di Massimo Cappitti

Gaspare De Caro – Roberto De Caro, La Sinistra in guerra, Edizioni Colibrì, Milano 2007, pp. 288, € 12,00.

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Si potrebbe, semplificando, interpretare la storia italiana – ma non solo italiana – degli ultimi decenni come il progetto tenacemente perseguito di chiudere definitivamente i conti e così liquidare la tensione rivoluzionaria alla radicale trasformazione dell’esistente che ha attraversato il ’900 fino agli anni ’70. Prova di questa cancellazione è, tra le altre, la centralità assunta dal tema dell’ordine inteso nelle sue molteplici declinazioni: ordine politico, sociale, economico, culturale. Dio, patria, famiglia tornano, pertanto, a far valere le proprie pretese mentre, da più parti, si afferma la necessità di autorità forti o si auspica la ricostituzione di gerarchie sociali nitide, perentorie e, soprattutto, indiscutibili.

Di questa storia e, in particolare, del ruolo svolto dalla Sinistra nella predisposizione degli «equilibri sociali disciplinatamente conformi» a quella liquidazione, raccontano i contributi di Gaspare De Caro e Roberto De Caro, raccolti nel volume La Sinistra in guerra, edito a Milano da Colibrì (per eventuali ordini cliccare qui). Ruolo non secondario, se è vero che questa ha contribuito, ad esempio, in misura rilevante, alla rimozione del «tabù della guerra» e alla conseguente mortificazione di ogni «tentazione critica incompatibile» con il nuovo ordine – dove l’emergenza, divenuta, ormai, norma, si è trasformata in strumento ordinario di governo – inaugurato dall’«intervento democratico» e dai bombardamenti umanitari di D’Alema.
Raffinato rigore storiografico e passione etica e politica – amara, dolente, persino, ma sempre trattenuta in una scrittura sobria, seppure ferocemente e giustamente sarcastica – percorrono il volume. Gli autori ricordano a chi, ancora, si illuda sulla neutralità dell’apparato statale e, quindi, sull’esistenza e l’affidabilità di governi “amici” alcune “iniziative” dei governi di centrosinistra in piena sintonia con quel ritorno all’ordine cui si è fatto cenno. Tra le altre: la guerra ai migranti, segnata, tragicamente, dall’affondamento della nave albanese Katër i Radës; l’istituzione dei CPT prevista dalla legge Turco-Napolitano; la precarizzazione del lavoro, esito del pacchetto Treu; la riproposizione, ancorché nella sua versione «dolce», del patriottismo; l’incremento delle spese militari nell’ultima finanziaria; il rifinanziamento della missione afgana e l’intervento militare in Libano, spacciati come iniziative di pace secondo il paradosso per cui viene affidata la tutela della pace a chi professionalmente deve fare la guerra; la concessione dell’autonomia all’arma dei carabinieri; l’insistita riproposizione dell’identità nazionale attraverso, ad esempio, la trasformazione della Resistenza in un secondo Risorgimento – nel suo compimento – cancellando da essa «ogni accidentale idea insana di internazionalismo, nonché di lotta di classe e di cambiamento sociale».
Certamente, come gli autori ricordano, gli storici, già da tempo, si sono dedicati, con dedizione, alla costruzione di miti fondativi della nazione che rimuovessero dalla memoria condivisa l’«ignobile massacro» della Prima guerra mondiale o le atrocità nefande della politica coloniale italiana o, ancora, le stragi di Stato: dove mito fondativo è ogni «interpretazione similstorica che taccia quello che c’è da tacere, inventi quello che bisognerà ricordare, esibisca la necessità della tradizione e convalidi le credenziali del nuovo ceto politico».
Se, dunque, ridefinire e imporre l’ordine assumono rilevanza cruciale, allora, anche la radicalità della contestazione operaia e studentesca degli anni ’60 e ’70 deve essere rimossa o trasformandola in una questione di ordine pubblico – l’emergenza del “terrorismo” in nome della quale tutto è permesso e «chi dissente è un traditore» – oppure facendone «un irrilevante fenomeno di costume, una vacanza del buon senso necessariamente a termine», pronta, in tal modo, ad essere recuperata dalla dilagante e oscena «cultura dell’Effimero».
Nel primo caso – ovvero nella crescente e diffusa pervasività del penale – hanno provveduto a farsene carico magistratura e forze di polizia: quegli apparati, cioè, che hanno garantito, più degli altri, la «continuità dello Stato». Scrivono, infatti, gli autori che nessuno meglio della magistratura «ha saputo resistere […] al cambiare dei tempi, dei regimi e dei codici, sempre fedele a se stessa, alla missione di affidabile interprete della maestà della legge e delle necessità del principe, zelante e imperturbabile alla natura mutevole del legislatore e alla sua variabile mente giuridica pur disturbata che fosse (leggi razziali incluse)». Legislazione speciale e abiure, esito, insieme, di calcoli personali e di pratiche inquisitorie da Sant’Uffizio, sono stati, così, gli efficaci strumenti per espungere dalla realtà non solo il conflitto, ma la stessa possibilità della sua esistenza. Dispositivo vieppiù rinforzato dalla «messa al bando della storia», dal fatto, cioè, come scrive Debord, «di aver già condannato la storia recente a passare alla clandestinità». «L’occultamento della propria storia» ha, pertanto, consentito allo spettacolo di nascondere «il movimento stesso della sua recente conquista del mondo», potendo, in tal modo, apparire «già familiare come se fosse esistito da sempre».
Quando, poi, la contestazione assuma il sembiante di un irripetibile sbandamento giovanile da guardare con affetto e benevola indulgenza ma i cui effetti “sovversivi”, invece, devono essere respinti e negati, allora essa diventa il ricordo da esibire nelle innumerevoli commemorazioni che, implacabilmente, funestano i nostri tempi. I sopravvissuti, allora, «saliti in tempo sulle zattere di salvataggio», hanno potuto, finalmente, sciamare nelle diverse istituzioni: giornali, partiti, sindacati, università. Queste, benevole, hanno raccolto i ravveduti che, con zelo, hanno ripagato i loro padroni «raccogliendo, se non i trenta denari d’uso nei casi di rilievo, almeno i premi di consolazione che non si negano ai comprimari, tanto più se si pensa di usarli ancora».
Servitori fedeli e feroci: come Cofferati, ad esempio, nostalgico dei tempi in cui gli operai amavano la loro fabbrica, capace di «soddisfare la preminente passione dei cittadini bolognesi per l’ordine», mettendo a loro disposizione il suo affidabile passato di sindacalista, quando ha dato prova di saper tenere a bada i lavoratori «pur contribuendo a ridurli tra i meno pagati d’Europa».
O, ancora, come Violante, apologeta dell’ordine pubblico, risolutamente ostile ad amnistie e indulti, la cui «passione per la reclusione altrui non conosce distrazioni», giacché, per lui, «il carcere è una panacea, il rimedio che proscrive i mali sociali e ne depenna le vittime». La sua intransigente volontà di punire lo ha spinto a proporre l’inasprimento delle pene previste dalla legge Bossi-Fini raddoppiandole per chi, con l’acido, cancelli le proprie impronte, perseguendo – l’ex magistrato – , con ostinazione fascista, le «irregolarità identitarie», i «sotterfugi mimetici», le «piccole astuzie elusive cui i miserabili in un paese e in uno stato ostili affidano le loro precarie speranze di sopravvivenza».
O, per finire, Parisi, ideologo della «via militare alla democrazia». Si leggano le sue considerazioni sulle conseguenze negative dell’abitudine – colpevolmente tollerata dagli insegnanti – degli studenti italiani a copiare. Scrive Parisi che ciò avrebbe favorito la «slealtà verso le istituzioni», l’«indisponibilità a riconoscersi al loro interno corresponsabili all’attivazione di valori comuni» e, infine, il «rifiuto della collaborazione con le autorità per la difesa della legalità». Allora, chi, secondo Parisi, meglio delle forze armate per ripristinare il senso dello stato e vigilare sull’inaffidabilità dell’istituzione scolastica? Da qui, coerentemente, l’osceno militarismo patriottico che riecheggia nei discorsi del ministro, pieni di richiami alla «fermezza», alla «disciplina», alla necessità di «dare la vita per la patria e il dovere».
Il libro – e in questo risiede la sua fecondità – traccia il compito della riflessione radicale, che consiste nell’urgenza e nella necessità di sottoporre a critica definitiva il «pensiero di Stato», come lo definiscono Bourdieu e Sayad, ovvero la sua inclinazione a «naturalizzare» lo Stato, che cessa di essere una formazione storica per divenire un «dato immediato, come se fosse un oggetto dato di per sé, per natura, cioè eterno, affrancato da ogni determinazione esterna, indipendente da ogni considerazione storica, indipendente dalla storia e dalla propria storia, da cui si preferisce separarlo per sempre».
Occorre, allora, come Gaspare De Caro e Roberto De Caro ricordano, tornare a indagare il nesso che stringe dominio statale e sfruttamento capitalistico e, in particolare, il rapporto tra guerra e democrazia, la «forma istituzionale globalmente adeguata agli orrori globali». La costruzione del nemico e la conseguente «erosione della prossimità» sono, allora, le vie dirette a «sradicare negli individui eventuali afflati umanitari» cosicché «raffigurare l’altro alla stregua di un animale, di una cosa, o almeno di un subumano» è la condizione del «suo massacro».
Nessuna illusione, allora, sull’esistenza di “governi amici”, capaci di guidare virtuosamente lo Stato, di cui dimenticano la natura costituzionalmente violenta. La storia dei proletari del ’900 porta i tragici segni di questa visione, ovvero il rafforzamento del dominio e l’intensificazione, senza limiti, dell’oppressione. Di quella storia, del «tesoro nascosto della rivoluzione» e delle possibilità inespresse che custodisce occorre, allora, serbare memoria: almeno, e non è poco, rifiutando di collaborare alla atroce servitù dei nostri tempi.