di Walter Catalano

Lou Reed, Il mio Tai Chi: L’arte dell’allineamento, trad. Natascia Pennacchietti, Jimenez Editore, pp.280, euro 22,00

Il mio maestro di Tai Chi Chuan, che è anche un appassionato di musica, dice che Lou Reed (1942-2013) è stato un grandissimo musicista (e su questo concordo pienamente) ed un mediocrissimo praticante di Tai Chi (su questo secondo punto non ho sufficienti competenze per esprimere un’opinione). Del maestro di Lou, Ren Guang Yi, che ha esportato il Tai Chi in America (secondo lo stile Chen; noi pratichiamo invece secondo lo stile Yang Originale), dice invece che il fatto di venire considerato il maestro più famoso internazionalmente non implica in automatico il fatto di essere anche davvero il più bravo. Sul punto tenderei a concordare, almeno in linea di principio, perché non sono affatto in grado ovviamente di esprimere pareri su Ren. Mi fido però del giudizio di un discepolo di VI generazione della famiglia Yang.

Yang o Chen che sia, comunque, – cambia la forma ma non la sostanza – il Tai Chi Chuan è un’arte marziale interna, che, a differenza delle arti marziali esterne – come il Kung Fu, il Ju Jitsu, il Karate, ecc. – utilizza solo l’energia interna (Chi) e non la forza muscolare esterna. Lo Yi, l’Intenzione, sposta il Chi, il Soffio: i muscoli non servono. Gli americani – certo è una generalizzazione eccessiva ma c’è del vero – apprezzano soprattutto le palestre, la forma fisica atletica, i bicipiti in bella mostra, le scazzottate coreografiche, la competizione e la contrapposizione piuttosto che la complementarità. Ren sembra aver venduto bene la sua merce adattandola con successo ai loro gusti e i suoi allievi famosi, tra cui Lou Reed, lo provano. Non è affatto una critica ma solo una prospettiva di cui tenere conto.

Grazie al Tai Chi Lou Reed si disintossicò dalle droghe, si dette una regolata, trovò un allineamento fisico e mentale, e non smise mai di praticare per oltre vent’anni, fino agli ultimi giorni di vita, finchè le forze glielo concessero. Questo è il messaggio più utile e universale del libro, un libro che Lou avrebbe voluto scrivere ma non ebbe il tempo di fare. Sebbene infatti il volume sia intitolato a suo nome, le parti davvero scritte da lui sono minime e il testo si riduce soprattutto a una raccolta di interviste e di testimonianze di amici, parenti, collaboratori, colleghi musicisti – come Iggy Pop o l’ultima moglie, Laurie Anderson – artisti amici – come Wim Wenders – compagni di pratica, maestri e discepoli, medici e allenatori, consulenti finanziari e segretari personali dell’ex Velvet Underground passato dal vuoto dell’eroina a quello del wu wei taoista – manca giusto quella della sua donna delle pulizie… La forma parlata e frammentaria dei dialoghi non aiuta certo la lettura e conferisce un senso generale di superficiale trasandatezza e approssimazione, un bla-bla in cui dopo qualche pagina la ripetitività e la noia prevalgono: chi si aspettava un testo teorico sul Tai Chi o una serie di riflessioni in tema dove Lou Reed emulasse Lao-Tsi, resterà deluso. Si tratta più che altro della magnificazione di un artista famoso e della sua (ragguardevole) opera, della celebrazione di un mito, una sorta di agiografia in cui il Tai Chi, e il suo profeta, il maestro Ren, fanno le veci dello Spirito Santo e riscattano il peccatore dalla perdizione. Il genio della musica e il genio del Tai Chi si sono incontrati, non in Cina ma negli USA, e, da bravi yankee pragmatici (ma i cinesi, almeno quelli contemporanei, non sono da meno), per loro quello che conta davvero è la prestazione: così Lou scriverà droni musicali per accompagnare le sessioni di Tai Chi nella scuola del maestro Ren, e il maestro Ren seguirà Lou in tour curando le coreografie Tai Chi dei concerti. Come dice il proverbio cinese: “Gli Otto Immortali attraversano il mare, ognuno rivela i propri poteri divini”

 

 

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