di Antonio Nucci
Illustrazioni di Pierangelo Rosati

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Partenza

1.

Sollevò il ricevitore sperando che non fosse una questione di lavoro. Non era nel giusto ordine d’idee per risolvere problemi.
Spero solo che non sia quello della Tecnomedia Lombarda con le sue solite richieste strampalate. Oggi non lo affronterei.
La riconobbe ancor prima di sentire la sua voce.
“Ciao” attese un istante “volevo salutarti.”
“Ti avrei chiamato io prima di partire.”
“Lo so, ma tra poco devo uscire per un lavoro e ho lasciato il cellulare a casa, così…”
“Capisco. Sei un po’ più calma oggi?”
“La parola giusta è: rassegnata.”
“Sai quant’è importante quello che dobbiamo fare.”

“Sì, lo so, anche se continuo a non capire perché debba andarci per forza anche tu.”
“Te l’ho detto Mari, non posso tirarmi indietro proprio adesso.”
“Già. Così per non lasciare soli i tuoi compagni d’avventura lasci sola me. Non pensi a come starò io nel frattempo?”
“Ti prego, non ricominciamo ora. Vedrai, andrà tutto bene stavolta. Con un po’ di fortuna metteremo fine a questa storia. Nigel e Matteo sono in gamba. Se siamo decisi ce la possiamo fare.” Non sentì risposta. “Mi vuoi ancora bene?”
“E’ per questo che mi arrabbio” disse lei sconsolata.
Poco dopo riagganciò il ricevitore avviandosi verso la stanza da letto quando il telefono lo richiamò sui suoi passi. Era Nigel.
“Noi siamo pronti” disse con il suo pesante accento inglese ”Matteo è già nella sala d’aspetto. Sembra un leone in gabbia.”
“Bene, sono pronto anch’io. Fra mezz’ora al massimo sono li.”
“Ce la facciamo vero?”
Guardò il pendolo in fondo al corridoio. L’aereo partiva alle 13,50 da Malpensa. Mancavano circa due ore e mezza. C’era tutto il tempo di raggiungerli in hotel a Corsico, riprendere la tangenziale ovest e arrivare in tempo per l’imbarco.
“Stai tranquillo, mi muovo subito.”
Nigel. Doveva ammettere che, per essere un giovane benestante che girava il mondo in cerca d’emozioni, aveva davvero, come si suol dire, gli attributi. Era appassionato di fenomeni paranormali al punto di rischiare la vita, lo aveva dimostrato a Montigny nove mesi prima nella precedente spedizione.
In quello sperduto paese del Massiccio Centrale, ad ottobre, non erano riusciti a chiudere la faccenda definitivamente, avevano condotto bene la ricerca ma all’atto finale si erano disuniti lasciando il gioco nelle mani dell’avversario.
Questa volta non dobbiamo commettere lo stesso errore. Tre persone sono già poche per questo lavoro, se poi gli lasciamo fare il suo gioco e finiamo per separarci…
A differenza dell’avventura in Francia avevano dalla loro, in questo caso, una considerevole quantità di materiale e conoscenze tecniche in più. Avevano, insomma, tutte le armi giuste per farcela. Matteo, al secolo Dott. Caravalle, aveva fatto un ottimo lavoro con i fondi dell’Accademia di Scienze Occulte. Era riuscito anche a farsi finanziare le spese per il viaggio, quelle per gli spostamenti, cioè. Le camere d’albergo avrebbero dovuto pagarsele con i loro soldi.
Dopo la telefonata poté finalmente andare a chiudere la valigia grande. Non resistette alla tentazione di aprire un’ultima volta la valigetta più piccola, quella contenente tutte le informazioni necessarie, e dare un ulteriore sguardo alle pagine Web raccolte e stampate, come se avesse bisogno di convincersi di ciò che stava per fare. Tutte le notizie raccolte erano riferite ad una concentrazione impressionante di morti, quasi sempre violente, nella zona che aveva come epicentro St. Nicholas, una cittadina di circa 20.000 abitanti nel Missouri, alcune spiegabili, altre meno. In uno di questi articoli lo sceriffo locale, tale George Griffith, faceva presente in un’intervista di aver richiesto un intervento dell’FBI ritenendo che il numero di omicidi fosse paurosamente aumentato negli ultimi due mesi e lamentando la scarsità di personale atto a condurre un numero di indagini incredibilmente alto per una città di così modeste dimensioni. Nigel aveva rintracciato a fatica l’ubicazione di quello che sarebbe diventato il loro nuovo campo di battaglia. Si trattava anche in questo caso di un paese a ridosso delle montagne e molto distante dai più grossi centri abitati dello stato.
Ci risiamo pensò se non chiudiamo la partita, continuerà all’infinito.
Si guardò allo specchio come per concentrarsi prima del lungo viaggio. Avrebbero fatto tappa a New York per la notte e l’indomani con il primo aereo per Sant Louis sarebbero ripartiti. Una volta giunti laggiù avrebbero noleggiato un’auto. Era il modo migliore per spostarsi in quelle zone. Anche in questo caso, per fortuna, potevano utilizzare quei fondi dell’Accademia. All’ultimo momento decise di sgonfiare la valigia che conteneva gli indumenti di ricambio togliendo il maglioncino di cotone pesante, probabilmente non gli sarebbe servito. Laggiù avrebbe fatto molto caldo, in tutti sensi. Adesso era davvero ora di muoversi. Qualunque cosa potesse aver dimenticato di prendere con sé l’avrebbe comprata durante la sua permanenza nel Missouri.
Chiuse la manopola dell’acqua, quella del gas, spense tutte le luci e calò le tapparelle. Portò i bagagli sul pianerottolo e diede un ultimo sguardo all’appartamento buio. Girò due volte la chiave nella toppa e la mise sotto lo zerbino. Poi, raccolte le valigie, cominciò a scendere le scale.

2.

Aveva da poco superato il casello di Galliate quando qualcosa nella sua mente si liberò inaspettatamente. Non dovendo più occuparsi dei preparativi gli risultò inevitabile pensare a due anni prima, a quando tutto aveva avuto inizio, a quell’estate finita in modo così tragico. Per molto tempo aveva cercato di ripulire la sua mente da quei tristi ricordi sovrapponendone altri e riuscendovi anche per un certo periodo grazie soprattutto a Marinella, a quella nuova storia che gli aveva dato così tanta linfa vitale. Poi, lentamente, aveva capito che il dubbio, la possibilità di non aver messo veramente fine all’esperienza più sconcertante della sua vita, lo avrebbe sempre seguito come un’ombra se non avesse un giorno deciso di occuparsi nuovamente della faccenda. Per questo quando Matteo e Nigel, conosciuti all’epoca in cui il fenomeno si era manifestato per la prima volta, gli avevano telefonato per dirgli che il pericolo si era nuovamente concretizzato in un paese della Francia aveva da subito preso in considerazione la possibilità di sposare la loro causa. Per la verità aveva avuto, più di quanto gli fosse successo di recente, parecchi tentennamenti prima di accettare e anche in quel caso aveva dovuto vincere l’ostilità della sua fidanzata. Poi erano partiti e le cose erano andate un po’ per conto loro. Gli era sfuggito il pesce dalla rete ma almeno avevano salvato parecchie vite a differenza di quanto successo la prima volta in Italia.
Mentre pensava a tutto ciò, d’improvviso gli tornò la paura. A fatica la ricacciò indietro e cercò subito di ritrovare l’ottimismo dei giorni precedenti.
Una ventina di minuti dopo, in un piazzale antistante l’Hotel Bellevue, stava caricando i bagagli dei suoi due compagni. Una volta saliti si guardarono come per rinnovare la loro intesa, nessuno disse nulla, il portiere dell’hotel vide l’auto allontanarsi. Anche la loro vita di tutti i giorni stava allontanandosi mentre procedevano. I ricordi, quelli no, non si allontanavano.

Il paese

1.

L’automobile rossa superò l’ultimo tratto in salita descrivendo una lunga curva per poi iniziare la sua discesa verso il fondo della vallata. Da quel punto si poteva vedere tutto il paese, che appariva come incastonato nella montagna, specchiarsi nelle tranquille acque del lago. Poco dopo apparve il cartello “CHIESETTA – frazione di S.Clara” e la discesa si fece più ripida. Ancora qualche tornante e la prima strada a sinistra avrebbe condotto Walter al centro del paese.

S.CLARA
Comune gemellato con Boisson (F) ed Egenbach (D)

si leggeva sul cartello segnaletico. La vista del mercato gli fece tornare in mente, per una di quelle associazioni di idee che fanno ricordare senza un preciso motivo sensazioni anche di tanti anni prima, una vecchia canzone dei Nomadi di cui non ricordava il titolo.
Aveva voglia di fermarsi e fare un giro fra le bancarelle. A dire il vero, avrebbe voluto fermarsi in ogni punto in cui si ricordava di aver fatto qualcosa in passato, anche la più banale, come prendere un gelato o comprare uno dei tanti fumetti che da ragazzo divorava e leggerselo su una panchina del giardino adiacente al cinema parrocchiale. Ma non era per questo che era tornato, non per rimettersi a fare il ragazzino. Aveva anzi, in cuor suo, una piacevole sensazione: quella di tornare da vincitore. Vincitore di cosa? Vincitore sulle sue incertezze, forse, sui suoi timori adolescenziali tipici di chi, ancora acerbo negli anni, deve ancora crearsi una personalità ben definita. Non aveva mai saputo spiegarsi perché tutte le sue più inconfessabili debolezze si riconducessero a quella piccola cittadina di provincia. Gli pareva che in passato nessun luogo più di quello avesse messo a dura prova il suo coraggio. Ora si sentiva più forte, le stesse strade e le case che gli parevano enormi tanti anni prima ora sembravano più piccole, meno imponenti.
Al bivio per Roccanera voltò dalla parte opposta e dopo circa un Km. scorse il tetto della casa che non vedeva da quasi tre anni. In quel caso si era trattato di una veloce visita dopo altri sei anni in cui non aveva messo piede a S.Clara. A parte quello sparuto episodio dunque, si poteva considerare che da nove anni non fosse coinvolto nella vita sociale del paese di cui era originaria la sua famiglia. Parcheggiò al termine dello stradello sterrato e dopo aver armeggiato a lungo con le chiavi aprì il cancello e lo oltrepassò. L’impressione che dava la casa era di completo abbandono. Le piante rampicanti avevano invaso buona parte della facciata e l’intonaco era talmente attraversato da crepe che sarebbe bastato scrostarne un pezzetto per farlo cadere completamente al suolo.
Cercò la chiave del portone: questa volta fu più fortunato e la trovò subito. Entrando nell’ingresso principale attivò l’interruttore centrale facendo scappare con i suoi movimenti un paio di ragnetti che vi soggiornavano. Accese la luce e si guardò intorno: tutto era come una volta, come quando da piccolo giocava a macchinine con Umberto e Gino sulla rampa di scale che portava al piano di sopra. A questo pensiero una valanga di ricordi d’infanzia lo investì, tanto che passarono alcuni minuti prima che si rendesse conto che non era tornato nella sua vecchia casa di montagna per nostalgia ma per iniziare i lavori di ristrutturazione di quella che sarebbe stata la sua seconda dimora, la sua oasi di relax, il suo luogo di villeggiatura a buon prezzo o più semplicemente il posto dove organizzare weekend e feste con gli amici.
Forse, dopo tutto, questa era una buona ragione per sentirsi vincitore. Più di una volta aveva rischiato di perderla quella casa. Prima una disputa fra parenti per i diritti di successione, poi gli interventi per eliminare i fattori di rischio per l’incolumità dei passanti, infine il faticoso racimolare denaro per la ristrutturazione. Ora però non c’era più nessun ostacolo, bastava solo un mese di pazienza. Dopo una rapida ispezione al piano di sopra e dopo aver aperto le finestre per far uscire l’odore di chiuso tornò all’auto per prendere gli attrezzi necessari a dare una prima ripulita sommaria: scopa, spazzolone, piumino, straccetti ed oltre a questi una bottiglia di acqua minerale comprata all’autogrill insieme alla borsa frigo che la conteneva. Era questo l’unico lavoro che potesse fare senza dover pagare costose ore di manodopera all’impresa di costruzioni incaricata della ristrutturazione. L’unico locale dove non si avventurò fu la cantina: là ci avrebbe pensato la ditta incaricata della disinfestazione.
Ancora un paio d’ore prima di pranzo. Avrebbe lavorato di buona lena e poi sarebbe andato dalla zia Tilde che nel frattempo gli stava sicuramente preparando qualcuno dei suoi saporitissimi arrosti, a distanza di tanti anni li ricordava ancora. Per un istante le sue papille gustative sembrarono ricordarsi il sapore di uno di essi.
La zia Tilde abitava in uno dei tanti villini sulla parte meno ripida della montagna con vista sul lago. Un bel panorama: suggestivo e rilassante. Con lei abitava la zia Amelia, un’altra zia di secondo grado di Walter. Entrambe più che sessantenni erano rimaste vedove. Nel villino di fianco abitava Enrico, il figlio di zia Tilde, che con moglie e figli era in vacanza in Grecia fino alla fine di Agosto. Questa sarebbe stata la residenza di Walter il tempo necessario per portare a termine i lavori: una quindicina di giorni, così aveva detto il Geom. Valenti.
Due colpi di clacson e zia Tilde fu sulla soglia.
“Allora, come sta il nipote che non vedo mai?”
“Bene, bene. E tu?”
“Eh, insomma, gli anni passano. Vieni, vieni dentro che zia Amelia è tutta la mattinata che mi chiede quando arrivi.”
Attraversarono il giardino sempre ordinato e curato come Walter ricordava bene ed entrarono. Zia Amelia era in sala da pranzo su una sedia a sdraio. Lo salutò immediatamente ma ci mise un po’ per metterlo a fuoco con la vista.
“Mamma e papà come stanno?”
“Qualche acciacco ma resistono bene.”
“Li ho sentiti qualche sera fa. Mi hanno detto che non vai tanto spesso a trovarli a Bologna, eh?” disse con aria di rimprovero.
“E’ vero purtroppo, sai, lavorare in proprio…”
Dopo aver sostenuto un autentico interrogatorio sullo stato di salute di parenti, collaterali e di qualsiasi persona avesse un seppur lontano legame di sangue con la famiglia si sedettero a tavola e Walter mangiò con quell’appetito che l’aria di montagna riesce a stanare meglio di qualunque altra cosa. L’aria era calda ma non afosa, i rumori esterni erano strettamente di origine naturale fatta eccezione per qualche raro passaggio di un’auto sull’asfalto. Alla fine del pranzo le sue palpebre erano aperte solo a metà.
“Ieri sera ho sentito Lucio. Ha detto che ti aspetta a cena per le otto. Ti ricordi dove abita no?” disse zia Tilde mentre gli riempiva un bicchiere di anice di produzione locale.
“Sì, certo, dopo il campo sportivo, per andare verso le fonti.”
“Esatto. Mi raccomando, chiedi a suo padre come sta. Sai che l’hanno operato di cistifellea.”
“Sì, sì certo, non ti preoccupare.”
“Se dopo vuoi andare di là a portare su la tua roba e farti un riposino dimmelo che ti vengo ad aprire.”
“Sei sicura che per Enrico non è un problema se dormo in casa sua in questi giorni?”
“Ma stai scherzando? Ha detto di fare come se fossi a casa tua.”
Aveva immaginato la risposta, ma la domanda gli sembrava d’obbligo.

2.

A S.Clara la sera faceva sempre un po’ freschino persino dopo una calda giornata estiva. Walter se ne ricordava dai tempi in cui, appena adolescente, veniva in villeggiatura durante le vacanze scolastiche. Per questo motivo quella sera aveva portato con se la sua felpa verde con l’effigie “Paddy Irish Whiskey”, ricordo del suo viaggio in Irlanda di due anni prima, annodata con le maniche intorno alla vita.
Si sentiva meglio ora dopo un paio d’ore di sonno in una quiete alla quale non era più abituato. Stava scendendo a valle riscoprendo ad ogni angolo tutte le stradine della sua S.Clara. Persino l’odore di quei luoghi gli pareva di percepire. C’è qualcosa pensò nei paesi di montagna che conferisce loro un’odore particolare. Non è qualcosa che si respira nell’aria quanto nel terreno e negli stessi muri delle case. Non riesco a spiegarmelo. Forse, più semplicemente, si sentono meglio i profumi perché qui l’uomo non ha ancora devastato l’ambiente.
Giunto alla fine del viottolo che stava percorrendo si immise nella strada che aveva percorso al mattino. Dopo qualche metro, sulla sinistra, ritrovò il sentiero che tanti anni prima gli serviva da scorciatoia per arrivare più in fretta alla pianarella, la zona così chiamata dai paesani per indicare l’unica parte non in pendenza del paese nella quale si trovava casa Rambaldi, la casa di Lucio cioè, il suo migliore amico da quelle parti.
Il riscoprire quel percorso ripido, stretto e con una fitta vegetazione che limitava parecchio la visibilità all’imbrunire bastò a riportargli alla mente una vecchia ma forse mai sopita sensazione di prudenza e timore. Mamma e papà glielo dicevano sempre di fare la strada normale perché era pericoloso scendere giù da quella parte. C’era anche un altro motivo che lo aveva sempre indotto ad una sorta di rispetto reverenziale per quel luogo ma preferì non soffermarsi troppo con la mente sull’argomento. Mancava alle otto ancora qualche minuto perciò continuò a percorrere la strada asfaltata visto che non era in ritardo. Non era il caso di rischiare di farsi male per guadagnare una manciata di minuti. Quel percorso lo avrebbe riesplorato in un’altra occasione, alla luce del giorno.
Il profumo di cibo proveniente dalle cucine del borgo che stava attraversando gli fece sentire un improvviso vuoto allo stomaco nonostante l’abbondante pranzo e il pomeriggio di tutto riposo. Superò il ponte sul Calendro, il fiume che sfociava nel lago di S.Clara, voltò a destra per un cortiletto e intravide la sagoma di Lucio nel giardino di casa mentre finiva di apparecchiare. Si videro e si salutarono con abbracci e pacche sulla spalla alla maniera tipica dei vecchi amici che non si vedono da un pezzo.
Il padre di Lucio era un parlatore instancabile, non sembrava proprio soffrire i postumi della recente operazione. Gli aneddoti di vita vissuta, soprattutto quelli del primo dopoguerra, erano l’argomento preferito. Beveva un po’ meno vino di una volta ma non sembrava intenzionato a privarsi del tutto di tale piacere. Vedendolo riempirsi un altro bicchiere la moglie Mara lo riprese.
“Non è il quarto, ne ho bevuti solo due prima” rispose lui.
“Mezzo bicchiere aveva detto il dottore.”
“Il dottore ne dice tante, magari stasera è in osteria.”
Walter e Lucio si guardavano sghignazzando. Walter scorse una nuvola di fumo grigio proveniente da dietro un’altura. Anche Lucio se ne accorse.
“Anche stasera, ma cosa diavolo hanno sempre da bruciare?”
Walter lo guardò con aria interrogativa.
“Ogni tanto, di sera, si alza del fumo da laggiù.”
“Chi abita da quelle parti?” chiese Walter non ricordando.
“Mah, nessuno, la c’è la conca.”
“Basta che non facciano dei danni. Che non succeda come sul monte quella volta” disse il signor Beppe.
“Quella che bruciò mezza montagna? Mi ricordo” disse Walter ”ero qui in quei giorni, ci misero parecchio i pompieri a spegnere l’incendio.”
“Già, dissero che era doloso ma non si capì mai chi fu l’autore.”
La montagna in questione era il Monte Cappuccio, il monte che dominava S.Clara dall’alto. La conca invece era un altro posto che Walter non ricordava con particolare piacere. Laggiù, infatti, aveva preso insieme a Lucio uno dei più grossi spaventi della sua vita. Alla conca, un avvallamento di forma quasi ovale non tanto scosceso da non essere percorribile a piedi, si accedeva tramite un lungo ma agevole sentiero quasi del tutto pianeggiante. Non aveva niente di particolarmente suggestivo e non era molto frequentato. Era solo un posto dove piccoli esploratori in erba potevano giocare in assoluta libertà. Come quella volta in cui, all’improvviso, un enorme biscione sbucò da un cespuglio fermandosi proprio di fronte a Walter con la testa all’altezza della sua, terrorizzandolo e ipnotizzandolo al punto che fu necessario l’intervento di Lucio per ricordargli che le gambe potevano essere usate, oltre che per giocare, anche per scappare. L’amico lo prese per un braccio e lo trascinò con se via da quel mostro.
Era veramente così grande e così minaccioso o eravamo noi tanto piccoli e paurosi? Si chiedeva Walter ricordando l’episodio.
Dopo cena andarono di sopra in camera di Lucio a sentire un po’ di musica, sprofondati in poltrona in attesa dell’arrivo di Miriam, fidanzata con Lucio da parecchi anni e con tutta probabilità futura consorte, e qui poterono chiacchierare più tranquillamente anche di faccende strettamente personali.
“Allora, a donne come va?” gli chiese Lucio mentre inseriva l’ultimo CD dei Dream Theatre. Nonostante ora portasse i capelli molto più corti rispetto ad un tempo, i suoi gusti da metallaro ancora legato al vecchio hard-rock degli anni 70 non erano cambiati granché: si erano solo adeguati ai tempi. Era stato proprio lui a far conoscere a Walter i Led Zeppelin, i Deep Purple e gli AC/DC quando erano appena quindicenni, circa una ventina d’anni prima. Anzi a dire il vero il vinile di Made in Japan prestatogli da Lucio chissà quando era ancora in suo possesso.
“Mah, non male ma niente legami al momento” rispose Walter sorseggiando il suo bicchiere di grappa.
“E tu, quand’è che ti sposi?”
“No, ti prego, bastano già i miei genitori e quelli di Miriam a ricordarmelo. Te la ricordi la Mirna?”
“Sì, aspetta. Era quella morettona che faceva i concorsi di bellezza?”
“Esatto, la figlia di Silvani, quello del vino. Si è sposata con un industriale di Bergamo. Ha mollato il fidanzato, il lavoro da estetista e si e’ trasferita lì. E’ passata di qua la settimana scorsa con questo tizio sulla cinquantina tutto laccato con macchinona, anelli e una gran aria da fenomeno. Era tutta gasata, ha detto che dopo sarebbero partiti per Bali.”
“Beata lei.”
“Mah, non lo so. Sembrava tutto così…finto.”
Walter sorrise. “E Sonia? Hai notizie?”
“Sapevo che me l’avresti chiesto” rise “Sì, è qui in questi giorni, forse la vedremo anche dopo al bar. Anche lei sta con un tipo, uno di Montemarino, un certo Claudio. Un tipo tranquillo. E’ da qualche mese che stanno insieme. Ti è rimasta un po’ nel cuore eh?”
“Ormai è passato tanto tempo, saranno due anni.”
“Ma non vi vedete mai in città? Ogni tanto lei ci passa.”
“Un paio di volte ci siamo incrociati di sfuggita mentre eravamo in giro, ognuno con i propri amici.”
“Capisco” disse Lucio in modo piuttosto faceto.
“Cosa capisci?” raccolse Walter.
“Niente, niente” sghignazzò “dico solo che l’orgoglio è una brutta bestia.”
“Ma va…Non me ne frega più niente.”
“Certo, certo.”
“Raccontami piuttosto qualche altra novità. Enzo, per esempio, ho sentito che lavora per la Rai.”
Ne avevano da raccontarsene. Del resto insieme ne avevano vissute davvero tante di situazioni. Alcune anche brutte. Come quella volta in cui si scontrarono con una banda di ragazzi più grandi di loro. Abitavano tutti nei dintorni di S.Clara e si divertivano a fare i bulletti quando giravano in gruppo. Il biondino alto aveva provocato Lucio dicendogli di regalargli la catenina d’oro. Al netto rifiuto di questi la provocazione era degenerata in scazzottata. In due contro cinque più forti di loro non poterono far altro che incassare un sacco di botte. Niente colpi proibiti, per fortuna, ma la rabbia dentro era rimasta per parecchio tempo. Il parroco di allora li aveva poi aiutati a nascondere la cosa ai genitori. In fondo due lividi sul corpo potevano essere anche il risultato di una caduta dalla bicicletta.
“Non vi preoccupate, ci penso io a quei bei soggetti, non vi daranno più fastidio d’ora in avanti.”
Non lo fecero, infatti. Don Clemente li minacciò di fargli passare dei guai raccontando tutto alle loro famiglie. Poi, come detto, per un po’ di anni Walter non fece più le vacanze con i suoi genitori a S.Clara e non seppe più niente dei componenti di quel gruppetto.
Chissà se adesso avrebbero ancora il coraggio di riprendere il discorso. Sarei proprio curioso di vederli.
Circa mezz’ora dopo udirono dalla finestra l’arrivo di un’auto nel cortiletto.
“A giudicare dalla frenata schizofrenica direi che è lei: la belva di S.Clara!”
Era Miriam, infatti, lo capimmo dalle voci al piano di sotto. L’orologio segnava quasi le 23 e i due vecchi amici si accorsero di aver dato fondo alla bottiglia di grappa che prima era piena a metà. Il tempo passa veramente in fretta quando si chiacchiera.
“Waaalter!!! Come stai?” L’abbraccio di Miriam fu caloroso come sempre.
Iniziò a chiedergli tante cose ma Lucio fu perentorio:
“Dai, dai che è tardi, parlerete di tutto al bar se no non ci muoviamo più.”

3.

Il Bar Arlecchino era un punto di ritrovo quasi obbligato per giovani e meno giovani nottambuli della zona; era, infatti, l’unico bar della Val Groppiana a rimanere aperto fino alle due di notte e spesso la chiusura vera e propria avveniva, tra una chiacchiera e l’altra, quasi un’ora dopo. C’era molta gente quella sera, soprattutto volti nuovi, ragazzi e ragazze all’apparenza da poco maggiorenni e cinque o sei persone della vecchia guardia che Walter conosceva. Fra questi Cristiano che incredibilmente raccontava episodi di cui lo stesso Walter, seppur protagonista anch’egli, aveva perso il ricordo. Si formò ben presto una tavolata di una quindicina di persone e fra un giro di birre e l’altro l’atmosfera si fece allegra e spensierata.
“Ti ricordi quella volta che il fioraio, come si chiamava, Gironi, ci corse dietro col bastone perché gli avevamo sfasciato la vetrata col pallone colpendo anche un cliente? Mai corso tanto in vita mia.”
“Gia, fui io l’autore, per tutta l’estate non osai ripresentarmi davanti al negozio. L’estate dopo mi perdonò.”
Walter e gli altri anziani ne raccontavano una dietro l’altra fra le risa del resto della combriccola.
A un certo punto si accorse, quasi all’improvviso, di essere piuttosto segnato dalla fatica e dall’alcool ma la compagnia era così piacevole che non considerò minimamente l’ipotesi di congedarsi. In fondo l’indomani era sabato e fino a lunedì mattina alle otto non avrebbe dovuto occuparsi di seguire i lavori; tanto valeva godersi appieno quei due giorni di relax.
Di lì a poco arrivò anche lei. Sonia. In compagnia di colui che era con tutta probabilità il suo boy-friend e di un’altra coppia a Walter sconosciuta. Era evidentemente già stata informata del suo arrivo (in un paese piccolo le voci girano molto in fretta, si sa) perché non mostrò particolari segni di sorpresa nel vederlo e dopo aver salutato un paio d’amiche si rivolse a lui non senza una punta d’imbarazzo. Walter, dal canto suo, la salutò cordialmente ma mantenendo un certo distacco per non mostrare segni di particolare emozione, visto che considerava la love story con lei una questione definitivamente chiusa.
“Ciao, come stai? E’ un pezzo che non ci vediamo.”
“Già” fu la laconica risposta di Walter “sembra che ci si incontri solo da queste parti.”
Dopo questo breve scambio di battute Walter strinse la mano a Claudio e agli altri due: Franco, detto Franz, e Marina. Si sedettero e la conversazione riprese più chiassosa di prima. Ben presto Walter si rese conto tramite qualche occhiata furtiva di essere oggetto di continui sguardi da parte di Sonia. Aveva l’impressione che gli sguardi di lei nascondessero una certa malinconia ma si disse che probabilmente era solo il suo orgoglio a dare questa connotazione alla semplice curiosità di una ex che non lo vedeva da tempo. Claudio dal canto suo non aveva avuto reazioni particolari nei confronti di Walter visto che per tutto il tempo aveva continuato a conversare animatamente con gli altri presenti. In quella situazione Walter finì con l’estraniarsi completamente dalla conversazione. Lucio sembrò accorgersene e cercò di ricondurlo alla realtà.
“Domani sera andiamo al Mickey Mouse. Naturalmente non puoi mancare.”
“Naturalmente, ma cos’è?”
“Una discoteca a Groppiano. Ha aperto quest’inverno ma continua tutta l’estate perché funziona anche all’aperto. Vedrai, non è niente male.”

(1-Continua)

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