di Gioacchino Toni

Martina Miccichè, Saverio Nichetti, Classismo digitale. Nella società delle piattaforme, la merce, la fabbrica e il consumo siamo noi, Eris, Torino, 2026, pp. 80, € 8,00

Dietro alle estetiche accattivanti delle piattaforme social, all’apparente gratuità con cui queste sembrerebbero donare divertimento e affettività digitali dispensando connessione all’utenza, scrivono Martina Miccichè e Saverio Nichetti nel volume Classismo digitale (Eris 2026), si cela un più prosaico scopo imprenditoriale: «mettere a reddito la nostra capacità di entrare in relazione. E di farlo in un modo nuovo, efficiente, pratico e veloce» (p. 6). Le promesse di orizzontalità, uguaglianza e comunità di queste piattaforme nascondono un’opera di digitalizzazione, traduzione e amplificazione delle diseguaglianze e delle loro ideologie esistenti offline. «Il sistema ci cataloga, stigmatizzando e sovrascrivendo le nostre identità, per darci una funzione produttiva e con essa percorsi diversi» (p. 8), dando l’illusione che nel mondo digitale a chiunque sia concesso di fare tutto.

La misurabilità che regna sovrana all’interno dell’universo online determina una «potenza sociale, culturale e materiale» che agisce sulle vite materiali e sugli immaginari degli esseri umani anche oltre lo schermo. «In questo territorio di codici, meccanismi e interazioni, opera il classismo digitale ovvero quella tendenza individuale tanto quanto collettiva, informale e via via più istituzionalizzata, a costruire e favorire classi digitali dominanti, cioè quei gruppi che accumulano potere economico, sociale, politico e mediale per mezzo dei social, a spese delle altre classi digitali, e non, subordinate» (p. 12).

Non è, però, soltanto una questione di classe, avvertono Miccichè e Nichetti: nella rete i ruoli di genere sessualizzati e conservatori vengono amplificati alimentando il patriarcato che si manifesta attraverso una molteplicità di sfumature di violenza. «L’idealtipo per cui sono pensate le piattaforme è decisamente bianco, proprietario, maschilizzato cisgender, eterosessuale, temporaneamente abile e neurotipico » (p. 17). Oltre al genere, anche l’età e la classe concorrono a modificare la collocazione e le possibilità nell’universo della rete. «L’età rischia di essere un fattore di esclusione quando considerata avanzata e la classe determina i tempi, la modalità e le opportunità di accesso alla connessione, a uno smartphone e alle funzioni digitali» (p. 18) che variano a seconda dei dispositivi detenuti dai diversi soggetti. «La disuguaglianza digitale separa una parte consistente di popolazione dalla rete e dalle connessioni che questa potrebbe permettere […] Ciò che conta è consumare e finché si rientra nel novero delle persone che possono essere considerate consumatrici, un portale di accesso è garantito» (pp. 19-20).

Nella rete l’esigenza umana di interazioni viene assorbita e messa a profitto, le soggettività strutturate digitalmente coinvolgono anche coloro che non agiscono direttamente sulla rete, tanto da coinvolgere anche l’infanzia. «Il consenso, come relazione basata sul riconoscimento della volontà, quale che sia, non è contemplato nella creazione delle identità digitali altrui, anzi. Alcuni soggetti sono semplicemente presi e condivisi» p. 26). A essere messe a profitto, ricordano Miccichè e Nichetti, sono anche quelle «soggettività che non vengono contemplate tali nemmeno nel mondo analogico, figurarsi in quello digitale. I video che ritraggono gli animali non umani sono tra i più popolari sui social media» (p. 27).

Lo sfruttamento dell’identità digitale quindi ha effetti individuali, sulla singola soggettività la cui immagine viene presa e usata e messa in moto, ma anche collettivi proprio perché rinforza quei modelli che tolgono dal piatto l’idea che un soggetto marginalizzato possa o abbia diritto a esercitare la sua volontà, a dare o non dare il proprio consenso, a determinarsi liberamente e, magari, scegliere se avere o no un’identità e una storia digitale a cui altre persone reagiranno in base a come il contesto culturale etichetta e norma il suo corpo e le sue espressioni (p. 30).

Alla corte digitale e alla visibilità che questa permette si è ammessi soltanto se si dispone di un sufficiente pacchetto di follower – conquistati soprattutto professando conformismo – a patto che non contrasti la logica che governa i social, altrimenti scatta un periodo di quarantena o l’allontanamento. La corte digitale, sottolineano Miccichè e Nichetti, è un ambiente fortemente concorrenziale generante senso di inadeguatezza in cui si sgomita con ogni mezzo necessario per ottenere visibilità.

Il rapporto tra colossi digitali e Stati si è fatto via via sempre più stretto. Se per queste grandi aziende private gli Stati rappresentano acquirenti privilegiati sia per l’entità delle commesse che per il ritorno in termini di potere che derivano dal rapporto privilegiato che instaurano con essi, altrettanto importanti sono per gli Stati i rapporti di partnership con i colossi digitali.

Se una piattaforma ha la tecnologia per tradurre i comportamenti, le idee, le preferenze o le volontà di una moltitudine di categorie, definibili e perimetrabili, uno Stato che vi ha accesso gode di uno strumento capace di semplificare le interazioni con la massa su cui esercita il suo potere. E di farlo organizzando il proprio controllo in base alle categorie che gli sono più affini (p. 64).

Mentre gli episodi di Black Mirror ci aiutano a prendere visione dello stato di asservimento a cui siamo ridotti, la piattaforma che ci vende la serie procede nell’opera di datificazione/mercificazione nei nostri confronti. È già tutto scritto, dunque? Non resta che rassegnarsi e far finta di nulla o, al limite, piangersi addosso? Miccichè e Nichetti invitano piuttosto a guardare alle molteplici forme di soggettività hackeranti in azione prospettando «un hackeraggio totale e liberatorio» in grado di indirizzare altrimenti (anche) la tecnologia digitale. «In una società capitalista la cultura è capitalista e finché questa non viene hackerata e fatta a pezzi, ogni sua produzione sarà sempre un prodotto finalizzato al raggiungimento di interessi coerenti con le forze che lo hanno generato» (p. 75).

Classismo digitale di Miccichè e Nichetti è un volume agile che, oltre a spiegare come nella società delle piattaforme, la merce, la fabbrica e il consumo siamo noi, prospetta la possibilità di una via d’uscita dal dominio di una tecnologia rispondente agli interessi capitalistici. Se, in generale, si più convenire sulla possibilità di un uso differente delle tecnologie, per una società altra, resta da domandarsi se una tecnologia presupponente un processo di maniacale e diffusa datificazione possa davvero non essere una tecnologia di dominio.