di Marilù Oliva

Loriano1.jpg[E’ un onore, per Carmilla, rendere omaggio a Loriano Macchiavelli, il più brillante teorico e il più tenace organizzatore della narrativa di genere in Italia. Una personalità cordiale e al tempo stesso usa alla modestia, profondamente umana, anticonformista: esempio di come dovrebbe essere uno scrittore vero. Ringraziamo Marilù Oliva per averci consentito di parlare di un autentico maestro, nel senso letterale del termine. Da Loriano abbiamo imparato un po’ tutti.] (V.E.)

In questa intervista interamente dedicata alla storia del giallo in Italia, lei si è gentilmente prestato, in veste di scrittore e di studioso, a ripercorrere il dibattito letterario novecentesco. Ha avuto il privilegio di essere stato protagonista e allo stesso tempo testimone dei primi incerti vagiti e della successiva maturità del genere giallo, a partire dagli anni 1970 in poi. Questa contingenza non potrebbe rendere meno asettica — o più appassionata — l’osservazione?

Certo, si potrebbe ribattere che, proprio perché protagonista, io sia testimone poco attendibile. Non so che farci. È accaduto. Cercherò di attenermi ai fatti a mia conoscenza, per dirla alla questurina. Poi ognuno trarrà le sue conclusioni.

Partiamo da una datazione. Quando si può dire che si comincia, in Italia, a scrivere gialli? Nella “Storia del giallo italiano” di Rambelli, uscito nel ’79, vengono citati, come i primi autori di romanzi d’impronta “gialla” e poliziesca, nomi quali Arturo Lanocita, Ezio d’Errico (1892-1972) o Augusto de Angelis (1888-1944), Franco Enna e Giorgio Scerbanenco (1911-1969). É d’accordo?

Non si può non essere d’accordo. Rambelli ha fatto un lavoro straordinario e indispensabile per chi voglia capire l’evoluzione del romanzo giallo in Italia. Soprattutto è stato il primo sufficientemente completo e analitico.

É vero che il poliziesco era sgradito al Fascismo perché vi ravvedeva un genere che avrebbe potuto compromettere la “sanità” morale del giovane fascista? (mi riferisco a un decreto che, nell’estate del ’41, chiuse la collana de “Il Giallo Mondadori”, collana che sarebbe poi tornata in edicola nell’aprile del ’46.).

Il romanzo poliziesco classico, e cioè non un semplice gioco di enigmi, così com’è nato e si è poi sviluppato, è sgradito al potere in generale. Alle dittature in modo particolare. Quando il romanzo giallo è accettato o, peggio, sollecitato, coccolato, vuol dire che qualcosa non funziona. Vuol dire che non fa più male, vuol dire che è diventato congeniale al potere e quindi, inutile.
Il fascismo non fece eccezione alla regola e il Minculpop (che non è una parolaccia, ma significa Ministero delle Cultura Popolare, al tempo del fascio) emanò una serie di disposizioni alle quali lo scrittore italiano (ma anche l’editore) doveva attenersi se voleva veder pubblicato il proprio romanzo. Erano un coacervo di stupidaggini, la più ridicola di quelle vietava che il responsabile del delitto (di qualunque genere) fosse di nazionalità italiana. Come dire: gli italiani non uccidono, non rubano, non dicono falsa testimonianza, non commettono atti impuri e via andare.
La norma, ovviamente, faceva sì che, appena nel romanzo compariva uno straniero (molto graditi erano i negri, gli ebrei, gli omosessuali e simili), il lettore aveva rovinata la sorpresa finale.
Forse fu per mancanza di negri, ebrei, omosessuali da individuare che bloccò molti scrittori italiani e quindi molte collane furono costrette a chiudere.

Rimasero tuttavia due case editrici, la Sonzogno e la Nerbini, ad avere delle collane in cui venivano pubblicati anche romanzi polizieschi…

Immagino i salti mortali degli autori italiani per dribblare le disposizioni del Minculpop. Il problema aguzzò l’acume dei pochi scrittori che in quegli anni ancora riuscivano a pubblicare, i quali inventavano ogni volta dei trucchi per dare un nome al responsabile. Uno dei trucchi, il più usato, era che il colpevole, pur avendo un nome italiano, in realtà era di origini straniere e si era spacciato per italiano. Oppure era una spia al servizio delle potenze plutocratiche estere. Insomma, da morir dal ridere, ma il ridicolo, come vediamo anche oggi, non pare disturbare il potere.

Si ebbero anche autori di Regime? Quale impronta hanno lasciato nel sentiero del genere?

Se ne ebbero, se ne ebbero, ma, a quanto mi risulta, nessuno di loro ha lasciato una traccia, non dico indelebile ma almeno duratura nel panorama della letteratura gialla italiana. Per maggiori dettagli sull’argomento, rivolgersi a Roberto Pirani, il grande bibliofilo e bibliografo che ne sa una più del diavolo e quindi almeno due più del sottoscritto.

“Quer pasticciaccio brutto de via Merulana” è ambientato negli anni del fascismo ed è stato pubblicato nel 1946. L’opera non ha una soluzione giallistica, ovvero non si chiude con la scoperta del colpevole (perfino Gadda sosteneva di non sapere chi fosse). L’autore ha spiegato questa scelta affermando che la realtà è troppo complessa per essere spiegata e ricondotta ad una logica: la vita è un “pasticciaccio” di cose, persone e linguaggi. Si può considerare un romanzo spartiacque?

A mio giudizio è il romanzo che fa comprendere a chi ha testa per farlo, la strada che si potrebbe aprire al romanzo d’indagine. Non solo. È il romanzo scritto ieri che ha tolto oggi il giallo italiano dal ghetto della letteratura. Chiarisco. Ricordo che negli anni ’70 quando si tentava di iscrivere il romanzo di Gadda nel mare magnum della letteratura di genere, insorgevano i puristi e gridavano allo scandalo: “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana è semplicemente letteratura”. Vero, i bei romanzi sono solo e semplicemente letteratura. Ieri e oggi. Infatti, se oggi azzardo la stessa ipotesi (Gadda ha scritto un giallo), non sento più gli strepiti delle anatre zoppe.

É vero che il romanzo poliziesco italiano ha sempre sofferto di un complesso d’inferiorità?

Il romanzo poliziesco italiano ha sempre sofferto di un complesso d’inferiorità nato e cresciuto grazie alla critica ufficiale che, nella sua maggioranza e soprattutto nei suoi massimi esponenti, riteneva il romanzo poliziesco un divertimento stupido per menti sciocche. Classici sono i pareri che emergevano qua e là nella critica ufficiale.
Uno dei più noti studiosi di letteratura, Francesco Flora, nel 1931 scriveva: “la lettura di tali romanzi di polizia è la malattia letteraria meno squisita e meno spiritosa del nostro tempo…” senza giustificare o dare precise motivazioni. Così, un suo parere e tanto doveva bastare.
Lo seguirono in molti, convinti che chi leggeva romanzi gialli fosse una persona di poco conto. Di minor conto, naturalmente, chi li scriveva.
In questo bel tiro al bersaglio continuò poi Savinio: “Il giallo italiano è assurdo per ipotesi. (…) manca al giallo italiano il romanticismo criminalesco del giallo anglosassone. Le nostre città tutt’altro che tentacolari e rinettate dal sole non fanno quadro al giallo né può fargli ambiente la nostra brava borghesia, Dove sono i mostri della criminalità, dove i re del delitto?”
Va bene che siamo negli anni ’40/’50, ma bastava forse guardarsi attorno per capire che le nostre città erano già ‘tentacolari’ e quelle che non lo erano ancora, lo sarebbero diventato di lì a poco; che il sole non c’entrava proprio nulla con delitto e criminalità e che i mostri, anche allora, non mancavano in questa nostra Italia proletaria e fascista, in piedi!
Vado veloce per non annoiarvi con l’elencazione di uomini di cultura contrari al vizio del giallo. In fondo non è poi così importante né ha influito sul futuro del genere, visto che, a distanza di tanti anni, molti di loro sono ancora qui a ripetere le stesse cose.

E in tempi più recenti?

Nel 1999 ci si è messo anche un personaggio come Eugenio Scalfari e ancora mi chiedo cosa l’abbia spinto a prendersela con il romanzo giallo. Dovrebbe avere altri pensieri e problemi. Eppure egli scrive: Il giallo uccide il romanzo, digli di smettere. Ed è solo il titolo.
Faccio notare che fino a una ventina d’anni fa, era raro che un critico recensisse un romanzo giallo italiano. Oggi essi, i critici, hanno dimenticato o fingono di non ricordare di aver scritto, di quando in quando e con sufficienza, che “il giallo italiano si sbriciola fra le mani” e non ha una sua consistenza e altre banalità dettate dall’antica consuetudine.
Un bel giorno ci si era messo pure Moravia su L’Espresso a dar giudizi su un genere del quale dichiarava fin dall’inizio “non leggo, non ho mai letto romanzi gialli”. Tanto per stare nel sicuro.
Sia chiaro che io non sto a fare rimostranze e non piango sulle disgrazie passate del giallo italiano. Ci mancherebbe: è proprio da quella situazione che io e alcuni altri, allora pochi in verità, siamo partiti per arrivare dove siamo oggi. È proprio da quelle difficoltà che si sono sviluppate le profonde e robuste radici del giallo italiano di oggi, con caparbietà, con rabbia, per dimostrare che c’eravamo e che i nostri romanzi valevano quanto gli altri. E cioè potevano essere belli e potevano essere brutti. Esattamente come qualsiasi altro romanzo senza etichetta.
Forse fu per la mancanza di un critica consapevole e certamente ostile che gli scrittori italiani hanno cercato di imitare i grandi stranieri, ricavandone dei romanzi che nulla di nuovo davano al lettore italiano.

Gli scrittori e gli pseudonimi: perché molti giallisti italiani assunsero pseudonimi stranieri e produssero romanzi con vicende e ambientazioni statunitensi?

La maggior parte degli autori usava uno pseudonimo straniero proprio perché gli autori italiani non riscuotevano la fiducia dei lettori. Soprattutto la fiducia degli editori. A leggere il volume di Rambelli, si incontrano vere e proprie sorprese: scrittori noti che si mimetizzavano dietro nomi stranieri per pubblicare i loro romanzi.
Periodo buio, quello, dal quale è stato complicato uscire per mancanza di iniziativa da parte degli autori e soprattutto per ignavia degli editori che non volevano rischiare con autori italiani.
È esemplare quanto mi raccontò (ma da qualche parte lo scrisse pure) Tedeschi, allora direttore della collana gialla Mondadori. Negli anni ’70 mi parlò dell’impossibilità di vendere romanzi di autori italiani. Mi assicurò addirittura che quando nella collana appariva il nome di autore americano di origine italiana, e quindi con un nome vagamente nostrano, le vendite calavano vertiginosamente. Mi citò l’esempio di Salvatore Lombino. Tutti sanno che è il vero nome di Ed McBain. Salvatore non vendeva; McBain vendeva a profusione.
Non sono in grado di contraddire l’affermazione. Non ho dati.
La mia lotta con gli editori (Mondadori in particolare, con tutti i vari direttori che si sono succeduti dopo Tedeschi) per dimostrare che forse una volta era così ma oggi… Che forse si trattava di un pregiudizio da sfatare… Che, comunque, ci si poteva provare. La mia lotta fu feroce e rasentò la rissa. Ricordo Gianfranco Orsi, Laura Grimaldi, Lia Volpatti, Marco Tropea…
Solo con la direzione di Oreste del Buono, l’aria alla Mondadori cambiò.

In che senso la direzione di Oreste del Buono cambiò le cose?

Oreste del Buono ci provò, a cambiarle. Oreste del Buono è uno dei numi tutelari del nuovo corso del giallo italiano. Con lui, e dopo le battaglie per cercare di sfatare il pregiudizio, un mio romanzo apparve nella mitica collana gialla Mondadori. Si trattava di Sarti Antonio, un diavolo per capello, che aveva vinto la prima edizione del premio Tedeschi, voluto da Oreste del Buono per celebrare lo storico direttore della collana.. Fu la prima grande vittoria del romanzo giallo italiano che aprì la strada al genere. Correva l’anno 1980. Ci si accorse che Loriano Macchiavelli, cognome italianissimo anche se con una ci di troppo, vendeva come vendevano i più celebrati autori stranieri. Poiché gli editori non stampano per rimetterci, il fatto che al mio primo romanzo ne seguissero altri due (Sarti Antonio, caccia tragica, 1981 e L’archivista, 1981) dimostra che anche Macchiavelli vendeva. Vendeva tanto che oggi, a distanza di non so più quanti anni, è ancora qui e pubblica.
Altri scrittori vinsero in seguito il premio Tedeschi e alcuni di loro sono diventati nomi importanti nella storia della letteratura gialla italiana.

Quale ritiene che sia stato l’apporto di Leonardo Sciascia non solo al giallo italiano, ma anche al dibattito sullo stesso?

Io considero Sciascia il vero padre nobile del romanzo d’indagine italiano. Credo che abbia fatto scuola anche all’estero e noi, scrittori di oggi, siamo tutti suoi figli. Più figli di Sciascia che di Scerbanenco, come sostengono molti studiosi del genere. O almeno tale io mi sento.

(1-CONTINUA)