di Sandro Moiso
Henri Mahé, La Brinquebale. Memorie e lettere di Louis-Ferdinand Cèline, con una prefazione di Massimo Raffaeli e una postfazione di Éric Mazet, Edizioni Medhelan, Milano 2025, pp. 557, 32 euro.
Per me si va nella città dolente,
per me si va nell’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente
(D. Alighieri, Commedia, Inferno, Canto III, vv. 1-3)
E’ un avvicinamento obliquo a Louis-Ferdinand Céline quello che ci propone il testo di Henri Mahé pubblicato in traduzione italiana dalle edizioni Medhelan. Obliquo perché sospeso tra memoria personale dell’autore, narrazione condotta attraverso lo stile letterario di Céline e la sua lingua, la petite musique dal ritmo quasi jazzistico, ma anche attraverso le lettere che tra il 1947 e il 1954 il dottor Destouches inviò a Mahé e a Paul Marteau.
In realtà, il testo italiano è formato da due diversi scritti successivamente unificati: il vero e proprio Brinquebale, scritto tra il 1967 e il 1968, e La Genesi con Céline, cui Mahé pose mano nel 1970 per poi concluderlo mentre era a New York nel 1975, poco prima di morire. Insieme, oltre che un memoir su Céline, costituiscono una sorta di romanzo di formazione in cui i ricordi sono rivolti alla ricostruzione del percorso attraverso il quale l’autore, nato il 17 luglio 1907 nel V arrondissement di Parigi, divenne oltre che amico di uno dei maestri della letteratura francese del ‘900 anche artista poliedrico: pittore, decoratore e regista di un unico lungometraggio, Blondine, realizzato nel 1943.
Eccentrico abitatore di battelli sulla Senna, Mahé fu affrescatore di numerosi locali parigini (tra i quali il cinema Le Grand Rex celebre proprio per i suoi affreschi), decoratore e scenografo per il cinema e illustratore di libri, tra cui la prima edizione illustrata del Viaggio al termine della notte. Ma fu anche decoratore, e frequentatore, di spettacoli circensi e bordelli, dove ebbe modo di apprendere quella lingua “bassa”, ma estremamente vitale che avrebbe caratterizzato tutta l’opera di Céline.
Éric Mazet nella Postfazione lo ricorda così:
Aveva la parlantina e sapeva come vivere. Pittore di circhi e di bordelli, scenografo per il cinema e per i teatri, per le sale da ballo e per i salotti borghesi, marinaio che aveva schiumato a lungo e in largo sui mari della Bretagna, era un divoratore di storie di corsari e di poesia lirica, un oratore ispirato e fuori dal comune, con un linguaggio colorito più immaginifico che argotico, una cosa tutta sua.
Che gioia, che sfilate, quei mercoledì al 31 di rue Greuze!
Potevi incrociare di tutto: l’eroe della Resistenza colonnello Rémy e l’ultimo protettore di Londra Gaston-la-Peugeot, la regina dei gitani e il nano Piéral, una poetessa manouche e l’idraulico del quartiere, il sindaco del XVI ma anche preti fasulli e contesse improvvisate, ricchi industriali e studenti squattrinati, avvocati di grido e parrucchieri famosi, luminari della medicina e geni della geologia. Bastava stare a sentire…1.
Fu lui, fin dagli anni ‘20, a introdurre il dottor Destouches, alias Céline, nell’ambiente artistico e borderline parigino e quando gli veniva chiesto se fosse stato il suo modo di parlare ad aver influenzato la lingua dello scrittore, era solito rispondere che: «Secondo alcuni avrei influenzato la sua lingua, ma se ho piantato un piccolo seme, era in un buon terreno, e il fiore è diventato un gigante rispetto al seme».
Ed è proprio la lingua celiniana ad uscire dalle pagine del libro, sia per lo stile adottato dall’autore che dalle lettere del grande scrittore. Un vocabolario e una modalità espressiva che, occorre dirlo, avrebbe contribuito a riformulare la langue d’oil d’origine medievale con quella parigina, più che dell’Ile de France, sviluppatasi a livello popolare nella Ville Lumière a cavallo tra XIX e XX secolo: l’argot.
Un insieme di espressioni gergali, mimiche facciali e strani suoni emessi con la bocca che spesso, ancora oggi, accompagna la parlata di tanti parigini e che la scrittura di Céline riproduce benissimo nella sua fretta, ironia e comica ferocia che certo non ne facilita la lettura per chi pretenda invece una lingua al contrario più poetica e aulica. Una scelta “impossibile” di cui era ben conscio lo scrittore quando, nel pur sempre maledetto Bagatelle per un massacro, scriveva, immaginando un dialogo tra lui stesso e Léo Gutman2:
— Di’, non sei poeta per caso? sai, delle volte? mi domanda a bruciapelo.
— Mi prendi alla sprovvista (Non mi ero mai posto questa domanda.) Poeta? che dire… Poeta?… Poeta come il sig. Mallarmé? Tristan Derème, Valéry, l’Esposizione? Victor Hugo? Guernesey? Waterloo? La Gola del Gard? St.-Malo? il sig. Lifar?… Come tutto il Frente Popular? Come il síg. Bloch? Maurice Rostand ? Poeta insomma?…
— Sì! Poeta insomma!
— Uhm… Uhm… È molto difficile rispondere… Ma in tutta franchezza, non credo… Si vedrebbe… La critica me lo avrebbe detto…
— Non ha detto così la critica?…
— Ah! Neanche per sogno!… Ha detto che come miniera di merda non si poteva trovare di meglio… nei due emisferi, e dintorni… che i libroni di Ferdinand… Che si trattava veramente di veri letamai… « Forsennato, convulso, irrigidito, hanno scritto tutti, in una assolutamente deliberata ostinazione a creare lo scandalo verbale… Il signor Céline ci disgusta, ci stanca, senza stupirci… Un sotto-Zola senza slancio… Un povero imbecille maniaco della volgarità gratuita… una grossolanità piatta e funebre… Il sig. Céline è un plagiario di graffiti da vespasiano… niente è più artificiale, più vano della sua perpetua ricerca dell’ignobile… perfino un pazzo se ne sarebbe stancato. Ma il sig. Céline non è neppure pazzo… Questo isterico è un furbastro… Specula su tutta la scempiaggine, la credulità degli esteti fittizio, contorto al massimo, il suo stile è una cosa ripugnante, una perversione, un eccesso squallido e noioso. Nessun bagliore in questa cloaca!… non un attimo di respiro… il minimo fiorellino poetico… Bisogna essere uno snob “tutto di bronzo” per resistere a due pagine di questa lettura forsennata… Bisogna compiangere di tutto cuore i disgraziati recensori obbligati (il dovere professionale!) a percorrere, con che pena! una simile distesa di porcherie!… Lettori! Lettori!…
Guardatevi bene dal comprare un solo libro di quel maiale! Siete avvertiti! Avete tutto da rimpiangere! Il vostro denaro! Il vostro tempo!… e poi un inaudito disgusto, definitivo forse, per tutta la letteratura!…
Comprare un libro del signor Céline proprio quando tanti nostri autori, grandi, vigorosi e leali ingegni, onore della nostra lingua (la più bella di tutte) in pieno possesso della più splendida maestria, soverchiamente dotati, intristiscono, patiscono un’ingiusta scarsità di vendite! (Ne sanno qualcosa loro.) Significherebbe davvero commettere una pessima azione, incoraggiare il più sciatto, il più degradante degli “snobismi”, la “Célinomania”, il culto delle piatte porcherie… Significherebbe pugnalare, in un momento così grave per tutte le nostre Arti, le nostre Belle-Lettere Francesi! (le più belle di tutte!) ».
– Hanno detto tutto questo i critici? Non avevo letto tutto, non ricevo l’Argo3.
Come ha affermato Domenico Carosso nel suo saggio “La «petite musique» di Céline”:
Capire l’argot per leggere Céline non basta, il problema è andare verso l’asprezza tagliente di Céline, la densità fauve che caratterizza la sua pagina, tenendo conto che il suo intraducibile jazz è quello di chi è cresciuto sotto le vetrate del passage Choiseul, nel II Arrondissement, tra l’odore di orina, i merletti inamidati della madre Marguerite, le canzoni di Aristide Bruant, dure ed epiche, e di Fréhel, forti e commoventi. Nella voce stessa di Céline, nel suo modo di parlare e nella sua scrittura, c’è sempre il suono di una vecchia parlata da faubourg, un impasto di gerghi vari che per sonorità e cadenze non ha niente a che fare col francese scolastico.
Per Céline sono i modi parlati, l’argot, gli intercalari osceni, le “parole sporche” a costituire i depositi verbali nei quali si raccolgono i “fatti della vita”, anche quelli depositati nella memoria. […] Céline, pur legato all’impressionismo dei ricordi, evita le metafore e i simboli, ma anche le argomentazioni speculative, edificanti e moralistiche, oppure le presenta in chiave ironica e parodistica, rinunciando inoltre ad organizzare un qualunque flusso temporale, a favore di un presente in continuo movimento. La sua «petite musique» è quella di un batterista nato per il quale le note sono un incrociarsi ossessivo e percussivo di pronomi, avverbi, congiunzioni, con inversione di parole dall’interno delle frasi e, tra l’altro, l’impiego del condizionale al posto del congiuntivo, troppo indefinito e quindi noioso, irreale. La via di fuga, se non proprio la liberazione è rappresentata dalla scrittura indemoniata, paranoica, spezzata, capovolta; tutta tesa a rendere il suono, più che l’immagine, di un mondo stravolto, inguaribile eppure anche grandiosamente comico, irrimediabile com’è.
La frase di Céline sembra uscire sempre da un mondo fangoso e immondo, immerso in una eterna città dolente e in un tumulto sonoro che sembra salire dagli inferi, che rivela come soltanto a partire da un fondo atroce e sordido sia possibile dare nuova forma all’universo e alla lingua. Per Céline non sono la parola o il verbo a creare il mondo:
Macché! viene prima l’emozione! dagli esseri unicellulari in su… La parola, semmai, viene dopo, per descrivere l’emozione… E per descriverla, a che cosa ci serve quel linguaggio secco, adoperato in maniera disseccata?… E si credono tutti tanti Voltaire: maniaci…Vedi le scuole, vedi i concorsi per le carriere…tutto… e poi basta aprire un giornale qualunque: on fait du chromo…
A dispetto di tutti coloro che in lui vogliono vedere soltanto l’anti-semita e il collaborazionista (in un paese, nota bene, in cui i collaborazionisti furono moltissimi, anche nelle file del Partito comunista), Céline affronta il male intero del mondo, inveisce contro di esso e i Tedeschi, che in quell’epoca sembravano essere i maggiori responsabili dello stesso:
I Tedeschi sono arcifottuti, imballate le ossa e piantate un salice, le trippe da un lato, i balli dall’altro…Un giro di valzer, fantocci, alla ballata dei fucilati… le loro sporche ghigne… Addio Sigmringen, ci ho il mio avere, finito il balletto di granchi pieni di pidocchi […] Adesso taglio la corda in Norvegia… al polo Nord… Su da quelle parti, non vedrò più le loro facce di Pierrot e di minchioni… Vado al paese dei laghi… Ne voglio più sapere, della loro Goebbel’s propaganda… grancassa, lanterne, lucciole, trombe, pancia vuota… trippe all’aria… avanti Das Reich, per il macello.
Così le sue lettere riportate nel testo di Mahé e le memorie dell’autore de La Brinquebale, ci conducono nel cuore di un’officina incandescente, destinata a dare vita a personaggi travolti dalla follia della storia, da una società profondamente disuguale e dai suoi movimenti scomposti e inarrestabili. Dentro e dietro questo irrefrenabile e tutt’altro che opaco caos, la «scrittura atroce» dei romanzi di Céline si dipana tra i calembours e gli aneddoti, i gesti e i puntini di sospensione che li contrappuntano, esaltandone la musicalità.
É. Mazet in H. Mahé, La Brinquebale. Memorie e lettere di Louis-Ferdinand Cèline, Edizioni Medhelan, Milano 2025, pp. 519-520. ↩
Léo Gutman (1875-1951), avvocato e scrittore tedesco di origini ebraiche. ↩
Louis-Ferdinand Céline, Bagatelle per un massacro (ed. originale 1937),traduzione dal francese di Giancarlo Pontiggia, Ugo Guanda Editore S.r.l., Milano settembre 1981, pp. 33-34. Il 2 Gennaio 1982, il tribunale di Milano ordinò il sequestro del libro di Céline Bagatelle per un massacro, formalmente motivato dal parere contrario dalla vedova, mentre secondo l’editore Guanda si sarebbe trattato di un provvedimento di censura politica. ↩





