di Francesco Gallo
Francesca Mattei, Come si smette di avere una faccia, pp. 214, € 18, effequ, Roma 2026.
C’è ancora chi stenta a credere che le grandi persecuzioni contro le streghe abbiano avuto, tra i vari obiettivi, l’eliminazione di un numero considerevole di devianze; ovvero, persone e comportamenti (tanto individuali quanti collettivi) contravvenenti alle norme sociali di una data comunità. Tra il Quattrocento e il Settecento, e fino al 1944 – quando la medium Helen Duncan, sulla base del Witchcraft Act promulgato dal Parlamento della Gran Bretagna nel 1713, venne condannata a nove mesi di carcere –, i processi per stregoneria hanno mandato al rogo un numero spaventoso tra ammaliatrici, maghe, fattucchiere e indovine. Per quale pretestuosa, assurda ragione? Si trattava di donne spesso e volentieri straniere, vedove, isolate, magari levatrici o sedicenti guaritrici. Curatrici, e alla bisogna capaci di procurare interruzioni di gravidanza volontarie a chi ne avesse la necessità; depositarie, insomma, di una serie di competenze escluse se non apertamente avversate dalla medicina ufficiale. Che era, e per certi versi, non dimentichiamolo, è ancora, quella degli uomini. Le stesse persone che a tutto questo non credono, non credono neppure all’esistenza, oggi, delle “nuove” malattie considerate “invisibili”: la fibromialgia e la vulvodinia, per esempio. Disturbi abitualmente liquidati a delle mere manifestazioni di stress, quando va bene, e che ancora una volta finiscono per collocare ai margini, se non addirittura all’esterno del consesso sociale, le donne e la loro capacità di sentire, di sentirsi. Per fortuna a testimoniare il collegamento tra questi due fenomeni – la stregoneria e la discriminazione femminile – ci sono la scrittrice Francesca Mattei e la sua ultima fatica letteraria, Come si smette di avere una faccia (effequ, 2026). Dopo l’esordio de Il giorno in cui diedi fuoco alla mia casa (Pidgin, 2021), e la novella Gli stessi occhi (Zona42, 2022), Mattei progetta e assembla un libro più maturo, rispetto alle opere precedenti, e più incisivo. Sostenuto da una voce narrante, o meglio: da più voci narranti che si alternano e che costituiscono senz’ombra di dubbio l’aspetto più riuscito dell’antologia.
Associo una delle possibili interpretazioni di queste voci a in una piccola citazione cinematografica; una breve sequenza tratta da Il giardino delle vergini suicide (1999) di Sofia Coppola; per la precisione al momento in cui Cecilia, la più giovane delle sorelle Lisbon (le quali si toglieranno la vita, tutte e cinque), al medico che la rimprovera per aver appena tentato di uccidersi («What are you doing here, honey? You’re not even old enough to know how bad life gets»), pallida, e con un filo di voce, risponde: «Obviously, doctor, you’ve never been a thirteen old girl.» Ecco: Francesca Mattei lo è stata, una ragazza di tredici anni. E, sostenuta dalla lucida grazia presente nella sua scrittura, ribadisce di esserlo ancora: di essere, volendo, ogni donna. E ogni strega.
In uno dei primissimi racconti (La fortuna) è possibile leggere: «Il primo medico che mi ha diagnosticato l’endometriosi ha detto che non era niente di grave e che comportava soltanto cicli più dolorosi della media. Sul momento non mi sono chiesta come facesse a sapere quanto fosse doloroso un ciclo mestruale, visto che era un uomo.» Fosse soltanto questo, il valore di Come smettere di avere una faccia risiederebbe principalmente nello sguardo ultra moderno che cataloga i nuovi (e vecchi) mali che affliggono la società contemporanea. A mano a mano che si procede nella lettura, però, si intuiscono le tracce di un ordito assai più complesso, più ambizioso, e, soprattutto, letterariamente appagante: un desiderio di vertiginosa trasformazione.
I passaggi in cui il corpo dei personaggi cambia, muta, finisce per assomigliare a qualcos’altro, sempre con l’idea di poter essere compreso più facilmente, sono innumerevoli. «Le mie dita si muovevano sotto la superficie turbinosa come dei vermi pallidi.» (In Cose da raccogliere.) «I miei capelli li taglio ogni giorno e sono calva. Durante la notte ricrescono. In inverno sono rami secchi, senza foglie né insetti. In estate sono fronde verdi oppure fiorite.» (In Ogni tanto qualcuno mi trova.) C’è chi ammira i tardigradi, micro-animali segmentati a otto zampe, perché: «A volte, per sopravvivere, bisogna spegnersi un po’.» E c’è chi invidia Nana, la gatta di Huda (nel racconto Il pigolio), la quale: «[…] non sa niente di quello che succede là fuori. Non sa niente dell’olocausto, dell’ascesa della Cina, dei remix accelerati di TikTok e della rotazione dell’asse terrestre. Nana non sa niente neanche di quello che succede dentro a lei stessa.» Voci differenti per timbro, frequenza, durata. Voci giovani e vecchie, credulone e scaltre, seducenti e ripugnanti. Voci che paiono avvolgersi, fermarsi quasi, come fanno i capelli tra i denti di un pettine. In Ogni tanto qualcuno mi trova la voce narrante è proprio quella di una strega: «Tutti al villaggio odiano la mia testa, quindi mi chiamano Strega. Alle donne non piace perché ricorda loro che devono invecchiare – e morire. Agli uomini non piace perché sembro una cosa viva. Per questo mi chiamano Strega.»
Assieme alle voci, però, cambia anche il libro. Contrae le forme. Le espande, le piega, diciamo così, a seconda delle esigenze. Non è una semplice raccolta di racconti, questa: la ricorsività di certi personaggi fa pensare a Olive Kitteridge di Elizabeth Strout. Oppure, per fare un esempio italiano, a Sofia si veste sempre di nero di Paolo Cognetti. Si tratta di racconti brevi, talvolta brevissimi (fulminante: Arriveranno le arance), che fanno seguito o cedono il passo a intrecci più elaborati: Siamo la ciurma anemica di una galera infame, per esempio, oppure Il pigolio, una novella che, a parere di chi scrive, rende superflua qualsiasi narrazione su OnlyFans a partire dal famosissimo Margo ha problemi di soldi di Rufi Thorpe.
I personaggi ritornano, insomma, e anche le tematiche, affrontate sempre in maniera molto consapevole; pervase, anche, da un’attenzione rivolta alle ingiustizie sociali, alle disuguaglianze di genere e alle più subdole forme di marginalizzazione. La narratrice di Cose da raccogliere, per esempio, esercita «[…] il capriccio ridicolo di una bianca ragazza annoiata.» Ne Il pigolio, i fatti del 6 gennaio 2021 accaduti a Washington D.C. (ovvero l’occupazione del Campidoglio da parte dei sostenitori di Donald Trump) vengono così riassunti: «Ora guardo questi bianchi di mezza età con la faccia larga arrampicarsi sulla scalinata del Campidoglio e penso a Huda che mi dice che gli americani fanno schifo, ma sanno come farlo.» Possiamo dotarci del linguaggio più attento e woke, sembra dirci Francesca Mattei, ma le paure, così come le insicurezze, i desideri e i dubbi che ci affliggono, sono destinati a restare sempre gli stessi. A meno che lo sguardo non cambi. Che la consapevolezza non maturi. Che il tentativo di decostruzione dei privilegi, forse la sola vera sfida etico-intellettuale contemporanea, sia genuino e ininterrotto.
La ricerca di un’affinità sentimentale, per esempio, progredisce soltanto nei confronti di chi, come i personaggi dell’Uomo e della Volpe in Ogni tanto qualcuno mi trova, sa trasformarsi tanto in un uomo quanto in una volpe così da fare esperienza dei ruoli di Persecutore, Salvatore e Vittima e ridurre l’osservazione del Triangolo di Karpman all’attività distraente di un fidget spinner.
Forse tra tutte le suggestioni presenti è David Lynch, però, a balzare più netto fuor della pagina. Per richiamo diretto, diciamo così, ma anche, o forse soprattutto, per ragioni d’atmosfera. Il racconto finale, quello che si intitola Piede in spiaggia, se da un lato richiama alla memoria Velluto blu – dove il protagonista, passeggiando in una radura, s’imbatte in un orecchio mozzato –, dall’altro trova un riferimento più fedele in Una storia vera (1999): torna alla memoria proprio la scena in cui il settantatreenne Alvin, che a bordo di un trattorino rasaerba sta andando a fare visita al fratello che vive a più di 500 chilometri di distanza, incontra una donna che ha appena investito un cervo. E non se ne capacita, la donna. Anzi: è profondamente rattristata per il fatto che oramai, dice, uccide quasi un cervo a settimana, sempre nello stesso tragitto tra la casa e il lavoro; «E da dov’è che saltano fuori?!» s’interroga poi, stranita e straniante, setacciando il vastissimo panorama brullo che li circonda. Io credo che Piede in spiaggia, così come tutti i racconti di questo Come si smette di avere una faccia, siano un po’ come questi cervi di David Lynch; per qualche ragione misteriosa, e da qualche altrettanto misteriosa dimensione, continuano a sbucare e a lasciarci, ogni volta, turbati, inquieti, sconvolti. Sempre attraversati, però, da una lieve corrente di embrionale speranza. Non foss’altro che per il piacere di fermare sulla carta quello che di extra-ordinario accade e continua ad accadere nelle nostre esistenze.



