Un ventaglio di riflessioni critiche che classicamente attingono alla psicoanalisi, alla filosofia, all’economia nei saggi di “Figure del feticismo” curati da Stefano Mistura per Einaudi
di Stefano Catucci
La lunga lotta tra il soggetto e il feticcio, iniziata con la nascita del capitalismo moderno e prolungatasi lungo tutto il corso del Novecento, sembra oggi definitivamente risolta con la vittoria trionfante del secondo. Le tracce di questo esito sono percepibili ovunque: non solo nell’acclamato dominio della merce, ma anche nei fenomeni che una solida tradizione di pensiero aveva ritenuto intimamente refrattari al feticismo, per esempio nell’opera d’arte, come pure in una qualità delle relazioni fra gli esseri, ormai fondate in modo ossessivo sulle apparenze.
Le sue conseguenze sul piano di una riflessione critica e teorica, invece, rappresentano una sfida aperta per il pensiero, se addirittura non arrivano a metterlo radicalmente in questione e a far dubitare del fatto che sia ancora capace di esercitare una qualsiasi forma di presa sull’attualità.
Di fronte a una simile difficoltà, può essere utile compilare un inventario delle nozioni che abbiamo a disposizione, provare a vedere “ciò che è vivo e ciò che è morto” delle vecchie teorie sul feticismo, misurare con gli occhi aperti sul presente quali categorie abbiano perduto forza esplicativa e quali, invece, possano ancora fornire utili spunti per avviare nuove analisi.
Figure del feticismo, il libro curato da Stefano Mistura per l’editore Einaudi (pp. 332, € 20,66), percorre questa strada selezionando di fatto tre tipi di accostamento al fenomeno: psicoanalisi, storia della filosofia ed economia. Si potrebbe obiettare che altre forme di indagine sarebbero state altrettanto, se non più adatte a penetrare la scorza dei feticci contemporanei: uno studio sulla crescita esponenziale della specializzazione in campo scientifico, per esempio, o uno estetico sul sistema del museo, come quello proposto ancora pochi anni fa da Remo Guidieri (Fantasmagoria di icona e feticcio, Hopefulmonster, 1998), potrebbero aprire vie di indagine meno legate alla storia del concetto, ma forse più aderenti alle sue dinamiche di proliferazione nel mondo di oggi.
Resta il fatto, però, che le tre linee indicate da Mistura e dagli altri autori intervenuti nel volume sono quelle che maggiormente condizionano la nostra immagine del feticcio e che verificarle sul campo, più che un semplice esercizio storiografico, può essere un buon avvio per comprendere quel che non siamo più o che siamo ancora, anche se tendiamo a dimenticarlo.
I due nomi ricorrenti, nei dodici saggi che compongono Figure del feticismo, sono naturalmente quelli di Marx e Freud. E la scommessa del libro consiste proprio nel far giocare insieme questi due autori e nel mostrare come lo “spostamento epistemologico” operato da entrambi rispetto al modo di considerare il feticcio rappresenti ancora oggi un punto di partenza irrinunciabile. Prima di Marx e Freud, come nota Alfonso M. Iacono nello scritto che dedica alle origini della nozione, il feticcio era ancora l'”immenso malinteso” di cui parlava Marcel Mauss, una proiezione tutta occidentale sulle credenze delle religioni extraeuropee, in primo luogo africane, di cui è stata in gran parte responsabile la nascente etnologia. Sottraendo il feticcio dal contesto di una cultura di stampo coloniale, Marx e Freud ne hanno fatto piuttosto un modello di comprensione dello sviluppo sociale e individuale dell’uomo europeo. In Marx, come sottolinea Mario Tronti, l’analisi del feticismo non dà mai luogo a una “teoria”, ma solo a una radiografia del sistema capitalistico, di cui esso rappresenta non un’anomalia, ma la normalità, ovvero la forma ideologica primaria delle sue strategie di funzionamento.
In Freud, d’altra parte, la nozione di feticismo subisce una torsione, focalizzandosi prima sull’oggetto-feticcio, “elemento decisivo d’accesso al significato psicosessuale dell’inconscio” (Mistura), ma in un secondo tempo sulle modalità di costituzione del soggetto-feticista: nel corso di questo cammino, il feticismo viene a indicare non tanto una specifica forma di perversione, quanto una modalità generale del rapporto affettivo nella quale le cose si sostituiscono alla relazione con l’altro come persona. Lungo il crinale di questo confronto, in cui il feticismo si rivela sempre meno “eccezione” e sempre più “regola”, i contributi del libro, nonostante la loro ovvia eterogeneità, mostrano con chiarezza quale sia la strada che il pensiero attuale deve abbandonare se vuole conquistare una maggiore aderenza ai fatti della vita contemporanea. La via non più praticabile è quella della filosofia della storia, con tutte le domande e le alternative che hanno caratterizzato l’impostazione del problema nel primo Novecento: bisogna vedere nel feticismo un fenomeno transitorio o un destino dell’uomo moderno, dobbiamo intenderlo come l’effetto di una precisa condizione storica o come una categoria dell’esistenza?
Gli studi dedicati a Benjamin, Adorno e Merleau-Ponty, firmati rispettivamente da Fabrizio Desideri, Stefano Petrucciani e Mauro Carbone, mettono in evidenza le parabole estreme e il punto di crisi di domande come queste: ogni tentativo di risolvere dialetticamente, nella storia, il nostro rapporto con il feticcio, non riesce a inquadrare sotto le lenti della critica quella dimensione estetica, teologica e mitologica nella quale affondano le loro radici tutti gli scambi fra la coscienza e la merce, dunque il dominio stesso dell’apparenza a cui siamo sottoposti. Proprio per questo “capire il dorso del feticcio”, come scrive Mario Tronti riecheggiando Ernst Bloch, dare alla merce lo statuto filosofico che essa pretende è il primo passo da compiere oggi, un’operazione persino più urgente dell’esigenza di ripensare la “qualità del soggetto”. E tuttavia, aggiunge ancora Tronti, pensando il feticcio non si può che avere di mira “il secondo passo”, quello che porta di nuovo verso il soggetto e che sottolinea il carattere eminentemente politico della relazione feticistica con gli oggetti.
Una citazione del Lukács di Storia e coscienza di classe serve a Tronti per ristabilire la centralità del movente politico in ogni riflessione autenticamente critica sulla nozione di feticismo: “quel che assume per gli uomini la forma fantasmagorica di un rapporto tra cose è soltanto il rapporto sociale determinato fra gli uomini stessi”. Il nodo da ripensare è questo, perché fuori dalla concreta relazione fra gli uomini, il feticismo stesso, come “geroglifico” della condizione moderna, rischia di diventare a sua volta un oggetto di culto.
[da il manifesto, 30.3.2001]



