di Franco Pezzini

Pier Carpi, Un’ombra nell’ombra, prefazione di Andrea Gibertoni e Mauro Corradini, postfazione di Davide Pulici, pp. 296, € 17, Agenzia Alcatraz, Milano 2026.

A vederlo intervistato da Enzo Biagi (Gelli: io lo conosco bene, AccasFilm 1983), Pier Carpi ostenta un candore e una simpatia perplessa che lascia un po’ straniati: si proclama non massone ma dichiaratamente “molto amico” di Licio Gelli, si è “trovato” nelle liste P2 con l’indicazione “consultare” – quindi forse l’arcifaccendiere intendeva solo proporgli un’iscrizione… – e insomma si fatica a incastonarlo in quel teatrino ripugnante di cadaveri viventi fascistoidi tra stragi, bancarotte e depistaggi che arriva a lambire (ma i responsabili negano) il tentato golpe Borghese e le ombre equivoche di Gladio, a toccare lo scandalo del Banco Ambrosiano, a flirtare con dittature e putredini assortite a livello internazionale. Perché il quadro, a prescindere dalla superficialità di tante adesioni alla P2, resta questo…
Se poi Gelli tenterà persino l’estrema baracconata di mirare al Nobel per la letteratura come poeta, a darci un assaggio di come il grottesco e il drammatico vadano spesso a braccetto, Pier Carpi (1940-2000) alcuni numeri da far valere in campo artistico li aveva sul serio. Non da Nobel, d’accordo, ma almeno tali da meritare qualche attenzione – il che non candeggia le sue frequentazioni, ma induce a separare un tantino gli ambiti.
In realtà neanche troppo. L’immaginario di Carpi è fitto di sette, di seduzioni misteriche di potenti, di movimenti sotto la superficie, di “eroi” in fondo nobili, destinati a melodrammatiche sconfitte sui tempi brevi ma in ultimo vincitori. Come quel Gelli che dichiarerà in una celebre intervista:

Ho una vecchiaia serena. Tutte le mattine parlo con le voci della mia coscienza, ed è un dialogo che mi quieta. Guardo il Paese, leggo i giornali e penso: ecco qua che tutto si realizza poco a poco, pezzo a pezzo. Forse sì, dovrei avere i diritti d’autore. La giustizia, la tv, l’ordine pubblico. Ho scritto tutto trent’anni fa. (Concita De Gregorio, “Giustizia, tv, ordine pubblico è finita proprio come dicevo io”, in la Repubblica, 28 settembre 2003)

E vedendo la nostra Italia non si può che dargli ragione.
Sia chiaro, non si intende appiattire Carpi o il romanzo qui presentato – molto bello, merita assolutamente la lettura – sull’appartenenza alla P2 o sul profilo del “molto amico” Gelli. In questione è piuttosto un clima di misteri d’Italia coltivato dall’arcifaccendiere attraverso collaborazioni con patrioti farlocchi e rituali pseudomassonici, servizi deviati e furbetti del quartierino, e in parallelo da Carpi inseguendo tra fumetti, rotocalchi e pellicole i temi del revival magico che sbotta tra fine Sessanta e primi decenni Settanta, e vede anzi in lui una voce significativa e competente. Un’Italia da Segno del comando – uno sceneggiato che non a caso salda i due filoni misterici – dove esoterismi ambigui e clericalismi nostalgici, “paure di morti ed in congreghe / diavoli goffi con bizzarre streghe”, sussurri di società segrete e suppurazioni negromantiche a richiamare dalle tombe della storia la feccia nera (e il fetore che ne deriva) finiscono nello stesso calderone.
Il libro del 1974 che meritoriamente Alcatraz ripropone può leggersi dunque come un godibilissimo, buon romanzo fantastico e insieme (sottolineano gli introduttori) “mito moderno”, “parabola morale”, storia di “discesa consapevole nell’oscurità” al crocevia tra interessi di scrittura e di regia dell’autore, che ne trarrà un film garbato (Un’ombra nell’ombra, 1979, lo analizza con sapienza Pulici nella postfazione): un’opera, come qualità, idealmente a metà tra il divertente, riuscito feuilleton in costume Cagliostro (1975, ufficialmente diretto da Daniele Pettinari, con un gran cast) e il totalmente folle Povero Cristo (1975, con Mino Reitano nel doppio ruolo del protagonista e di Gesù) che richiede allo spettatore un certo amore per il bizzarro. Ma insieme Un’ombra nell’ombra è un intrigante documento storico su convulsioni ideali di un passato che non hanno ancora finito di interpellare il nostro immaginario come singoli e come società.
Cerco di non ammazzare la trama, condotta da Carpi a un ritmo torpido e torbido, onirico e ipnotico, con spoiler che la traviserebbero: dimentichiamo le storie di sette alla Dennis Wheatley, con forti polarizzazioni tra bene e male e lezioncina politica annessa. In una Milano “Senza fiori, senza verde, / senza cielo, senza niente” come in una vecchia canzone di Memo Remigi (del 1965, ma riproposta un anno dopo il romanzo, nel 1975, nell’album “Emme” come Milano) un gruppo di streghe – nel senso di donne con poteri che esse stesse non capiscono, e lambite dall’oscurità – incassa con sgomento la notizia del suicidio d’una consorella. Del gruppo fa parte la protagonista Carlotta, che matura la consapevolezza d’una crisi profonda del gruppo: se l’Ombra a tratti si manifesta e in qualche modo le adepte le hanno lasciato consciamente spazio in una complessa strategia di luci e buio interiori (del resto varie sono le scene del romanzo dove la luce viene spenta per poi riaccendersi e poi spegnersi di nuovo…), la loro non è un’adesione tout court al diabolico, ma il tentativo pericoloso, forse imprudente ma certo timido e comunque pasticciato di comprendere una diversità che le isola – posizioni dove in fondo troviamo qualcosa di Pier Carpi, figura sempre al limite tra ricerca genuina (si pensi alla sua saggistica) e affabulazione fantasiosa e ambiguamente ammiccante, tra frequentazione del Nero e non completa risoluzione in esso, tra peripli in acque insidiose per amor di conoscenza e nostalgia di antiche e perdute agenzie di sicurezza interiore.
Le posizioni gnostiche di protagonista & consorelle finiranno con il trovarsi in catastrofica collisione con quelle diaboliste della figlia di Carlotta, Daria: l’ennesima bambina raggelante delle fantasie d’epoca, sorella ideale della Regan dell’Esorcista (libro 1971, film 1973) e di infinite altre malebimbe del cinema popolare coevo, ma che a differenza di Regan ha scelto lucidamente il Male. Che non è un diavolo “facile” da folklore, né quello scatenato in battaglia di Blatty & Friedkin, né l’altro grottesco/sinistro da riunione di condominio di Ira Levin (Rosemary’s Baby del 1967, film 1968), né l’ispiratore di criminose politiche internazionali di The Omen (1976, con seguiti) o di fatali escalation nucleari di Holocaust 2000 (1977), ma un’ombra reale che alligna nelle scelte di vita quotidiana per condurle al male, un’ombra nell’ombra che minaccia il futuro e che si confonde alla fine con la silhouette di Daria. Decisa a essere protagonista e non solo defilata comparsa di una storia tracciata da altri, come sua madre e le consorelle: dove viene pure il dubbio (ma allora il vecchio Wheatley tornerebbe a bomba) che il diavolo da lei scelto sia in fondo anche metafora di una ribellione epocale e iconoclasta. Poi è vero che Pier Carpi circonfonde il tutto di ammiccamenti e intuizioni su un occulto piuttosto tecnico, che si fatica a esaurire in simbolo sociale. Ma certo il set meneghino apre domande, e nelle sue nebbie tutto si confonde. Sapessi com’è strano trovar la magia nera a Milano…
Il dialogo con il sacro prosegue peraltro per tutto il romanzo, e con toni per nulla scontati. Se il sacerdote in crisi don Lorenzo, coinvolto dalle consorelle in un rituale piuttosto equivoco (che ricorda certi pateracchi sacramental-blasfemi alla Abate Boullan nella Francia di fine Ottocento), riscopre la propria fede proprio nel confronto con l’Ombra, Pier Carpi non ne trae una facile lezioncina devota. E indicativo è anzi il dialogo di Carlotta con uno scrittore sosia dell’autore che nella Chiesa delle liturgie tradizionali individua, da esterno, la vera erede dei Misteri dei magi. Posizioni che probabilmente oggi definiremmo teocon, ma che – va a merito dell’autore – restano impostate in modo più interessante di certi sbracati teatrini polemici da sovranisti in sacrestia.
In compenso il tentativo di problematizzare criticamente sulla Chiesa “sociale” del tempo, pur trattenendo spunti d’interesse, svela a dispetto dei proclami libertari dell’autore (“Oggi la ribellione viene spesso chiamata follia. Soltanto perché non è capita e viene come sempre dai diversi, dagli esclusi, dai giovani”, così Carpi nel 1978) la sua matrice sostanzialmente conservativa. Il che, con rispetto per la complessità delle sue posizioni, da chi è “molto amico” di Gelli non ci sorprende davvero.