bolkenstein.jpgDALL’ UE UNA DIRETTIVA CONTRO LO STATO SOCIALE E I DIRITTI DEL LAVORO
di Marco Bersani
[da ATTAC]

Si chiama Bolkestein – dal nome del Commissario Europeo per la Concorrenza e il Mercato Interno dell’ uscente commissione Prodi [nella foto] – la Direttiva con cui l’UE si appresta a dare il colpo di grazia a quel che resta del “modello sociale europeo”, già agonizzante dopo le privatizzazioni che si sono succedute e la continua messa in discussione dei diritti sociali e del lavoro.
La proposta di Direttiva – approvata all’unanimità della Commissione Europea nello scorso 13 gennaio – è entrata in dirittura d’arrivo : il prossimo 11 novembre si terrà l’udienza al Parlamento Europeo della Commissione per la Concorrenza e il Mercato Interno; a fine novembre sarà sottoposta al vaglio del Consiglio dei Ministri Europei; da lì inizierà l’iter procedurale per giungere, probabilmente a marzo 2005, al voto finale del Parlamento Europeo.

La Direttiva Bolkestein -elaborata dopo la consultazione di ben 10.000 aziende europee e nessun sindacato e/o organizzazione della società civile- è uno degli obiettivi di mobilitazione contenuti nell’appello dei movimenti sociali uscito dal Forum Sociale Europeo di Londra, in cui si è proposto il lancio di una campagna continentale per il ritiro completo e immediato della stessa.

Proviamo a capire perchè.

Come il Gats

Pomposamente annunciata come un provvedimento teso a “diminuire la burocrazia e ridurre i vincoli alla competitività nei servizi per il mercato interno”, la Direttiva Bolkestein (IP/04/37) si prefigge di imporre ai 25 Stati membri dell’Unione le regole della concorrenza commerciale, senza alcun limite, in tutte le attività di servizio”; dove, per servizio si intende (art. 4) “ogni attività economica che si occupa della fornitura di una prestazione oggetto di contropartita economica”. E’ evidente la similitudine con i principi e le procedure già stabilite in sede di Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) con l’ Accordo generale sul Commercio dei Servizi (Gats). Similitudine che è esplicitata direttamente a pag. 16, laddove si dice come ” i negoziati Gats sottolineano la necessità per l’UE di stabilire rapidamente un vero mercato interno dei servizi per assicurare la competitività delle imprese europee e rafforzare la sua posizione negoziale”. Ed ecco svelato l’arcano: l’Europa deve privatizzare i servizi sul mercato interno per poter pretendere, da una posizione di forza all’interno dei negoziati Gats, la privatizzazione dei servizi nel resto del mondo. Ovvero, siamo all’Europa che, lungi dal proteggere le popolazioni dalla globalizzazione neoliberista, si candida ad assumerne la guida.

Peggio del Gats

Ma la Direttiva Bolkestein va ancora oltre. Innanzitutto perchè – al contrario del Gats – non prevede alcuna possibilità di restrizioni nazionali all’accordo. Configurandosi come una direttiva “orizzontale” e non nominando alcun settore in particolare, si applica dovunque sia possibile l’apertura di un mercato, intendendo l’esistenza di un mercato “ogni settore di attività economica in cui un servizio può essere fornito da un privato”. In secondo luogo perchè gli ostacoli “burocratici” alla competitività, che si prefigge di eliminare, sono in larga parte le disposizioni prese dai poteri pubblici per la migliore prestazione del servizio in termini di garanzie sociali ed ambientali, di tutela dell’accesso universale, di trasparenza delle procedure, di qualità del servizio, di diritti del lavoro, di contenimento delle tariffe.

In pratica, si rimette radicalmente in discussione il potere discrezionale delle autorità locali; poco importa che queste ultime siano elette e controllate democraticamente dai cittadini, a differenza dei membri della Commissione Europea!

Il principio del paese d’origine

Ma il cuore della Direttiva Bolkestein – e la sua eccezionale gravità – risiede nell’art. 16 relativo al principio del paese d’origine. Con questo principio, l’ UE rinuncia definitivamente alla pratica dell’armonizzazione” fra le normative dei singoli Stati, pratica che era finora assurta ad elemento quasi fondativo dell’Unione stessa.

Secondo il nuovo principio, un fornitore di servizi è sottoposto esclusivamente alla legge del paese in cui ha sede l’impresa, e non a quella del paese dove fornisce il servizio. Per dirla in parole semplici quanto apparentemente incredibili : un’ impresa polacca che distacchi lavoratori polacchi in Francia o in Belgio, non dovrà più chiedere l’autorizzazione alle autorità francesi o belghe se ha già ottenuto l’autorizzazione delle autorità polacche, e a quei lavoratori si applicherà solo la legislazione polacca.

E’ evidente, in questo principio, la novità introdotta dall’allargamento dell’UE agli ex-paesi dell’Est: poiché entrano nell’ UE paesi le cui legislazioni fiscali, sociali e ambientali in questi quindici anni di “transizione” sono divenute quelle proprie dello “Stato minimo”, si abbandona l’armonizzazione e si prepara un processo di vero e proprio dumping sociale. Siamo di fronte ad un incitamento legale a spostare le imprese verso i Paesi a più debole protezione sociale e del lavoro, e, una volta approvata definitivamente la Direttiva, a pressioni fortissime sui Paesi i cui standard sociali e di lavoro sono storicamente molto più avanzati.

Colpo di grazia allo stato sociale e ai diritti del lavoro

Senza volersi addentrare in ulteriori, ma significativi, dettagli – come, ad esempio, il fatto che il controllo sulle condizioni di lavoro dei lavoratori distaccati in un altro paese è affidata agli ispettori del paese d’origine! – appaiono chiarissimi i segni che la Direttiva Bolkestein è destinata a lasciare:
a) apertura alla concorrenza e alla privatizzazione di quasi tutte le attività di servizio, dalle attività logistiche di qualunque impresa produttiva ai servizi pubblici come istruzione e sanità;
b) deregolamentazione totale dell’erogazione dei servizi con drastica riduzione, se non annullamento, delle possibilità d’intervento degli enti locali e delle organizzazioni sindacali;
c) destrutturazione e smantellamento del mercato del lavoro attraverso la precarizzazione e il dumping sociale all’interno dell’ Unione Europea

Necessaria una mobilitazione di massa

Se questo è il quadro, stupisce come la risposta da parte di partiti, sindacati e movimenti abbia tardato ad arrivare. A partire dall’informazione, ancor oggi patrimonio di poche e volenterose organizzazioni, ma priva della diffusione di massa che una Direttiva così grave meriterebbe.

Al Forum Sociale Europeo di Londra, la rete europea di Attac ha costruito due seminari ed un workshop che hanno visto la partecipazione di componenti importanti dei sindacati e dei movimenti : dalle marce europee alla Federazione Europea dei Trasporti, dall’insieme dei sindacati nordici (svedesi e belgi in prima fila) al Sud-PTT francese, da Oxfam Solidarity alla Cgil – Funzione Pubblica. Ma tutto ciò continua ad essere largamente insufficiente rispetto alla portata dell’attacco ai diritti, prevista dalla direttiva Bolkenstein. Senza una forte mobilitazione dei sindacati nazionali ed europei, dei movimenti sociali continentali, delle forze politiche nei Parlamenti nazionali ed Europeo, la partita del modello sociale europeo rischia di essere definitivamente persa. Per questo e da subito, occorre che nei luoghi di lavoro, nei territori e nelle sedi istituzionali si costruiscano percorsi di sensibilizzazione e di mobilitazione che giungano nel marzo 2005 a Bruxelles con una grandissima manifestazione per l’Europa sociale e per il ritiro “senza se e senza ma” della famigerata Direttiva Bolkestein. Un’altra Europa è possibile, ma a condizione che ciascuno si assuma la sua parte nel difficile compito di costruirla.

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