di Sandro Moiso

jack in the box

Urna. Urna cineraria. Urna elettorale. Urna vuota. Triste cimitero di speranza infrante e tradite, cadaverica rassegna di ideologie politiche morte e sepolte. Vuoto di idee e di proposte che si è trasformato in una significativa assenza di risposta da parte di un elettorato più toccato dalla crisi che dai discorsi dei leader  e/o dagli slogan “acchiappa-voti”. Questa la fotografia delle ultime competizioni elettorali, dal novembre del 2012 al maggio del 2013, in Italia.

Un autentico deserto dei Tartari, in cui presidenti di seggio e scrutatori   hanno atteso inutilmente l’arrivo di elettori sempre più scarsi e poco motivati. Un’autentica catastrofe per il parlamentarismo di stampo borghese o anche solo populista. Il consenso non c’è più. Si sta esaurendo. Per tutti. Nonostante i recenti sforzi di “Piazza Pulita” per rilanciare Beppe Grillo.

Certo, i risultati delle amministrative non sono pienamente comparabili con quelli delle politiche, anche per il numero di elettori coinvolti. Certo, Pdl e 5 Stelle hanno subito un calo (comunque più che fisiologico) anche perché entrambi i partiti dipendono moltissimo (per quanto riguarda il risultato elettorale) dall’impegno profuso dai due rispettivi leader in termini di campagna elettorale.  Ma ciò non toglie che il trend astensionistico, iniziato in maniera vistosa con le elezioni siciliane di novembre e continuato con quelle politiche di febbraio, abbia subito un ulteriore salto in avanti, o in alto, alle ultime amministrative, con un astensione netta di quasi il 40% degli aventi diritto al voto. 

Così, mentre i media nazionali e i leader dei maggiori schieramenti cercano di giustificare la scarsa affluenza ai seggi cantando vittoria (per il PD o per la tenuta della maggioranza) oppure accusando gli Italiani “peggiori” (Grillo), pochi hanno tentato di puntare il riflettore sulle cause e conseguenze di tale nuova voragine elettorale.

 Primo, come al solito quando si tratta di fustigare PD e Pdl, Il Fatto Quotidiano che, in un articolo di Chiara Paolin, rammenta come ben poco ci sia da cantar vittoria anche per il PD: ”Vincere perdendo è la grande novità delle Amministrative 2013. Succede al PD, che rispetto alle Comunali del 2008 ha visto sparire 291mila voti (di cui 253mila soltanto a Roma, NdA), il 41%” (29 maggio 2013). Senza contare che si sono ridotti del 38% rispetto alle già disastrose elezioni politiche di febbraio.

 Secondo arriva il quotidiano Libero, sostanziale controparte di destra del giornale di Marco Travaglio e Antonio Padellaro, che nel rammentare la sostanziale catastrofe leghista nelle regioni del Nord, sottolinea, nelle parole di Maurizio Belpietro, come: ”Solo pochi giorni fa il presidente di Confindustria avvisava politici e opinionisti del rischio che incombe sull’economia delle regioni più sviluppate. Per Squinzi la crisi economica potrebbe far esplodere il Nord, con le conseguenze che si possono immaginare in termini di Prodotto interno lordo perso e – perché no – di conflitti sociali innescati. […] La rabbia e il disagio hanno provato a indirizzarsi verso Grillo e ora potrebbero imboccare altre strade. E non è detto che siano migliori delle precedenti” (29/05/2013).

 Meno legata al risultato elettorale immediato e più attenta alle “cause profonde” dello stesso appare Barbara Spinelli che, sulle pagine di Repubblica, scrive: ”Lo Stato, la politica, i cittadini:il triangolo resta malato, corrotto, e se c’è chi si rallegra per la tenuta del PD (non tenendo conto del fatto che in queste elezioni lo stesso partito si è ridotto, a Roma, ad una quota del 20%, NdA) e la caduta di 5Stelle vuol dire che ha un rapporto storto con la verità. Il triangolo suscita non solo disgusto, ma voglia di altra politica. Nello Stato e nella politica gli elettori credono sempre di meno. Sono anche delusi da Grillo, dall’assenza di leader locali forti, ma non smettono il desiderio di partecipare, anche usando la lama dell’astensione. Sono impolitici? Sì, se la politica si esaurisce tutta nei partiti.[…]

  Se guardiamo le tre cose insieme (elezioni, referendum di Bologna, processo di Palermo), il Partito Democratico ha poco da festeggiare, e molto da rimproverarsi.[…] Localmente il PD ha apparati ferrei: ma apparati benpensanti più che pensanti, timorosi di apparire di sinistra. A Bologna non ha saputo ascoltare chi difende la scuola pubblica, minacciata mortalmente in tempi di penuria.[…] Un numero crescente di cittadini si associa dissociandosi, impegnandosi civilmente in modi diversi e inediti; sfiduciando lo Stato come è fatto e rifugiandosi nell’astensione […] Non meno di 5 – 8 milioni di cittadini si associano così. Queste forme di opposizione vedono quel che sembra sfuggire a chi ci governa: il crescente baratro che si è aperto fra l’orizzonte delle nostre aspirazioni e dei nostri diritti e le pratiche di governo.” (29/05/2013)

 Pur meno epifenomenica delle due precedenti, l’analisi della Spinelli resta ancorata alla superficie degli avvenimenti attuali che, però, affondano le radici in una più vasta crisi delle relazioni, sociali, economiche e politiche che caratterizzano l’attuale modo di produzione capitalistico. Crisi che non può essere letta soltanto dal punto di vista economico: con 3528 imprese fallite, soprattutto al Nord e in particolare nel Nord-Est, nel primo trimestre di quest’anno, con i 19 cali mensili consecutivi per la produzione industriale  e con i 56 miliardi di euro di ricavi in meno persi dalla manifattura italiana nel biennio 2012-2013 (dati tratti da Il Sole 24 ore del 30/05/2013).

 No, non si tratta solo di questo. Scrivevano Giorgio Cesarano e Gianni Collu, nel 1973: “Il capitale, come modo sociale di produzione, realizza il proprio dominio reale quando perviene a rimpiazzare tutti i presupposti sociali o naturali che gli preesistono, con forme di organizzazione specificamente sue, che mediano la sottomissione di tutta la vita fisica e sociale ai propri bisogni di valorizzazione […] Nella fase del dominio reale la politica, come strumento di mediazione  del dispotismo del capitale, scompare. Dopo averla ampiamente utilizzata nella fase di dominio formale, esso può liquidarla quando perviene, in quanto essere totale a organizzare rigidamente la vita e l’esperienza dei propri subordinati”(Apocalisse e rivoluzione, Dedalo Libri 1973, pag. 9).

 Privato, quindi, di una reale funzione di mediazione, lo strumento politico parlamentare  non ha più altra funzione, e non soltanto da oggi, che quella di organizzare la vita sociale secondo le esigenze dell’accumulazione capitalistica. Infatti là dove le leggi dell’accumulazione  regnano assolute nella loro forma più matura, manifestandosi attraverso il predominio del denaro e del profitto come unico fine e presupposto di ogni attività umana, la mediazione politica non ha più ragione di esistere e la forma politica non può più esprimersi che nella forma della dominazione e/o dello scontro di classe.

 Ora, nonostante i sussurri ammaglianti delle sirene parlamentari e i miti mediatici posti in essere dal bue borghese, la crisi è giunta a far saltare le apparenze sulle quali si reggeva lo spettacolino della rappresentanza politica, ad ugual livello, delle diverse classi sociali. Ovvero a rivelare che ciò che funziona per l’una delle parti in causa, non può assolutamente funzionare per l’altra. Semplificando: o si seguono le leggi dell’accumulazione e del profitto o si seguono le leggi e le necessità della vita e della specie. Tertium non datur.

 Non è la prima volta che tale questione si pone nel corso degli ultimi centocinquant’anni: dalla Comune di Parigi alla Rivoluzione Russa, dalle insurrezioni degli operai tedeschi successive alla prima catastrofe mondiale al 1968 e, ancor di più, al ’77, le lotte sociali e le rivolte destinate a cambiare la storia dei rapporti di forza hanno dovuto, saputo e potuto fare a meno della mediazione parlamentare. Anzi, si potrebbe tranquillamente affermare che mai nessuna grande conquista  politica e sociale sia passata “realmente” attraverso l’azione elettorale e parlamentare. Al massimo, nel teatrino dell’emiciclo di Montecitorio ( o nei suoi surrogati), tali conquiste sono state sempre ratificate “al ribasso”. Per forza verrebbe da dire. Anche da quei partiti che si arrogavano il diritto  di rappresentare i lavoratori e le classi meno abbienti. I cui voti servivano, e servirebbero tutt’ora, soprattutto ad ingrassare le casse di quei partiti grazie ad un finanziamento pubblico basato  sulla percentuale di voti ottenuti.

 Per fare un esempio, basterebbe ricordare che i due principali referendum degli anni settanta (Divorzio e Aborto) vinsero non grazie alla propaganda del PCI (inesistente per non ferire l’anima cristiana del paese) o del Partito Radicale, ma soprattutto per la spinta che proveniva dalle lotte dal basso e che , pur riguardando salari, orari e scuole, finirono col trascinare anche la modernizzazione di un paese ancora imbalsamato dai Patti Lateranensi. Così come lo Statuto dei lavoratori e i Decreti Delegati (entrambi frutto dell’azione parlamentare) non costituirono che il pallido riflesso delle lotte operaie e studentesche di quegli anni.

 Negli anni immediatamente successivi alla Rivoluzione Russa il dibattito sul parlamentarismo animò vivacemente il dibattito interno alla nuova, e non ancora stalinizzata, Internazionale Comunista. Opponendo i fautori della partecipazione elettorale, e quindi parlamentare, ai fautori dell’astensionismo rivoluzionario. Da un lato il partito russo ( con Lenin e Zinov’ev in testa) e dall’altra i comunisti “di sinistra” occidentali (Gorter, Lukács, Bordiga).

 In entrambi i casi, però, al parlamentarismo e all’elettoralismo non era concessa alcuna validità, se non quella, per coloro che erano favorevoli, di essere occasione per pubblicizzare più ampiamente le posizioni politiche dei partiti rivoluzionari. Basti, per ora, qui leggere poche righe di uno dei difensori della partecipazione elettorale e  parlamentare, Gregorij Zinov’ev, a proposito della comparabilità tra l’esperienza della  lotta di classe e dei  consigli operai con il parlamento borghese.

 “ No, tre volte no. Essa è assolutamente incomparabile con i parlamenti esistenti, perché la macchina parlamentare incarna il potere concentrato della borghesia. I deputati, le camere, i loro giornali, il sistema di corruzione, i legami che dietro le quinte i parlamentari intrattengono con i capi delle banche, i loro rapporti con tutti gli apparati dello Stato borghese, sono altrettante catene ai piedi della classe operaia.[…] Solo i traditori della classe operaia possono cullare i proletari nella speranza di un sovvertimento sociale pacifico, mediante riforme parlamentari.[…] Siamo per la conservazione dei parlamenti democratici borghesi come forma di amministrazione statale? No, in nessun caso[…]  Siamo per l’utilizzazione di questi parlamenti per il nostro lavoro comunista? Sì, ma […] è necessario: 1) che il centro di gravità della lotta sia fuori del parlamento (scioperi, insurrezioni ed altre forme di lotta di massa); 2) che gli interventi in parlamento siano collegati a queste lotte; 3) che i deputati svolgano anche un lavoro illegale; 4) che agiscano su mandato del comitato centrale del partito e subordinandosi ad esso; 5) che nei loro interventi non si preoccupino delle forme parlamentari. […] Quello che vogliamo sottolineare è che la vera soluzione del problema si trova, in tutti i casi, fuori dal parlamento, nella strada” (G. Zinov’ev, Il parlamentarismo e la lotta per i soviet, Internationale Communiste n° 5, 1919).

 E se questo era uno degli “strenui” difensori della partecipazione alle elezioni e al parlamento… è fin troppo facile immaginare ciò che avevano da dire gli altri! Certo nessuno di loro si illudeva, come nessuno potrebbe oggi illudersi, che fosse o sia possibile raggiungere una maggioranza parlamentare difendendo e diffondendo posizioni antagoniste o rivoluzionarie. Infatti il cambiamento sociale non è dovuto ad un graduale accumulo di convinzioni politiche nuove nella mentalità della maggioranza dei cittadini, ma procede per balzi, per catastrofi improvvise, come avrebbe potuto dire René Thom, padre della moderna teoria matematica della morfogenesi.

 Questo è proprio ciò che inizia a succedere oggi. Magari non con i consigli operai o i Soviet, ma sicuramente nelle associazioni di cittadini e lavoratori che lottano per i diritti dei lavoratori e per il miglioramento delle condizioni di lavoro; per la difesa del  territorio e della salute, contro l’inquinamento, le ingiustizie e gli sprechi delle grandi opere inutili. Nei centri sociali e nelle associazioni studentesche che rivendicano più spazi e investimenti per la crescita culturale e politica dei giovani.

Saranno queste le forme di organizzazione sociale e politica del futuro? Forse, ma intanto stanno già facendo tremare i polsi di chi ancora ci governa. Anche soltanto con il diffondersi dell’astensionismo cosciente di chi non è più disposto a farsi beffare da imbonitori e saltimbanchi di ogni  tipo e colore. Disvelando così come il Parlamento, come l’urna elettorale, non sia più nient’altro che un’enorme scatola vuota. Con o senza le riforme istituzionali tanto demagogicamente auspicate e mai realmente avviate.

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