di Mauro Baldrati

La mostra, che sarà visitabile fino al 19 luglio al Palazzo dei Diamanti di Ferrara, è la riedizione della mitica Ladies and Gentlemen del 1975, che provocò diverse polemiche per l’argomento trattato: le Drag Queen di Manhattan, con l’inserimento di alcune opere classiche, le serigrafie e i ritratti di Man Ray, Mao, Marilyn, Mick Jagger, Liza Minnelli. Ne ripete anche l’allestimento, le gigantografie degli articoli che ne parlavano applicate sulle soglie delle porte, che Andy Warhol in persona sfondò il giorno dell’inaugurazione.

E proprio l’arrivo dell’artista e Ferrara, un remoto filmato in bianco e nero perfettamente sgranato come vuole la tecnica dell’epoca, è proiettato come una sequenza onirica osservata da un binocolo rovesciato su uno schermo all’inizio del percorso. Contiene anche alcuni passaggi dell’intervista, con domande da parte di critici e del responsabile dell’allestimento della mostra. E qui assistiamo divertiti all’atteggiamento vacuo del personaggio, che ricorda le interviste del primo Bob Dylan: espressione distratta, risposte telegrafiche tipo Beh, è possibile, Credo di sì, non più di quattro o cinque parole. Gli intervistatori, con tanto di giacca e cravatta anni Settanta e occhiali dalla montatura pesante, spiazzati, non demordono, e quando uno gli chiede se è cosciente del fatto che lo smantellamento del mito attraverso la sua estremizzazione ha creato un nuovo mito (il suo), Warhol, impassibile, con l’ombra quasi impercepibile di un sorriso, formula un vago Ah, credo che potrebbe essere… Poi si gira verso un ragazzo che gli siede a fianco e fa un garbato: Forse è meglio se rispondi tu… E lui parte con una classica disamina critica.

Le Drag Queen di cinquant’anni fa – travestiti (un termine oggi in completo disuso) che animavano l’ambiente off di New York) sono ritratti – o rappresentati attraverso l’intervento artistico con intensi colori acrilici – quasi sempre in primo piano o di quarta. Sono immagini dai toni espressionisti, si potrebbero definire gioiosi, certamente performativi di un’iconografia underground, di cui Warhol è stato uno dei maestri assoluti.

Il visitatore in età che entra nelle stanze comunicanti coi ritratti sulle pareti, con quelle sequenze – oggi diremmo serie – di sfondi e volti colorati, può provare sensazioni simili a quelle vorticose di una leggendaria notte del 1971, quando i Pink Floyd si esibirono a Brescia in un palazzo dello sport circolare. Il suono elettronico di Ummagumma viaggiava frenetico lungo le pareti, proiettando gli spettatori, stesi sul pavimento (non c’erano sedie) coi sensi potenziati dalla cannabis, nell’iperspazio. Qui il visitatore gira su se stesso, segue il flusso dei ritratti seriali, quegli stessi primi piani che transitano nei loro doppi attraverso scale progressive di colore e prova un senso di smarrimento. C’è qualcosa di imperiale in quei ritratti. In quei personaggi che, come fantasmi, sono stati fissati su fondali antichi, come i mosaici di una cattedrale. Chi deve aver provato sensazioni simili è stato Pier Paolo Pasolini, espresse in un articolo dattiloscritto esposto sotto vetro:

Ho davanti agli occhi le serigrafie e alcuni dipinti di Warhol. L’impressione è di essere di fronte a un affresco ravennate rappresentante figure isocefale, tutte, s’intende, frontali. Iterate al punto da perdere la propria identità e di essere riconoscibili, come i gemelli, dal colore del loro vestito. L’abside della cattedrale che Warhol costruisce e poi getta al vento disperdendola nei tanti ritagli delle figure isocefale e iterate, è in effetti bizantina. L’archetipo delle varie è sempre lo stesso: perfettamente ontologico. E’ la qualità di vita americana che sembrerebbe essere l’equivalente della sacralità autoritaria della pittura ufficiale cristiana delle origini: fornire cioè il modello metafisico di ogni possibile figura vivente.

Come non evocare Marguerite Yourcenar nel 1935 in contemplazione dei mosaici di San Vitale a Ravenna:

Qui, imperatori hanno spaccato in quattro capelli di dogmi, hanno violentato verità, hanno trattato testi come città conquistate, hanno fatto subire al senso delle frasi della Scrittura l’equivalente delle trasposizioni di sesso con le quali si erano cimentati i Cesari. Tutti i fuochi d’artifizio celesti sono stati consumati su questi muri da una razza impaziente, decisa a mangiare quaggiù le promesse di un Dio appena germogliate. Uno dei segreti di Ravenna sta in questo confinare dell’immobilità con la velocità suprema; essa conduce alla vertigine. Il secondo segreto di Ravenna è quello dell’ascesa al profondo, l’enigma del Nadir. Letteralmente, i personaggi dei mosaici sono minati: hanno scavato in se stessi enormi caverne nelle quali raccolgono Dio. Affondati nelle viscere dell’estasi, partono alla ricerca di un sole di mezzanotte, ai mistici antipodi del giorno. Rinchiusi in un sogno, imprigionati sotto la campana da palombaro delle cupole, sfuggono alla frenesia del mondo nella serenità del baratro.

Quegli uomini-donna, come li definiva Proust settant’anni prima, artisti, attori in compagnie teatrali off, frequentatori di salotti mondani contaminati dalla frenesia del mondo nella serenità del baratro gesticolano, posano, lampeggiano sguardi, recitano parti estreme della vita. Distruggono dogmi, violentano verità. La loro innocenza, la loro purezza, filtrate dalla serialità cromatica che ne fa una continua rinascita, sono alla ricerca ossessiva del sole di mezzanotte. Nelle serigrafie, nelle Polaroid, una tecnica fotografica che ha influenzato generazioni di artisti e fotografi degli anni Ottanta e Novanta, Andy Warhol ha inseguito i volti e la mimica degli ultimi imperatori che hanno regnato agli antipodi del giorno.

La mostra contiene anche scritti, schede informative, e una sezione dedicata alla creazione della Factory, la comune artistica (e stupefacente, le droghe scorrevano a fiumi) che operava in un vecchio magazzino con le pareti tappezzate di alluminio, rischia di mandare lo spettatore che ha amato l’arte di Warhol nella sindrome di Stendhal. Seguiamo la fondazione dei Velvet Undergound nel 1964, la creatività furiosa degli esordi, l’inizio del cannibalismo artistico della mitologia commerciale e consumista (le trenta lattine di zuppa Campbell), le serigrafie che l’hanno rivolta anche alla mitopoietica politica (la formidabile stanza dedicata alla serie su Mao) e dello spettacolo (la serie iconica e malinconica di Marilyn Monroe), gli attori, i poeti, le modelle, i beatnik emaciati nerovestiti che la frequentavano giorno e notte.

E’ una mostra da visitare con calma, evitando il fine settimana (nell’ultima foto vediamo la fila dei visitatori in attesa di entrare in un tardo pomeriggio di sabato). Per gli orari e i biglietti qui.

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