di Alessandra Guetta

articolo-18.jpgSono passati 10 anni esatti da quel sabato di marzo in cui una fiumana di gente invase Roma in difesa dell’articolo 18. Tra quei 3 milioni c’ero anch’io (anche se a quel tempo, in quanto precaria, l’articolo 18 non mi toccava neanche di striscio) contenta di aver incontrato e di poter ringraziare di persona i compagni dellla FIOM di Brescia che mi avevano inconsapevolmente salvato il culo in un’altra piazza di un’altra città l’estate prima.
Tre milioni.

“Contateli in euro!” canzonava la copia del Manifesto che io e la mia storica compagna di manifestazioni avevamo comprato non appena rientrate a Milano.
Ci sentivamo invincibili.
Oggi la macelleria sociale prosegue, ottenendo al massimo un cambiamento dello status di feisbuc e solo otto, cazzo, otto ore di sciopero della CGIL. Ma quello che vivo davvero male è che la maggior parte della gente che mi circonda non si rende conto, non vede come si stiano facendo gioco di noi, agitando prima lo spettro dello spread, per poi annichilire quanto si era costruito in materia di diritti.
Mi sono sentita dire che così i nostri figli troveranno lavoro stabile, che si tornerà a investire in Italia, come se quello che ha finora trattenuto qualunque persona sana di mente dal rischiare i suoi quattrini in questo paese di merda non fossero mafia, corruzione, o tangenti, tanto per dirne tre a caso, ma l’articolo 18.
Sono giorni che al lavoro mi sgolo, mi incazzo e litigo, profetizzando il contestuale orgasmo alla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale da parte di chi non vede l’ora di farci pagare le cause di due anni fa.
Niet.
Niente.
Un cazzo.
Tutti silenziosi e impauriti, a credere che se se ne stanno zitti e buoni porteranno la pagnotta a casa il mese prossimo. Sono anni che giocano sulla nostra paura, paura dell’immigrato, paura di finire come la Grecia, paura di perdere il posto. È la paura che ha guidato la scelta degli operai della Fiat al referendum di un anno fa, operai che così l’hanno messo nel culo, oltre che ai loro colleghi, anche al resto dei lavoratori italiani. Eppure, se si zoppica in storia, basterebbe pensare alla zoologia: dei mansueti conigli, solo una piccola parte zampetta felice nei campi, la maggioranza finisce in salmì.
Ecco, finché siamo in tempo, cerchiamo di evitarlo.

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