di Franco Pezzini

Danilo Arona, Daniele Bonfanti, Valentina Kay, Pazuzu: Effetto Nocebo, pp. 199, € 18, Delos Digital, Milano 2025.

Michael P. Matheos, Fuejima Crisis, pp. 328, € 20, Castelvecchi, Roma 2025.

L’intreccio narrativo di personaggi da saghe diverse non è certamente un’invenzione postmoderna, ma è solo negli ultimi secoli che lo sviluppo raggiunge le forme spudorate a noi note. Così per esempio il vampiro Lord Ruthven polidoriano – o meglio postpolidoriano, quello che sgambetta tra romanzi apocrifi e balletti teatrali – fa un suo timido ingresso nientemeno che nel Conte di Montecristo, evocato molto di sfuggita da Dumas (che lo riprenderà addirittura in un’opera teatrale). Il fenomeno assume poi in età odierna connotati sontuosamente labirintici, e merita esaminare due casi recenti.
Uno dei padri – nonni, dice lui – del fantastico italiano è senz’altro Danilo Arona, che con il conio di una peculiare cifra stilistica tra il narrativo e il saggistico ha consegnato ai lettori un pandemonium di storie in continua e lussureggiante ramificazione: tanto più che, da grande studioso di leggende metropolitane, il Nostro ha un’acuta coscienza della babelica transmedialità del fenomeno. È come se la realtà – psichica ma anche storica – fosse non solo traversata ma letteralmente tessuta da saghe cinematografiche, televisive, videoludiche portatrici di grandi figure di personaggi come pure di climi, epopee, bufere: qualcosa che non stupisce chi studi l’immaginario, ma ci provoca sul nostro appartenere alla specie Homo narrans, sulla nostra incapacità di concepire la realtà (a partire da quella della vita che ci tocca) se non come narrazione.
Un peso di buon rilievo, ci mostra Arona, ha in questo senso il profilo (o meglio il grugno) di quel Pazuzu antico demone mesopotamico oggetto di un’allegra vita postuma grazie al film L’esorcista e ai suoi seguiti. Dove l’aspetto più interessante è il ruolo in sé defilatissimo del demone in quella saga, evocato in modo indiretto e insieme perturbante: e sullo spunto, Arona sviluppa prima riflessioni saggistiche e metasaggistiche e poi sviluppi propriamente narrativi. Sarebbe scorretto richiamare la cifra del pastiche per il disinvolto rapporto tra la saga dell’Esorcista e l’Aronaverse: Pazuzu non è il classico elemento la cui vicenda liofilizzata (re)agisce con altre all’interno di una storia-mosaico, ma un vero e proprio personaggio/tema che sovrasta la trama e il suo senso – un po’ come la fantasima autostoppista Melissa di altre storie dell’Arona infaticabile repertoriatore di urban legends e ricicli pop di antichi mitemi.
Con questo libro troviamo una nuova tappa del viaggio nel labirinto tra storie diverse. Come sempre in Arona i temi si intersecano: dalla demonologia sumera passiamo senza soluzione di continuità all’intelligenza artificiale attraverso il tema del sogno dell’entità addormentata e di certi programmi IA, a convocare per esempio in forma nuovamente allusiva/perturbante un altro mattatore della cultura pop, il Grande Cthulhu che dorme sognando nella sua sommersa città-sepolcro di R’lyeh nell’Oceano Pacifico. Il tutto qui con richiami alle isole perdute dell’Atlantico – in una si consuma il tremendo finale – e alle minacce apocalittiche sul filo di una crisi persino meno climatica che pneumatica. La storia è veloce, come sempre in Arona “prende” e intriga anche per l’incastro un po’ alla Kolosimo di suggestioni diversissime, di dati culturali e di oggettive paure d’epoca.
Nel caso del volume in questione siamo però costretti a un passo ancora successivo: qui Arona non è solo uno dei coautori (al lettore non è dato sapere con quale preciso ruolo della procedura di narrazione, a fianco del valido duo di avventurieri della penna Kay & Bonfanti) ma per sovrapprezzo anche il protagonista. Se è vero che un autore è spesso – vorrei dire sempre – coinvolto in prima persona in ciò che scrive, in questo caso la presenza è così diretta da far porre al lettore interessanti domande su cosa sia il libro che sta sfogliando. Dove la posizione di Arona, verrebbe da dire, è in qualche modo simile e parallela a quella di Pazuzu, entrambi presenti in forme alternative e transmediali.
Considerazioni diverse (ma in qualche modo analoghe) riguardano il secondo volume: a partire dalla dimensione un po’ sfuggente dell’autorialità, visto che qui si tratta direttamente dello pseudonimo di un “imprenditore, manager e docente universitario” (così il profilo in copertina).
La crisi del titolo riguarda gli eventi consumati in una piccolissima isola (di nuovo il topos di infinite narrazioni fantastiche fin dall’antichità) nel sud del Pacifico. Un romanzo d’azione con forte vocazione fantascientifica (fantapolitica, fantaeconomica…) dove due multinazionali dell’alta tecnologia celano segreti francamente disturbanti: qualcosa che di nuovo interpella zone grigie imbarazzanti sul piano delle tradizionali partizioni tra tecnologia e vita biologica. Tra agguati e doppi giochi, un assassinio eccellente, operazioni di polizie opposte e diversamente istituzionali, esoscheletri corazzati per uso militare (cioè indossati e non pilotati), esseri biologici artificiali, tradimenti, dipendenti dalla carriera bruciata ma per convenienza ripescati, eredi un po’ troppo avventurosi di imperi economici, si dipana una storia di buona tensione su cui sarebbe peccato spoilerare.
I personaggi – un certo numero – sono ben tratteggiati e il taglio felicemente cinematografico pare già pronto per una sceneggiatura: di più, per sviluppi ludici, visto che l’autore ha ammesso in una presentazione che il tutto parte da un progetto di gioco di ruolo. Potrà apprezzare Fuejima Crisis in modo speciale il vasto pelago degli amatori del fantastico giapponese, dei manga e di storie avventurose sul Pacifico (anche del sottogenere thriller economico).
Ma di nuovo non mancano interferenze con altri filoni narrativi: se questo romanzo non si può certamente definire weird, pesca qualcosa anche da tale orizzonte. Non in modo tale – neanche in questo caso – da far pensare al pastiche, perché si tratta di un gioco a usare suggestivamente denominazioni allusive, segni di passo che il lettore attento coglie quale echi di familiarità ma senza dirette ricadute di trama.
Il caso più emblematico riguarda Hastur, nome coniato da Ambrose Bierce come di un fantomatico dio dei pastori in un racconto fantasy, ripreso con enigmatica menzione da Chambers ne Il Re in Giallo, oggetto per Lovecraft di un culto maledetto (Hastur l’innominabile), riciclato disinvoltamente da Derleth a Grande Antico e di lì assorbito in una ingovernabile mitopoiesi pop fino a True Detective, Buona Apocalisse a tutti! e oltre: che è qui invece il nome di una fazione politica, una “forza militare, una religione, una cultura e un territorio” – senza peraltro che alla fine se ne sappia molto di più. Ma Chambers – e soprattutto i suoi derivati – è oggetto in questo romanzo di un più ampio ripescaggio di nomi: il Re in Giallo, Il Segno Giallo, Carcosa (qui Lost Carcosa, un misterioso videogioco fuori commercio), le Iadi, Camilla, Cassilda, Hali (qui la Hali Zone, territorio anarchico nella porzione occidentale dell’isola)… echi in rapporto con singoli temi ma senza perdere l’evanescenza di una tradizione. Tanto più considerando (testimone il web) come Il Re in Giallo rappresenti un’opera spesso incompresa, tra le estasi nerd che lo celebrano come inarrivabile capolavoro weird – peccato che alcune parti non siano affatto weird nel senso comunemente inteso – e i brontolii di chi non si dà ragione della natura composita dell’insieme. Evocare qui Il Re in Giallo dà dunque conto della natura particolare (fino, perché no, alla naïveté del fandom) di un certo sincretismo transmediale – come del resto altre citazioni che costellano il romanzo. Che arriva a toccare la memoria di un’altra isola emblematica delle fantasie sul Pacifico, il perduto continente di Mu delle speculazioni del colonnello James Churchward (1851-1936).
Tutto ciò a confermare quale ingovernabile viluppo di realtà e fantasia sostanzi il nostro modo di raccontarci. E il fatto che di questi immensi mitologi pop, da Ignatius L. Donnelly a Charles Fort, da Churchward a Immanuel Velikovsky e von Däniken, da Peter Kolosimo ad Arona (che tradotto in inglese farebbe impazzire di gioia il fandom anglosassone di tutto il mondo) e a tanti altri missionari dell’improbabile, palombari degli interstizi della cultura e collettori di glossolalie, le nostre fantasie postmoderne non possono proprio fare a meno.