di Antonio Nucci
Illustrazioni di Pierangelo Rosati

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4.

Erano quasi le due quando lasciarono il bar. Lucio e Miriam lo accompagnarono in auto fino al cancelletto di casa. Walter era discretamente sbronzo e molto provato dalla stancante giornata; quasi non aveva gli occhi aperti quando si salutarono mettendosi d’accordo per la sera dopo. Dormì come un ghiro fin quasi a mezzogiorno e, dopo un breve giro al mercato, mangiò qualcosa in un bar che metteva a disposizione vari piatti freddi, ne scelse uno con la pasta fredda condita e si concesse un bicchiere di vino bianco nonostante i sensi di colpa per quanto bevuto la sera prima. Nel rientrare decise di fare la scorciatoia. Gli tornò alla mente quel vecchio episodio mai dimenticato.

Aveva circa otto, nove anni quando un pomeriggio si avventurò giù per il sentiero, per arrivare prima all’emporio, dalla signora Anna, a prendere un ghiacciolo. Arrivato ad un punto in cui esso si faceva meno ripido, si accorse di un nugolo disordinato di vespe che rendeva il passaggio piuttosto problematico. Decise allora di aggirare l’ostacolo aggrappandosi a un paio di alberi a margine del sentiero, ma prima che potesse farlo le vespe si erano riunite in un vero e proprio sciame minaccioso che puntava verso di lui o almeno questo era ciò che la sua fertile mente di bambino sovreccitata ricordava. Fatto sta che Walter si trovò a risalire a gambe levate con dietro lo sciame che si disperse solo quando arrivò in cima al sentiero.
“Probabilmente gli hai dato fastidio, se no non ti avrebbero attaccato” diceva il signor Vincenzi, l’anziano vicino di casa.
Walter non era convinto.“Eppure non mi sono avvicinato e non fatto movimenti bruschi.”
“Qualcosa avrai fatto. Non attaccano mai senza motivo.”
Per molto tempo Walter conservò una grande fobia delle vespe che superò solo in età adulta. Ora gli si presentava l’occasione di tornare sul posto in cui la fobia aveva avuto inizio. Probabilmente il rivedere il luogo per ciò che realmente era, un innocuo sentiero di montagna, oggi lo avrebbe fatto sorridere, ne era sicuro.
Prese a salire guardando metro per metro l’ambiente circostante e quando fu giunto nel punto in cui era avvenuto il fatto di tanti anni prima si fermò. Niente, nessuna emozione. D’altronde cosa poteva aspettarsi di provare? Si mise a sorridere come promesso a se stesso. Poco dopo però, una voce dentro di sé gli chiese: avresti anche il coraggio di venirci di notte?
Rispose alla voce sdegnato: che discorsi, qua di notte non si vede un fico, chi ci verrebbe?
Riprese il cammino mettendosi alle spalle quell’ultimo stupido pensiero.
Passò il resto del pomeriggio a sistemare le sue cose nella stanza da letto che Enrico gli aveva liberato. Intanto pensava all’imminente serata in discoteca. Aveva proprio voglia di divertirsi un po’. Ne aveva bisogno, aveva lavorato davvero troppo ultimamente. Stava pensando più o meno a questo quando trillò il cellulare.
“Signor Ghetti? Sono Vannini.”
Ecco, questo proprio non ci voleva pensò.
“Mi scusi davvero se la disturbo. So che è sabato pomeriggio e so che è in ferie.”
“Beh, sì, in effetti…ma se è importante…”
“Non l’avrei chiamata se non fosse così. Il server mi si è piantato. Abbiamo provato a risolvere la cosa per telefono con il suo impiegato ma non c’è stato niente da fare. Dovrebbe venire lui di persona ma mi ha detto che in negozio la prossima settimana c’è solo lui e non può abbandonarlo. Perciò, le chiedevo: non conosce qualcuno da mandarmi? Un tecnico che possa venire lunedì e metterci in condizione di lavorare. Dobbiamo chiudere un lavoro e siamo nei guai.”
“E’ in ditta adesso?”
“Sì.”
“Beh, proviamo a vedere se riesco a fare qualcosa da qui.”
“Grazie, lei è troppo gentile, mi scusi ancora.”
Riattaccò il cellulare quasi mezz’ora dopo. Il problema era risolto ma non aveva voglia di esultare.
Ma certa gente non va mai in ferie? Sembra che esista solo il lavoro per qualcuno. Poi magari si lamentano che la moglie ha l’amante e non c’è dialogo con i figli. Mah!
Questo era l’aspetto meno simpatico del suo lavoro. Non ci si poteva mai veramente sentire in relax. D’altronde la scelta di aprire un negozio di vendita di prodotti informatici con relativa assistenza si era mostrata valida economicamente. C’era però un prezzo da pagare in termini di stress e se ne accorgeva in questi momenti.

5.

Groppiano, punto di riferimento per tutti gli abitanti della vallata, distava pochi minuti di auto da S.Clara. Si era molto ingrandita negli ultimi anni grazie all’espansione della sua zona industriale e alla sempre fiorente produzione di porcellane fino a contare quasi trentamila abitanti su tutta la superficie del comune contro i cinquemila di S.Clara, che però in estate raddoppiava la popolazione per la sua attrattiva turistica. Durante l’inverno, con il calo del numero di turisti, S.Clara tornava a essere uno dei paesi satellite di Groppiano. Per questo chiunque volesse intraprendere un’attività non collegata al turismo lo faceva nel vicino polo economico. Qualsiasi cosa non si trovasse a S.Clara la si trovava a Groppiano: uffici, biblioteche, studi tecnici e commerciali, ambulatori, tutto.
Persino la cartomante, Madame Annette, una svizzera francese che prediceva il futuro, la si trovava laggiù. Proprio mentre Walter cercava di ripristinare il server della ditta Vannini, Madame Annette stava leggendo per proprio conto una previsione riguardante il futuro della vallata.
Non poteva credere ai propri occhi. Eppure le carte parlavano chiaro: stava iniziando un periodo tragico per la gente di quel luogo, terribili sciagure stavano per abbattersi sulla zona. Riordinò le carte più volte, il risultato era sempre lo stesso. La carta raffigurante la morte usciva sempre nello stesso punto. Sebbene credesse nel suo lavoro provò un certo turbamento. Non le era mai capitato che le carte occupassero a più riprese sempre la stessa posizione.
Poco fuori Groppiano, sulla strada per S.Clara, un passante stava cercando di calmare il suo cane. La bestia ringhiava furiosamente contro qualcosa di non ben identificabile, qualcosa che pareva trovarsi in mezzo alla vegetazione ai lati della strada. Il padrone dovette faticare non poco a calmare l’animale e ricondurlo con se a casa.
Un ora dopo, nel centro di S.Clara, Katia Gironi, figlia del fioraio che era corso dietro a Walter e ai suoi amici anni prima, chiuso il negozio si avviava verso casa dove, in giardino, constatava che il suo Pucci, gattone con un folto pelo nero e occhi gialli, era ferito gravemente a una zampa e presentava ferite, fortunatamente non mortali, in tutto il corpo.
“Ma chi ti ha conciato così? Mamma mia! Così imparerai a non ficcarti dappertutto adesso.”
La bestiola guardava la sua padrona con gli occhi bagnati di lacrime. Se avesse potuto parlare avrebbe risposto: Chi mi ha conciato così avrebbe conciato così anche te!

6.

Il Mickey Mouse era praticamente un grosso terrazzone sul margine di un colle poco fuori dal centro abitato coperto da una tettoia rivestita di piante rampicanti. Esso sovrastava la parte interrata adibita a uso invernale. Il DJ quella sera suonò una lunga carrellata di brani più o meno famosi degli ultimi anni nonché qualche rispolverata di brani più datati abbracciando un po’ tutti i generi: rock, dance, beat, funky, reggae. Una scaletta molto furba insomma, che accontentava un po’ tutti i gusti. Era piuttosto vario anche il genere di frequentatori: dai ventenni che saltavano come pazzi al suono dei Rage Against the Machine, ai trentenni che in maniera più compassata battevano il tempo sui vecchi cavalli di battaglia dei gruppi degli anni ottanta.
Verso la mezzanotte erano tutti intorno a un tavolo un po’ distante dagli altoparlanti per riuscire a fare un po’ di chiacchiere. Lucio e gli altri erano discreti bevitori; nulla di strano quindi che la serata stesse prendendo la stessa piega di quella precedente.
“Chi offre il prossimo?” chiese Aldo, anch’egli vecchia conoscenza.
“Io” si offrì volontario Walter “però bisogna che qualcuno mi aiuti a portare tutto.”
“Viene Marione che non si muove mai” disse Andrea ridendo e colpendo quest’ultimo con delle pacche sulla pancia.
“No, dai, vengo io.” Claudio si alzò.
Durante la lunga coda alla cassa e poi al bancone ebbero occasione di fare conoscenza meglio della sera prima. Claudio era molto estroverso e cordiale. Dava comunque l’impressione di essere un tipo con la testa sulle spalle, tutto dedito al suo lavoro di rappresentanza e senza grilli per la testa. Parlava dei suoi progetti di vita in comune con Sonia con molta convinzione. Lei doveva ancora arrivare; era in giro con delle amiche.
Walter si chiese se fosse a conoscenza della loro vecchia storia; non seppe darsi una risposta.
Si erano di nuovo seduti al tavolo da un paio di minuti quando fece la sua comparsa il gruppetto di cinque ragazze, Sonia compresa. Una di esse in particolare, bionda e procace, suscitò l’attenzione di Walter. Lei e Miriam si salutarono molto amichevolmente. Il suo nome era Cristina, per gli amici Kris, con la k come usava firmarsi. Tutti sembravano conoscerla molto bene. A dire il vero anche troppo a giudicare dalle informazioni che Miriam fornì più tardi a Walter. Pare che una buona fetta di ragazzi e, si diceva, anche un paio di ragazze di S.Clara avessero avuto con lei rapporti piuttosto intimi. Era molto disponibile insomma, come disse Lucio scherzandoci su. Comunque era molto simpatica e intelligente e Walter entrò ben presto in sintonia con lei. Anche quella sera il gioco di sguardi più o meno velati con Sonia cominciò e andò avanti per parecchi minuti poi fu Walter a cercare di distrarsi parlando con Kris che gli si era seduta accanto. Sonia sembrava ancora più inquieta della sera precedente al bar. Più tardi mentre molti di loro erano in pista a ballare e i più ubriachi a dimenarsi, Walter era rimasto in disparte appoggiato di schiena al davanzale del terrazzo; lei gli si avvicinò:
“Allora, come te la passi, ho saputo che finalmente l’hai messa a posto quella casa?”
“Finalmente si. Sai quanto ci tenessi.”
“Già, ricordo. E anche il lavoro e ok?”
“Sì. C’è da lavorare sodo ma…Tu sei sempre in quello studio?”
“Sì, dovremo trasferirci qui a Groppiano prima o poi, è più comodo per molte cose.”
“Beh, se rimani lì vuol dire che ti trovi bene, no?”
“Non mi lamento, in effetti. E…per il resto tutto bene? E’ un po’ che non passo da Novara.”
Continuando a conversare ebbe la netta l’impressione che Sonia volesse far scivolare la conversazione su argomenti più personali trattenendosi però nel timore di sembrare inopportuna.
Poi arrivò Claudio, prendendola sottobraccio, a dirle che era già piuttosto tardi e dovevano anche accompagnare Franz e Marina a casa loro. Di nuovo vide in lei quel velo di tristezza. Si salutarono e a lui si accavallarono nella mente mille pensieri ai quali non avrebbe saputo dare una precisa collocazione. Decise di distrarsi raggiungendo gli altri in pista.
Mancavano pochi minuti alle tre quando la musica cessò e si accesero le luci chiare. Kris venne a salutarlo.
“Dobbiamo proprio andare, Silvia non sta in piedi e mi sa che dovrò guidare io e magari anche accompagnarla a letto. Comunque ci vediamo le prossime sere no?”
“Sì, certo. Fino al 21 non mi muovo di qui.”
“Bene. Ho saputo che abitiamo vicini. Io sono in quella fila di case rosse che si vede dalla tua strada. Potresti venire a cena da me una di queste sere.”
“Con molto piacere” disse Walter pensando meglio di così…”

7.

La loro era stata una storia breve ma molto intensa. Si conoscevano fin da piccoli. Conosceva bene anche Ludovica, la sorella di Sonia, anzi, era lei fra le due sorelle a polarizzare l’attenzione di Walter quando veniva in vacanza a S.Clara. Il primo ricordo che aveva di loro due era di un pomeriggio in riva al lago con i rispettivi genitori mentre insieme giocavano a nascondersi.
La prima a trovare un fidanzato fisso era stata Ludovica. L’ultima volta che Walter si era recato a S.Clara, tre anni prima, l’aveva ritrovata sposata e con una bambina. Era piuttosto sfiorita e parecchio ingrassata, uno di quei casi in cui la maternità lascia un segno indelebile. Sonia invece, diventando donna, era sbocciata in maniera sorprendente, il viso acerbo di un tempo era diventato deciso e seducente.
“Sai Walter, adesso abito a Novara, ho trovato lavoro lì” gli aveva detto in quell’occasione.
“Ah, come ti trovi?”
“Bene, ma non conosco nessuno. Ti va se ci vediamo ogni tanto?”
“Certo, dopo ti lascio il mio numero.”
Si erano frequentati un po’, Walter le aveva fatto conoscere un po’ di persone. Sembrava che tutto fosse riconducibile a una tranquilla amicizia. Poi una sera, a casa di lui, si erano ritrovati sul divano a guardare un film. Alla fine di questo le aveva chiesto se volesse essere accompagnata a casa e lei l’aveva baciato.
Era andata avanti per tutto l’inverno poi lei, inspiegabilmente, era entrata in una specie di crisi esistenziale. Per un po’ avevano allentato il legame, poi l’aveva vista con Leo, un tizio che avevano conosciuto ad una festa e aveva capito che c’era qualcosa fra loro. Per un po’ aveva atteso qualche spiegazione e non ricevendone non le aveva più telefonato. Poi, tempo dopo, lei era ritornata a S.Clara e lui aveva cercato di non pensarci più. Gli era sembrato, quello di lei, un modo piuttosto antipatico di chiudere una storia ma ormai dopo tutto questo tempo il risentimento in lui era del tutto scomparso, o quasi.

8.

La domenica pomeriggio passò in maniera molto tranquilla. Eccezion fatta per una serie di urla verso le quattro che attirarono l’attenzione di Walter, e non solo di lui. Provenivano dalla casa dei Righi.
Questo fu pressappoco ciò che si udì.
Voce maschile:….SEMPRE LA SOLITA TROIA!!!”
Voce femminile: CREDI DI ESSERE TANTO MIGLIORE DI ME?”
Voce maschile: NON CERCARE SCUSE. NON RIVOLTARE…….ADESSO BASTA!!!”
Rumore di qualcosa che sbatte forte.
Voce femminile: CREDI CHE NON SAPPIA CHE ANDAVI A CARICARE LE MIGNOTTE CON…….?”
La signora Cinti se ne stava nascosta fra le tapparelle aguzzando le orecchie. Quando Walter, seduto sul dondolo in giardino con un libro in mano, si girò verso di lei sparì dalla finestra. Piano piano la situazione tornò alla normalità.
Poco più in là il Rag. Servidei stava curando le sue piante, un’improvviso colpo di vento lo fece rabbrividire e non di freddo. Può succedere che in una giornata in cui non si muove un filo d’aria si alzi una ventata, è un fenomeno normale. Allora perché si era girato di scatto come temendo qualcosa? Senza rendersene conto la sua mano si era stretta più forte intorno al manico della zappa. Continuò a guardare la boscaglia per alcuni secondi poi si rimise al lavoro. Ogni tanto lanciava sguardi sospettosi intorno a sé.
Dalla parte opposta del paese un cane lanciava guaiti simili agli ululati di un lupo. L’unica nuvola in cielo andò a coprire il sole creando una strana luce grigia.

9.

La sera, dopo una cena dalle zie, uscì presto per andare al bar. Poco prima di arrivare notò lo stesso fumo di due sere prima proveniente dalla stessa zona. Questa volta gli parve anche di avvertire un odore. Non riuscì ad associarlo a nessun materiale.
Il gruppo era sempre là allo stesso tavolo. La campagna acquisti e le amichevoli di precampionato erano gli argomenti che tenevano banco. Arrivò anche Kris dopo un po’ con una amica. Non c’erano Lucio e Miriam che avevano preferito andare a letto presto. Walter si girò a un certo punto in direzione del bancone sentendo un gran baccano di voci.
“E’ Martino, te lo ricordi Walter? E’ sempre più pazzo.”
“Beh, troppo normale non lo è mai stato a quanto mi ricordo.”
“Adesso è ancora peggio. Racconta di cose pazzesche che secondo lui succedono nei boschi. Sembra che siano infestati dai demoni. E’ completamente partito.”
Martino era un anziano signore la cui moglie era morta molti anni prima per il crollo accidentale di una tettoia. In seguito aveva cominciato ad avere disturbi mentali dovuti al senso di colpa per aver mandato la moglie nella legnaia che da tempo doveva essere riparata perché pericolante. Viveva solo in una casa sperduta quasi in cima alla montagna e veniva in paese un paio di volte alla settimana per fare scorta di generi alimentari o per bere. Passava la restante parte del suo tempo a girovagare per i boschi quasi costantemente sotto l’effetto dell’alcool. Niente di strano quindi che vedesse fantasmi dappertutto. Anche quella sera stava farneticando al riguardo.
“Ti dico che c’era un coniglio con il collo tirato come si fa con le galline, pieno di cicatrici e ferite come se lo avessero torturato.”
“Dai Martino, sarà stata una volpe o un altro animale.”
“Che volpe e volpe. E perché l’ha lasciato lì senza mangiarselo allora, eh? No, lo riconosco un collo strozzato con le mani, e vuoi sapere un’altra cosa? Non c’erano impronte di scarpe in giro.”
Gli anziani signori di fianco a lui sorridevano a denti stretti scuotendo la testa. Martino li mandò a quel paese, poi accortosi di Walter che lo fissava continuò, puntando l’indice verso di lui.
“Stanno succedendo cose strane, prima o poi ve ne accorgerete. Continuate pure a darmi del matto, ve ne accorgerete.” E così detto vuotò d’un sorso il bicchiere di rosso che aveva in mano, per metà rovesciato durante la sua delirante conversazione. Se non fosse stato per il comportamento dei presenti al bar forse Walter sarebbe rimasto turbato dall’enfasi e dalla convinzione con cui il vecchio aveva parlato. Ma c’era Kris di fronte a lui a prendere posto nei suoi pensieri. Sembrava mangiarselo con gli occhi con quei continui sorrisetti. Verso l’una e mezza Walter salutò la comitiva; sarebbe rimasto molto volentieri ma l’indomani alle otto in punto doveva essere sul luogo dei lavori e la giornata che aveva davanti era piuttosto lunga per tutta una serie di impegni anche burocratici. Comunque, cosa importante, si era messo d’accordo con Kris per cenare da lei.
“Martedì allora, non dimenticarti.”
“Ci mancherebbe. Ciao ragazzi, a presto.”
“Ciao Walter.”
Uscito dal bar si avviò per gli stradelli del paese. Il suono degli insetti sugli alberi era l’unico rumore che si sentiva a quell’ora, oltre a quello dei suoi passi. Una leggera brezza si alzava di tanto in tanto e portava con sé uno strano odore. Le fronde degli alberi frusciavano intorno a lui. Istintivamente accelerò il passo.

10.

“Non ha idea di cosa abbiamo trovato là sotto: topi e scarafaggi a bizzeffe, anche una biscia e addirittura due scorpioni grossi così” disse il geometra Valenti usando gli indici come strumenti di misura.
“Eh, lo immagino! Erano anni che nessuno scendeva in quella cantina.”
“Alle dieci abbiamo appuntamento all’Ufficio d’Igiene per le pratiche sul rifacimento dei bagni. E’ meglio andare.”
Passarono tutta la mattina in Comune e nel pomeriggio Walter si adoperò per il trasporto di tutti gli oggetti inutili o inservibili alla discarica mentre gli operai procedevano con i lavori. A fine giornata era esausto, tanto che la sera al cinema con gli amici si addormentò più volte durante la proiezione, finendo col non capire nulla di tutto il film.
Il giorno seguente fu meno caotico, ormai il lavoro era avviato. Walter si recò sul posto per gli ultimi piccoli trasporti e per firmare alcuni atti con il geometra. Per il resto della settimana avrebbe dovuto solo farsi vedere qualche volta e controllare che non ci fossero imprevisti, quindi l’impresa edile avrebbe interrotto i lavori qualche giorno per ferie per poi riprendere dopo Ferragosto.
Non sapeva bene cosa aspettarsi da quella serata o forse se lo aspettava fin troppo bene. In ogni caso Kris era una piacevole compagnia e un invito a cena da una bella donna non si rifiuta mai. Si presentò alle nove come d’accordo, con una bottiglia di vino e una di liquore della riserva di zia Tilde.
Nel suonare il campanello si accorse di aver abbondato un po’ con il dopobarba.
“Ciao, entra! Scusa il disordine, è passata mia sorella con i nipotini e…”
“Se questo è il tuo disordine dovresti vedere casa mia.”
“Sono un po’ in indietro, se stai morendo di fame ci sono dei salatini sul tavolo.”
“Stai tranquilla, posso resistere. Come stai, tutto bene?”
“Sì, sì. E tu? Come va con i restauri?”
“Bene, non hai idea di quante scocciature ci sono per spostare quattro muri. Comunque sono contento: finalmente diventerà abitabile.”
“E quindi potrai venire spesso a trovarmi.”
“Naturalmente.”
“Vuoi mettere su un CD? Vedi un po’ se trovi qualcosa che ti piace.”
Per tutta la durata della cena notò in lei una sorta di malcelata compiacenza nei suoi confronti, qualunque fosse l’argomento della conversazione. Gli aveva messo gli occhi addosso insomma, era chiaro, e lui giocava a fare la parte di quello che non aveva ancora realizzato completamente la cosa.
“Perché non ti sdrai sul divano intanto che mi preparo?”
Avevano deciso di andare in un pub dove avrebbero trovato una sorta di festa che si svolgeva tutti gli anni in onore della squadra vincitrice di un minitorneo di calcetto locale.
“Mi calza bene il vestito dietro o fa le pieghe?” disse sbucando di nuovo in salotto.
Con quel fisico le sarebbe calzata bene qualsiasi cosa. La risposta di Walter era scontata.
“Stai benissimo così.”
Lei sorrise ammiccando.
Al Charlie’s Pub incontrarono anche gli amici di sempre già tutti al secondo o terzo boccale di birra. Era usanza che i componenti delle squadre che non avevano vinto pagassero a turno da bere ai componenti della squadra vincitrice nonché ai loro amici presenti. Fu così che Walter e Kris si ritrovarono per un paio d’ore con i boccali sempre pieni in quanto amici di due giocatori della squadra campione. C’erano anche due amiche di Sonia che lanciavano occhiate furtive e facevano commenti fra loro con fare malizioso.
“Immagino cosa stiano dicendo quelle megere. Domani in tutto il paese e zone limitrofe si saprà che siamo usciti insieme.”
“E anche se fosse?” disse Walter.
“Beh, io non ho una bella reputazione da queste parti, te l’avranno sicuramente detto, e uscendo con me la tua peggiorerà di sicuro.”
“Mmh, la cosa non mi preoccupa. Sono abbastanza adulto da non curarmi di quello che dice la gente.”
Lei gli sorrise mimandogli un bacio.
“Se questa mia trasferta a S.Clara continua così, al ritorno dovrò fare una cura per disintossicarmi dall’alcool.”
“Anch’io sono ubriaca. E se andassimo fra un po’?” disse appoggiandogli dolcemente la mano su un ginocchio.
“Okay. Finisco di bere e andiamo.”
Usciti dal locale costeggiarono per un lungo tratto il fiume. Kris lasciò scivolare il braccio intorno a lui. Walter fece altrettanto. Probabilmente avrebbe potuto osare di più ma aveva ancora qualche esitazione. Non ne ebbe poco più tardi quando, nel soffermarsi di fronte alla porta di casa di lei. si abbracciarono istintivamente per qualche istante; poi Kris sollevò lo sguardo verso i suoi occhi e si baciarono.
“Dai, vieni dentro” disse lei quasi ansimando.
Appena richiuso l’uscio si avvinghiarono con trascinante passione. Lo sospinse verso il divano in modo quasi violento levandogli la maglietta e iniziando a mordicchiarlo sul collo mentre sistemava il suo corpo sopra di lui.
Era veramente gradevole lasciarsi sedurre in quel modo. Si sentì sbottonare dolcemente i pantaloni mentre le sfilava il reggiseno, poi il tutto sfuggì piacevolmente a ogni controllo razionale.
Non troppo distante da loro una figura scura sbucava dalla boscaglia in un silenzio quasi assoluto. Un eventuale passante non avrebbe sentito nessun rumore di passi e non si sarebbe accorto di nulla se non grazie all’aiuto di una torcia, sapendo ovviamente dove puntarla. La figura si fermò di fronte alle luci accese della casa, fece alcuni gesti difficili da descrivere e dopo qualche istante riscomparve nella boscaglia, verso un’altra direzione. Walter e Kris non avrebbero mai potuto sentire l’odore portato da una folata di vento, concentrati com’erano sui reciproci organi sessuali. Il sudore li impregnò entrambi.
“Andiamo di sopra, in camera, staremo più comodi” disse lei con un tono di voce quasi rauco che risultò enormemente eccitante alle orecchie, e non solo, di Walter. In realtà si fermarono sulle scale, non resistevano più. Il primo amplesso si consumò lì. Più tardi raggiunsero la stanza da letto. Poi, poco prima dell’alba, si addormentarono esausti.

11.

Verso le nove quasi contemporaneamente si svegliarono. Si riabbracciarono.
“Devi andare a vedere i lavori?”
“Dovrei, ma non ne ho voglia. Andrò nel pomeriggio, tanto non devo fare nulla d’importante.”
“Oh, si. Rimani qui. Non voglio restare sola.”
Si risvegliarono verso mezzogiorno. Scesero in soggiorno per fare colazione.
Finito il latte con i biscotti Kris gli si sedette a cavalcioni sulle gambe.
“Sai che sei proprio una belva?” disse Walter.
Sorrise. “Anche tu non scherzi. Non…non coinvolgerti troppo con me però. Non ti conviene, sono troppo volubile.”
“Non ti preoccupare, non mi innamoro tanto facilmente.”
Lei sorrise rassicurata. “Soltanto amici, allora?”
“Soltanto amici.”
“Non credere che non ti voglia bene però” tenne a precisare lei.
“Vale anche per me.”
Si strinsero per un po’ in silenzio poi Walter chiese:
“Stasera che c’è di bello in giro?”
“Mmh, non so. Io vado a trovare un’amica a Groppiano. Glielo avevo promesso. Puoi venire anche tu.”
“Ti telefono più tardi, così vedo come sono messo” rispose.
Nel rincasare passò da zia Tilde che gli fece sapere della telefonata di Enrico dalla Grecia. Stavano stupendamente e lo salutavano.
Verso metà pomeriggio il tempo cominciò a guastarsi. Grossi nuvoloni spuntavano da dietro la montagna mentre Walter confabulava con il Geom. Valenti.
Un chilometro più in là il parroco, Don Mario, stava chiudendo le imposte della sagrestia per evitare che sbattessero. Un vento improvviso aveva preso a soffiare dal bosco. Attraversando la navata della chiesa per recarsi nel contiguo appartamento, notò lo strano colore del Cristo in bronzo e si avvicinò per vedere meglio. Era soltanto un po’ di polvere, probabilmente caduta dal soffitto. Non ne notò, stranamente, sul pavimento.
“Cesare! Portami due stracci che facciamo un po’ di pulizia” disse al suo attendente appena disceso dal campanile. Fu necessario usare tutto l’olio di gomito che avevano per far nuovamente risplendere Gesù sulla croce. Il giorno dopo dovettero buttare gli stracci nel pattume perché quasi lacerati, come corrosi.
Verso sera Lucio gli telefonò per proporgli una serata a poker con un paio di amici. Walter pensò che una serata casalinga sarebbe stata l’ideale per non sfinire ulteriormente il suo fisico già provato dalla lunga nottata e chiamò Kris per dirglielo.
“Sei molto stanco?”
“E’ un tipo di stanchezza piacevole.”
La sentì sogghignare all’altro capo del telefono.
“Allora, magari ci vediamo domani al bar?”
“Sì, certo. A domani allora, stammi bene.”
“Anche tu.”
Si alzò dal divano e avviandosi verso il bagno guardò attraverso i vetri della finestra. Il vento sembrava essere calato d’intensità.
Tanto frastuono e poi neanche due gocce d’acqua pensò vagamente.

(2-CONTINUA)

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