al lettore dei batticuori dei due improvvisati cacciafantasmi, la loro recezione di fenomeni angoscianti e fisici, l’ingresso in una dimensione altra segnata da un antico delitto. Per inciso il simpatico Jim Shorthouse eroe della vicenda, alter ego dell’autore e predecessore di una serie di altri personaggi in qualche modo simili, nel suo svagato e insieme pragmatico approccio all’avventura tornerà in vari altri racconti.
L’isola infestata vede nuovamente l’irruzione d’un mistero non decrittabile con le categorie razionali d’una semplice storia nera: in una piccola isola all’interno di un grande lago canadese (nella zona dei laghi Muskoka, dove l’autore era vissuto da solo per un mese autunnale) irrompono misteriosi aggressori nativi… ma di nuovo il finale muta la situazione solo soggettivamente. Il caso dell’uomo che origliava rivede in scena Jim Shorthouse ormai quarantenne, stavolta alle prese coi problemi dello stabile di una grande città americana (ispirata da New York) dove ha affittato una camera e con quella categoria misteriosa che tutti conosciamo per suoni inesplicabili e silenzi ancora più enigmatici, i vicini: anche qui alla fine una scoperta ci sarà, ma la casa resterà infestata. Per inciso, di fronte alla carta da parati descritta, inevitabile pensare al fulminante La carta da parati gialla di Charlotte Perkins Gilman, 1892.
In Una promessa mantenuta, nel clima straniato di una maratona di studio notturno a Edimburgo (dove Blackwood era stato pessimo studente) troviamo qualcosa di più simile a un evento sovrannaturale “risolto”, ma è una manifestazione una tantum secondo uno schema folkloricamente noto; e Intenzioni nascoste torna a una situazione che resta aperta tra i muri di un fienile, dove il solito Shorthouse – meno prudente che in altre avventure – e un amico fronteggiano pericolosamente l’ombra infestante di un antico stregone. In apparenza la storia si ambienta in Inghilterra, ma il mago nero è legato a un gruppo russo, eventualmente una trasfigurazione sciamanica dei chlysty mixata a un ricordo di Gilles de Rais.
Il Bosco dei Morti inanella una storia strana e triste su un’altra dimensione della coscienza, legata al luogo eponimo e a una locanda in Inghilterra dove il narrante torna a fermarsi; Quello che accadde a Smith in una pensione (in Inghilterra?) evoca nuovamente un mondo di studenti pensionanti e loro strane avventure con l’alterità – qui esseri pneumatici dal centro vibrante, scatenati imprudentemente da un vicino di stanza con il ricorso a un trattato rabbinico – proprio oltre la porta. Blackwood, che l’occulto lo conosce davvero ma resta molto discreto sulle proprie frequentazioni e fonti, ha oltretutto l’accortezza di alludervi per meri cenni, accrescendo l’effetto-verità della narrazione.
Un dono sospetto vede nuovamente un pensionante in una stanza economica a New York – un certo Blake, giornalista tuttofare e aspirante scrittore (l’assonanza con Blackwood, dai più vari e talora disastrosi trascorsi di lavoro è evidente) alle prese con ossessioni criminali alla Poe; e Jim Shorthouse torna in Le strane avventure di un segretario privato a New York, in un contesto da feuilleton nerissimo dove di nuovo il rilievo è agli spazi inquietanti di un edificio. Il mistero del Lago degli Scheletri, infine, ambientato nei boschi del Quebec, tratta la sinistra vicenda di un’affabulazione raggelante, che sfiora la verità ma non abbastanza da salvare l’anima. La casa infestata qui è la foresta: “Sono tre giorni che ho soltanto alberi con cui parlare, e non posso più tenermelo dentro. Quegli alberi maledetti e silenziosi, gliel’ho raccontato mille volte”; ma insieme casa è la stessa narrazione con “parole vere e false” e assediata di ombre alle spalle.
La raccolta, meravigliosa, verrà considerata paradigmatica della forma ghost story: l’infestazione non riguarda più labirintici castelli o dirute abbazie come nel vecchio gotico ma stanze in affitto di studenti e avventurosi in cerca di fortuna come l’autore, passato dall’Inghilterra natia a lunghe peregrinazioni lavorative in Stati Uniti e Canada (produttore di latte, gestore d’albergo, barista, modello, giornalista, segretario privato, uomo d’affari, insegnante di violino…) per poi tornare ad Albione e iniziare a scrivere. Le avventure come cronista l’avevano messo davanti a sufficienti storie nere da lasciarlo segnato: in queste fabule di fantasmi allignano traumi e brutture molto reali, attraverso una “immaginazione […] così vivida da essere quasi un’estensione della coscienza” come quella di cui parla il suo perplesso alter ego Blake.
È ricordiamolo, il 1906: segue in rapida successione una serie di altre raccolte dove l’autore declina le sue fantasie lungo altri fili della ghost story, e Providence Press ne offre una buona panoramica: The Listener and Other Stories (1907); John Silence (1908), che sviluppa la figura – di successo all’epoca – del detective dell’occulto; The Lost Valley and Other Stories (1910: Il Wendigo e altre storie, 2022); Pan’s Garden: a Volume of Nature Stories (1912: Il Giardino di Pan, 2024, su un altro tema-chiave del fantastico d’epoca, la dimensione panica, più o meno estatica o allarmante); Ten Minute Stories (1914: La fattoria infestata e altre storie, 2026, dove la sfida è formale, concentrare la narrazione in una lettura da dieci minuti); Incredible Adventures (1914: Avventure incredibili, 2023).
Altre raccolte seguono – intendo di racconti originali, senza citare le selezioni da volumi precedenti – nel corso dei successivi decenni fino al 1946 ma poi anche postume (The Magic Mirror, 1989): ma nello stile e nei temi dell’autore sono emerse interessanti modifiche.
Come si può notare da una bella raccolta tarda, Shocks (1935), di quindici racconti della fine decennio Venti e inizio Trenta, presentata da Providence Press come Shock (2025). Al netto di preferenze che ciascun lettore può avere, si considera in genere la prima stagione di volumi di Blackwood come la sua migliore: ma sarebbe ingiusto archiviare come di scarso interesse queste prove tarde ammiccanti all’horror popolare o a tratti all’urban fantasy. Dove più in generale il linguaggio della ghost story lascia spazio a un tipo di fantasie che definiremmo weird, ai paradossi causali e a quelli dell’identità: in questione è soprattutto il funzionamento della realtà e in nostro modo di porci rispetto a essa, qualcosa di sottilmente inquietante ma non esauribile nella paura in senso proprio. Ovviamente non si ha una svolta brusca rispetto alle narrazioni del passato e ai variegati tipi di fantasmi in scena, ma una sorta di evoluzione attraverso micropassaggi, fino a esiti però profondamente diversi. Qualcosa non strano, se pensiamo al successo dell’insolito (come verrà più tardi definito nell’Italia dei Sessanta di Buzzati, Fellini e Kolosimo) delle compilazioni al tempo di Charles Hoy Fort, morto nel 1932 (dopo Il libro dei dannati, 1919, escono Nuove terre, 1923, Lo!, 1931 e Talenti selvaggi, 1932) ma soprattutto di riviste popolari del fantastico come l’americana “Weird Tales”, avviata nel 1923, che insieme a linguaggi di genere meglio demarcati (horror, fantascienza, fantasy…) ospita anche con larghezza i paradossi sconcertanti del weird. Con la produzione americana coeva di “Weird Tales”, per esempio certa di Clark Ashton Smith, questa stagione blackwoodiana ha parecchio a che vedere.
Nel caso di Shock, rispetto alla prima raccolta, è ancora più problematico spoilerare, ma sembra utile dire almeno qualcosa sulla struttura delle singole storie.
Emblematico è già il primo ampio testo, Altri tempi, altri spazi, scritto in apparenza per la raccolta senza previe pubblicazioni, e che indirizza verso questa nuova chiave: la storia di sparizione di un uomo come quelle raccolte anni prima dal provocatore Bierce, ma con la svolta di una ricomparsa inattesa con gli stigmi di particolari caratteristiche fisiche, dopo anni trascorsi in una dimensione parallela come al contrario del tempo, e dell’impossibilità di comunicare l’accaduto per l’assenza di un linguaggio umano congruo. Certo, viene citato il famoso caso dei cosiddetti fantasmi del Petit Trianon – la straniante visione del passato di due insegnanti inglesi a Versailles, 1901 – ma la vicenda deforma in modo liberissimo le strutture della ghost story, fino a rendere il tutto totalmente altro.
A un fantastico di linguaggio interiore e delicatamente esistenziale rimandano la fantasia romantica Lo sconosciuto e la parabola Chiudere il cerchio; Il dottor Feldman riprende il tema delle case infestate ma con una provocazione interessante sul profilo dell’indagatore. Ancora alla formula ghost story e a spazi chiusi infestati richiamano Un cordone a tre capi e Chimica: il primo conduce ai misteriosi meccanismi del suicidio, già considerato peccato per antonomasia e atto per definizione contro natura, ma che anche nelle riletture più laiche appare circonfuso di brividi spettrali, di orrida e contagiosa infezione; nel secondo l’infestazione legata a un delitto conosce ripercussioni di chimica emotiva nell’ennesima pensione – peraltro meno sordida delle solite. Sempre uno sguardo all’interiorità e ai contraccolpi delle emozioni guarda non senza ironia Shock, idealmente tra Pirandello e Frank Capra; nuovamente in stile Twilight Zone è I sopravvissuti, che interpella nuovamente i confini tra vita e morte; Le peripezie di Tornado Smith è una garbata parabola tra revisione di vita e affabulazione fantasy, che conferma la sensazione che l’autore stia rivedendo gli equilibri di un’intera esistenza. Probabilmente gli amanti del Blackwood prima stagione resteranno un po’ stuccati da alcune di queste fantasie più gentilmente interiori che non algidamente spettrali: i paradossi causali che vi serpeggiano rispondono molto meglio a un certo weird sognante e fiabesco che alla ghost story propriamente detta.
Il macabro Le mani della morte richiama in chiave western pulp ai trascorsi americani, costringendo a ricordare come il termine weird evochi etimologicamente un fato; La terra dello zenzero verde sembra ammiccare agli eventi traumatici occorsi al giornalista Blackwood e che offrirono combustibile per la sua vocazione di scrittore – richiamando tra l’altro a un set, quello del negozio di rigattiere, che offrirà il destro a infinite storie popolari, fumetti e film (particolarmente della Amicus) in chiave horror.
Ma niente paura, decisamente orrifico è L’anello del colonnello, vicenda disturbante che combina il tema del suicidio con la visione preternaturale e un disagio interiore anche più sottile. Vendetta vede nuovamente mixarsi orrore, colpa e un ritorno dalla morte tanto più disturbante perché risulta benevolo, mentre L’uomo che visse all’indietro ripropone paradossi del tempo in un contesto quasi da commedia fantasy. Infine, il curiosissimo Le avventure della signorina de Fontenoy fa interagire il Blackwood editor e collettore di storie strane con uno dei suoi informatori, inizialmente creduto donna: e lo straniamento del lettore di fronte a storie dove il punto di vista sembra sfuggire improvvisamente in un’altra dimensione, l’io si scompone e si riaggrega in percorsi paralleli e una gita in campagna sfuma oniricamente in una vicenda di antica stregoneria offre più di tante spiegazioni teoriche la chiave di cosa, a monte di una certa varietà di racconti, possa senza forzature definirsi weird.