di Franco Pezzini
Auguste de Villiers de l’Isle-Adam, Racconti crudeli, trad. e intr. di Bruno Nacci, pp. 280, € 21, Carbonio, Milano 2025.
“Il commendatore di pietra può venire a cena con noi, può tenderci la mano! Gliela stringeremo. Sarà lui forse ad avere freddo”.
L’editoria italiana perde i pezzi, a partire dalla chiusura di case editrici meravigliose – come la Carbonio (edizioni curatissime sia sul piano dei contenuti sia su quello dell’eleganza di forma), giunta dopo dieci anni al suo canto del cigno. Una storia dunque crudele, che per paradosso vede tra gli ultimi volumi appunto Racconti crudeli del simbolista bretone Auguste de Villiers de l’Isle-Adam (1838-1889): uno dei sommi libri visionari del secondo Ottocento francese, idealmente all’ombra di Barbey d’Aurevilly e Mallarmé, Bertrand e Baudelaire, Nerval e il Flaubert più lisergico, e poi venerato da simbolisti e surrealisti.
Un’antologia, questa in esame, certo già nota ai lettori italiani e presente in vari cataloghi, ma che questa edizione curata da Bruno Nacci valorizza in modo particolare con una splendida introduzione (un saggio che esonda dai confini della raccolta) e un ricchissimo e chiarificante corredo di note – prezioso per la comprensione di un periodare francese a volte non troppo perspicuo, e che in compenso gronda un’erudizione (o pseudo tale) smaniante di fantasie liberissime. Leggere Villiers – che teorizzava l’arte per l’arte – è una festa dalle bevande ad alta gradazione, che gioca con il romantico o il sarcastico, comporta l’inabissarsi ora in un sabba di eccessi deliranti del passato, ora in un crepitacolo di trovate di ironia sferzante, feroce, swiftiana e crepuscolare sul presente e il futuro: è nel suo caso particolarmente importante che una traduzione riesca ad assecondare l’ebbrezza poetica e anzi musicale cercata dall’autore. Nacci vi riesce, con una resa bellissima: del resto, va ricordato, aveva offerto per Carbonio tre anni fa una edizione esemplare di un altro dei titoli febbrili di quel mezzo secolo in Francia, La tentazione di sant’Antonio di Flaubert (2023), al cui clima Villiers in parte si rifà, e in seguito quella di L’eredità di Guy de Maupassant (2024).
Curioso profilo quello di Villiers, nella Francia della borghesia trionfante: aristocratico decadente che difende con orgoglio il profilo dei propri antenati, tanto più snob quanto più povero, reazionario e rivoluzionario insieme, tifa per la Comune di Parigi (pur biasimandone certe violenze) e ne deplora la spaventosa repressione, ma poi si candida per i legittimisti. Comunque il bersaglio di questo amico di Huysmans, Léon Bloy, Mallarmé o più da lontano di Wagner – e che tuttavia li tiene sempre un po’ a distanza – resta la borghesia: gretta, ridicola, mendace, votata al soldo e alle apparenze. Suo padre, il poco danaroso marchese Joseph-Toussaint, si era svenato acquistando senza successo terreni dove vagheggiava, come un personaggio di Maurice Leblanc, di recuperare il tesoro perduto dei Cavalieri Ospitalieri: un antenato ne era stato Gran Maestro nel Cinquecento, ma il tesoro sarebbe stato nascosto durante la Rivoluzione francese – e ovviamente non verrà trovato. Questo è il lignaggio da cui promana Villiers, ma il suo vero tesoro non sarà nascosto in fantomatiche Guglie normanne per fiorire invece nel tessuto delle sue pagine.
Partiamo dal titolo di questa formidabile raccolta di racconti, dal 1867 sparsi su riviste non sempre di rilievo: dove l’aggettivo crudeli viene scelto solo nel 1883 all’edizione in volume, dopo l’esame di una serie di alternative meno illuminanti – enigmatici, cupi, filosofici, misteriosi. Di lì, in omaggio di Villiers, la forma conte cruel verrà canonizzata nel mondo anglosassone come genere di storie brevi e fulminanti di horror non sovrannaturale e piuttosto connotati da una raggelante ironia del destino. Interessante notare però che la traduzione in inglese della raccolta nel 1927 non verrà titolata Cruel Tales ma Sardonic Tales – che in effetti dice parecchio di una spietatezza ironica.
Del resto una crudeltà peculiare corre in queste storie, il cui autore ha letto Sade ma è troppo elegante per sposarne idee e brutalità fisica: preferisce le allusioni, l’orrore evocato fuori scena e possibilmente velato da un sarcasmo verso il mondo, la società, le insensatezze dell’uomo. Non è un caso che Borges, antologizzando anche Villiers nella visionaria Biblioteca di Babele per Franco Maria Ricci, l’avesse ricondotto sotto la cappa lugubre di un titolo eccellente che della raccolta Carbonio fornisce una sorta di spina dorsale, Il convitato delle ultime feste: la storia terribile di un uomo ricchissimo che trova una raggelante iniziazione alla crudeltà in Oriente. Ma tra frizzi e moine emerge la realtà persino più disturbante di un civile Occidente pronto ad arruolarlo… una storia in fondo che già prefigura teatrini che conosciamo.
Simili crudeltà troviamo nella cinica storia di eros e thanatos nell’autunno del Medioevo La regina Isabelle (inevitabile pensare a Histoire secernere d’Isabelle de Bavière, reine de France proprio di Sade) e, senza patiboli, ne Il duca di Portland, dove un nobiluomo noto alla corte della Regina Vittoria contrae la “grande lebbra antica” per aver stretto la mano con fatale temerarietà all’ultimo portatore della medesima. Impazienza della folla racconta di un cieco e feroce linciaggio che attende per un fraintendimento a Sparta il messaggero di Leonida contro i Persiani; mentre Ricordi occulti evoca fantasmagoriche Indie dove, quasi a prefigurare Cuore di tenebra, un ipotetico avo del narrante, guerriero gaelico, sarebbe caduto. Sempre un Oriente favoloso ma ben più orrifico e inquietante di quelli di Nerval è il racconto di Epilogo, L’annunciatore, dove Villiers pare recuperare lo stesso spunto folklorico poi alla base di un’opera molto più pop, la canzone Samarcanda. L’angelo della morte si stupirà di trovare un veggente lontano da dove intendeva afferrarlo: e la descrizione della corte del re-mago Salomone presenta un tripudio di trovate lussureggianti e visionarie tale da richiamare proprio il Flaubert della Tentazione.
In questi casi Villiers apparecchia un sontuoso teatro di morte a metà tra romanzo d’orrore ed exemplum paradossale, in qualche caso con torbide venature erotiche.
Ma è la società, che in queste storie resta comunque sullo sfondo, a emergere oggetto del feroce sarcasmo dell’autore. A volte nello sbeffeggio delle sue categorie etiche e della doppia morale borghese, come nell’esemplare Le signorine di Bienfilâtre, con il riscatto etico in punto di morte sulla base di un catechismo borghese: nessuno si turba che la ragazza si prostituisse, ma era imperdonabile che si innamorasse di uno spiantato, e il finale è fulminante. Del resto, proprio l’amore, topos classico del teatro borghese permette al misogino Villiers di vibrare stilettate epocali. Anzitutto attraverso altre donne del demi-monde, come le ciangottanti signorine del Convitato, la protagonista di Antoine che nel medaglione conserva i propri capelli come pegno di fedeltà, e quella di Maryelle con il suo modo un po’ singolare di amare fedelmente. Ma non va molto meglio ai giovani innamorati infettati dal pragmatismo del borsellino borghese, nell’esilarante Virginia e Paolo, che sovverte fin dal titolo i paradigmatici struggimenti del melodramma roussoviano a tinte esotiche Paul et Virginie di Bernardin de Saint-Pierre. La raccolta di poesie Racconto d’amore riguarda una passione infelice che finirà oggetto di disprezzo.
Paradossi tra ironia e amarezza emergono in Il segreto della vecchia musica (memore dello sciovinismo antitedesco post Sedan), dove si affettano surreali pretesti per rifiutare l’arte del nemico e sembra di vedere prefigurati certi ridicoli teatrini dell’oggi contro la cultura russa; La più bella cena del mondo dove la tenzone gastronomica tra due filistei di provincia si risolve a favore di chi è pronto a passare bustarelle; I briganti, dove gruppi di borghesi (paurosissimi di perdere quell’assoluto che sono i propri beni) si armano per sentirsi tanto temerari contro banditi che non ci sono, e finiscono con lo spararsi addosso – salvo rappresentare a quel punto una minaccia per i vagabondi che sanno già che verranno accusati della relativa strage. Oggi il racconto citerebbe anarchici e centri sociali.
Dove poi Villiers si toglie qualche sassetto personale più mirato su editori e, nello specifico, direttori di giornali, ma in genere sul mondo spocchioso e superficiale di quella Francia, sul suo culto di scienza e tecnica votati all’utile e sulla sua miseria interiore, è in un gruppo di racconti dove il sarcasmo assurge alle più virtuose pirotecnie surreali. A partire da Due indovini, dove la qualità di scrittura è vista come elemento di discredito. E proseguendo con le storie sulla fantastiche invenzioni dell’ingegner Grave – L’affissione celeste, cioè la proiezione nell’altrimenti improduttiva volta celeste di messaggi di pubblicità o propaganda –, dell’ingegner Bottom – La macchina della gloria a beneficio di autori teatrali o letterari –, del professor Schneitzoëffer – L’apparecchio per l’analisi chimica dell’ultimo respiro, che permette ai parenti di assuefarsi all’idea del lutto inalando respiri penultimi dei loro cari – e Il trattamento del dottor Tristan che riprende panoramicamente tutte le altre simili storie (e anche quella di Eva futura che l’autore sta scrivendo) nella trovata ultramoderna per soffocare voci interiori, provvedendo alla rottura del timpano. Attraverso queste fantasie e soprattutto il romanzo Eva futura Villiers finisce col rivelarsi – come l’ultimo Verne – uno dei padri più pessimisti della fantascienza europea.
Ancora a sbeffeggiare teatrini sociali, Racconto cupo, narratore più cupo ancora vede il disinvolto drammaturgo D. intento a raccontare la triste storia di un duello: ma il vero fuoco della narrazione non è tanto in quell’episodio drammatico ma nel cinico e fintamente partecipe spettacolo dell’affabulatore, che ricorda il rancore di Villiers verso il mondo teatrale ostile all’arte a favore delle opere “facili”.
Il racconto d’impronta dostoevskijana Il desiderio di essere un uomo (si ricordi che Delitto e castigo è del 1866), vede un tragediografo in caduta libera perpetrare terribili, segrete nefandezze pur di provare qualcosa che non sia finzione e avvertire spettri di rimorso che però non arrivano. Qualcosa che introduce idealmente al tema dell’autenticità in rapporto all’arte. In Sentimentalismo, la fictio dell’artista si rivela la forma più autentica e sublimata di comunicazione dell’interiorità contro il feticcio di una “spontaneità” vuota e insincera; mentre ne La sconosciuta si consuma un incontro fatale tra una dignitosissima fanciulla sorda e un giovane gentiluomo, che lei rifiuta per la constatazione che tutto è illusione e l’impossibilità di comunicare appieno la delicatezza dei sentimenti.
Un’altra delle chiavi della raccolta è in effetti il rapporto con l’illusione, una forma di sogno che permette di sospendere la realtà e sottrarci al tempo. Come nel celeberrimo Véra, dal nome della protagonista che in grazia dell’illusione può manifestarsi all’amante; o in Da perderci la testa!, dove per l’illusione di una stessa geometria lo spettacolo della Morgue di Parigi si fonde e confonde con quello dei caffè degli affari. In Fiori di tenebre i mazzi dei funerali finiranno riciclati per madamine innamorate, nell’illusione che quei petali parlino di vita. Eppure la realtà sa varcare mascherate e spettacoli della politica, come “il centenario Mendicante, decano della Miseria di Parigi” che sopravvive a tempo e cambi di regime con il suo appello di povertà; o altrimenti correre per vie più sfuggenti dell’interiorità, come ne Il presagio, storia gotica di visioni trasfigurate e soprassalti notturni, memore delle sue curiosità verso l’occulto.
In effetti più che Sade, troviamo in questo racconti l’eredità dello snob Poe, grande amore della galassia Baudelaire: l’amore per la musicalità, l’orrido e il grottesco, le sue sferzate agli editori, le sue pirotecnie comiche su trovate di successo in un teatro sociale ottuso e bottegaio, alcuni effetti visivi (la camera arrossata dall’incendio di La regina Isabelle sembra orecchiare in modo liberissimo certe pagine del Metzengerstein), la pseudoerudizione dagli effetti poetici e visionari e certe venature misogine, gli eccessi ebbri di alcuni Orienti… dove magari piomba inatteso l’Angelo della Morte.
La cifra corrisposta per questo gioiello dall’editore editori Calmann-Lévy sarà minima; e sei anni dopo, pieni di opere e di miseria cui sovvengono le collette degli amici, Azrael scende in forma di tumore allo stomaco a prendere l’autore. Pare che Villers lo accolga con le parole: “Bene, ricorderò questo pianeta”. Un tributo dell’incisore Louis Legrand (Courrier français, 1 settembre 1935) lo mostra, afferrato dalle mani scheletriche della morte, intento a lanciarsi verso l’alto, dove lo contempla un ambiguo angelo femminile dal diadema orientale.



