di Daniela Bandini

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Todd Komarnichi, Fame, Meridiano Zero, €14,50. Todd Komarnicki, commediografo e regista, è nato a Filadelfia e ora risiede a New York. Il suo primo romanzo, Free, è stato finalista del Pen/Faulkner Award, per la migliore opera prima. Fame è il suo secondo romanzo.

Ambientato in una New York multietnica a tratti disperata, questo struggente romanzo di Todd Komarnichi scavalca il confine dell’identità e del proprio vissuto per fondersi con il destino dei propri simili. Il protagonista (ma quale?) è un detective che si trova a indagare su una morte apparentemente paradossale, la cui causa sarebbe un profondo stato di denutrizione. Qualcosa di illogico nella capitale del nostro immaginario collettivo. In una New York tutto sommato normale, né di bassifondi né di ostentate ricchezze, in un ambiente di lavoro normalmente frustrante, la vita di un uomo sembra aver rifiutato il surplus consumistico che lo avvolge. Sarà un gesto di ostentata, rabbiosa e inutile ribellione o un omicidio?


Tante le figure di questo romanzo e tutte legate dalla trasparenza. Ciao, mamma, esco. E non ottenere una risposta, nessuna. La trasparenza di un’infanzia negata fisicamente, dai sensi di colpa di tragici eventi, da un bisogno esistenziale di sentirsi chiamare per nome e per cognome, dal fastidio di essere riconosciuti per nome e cognome. Figure che si avvicinano e si incontrano per non lasciarsi più, accomunate dal delirio di un passato impronunciabile. La fame.
Inizialmente l’anoressia. Diventare talmente sottili e fragili da avvalorare le ipotesi di chi non li vedeva neppure, sparire, consumarsi fino a mostrare quel corpo che non aveva altri mezzi per invocare aiuto, fino ad accorgersi che neanche quello riusciva a smuovere il padre dai propri pensieri o la madre dal proprio fondo di bottiglia. Il ricovero, l’ospedale, e l’incontro. Due cartelle cliniche che risultano patetiche e tenerissime, spietate e banali nella tradizionale fraseologia ospedaliera.
Rowan, Daniel Patrick, età 17 anni, statura 1,75, peso 53,6 Kg. Occhi azzurri. Capelli castani. Prescrivere Elavil. 300 mg.iniez. Non parla. Costole esposte. Flebo fluide. Possibile nutrizione forzata. Debilitazione e disidratazione estrema. Verificare indirizzo. Confermare assicurazione. Portato dalla sorella, Nina Rowan. Volontario. In attesa dei genitori. Nessun precedente psichiatrico: Distaccato. Corsia J, ala residenti. Non inghiotte. Confermare indirizzo: 16 Thistle Lane, Rye, New York. Contattare genitori. Dov’è stato?” “Clough, Emma Lauran, età 16 anni, statura 1,58 com. peso 40,31. Occhi? Capelli castani. Arrivata in ambulanza dallo United Hospital. Legata. Tentato suicidio per impiccagione (laringe fratturata) nel bagno dell’ospedale dopo esser stata ricoverata per overdose di Darvon. Funzioni tornate alla normalità, sorveglianza d’emergenza. I genitori non sono ammessi. Verificare l’assicurazione. Ha partorito un feto morto due settimane prima del primo tentativo di suicidio. Estremamente denutrita e disidratata. Anemia. Anoressia nervosa. Cuore piccolo (raggi x) itterizia? Epatite? Pancreatite? Giallo. Confermare indirizzo: 5 Larpurk Drive, Rye. New York”.
Queste due cartelle cliniche faranno insieme qualcosa di straordinario e meraviglioso, tra cui un matrimonio che assomiglia a un racconto di Natale, un dolcissimo lieto fine tra miseria e solidarietà di “barrio”, con invitati non invitati che ballano, mangiano e si divertono per tutta una notte. Queste due persone faranno della loro debolezza la loro sofferta esistenza e la trascineranno all’estremo. Non crederanno nei farmaci se non a tratti, annegheranno in pinte di Guinness e liquori, ma andranno avanti, spietatamente e rabbiosamente. Il detective rivivrà in loro l’identificazione emotiva di un passato che non vuole scrollare di dosso il suo peso, che non riuscirà mai a staccarsene.
Nel romanzo non ci sono steccati, le identità appunto scivolano una verso l’altra, si alternano, senza che un’unica volontà, quella del protagonista, prenda il sopravvento. E’ bello, tenero e struggente il fantasma di questo bambino che per Emma vive e si chiama Sofia. Facciamolo per Sofia, e lo fanno per lei. Per Sofia che non c’è ma che ama giocare, “che si arrampica sulle costole, i suoi piedi neonati sulle ossa…”, tutto il bisogno d’amore e di affermazione possibili.
C’è in questo difficile romanzo un amore appassionato verso la scrittura, e sicuramente lo si devo anche ai curatori e traduttori del libro: Umberto Rossi, americanista, insegnante, istruttore di escursionismo, traduttore, ciclista dilettante, cuoco mancato e ciociaro. E accanito lettore di fantascienza. Luigi Cojazzi che abita a Padova. Pensa che ci siano almeno tre cose per cui vale la pena vivere. La seconda è la magia delle parole. E credo che abbia proprio ragione lui.

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