morricone.JPG Malinconia, ricordi e immagini con la musica di Ennio Morricone

di As Chianese

Non mi sembra neppure ieri di averla sentita, ne ho ancora un residuo, una minima traccia, nei neuroni… era musica dura. Musica che magari non riusciva nemmeno a starci tutta nella memoria, 400 e passa colonne sonore non sono poche da ricordare, eppure sempre con la stessa qualità, con la stessa durezza, la musica del maestro romano Ennio Morricone (1928) mi porta ancora oggi nei ricordi: è la sferzata del vento dell’west sulla faccia sporca del pistolero solitario, sulla soglia del tempo.

A noi povera gente l’amore per il cinema ce lo ha trasmesso la televisione: un piccolo schermo luminescente, un percorso inverso, che per un ventennio non ha fatto altro che proporci vecchi film e sceneggiati, che sapeva ancora stupirci prima di mettersi al servizio di veline e fiction. E’ tra i vecchi film, per noi degli anni ’80, c’era Sergio Leone, il suo west e quindi Morricone e la sua musica.
La grandezza dei film di Leone era tutta nella scelta dei tempi: la sua era una ricerca Borgesiana di armi e di amor, la dilatazione dei tempi narrativi andava pari passo con la musica di Morricone, quasi che la sceneggiatura fosse stata scritta su di un pentagramma, quasi che musica e immagini fossero un tutt’uno: la perfezione variegata.
Col tempo, i vari sceneggiatori con cui ho avuto modo di parlare, mi hanno ribadito l’importanza della musica, della sua tecnica, anche quando si stà scrivendo un film, perché i migliori sceneggiatori del nostro cinema sanno suonare il piano e ai loro alunni danno da leggere il “Manuale di Armonia” di Arnold Schonberg e non le veline di “Carabinieri” (mi si perdoni il gioco di parole).

Sembra una scontatezza: Se il film è triste e doloroso io scrivo musica dolorosa se il film è allegro, gioioso e sereno io scrivo musica gioiosa, serena e allegra.
Ma in realtà, nel significato dell’affermazione, è implicito, oltre che lo stakanovismo di Morricone, anche un certo senso di mai discussa sicurezza e carisma professionale che permea tutti i lavori del musicista romano.
Nella logica del personale amore per i propri prodotti si colloca, quindi, l’impossibilità di scegliere un determinata musica come “la preferita”: Ce ne sono parecchie non vorrei fermarmi ad una sola allora non posso dirle tante quante sono perché sono tante, tante, tante…molte! Allora una sola, con un film, non voglio che esaurisca la risposta. Sono, quindi, molte.
Quindi l’allievo di Goffredo Petrassi, ex trombettista in piccole orchestre di musica da ballo, non sa scegliere da “Il Federale” (1961) in poi quale sia la sua migliore espressione… o almeno dove è che la sua musica raggiunge la più alta gradazione di sentimento forse perché le musiche, erano e sono, concepite: d’accordo col regista. Ma non c’è chi mi richiede una musica molto più malinconica o molto meno.
Ennio Morricone, però, confessa una sua tendenza alla dodecafonia, un suo personale impiego di quella tecnica che potrebbe essere la chiave della malinconia, l’accesso diretto alle scene più drammatiche: Ho usato la tecnica dodecafonica. Non la musica, la tecnica: l’ho usata quando era opportuno servirmene cioè nei momenti che potremmo chiamare più drammatici, più tragici.
Se gli chiediamo di condensare dei momenti particolari, se ancora una volta lo mettiamo davanti ad un atto antologico, lui ci risponde che poeticamente, ci dice che quei momenti sono il cinema. Si, di qualsiasi genere esso sia. Sottolineando ancora una volta il suo savoire faire, una falsa parvenza di società a produzione illimitata di emozioni in musica, musica per il cinema.

C’era il cinema di Sergio Leone, il suo west.
…e quindi c’era Morricone e la sua musica.
In una vecchia foto dei tempi di “Per un pugno di Dollari” (1964), davanti a una tavola imbandita alla buona e meglio, ci sono Leone e il suo cast tecnico, in prima fila (seduto accanto a lui) c’è il maestro Morricone con i suoi inconfondibili occhiali ed un sorriso sulla bocca, se volessimo identificare con le sue musiche Sergio Leone, l’uomo che tutto se stesso diede al cinema, dovremmo partire dall’analogia fra lui medesimo e i suoi prodotti, un analogia che Morricone smentisce: faceva i suoi film, non che corrispondessero alla sua civiltà, alla sua maniera di essere persona del mondo, persona educata…Quando faceva un film, lui, era come un personaggio della sceneggiatura, un esempio per i suoi attori.
Un ennesima dimostrazione del controverso carattere di Leone e della sua grandezza.

Tanto tempo è passato, altre colonne sonore e nuove emozioni sono da venire indipendentemente, per sua stessa ammissione, dai generi e dalle tematiche. Ma per Ennio Morricone sarà sempre soave musica, sarà sempre una produzione di sentimenti, di alchimie che ci ricondurranno attraverso i fischi e i rumori diritti nel pianeta ricordo emozionandoci, ossessionandoci a tal punto che eleggeremo qualche sua musica: “colonna sonora” di qualche nostro magic moment, di 5 minuti di felicità, faremo come il sindaco di una spenta Stromboli, in una pagina cara del diario di Moretti*, che voleva chiedere una musica al maestro Morricone per trasmetterla notte e giorno in filodiffusione sull’isola.
Sarà sempre il dolore a vincere nelle musiche di Ennio Morricone, il dolore del ricordo: così che il vento del west sferzi ancora sul volto del pistolero senza nome e senza tempo.

Dodecafonia:

Moderna tecnica di composizione musicale, basata sull’ uguaglianza dei dodici suoni della scala cromatica, i quali vengono raggruppati in serie, costituenti in varie trasformazioni l’impianto di un pezzo.*

È una parola semplice.

Avrei voluto realizzare una lunga intervista, una lunga chiacchierata, anche una digressione sulla musica del maestro romano. Ma saremmo inevitabilmente finiti al solito registro, ritornati alle orchestre da ballo in cui fu trombettista, al passato inevitabile ed allora avremmo fatto del gossip, avremmo fatto di ogni cosa una digressione, interviste per cameriere…allegretto per signora, insomma, signora: sempre meno proletaria.

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