di Marco Sommariva
I tipi delle Edizioni Malamente hanno dato alle stampe un interessante libro di Bernard Charbonneau, Il totalitarismo industriale (pp. 532, euro 25,00). È una raccolta di suoi testi scritti tra gli anni Settanta e Novanta, in cui analizza la società industriale come un fenomeno globale e invita ad abbandonare la retorica dell’adattarsi al cambiamento spiegando che la civiltà industriale non sta solo consumando le risorse del pianeta, sta anche edificando un nuovo tipo di totalitarismo che ha svuotato le campagne, imposto l’agrochimica e portato al trionfo della standardizzazione: periferie identiche, menti uniformate dalla cultura di massa, consumatori ridotti a ingranaggi. È un grido d’allarme, quello di Charbonneau, che coniuga la conservazione della natura con la conquista della libertà, invitando a riscoprire il “sentimento della natura” non come svago domenicale, ma come forza sovversiva per costruire un mondo a misura umana, decentrato e capace di autolimitarsi.
Bernard Charbonneau, filosofo, insegnante e storico francese, è nato il 28 novembre 1910 a Bordeaux (Gironda). Quand’era bambino, alle porte della sua città natale c’era una Polinesia da scoprire: un’immensa pineta e grandi laghi d’acqua limpida, per fortuna ignorati dalla borghesia concentrata più a sud, ad Arcachon, una cittadina sulle rive di un bacino d’acqua salata comunicante con l’Oceano Atlantico. Da giovane, senza alcun bisogno di un tour operator che gl’indicasse dove andare, Charbonneau parte con un gruppo di amici alla scoperta della sierra di una Spagna sconosciuta ai turisti dell’asse San Sebastian-Madrid-Granada-Siviglia. Camminando, macina centinaia di chilometri di villaggio in villaggio, incontrando popolazioni che, nonostante la povertà, vivono ancora le loro canzoni e le loro feste. Sono tempi in cui, con pochi soldi, sul ponte di una barca, si può raggiungere un’isola deserta come la Gomera, situata nella parte occidentale dell’arcipelago spagnolo delle Isole Canarie, con le sue cascate che scendono tra giganteschi alberi di alloro, la stessa isola su cui anni dopo verrà costruito un aeroporto che, oggi, permette l’arrivo a frotte di turisti. Il giovane Charbonneau cresce interessandosi alla storia e alla geografia perché pensa che la realtà sia un insieme di tempo e spazio, e che questo si modifichi continuamente sotto i nostri occhi. Si costruirà una casa per la propria famiglia sulla riva di un torrente nel villaggio di Laroin, nel dipartimento dei Pirenei Atlantici nella regione della Nuova Aquitania e, prima della moda della casa di campagna, fisserà il proprio luogo di ritiro sulle rive dell’Oloron, ritenuto con i suoi salmoni l’ultimo fiume incontaminato di Francia. Invecchiando, Charbonneau vivrà in prima persona la rovina della campagna: intorno a lui, le ultime querce, gli ultimi contadini e gli ultimi paesaggi, lentamente, svaniranno. Benché un po’ superficiale, credo questo sunto di vita renda bene l’idea di quanto Charbonneau sia rimasto fedele al suo pensiero: quando, fin dall’adolescenza, si ha la passione di vivere in libertà sulla Terra, diventa naturale dedicarsi alla sensibilizzazione della minaccia che incombe su entrambe le cose – la libertà e la natura – anche se si è gli unici a muoversi in quella direzione. Charbonneau ha vissuto per questo, per salvare la natura e per salvare la libertà, al di là di cosa la storia gli ponesse davanti – crisi, guerre, rivoluzioni. Quella che era la vocazione personale di un individuo è diventata col tempo un movimento sociale e politico, etichettato come “ecologista”. Nato in America e apparso improvvisamente in Francia nel 1970, il movimento écolo è stato inizialmente opera di un ristretto numero di outsiders, tra cui Charbonneau. Il successo elettorale e il riconoscimento mediatico trasformeranno il movimento ecologista in una forza politica e, così, l’ambiente che ne era orfano, avrebbe avuto il suo ministro.
Ora vediamo come si comportò, invece, la classe politica di fronte ai problemi che il movimento etichettato come “ecologista” aveva iniziato a sollevare negli anni Sessanta. Il 28 febbraio 1970, l’allora presidente della Repubblica francese Georges Pompidou, tenne un discorso a Chicago in cui ammetteva che lo sviluppo fulmineo della tecnologia stava stravolgendo la società, le condizioni di vita e l’ambiente. In ordine sparso, citò la saturazione dello spazio, la congestione automobilistica, la disumanizzazione e la perdita di libertà nelle città ipertrofiche: “Nell’affollamento di questi grandi agglomerati, l’uomo si trova gravato da servitù e costrizioni di ogni genere, che vanno ben oltre i vantaggi che gli derivano dall’aumento del tenore di vita e dai mezzi individuali o collettivi messi a sua disposizione”. Aggiunse che l’uomo avrebbe dovuto mettere in discussione la fede nel progresso lineare, dominare l’esplosione tecnologica e adottare un’etica ambientale rispettando le regole e i divieti stabiliti dalle autorità pubbliche, senza i quali il mondo diventerebbe irrespirabile. Nel 1970, proclamato dal Consiglio d’Europa come “anno della conservazione della natura”, i tecnocrati modernizzatori iniziarono finalmente a preoccuparsi delle nocività prodotte dal boom industriale, ma la nascente politica ambientale che pretendeva di introdurre una «nuova direzione», escluse fin dall’inizio qualsiasi messa in discussione del sacrosanto principio dello sviluppo; per gli esperti sarà fuori discussione l’ipotesi di un arresto della crescita economica, anzi, sosterranno che sarà lo stesso progresso tecnico a permettere di rimediare agli effetti nocivi della società della tecnica. In pratica, la consapevolezza dell’importanza di questi problemi e la lotta contro le nocività non potevano in alcun modo sconvolgere le condizioni di funzionamento dell’economia e compromettere la competitività delle industrie. I tecnocrati modernizzatori sentenziarono: “Contrariamente a un’illusione troppo spesso nutrita, non è ancora giunto il momento in cui una società come la nostra possa porre fine al perseguimento del progresso quantitativo”. Il loro progresso infinito consisterà nell’investire per attrezzare l’intero paese e svilupparne ogni recondito angolo, creare infrastrutture di trasporto e di telecomunicazione, costruire complessi turistici, proseguire l’urbanizzazione, la desertificazione delle campagne e l’etnocidio dei contadini – la difesa del mondo contadino sarà una questione centrale nella battaglia ecologista di Charbonneau –, formare la forza lavoro e riqualificarla per i mercati in crescita, stare al passo con i cambiamenti dettati dalla concorrenza internazionale e dall’evoluzione tecnica, intensificare la circolazione delle merci, produrre ed esportare sempre di più, mobilitare più energia, nuclearizzare, sostenere la ricerca scientifica, garantire un uso ottimale delle risorse umane e dei materiali, massimizzare i rendimenti. È evidente che, con queste prospettive, la “protezione dell’ambiente” non doveva in alcun modo ostacolare la ricerca di potenza ed efficienza; in nuce, l’ambiente non sarebbe stato quasi per nulla protetto. Ecco cosa fa la politica mentre Charbonneau non smette d’interrogarsi sui costi di uno sviluppo esponenziale e di sottolineare i danni del progresso osservando direttamente la trasformazione dei paesaggi e dei modi di vita a lui familiari come quando, ancora adolescente, vede Bordeaux – la sua città – trasformarsi radicalmente con l’invasione delle automobili, quelle macchine rumorose che scacciano pedoni e animali dalle strade, allungano le periferie e allontanano le campagne che lui ama percorrere a piedi. Charbonneau si rende conto della profonda mutazione della specie umana provocata dall’ascesa della scienza e della tecnica; tale questione fondamentale, assente dalle ideologie dell’epoca, diventa l’impegno della sua vita. Il filosofo francese non si limiterà a fornire una base teorica, ma s’impegnerà a fondo e in prima persona nel movimento, dando la priorità all’azione locale e alle lotte di base; per esempio, nel 1973 è tra i fondatori del Comitato di difesa Soussouéou-Ossau, nei Pirenei Atlantici nel sud-ovest della Francia, che si oppone con successo alla costruzione di una stazione sciistica, nonostante le cause per diffamazione intentate dal costruttore; nel 1976 partecipa alla creazione dell’associazione Ecoropa, una rete europea di riflessione e azione ecologista; da critico dell’agrochimica contribuisce alle attività dell’associazione Nature et progrès, mettendo in guardia dal rischio che il cibo biologico venga ridotto a un’etichetta elitaria.
Nel marzo del 1973, Charbonneau scrisse: “Gridate, scrivete e pubblicate ovunque quello che tutti pensano: il pollo industriale è disgustoso, sospetto, molle e vilmente insipido. Il colore bluastro della carne di vitello nutrito con ormoni è quello di un feto marcio; lo yogurt alla fragola sembra sputato da una macchina. Che coraggio a venderci questi inutili placebo al prezzo di carne e latticini. […] prodotti agrochimici [che] non vi avvelenano soltanto, ma ingannano la vostra fame, mistificano il vostro stomaco. Riducendo il pasto a un buttare giù che preannuncia la pillola nutrizionale, vi nega la possibilità di condividere una zuppiera fumante con i vostri amici. Quale tiranno ha mai osato infossare la libertà fino a questo punto?”. Fra i tanti passaggi interessanti dei suoi scritti raccolti in questo volume, ho scelto questo che, forse, riassume meglio di tanti altri la sua idea che non scinde il salvare la natura dal salvare la libertà. Chissà se Charbonneau sapeva che, prima di lui, la pillola nutrizionale l’avevano già prevista in tanti, fra questi Antonio Ghislanzoni nel suo Abrakadabra. Storia dell’avvenire del 1884, un romanzo in cui troviamo venditori che strillano a tutta gola la possibilità di pranzare con una sola pillola, mentre qualcuno non regge a quell’orribile spettacolo dell’umana follia sostenendo che quelle pillole affretteranno di due secoli il suicidio totale dell’umanità, oppure Camille Flammarion nel suo La fine del mondo del 1894: “Da principio le carni erano state distillate; in seguito, poiché gli animali sono formati di elementi tolti al regno vegetale e al regno minerale, si ricorse a questi elementi. In bevande squisite, in frutta, in dolci, in pillole la bocca assorbiva i principi necessari alla riparazione dei tessuti organici, liberata dalla grossolana necessità di masticar della carne”.
Altro passaggio di Charbonneau, stavolta datato maggio 1986, su cui dovremmo riflettere a lungo è quello in cui allerta che se le industrie che sfruttano la materia rischiano di scontrarsi con la scarsità di materie prime e di bisogni, ce ne sono altre che pensano di poter svilupparsi all’infinito, perché meno onerose e rispondenti a desideri illimitati, quelli dell’immaginazione e del tempo libero; non solo, nello stesso scritto il filosofo francese ci preavvisa che, un domani – che poi sarebbe già l’oggi –, saranno il Club Méditerranée e Disneyland a dare lavoro, che il mercato del tempo libero, pur essendo illimitato, consuma più spazio di qualsiasi altro, e che Gilbert Trigano (imprenditore francese noto per aver sviluppato e diretto la rete del Club Méditerranée) potrà presto acquistare l’ultima spiaggia coltivata a palme da cocco. Charbonneau chiude questo scritto con l’ultimo terribile ammonimento: “Certo, Disneyland – e poi qualcos’altro di impensabile – produrrà posti di lavoro, almeno fino a quando lo sviluppo di tecnologie all’avanguardia non li cederà a robot automatizzati”. Questi “robot automatizzati” ventilati nell’86 mi fanno pensare sia ai droni che, per esempio, in Texas e in Arizona consegnano a domicilio entro un’ora pacchi sino a due chili e mezzo, sia all’intelligenza artificiale che, oggi, svolge in una manciata di secondi lavori da impiegato che ora mi son stati tolti, e che sbrigavo in non meno di una giornata. Credo si parli ancora poco di quanto stiano prendendo piede questi robot automatizzati, mentre ritengo ci si dovrebbe preoccupare un po’ di più dato che non mi sembra per nulla impossibile che un giorno neanche troppo distante ci si ritrovi in una realtà simile a quella immaginata in Genocidio quantistico, un racconto ambientato nel 2041, contenuto nella raccolta del 2021 intitolata AI 2041. Scenari dal futuro dell’intelligenza artificiale di Kai-Fu Lee e Chen Qiufan: “Ogni forma di produzione e di trasporto era automatizzata. […] Le droghe potevano essere coltivate, raccolte, trattate e poi appaltate a robot in regioni disabitate, trasferite nei luoghi di vendita tramite veicoli autonomi e consegnate da droni. Gli acquirenti dovevano soltanto accedere al dark web e cliccare su ciò che desideravano, come da un menu. Senza intermediari umani, tutti i tradimenti, le soffiate e gli agenti sotto copertura dei vecchi film di gangster non esistevano più. Anche se la polizia avesse avuto un sentore di un’impresa criminale in corso, ogni stadio del processo sarebbe andato avanti in maniera isolata, permettendo di rimpiazzarli efficacemente e con perdite minime”. In quest’ultimi anni, ritengo droni e intelligenza artificiale i maggiori artefici di un sostanzioso cambiamento della nostra vita, e non intendo soltanto quella banale che ci vede al lavoro, relazionarci con gli altri, spendere in qualche modo il nostro tempo libero; sarà per questo che, su questo cambiamento, mi pongo sempre più spesso alcune delle domande che il filosofo francese già formulava nel ’77: “Qual è il suo senso? Dove sta andando, cosa lo guida e qual è la sua natura? Buono o cattivo, mi viene imposto o l’ho scelto? Con quali mezzi e a quale ritmo sta avvenendo?”. Chiudo con una riflessione di Charbonneau che, anche senza esserlo, potrebbe risultare la risposta a ognuna delle domande precedenti: “Ogni cambiamento finalizzato all’aumento del profitto comporta dei costi che saranno tanto maggiori quanto più la sua brutalità non avrà permesso di calcolarli in anticipo”. E io, scusate, gente intorno a me con la calcolatrice è un pezzo che non ne vedo.



