di Luca Cangianti

Wu Ming 2, Mensaleri, Einaudi, 2025, pp. 480, € 21,00 stampa, € 13,99 ebook.

Per descrivere l’essenza del capitalismo Marx non trovò di meglio che disseminare la sua principale opera teorica, Il capitale, di vampiri, lupi mannari, macchinari posseduti, creature frankensteiniane e altre stregonerie. Similmente Wu Ming 2 colloca al centro del suo romanzo Mensaleri la figura del mago aziendale Horus.
Gli eventi si snodano lungo due linee principali. Una si svolge tra la seconda metà dell’Ottocento e la prima del Novecento; riguarda l’imprenditore filantropo Nazzaro Mensa che costruisce una cartiera sull’isola di Parpai e un villaggio operaio sulla sponda del fiume Leri. Dalla giustapposizione del cognome dell’industriale e del corso d’acqua si ricava il nome dell’abitato: Mensaleri, per l’appunto. L’uomo d’affari, guidato dai tarocchi del suo consulente magico, si scontra con un’antica confraternita capeggiata da donne che costudiscono un temibile segreto capace di deformare il tempo – altra ossessione filosofica marxiana.
La seconda linea narrativa è ambientata nel 1995. Riniero Mensa, imprenditore della moda, pronipote del fondatore, decide di rilanciare il villaggio operaio ormai deindustrializzato con un progetto di rigenerazione. In questo ambito, la regista teatrale Toni Pohlmann è incaricata di allestire uno spettacolo che racconti la storia del centro abitato. Inizia così una ricerca che scatena eventi inattesi, coinvolge anche la figlia di Toni, Neda, e si intreccia con la prima linea narrativa.

Un primo elemento caratterizzante del romanzo è il mondo narrativo: «ogni dramma», afferma non casualmente la regista, «porta in scena un ordine sociocosmico. I personaggi e l’intreccio vengono dopo.» Mensaleri è infatti un romanzo “geografico” in cui la descrizione rurale e industriale di un’Emilia immaginaria spingono il lettore e la lettrice in una situazione di esitazione fantastica («Sarà tutto vero? Ci si può fidare dei ricordi di una novantenne?»).
Un secondo fattore distintivo è la ricerca stilistica che si avvale di un punto di vista multiplo, a volte onnisciente, altre lasco, sincronico, transtemporale, inclusivo perfino di animali non umani («Il tordo capì che lo strano rapace, appollaiato su un moncone di tronco, doveva essere drogato.»). La voce autoriale è calda, riflessiva, a tratti ricorda quella di un cantastorie, in alcuni capitoli assume le forme esplicite di un “noi” corale che funge da coscienza etica e guida delle emozioni. La lingua è ibridata dal dialetto, la terminologia oscilla tra il mondo contadino e quello della meccanica, narrazione e metanarrazione si inseguono.

Infine, Mensaleri narra di una guerra secolare che si combatte anche nella sfera dell’immaginario. Da una parte individui che espropriano ricchezza altrui, recintano, trasformano l’incanto in magia prezzolata, le feste popolari in competizioni, l’utilità delle cose in valore di scambio, il tempo per vivere in tempo di lavoro; dall’altra una comunità di miserabili che per vivere e resistere si affida alla doppiezza della religione: essa, come affermava Marx nell’Introduzione alla Critica della filosofia del diritto di Hegel, è «oppio dei popoli», ma allo stesso tempo «protesta contro la miseria reale», «sospiro della creatura oppressa». E così, sfruttando questa seconda caratteristica, le figure devianti e sofferenti descritte da Wu Ming 2 esprimono la loro ribellione, evocano «Le ipotesi che non si sono avverate», «Le forze del possibile contro quelle del passato, l’immaginazione contro la realtà, il salto invece della ripetizione».

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