di G.M.
Il 15 luglio 2025 sono stato arrestato.
Ricordo, come se fosse ieri, le facce dei miei genitori quando, mentre eravamo tutti insieme alla caserma Fatebenefratelli, mi hanno detto che il PM aveva disposto l’arresto e che a breve mi avrebbero portato al carcere minorile Beccaria.
Gli stessi due poliziotti che mi avevano arrestato mi hanno messo in macchina e sul momento avevo già realizzato quanto seria fosse la cosa: avevo ancora stampata nella testa l’immagine di mia madre che piangeva.
Dopo un quarto d’ora in macchina siamo arrivati nella zona di Bisceglie dove appunto c’è il carcere: una volta entrato, incontro un assistente sociale accompagnato da due ufficiali della polizia penitenziaria, che mi spiega che sarei stato in cella fino all’udienza preliminare con un giudice, che avrebbe deciso il mio destino. Mi ha detto anche che dovevo fare una doccia e consegnare i miei effetti personali ad una delle guardie, così, nonostante fossi osservato, mi sono spogliato. Mi hanno buttato in una piccola stanza senza finestre, con uno sciacquone sul pavimento e un doccino che a malapena funzionava.
Finita la doccia mi hanno portato alla mia cella dove ho incontrato un ragazzo algerino con cui avrei passato le notti successive. All’inizio ero un po’ in paranoia, perché non riuscivo a capire se quel ragazzo fosse uno a posto o meno, ma dopo poco mi sono deciso ad iniziare una conversazione. Il ragazzo parlava un mix tra italiano e francese quindi ho dovuto un po’ improvvisare con la comunicazione: ho studiato francese alle medie quindi non avevo problemi a capirlo ma riuscire a rispondere nella sua lingua mi era molto difficile.
Mi è rimasto impresso come lui fosse quasi contento di essere lì, perché mi raccontava che era in Italia da dieci giorni e che non sapeva come procurarsi da mangiare o da dormire, quindi, nel tentativo di rapinare dei turisti sulla metro, ha trovato dei poliziotti in borghese che lo hanno portato via. Per lui il fatto di avere un tetto sulla testa e due piatti al giorno era molto meglio che stare in strada, anche se questo significava stare in una cella sporca con i muri imbrattati di graffiti fatti col dentifricio dai detenuti precedenti, dormendo su materassini di polistirolo senza coperte e mangiare cibo che a casa mia non avremmo dato neanche al cane.
A ripensarci mi fa strano rendermi conto che non ci siamo neanche scambiati i nomi, probabilmente perché entrambi eravamo presi dalla situazione e non ci abbiamo pensato, probabilmente anche perché essendo solamente in due bastava dirsi ‘’bro” e l’altro si girava.
Mi ricordo che la mattina dopo la prima notte, anche se non ho potuto vederlo, mio padre mi ha portato le sigarette e un libro da leggere.
In quei giorni ho fatto diversi colloqui con il mio avvocato, gli assistenti sociali e il frate che lavora al Beccaria, e mi dissero che avevo una brava mamma che chiamava per sapere come stessi e adesso mi chiedo: ci sono mamme che non chiamano?
In quei pochi giorni mi sono reso anche conto di come io e il mio compagno di cella fossimo trattati diversamente per una questione etnica: io ero di una buona famiglia italiana e lui un immigrato scappato di casa e solo al mondo. A volte a me le guardie permettevano di fumare in cella e di uscire a bere un tè o un caffè alla macchinetta, mentre a lui no; infatti, quando chiedevo di portarmi una sigaretta, ne chiedevo sempre due dicendo che una era per dopo, ma la davo sempre a lui.
Dopo qualche giorno, le guardie mi hanno avvisato che a breve avrei avuto un’udienza preliminare con il giudice che avrebbe deciso il mio destino: ero molto in ansia e non sapevo cosa aspettarmi, anche perché, in fondo al mio cuore, sapevo che avevo commesso un reato abbastanza grave e temevo di rimanere rinchiuso per molto più tempo di quanto in realtà non è stato.
Quella mattina anche il mio compagno di cella aveva la sua udienza e il fatto di non essere l’unico in ansia per il proprio futuro mi è stato d’aiuto.
Arrivato dal giudice, dopo una breve chiacchierata con l’avvocato per capire cosa dire, venivo informato che il PM aveva chiesto di mettermi in una comunità, ma dopo avermi interrogato e aver constatato che ero già in cura al Policlinico di Milano e dopo aver verificato che i miei genitori erano disponibili a prendermi in casa e che tra di noi in famiglia non c’erano problemi, il giudice ha deciso che la cosa migliore, in attesa di processo, fossero i domiciliari.
I miei genitori mi aspettavano fuori e riunirmi a loro è stato un sollievo immenso come se non li vedessi da anni e come se tutte le cose brutte che avevo pensato di loro non fossero mai esistite.
Il periodo dei domiciliari e stato sicuramente quello più difficile, non tanto i primi giorni, in cui la gioia di essere a casa mia, essermi sbarazzato di un tipo di vita che in realtà odiavo e la forte motivazione a fare le cose bene hanno prevalso su ogni altro sentimento.
Non dimenticherò mai gli sforzi della mia famiglia: mio padre mi portava a scuola tutti i giorni, la mamma mi accompagnava a piedi al Policlinico perché io potessi fare un po’ di esercizio fisico e i nonni venivano a Milano da *** ogni settimana per farmi compagnia e non lasciarmi troppo solo.
Sicuramente una delle sfide più difficili di quel periodo riguardava le sostanze, il cui uso ho interrotto da un momento all’altro e il fatto di non avere wi-fi o telefono che mi ha portato ad avere molte paranoie anche rispetto al fatto che i miei amici potessero essere arrestati a causa delle informazioni contenute nel mio telefono.
Per fortuna però sono riuscito a trovare degli svaghi: il sacco da box che mi ha regalato mia mamma oppure tra uno spostamento e l’altro mi fermavo al negozio di fumetti con mio padre e ne compravo alcuni per ammazzare la noia.
Per fortuna anche questo periodo dopo appena sei mesi è finito e il 6 novembre del 2025 c’è stato il processo, che mi ha portato ad una sospensione della pena e ad una Messa alla prova della durata di 12 mesi.
Oggi oltre alla scuola, gli incontri al Policlinico e gli esami delle urine, ho iniziato anche i lavori socialmente utili.
Ogni martedì vado in un centro di ascolto per persone disagiate: consegno kit per le docce ai senzatetto: asciugamano vestiti puliti shampoo.
Vedo passare molte persone diverse, tutte hanno i loro problemi ed in comune hanno di essere apparentemente soli al mondo.
Al centro ci sono molti volontari e tutti sono molto anziani, probabilmente in pensione, e vogliono usare il loro tempo per rendersi utili alla società.
Prima di iniziare mi chiedevo se mi avrebbero giudicato per quello che avevo fatto, ma in realtà non mi hanno fatto neanche una domanda e mi hanno trattato come un membro del gruppo, insegnandomi a fare il mio lavoro e facendomi sentire utile.
Si incontrano persone diverse con storie diverse: ad esempio, uno dei primi giorni ho incontrato una donna che mi ha chiesto una bacinella d’acqua e della crema idratante da spalmare sulle gambe: quando si è alzata i pantaloni ho visto che aveva le gambe gonfissime e viola come se stessero andando in cancrena e mi sono reso conto che queste persone con cui ho a che fare vengono lì per soddisfare i loro bisogni primari: una doccia, un pasto caldo, vestiti puliti, igiene personale e assistenza medica.
Il 20 giugno è prevista una udienza intermedia in attesa di quella definitiva del 21 novembre in cui si deciderà il mio futuro e un giudice valuterà se merito o meno di essere riammesso in società con la fedina penale pulita.
***
Questa che ho raccontato è la mia storia, che mi ha portato a stare rinchiuso al Beccaria per tre giorni in un contesto che però non è quello specifico del carcere, ma una sorta di stallo in attesa di giudizio.
Chi va invece veramente negli Istituti Penali per Minorenni, che sono le carceri per ragazzi e ragazze che hanno commesso reati e hanno meno di 18 anni?
Ho letto alcuni articoli in particolare uno dell’associazione Antigone che riporta dei dati molto tristi e interessanti.
A gennaio 2024 negli IPM italiani erano detenuti 496 ragazzi, il numero più alto degli ultimi anni. Più della metà è composta da cittadini stranieri e sono più i maschi delle femmine, quasi la metà dei detenuti si trova negli istituti del Sud Italia.
Dopo molti anni in cui i detenuti minorenni diminuivano, nel 2023 e nel 2024 si è registrata una crescita significativa. Secondo l’articolo, questo aumento dipende soprattutto dal fatto che ci siano più ragazzi in custodia cautelare cioè in carcere prima della sentenza definitiva, come sarebbe successo a me se non ci fosse stato posto in case-famiglia o se i miei genitori non fossero stati disponibili, e che ci siano più ingressi per reati legati agli stupefacenti, aumentati notevolmente rispetto all’anno precedente.
Circa 8 ragazzi su 10 entrano in IPM in custodia cautelare, quindi prima della condanna definitiva. Gli stranieri finiscono più spesso in questa situazione rispetto agli italiani.
Molti giovani non restano in carcere fino alla fine della pena: alcuni passano alla detenzione domiciliare e altri vengono affidati ai servizi sociali.
Tuttavia, l’articolo che ho letto evidenzia che sta aumentando il numero di ragazzi che terminano la pena direttamente in carcere, mentre diminuisce l’uso delle misure alternative.
Parlando con il mio avvocato e con gli assistenti sociali, ho capito come la giustizia minorile si stia sempre più inasprendo.
In particolare, l’istituto di cui io sto usufruendo in questo momento (la messa alla prova minorile), che era nata come strumento educativo e di recupero del minore autore di reato, sta assumendo caratteristiche sempre più vicine al sistema penale degli adulti. Tradizionalmente, questo istituto consentiva di sospendere il processo e avviare un percorso di responsabilizzazione e reinserimento sociale, senza particolari limiti legati alla gravità del reato, perché al centro vi era la personalità del minore e la sua possibilità di recupero.
Le più recenti riforme normative – in particolare quelle del cosiddetto “Decreto Caivano” (introdotto in seguito alla scoperta di abusi perpetrati per mesi da un gruppo di giovanissimi su due bambine di 10 e 12 anni) – hanno però cambiato questa impostazione, escludendo la messa alla prova per alcuni reati particolarmente gravi. In questo modo il legislatore sembra aver privilegiato esigenze di sicurezza e repressione rispetto alla finalità educativa che ha sempre caratterizzato la giustizia minorile.
Diversi Tribunali hanno sollevato dubbi di costituzionalità su queste nuove limitazioni. I giudici ritengono che impedire automaticamente l’accesso alla messa alla prova per determinate categorie di reati possa entrare in contrasto con i principi fondamentali della giustizia minorile, basati sulla valutazione individuale del ragazzo e sul suo percorso di recupero.
In conclusione, secondo quanto mi è parso di capire, la giustizia penale minorile sta attraversando una fase di trasformazione: da un modello centrato sull’educazione e sul reinserimento del minore verso uno più orientato alla logica punitiva. Questa evoluzione, definita appunto “adultizzazione”, rischia di indebolire la funzione rieducativa della messa alla prova e di allontanare il sistema dai principi che ne hanno storicamente giustificato l’esistenza.
***
Dopo ormai 7 mesi di messa alla prova, sta arrivando l’estate e mi rendo conto di essere cambiato completamente rispetto ad un anno fa.
Sono grato a tutte le persone che mi hanno aiutato anche perché sono consapevole che, nonostante i miei sforzi incredibili, da solo non avrei potuto farcela. Anche la scuola si è dimostrata molto comprensiva e d’aiuto e, se non lo fosse stata, non so che fine avrei fatto, anche perché all’inizio dell’anno ero convinto di non riuscire a combinare nulla, perché nei precedenti due anni, per darmi ad attività illegali e reati di vario genere, la scuola era qualcosa che non mi passava nemmeno per la testa, tanto che in terza dopo solo il primo trimestre avevo fatto già moltissime assenze e per non essere bocciato sono andato in una scuola privata dove fumavo canne in classe e non aprivo un libro nemmeno se pagato.
Mi sento diverso e mi sembra di essere uscito da quella nube di fumo che mi impediva di pensare.
La mia vita non è perfetta, faccio ancora fatica a fare un sacco di cose: andare a scuola la mattina, frequentare ragazzi della mia età, dormire la notte…
Sto facendo un percorso che è iniziato il 15 luglio quando la legge mi ha messo di fronte a me stesso e a quello che ero diventato.
Se non fossi stato arrestato non credo che oggi sarei qui, ma è anche vero che, se non avessi avuto tutto l’aiuto che ho avuto, questo percorso che sto facendo non sarebbe possibile.
In questi anni ho frequentato tanti ragazzi che vivono in condizioni molto diverse dalle mie e per loro non c’è una cameretta pulita, il frigo pieno dei genitori che ti chiedono come stai e che ti portano in vacanza e spesso neanche una scuola che ti accoglie o un medico con cui parlare.
Si può parlare di recupero se si è lasciati soli abbandonati a sé stessi? Io non credo.
La giustizia non è uguale per tutti, le misure impiegate forse lo sono, ma certamente non le possibilità di riuscita e di reinserimento nella società.
In questo periodo penso molto a cosa sarebbe stato di me in un altro contesto culturale ed economico e penso al mio “bro” del Beccaria quello che non so neanche come si chiama, arrivato da chissà dove alla ricerca di quel qualcosa che io invece ho rischiato con noncuranza di gettare via. Dove sarà? In una casa-famiglia? Di nuovo per strada? Mi piacerebbe saperlo.



